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Il Manifesto

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20.10.2018

da il manifesto

 

L'appello. Razzismo e xenofobia vengono ogni giorno instillati tra gli italiani del Nord e quelli del Sud, e si diffondono nelle città e nelle periferie sociali. Ma se prima si trattava soltanto di segnali universalmente considerati negativi, adesso i sintomi sono rappresentativi di un’involuzione profonda. E fanno paura.

 

Roma, il mega-striscione comparso a Porta Maggiore

 

A fronte di un cambiamento così preoccupante, è necessario intensificare ed estendere la risposta di popolo contro le violenze, i soprusi, le prepotenze che scendono dall'alto come una nera cappa che copre il nostro Paese. Una risposta in nome dei diritti, del rispetto, del senso di umanità che non possiamo e non dobbiamo smarrire. È tempo di raccogliere, insieme, i segnali di un’alternativa come la reazione all’attacco a Riace e al sindaco Mimmo Lucano e la sottoscrizione per i bambini figli di cittadini stranieri di Lodi

 

In Italia e in Europa risuonano forti campanelli di allarme. I princìpi di civiltà e di convivenza democratica sono tornati a essere bersagli di chi vuole dividere, reprimere, escludere, cacciare.
Razzismo e xenofobia vengono ogni giorno instillati tra gli italiani del Nord e quelli del Sud, e si diffondono nelle città e nelle periferie sociali.
Ma se prima si trattava soltanto di segnali universalmente considerati negativi, adesso i sintomi sono rappresentativi di un’involuzione profonda. E fanno paura.

 

A fronte di un cambiamento così preoccupante, è necessario intensificare ed estendere la risposta di popolo contro le violenze, i soprusi, le prepotenze che scendono dall’alto come una nera cappa che copre il nostro Paese. Una risposta in nome dei diritti, del rispetto, del senso di umanità che non possiamo e non dobbiamo smarrire.

 

I PRIMI SEGNALI di un’alternativa sono arrivati con la reazione all’attacco a Riace e al suo sindaco Mimmo Lucano e con la straordinaria sottoscrizione per permettere l’accesso alla mensa e ai servizi di trasporto, ai bambini figli di cittadini stranieri, negati da un’ordinanza dalla Sindaca di Lodi. Così come con la grande risposta delle magliette rosse, con la manifestazione a Catania per pretendere lo sbarco e il soccorso dalla nave Diciotti, con la straordinaria partecipazione alla marcia della pace Perugia-Assisi e il grande consenso che sta raccogliendo il progetto Mediterranea.

 

DA PIÙ PARTI viene la richiesta di una battaglia di civiltà, in difesa della democrazia costituzionale. E contro le diseguaglianze, contro le povertà, sociali e culturali che i ministri dell’odio manipolano, strumentalizzando il disagio e la sofferenza che coinvolgono milioni di italiani, per rivolgere la rabbia nei confronti delle persone più deboli dei nostri tempi: i migranti.
A questa gente, a milioni di donne, uomini, bambini viene negato qualsiasi diritto. È un’umanità che fugge da fame, povertà, guerre, terrore. Di questo immenso popolo, una piccola parte vorrebbe venire in Italia, anche solo per attraversarla. Lo vorrebbe fare rivolgendosi agli Stati, legalmente e senza rischiare la vita. Ma leggi e politiche sempre più proibizioniste e liberticide producono morte e sofferenza e alimentano la criminalità e le mafie.

 

IN ITALIA soffia un vento furioso di propaganda e, peggio, di violenza. Il limite della intolleranza si traduce in forme di aggressione e regressione sempre più gravi. I migranti diventano ostaggi, nemici, gente pericolosa. Insultati, picchiati, feriti da armi da fuoco, concentrati in centri invivibili. Adulti, minori, donne sole, bambini trovano in Italia un’ostilità crescente. E come se non bastassero il blocco delle navi e il boicottaggio delle Ong, il governo approva un decreto che, se accolto dal Parlamento, metterebbe ancora più a rischio la loro vita.
Un Decreto che punta a demolire il diritto d’asilo, a consegnare ai privati l’accoglienza puntando sui grandi centri che alimentano corruzione e razzismo, scaricando sui territori costi, disagio e tensione sociale.

EPPURE, nonostante le difficoltà politiche, nonostante i dubbi, nonostante le divisioni, tanti italiani sono disposti a fare argine al drammatico dilagare di comportamenti “cattivi”, che non avevamo ancora mai visto prima verso i più indifesi. Ma c’è di peggio, perché chi perseguita i deboli non se ne vergogna. Ostentando e stimolando odio. 

 

A QUESTA VASTA area democratica, religiosa e laica, spetta il compito di tenere alta la bandiera della civiltà, della pace, della convivenza tra diversi, della democrazia. La chiesa di Papa Francesco interpreta con lucidità i tempi presenti. Il mondo cattolico, con le sue strutture e i suoi giornali, insieme alle tante associazioni sono già impegnati in aiuto dei migranti e in prima fila contro razzismo e xenofobia. Altrettanto il mondo laico: donne, uomini, giovani e meno giovani, compagne e compagni, preoccupati e convinti della necessità di dare un’ampia e forte risposta alla crescente barbarie.

 

È IL TEMPO di compiere un primo, grande, passo. Tutti insieme. E possiamo farlo manifestando il 27 ottobre 2018, non in una ma dieci, cento città.

 

Per adesioni: conimigranticontrolebarbarie@gmail.com

 

Hanno finora aderito

Actionaid, Aidos, Anpi, Antigone, Aoi, Arci, Arcs, Avvocato di strada, Baobab experience, Cefa, Centro Astalli, Cgil, Cipsi, Cittadinanzattiva, Cnca, Cocis, Comitati Dossetti per la costituzione, Concorditalia, Cospe, Dokita, Focsiv, Focus Casa dei diritti sociali, Forumsad, Gruppo Abele, Gus, il manifesto, Intersos, Januaforum, Legambiente, Libera, Link2007, Lunaria, Moltivolti, Osservatorio aids-diritti salute, Oxfam, Proactiva open arms, Rete degli studenti medi, Terres des Hommes, Statewatch, Uil, Udu, Uisp, Un Ponte per, Vim

E inoltre: Ginevra Bompiani, Luciana Castellina, don Luigi Ciotti, Raniero La Valle

17.10.2018

Gianmario Leone

 

Puglia. Verso l'ok al gasdotto. Attesa per oggi la decisione del ministero dell'Ambiente. Il sindaco di Melendugno prova a giocarsi l'ultima carta chiedendo la convocazione urgente di un tavolo tecnico.

 

La Ministra del mezzogiorno Barbara Lezzi quando manifestava per "NO TAP"

 

Una resa incondizionata su tutta la linea. La parola fine verrà scritta dal ministero dell’Ambiente oggi, al più tardi domani. Dopo la vicenda Ilva, il M5S cade anche sulla Tap, il gasdotto che approderà sulle coste del Salento dopo aver attraversato Azerbaijan, Grecia e Albania. E lo fa nella stessa identica maniera con cui ha alzato bandiera bianca sull’Ilva. Cercando inutilmente appigli di legge che non esistono e non sono mai esistiti. Addossando tutta la responsabilità sui governi precedenti, rei di aver rilasciato autorizzazioni e firmato contratti blindati, affermando che è impossibile fermare l’opera in quanto ciò provocherebbe penali multimiliardarie.

 

Il tutto dopo aver promesso in campagna elettorale, come ha fatto Alessandro Di Battista, che l’opera sarebbe stata fermata in appena 15 giorni una volta al governo, e aver incassato un successo elettorale senza precedenti non solo nel Salento, ma in tutta la Puglia grazie alle promesse su Ilva e Tap. Con oltre il 45% dei voti e la conquista di tutti e 24 i collegi uninominali. Soltanto a Melendugno, comune salentino dove approderà il gasdotto, i 5S hanno raggiunto il 65%.
Oggi, però, il Movimento 5 Stelle è chiamato a fare i conti con la realtà. Che parla di cittadini arrabbiati, delusi, traditi da quello che pensavano fossero il movimento del cambiamento. Messo alle corde dall’alleato Matteo Salvini, che ora vuole la Tap dopo aver cambiato idea nel giro di un anno, tanto che nel contratto di governo non viene menzionata. Favorevole al gasdotto era ed è il ministro dell’Economia Giovanni Tria e, sotto sotto, anche se non lo potrà mai ammettere pubblicamente, il premier pugliese Giuseppe Conte.

 

Restano, dunque, poche ore. Gli uffici tecnici del ministero dell’Ambiente stanno riesaminando tutti i documenti, per verificare se sono state rispettate da Tap tutte le prescrizioni ambientali. Il controllo, effettuato già quest’estate, non fece emergere irregolarità. Lunedì sera, quando il sindaco di Melendugno Marco Potì e i parlamentari pugliesi e consiglieri regionali del M5S sono stati ricevuti a Palazzo Chigi da Conte e dai ministri per il Mezzogiorno, Barbara Lezzi, e dell’Ambiente, Sergio Costa, entrambi pentastellati, il massimo che si è ottenuto è stata la promessa di un supplemento di istruttoria. Nulla di più. «Abbiamo le mani legate – ha spiegato Lezzi – dal costo troppo alto che dovremmo far pagare al Paese, che per senso di responsabilità non possiamo permetterci».

 

Parole che non sono piaciute al sindaco di Melendugno e al comitato No Tap. Il primo cittadino ha provato a giocarsi un’ultima carta, chiedendo al ministro Costa la convocazione urgente di un tavolo tecnico pubblico alla presenza di esperti, tecnici del Comune, Arpa Puglia, Regione, ministero e stampa. Per mettere in luce «le violazioni di legge che Tap ha perpetrato con l’obiettivo di realizzare il gasdotto e l’eccesso di potere da parte del ministero in sede di non assoggettabilità dell’opera a Via».
Da Melendugno stanno arrivando i documenti chiesti dal ministero dell’Ambiente: quelli sulla mancata rappresentazione del reale stato delle praterie di Posidonia e Cymodocea, habitat protetto dall’Ue; le delibere di giunta che richiedono l’istituzione del Sic (Sito d’interesse comunitario); l’ordine del giorno del Consiglio regionale con le mappature fatte da Arpa a San Foca. Tutta documentazione già a conoscenza della Procura di Lecce. «Non è sufficiente cercare di calcolare i costi di abbandono del progetto con una visione ragionieristica. Serve una visione più politica con la P maiuscola, la voglia di difendere i diritti dei cittadini più degli interessi di una multinazionale» ha detto il sindaco.

 

Durissimo il comitato No Tap: «La battaglia continua e pure la richiesta di dimissioni in blocco degli eletti del Movimento 5 Stelle in caso ricomincino i lavori di Tap», ha detto Gianluca Maggiore, portavoce del movimento. «E’ chiaro – afferma – che si sta giocando. I ministeri non hanno i documenti, non sanno nulla».

 

Alfredo Marsala

LAMPEDUSA da il Manifesto

 

Immigrazione. Ieri è approdato il gommone con 70 profughi, ma chi vive nell’isola parla di centinaia di persone, tantissimi minorenni, arrivati negli ultimi dieci mesi e di cui non si sa nulla.

 

Se l’equipaggio di un peschereccio tunisino non avesse diramato le prime informazioni innescando l’operazione Sar per il soccorso del gommone col suo carico di essere umani nel Canale di Sicilia, dello sbarco, avvenuto l’altro ieri notte a Lampedusa, non si sarebbe saputo nulla. Le 70 persone a bordo, tra cui due bambini, sarebbero rimaste dei ‘fantasmi’. Come gran parte dei circa 2.500, forse 3mila, migranti giunti nell’isola delle Pelage dall’inizio dell’anno. Di loro si sa ben poco.

 

Chi vive nell’isola parla di centinaia di persone, tantissimi minorenni, sbarcati negli ultimi dieci mesi, ma di cui non si sa nulla. Appena approdano sul molo, raccontano diversi lampedusani, vengono presi da carabinieri e polizia, portati nell’unico capannone disponibile dell’hotspot e trasferiti nell’arco di 48 ore con la nave a Porto Empedocle. Dove? Un mistero. Fantasmi, in carne e ossa. Perché Lampedusa, questa è la convinzione della gente che vive in questo lembo estremo di una Europa che sente sempre più lontana, è ormai l’isola che non c’è. La strategia del governo gialloverde, da queste parti ne sono convinti, sembra chiara. Spegnere i riflettori sull’isola per nascondere all’opinione pubblica il fallimento del disegno politico del ministro Salvini, impegnato nel suo braccio di ferro con Parigi e Berlino. Perché qui i migranti continuano ad arrivare a migliaia, nonostante il silenzio. Il porto non è affatto chiuso come vuol fare credere la propaganda del ministro Salvini; piccole barche arrivano direttamente in banchina con cadenza quasi giornaliera, come riferiscono diversi testimoni. Impossibile sapere quanti sono i barchini che non ce la fanno, quanti sono i cadaveri inghiottiti a largo dell’isola, diventata una sorta di zona franca, un corridoio incontrollato dentro un piano ordito per tranquillizzare quell’opinione pubblica che nelle parate invoca Salvini come il salvatore della patria.

 

Ma la realtà è un’altra. Basta farsi un giro nella zona del porto, dove sono ammassati i legni dei barchini per rendersi conto di quanto sta accadendo. Non è un caso, sussurrano in tanti, se il governo Salvini-Di Maio abbia deciso di ignorare la cerimonia del 3 ottobre lasciando sola Lampedusa nel giorno della commemorazione dei 360 morti e dei 20 dispersi che cinque anni fa fece inorridire il mondo. Un silenzio spettrale al cospetto di una tragedia senza precedenti. Un clima irrespirabile qui a Lampedusa dove regna la sfiducia nelle istituzioni, dove la sensazione predominante è quella dell’abbandono: con Roma che appare sempre più lontana.

 

Così l’approdo dei 70 migranti, qui, non fa notizia. Il gommone è stato soccorso dalla guardia costiera che ha raccolto l’sos lanciato dalla nave Mare Jonio impegnata nella missione Mediterranea che ha segnalato l’imbarcazione in avaria vicino a Lampedusa. Dopo una prima indicazione alla nave Jonio di rivolgersi a La Valletta, la guardia costiera è intervenuta soccorrendo le 70 persone fatte sbarcare alle tre di notte. Ad avvistare per primo il gommone è stato un motopesca tunisino che aveva fornito informazioni sulla posizione, poi non confermate, e si era allontanato. La nave Mare Jonio non ha quindi trovato nulla nell’area indicata dalle autorità maltesi che avevano diramato la richiesta di intervento indirizzata a tutte le unità nelle vicinanze e raccolta dalla nave umanitaria. Il gommone ha quindi continuato a navigare autonomamente ed è giunto fino a Lampedusa, dove il guardacoste l’ha intercettato, a tre miglia dal porto. Serafico, come al solito, il ministro Salvini: «L’Italia farà rispettare la legge: ognuno occupa il suo tempo come vuole. Io vengo in Trentino e c’è chi cerca i migranti nel Mediterraneo». I migranti sono di origine eritrea, siriana e ghanese: per la maggior parte minori e donne, arrivati in buone condizioni fisiche e visitati sul molo dal medico Pietro Bartolo. La traversata, secondo le prime informazioni, è durata oltre 35 ore. L’imbarcazione utilizzata dai migranti era lunga circa otto metri, aveva il fondo quasi piatto e una bassa linea di galleggiamento; di costruzione egiziana, era un tipo di barca inadatta ad effettuare il percorso che va dalla Libia alle coste siciliane e troppo piccola per 70 persone. Solo grazie alle buone condizioni del mare delle ultime 48 ore, non si è verificata l’ennesima tragedia.

 

Domenico Lucano

07.10.2018

da Il Manifesto

 

 

Riace non si arresta. Il messaggio del sindaco di Riace letto in piazza durante la manifestazione.

 

Il messaggio del sindaco di Riace letto in piazza durante la manifestazione.

 

È inutile dirvi che avrei voluto essere presente in mezzo a voi non solo per i saluti formali ma per qualcosa di più, per parlare senza necessità e obblighi di dover scrivere, per avvertire quella sensazione di spontaneità, per sentire l’emozione che le parole producono dall’anima, infine per ringraziarvi uno a uno, a tutti, per un abbraccio collettivo forte, con tutto l’affetto di cui gli esseri umani sono capaci.

A voi tutti che siete un popolo in viaggio verso un sogno di umanità, verso un immaginario luogo di giustizia, mettendo da parte ognuno i propri impegni quotidiani e sfidare anche l’inclemenza del tempo. Vi dico grazie.

Il cielo attraversato da tante nuvole scure, gli stessi colori, la stessa onda nera che attraversa i cieli d’Europa, che non fanno più intravedere gli orizzonti indescrivibili di vette e di abissi, di terre, di dolori e di croci, di crudeltà di nuove barbarie fasciste.

 

Qui, in quell’orizzonte, i popoli ci sono. E con le loro sofferenze, lotte e conquiste. Tra le piccole grandi cose del quotidiano, i fatti si intersecano con gli avvenimenti politici, i cruciali problemi di sempre alle rinnovate minacce di espulsione, agli attentati, alla morte e alla repressione.

Oggi, in questo luogo di frontiera, in questo piccolo paese del Sud italiano, terra di sofferenza, speranza e resistenza, vivremo un giorno che sarà destinato a passare alla storia.

La storia siamo noi. Con le nostre scelte, le nostre convinzioni, i nostri errori, i nostri ideali, le nostre speranze di giustizia che nessuno potrà mai sopprimere.

Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio.

Sulla mia situazione personale e sulle mie vicende giudiziarie non ho tanto da aggiungere rispetto a ciò che è stato ampiamente raccontato. Non ho rancori né rivendicazioni contro nessuno.

 

Vorrei però a dire a tutto il mondo che non ho niente di cui vergognarmi, niente da nascondere. Rifarei sempre le stesse cose, che hanno dato un senso alla mia vita. Non dimenticherò questo travolgente fiume di solidarietà.

Vi porterò per tanto tempo nel cuore. Non dobbiamo tirarci indietro, se siamo uniti e restiamo umani, potremo accarezzare il sogno dell’utopia sociale.

Vi auguro di avere il coraggio di restare soli e l’ardimento di restare insieme, sotto gli stessi ideali.

Di poter essere disubbidienti ogni qual volta si ricevono ordini che umiliano la nostra coscienza.

Di meritare che ci chiamino ribelli, come quelli che si rifiutano di dimenticare nei tempi delle amnesie obbligatorie.

Di essere così ostinati da continuare a credere, anche contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini e donne.

Di continuare a camminare nonostante le cadute, i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, anche dopo di noi, e quando lei dice addio, sta dicendo un arrivederci.

Ci dobbiamo augurare di mantenere viva la certezza che è possibile essere contemporanei di tutti coloro che vivono animati dalla volontà di giustizia e di bellezza, ovunque siamo e ovunque viviamo, perché le cartine dell’anima e del tempo non hanno frontiere.

Hasta siempre.

03.10.2018

 

COMUNICATO STAMPA

 

Acerbo (PRC): «Salvini cita motto fascista e squadrista “me ne frego”. Un personaggio del genere non può fare il ministro degli Interni»

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

 

«Oggi Salvini, il Trump italiano, cita in un tweet il più celebre motto del fascismo squadrista – il tristemente noto “me ne frego” – per polemizzare con l’Ue.

 

E’ vergognoso che il ministro degli Interni della Repubblica democratica nata dalla Resistenza faccia proprio il motto degli squadristi. Il Presidente della Repubblica dovrebbe intervenire immediatamente e pubblicamente. Un personaggio del genere non può fare il ministro degli Interni. Quella di Salvini è una provocazione – l’ennesima – volta ad attirare l’attenzione ma non si può ignorarla.

 

La retorica di Salvini è quella del ventennio e anche la polemica con l’Europa ricorda quelle con la “perfida Albione”. Il leader della Lega ha già sdoganato nel dibattito pubblico razzismo e xenofobia.

 

A poco a poco anche il fascismo.

 

L’appoggio della Confindustria a questo figuro ci ricorda che per i capitalisti la democrazia liberale è un optional, contano solo gli affari. I loro nonni e bisnonni nel ventennio appoggiarono Mussolini e Boccia oggi licenzia Renzi e Calenda e passa armi e bagagli con Salvini.

 

Lunedì sarà a Roma con Salvini l’erede del fascismo e del colonialismo francese Marine Le Pen per spiegarci che c’è bisogno dell’Europa delle Nazioni. Ricordo che i loro antenati lasciarono l’Europa in macerie e più di 50 milioni di morti».

 

02.10.2018

 

La Rete Città in Comune: accelerazione inquietante contro chi si oppone alla logica della paura. Tutto ciò alla vigilia della promulgazione dei decreti Salvini. Un caso?

 

I finanzieri del Gruppo di Locri hanno eseguito, alle prime luci dell’alba, un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal GIP del Tribunale di Locri, che dispone gli arresti domiciliari nei confronti di Domenico Lucano, sindaco del Comune di Riace ed il divieto di dimora per la sua compagna, Tesfahun Lemlem, nell’ambito dell’operazione denominata “Xenia”. La misura cautelare - si legge in una nota - rappresenta l’epilogo di approfondite indagini, coordinate e dirette dalla Procura della Repubblica di Locri, svolte in merito alla gestione dei finanziamenti erogati dal Ministero dell’Interno e dalla Prefettura di Reggio Calabria al Comune di Riace, per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico. 

 

Un fatto gravissimo, che richiede certo una piena solidarietà al sindaco di Riace, ma anche una mobilitazione diffusa nel paese affinché – invece di moltiplicarsi, per modalità e gravità, il tentativo di distruggerla – si salvi l’esperienza di accoglienza e integrazione del piccolo comune calabrese.

Un esempio non un problema!

Ci riferiamo – secondo quanto appreso – alle misure di custodia cautelare per il sindaco di Riace e per la sua compagna, messe in atto ieri sempre in merito all’utilizzo dei fondi per la “gestione” dei migranti. Certo pieno rispetto per il lavoro della magistratura, ma dopo i plurimi tentativi di far fallire quell’esperienza nei mesi scorsi, dopo il tentativo di distruggere il sistema SPAAR e di militarizzare e criminalizzare i migranti grazie a questo (e con il precedente non certo immune da gravissime colpe) governo e in particolare ai decreti Salvini, quanto accaduto ieri non può non far venire il sospetto che sia un ulteriore tappa della “strategia della tensione” sul tema migranti, contro ogni esperienza in controtendenza e positiva.  Per poi passare all’incasso dopo aver cavalcato la paura e l incertezza. Chi (istituzioni, forze politiche, sociali, singoli) si era strinto attorno a Riace e al proprio sindaco nei mesi scorsi lo faccia adesso ancora di più. Non c’è un minuto da perdere! E’ una questione in primis di giustizia e civiltà.

 

La Rete delle Città in Comune

 

28.09.218

Claudio Conti

da Contropiano

 

Sempre più nei panni di due Tsipras di destra… Di Maio e Salvini che si concedono al bagnetto di folla, sotto Palazzo Chigi, dopo aver fissato nel Def lo “sfioramento” del deficit al 2,4%, ricordano ormai da vicino l’ex speranza della “sinistra” che sfidava la Troika con un referendum popolare (per poi vincerlo e tradirlo, nel giro di 24 ore).

Il fatto c’è, inutile sottovalutarlo. Dopo un duro scontro interno tra i “tre governi in uno”, i due capipartito hanno avuto la meglio sui garanti dell’Unione Europea (Tria, Moavero Milanesi e, indirettamente, il presidente della Repubblica, Mattarella), imponendo una cifra ben superiore all’1,8% (o 1,9, secondo l’ultima linea del Piave del ministro dell’economia) che già rappresentava una svolta drastica rispetto alle previsioni del governo Gentiloni (0,8).

In miliardi di euro, la differenza è seria: quasi 30.

I problemi sono ora di due tipi, molto diversi. a) Cosa prevedono di fare con questi soldi, b) come reagiranno i mercati da oggi in poi.

Vediamoli separatamente, per non aumentare la confusione.

Nelle intenzioni scritte il menu è ricco, ma ben sotto quanto era stato promesso. Il famoso reddito di cittadinanza, per dirne una, non c’è; o per lo meno ce n’è una versione assai ridotta. Al suo posto c’è l’aumento delle pensioni minime, per avvicinarle ai mitici 780 euro considerati il minimo necessario per sopravvivere (ognuno può naturalmente farsi due conti con le proprie spese…) e una cifra indeterminata per chi ha un reddito al di sotto della soglia di povertà.

Di Maio l’ha messa giù in modo trionfalistico: «Ci sono 10 miliardi per il reddito di cittadinanza, restituiamo un futuro a 6,5 milioni di persone». Una semplice divisione aritmetica, però, restituisce un quadro un po’ più limitato: 1538,46 euro annui, ossia 100 euro al mese. Naturalmente non tutti quei 6,5 milioni di persone sono pensionati che stanno a 500 euro al mese – come la signora di Villa Gordiani sfrattata ieri con la forza dai vigili urbani – e bisognerà vedere se la platea sarà toccata integralmente oppure solo in parte. Comunque, meglio qualche soldo in più che in meno (ma intanto volano le tariffe di luce e gas, che si mangeranno un bella fetta di questo aumento).

Ma sta di fatto che il famoso “reddito di cittadinanza”, per ora, non c’è. Intanto perché la strutttura amministrativa necessaria non è pronta a farlo; e quindi si prevede di rafforzare preliminarmente i centri per l’impiego. Probabilmente, invece, c’è un recupero dei fondi attribuiti al “reddito di inclusione” (Rei), creatura del governo Gentiloni, con qualche estensione per ora imprecisabile.

C’è invece la flat tax per le sole imprese. Inizialmente per le piccole aziende (si calcola che ne beneficeranno un milione di titolari), poi si vedrà. Niente per le persone fisiche, e tanto meno per i lavoratori dipendenti. Il governo prevede infatti di fissare due sole aliquote fiscali entro la fine della legislatura. Ma sono quelle già attive (23%), cui sono interessati tutti i percettori di salario tra gli 8.000 e i 15.000 euro annui, mentre per quelli fino a 28.000 c’è l’aliquota al 38%. Si può dunque agevolmente dire che – se ci sarà – sarà una manna per ricchissimi, niente per i salari bassissimi e un caffè per quelli medio-bassi.

Molto popolare dovrebbe essere la revisione della legge Fornero, con l’autorizzazione ad andare in pensione con “quota 100” tra età anagrafica e anzianità contributiva. Ma non si conosce al momento il meccanismo precisiso (si era parlato nei giorni scorsi di ipotesi molto diverse tra loro), anche se il governo prevede che potrebbero riguardare 400.000 lavoratori, che libererebbero – ottimisticamente – altrettanti posti per i giovani.

E’ passata anche un altro condono, preteso dalla Lega. La “pace fiscale” riguarderà però le evasioni fino a 100.000 euro, anziché fino ad 1 milione, come avrebbero voluto gli industrialotti del Nord vicini al Carroccio.

 

Un po’ respiro, infine, per i truffati dalle banche (che avevano venduto loro “obbligazioni subordinate” di nessun valore), con l’aumento del fondo di dotazione fino a 1,5 miliardi.

Fin qui potremmo sintetizzare così: poca roba, soprattutto per le imprese e gli evasori più piccoli,futuri regali ai ricchissimi, un’elemosina micragnosa per quelli molto poveri.

Il problema vero è che l’atteggiamento dei “mercati” è stato subito molto feroce. Nella mattinata di oggi la borsa di Milano è stata la peggiore del mondo. L‘indice Ftse Mib ha toccato anche il -4%, con le banche (detentrici principali del debito pubblico italiano) praticamente a picco. Stesso discorso, ovviamente, per lo spread, salito anche sopra i 280 punti.
Un comportamento decisamente opposto a quello tenuto ieri – mentre si addensavano i fulmini su Palazzo Chigi – in occasione delle due aste di titoli di Stato per i Btp decennali e quinquennali. Ilrendimento di questi titoli era passato dal 3,25 dall’ultima asta a 2,90 (il decennale), e dal 2,44% a 2,04% (il quinquennale). Gli operatori avevano parlato di richiesta fortissima, “come non si vedeva da tempo”, con “grossi acquisti” esteri.

Senza cadere in dietrologie finanziarie, qualcuno aveva ricordato il recente viaggio in Cina del ministro Tria (dove aveva giurato che non si era parlato di acquisti sui titoli di Stato), mentre proprieri il “premier” Conte era rientrato dagli Stati Uniti, dove aveva incontrato tra l’altro Larry Fink, amministratore delegato di Blackrock (il più grande e influente gestore di fondi comuni d’investimento al mondo).

Si poteva insomma pensare, in chiave geostrategica, a una “copertura statunitense”, magari in combinazione temporale con i cinesi, contrattata per resistere meglio ai prevedibili contraccolpi sulmercato europeo.

Se calcolo in questo senso c’è stato, era sbagliato.

Ora i “tre governi in uno” dovranno pedalare in salita sotto il fuoco dei “mercati”. In compagnia di Tria, che avrebbe deciso di non scendere dalla bicicletta, pare, solo per l’insistenza di Sergio Mattarella. Inutile sprecare parole, invece, per la cosiddetta “opposizione democratica” (compresaRepubblica e tutto l’establishment politico-mediatico), speranzosa di rialzare la testa sposando le peggiori intenzioni antipopolari degli stessi “mercati”.

La situazione, insomma, si sta facendo decisamente interessante… Urge un soggetto politico socialmente radicato che pensi a questo, lasciandosi alle spalle antiche perversioni immobilizzanti.

27.09.2018

 Roberta Fantozzi 

 

La decisione della Corte Costituzionale di dichiarare illegittima la modalità di determinazione dell’indennizzo per i licenziamenti prevista dal Jobs Act, basata solo sull’anzianità, è importante.


Avrà come effetto pratico l’impossibilità per le aziende di “disfarsi” di un lavoratore quantificando prima i costi da “sopportare”.
Ed è ovviamente un ulteriore tassello a dimostrazione dell’inaccettabilità di quella legge. Per altro il Decreto Di Maio non aveva modificato quel meccanismo, ma solo stabilito soglie più alte, portando l’indennizzo minimo a 6 mensilità (dalle 4 previste nel Jobs Act) e quello massimo a 36 mensilità (dalle 24 del Jobs Act) ma senza cambiare l’aggancio rigido con l’anzianità (2 mensilità ogni anno di lavoro).


Ora la determinazione dell’indennizzo torna nelle mani del giudice che potrà disporre risarcimenti più alti, sempre entro il tetto fissato, in relazione alla gravità del licenziamento e non al mero criterio dell’anzianità.
Ovviamente, questo è quanto emerge ora. Occorrerà aspettare la pubblicazione della sentenza per avere un quadro più compiuto.


E’ comunque evidente che vada rilanciata la lotta per il ripristino ( e l’estensione) della reintegra, che non può in nessun modo essere sostituita dal risarcimento, per quanto questo si configuri oggi in modo meno favorevole all’azienda, recuperando parzialmente una funzione deterrente rispetto ai licenziamenti illeggittimi.

 

 

25.09.2018

 

Pubblichiamo il comunicato del Coordinamento per la democrazia costituzionale sul “decreto Salvini”

 

Il provvedimento su immigrazione e sicurezza deliberato dal Consiglio dei Ministri il 24 settembre è incostituzionale, inutile e dannoso; la sua emanazione come decreto legge può provocare guasti a cui sarà difficile porre riparo.

Innanzitutto non sussiste il presupposto dei casi di straordinaria necessità ed urgenza che soli possono legittimare il Governo ad adottare provvedimenti provvisori con forza di legge, come si evince dalla stessa eterogeneità del provvedimento con norme ispirate dalle esigenze più disparate.

La nuova disciplina dell’immigrazione e della cittadinanza presenta aspetti allarmanti di incostituzionalità.

L’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari è mirata specificamente a sgonfiare il volume dei permessi di soggiorno, creando una serie di drammi personali e aprendo la strada ad un’esplosione del contenzioso. Poiché nella stragrande maggioranza dei casi non è possibile procedere al rimpatrio, l’unico effetto reale sarà l’allargamento dell’area della clandestinità: ciò comporterà l’incremento di una popolazione di persone senza diritti, impossibilitate a lavorare e costrette al lavoro schiavile, facile preda della criminalità. Inutile dire che tale situazione inciderà sulla sicurezza degli italiani e renderà più spietato il mercato del lavoro e la competizione fra i lavoratori italiani poveri e la manodopera dei senza diritti stranieri.

Il raddoppio della durata massima del trattenimento dello straniero in attesa di rimpatrio, nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), prolungata fino a sei mesi, anche se consentito  dalla Direttiva europea sui rimpatri 2008/115/CE, presenta marcati aspetti di irragionevolezza perché si risolve in una pena senza delitto data l’impossibilità di procedere al rimpatrio nella stragrande maggioranza dei casi. Tale misura comporterà il raddoppio della popolazione di stranieri in detenzione amministrativa con incremento esponenziale dei costi che gravano sui contribuenti. In questo contesto è inaccettabile la possibilità di trattenere le persone da rimpatriare in strutture idonee e nella disponibilità dell’autorità di pubblica sicurezza. In questo modo viene creato un circuito carcerario (le prigioni del Ministero dell’Interno) al di fuori dell’ordinamento nel quale non sarà possibile monitorare il rispetto dei diritti umani fondamentali.

Parimenti incostituzionale è la norma che prevede la sospensione della procedura d’asilo ed il  rimpatrio del richiedente asilo che abbia subito una condanna in primo grado perché palesemente contraria alla presunzione di non colpevolezza (art. 27 Cost.) ed al principio che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento (art. 24 Cost.).

Il sostanziale smantellamento del sistema di protezione su base comunale (SPRAR) dei rifugiati e richiedenti asilo inciderà in modo pesantemente negativo sulla possibilità di inclusione degli immigrati nel tessuto sociale, rendendo più problematica la convivenza.

Problematiche e di scarsa utilità, oltre ad essere prive di ogni requisito d’urgenza sono le norme in materia di sicurezza. La sperimentazione delle c.d. armi ad impulsi elettrici da parte delle polizie municipali, crea una situazione pericolosa per la pubblica incolumità, trattandosi di dispositivi che possono avere effetti letali. Raddoppiare le pene previste dal codice Rocco per le occupazioni abusive è scelta palesemente irragionevole in quanto l’emergenza non è rappresentata dalle occupazioni di edifici abbandonati da parte dei senza casa, ma dall’esistenza di fasce di popolazione prive del diritto all’abitazione, così come non c’è nessuna necessità di mettere in vendita i patrimoni sequestrati alle mafie, aprendo alla possibilità che la criminalità organizzata riprenda possesso dei beni che le sono stati sottratti. 

Roma, 25 settembre 2018.

Massimo Villone, Alfiero Grandi, Silvia Manderino, Mauro Beschi, Domenico Gallo

23.09.2018

Gianmario Leone

 

Intervista all’eurodeputata Eleonora Forenza. «Il clima politico attuale favorisce questo scenario. Puntare continuamente il dito contro la presunta invasione di migranti legittima i fascisti ad agire come meglio credono»

L’indignazione e la rabbia del giorno dopo. Per chi da una vita si batte per i diritti degli ultimi, contro l’arroganza e la prepotenza di chi invece ancora oggi, incredibilmente, ha ancora diritto di parola e di azione in questo Paese.

 

Eleonora Forenza, cos’è accaduto esattamente venerdì sera a Bari?

 

Avevamo da poco terminato di sfilare alla manifestazione antifascista “Bari non si lega”, tornavamo verso le nostre macchine, quando ci siamo fermati per prestare assistenza ad una ragazza eritrea visibilmente impaurita. Insieme ad un’amica e ad una bambina piccola, dovevano attraversare via Crisanzio, dove abitano, che però in quel momento era del tutto bloccata perché presidiata dai militanti fascisti di Casapound. E in questo quartiere avere la pelle scura non ti fa certo stare tranquilla. Un gruppo di questi squadristi, almeno cinque, ci è venuto incontro, aggredendoci verbalmente, per poi passare alle vie di fatto, colpendo il nostro gruppo di persone con mazze e cinghie, lasciando due compagni a terra. Il mio assistente, Antonio Perillo, 36 anni, è ora all’ospedale Mater Dei con trauma cranico. Ci hanno urlato: “Ve ne dovete andare”. La via non era presidiata dalle forze dell’ordine, non c’era alcun controllo: nonostante il nostro corte sia stato guardato a vista da decine di agenti. Possibile che non era stato predisposto alcun controllo? Le forze dell’ordine sono arrivate quando tutto era finito. E alla fine le cariche sono state riservate ai compagni giunti per protestare contro la vile aggressione di cui siamo stati vittime.

 

Quanto accaduto a Bari, indubbiamente, è anche il frutto del clima politico del momento, dell’aria che da tempo si respira.


 


Certamente è così. Il clima politico attuale favorisce questo scenario. Puntare continuamente il dito contro la presunta invasione di migranti sul tema dell’emergenza sicurezza, portare avanti una politica di sgomberi di case e luoghi di aggregazione, dotare le forze dell’ordine di nuovi strumenti di repressione, non fanno altro che favorire i comportamenti di queste forze neofasciste, che si sentono legittimate ad agire come meglio credono.
La presenza di queste organizzazioni neofasciste è sicuramente un tema su cui riflettere e sul quale agire, anche e soprattutto politicamente.
Il tema è proprio questo: ovvero il fatto che in moltissime città italiane siano presenti sedi di questi gruppi neofascisti. Continueremo a chiedere alle Istituzioni la chiusura di queste sedi fasciste. È inaccettabile che un covo di fascisti sia aperto in pieno centro in una città come Bari. Questo governo fa del razzismo e del fascismo un elemento della sua cultura politica. Un fatto come quello di venerdì sera riporta questa città e questo Paese ai tempi più bui e credo che sia inammissibile, intollerabile.

 

Non bisogna quindi indietreggiare. Quali le prossime iniziative?

 

Oggi occorre una reazione di tutta la città: è importante che la Bari antifascista torni in piazza, che ricordi che questa è la città di Benedetto Petrone, senza farsi intimorire. Nei prossimi giorni ci mobiliteremo ancora perché non è un problema che riguarda solo Bari, ma nazionale. Lo squadrismo va fermato ad ogni costo. Resteremo a Bari e formalizzeremo la denuncia per questa aggressione fascista. Denunceremo quanto accaduto politicamente e per le vie giudiziarie.

 

Un presidio antifascista è stato organizzato in piazza Prefettura a Bari per martedì prossimo, 25 settembre, alle ore 18.30. È solo la prima di tante mobilitazioni «necessarie per dire con forza che Bari non accetta l’odio, il razzismo e la violenza fisica».

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