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05/10/2021

 

Quando nelle grandi città non va al voto più della metà degli elettori, e il dato nazionale si ferma al 54%, perdono tutti, anche quelli che hanno vinto la sfida di questo primo turno delle elezioni amministrative. Ci sarà modo di analizzare più a fondo la geografia politica del paese consegnata dalle urne, e quali saranno i riflessi sui partiti e sul governo.

 

Ma tre sono i messaggi molto semplici già chiarissimi.

 

Il primo, di gran lunga prevalente, ci parla della più bassa affluenza di sempre. E d’altra parte, al netto dello storico, progressivo distacco tra chi governa e chi è governato, in questa competizione amministrativa, ed è il secondo messaggio del voto, i partiti, e specialmente quelli del centrodestra, hanno presentato candidature di terza scelta, testimoniando, oltre i problemi di una coalizione senza leader, la crisi di una classe dirigente che ha gonfiato l’astensionismo, specialmente leghista.

 

Naturalmente lo sciopero del voto riguarda anche il centrosinistra, con il Pd senza popolo, forte nei centri storici, e i 5Stelle sprofondati, con un risultato drammatico per chi tutt’ora rappresenta la forza di maggioranza relativa. Espulsi dalla contesa più importante della Capitale, con la dignitosa ma sonora sconfitta dell’ex sindaca Raggi.

 

Tuttavia se i candidati portano la croce, bisogna anche chiedersi perché mai un cittadino, che ha visto tutti i partiti confondersi nel governo di un economista che guida il paese con il pilota automatico, dovrebbe improvvisamente appassionarsi a una competizione elettorale.

 

Anche per questo, la soddisfazione del segretario Letta per il risultato del Pd «in sintonia con il paese», e del voto in generale «che rafforza Draghi», è comprensibile ma tutt’altro che rassicurante di fronte a una democrazia dimezzata.

 

Infine, il terzo elemento evidente che le urne ci consegnano è finalmente positivo, dice che chi comunque è andato a votare, ha decretato la sconfitta del centrodestra e premiato le prime prove di unità del centrosinistra, come a Napoli e a Bologna (Milano fa caso a se).

 

È una indicazione politica per il futuro: le destre si possono battere solo se di fronte hanno l’unità delle forze di centrosinistra.

03/10/2021

da il Manifesto

Gaetano Lamanna

 

Reato di umanità. Siamo ad una clamorosa contraddizione tra legge e giustizia che non vanno sempre d’accordo. Spesso per fare o avere giustizia si deve cambiare una legge. È accaduto tante volte

 

Trattato come un delinquente. Prima del processo aveva subito un provvedimento di allontanamento da Riace. Non poteva rientrare nel suo paese nemmeno per fare visita al padre vecchio e malato. Considerato peggio di un mafioso. Si dà il caso, però, che Mimmo Lucano non sia un mafioso, ma un cittadino onesto, buono e generoso. Una testa dura, come tante in Calabria. Ci troviamo di fronte ad una contraddizione clamorosa tra legge e giustizia. Non sempre la legge va d’accordo con la giustizia. Spesso per fare o avere giustizia si deve cambiare una legge. È stato fatto tante volte. Ma è un processo lungo e laborioso. Richiede a volte battaglie, movimenti, petizioni popolari, referendum, prima che il parlamento si decida a cambiare una legge ingiusta o a promuovere dei diritti.

 

È stato così per lo Statuto dei lavoratori. È così per lo ius soli. È stato così per il delitto d’onore, per l’aborto, per il divorzio, e tanti altri esempi si potrebbero fare. Il diritto, che sta alla base della legge, si evolve, segue la storia, si aggiorna in base ai mutamenti storici e politici. Al tempo dei greci e dei romani, la schiavitù non era illegale. Nel medioevo i privilegi feudali e la servitù della gleba erano legali. Il diritto non è neutro.

 

Il più delle volte si limita a codificare norme, convenzioni, costumi, già in uso. Trasforma in legge lo status quo. In genere prende atto dei rapporti di potere. Con la rivoluzione francese la borghesia nascente rovescia il vecchio mondo feudale, plasmato a misura dell’aristocrazia, stretto da vincoli, privilegi e regole che impedivano l’accumulazione del capitale, il libero mercato e lo sviluppo industriale. Per andare a tempi più recenti, durante i governi a guida Berlusconi abbiamo visto anche leggi ad personam, reati declassati o spariti dal codice da un giorno all’altro.

 

Il diritto, dunque, è stato sempre modellato sulla base degli interessi della/e classe/i al potere. È la storia. Fuori della storia e del buon senso sono i giudici di Locri. Per fare funzionare il modello Riace, un modello di accoglienza e di inclusione studiato in tutto il mondo, Mimmo Lucano ha dovuto infrangere leggi vecchie e inadeguate. Come quella, ad esempio, che non dà diritto ai bimbi che nascono e studiano in Italia di avere la cittadinanza. O come quella che nega la casa popolare, il diritto ad un alloggio agli immigrati regolari che sono residenti in Italia da meno di 10 anni. Mimmo Lucano si è inventato il lavoro, ha messo in movimento un’economia asfittica.

 

E per fare questo ha dovuto inventarsi perfino una moneta alternativa. Un modo che permettesse ai nuovi arrivati di vestirsi e di mangiare, fino a quando il ministero dell’Interno, guidato allora da Marco Minniti ( e poi da Salvini), non si fosse degnato di trasferire un po’ di soldi per pagare i fornitori. A Riace case, botteghe artigiane, negozi, avevano riaperto i battenti. Il paese si era ripopolato, ritornando a nuova vita, al contrario di tanti paesi morti della Calabria.
Ai coccodrilli che piangono per i borghi abbandonati, il sindaco di Riace aveva mostrato una via concreta per la rinascita.

 

Un’alternativa allo spopolamento e all’abbandono dei villaggi. Dopo la rottura del latifondo e la riforma agraria, la Calabria è entrata nella modernità pagando un prezzo altissimo in termini di emigrazione. Ha fornito braccia a buon mercato allo sviluppo industriale del Nord e dell’Europa. Ha distrutto un artigianato fiorente che non ha retto l’urto del mercato dei prodotti industriali. Anche molti che avevano beneficiato della riforma agraria hanno abbandonato le campagne per lo scarso sostegno pubblico, indirizzato soprattutto ad agevolare l’attività edilizia e commerciale, oltre che posti di lavoro nella pubblica amministrazione.

 

La Calabria diventa terra di consumo. Si sviluppa un’economia dipendente e funzionale alla crescita economica delle regioni centro-settentrionali. Con un ceto politico attento solo ad intercettare i flussi di spesa pubblica e a gestire affari e malaffari. In questo contesto non c’è posto per la Calabria dei villaggi, per le comunità rurali, collinari e montane.

 

Mimmo Lucano ci ha fatto intravedere (in una piccola realtà) un’alternativa possibile, un modo innovativo e solidale per far rinascere i nostri borghi. Scontrandosi con l’ottusità della burocrazia e con politici attenti al loro tornaconto personale. Nel frattempo, Marco Minniti, dopo avere avuto tutto (e di più) dal suo partito, si è seduto sul comodo treno della Fondazione Leonardo. Mimmo, invece, se l’è dovuta vedere con magistrati che invece di perseguire l’illegalità mafiosa hanno acceso i riflettori sui suoi reati. Commessi con la convinzione di fare del bene. Era l’unico modo per salvare vite, per fare andare avanti una vera integrazione, per sbloccare situazioni impigliate nei meandri della burocrazia e o ritardate da leggi inadeguate.

 

Mimmo Lucano è un «fuorilegge», ha agito in difformità di leggi ingiuste o sbagliate che non gli permettevano di agire a favore degli immigrati e degli abitanti di Riace. Non è certo un ladro o un criminale, come ce ne sono tanti anche in doppio petto. Questa condanna è una vergogna. Una grave ingiustizia. Chi non accetta le ingiustizie e si batte per il cambiamento non ha che schierarsi con lui, mostrando che non è solo e isolato, ma un punto di riferimento. Il voto del 3-4 ottobre è l’occasione. È il modo per esprimergli, non solo a parole, solidarietà.

02/10/2021

Giulio Cavalli

da Left

 

Mimmo Lucano è stato condannato in primo grado di giudizio a 13 anni e due mesi. Le sentenze non si commentano ma si possono confrontare. Luca Traini, che a Macerata nel 2018 sparò per strada contro alcuni immigrati e ne ferì sei, è stato condannato in via definitiva a 12 anni

 

Il 3 febbraio 2018, verso le ore 11, a Macerata, furono esplosi alcuni colpi di pistola nel centro cittadino da una vettura in movimento, una Alfa Romeo 147 nera, ferendo diverse persone e colpendo anche negozi ed edifici. I colpi furono esplosi con una Glock 17, pistola semiautomatica calibro 9, davanti alla stazione, in via Velini e in via Spalato, ma anche a Piediripa di Macerata, Casette Verdini, via Pancalducci e Borgo San Giuliano.Tra gli altri, fu colpita anche la sede locale del Partito democratico. Nell’attacco, rimasero ferite sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana con età compresa tra i 20 ed i 32 anni. Il sindaco di Macerata, Romano Carancini, diramò l’allerta, invitando i cittadini a restare in casa, avvertendo della presenza di una persona che stava sparando in città e informando di aver già fermato il trasporto pubblico e di aver chiesto alle scuole di tenere i bambini all’interno. Per l’attacco venne arrestato Luca Traini, un uomo di 28 anni, il quale, secondo la ricostruzione, sarebbe partito da Tolentino e, dopo aver sparato, sarebbe sceso dall’auto davanti al Monumento ai Caduti cittadino, dove avrebbe fatto il saluto romano e gridato “Viva l’Italia” con un tricolore legato al collo, prima di arrendersi alle forze dell’ordine. Nella sua casa furono rinvenuti elementi riconducibili all’estrema destra, tra cui una copia del Mein Kampf e una bandiera con la croce celtica. Il 24 marzo 2021 è stata confermata dalla Cassazione la condanna a 12 anni di reclusione. Mimmo Lucano è stato condannato in primo grado di giudizio a 13 anni e due mesi: in Italia i migranti conviene ucciderli, mica accoglierli.

 

Se invece vogliamo parlare di danno erariale allo Stato allora c’è un’altra storia interessante. Il 16 aprile 2012 il Corriere della Sera lancia la notizia secondo cui uno dei fiduciari svizzeri di Pierangelo Daccò, amico di Formigoni e uomo vicino a Comunione e Liberazione riceveva denaro per facilitare le pratiche in Regione. Arrestato per aver creato milioni di fondi neri nello scandalo dell’Ospedale San Raffaele e aver distratto dal patrimonio della Fondazione Maugeri circa 70 milioni di euro sotto forma di consulenze e appalti fittizi, avrebbe pagato viaggi aerei compiuti dallo stesso governatore, da un suo collaboratore, e dal fratello di Formigoni e sua moglie. Tra questi benefici, un viaggio Milano-Parigi da ottomila euro, compiuto il 27 dicembre 2008, pagato da Daccò a Formigoni. Il governatore, però, ha smentito categoricamente i fatti, affermando di non aver ricevuto mai alcun beneficio. Il 19 settembre 2018 Formigoni è condannato in appello a 7 anni e 6 mesi di reclusione. Il 21 febbraio 2019 la condanna è stata ridotta a causa della prescrizione a 5 anni e 10 mesi dalla Corte di Cassazione.

 

Da una ricerca Eures sugli ultimi 10 anni in Italia si scopre che per l’omicidio volontario la durata media della pena inflitta è di 12,4 anni (il Codice prevede da un minimo di 21 anni all’ergastolo), per l’omicidio preterintenzionale è di 8,8 anni (il Codice prevede da 10 a 28 anni), per l’omicidio colposo 0,5 anni (da 6 mesi a 5 anni per il Codice); 2 anni per la rapina (da 3 a 10 anni) e l’estorsione (da 5 a 10 anni); 0,4 anni per il furto (massimo previsto 3 anni) e per la truffa (da 6 a 12 mesi per il Codice); per la bancarotta 1,3 anni (da 6-24 mesi a 3-10 anni per la “semplice” e la “fraudolenta” per il Codice); 1,1 per la detenzione di armi (da 1 a 4 mesi da 1 a 3 anni) e 1,3 anni per il peculato (da 3 a 10 anni la pena edittale prevista).

 

Le sentenze non si commentano ma si possono confrontare. Un giudice che commina una condanna quasi doppia rispetto alla richiesta dei magistrati deve avere motivazioni interessanti che aspettiamo. Siamo al primo grado di giudizio ma che l’opera di Mimmo Lucano fosse fastidiosa ce ne siamo accorti (e ne abbiamo scritto) da tempo. E attenzione: contro Lucano si era scagliato il Movimento 5 Stelle (un post di Carlo Sibilia si intitolava “Riace non era un modello: è finita l’era del business dell’immigrazione”, solo per fare un esempio). Le ispezioni contro Lucano furono un’idea di un ministro del Pd (sì, lui, Minniti) all’Interno. Quello di Mimmo Lucano è un processo che testimonia un tempo di cui sono colpevoli anche molti che oggi solidarizzano. Insomma, è una storia che fa schifo dappertutto.

 

Aspettiamo le motivazioni, piuttosto demotivati.

Tonino Perna

 

La sentenza del tribunale di Locri, che condanna Mimmo Lucano alla pena di 13 anni e due mesi, lascia esterrefatti, indignati, increduli. Quella parte del nostro paese che ancora crede nella democrazia e nell’amministrazione della giustizia ne resta sconcertata.

 

Se la richiesta del Pubblico ministero, di una pena di 7 anni, già sembrava una mostruosità, con questa sentenza il giudice ha giocato al raddoppio andando al di là di ogni possibile appiglio giuridico.

 

Conosco Mimmo Lucano dall’autunno del ’98 quando venne a Badolato, dove il Cric (una Ong molto attiva in quel periodo) aveva realizzato il primo progetto di accoglienza degli immigrati, con la finalità di far rinascere un borgo antico abbandonato.

 

Mimmo con la semplicità e spontaneità che lo ha sempre contraddistinto ci disse che voleva fare la stessa cosa nella sua Riace: «Mi date una mano?». Così nacque il progetto-Riace, grazie ad un prestito importante di Banca Etica e, soprattutto, alla solidarietà di decine di associazioni, italiane e straniere, a partire dalla comunità anarchica di Longo mai che oltre all’aiuto in denaro organizzò un flusso di centinaia di turisti solidali.

 

Per non parlare di Recosol, la rete del Comuni Solidali che per quasi vent’anni ha sostenuto in tanti modi questa esperienza, diventata un progetto collettivo.

 

Mimmo Lucano ne rappresenta l’icona, avendogli dedicato tutta la sua vita da adulto, fino a rinunciare alla propria famiglia per occuparsi dell’accoglienza dei migranti. Colpirlo in questo modo significa colpire il modello Riace, conosciuto in tutto il mondo come simbolo concreto e veicolo formidabile di un’altra immagine della Calabria e dell’Italia, capace di dimostrare l’esistenza di una alternativa reale alle baraccopoli, ai ghetti, alle politiche di respingimento di esseri umani che chiedono solo di poter vivere con dignità.

 

Non solo. Il modello Riace, per fortuna ripreso da diversi comuni calabresi e di altre regioni, è stata e resta la strada maestra per il recupero delle aree interne abbandonate e degradate, offrendo una risposta efficace ai rischi ambientali di smottamenti, frane, alluvioni, in gran parte dovuti proprio a questo drammatico, progressivo abbandono di territori vasti e preziosi per il futuro sostenibile del paese.

 

Ma, cosa ha fatto di così grave Lucano per meritare una pena che viene comminata ad assassini incalliti, a mafiosi, a trafficanti internazionali di droghe, a stupratori seriali, a terroristi? L’ex sindaco di Riace viene accusato di favoreggiamento di immigrazione clandestina per aver consigliato ad una donna immigrata, disperata perché stava per essere respinta nel suo paese, di sposare un uomo anziano.

 

Chi di noi in queste circostanze non si sarebbe sentito di suggerirlo come stremo rimedio? E in ogni caso, se è un reato celebrare un matrimonio tra una giovane donna immigrata e un anziano italiano allora annulliamo migliaia di matrimoni e arrestiamoli tutti.

 

L’altra pesante e incredibile accusa che gli viene contestata è quella di clientelismo a fini elettorali, di truffa, peculato e abuso d’ufficio, ma non un euro gli è stato trovato nelle sue tasche, né esiste alcuna prova che si sia appropriato di denaro pubblico in qualche modo.

 

La verità, scomoda, molto scomoda, è una sola: Lucano è accusato di «reato d’umanità» per aver accolto decine di migliaia di immigrati, che la Prefettura gli inviava come ultima spiaggia. Per aver cercato di farli lavorare dignitosamente, per aver fatto rinascere un paese totalmente abbandonato, Lucano è diventato un dei più pericolosi delinquenti in circolazione.

 

Le sue lacune amministrative, l’avere poca dimestichezza con le regole burocratiche gli hanno fatto commettere errori amministrativi, dove tuttavia non c’è dolo, appropriazione di denaro, tangenti o associazioni a delinquere, ma solo ingenuità, superficialità e, se vogliamo, faciloneria di chi non sopporta i vincoli della nostra farraginosa burocrazia.

 

Con questa sentenza il tribunale di Locri inserisce, di fatto se non di diritto, il «reato d’umanità» nel panorama giuridico del nostro paese, creando un precedente inquietante. È un ennesimo segnale che ci mostra la crisi profonda che attraversa la nostra magistratura, e quindi le istituzioni democratiche. Ne prendiamo atto, ma non ci arrendiamo perché non vogliamo finire nella terra di Erdogan.

 

E per salvare la nostra democrazia e la nostra stessa società, già oggi si terrà una manifestazione a Riace in suo sostegno. Naturalmente non ci fermeremo qui, puntando sul fatto che in Appello si possa smontare questa sentenza incredibilmente iniqua.

 

Leggi il dispositivo della sentenza qui

30.09.2021

da il Manifesto

Massimo Franchi 

 

Strage Infinita. Ieri due decessi in Puglia, uno a Roma. Orlando: nuove norme la prossima settimana

 

In un giorno e mezzo almeno dieci morti sul lavoro. Una vera mattanza che alza la media giornaliera dei tre decessi dall’inizio dell’anno, certificati dall’Inail, in costante aumento rispetto all’anno scorso.
La lunga striscia di sangue ieri ha colpito particolarmente la Puglia dopo che a cavallo fra agosto e settembre si era concentrata in Toscana. Il settore delle costruzioni si conferma quello più a rischio con i sindacati che non si stancano di chiedere la «patente a punti» per garantire più sicurezza, fermando le imprese inadempienti.


Si chiamava Pietro Vittoria, aveva 47 anni, era sposato e aveva due figli l’operaio della ditta Edil San Felice di Nola (Napoli) morto ieri mattina dopo essere stato investito da un tir mentre stava effettuando alcuni lavori sull’autostrada A14 Bologna-Taranto, nelle vicinanze del casello di San Severo (Foggia). A investire il 47enne, originario di Maddaloni (Caserta), è stato un camionista brindisino che subito dopo aver travolto con il proprio mezzo l’operaio si è fermato per soccorrerlo.


Sempre in Puglia ma a Mesagne, in provincia di Brindisi, un muratore di 42 anni, Benito Branca, è morto mentre stava ristrutturando una palazzina. L’uomo si trovava sul marciapiedi quando sono crollati l’impalcatura, il balcone e parte del solaio le cui macerie lo hanno schiacciato. Verso le ore 12, mentre erano in corso lavori di manutenzione dello stabile, si è verificato il cedimento della struttura. In pochi istanti si è creato un cumulo di macerie: i presenti hanno iniziato a scavare con le mani. Ma non sono riusciti a salvare il muratore.


Ieri pomeriggio un operaio è morto precipitando da un’impalcatura in un cantiere in viale America all’Eur a Roma. Da una primissima ricostruzione della polizia, sembra che il 47enne sia precipitato dall’impalcatura all’undicesimo piano. Inutili i soccorsi.


Il quarto incidente mortale sul lavoro si è verificato in Alto Adige. A Rifiano, in Val Passiria, nella zona di Merano, un agricoltore di 50 anni è morto schiacciato dal trattore che stava guidando in un frutteto quando improvvisamente il mezzo si è ribaltato, rimanendo incastrato sotto e morendo sul colpo.


Anche il premier Mario Draghi è rimasto colpito dalla mattanza di martedì e ha iniziato la sua conferenza stampa di ieri leggendo nome, cognome ed età delle vittime ed esprimendo «il più sentito cordoglio» suo e del governo. «La questione delle morti sul lavoro assume sempre più i contorni di una strage che funesta l’ambiente economico e psicologico del paese», annunciando «pene più severe e immediate e collaborazione all’interno dell’azienda per individuare precocemente le debolezze in tema di sicurezza lavoro»,


Dopo le misure annunciate lunedì nell’incontro fra governo e sindacati – banca dati unica, semplificazioni per le assunzioni di 2.700 ispettori con 800 che entreranno in funzione entro il 2021 – ieri il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha ribadito la volontà di accelerare: «Introdurremo norme, credo già la prossima settimana. Norme che individuino sanzioni più tempestive per imprese che non rispettano le regole, che facilitino la possibilità di raccogliere i dati di chi compie violazioni. Poi potenziamento delle strutture di controllo, delle competenze e dell’organico dell’Ispettorato del lavoro, ma anche monitoraggio sull’attività delle Asl», che hanno competenza primaria in materia. Tutte cose richieste dal nuovo direttore dell’Ispettorato nazionale sul lavoro, l’ex magistrato Bruno Giordano anche nell’intervista al manifesto di agosto.


Toccherà poi ad un Piano dal carattere più complessivo usando anche i fondi del Pnrr. I segretari di Cisl e Uil, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri plaudono all’urgenza delle misure annunciate da Draghi, mentre Maurizio Landini della Cgil registra i progressi del governo ma chiede norme che «fermino le aziende sino a quando non sono ripristinate le norme di sicurezza». Il presidente Carlo Bonomi di Confindutria rilancia la sua proposta di istituire «commissioni paritetiche in azienda per intervenire» ma chiede al governo di intervenire, più che sulle sanzioni ex post, su interventi che «facciano in modo che gli incidenti non avvengano».

29/09/2021

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il lavoro uccide. Il giorno dopo un'intesa annunciata dal governo con i sindacati la strage sul lavoro continua: da Milano a Capaci sei lavoratori sono morti soffocati dall’azoto, precipitando dalle impalcature, schiacciati sotto un tir, decapitati da una trebbiatrice. Il bilancio è terrificante: solo nei primi 7 mesi del 2021 i morti sono 677

 

Si muore ustionati o soffocati dall’azoto liquido. Si muore precipitando dalle impalcature a pochi metri dal suolo. Si muore schiacchiati da un tir o decapitati dalle lame di una trebbiatrice. Il lavoro uccide, non per fatalità, ma per una fitta serie di concause, molte prevedibili e altre no. Tutte comunque create dagli esseri umani che operano dentro e fuori le imprese, in proprio o in subappalto, e ancora per contratto.

 

JAGDEEP Singh, 42 anni, e Emanuele Zanin, 46 anni lavoravano per la ditta «Autotrasporti Pe» di Costa Volpino che lavora in subappalto per la monzese «Sol Group spa». Ieri hanno perso la vita soffocati dall’azoto liquido durante un rifornimento della sostanza all’ospedale Humanitas di Pieve Emanuele in provincia di Milano. L’imbianchino Valeriano Bottero di 52 anni è morto precipitando da un’impalcatura mentre lavorava per la ditta «Lavor Metal nella zona industriale di Loreggia in provincia di Padova. Leonardo Perna, 72 anni, titolare di un’azienda meccanica, caduto da una scala a due metri d’altezza ha perso la vitae a Nichelino vicino a Torino. Giuseppe Costantino, 52 anni, aveva finito le operazioni di carico e scarico della merce a Capaci vicino a Palermo. Si era spostato nella parte posteriore del Tir. Ma il mezzo si è messo in movimento e le sue ruote lo hanno stritolato. Verso le 20.30 di ieri sera il corpo decapitato di un lavoratore agricolo di 54 anni dalle lame di una trebbiatrice è stato trovato a Pontasserchio in provincia di Pisa. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco per liberare il corpo rimasto intrappolato nella macchina.

 

IN ITALIA, da ieri, ci sono sei vite in meno alle quali rendere giustizia. Insieme alle altre 677 che, secondo gli ultimi dati sulle denunce presentate all’Inail (saranno aggiornati domani), sono state straziate nei primi sette mesi del 2021. Dovevano vendere la loro forza lavoro in cambio di un salario, hanno reso la vita per la quale non c’è alcun prezzo.

 

DAVANTI a questa macchina di morte la situazione è talmente grave, e l’inadeguatezza politica, istituzionale e morale è così ampia che, all’indomani dell’incontro con Cgil Cisl e Uil a palazzo Chigi, il ministro del lavoro Andrea Orlando ha sentito il bisogno di precisare: «Non basta un incontro con le sigle sindacali per debellare una piaga come questa. Purtroppo i limiti che oggi registriamo sono il frutto di scelte non fatte in passato».

 

NO, NON BASTA un solo incontro. E non bastano probabilmente le misure che sono state annunciate dopo il primo. Molte di queste avrebbero dovuto essere adottate già uno, tre, cinque o dieci anni fa. Quando i morti del lavoro erano migliaia in meno. L’assunzione di 2300 nuovi ispettori del lavoro, ad esempio: 1400 erano state già annunciate tre anni fa. Una riforma della formazione di lavoratori e imprenditori, le sanzioni da applicare a seguito delle ispezioni e una banca dati unica delle stesse sanzioni. È difficile immaginare il livello di efficacia di queste misure. Gli incidenti sul lavoro, in particolare in quello metalmeccanico, edile o nei servizi logistici o di fornitura sono eventi che accadono nell’ordinaria violenza dei rapporti di lavoro. Ieri sono state indicate altre due misure: «Le aziende appaltanti che non rispettano le norme sulla sicurezza devono essere escluse dalle gare di appalto- sostiene la Cgil – In caso di violazioni non sono sufficienti solo le sanzioni ma vanno sospese tutte le attività produttive fino a quando le imprese non si siano messe in regola».

 

C’È UN ALTRO problema ed è decisivo. Si possono anche varare norme tardive ma comunque necessarie, ma poi nessuno le applica. Lo hanno fatto notare la Cgil con la Funzione pubblica e la Filctem di Milano dopo avere appreso la notizia della morte atroce degli operai soffocati dall’azoto liquido. Il 20 aprile 2018 è stato firmato un protocollo in prefettura a Milano. Da allora non è stato applicato. Come accade a molte altre normative. In vigore, ma solo sulla carta. Una realtà da considerare nel momento in cui si preannunciano nuovi protocolli. Si spiega così la sensazione di impotenza, a tutti i livelli, che accompagna la strage quotidiana dei lavoratori (in media tre al giorno, ieri il doppio: sei). In una «ripresa» post-covid evocata come una manna questa è la realtà materiale: i lavoratori restano soli e così affrontano i rischi. E la morte.

 

«NON ABBIAMO più tempo, non si può più aspettare» è stato detto, di nuovo, ieri. Oltre all’accertamento delle responsabilità penali si dovrebbe agire direttamente, con decisioni efficaci e radicali, sulle responsabilità dell’impresa.

26.09.2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Gregorio Piccin, responsabile pace del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Negli anni ’80 con Berlinguer e Pio La Torre costruimmo un enorme movimento pacifista contro l’installazione dei missili Cruise a Comiso che veniva incoraggiato da Pertini contro Craxi. Ora li installeranno Draghi e il Pd. Non c’è freno al riarmo in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione.


In meno di un mese il governo Draghi ha confermato ufficialmente il proseguimento del programma F35, l’acquisto di 679 nuovi carri armati e la decisione di armare i propri droni.

Ora lanotizia che la Marina militare intende imbarcare sul proprio naviglio, prima sui sommergibili poi anche sulle fregate, i missili Cruise in grado di colpire obiettivi nel raggio di oltre mille chilometri.
La chiamano “Naval Diplomacy”, e parlano chiaramente di presidio degli interessi nazionali nel così detto Mediterraneo allargato.


Hanno persino dismesso la retorica della “guerra umanitaria” che negli anni novanta e duemila è servita a mascherare la nostra belligeranza e farla digerire all’opinione pubblica.


L’Italia è un Paese che in ossequio alla Nato ed ai fatturati della propria industria bellica nazionale ha già accumulato pesantissime responsabilità diguerra.
Non solo riduzione delle spese militari: in questa situazione, si deve imporre un dibattito sul Modello di Difesa apertamente belligerante che l’Italia si è data, divoratore di risorse e guerrafondaio.

 

Il partito trasversale dei bombardieri, oggi brillantemente rappresentato dal governo Draghi, merita un’opposizione senza se e senza ma.

25/09/2021

da il Manifesto

Serena Tarabini

 

Ambiente. «Cambiare il sistema, non il clima». Due anni di pandemia non hanno intaccato la forza del movimento. Molte le critiche rivolte a Cingolani, definito dai manifestanti «ministro della finzione ecologica». Draghi all’Onu: «Ascoltare chi chiede il cambiamento»

 

Milano, Roma, Genova, Venezia, Bolzano, Bari, ma anche Londra, New York, Melbourne, Città del Capo, Nuova Delhi, a grande scala o piccola scala, venerdi 24 settembre 2021 ha visto nelle piazze di ogni città fiumi colorati di giovani in marcia a scuotere il tavolo dove i grandi della terra discutono e decidono come se di tempo ce ne fosse a sufficienza.

UN APPUNTAMENTO e un successo planetario il ritorno in piazza dei Fridays For Future: due anni di pandemia non ne hanno intaccato l’energia, la creatività, la determinazione, l’entusiasmo: gli slogan quelli di sempre «Non abbiamo un pianeta B», «Cambiare il sistema, non il clima» ma anche dei nuovi «Fate pagare la crisi ai ricchi», «Giustizia climatica e giustizia sociale» a indicare quel salto di consapevolezza che hanno fatto in questi tanti mesi che li hanno tolti dalle piazze e li hanno costretti alle scrivanie: un tempo durante il quale non hanno evidentemente smesso di comunicare, confrontarsi e osservare un mondo che non divide in parti uguali responsabilità e conseguenze della crisi climatica.

LA PAGINA WEB del movimento riporta i numeri di questo appuntamento: 97 paesi, 1155 città, incontabili i partecipanti totali, e che abbiano superato o no il mezzo milione previsto, poco importa.

Nella sola Germania che si appresta al voto federale in due giorni i manifestanti sono stati centinaia di migliaia, e nella capitale Berlino è arrivata anche Greta Thumberg, secondo la quale nessun partito ha fatto veramente qualcosa per il clima.

A LONDRA A DARE MANFORTE ai giovanissimi manifestanti che si sono radunati in piazza del parlamento e hanno marciato verso la cattedrale di Westminster c’era anche il leader radicale Jeremy Corbyn che ha affibbiato alla 26 esima Conferenza delle parti sul Clima che si terrà nel Regno Unito, la definizione di “Festival del Greenwashing”. A Glasgow, la città scozzese sede del vertice, i manifestanti si sono diretti sotto il Parlamento.

PIENE DI STUDENTI LE PIAZZE e le strade di molte altre capitali europee quali Vienna, Praga, Varsavia, dove i giovani manifestanti si sono gettati a terra a simulare la fine del pianeta.

«Siamo qui perché stiamo dicendo un forte ‘no’ a ciò che sta accadendo in Polonia, il regno del carbone», ha detto l’attivista di 19 anni Dominika Lasota, «Il nostro governo ha bloccato per anni qualsiasi tipo di politica climatica e ignora le nostre richieste per un futuro sicuro». Nel continente Africano le manifestazioni più corpose si sono svolte in Uganda dove l’attivista Hilda Flavia Nakabuye, dopo aver capito che la crisi climatica era responsabile delle alluvioni che hanno costretto la sua famiglia ad abbandonare la propria terra, ha fondato Fridays for Future Uganda nel 2019, che nel giro di pochi anni è diventato il più grande movimento giovanile dell’Africa. In Sudafrica si sono svolte manifestazioni in 12 città nell’ambito di uno sciopero di tre giorni per chiedere al governo di supervisionare una giusta transizione dai combustibili fossili.

NELL’AMERICA DEL NORD sconvolta da uragani e incendi si sono svolti quasi 200 eventi, 168 solo negli USA e le proteste più grandi si sono viste a New York City and Los Angeles; in Canada, in particolare in Quebec, più di 100 mila studenti hanno puntato il dito contro un’azione politica non altezza della crisi. In Messico, i manifestanti si sono radunati davanti al Palazzo Nazionale di Città del Messico per chiedere alla compagnia petrolifera statale Pemex di presentare un piano per la decarbonizzazione.

Grandi manifestazioni anche in Brasile e Argentina. In Bangladesh gli attivisti hanno chiesto la demolizione delle nuove centrali elettriche a carbone e gas, mentre in Pakistan Yusuf Baluch, 17 anni, un giovane attivista nella provincia del Belucistan, ha affermato che il ritorno agli eventi di persona è fondamentale per costringere i leader ad affrontare la crisi planetaria.

A PROPOSITO DI CLASSE POLITICA, nelle tantissime e partecipate manifestazioni che si sono svolte in Italia e che hanno visto partecipare migliaia di studenti, il ministro per la Transizione Ecologica Cingolani è stato frequentemente bersaglio di slogan e dichiarazioni.

 

Fridays for Future a Roma, foto Simona Granati

 

A Milano, città fulcro delle mobilitazioni dovendo ospitare a breve la pre-COP 26, è stato definito «Ministro della finzione ecologica» per i pochi fatti messi in fila e le tante parole anche sgradite, come quelle sui radical chic del clima e sul nucleare.

Non si fanno buttare fumo negli occhi i Fridays italiani, anche se recentemente il ministro sembra essere stato riportato a più miti consigli dal premier Draghi che, almeno a parole, non perde occasione per rimarcare la gravità della crisi climatica e l’urgenza di un’azione radicale.

L’ultimo intervento ieri all’Assemblea generale dell’Onu, è stato un vero assist nei confronti dei giovani attivisti per il clima, «portatori di cambiamento che è un dovere ascoltare»: il premier ha dichiarato che «in qualità di Presidenza del G20 e partner del Regno Unito nella Cop 26», l’Italia intende raggiungere obiettivi ambiziosi, riducendo il più possibile, nel prossimo decennio, la CO2 prodotta da combustibili fossili e gli altri gas clima-alteranti, incluso il metano e di voler raggiungere un’intesa globale per interrompere al più presto l’uso del carbone e bloccare il finanziamento di progetti di questo tipo. E’ proprio il caso di dire «bentornati Fridays».

24/09/2021

Alfonso Gianni

da il Manifesto

 

Confindustria/governo. Era già accaduto dieci anni fa, come ha ricordato Bonomi, quando “l’uomo della necessità”, secondo lo stesso capo di Confindustria, era presidente della Bce. Ma questa volta l’accoglienza a Draghi ha significato un salto di qualità nei rapporti fra Confindustria e governo. Non erano così caldi all’inizio

 

Non avendo un applausometro è difficile stabilire se la standing ovation che i 1170 invitati alla Assemblea nazionale della Confindustria hanno tributato a Mario Draghi, abbia superato o meno, per durata e intensità, gli applausi riservati ad altri presidenti del consiglio in occasioni passate. Come, per esempio, quelli che hanno accompagnato l’affermazione di Berlusconi nel 2017 al convegno dei giovani industriali a Capri, quando definì gli imprenditori “eroi”. Non è la prima volta che i partecipanti alle assisi confindustriali applaudono Draghi. Era già accaduto dieci anni fa, come ha ricordato Bonomi, quando “l’uomo della necessità”, secondo lo stesso capo di Confindustria, era presidente della Bce.

 

Ma questa volta l’accoglienza a Draghi ha significato un salto di qualità nei rapporti fra Confindustria e governo. Non erano così caldi all’inizio. L’associazione padronale aveva adottato una tattica più insidiosa, cercando di disarticolare la nuova maggioranza, ministero per ministero, quasi a costruirsi una propria interfaccia governativa. Risultò evidente quando gli strali confindustriali si concentrarono con successo sul timido tentativo del ministero del lavoro di prorogare il blocco dei licenziamenti. Il gioco diventò scoperto quando Confindustria riuscì a modificare il testo dell’”avviso comune” fra governo e sindacati al punto da toglierne qualsiasi efficacia.

 

Il fatto che l’ovazione nei confronti di Draghi sia partita prima ancora che il Presidente del Consiglio prendesse la parola mostra appunto che non si è trattato di un fatto emozionale, ma politicamente orchestrato.
Il discorso di Draghi si è limitato, nella sua prima parte, a riprendere elementi noti, cavalcando la corsa del Pil previsto al 6% a fine anno, ma con minore enfasi rispetto ad altri. Ha ricordato che si tratta di un rimbalzo dalla situazione molto grave (-8,9%) del 2020 e che per parlare di ripresa bisogna aspettare l’anno che viene, sapendo che “tra i dipendenti, tre quarti dei nuovi occupati” sono con contratto a termine e che “nel 2020, più di due milioni di famiglie erano ancora in condizione di povertà assoluta”. Ma “il rafforzamento dell’economia passa attraverso l’apertura dei mercati”, confermando un’impronta ordoliberista per cui l’intervento pubblico, non eccessivo, deve soprattutto accogliere le logiche private della profittabilità. Con conseguente esaltazione del ruolo delle imprese.

 

Ha certamente ragione Landini nel lamentare che su questioni cruciali il Presidente del Consiglio non abbia speso parola o quando lo ha fatto, di sfuggita, l’abbia fatto male. Sulla scottante questione delle multinazionali: silenzio. Sull’aumento delle bollette energetiche solo l’impegno ad eliminare per l’ultimo trimestre gli oneri di sistema. Parole di circostanza sulla transizione ecologica. Sul Mezzogiorno ci si accontenta del 40% degli investimenti e a un semplice cenno alle aree interne. Sulla riforma fiscale, il cui testo ancora non c’è, Draghi ha confermato che il governo non intende alzare le tasse, il che equivale a rassicurare sull’assenza di qualsiasi patrimoniale.

 

Ma il senso politico del suo discorso arriva alla fine. In cauda venenum. Draghi proclama l’esigenza di “una prospettiva economica condivisa” che subito identifica con quella di “patto sociale” lanciata da Bonomi. Il che raccoglie le perplessità di Landini nel dopo assemblea, visto che il “patto” non è sostanziato da proposte precise, e diversamente l’entusiasmo del segretario della Cisl fautore del ritorno della concertazione.

 

Per farlo Draghi rovescia letteralmente il senso della storia sociale e politica del paese. Per lui la ricostruzione post bellica era dovuta alle buone relazioni tra le parti sociali, cancellando le lotte durissime, i reparti confino, i corpi di operai e contadini lasciati inerti sul terreno dopo le cariche della polizia. Mentre considera la stagione che diede vita allo Statuto dei diritti dei lavoratori e alle uniche riforme che il paese ha conosciuto, come quella in cui “col finire degli anni ’60” avremmo assistito “alla totale distruzione delle relazioni industriali”. Il protagonista della ricostruzione di allora, il conflitto sociale e politico, non solo viene fatto sparire, ma colpevolizzato di un degrado sociale che, al contrario, ha tutt’altri tempi e cause. Invece levatrice di una nuova narrazione sarebbe “la virtù dell’impresa … di cui l’Italia andrà fiera”.

 

Quella virtù, come invece ben sappiamo, che è causa delle basse retribuzioni, della precarietà, del divario crescente Nord-Sud, dell’aumento della povertà, della insistenza di avere tutti al lavoro in piena pandemia, malgrado sia stata e tutt’ora venga ampiamente foraggiata dal denaro pubblico. Che distanza fra i Campi Bisenzio della Gkn e l’Eur della Confindustria. Realtà antagoniste. Nella seconda vincono Draghi e Bonomi. Nella prima no.

23/09/2021

 

Riproponiamo dal sito dell'associazione Attuare la Costituzione l'intervento del professor Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale.

 

 

 

La stampa odierna pone in risalto l’inizio delle assunzioni di ITA (Italia trasporto aereo) secondo una libera scelta del Presidente Altavilla e dell’Amministratore delegato Lazzerini senza rispettare lo statuto dei lavoratori e il contratto collettivo nazionale di lavoro.

 

Inoltre è stato annunciato che, a cose fatte, sarà emanato in modo autonomo dai dirigenti della S.p.A. ITA un regolamento aziendale dal quale risulterà la disciplina del rapporto di lavoro dei dipendenti assunti, in barba alle disposizioni legislative vigenti e soprattutto in palese contrasto con i principi e i diritti fondamentali della nostra Costituzione.

 

Si tratta di un atto esecrabile che ha tutti i connotati della prepotenza e della decisa volontà di violare i principi essenziali della democrazia.

 

Probabilmente Altavilla e Lazzerini si sentono forti della protezione dell’Unione europea e di Draghi in questo processo di distruzione totale del nostro trasporto aereo, evidenziato soprattutto dalla riduzione governativa del contributo iniziale da 3 miliardi a un miliardo e 300 milioni, in modo da creare una compagnia di piccole dimensioni appetibile da altre compagnie aeree. E si pensi che circa due anni fa Lufthansa si disse disponibile a comprare Alitalia solo limitatamente al personale di volo, escluso il personale di terra e della manutenzione, con la metà degli aerei e con un numero di dipendenti non superiore ai 3000, con contratti indipendenti dagli obblighi del contratto nazionale di lavoro. Esattamente quello che è stato fatto.

 

E si deve sottolineare in proposito che Mario Draghi, nel discorso di insediamento, pronunciò testualmente le seguenti parole “Sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi, dobbiamo spostarci gradualmente da un approccio generalizzato a misure di supporto più mirate, che distinguano tra imprese sostenibili e non sostenibili, non tutte le imprese in crisi dovrebbero ricevere supporto pubblico e le risorse non dovrebbero essere sprecate per aziende destinate al fallimento bensì mirare a favorire la “distruzione creatrice”“.

 

Cosa voglia dire distruzione creatrice è agevole capire: si tratta di eseguire la volontà dei mercati, di considerare i lavoratori (che pure si dice di voler proteggere) una pura merce e significa, soprattutto, violare i principi fondamentali della nostra Costituzione e disinteressarsi delle sorti del Popolo italiano, in modo da renderlo schiavo dei Paesi più potenti d’Europa.

 

Con queste premesse mantener ferma Alitalia e chiedere con forza la sua ritrasformazione in azienda di Stato, sottratta alle leggi di mercato e tenuta a svolgere un servizio pubblico essenziale da coprire con i costi dei biglietti in modo da avere sempre un pareggio di bilancio, diventa la linea del Piave sulla quale devono disporsi le forze attive del Popolo italiano, facendo ricorso al diritto di resistenza ad esso garantito dagli articoli 2, 40, 101, 118, comma 4 e 134 della nostra Costituzione.

 

In sostanza occorre una mobilitazione di tutti i lavoratori italiani che facciano ricorso alle norme costituzionali che li proteggono dagli errori governativi o legislativi, utilizzando lo sciopero generale, di cui all’articolo 40 della Costituzione, e il ricorso al giudice per la remissione delle leggi incostituzionale alla Corte costituzionale ai fini del loro annullamento, come previsto dagli citati articoli 101 e 134 della nostra Costituzione repubblicana e democratica.

 

Professor Paolo Maddalena

Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

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