Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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10/06/2020

Alfonso Gianni

da Il Manifesto

 

Piano Colao. Era francamente difficile immaginare un piano così desolante come quello presentato da Colao. Le 121 slide di cui si compone colpiscono soprattutto per l’assenza di un’idea portante, capace di tenerle insieme, che non sia il logoro canovaccio di ciò che è già stato e che si vuole continuare a fare esistere. Proprio in una situazione come l’attuale vi sarebbe bisogno di un indirizzo chiaro

 

Era francamente difficile immaginare un piano così desolante come quello presentato da Colao. Le 121 slide di cui si compone colpiscono soprattutto per l’assenza di un’idea portante, capace di tenerle insieme, che non sia il logoro canovaccio di ciò che è già stato e che si vuole continuare a fare esistere. Proprio in una situazione come l’attuale vi sarebbe bisogno di un indirizzo chiaro.

E coraggioso tale da rompere con una continuità non solo improponibile ma suicida. Il piano si articola in sei grandi capitoli, i cui titoli già indicano come non ci si voglia discostare da una normalità malata.

Da un lato dominano banalità e genericità. Cosicché assistiamo ad affermazioni difficilmente contestabili perché prive di contenuti valutabili. Può forse qualcuno sostenere che la Pubblica amministrazione non debba essere alleata di cittadini e imprese? Dall’altro lato si cade in affermazioni sconcertanti, come quella di considerare il turismo, l’arte e la cultura semplicemente un “brand del Paese”.

Le infrastrutture e l’ambiente diventano un “volano del rilancio”, così si seppellisce nella retorica il contrasto insanabile che si crea tra le grandi opere, di cui in più punti si raccomanda la realizzazione per favorire il turismo, e il territorio su cui dovrebbero poggiare o attraversare.

Sul fronte dell’istruzione, forse la parte peggiore, si persegue la strada dell’aziendalizzazione della scuola. Di un piano per l’edilizia residenziale pubblica non si parla. Nel punto sulla società “più inclusiva ed equa” si pensa di moltiplicare gli asili nido per coprire le esigenze “del 60% dei bambini” in tre anni, niente di clamoroso, ma un intervento decisivo per l’universalizzazione dello stato sociale e del reddito è fuori da questo orizzonte.

Sul tema lavoro si dà qualche carente risposta alla tragedia occupazionale in gestazione, ma, ad esempio, non si va oltre la generica affermazione di un codice etico per lo smart working, che necessiterebbe invece di non essere ridotto ad una modernizzazione dello sfruttamento del vecchio lavoro a domicilio. In generale il tema lavoro è declinato entro la griglia degli interessi delle imprese, per cui ai fini di contenere il costo del lavoro si raccomanda persino “la defiscalizzazione temporanea per indennità di turni aggiuntivi o lavoro festivo o notturno”.

Il Mezzogiorno è citato parsimoniosamente, ma non come una decisiva questione nazionale ed europea: come un vecchio dimenticato in casa. L’impresa è il pilastro e lo Stato è la sua crocerossina. In linea perfetta con il Carlo Bonomi-pensiero. L’ordoliberismo perde le due prime sillabe.

La proposta del Recovery Fund, di cui si discute in Europa, appare molto più avanzata prevedendo invece che la stragrande maggioranza dei prestiti e degli aiuti siano destinati a interventi pubblici. Bene ha fatto Mariana Mazzucato a non firmare il prodotto della task force, avendo a suo tempo scritto nelle conclusioni del suo Lo stato innovatore (2013): “La tesi che confina il ruolo del settore pubblico alla fornitura di incentivi al settore privato per spingerlo ad innovare (attraverso sussidi, riduzione delle tasse … ) non dà conto (specialmente nel contesto dell’attuale crisi, ma non solo) di tutti quei casi in cui la forza imprenditoriale principale è venuta dallo Stato e non dalle imprese private”.

Si capisce invece la buona accoglienza di Forza Italia che rivendica la maternità di molte proposte; nonché della Lega che impietosamente cita propri emendamenti respinti e qui fatti rivivere, come la liquidazione di fatto del codice degli appalti. Marcucci (Pd) invita Conte e fare proprio l’intero piano Colao. Non è colpa di un olfatto ipersensibile se si comincia a sentire l’odore di nuovi possibili equilibri politici. Intanto i 5Stelle si consolano con gli stati generali dell’export celebrati da Di Maio.

Il nostro paese ha conosciuto esperienze importanti di programmazione economica. Nel dopoguerra l’iniziativa partì dal management pubblico di grandi imprese, quali l’Iri e l’Eni. Dai loro uffici studi l’idea di programmazione, superata la fase ingegneristica, divenne sempre più politica e generale. Fino a coinvolgere direttamente il governo attraverso vari organismi, nonché i partiti. Ma oggi non abbiamo quella qualità di classe dirigente.

Chiedere a questo governo, il cui collante è rappresentato unicamente dall’evitare l’avvento al potere dei Salvini, di avere un’anima e di esprimere una capacità programmatoria è eccessivo. Né la risposta può venire dalle forze politiche che compongono la maggioranza, con un Pd che reclama una svolta che però sta avvenendo a destra rispetto allo stesso Conte, non a caso restio a caricarsi sulle spalle l’intero piano Colao.

Dalla sinistra d’alternativa possono giungere spunti e idee, ma il suo stato di divisione e il suo scarso peso toglie autorevolezza. Una risposta potrebbe venire dal sindacato, dalla Cgil in particolare, fuori dalla logica della concertazione e del compromesso sociale, valorizzando il conflitto nelle sue varie e creative forme, raccogliendo esperienze e intelligenze che non mancano.

Per una programmazione alternativa su come uscire dalla crisi senza allargare la povertà e desertificare la vita sociale e civile.

 

04/06/2020

da Il Manifesto

Luca Kocci

 

I numeri del rapporto al Parlamento. Il papa chiede il disarmo ma alcuni enti cattolici mantengono rapporti con le «banche armate»

 

Chi si iscrive al corso di laurea in Scienze della pace presso la Pontificia università lateranense, «l’università del papa», versa le tasse su una «banca armata», la Popolare di Sondrio, quarta nella classifica degli istituti di credito che fanno affari anche con il commercio degli armamenti.

 

Intanto papa Francesco, anche a Pasqua, ha ripetuto: «Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite».

 

Intrecci di un complesso militare-industriale in cui cannoni e banche, bombe e finanza, sono vasi comunicanti. E contraddizioni di un sistema – quello vaticano ed ecclesiastico – per il quale a parole il denaro è «lo sterco del diavolo», ma siccome non puzza, allora va bene affidarsi anche a una «banca armata», se garantisce qualche zero virgola di interessi in più.

 

Mentre dallo stesso mondo cattolico, le riviste missionarie Nigrizia e Missione OggiPax Christi e Mosaico di pace, rilanciano la campagna di pressione alle banche armate (partenza ufficiale il 9 luglio, a trent’anni dall’approvazione della legge 185 sul commercio delle armi) e raccomandano, anche e soprattutto alle strutture cattoliche, di «verificare le banche in cui abbiamo depositato i risparmi evitando quei gruppi che finanziano, giustificano e sostengono l’industria, il commercio e la ricerca militare».

 

Nomi e numeri sono noti da pochi giorni: a fine maggio è stata consegnata, in ritardo, al Parlamento l’annuale relazione del governo sull’export italiano di armamenti nel 2019, in cui sono indicate anche le operazioni bancarie delle aziende armiere e l’elenco degli istituti di credito che spostano, anticipano e incassano soldi della vendita di armi, percependo interessi e commissioni.

 

Ai primi due posti della classifica delle «banche armate» si confermano Unicredit (Unicredit Spa + Unicredit factoring), con «importi segnalati» dal ministero dell’Economia e delle Finanze pari a un miliardo e 751 milioni di euro, e Deutsche Bank, con 793 milioni.

 

Al terzo posto c’è Barclays Bank (244 milioni). Al quarto e quinto altri due istituti italiani: Popolare di Sondrio (189 milioni) e Intesa San Paolo, con 143 milioni.

 

A seguire, per completare la top ten delle «banche armate», Commerzbank (121 milioni), Credit Agricole (111 milioni), Banca nazionale del lavoro (98 milioni), Bnp Paribas Italia (76 milioni) e Banco Bpm (59 milioni).

 

Molti enti ecclesiastici scelgono le «banche armate» come propri istituti di riferimento.

 

A cominciare dalla Conferenza episcopale italiana, che incassa erogazioni liberali ed offerte deducibili per il sostentamento del clero tramite sette diversi conti bancari, quattro dei quali aperti presso altrettante «banche armate»: Unicredit, Intesa San Paolo, Bnl e Bpm.

 

Ci sono poi gli atenei pontifici, quindi direttamente legati ala Santa sede, che le hanno scelte come tesorerie, gli istituti di credito dove gli studenti pagano le tasse: della Lateranense già si è detto; la Gregoriana, dei gesuiti, e l’università della Santa Croce, dell’Opus Dei, si appoggiano invece a Unicredit.

 

E c’è la sanità vaticana. Anche il policlinico Gemelli ha scelto Unicredit.

 

L’ospedale pediatrico Bambino Gesù invece ha optato per Intesa San Paolo che – riferiva una nota della banca al tempo della sottoscrizione dell’accordo, nel 2018, ricordata dall’agenzia Adista – fino al giugno 2021 sarà «il referente per l’erogazione dei servizi bancari e finanziari del Bambino Gesù, nell’ambito di una partnership che si svilupperà anche attraverso l’installazione di una ramificata struttura di punti operativi e la sottoscrizione di una specifica convenzione per prodotti e servizi a condizioni agevolate ai circa tremila dipendenti e collaboratori dell’ospedale».

 

E Mariella Enoc, presidente del Bambino Gesù nonché vicepresidente di Fondazione Cariplo (uno dei principali azionisti di Intesa): «Siamo contenti di intraprendere questa nuova avventura con una realtà autorevole e tradizionalmente attenta alla dimensione sociale come il gruppo Intesa San Paolo». Quinta «banca armata» italiana.

31/05/2020

da Il Manifesto

Bruno Cartosio

 

American Drem. Tutte le rilevazioni mostravano che gli afroamericani erano i più colpiti dal contagio (anche nelle carceri, dove sono la stragrande maggioranza) e a molti di loro è sembrato che parte di quel disinteresse fosse dovuto al fatto che «intanto sono soprattutto loro che se ne vanno».

 

La sollevazione è generale. Violenta e non violenta, afroamericana e non, di uomini e donne. La protesta è condivisa, la rabbia non è la stessa per tutti. Perché i due fili che si intrecciano sono soprattutto la rabbia per il ripetersi degli omicidi di afroamericani e l’esasperazione per una condizione sociale precipitata drammaticamente negli ultimi mesi.

 

Anche i modi sono sempre gli stessi: a terra con un ginocchio sul collo – George Floyd a Minneapolis nel 2020 come Eric Garner a New York nel 2014 – o colpi d’arma da fuoco, come il giovane Ahmaud Arbery che si diverte correndo in strada in Georgia nel 2020 e il piccolo Tamir Rice che si divertiva giocando nel parco a Cleveland nel 2014 (e Breonna Taylor a casa sua a Louisville, Kentucky, nel 2020 come Michael Brown in strada a Ferguson, Missouri, nel 2014…).

 

L’elenco, a farlo, sarebbe insopportabilmente lungo.

 

È in risposta a questa insensata brutalità repressiva che viene, quando esplode, la rivolta più distruttiva. «Occhio per occhio» era scritto su uno dei cartelli illuminati dalle fiamme di uno degli incendi: stazioni di polizia devastate e incendiate, macchine incendiate, negozi saccheggiati.

 

E quindi repressione di forze di polizia militarizzate, di Guardia nazionale e di esercito, in allerta a Minneapolis, a Detroit e altrove: «Quando cominciano i saccheggi, si comincia a sparare», ha scritto con altrettanta brutale sincerità Donald Trump (la stessa con cui Ronald Reagan aveva invocato un «bagno di sangue» contro il movimento più di mezzo secolo fa).

 

Quella di oggi non è solo una rivolta disperata. Non soltanto perché ora pressoché ovunque, in tutte le città, intorno alla protesta si è formata una composita corona di solidarietà politica e largamente non violenta. Sufficientemente rappresentativa da non potere essere ignorata (né ridotta a «delinquenti», nelle parole di Trump) e grande da accerchiare la Casa Bianca, costringendola al lockdown. È stato il crescere di tutte le mobilitazioni anti-Trump dei tre anni precedenti che ha innalzato la sensibilità sociale, dando ora forza e convinzione a questa solidarietà.

 

Dallo scorso marzo a oggi – questo è il secondo filo – la crescita drammatica della disoccupazione ha investito la comunità afroamericana, la più colpita dal coronavirus.

 

Il prolungato disinteresse di Trump per la minaccia della pandemia, nonostante le lezioni che si potevano trarre dagli altri paesi, e le sue incoerenti decisioni ed esternazioni hanno avuto effetti devastanti.

 

Tutte le rilevazioni mostravano che gli afroamericani erano i più colpiti dal contagio (anche nelle carceri, dove sono la stragrande maggioranza) e a molti di loro è sembrato che parte di quel disinteresse fosse dovuto al fatto che «intanto sono soprattutto loro che se ne vanno».

 

Poi, ad aprile, si è aggiunta la crescita verticale dei licenziamenti, che in meno di due mesi ha portato oltre 40 milioni di persone a perdere il lavoro. Tra questi la percentuale di afroamericani e latinoamericani, uomini e donne, è stato sproporzionatamente alto. Molti di loro non hanno risparmi accantonati e, perdendo il lavoro, hanno perso anche le coperture assistenziali che arrivavano tramite il datore di lavoro. La crisi che hanno subito è stata doppia.

 

Non tutti i licenziamenti saranno definitivi, si dice, e probabilmente sarà così. Con la ripresa, una parte saranno riassunzioni, ma molti posti di lavoro – sia nuovi, sia tra quelli che non sono stati cancellati – saranno a tempo parziale e a salari più bassi di prima.

 

I lavoratori e le lavoratrici dei fast food rischiano di perdere le conquiste salariali che avevano ottenuto con le lotte degli ultimi anni, come i 15 dollari di paga oraria. Lo stesso vale per quelli e quelle che nel commercio, nella ristorazione, nell’edilizia, nelle manifatture, nelle consegne erano riusciti a strappare condizioni di lavoro migliori e in qualche caso la sindacalizzazione.

 

Gli assunti e le assunte negli ospedali e negli istituti di cura – anche negli Stati Uniti salutati come gli «eroi del Covid 19» – hanno già cominciato a essere lasciati a casa, dove il contagio si è attenuato.

 

Tutti questi sono i settori a più alta occupazione afroamericana e ispanica, quelli in cui le lotte salariali e per la sindacalizzazione sono state condotte con maggiore determinazione (anche in questi mesi hanno dato vita a significative forme di resistenza, in particolare nei luoghi di cura).

 

Del resto, i maschi neri sono da decenni la componente di lavoratori più sindacalizzata e le donne nere e ispaniche sono state le protagoniste delle rivendicazioni degli ultimi anni. Sono questi i primi a essere licenziati e non più assunti. Ma proprio la determinazione con cui hanno lottato negli anni recenti ha dato anche ora a molti di loro la motivazione necessaria per indirizzare la loro rabbia, coniugando l’inaccettabilità dell’ennesimo insulto razziale con l’insopportabilità della propria condizione sociale.

 

Non sono loro i giovani al centro delle azioni di fuoco, ma come in tutte le resistenze sono il retroterra necessario per dare peso politico, fare coalizione e tenere la barra del movimento.

30/05/2020

da il manifesto

Alfonso Gianni 

 

Bankitalia. In "Come pagare il costo della guerra" (1940), l’economista inglese annoverava due misure: l’introduzione di un reddito di base e della tassa patrimoniale

Quando i grandi banchieri che, senza offesa alcuna, potremmo definire le vestali del finanzcapitalismo, arrivano a citare Keynes, vuole proprio dire che le cose per il sistema dominante non vanno affatto bene.

Se poi a farlo è addirittura il governatore di una banca centrale, come nel caso di Ignazio Visco, allora significa che l’inquietudine sul futuro è profonda.

 

Del resto Visco non ha risparmiato ai pochi udenti in carne ed ossa per le note precauzioni antivirus le nude e dure cifre della realtà.

 

Nelle sue tradizionali Considerazioni finali ha scelto di fare riferimento agli scenari più negativi che tanto il Fmi, quanto i vari centri studi europei, come quelli casalinghi, hanno in queste settimane tracciato.

 

Così che è apparso poco più che un training autogeno quel “insieme ce la faremo” finale, unito però all’avvertenza di evitare ogni “ottimismo retorico”.

 

Visco è stato cauto, filosoficamente saggio. Ha affermato che “con il dissiparsi della pandemia potremo ritrovarci in un mondo diverso” rispetto al quale, e a quali conseguenze sociali ed economiche porterà con sé, conviene solo riconoscere di “sapere di non sapere”.

 

Il termine forse più citato nelle 33 pagine a stampa che compongono le Considerazioni finali è “incertezza”, che Visco ha declinato in ogni modo dall’economia mondiale a quella interna, dalle condizioni della finanza a quelle – soprattutto – del mondo del lavoro, dalle “abitudini di consumo” alle “decisioni di risparmio”, dalle consuetudini quotidiane agli stili di vita.

 

Come scrisse Hyman Minsky, cinquanta anni fa “La differenza essenziale tra l’economia keynesiana e l’economia sia classica che neoclassica è l’importanza attribuita all’incertezza”.

 

A differenza del grande economista statunitense, Visco non si spinge fino alla definizione di “economia del disastro” che dà il titolo al saggio minskiano e certamente non estende l’analisi dell’incertezza all’intero sistema capitalistico, ma in qualche modo tenta di fare capire che di una svolta ci sarebbe bisogno. E non di basso profilo.

 

Se le parole sono caute e lo stile è contenuto, il contesto è drammatico.

 

Da qui la scelta della citazione keynesiana che conta più da dove è tratta che in se stessa. Poche settimane dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, Keynes pubblicò una serie di articoli sul Times, per poi raccoglierli in un volumetto nel febbraio del 1940 Come pagare il costo della guerra.

 

Come al solito Keynes sapeva guardare ben oltre il suo momento presente. E qui egli tratteggia un piano per la ricostruzione postbellica, articolato da un livello massimo a uno minimo, un “piano di carattere generale … al quale tutti devono conformarsi, come un codice della strada”, ove si interroga se “si può fare pagare la guerra ai ricchi” e fornisce varie ricette, fra le quali un reddito minimo di base e l’introduzione di un’imposta patrimoniale, non senza chiedere sacrifici anche ai lavoratori.

 

Visco di tutto ciò non parla, né sarebbe suo precipuo compito, essendo materia di politica economica, quindi squisitamente tema di governo. Del resto per poterlo fare il Governatore avrebbe dovuto tracciare un’analisi ben più radicale delle arretratezze della nostra economia, ove la mancanza di crescita e di innovazione, come ci ha ricordato su queste pagine Pier Luigi Ciocca, sono antecedenti di qualche decennio alla crisi del 2008.

 

Il rilancio, o meglio la ricostruzione, non può avvenire senza un cambiamento profondo del modello fin qui perseguito. Né bastano le cose fatte, soprattutto dalla Bce e speriamo dalla Ue, che Visco elenca puntigliosamente; ancor meno il livello ben inferiore alla media europea dell’indebitamento privato nel nostro paese; e neppure l’esistenza di un sistema di ammortizzatori sociali che per quanto allargato ed elasticizzato lascia senza protezione quella larga fetta crescente di precari.

 

Definire, come fa Visco, queste condizioni come i nostri punti di forza ha il sapore di un’amara ironia involontaria.

 

E infatti le sue Considerazioni si chiudono con l’invito a non perdere la speranza. Ma Visco non è il Papa e da lui ci si attenderebbe altro.

 

La sua proposta di un “contratto sociale” non legato ad alcun percorso programmatico di largo respiro è poco più che uno stanco invito morale. Del resto chi lo dovrebbe accogliere non lo degna della minima considerazione.

 

Fanno testo le dichiarazioni rilasciate dal vicepresidente e dalla direttrice della Confindustria, che battono il solito tasto della produttività e della competitività, nonché di una riforma fiscale, a cui Visco ha fatto cenno, e che avanza però, dopo il precedente dell’Irap, più come una minaccia che una speranza.

26/05/2020

da Sbilanciamoci

Lucrezia Fanti, Mauro Gallegati

 

L’Italia che vogliamo/Gli scienziati ammoniscono che la permanenza su un sentiero di crescita come quello che stiamo seguendo ci porterà al collasso ambientale. Bisogna cambiare le traiettorie dello sviluppo. La bussola della sostenibilità deve orientare le nostre scelte, verso un’economia del bene comune.

 

In molti si chiedono se la recessione economica provocata dalla pandemia di Covid-19 ci trascinerà in un nuovo periodo di crisi di intensità pari o peggiore a quella successiva alla Grande Recessione del 2007-8. Tuttavia, a nostro parere, la vera domanda che dovremmo porci è: saremo in grado di sfruttare questa drammatica occasione per cambiare rotta e modificare il nostro modello di produzione e di sviluppo? 

 

L’alternativa non può essere quella tra salute e lavoro, tra Natura ed Economia: dovremmo pensare e muoverci, piuttosto, in direzione di uno sviluppo simbiotico tra loro. Come sottolineato all’interno dell’appello di Sbilanciamoci! “In salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo”, è necessaria una transizione verso un modello economico e sociale sostenibile, ossia in grado di ridurre al minimo lo sfruttamento delle risorse naturali, del territorio e dell’energia, rispettando il clima e la Natura.

 

Un primo passo concreto è rappresentato dalla prospettiva di un Green New Deal, oggetto di dibattito anche all’interno della Commissione Europea, in grado di stimolare investimenti pubblici green, incentrato dunque su fonti di energia rinnovabili e non esclusivamente orientato alla crescita quantitativa del prodotto – anche perché è ormai un ricordo la relazione tra Pil ed occupazione che aveva caratterizzato lo sviluppo economico moderno – ma anche e soprattutto su un modello di produzione di qualità ed eco-sostenibile.

 

Potremmo aspettare, ancora una volta, che il sistema si autocorregga, spinto dalle “forze del mercato” e dalla loro libera iniziativa. Tuttavia, non sappiamo quanto sia vicino il “punto di carico” che precede il collasso. Se è vero – come teme la comunità scientifica – che l’orizzonte sia di pochi anni, occorre agire subito. Inoltre, se il mercato continua a perseguire la massimizzazione dei profitti a prescindere – dalla salute e dalla Natura – perché dovremmo attenderci che si auto-corregga?

 

Dobbiamo quindi dare una spinta al cambiamento: un cambiamento – ripetiamo – non più rinviabile. Come? Innanzitutto, attraverso l’eliminazione dei circa 20 miliardi di sussidi pubblici alle attività che danneggiano l’ambiente. In secondo luogo, orientando le politiche fiscali e impositive – le cosiddette tasse verdi, circa 15 miliardi – in modo da influenzare, sul lato dell’offerta, l’adozione di processi produttivi a minor impatto ambientale (riciclo, economia circolare) e la produzione di beni e servizi green e, sul lato della domanda, lo stimolo ad abitudini di consumo maggiormente sostenibili.

 

La Natura e l’ambiente devono diventare il contenitore dell’economia. Il criterio della “sostenibilità” deve essere la bussola che orienta le scelte economiche – individuali e collettive – e i modelli di sviluppo (e non della sola crescita, che non può essere sostenibile senza violare la seconda legge della termodinamica) del domani.

 

Il pensiero neoliberista, nella sua forma più estrema, rivolta al ritorno di un “naturalismo liberale”[1] (il “laissez faire”), caldeggia una semplice raccomandazione di politica economica: lasciar agire le forze del mercato in modo che siano le imprese private a creare ricchezza e lasciare che lo Stato intervenga esclusivamente per occuparsi dei più fragili – come scriveva Marshall, di “vedove e orfani” – e per gestire recessioni e crisi – ossia, quando il mercato non funziona – provocate dall’intervento di elementi esterni non controllabili piuttosto che dalla dinamica (endogena) intrinseca al funzionamento del capitalismo.

 

Dal punto di vista teorico, uno dei risultati fondamentali dell’economia neoclassica “mainstream” è il raggiungimento, da parte del sistema economico, di un equilibrio caratterizzato da piena occupazione del lavoro e pieno utilizzo del “capitale” – senza alcun intervento esterno, come potrebbe essere quello dello Stato – a partire da pochi assiomi e assunti inverosimili. Questo è stato il fondamento teorico attorno a cui sono state implementate le politiche economiche neoliberiste sopra descritte, incentrate soprattutto in Europa sulla flessibilità del mercato del lavoro e sulla “austerità espansiva”.

 

Queste politiche hanno di fatto indebolito progressivamente la rete di protezione e sicurezza dei lavoratori – in particolare precari e working poor – all’interno di società caratterizzate da crescenti disuguaglianze di reddito e ricchezza, e hanno penalizzato i sistemi di sanità pubblica a favore del privato.

 

Questo paradigma economico-politico, almeno fino alla crisi del 2008, aveva contribuito a stimolare una crescita sì esponenziale, ma fondamentalmente fragile, che continua inesorabilmente a danneggiare la Natura e, in definitiva, noi stessi. Comunque prosegua o finisca la disputa teorica tra scuole di pensiero nella scienza economica, un risultato è certo: i sistemi economici non possono consumare tutto il capitale naturale. Se la Natura e le sue risorse dovessero esaurirsi, l’uomo, le economie e le società scomparirebbero, non è vero il contrario. L’economia si è cacciata in una “trappola evolutiva”, alla ricerca del profitto di breve periodo e mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza.

 

Giorgio Lunghini ha scritto che il neoliberismo è riuscito laddove persino le scienze fisiche hanno fallito: presentare le proprie “leggi” come verità inconfutabili, come se il rigore analitico fosse l’unico elemento rilevante e gli effetti pratici non contassero affatto, perché nulla è la loro applicabilità. Nonostante questo, alcuni economisti pretendono di suggerire ai politici ricette per crescere di più, e non per aumentare il nostro benessere, facendo coincidere quest’ultimo con la quantità di beni e servizi a disposizione del consumatore e senza alcun riguardo per la Natura e la Società.

 

Piuttosto che inseguire solo una crescita quantitativamente più sostenuta, è ormai giunto il tempo di chiedersi “per chi” e contro “cosa”. Ormai la quasi totalità degli scienziati ci ammonisce asserendo che la permanenza su un sentiero di crescita di questo tipo ci porterà al collasso ambientale. L’unica via percorribile, dunque, prevede necessariamente una transizione verso un modello di sviluppo alternativo a quello attuale, un modello di sviluppo sostenibile. La politica deve guidare il cambiamento da un’economia rapace all’economia del bene comune.

 

Durante la Grande Depressione del 1929 le autorità di politica economica si trovarono sprovviste di un indicatore che li aiutasse a valutare la contingenza economica, l’andamento dell’occupazione e dell’inflazione. Fu per questo che negli Stati Uniti il Governo si rivolse all’economista Simon Kuznets per elaborare uno schema di misurazione dell’economia e, dall’altra parte dell’Atlantico, John M. Keynes e i suoi collaboratori lavorarono alla costruzione di una misura macroeconomica del prodotto interno – il Pil – che è sostanzialmente quella che ancora oggi conosciamo e utilizziamo.

 

Il successo del Pil come metrica è stato enorme e favorito, soprattutto, dalla sua facile applicabilità a livello internazionale. Tuttavia, si tratta di un indicatore sintetico che non ha alcuna relazione col benessere e con lo sfruttamento delle risorse naturali. Se si produce inquinando, il Pil non ne tiene conto poiché misura esclusivamente le quantità che passano attraverso il mercato e a cui lo stesso attribuisce un prezzo. Il problema del riscaldamento globale, e più in generale dell’inquinamento, ci impongono oggi di integrare questo tipo di informazione e di tenerne conto al fine di impostare un modello di produzione e di sviluppo alternativi, a livello globale.

 

Esistono ormai da molti anni degli indicatori che cercano di andare oltre il Pil. In Italia, ad esempio, l’Istat e il Cnel hanno prodotto il BES (Benessere Equo e Sostenibile), e anche l’Ocse ha un indice chiamato Better Life: tutti utilizzano un cruscotto di indicatori economici, sociali e ambientali. Questo tipo di informazioni è fondamentale per garantire una bussola non esclusivamente “mercatista” lungo traiettorie di crescita e sviluppo realmente sostenibili per le nostre economie e le nostre società.

 

Abbiamo bisogno di cambiare le traiettorie dello sviluppo, di indicatori per monitorarlo e di un diverso modo di pensare all’Economia, alla Natura e alla Società.

24/05/2020

 

Strage di Capaci. Nel 28esimo anniversario manifestazioni a a Palermo e in tutta Italia

 

«La mafia si è sempre nutrita di complicità e di paura, prosperando nell’ombra. Le figure di Falcone e Borsellino, come di tanti altri servitori dello Stato caduti nella lotta al crimine organizzato, hanno fatto crescere nella società il senso del dovere e dell’impegno per contrastare la mafia e per far luce sulle sue tenebre». Ad affermarlo è stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricordando ieri Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

 

Nel 28esimo anniversario della strage di Capaci nella quale morirono il giudice sua moglie e tre agenti della scorta, numerose manifestazioni
si sono svolte in tutta Italia. A Palermo alle 17.58, ora dell’attentato mafioso, davanti all’albero Falcone è calato il silenzio interrotto alla fine da un lungo applauso, anche dai balconi, dove molti hanno appeso lenzuoli bianchi. Le note del silenzio hanno accompagnato la lettura dei nomi delle vittime della violenza mafiosa. Tra i presenti anche Maria Falcone e il prefetto della città Giuseppe Forlani.

23/05/2020

 

E’ molto grave che Pd e Italia Viva abbiano votato insieme alla destra contro emendamenti per condizionare gli aiuti alle imprese alla residenza fiscale in Italia. Sono state bocciati anche quelli che proponevano di sospendere, soltanto durante la fase di utilizzo delle garanzie dello Stato, i dividendi miliardari agli azionisti assistiti dal debito pubblico e per porre un limite alle retribuzioni dei manager a 20 volte il salario di un operaio.

 

Ancora una volta il PD e la formazione del suo ex-leader si collocano in una posizione filopadronale e subalterna allo strapotere del grande capitale e delle multinazionali. In altri tempi si sarebbe usata l’espressione “servi dei padroni”, definizione che si attanaglia purtroppo non solo alla destra ma anche a buona parte della maggioranza di governo.

 

Intollerabile l’assistenzialismo verso i ricchi mentre si nega l’estensione del reddito di cittadinanza a chi ne ha bisogno o si fa la morale alle partite IVA.

 

Un comportamento indecente solo parzialmente compensato dall’emendamento relativo ai paradisi fiscali extra-UE che guarda caso non riguarda proprio i principali gruppi del capitalismo italiano, da Fca a Mediaset. Da anni ormai più che alle Cayman si spostano le sedi legali in Olanda, Lussemburgo o Irlanda.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

A conferma di quanto sosteniamo la tabella che vedete tratta dal sito del settimanale L’espresso 

Segnaliamo anche un articolo de Il Fatto quotidiano con un lungo elenco di imprese italiane con sede legale in altri paesi UE

23/05/2020

 

E’ molto grave che Pd e Italia Viva abbiano votato insieme alla destra contro emendamenti per condizionare gli aiuti alle imprese alla residenza fiscale in Italia. Sono state bocciati anche quelli che proponevano di sospendere, soltanto durante la fase di utilizzo delle garanzie dello Stato, i dividendi miliardari agli azionisti assistiti dal debito pubblico e per porre un limite alle retribuzioni dei manager a 20 volte il salario di un operaio.

 

Ancora una volta il PD e la formazione del suo ex-leader si collocano in una posizione filopadronale e subalterna allo strapotere del grande capitale e delle multinazionali. In altri tempi si sarebbe usata l’espressione “servi dei padroni”, definizione che si attanaglia purtroppo non solo alla destra ma anche a buona parte della maggioranza di governo.

 

Intollerabile l’assistenzialismo verso i ricchi mentre si nega l’estensione del reddito di cittadinanza a chi ne ha bisogno o si fa la morale alle partite IVA.

 

Un comportamento indecente solo parzialmente compensato dall’emendamento relativo ai paradisi fiscali extra-UE che guarda caso non riguarda proprio i principali gruppi del capitalismo italiano, da Fca a Mediaset. Da anni ormai più che alle Cayman si spostano le sedi legali in Olanda, Lussemburgo o Irlanda.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

A conferma di quanto sosteniamo la tabella che vedete tratta dal sito del settimanale L’espresso 

Segnaliamo anche un articolo de Il Fatto quotidiano con un lungo elenco di imprese italiane con sede legale in altri paesi UE

22/05/2020

 

QUESTO E' UN FATTO GRAVISSIMO

 

L'altroieri abbiamo diffuso video e denunciato con un comunicato stampa che presso la BRT di Seriano (MI) per due giorni consecutivi sono intervenuti militari nell’ambito di una vertenza sindacale. Lo riteniamo un  fatto molto grave come spiega nel comunicato il compagno Piccin. Per questo abbiamo chiesto alla senatrice Paola Nugnes di presentare un’interrogazione al governo. Vigilanza dal basso per difendere il diritto alla salute e la democrazia.

 

Oggi militari e carabinieri si sono presentati all’assemblea dei lavoratori della BRT di Seriano (Mi). Avete letto bene: i MILITARI!

Lo avevano già fatto lunedì scorso. I lavoratori della BRT a Sedriano (MI) sono in sciopero contro il mancato rispetto del protocollo di accordo firmato con l’azienda solo pochi giorni prima.
Contro i lavoratori in presidio pacifico, l’azienda ha chiamato a scopo intimidatorio i Carabinieri con i quali è intervenuto anche personale dell’Esercito.
Si tratta evidentemente di un gravissimo precedente in quanto risulta essere il primo “contatto” tra proteste operaie ed Esercito da tempi immemorabili.
La militarizzazione dell’ordine pubblico, iniziata con l’operazione Strade Sicure e conseguente alla professionalizzazione delle Forze armate, sta subendo anche con questo episodio una chiara e preoccupante accelerazione.
La disinvoltura con cui si utilizzano migliaia di soldati per le strade con funzioni repressive e la corsia preferenziale ad essi riservata nei concorsi pubblici anche in Polizia rappresenta una pesante involuzione a livello democratico e costituzionale che si somma alla già grave consuetudine di considerare le lotte come questioni di ordine pubblico da risolvere con l’intervento di Polizia e Carabinieri.
Solidarietà al SiCobas e ai lavoratori della BRT di Sedriano.


I soldati escano dalle caserme senza manganelli, pistole e fucili d’assalto esclusivamente a supporto delle attività della Protezione Civile nelle situazioni di crisi ambientale o sanitaria. E soprattutto i militari siano tenuti lontani dalle vertenze sindacali.

 

Il video e il nostro comunicato sono stati pubblicati su Il FattoFan page  e MilanoToday

21/05/2020

da il Manifesto

Pierluigi Ciocca

 

Economia e Covid. Secondo le prime precarie previsioni, per ricondurre l’Euroarea sui livelli (12 mila mld) del 2019 occorrerebbe intervento di bilancio di 1000mld, l’8% del Pil dell’area

 

Nell’attesa di terapie e vaccini antivirus, in Europa e in Italia la crisi economica s’aggrava.

 

E’ peggiore e diversa da quella del 2008-2009. È peggiore: nel 2009 il Pil cadde nell’Euroarea del 4,5%, in Germania e in Italia del 5,5%. In Italia rispetto al livello del 2007 era inferiore del 10% nel 2013 e ancora del 5% nel 2019. Se l’Europa non agirà in modo tempestivo, massiccio e coordinato nel 2020 la flessione potrebbe risultare più che doppia di quella del 2009.

 

È diversa: allora si trattò di un cedimento, evitabile, della finanza e della domanda globale in alcuni paesi, fino al disastro greco. Sarebbe bastato sostenere per tempo con maggiori risorse pubbliche la domanda e non lesinare nel sostegno alle economie più deboli. Oggi lo shock sanitario, oltre a colpire tutti, abbatte non solo la domanda ma anche l’offerta globale.

 

La produzione è stata frenata dalle chiusure prescritte a tutela della vita dei cittadini, di chi li cura.

 

Resta frenata da attriti nel lavoro, nei rapporti, nella distribuzione. E’ soprattutto frenata dall’incertezza che impedisce a famiglie e imprese di valutare se ciò che accade è temporaneo o permanente. Le probabilità sono incommensurabili, le decisioni rinviate. I prezzi relativi non svolgono la funzione segnaletica: le risorse stentano a orientarsi verso le produzioni i cui prezzi salgono, riallocate dai settori dove i prezzi scendono.

Sinora il livello medio dei prezzi non è aumentato, grazie anche al crollo delle quotazioni del petrolio.

 

Ma qualora l’offerta globale cadesse più della domanda, ovvero si riprendesse più lentamente della domanda, la spesa eccederebbe una capacità produttiva amputata dalle strozzature. Vi sarebbe quindi stagflation, il peggiore dei mondi.

 

Deve attuarsi una politica di bilancio espansiva, mentre la politica monetaria crea liquidità. Questo sta avvenendo. Gli stimoli, molto rilevanti, vanno peraltro dosati e distribuiti nel tempo. Non è da sottovalutare il rischio inflattivo connesso anche col rinnovato blocco delle attività produttive che un riaccendersi dell’epidemia imporrebbe.

 

In Europa – con la grave eccezione della golden rule, ostinatamente negata agli investimenti pubblici – sono stati sospesi i vincoli di bilancio introdotti sin da Maastricht. Sono stati consentiti sostegni ai produttori. La spesa pubblica monta.

 

La politica monetaria non può, da sola, sostenere la domanda. Il suo insuccesso nell’ultimo decennio lo conferma. Pure, la Bce e le banche centrali nazionali affiancano la politica di bilancio con massicci acquisti nel mercato secondario dei titoli pubblici a bassi tassi dell’interesse, mentre persiste l’assurdo divieto di poter sottoscrivere titoli di Stato all’emissione.

 

Per alimentare la maggiore spesa il debito deve e può aumentare. La base di partenza è relativamente solida. Nel 2019 il deficit medio di bilancio dei paesi dell’Euroarea non superava l’1% del Pil, il debito totale era pari all’86% del Pil. L’Europa è chiamata a dare ai mercati finanziari un fortissimo segnale di coesione, coordinamento, restauro del progetto comunitario. I titoli emessi dall’Unione sono collocabili a condizioni migliori di quelle possibili ad alcuni suoi membri, fra cui l’Italia.

 

Le risorse così raccolte verrebbero dall’Unione trasferite come crediti ai paesi che le richiedessero. Tali crediti sarebbero meno costosi e volatili di quelli ottenibili con spreads elevati attraverso emissioni degli Stati nazionali. Queste dovranno comunque fronteggiare ampia parte della spesa pubblica in deficit. Sulla scorta delle prime, molto precarie, previsioni ufficiali è ipotizzabile che per ricondurre l’attività economica dell’Euroarea sui livelli (12mila miliardi di euro) del 2019 occorra un intervento di bilancio di circa 1000 miliardi di euro (l’8% del Pil dell’area).

 

Nel caso italiano la recessione è più acuta che nella media dell’Euroarea. Se nel volgere del 2020 il Pil dell’Italia tendesse a cadere del 10%, o più, l’impulso di domanda complessivo dovrebbe aggirarsi nell’anno sui 150/200 miliardi. I crediti comunitari – a cui è opportuno ricorrere, al di là della loro fonte (Mes, Sure, Bei, Recovery Fund, bilancio comunitario) – integrano i titoli della Repubblica.

 

Questi sono da collocare al più presto finché lo spread è contenuto e perché i crediti non saranno immediati. Il tentativo di piazzare nel mercato emissioni della Repubblica cinquantennali o addirittura irredimibili non riuscirebbe. Basterà preservare con Buoni del Tesoro poliennali la vita media del debito, che è di circa otto anni, un arco di tempo entro il quale la crisi sarà sperabilmente superata.

 

Estendere la cassa integrazione, sussidiare un’ampia fascia di famiglie e imprese davvero bisognose, puntare su investimenti ad alto moltiplicatore: sono, questi, i tre impegni fondamentali a cui lo Stato è chiamato. Il debito pubblico rischia di travalicare il massimo storico del 160% del Pil, toccato dopo la prima guerra mondiale. Il suo peso potrà in futuro ridursi solo se l’economia avrà ritrovato il sentiero di crescita smarrito da vent’anni. E’ quindi cruciale che la risposta alla recessione sia sin da ora collegata con una politica strategica, di medio termine, lungo linee configurabili, in sintesi, come segue (non posso che rinviare al mio Tornare alla crescita, Donzelli, 2018).

 

Una quota dei 150/200 miliardi deve alimentare un programma che scandisca secondo priorità, economiche e sociali, gli investimenti pubblici e li risollevi entro la legislatura dall’attuale 2% del Pil almeno al 3,5%, il rapporto su cui si attestavano prima degli improvvidi tagli, estesi financo alla sanità. Sanità, sicurezza del territorio e dell’ambiente, infrastrutture materiali e immateriali, istruzione, ricerca s’impongono come architravi del programma.

 

Queste strutture sono da potenziare soprattutto nel Mezzogiorno, sia perché lì drammaticamente carenti sia per orientarle alle specifiche urgenze e potenzialità di fuoruscita dell’economia meridionale dall’arretratezza (rapporti col Mediterraneo, turismo, efficienza della PA, repressione della criminalità).

Al di là dell’attuale ciclo perverso resta prioritario completare il risanamento della finanza pubblica: tagliare le spese correnti contenibili, azzerare gli sprechi, battere l’evasione, limitare le deduzioni fiscali. La distribuzione dei redditi dev’essere posta al centro dell’azione sperequatrice dello Stato.

 

Ciò sia per ragioni d’equità sia per consentire alle fasce deboli della forza-lavoro, segnatamente giovanili, di recare al progresso del Paese l’apporto che oggi è loro precluso per limiti di capitale umano e scarsezza di opportunità. Al fine di costringere le imprese a ricercare il profitto facendo leva sul progresso tecnico, l’accumulazione di capitale, la produttività, va imposta ai produttori la concorrenza attraverso i prezzi e ancor più attraverso le innovazioni.

 

Al tempo stesso alle imprese va offerto un nuovo ordinamento giuridico dell’economia. Sono da ammodernare il diritto societario, fallimentare, processuale, della concorrenza come pure i rapporti fra i produttori e la PA, le cui inefficienze sono spesso intollerabili, a cominciare dagli appalti e dalla gestione delle opere infrastrutturali.

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