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23/11/2019

da Il Manifesto

G. Mau.

GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

 

I dati della polizia di Stato. Oggi a Roma corteo di Non una di meno

 

L’analisi e lo studio della violenza sulle donne mostra ora con dati certi, provenienti dalla Polizia di Stato, che il fenomeno è in diminuzione nel biennio 2018-2019. Aumentano le denunce, soprattutto al nord, ma calano del 16,7% le violenze sessuali (nel 2017 erano in aumento del +14%), del 2,9% i maltrattamenti in famiglia, del 12,2% gli atti persecutori. Dunque, parlare di «emergenza» è abbastanza improprio, per una questione che è piuttosto il sintomo di una società poco evoluta, gretta e violenta, senza distinzione di sesso. Un fenomeno per arginare il quale non occorrono barricate o muri, ma cure.

 

Per quanto riguarda le uccisioni, i dati diffusi dalla Direzione Centrale Anticrimine nel dossier «Questo non è amore 2019», in occasione della Giornata internazionale contro la violenza di genere che si celebra lunedì (ma oggi a Roma si sono date appuntamento le femministe di Non Una di Meno per un corteo che parte alle 14 da piazza della Repubblica), parlano di una diminuzione del 4% (dal 38% al 34%) del numero di vittime di sesso femminile sul totale degli omicidi nel periodo gennaio-agosto 2019, rispetto all’anno precedente.

 

Di questi, secondo la polizia, un po’ meno della metà (49% a fronte del 37% dello scorso anno) è riconducibile al cosiddetto «femminicidio», ossia l’omicidio di una donna in quanto tale da parte di un uomo che nutre per la vittima sentimenti di possesso. La maggior parte delle vittime (il 67%) è straniera, l’arma più usata è quella da taglio e nel 61% dei casi l’autore del «femminicidio» è il partner.

 

Secondo l’esperienza maturata da quando è stato applicato il Protocollo Zeus, sottoscritto nel 2018 dalla Divisione anticrimine della Questura di Milano con il Centro Italiano per la Promozione e la Mediazione (Cpm), gli uomini violenti ammoniti dal questore tendono a reiterare il reato molto meno: nel 2018 le recidive per i soggetti ammoniti per atti persecutori si attestano sul 20% mentre salgono al 30% per gli ammoniti per violenza domestica. E solo il 10% dei soggetti trattati dal Cpm ha commesso di nuovo un simile reato dopo l’ammonimento.

Marco Revelli

 

Taranto. Fin dagli anni ’60 la storia dello stabilimento è piena di morti. Dentro e fuori la fabbrica. Ogni discussione sul suo futuro non può prescindere da questo dato di fatto

 

L’Ilva di Taranto è una gigantesca macchina assassina. La cifra di tutta la sua storia è la Morte (la «morte industriale» canterebbe Guccini). Da questo dato durissimo, e inconfutabile, non può prescindere ogni discussione sul suo destino (sul suo passato, sul suo presente, e soprattutto sul suo futuro): dal fatto che quello stabilimento uccide.

 

Uccide chi ci lavora dentro: i «suoi» operai (farebbero bene a rifletterci i sindacati che non dovrebbero difendere solo i posti di lavoro ma anche i lavoratori e le loro vite). Ne sono morti 208, per «incidenti» sul lavoro, dal primo, Giovanni Gentile, il 1° agosto del ’61 quando la fabbrica era ancora in costruzione all’ultimo, Cosimo Massaro, il 10 agosto del 2019; altre centinaia e centinaia sono morti più lentamente, divorati dal cancro, dai linfomi, dalla leucemia (tra i dipendenti Ilva di Taranto, certifica l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, si registra il 500% in più di malati di cancro rispetto al resto della popolazione).

 

E uccide chi ci abita intorno: gli sfortunati bambini dei quartieri Tamburi e Paolo VI, minati nella salute fin dal ventre materno, e i 200.000 cittadini di una città presa in ostaggio da una fabbrica feroce. «Qui – scrivono le madri e i padri organizzati nell’Associazione genitori tarantini -, le malattie iniziate in gravidanza raggiungono il 45% in più della media regionale; qui, l’eccesso di mortalità entro il primo anno di vita è superiore del 20% rispetto alla media regionale; qui, l’incidenza tumorale nella fascia di età compresa tra 0 e 14 anni è del 54% in più, mentre la mortalità infantile raggiunge un +21%, sempre rispetto alla media». Sono dati, agghiaccianti, confermati e certificati dal Ministero della salute col «Rapporto Sentieri» giunto nel 2019 alla sua V^ edizione, il quale per l’area di Taranto, trabocca di «eccessi», cioè di percentuali di ammalati superiori alla media per una lunga lista di patologie mortali.

 

Il resto, certo, è importante: i posti di lavoro a rischio, il contributo di quello stabilimento al Prodotto interno nazionale, il ruolo dell’Italia di grande produttore… Ma viene dopo, quei numeri che sono vite. E che se letti con l’attenzione che meritano, come la descrizione di una vera e propria strage di innocenti, dovrebbero bastare per mettere a tacere ogni fautore dello scellerato «scudo penale» – un’aberrazione giuridica oltre che morale – e della assoluta priorità della produzione d’acciaio, costi quel che costi. Eppure li abbiamo visti in questi giorni, politici degli opposti schieramenti, opinion leader delle molteplici testate, raffinati uomini di legge dai clienti facoltosi, discettare di priorità assoluta da dare alla produzione, di eccellenza italiana nell’acciaio in Europa, di necessari «bilanciamenti tra salute e lavoro», di Mittal da trattenere magari concedendole quel che vuole, come se un punto di Pil valesse centinaia di vite. E come se la Costituzione, all’art. 32, non qualificasse quello alla salute come un «fondamentale diritto», mentre il «lavoro» che pure essa tutela non può essere il lavoro che uccide, pena il suo degrado a «lavoro schiavo».

 

E allora è il caso di dire alcune cose chiare sulla questione. In primo luogo che i sette anni trascorsi dal primo sequestro dell’area a caldo dell’Ilva da parte di una giudice coraggiosa, Patrizia Todisco, e segnati da ben 13 decreti «salva Ilva», compreso quello sciagurato del primo governo Renzi che istituiva l’«immunità penale» per Commissari e successivi acquirenti, sono trascorsi stiracchiando la produzione e trascurando in modo indecente gli interventi a tutela di salute e ambiente. Tant’è vero che, all’ombra di quello «scudo», l’Ilva ha continuato a inquinare, che i bambini di Tamburi continuano a non poter giocare all’aperto e quando tira vento nemmeno andare a scuola, che la diossina continua a uscire dalle ciminiere dell’area a caldo, e che tumori e linfomi continuano a mietere vittime.

 

In secondo luogo diciamolo che Arcelor Mittal è un padrone che è meglio perdere che trovare. Un gruppo dalla vocazione predatoria che con molta probabilità fin dall’inizio della trattativa non aveva nessuna intenzione di gestire l’Ilva ma al contrario di fingere di acquistarla per suicidarla, e così eliminare un concorrente fastidioso (l’inchiesta aperta dalla magistratura milanese ci dice che più di un indizio porta in questa direzione). Sarebbe masochismo mettere nelle mani di gente simile la salute dei cittadini, il lavoro dei dipendenti e la produzione dell’area.

 

In terzo luogo: quello stabilimento, nato male, nel posto sbagliato, nel modo sbagliato, sessant’anni fa, oggi è un malato pressoché incurabile. Certo non curabile con i criteri «di mercato» che qualunque privato applicherebbe. Per renderlo compatibile con vita e ambiente dovrebbe essere ristrutturato da capo a piedi: riconvertito a nuove produzioni. O modificato radicalmente con tecnologie «pulite» (supposto che esistano). Per questo la caccia al prossimo acquirente sa di chiacchiera. Nessun privato si assumerebbe un tale onere, se non con intenzioni «sporche». Ricondurlo pienamente sotto proprietà pubblica – «nazionalizzarlo» se si vuole usare la parola proibita -, magari coinvolgendo, almeno una volta per Dio!, l’Europa in un grande piano di bonifica e recupero, per poi, solo a quel punto, ridotto nella condizione di non nuocere, «restituirlo al mercato» a un giusto prezzo, mi sembra l’unica opzione seria sul tavolo.

 

Infine, vorrei che non si dimenticassero mai – mai! – le parole con cui i Genitori tarantini hanno presentato il loro flash mob «Albe e tramonti», realizzato a luglio per ribadire che «Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un bambino» e per ricordare «qualcuno che l’alba non potrà più rivederla»: «Ci sono albe e ci sono tramonti incredibilmente affascinanti. E ci sono, poi, tramonti che lasciano nel cuore una notte senza fine. Tramonti che non avremmo mai voluto vivere, ma che si ripresenteranno grazie alla spietata crudeltà propria degli infami».

15/11/2019

da Left

Giulio Cavalli

 

Ci sono due blocchi contrapposti. Anzi, a dire la verità ce n’è uno che esercita la sua egemonia culturale e dall’altra parte quelli che provano a rispondere ricadendo nella stessa malefica retorica: in Italia, in Europa e in un pezzo del mondo la gente ha scelto (più o meno consapevolmente) di farsi guidare dalle paure, dagli orrori percepiti (non importa se siano o meno reali) e dalle emergenze costruite. In pratica significa svegliarsi ogni mattina con la brama di difendersi, anche se non si sa bene esattamente da cosa e da chi, rimanendo sempre in difesa, spremendosi in un arroccamento sempre più duro e sempre più ristretto, convinti di non avere occhi e energie per nient’altro che non sia la preservazione di se stessi. Il risultato è semplice: un Paese contrito, infeltrito, che sogna gabbie e che si incattivisce per proteggersi. Ecco. 

 

L’opposizione si scorge anche semplicemente rovesciando le parole. Immaginate gente che decida di farsi guidare dalla speranza, al contrario della paura: gente che ogni mattina si svegli respirando a larghe falcate verso il progetto di futuro, allargandosi alle possibilità, aprendosi alle interferenze vissute come occasioni, impegnata a essere più larga possibile per non perdere nemmeno un particolare.

 

Solo che per apparecchiare ogni mattina una speranza serve una cassetta degli attrezzi già pronta ai bordi del letto: contiene fiducia, prospettive più lunghe della probabile paga al massimo fino a fine mese, la sensazione di potersi fidare di una giustizia sociale, la certezza di potersi appoggiare a un solido sistema sociale. La cassetta degli attrezzi per architettare la speranza è la risposta politica a questo tempo lugubre. Non serve urlare quanto siano brutti e cattivi quegli altri: tocca esercitare alternativa.

 

Ieri a Bologna è accaduto esattamente questo: c’era il palazzetto leghista che ha soffiato sulla paura (mentre Zaia lasciava annegare Venezia per tenere sorridente un cartello in mano sul palco bolognese, a fare la majorette per il suo padrone) e c’era la piazza strapiena di gente che fieramente vuole essere alternativa. Solo che a quella gente, quella che manifestava per contarsi e per contare alla faccia di Salvini, bisogna offrire la cassetta degli attrezzi. In fretta. In modo credibile.

 

Questo manca.

08/11/2019

Rifondazione 

Maurizio Acerbo

Antonello Patta

 

Nell’incontro col governo si svela il gioco di Arcelor Mittal che prosegue nel suo ricatto alzando la posta con richieste durissime tra cui quella di 5 mila esuberi.

 

Prima il problema era lo scudo penale, poi è diventato quello del calo della domanda, poi quello dei tempi troppo stretti per la messa in sicurezza dell’altoforno 2, quindi viene messo sul tavolo come se niente fosse che la stessa difficoltà si potrebbe porre sugli altri altoforni.

 

Tutte questioni che, a parte quello dello scudo penale sulla cui costituzionalità ci sarebbe da dire,  erano già note da tempo

 

Era chiaro che non si poteva lasciare che l’altoforno uccidesse ancora ed erano già stati ottenuti tre mesi di proroga per la messa in sicurezza, come in generale avrebbe dovuto essere chiaro che un paese civile non può permettere che si produca senza le garanzie di sicurezza per i lavoratori.

 

Ma soprattutto era cosa nota a tutto il mondo economico, già al momento della firma del contratto da parte di Arcelor Mittal, che conflitti  e fibrillazioni internazionali nei mercati avrebbero determinato crisi e calo della domanda di acciaio.

 

Allora sembra purtroppo confermarsi il sospetto che abbiamo già avanzato  ieri, che Arcelor Mittal, già presente in Europa, con stabilimenti a rischio di sovraccapacità produttiva, abbia alzato l’offerta di acquisto dell’Ilva per evitare l’ingresso di altri concorrenti nel mercato del continente.

 

Appare ora in tutta la sua gravità la scelta di consegnare l’ilva a una società già gravata da questi sospetti, per di più  escludendo l’altra cordata che, al contrario di Arcelor Mittal, prevedeva la decarbonizzazione degli impianti.

 

Ora non è più il momento di rinvii. Il governo  deve prendere atto e dire con forza che è Arcelor Mittal a non essere affidabile  e procedere sulla strada di un intervento pubblico diretto che garantisca rinnovamento e messa a norma degli impianti, tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente e garanzia di mantenimento dei livelli occupazionali.

 

Se il governo ha paura della parola “nazionalizzazione” usi quella che gli pare ma intervenga.

05/11/2019

Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

L’annuncio di Arcelor Mittal di rescindere il contratto di acquisizione dell’Ilva suona come un ricatto inaccettabile.

 

Rischiamo di trovarci di fronte all’ennesimo atto di una lunga saga che a suon di ristrutturazioni, delocalizzazioni, acquisizioni ai fini di speculazioni finanziarie ha continuato a impoverire il tessuto produttivo industriale del nostro paese, con la perdita di intere filiere produttive e  di settori strategici con gravi ricadute occupazionali.

 

Grave è la responsabilità dei governi succedutisi fin qui che, diversamente da quanto avviene in altri paesi europei, hanno lasciato campo libero alle scelte di un capitalismo poco propenso a investire e innovare, favorendone invece la propensione a speculare sulle privatizzazioni prima e a puntare su bassi salari e contributi pubblici poi.

 

Fiumi di miliardi, tra agevolazioni fiscali e contributi diretti, sono stati erogati alle imprese senza uno straccio di programmazione e pianificazione fiscale in grado di indirizzare verso la tenuta e il rilancio di settori strategici per il futuro industriale del paese.

 

Con l’Ilva questo governo deve decidere se continuare sulla stessa strada o cambiare rotta; si trova di fronte alla gravissima responsabilità di decidere se l’Italia avrà ancora una siderurgia, un settore che è stato decisivo per l’industria nazionale e lo sarà ancora in futuro.

 

La svolta rispetto ai governi precedenti di fronte all’interesse nazionale in gioco va mostrata nei fatti: il governo si presenti al confronto con  Arcelor Mittal respingendo i ricatti e mettendo sul tavolo tutti gli strumenti a disposizione compresa l’opzione della nazionalizzazione. L’intervento pubblico non può continuare a essere un tabù italiano: smettiamola con il neoliberismo degli straccioni.

 

Ci sono ragioni di interesse pubblico che ampiamente giustificano la nazionalizzazione: garantire una produzione strategica, l’occupazione in un meridione desertificato dalla crisi e il diritto alla salute e a un ambiente non contaminato.

 

Se c’è chi pensa di chiudere Taranto per eliminare un concorrente  in Europa  compito della Repubblica è garantire che la più grande acciaieria del continente non chiuda e restituire all’Italia e ai tarantini un’Ilva rinnovata nei suoi impianti e risanata nel rispetto della salute dei cittadini, dell’ambiente e dei livelli occupazionali.

Massimo Franchi

 

Acciaio e Ambiente. Annuncio dell’ad Morselli: impossibile portare avanti il piano. Ma le ragioni sono solo economiche. Entro 30 giorni tutta l’azienda torna alla gestione commissariale. Oggi Conte ha convocato i vertici a palazzo Chigi Ma gli indiani saranno a Londra per i conti annuali

 

Tutti lo temevano, in pochi credevano succedesse veramente. Arcelor Mittal ha deciso: lascia Taranto e «la più grande acciaieria d’Europa, lascia l’Italia «entro 30 giorni». Lo fa usando come scusa la revoca dello scudo penale, lo fa sfruttando le clausole del contratto sottoscritto l’anno scorso come cordata AmInvestCo.

 

I VERTICI GLOBALI DEL PIÙ GROSSO gruppo mondiale dell’acciaio hanno deciso che l’acquisto dell’Ilva non ha più senso: conviene lasciare, pur avendo già speso centinaia di milioni – si stima oltre i 300, sebbene gran parte dei fondi usati per gli interventi ambientali sono figli del sequestro da oltre un miliardo dei soldi della famiglia Riva, padrona dell’Ilva.

 

Chi ancora pensa ad un ricatto per ottenere il ripristino della «immunità penale» si illude. Il calcolo è cinicamente economico: 2 milioni di euro al giorno in un contesto globale di calo della domanda.
Di controprove ce ne sono parecchie. La prima è che oggi a rispondere alla «convocazione immediata dei vertici Mittal» a palazzo Chigi dal premier Conte – «Faremo di tutto per tutelare investimenti produttivi, livelli occupazionali e per proseguire il piano ambientale» ha detto dopo un vertice con Patuanelli, Gualtieri, Provenzano e Speranza – non sarà nessuno della famiglia Mittal, riuniti invece a Londra per la presentazione dei conti del gruppo.

 

La seconda è che prima di imboccare la strada senza ritorno dell’addio all’Italia, Arcelor Mittal ha chiesto pareri legali ad altissimo livello – lo studio Cleary Gottlieb – che garantiscono sulla possibilità di recesso dal contratto in caso di «provvedimento che rende impossibile l’attuazione del piano industriale»: non solo la revoca dello scudo penale ma anche «i provvedimenti emessi dal Tribunale penale di Taranto sull’altoforno numero 2», il più grande e inquinante.

 

LA NOMINA DI LUCIA MORSELLI a Ceo proprio il giorno dopo la messa in onda della prima intervista televisiva – a Presa Diretta – in cui Matthieu Jehl dava garanzie sul piano ambientale è stato un chiaro segnale. Si sperava che la tagliatrice di teste – dalla Berco all’Ast di Terni – si limitasse a spegnere l’altoforno e invece è stata chiamata per chiudere definitivamente.

 

Nella lettera che accompagna lo scarno comunicato stampa proveniente da Londra con l’annuncio dell’addio, Morselli parla di «notizia difficile per tutti i dipendenti», fa giochi di equilibrismo per motivare il «piano di ordinata sospensione di tutte le attività produttive a partire dall’area a caldo» sostenendo che «non è possibile gestire lo stabilimento senza queste protezioni e non è possibile esporre dipendenti e collaboratori a potenziali azioni penali».

 

LE POLEMICHE POLITICHE DI IERI rasentano il ridicolo. L’emendamento incriminato che secondo l’azienda toglie nuovamente la «tutela legale» è stato sì proposto dal M5s ma votato da tutta la maggioranza, Pd e renziani di Italia Viva compresi. Il precedente balletto sul tema è indicativo della coerenza della politica nostrana. Anche Salvini – che ieri senza mai essere andato a Taranto ha fatto becera propaganda dicendo «un lavoratore dell’Ilva vale dieci Balotelli» – ad aprile votò a favore del decreto Crescita che toglieva «lo scudo penale». Poi le proteste di Arcelor Mittal sortirono effetto e ad agosto il ministro Di Maio reintrodusse una forma di tutela nel decreto Imprese, una tutela «a scadenza» che avrebbe sterilizzato le azioni giudiziarie prima della scadenza del 6 settembre. Una norma poi cancellata il 22 ottobre con un emendamento figlio di un accordo della nuova maggioranza.

 

Il M5s ha pagato a Taranto la scelta di non chiudere l’Ilva, come invece aveva sempre sostenuto in campagna elettorale – l’attuale ministro dell’Istruzione e allora ministro dell’Economia in pectore Lorenzo Fioramenti lo confermò dopo le elezioni in un’intervista al manifesto. Poi per recuperare ha cercato almeno di togliere l’immunità penale, mettendo una toppa peggiore del buco.

 

LE CONSEGUENZE DELLA SCELTA di Arcelor Mittal sono pesantissime sotto l’aspetto occupazionale. Ilva non è solo Taranto con i suoi 8.200 dipendenti, di cui 1.200 sono già in cassa integrazione. Vi sono acciaierie e fabbriche in dieci regioni, a partire da Genova Cornigliano con altri 2.500 dipendenti. Senza dimenticare un indotto variegato che porta il totale delle persone dipendenti da Ilva a quota 20mila.

 

SECONDO LA LETTERA DI MITTAL i dipendenti diretti – tutti i 10.700 sono con contratti a tempo determinato fino all’acquisizione definitiva – entro 30 giorni dovrebbero tornare nella gestione commissariale – che dà ancora lavoro a circa mille dipendenti nelle bonifiche dei siti – ma è probabile che partirà una guerra di carte bollate dall’esito incerto.

 

Dal punto di vista ambientale il piano è stato diluito nel tempo e andava avanti a rilento, sebbene la copertura dei parchi minerari sia un fatto incontestabile.

 

QUASI IMPOSSIBILE ORA SPERARE nel ritorno di Jindal. La cordata battuta da Mittal nel 2016 era formata dai rivali indiani – che poi si accontentarono di Piombino – da Cassa depositi e prestiti e avevano l’idea di decarbonizzare Taranto. Sarebbe proprio quello che servirebbe ora. Ma Carlo Calenda – all’epoca ministro che continua a strombazzare i 4,2 miliardi di investimenti tutti sulla carta – non ascoltò ragione e scelse i soldi di Mittal: 1,8 miliardi per l’acquisto.

 

L’unica alternativa ora è quindi un intervento diretto dello stato. Il governo Conte avrà il coraggio di portarlo avanti?

01/11/2019

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il caso. L’astensione delle destre sulla commissione contro l’odio, il razzismo e l’antisemitismo proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre preoccupa la comunità ebraica: «Pericolosa». E il Vaticano: «Sui valori fondamentali dovremmo essere tutti uniti». Lo scontro politico è durissimo. La senatrice: «Non pensavo fossero possibili distinguo contro l’odio»

 

La legge di bilancio, e altri decreti, hanno disseminato un tappeto di spine sulla strada del governo. Sulla scuola e le pensioni, ad esempio. La mini rivalutazione del reddito da pensione tra tre e quattro volte il minimo (tra 1.522 a 2.029 euro al mese) è «un’elemosina» per il segretario dei pensionati Spi Cgil Ivan Pedretti. L’importo deciso dal governo per 2,8 milioni di pensionati è stato calcolato dai sindacati in poco più di tre euro l’anno, ovvero 25 centesimi al mese. In questo consiste il passaggio della rivalutazione per questi assegni dal 97% al 100%, a fronte di un’inflazione allo 0,3%, previsto in una nuova bozza della legge di bilancio stabilita dopo un’intesa nella maggioranza che ha rivisto le norme dal regime forfettario delle partite Iva a quelle su Radio Radicale.

 

«NEGLI ULTIMI SETTE ANNI di blocco della perequazione i pensionati – ha sottolineato Pedretti – hanno lasciato allo Stato 44 miliardi. Ci sarebbe bisogno d’altro. Bisognerebbe dare la rivalutazione piena almeno fino alle pensioni tra le sei e le sette volte il minimo (3.044 euro al mese quelle fino a sei volte il minimo). E bisognerebbe dare risposte sulla quattordicesima allargandola anche a coloro che hanno redditi da pensione tra i 1.000 e i 1.500 euro al mese».
«È UNA RIVALUTAZIONE imbarazzante – sottolinea Domenico Proietti (Uil – Sono pochissimi euro all’anno. Abbiamo chiesto di tornare alla rivalutazione pre-riforma Monti-Fornero e l’estensione della 14esima. Ci batteremo durante l’iter parlamentare». «Il governo deve garantire il potere d’acquisto a tutte le pensioni anche se in materia decrescente in base all’importo della pensione. Quello che c’è in manovra è un’elemosina. Noi meritiamo rispetto» ha incalzato Patrizia Volponi (Fnp Cisl). Un’altra ragione che spingerà i pensionati a confermare la manifestazione di protesta già organizzata il prossimo 16 novembre.

 

LUNEDÌ 4 NOVEMBRE sarà una giornata decisiva di incontri a tutti i livelli tra il governo e i sindacati confederali. Alle 19 è previsto l’incontro a palazzo Chigi tra il premier Conte e i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil Landini Furlan e Barbagallo. Lo stesso giorno la ministra del lavoro Nunzia Catalfo incontrerà le categorie dei pensionati. Il nodo di una rivalutazione degna delle pensioni sta accompagnando da mesi la turbolenta legislatura iniziata nel marzo 2018. Le prime proteste sono iniziate quando Conte definì il blocco dell’indicizzazione per gli assegni sopra i 1.500 euro lordi, un «taglio quasi impercettibile, parliamo di qualche euro al mese, forse non se ne accorgerebbe nemmeno l’avaro di Molière». La protesta si fece sentire già allora.

 

L’ALTRA GRANA del governo è scoppiata nella scuola. La pubblicazione del decreto sui precari ha provocato ieri una rottura clamorosa, e inaspettata. Per i sindacati della scuola il governo ha disatteso gli impegni assunti da Giuseppe Conte il 25 aprile scorso quando a palazzo Chigi guidava un altro esecutivo. Impegni rinnovati nell’accordo del primo ottobre scorso con il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti. Si tratta di due concorsi attesi da molto tempo che riguardano 48 mila docenti della scuola secondaria.

 

IL TESTO è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale ed è entrato in vigore. È noto come «Salva precari bis». In queste ore sarà trasmesso alle camere per la conversione che si vorrebbe veloce. Prevista la revisione del reclutamento dei dirigenti scolastici, e quella per le assunzioni dei lavoratori negli appalti delle pulizie. Tra l’altro è stato indetto un concorso riservato a cui saranno ammessi i docenti delle scuole paritarie. Ma l’accesso, questa è la novità, non servirà per acquisire l’abilitazione per l’insegnamento. Disgiungere concorso e abilitazione «è inaccettabile» per Flc Cgil, Cisl e Uil scuola, Snals e Gilda. Dal concorso per i posti da direttori dei servizi generali ed amministrativi (Dsga) è stato inoltre escluso il personale amministrativo che ha ricoperto l’incarico per almeno tre anni: «Una scelta politica inammissibile» che «fa venire meno la parola data e scritta». Per i sindacati «non basta certo il concorso in via di svolgimento a colmare il vuoto di vent’anni di mancati concorsi» anche perché sono molti i casi di persone che hanno ricoperto il ruolo per più di otto anni. Per questo protesteranno contro il governo l’11 novembre, con un’iniziativa a Roma nel pomeriggio. E sono stati convocati presìdi concomitanti in altre città.

31/10/2019

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il caso. Il Senato approva la «Commissione Segre» sull’odio razziale e l’antisemitismo. Le destre si sono astenute. È polemica

 

Non ha ottenuto l’unanimità la mozione che ha istituito la commissione straordinaria contro odio, razzismo e antisemitismo proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre. L’aula del Senato l’ha approvata ieri con 151 voti e 98 astensioni di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Il voto è stato salutato da un lungo applauso. I senatori si sono alzati in piedi in segno di tributo alla senatrice presente a Palazzo Madama. Le cospicue astensioni delle destre hanno scatenato polemiche sia nel rinnovato raggruppamento a guida salviniana, sia tra gli ex alleati Cinque Stelle e Lega. «La mia Forza Italia non si sarebbe mai astenuta in un voto sull’antisemitismo – ha detto la vicepresidente della Camera Mara Carfagna – Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle».

 

«La storia di Forza Italia – ha aggiunto Sandra Savino (FI) – è una storia di lotta alle discriminazioni e di vicinanza alla comunità ebraica: per queste ragioni oggi i senatori avrebbero dovuto non limitarsi ad applaudire la senatrice Segre». Alle accuse di avere votato con l’estrema destra ha replicato Il vice-capogruppo vicario di Forza Italia al Senato Lucio Malan. «Sul piano dei contenuti riteniamo troppo ambiguo il passaggio sul contrasto ai nazionalismi – ha spiegato il senatore – e la necessità di colpire anche dichiarazioni “sgradite”, anche quando non siano lesive della dignità della persona. Per noi prevalgono sempre i principi della libertà di espressione sanciti dalla nostra Costituzione, nei limiti previsti dalla legge» ha detto assicurando che il partito collaborerà nella Commissione.

 

«È un violento attacco ai valori fondanti della Repubblica nata dalla Resistenza dopo la drammatica dittatura dell’epoca nazifascista e l’immane tragedia dell’Olocausto». Così i deputati dei 5 Stelle in commissione Cultura hanno attaccato i loro ex alleati della Lega che si sono astenuti. «Siamo contro razzismo, ma non vorremmo che qualcuno a sinistra spacciasse per razzismo quello che per noi è convinzione e diritto ovvero il “prima gli italiani”. Siamo al fianco di chi vuole combattere pacificamente idee fuori dal mondo, però non vogliamo bavagli e stato di polizia che ci riportano a Orwell» ha risposto Matteo Salvini (Lega). La «Lega sbandiera un becero fanatismo» ha risposto Alessandra Maiorino, capogruppo vicario del M5s. Per Laura Boldrini è «una scelta vergognosa». «Un’occasione persa. La destra ha provato a piantare le sue bandierine e non è stato possibile, neanche su un argomento come questo, trovare una condivisione senza se e senza ma» ha detto la vicepresidente del Senato Anna Rossomando (Pd). «È il segno della deriva di una destra che si consegna all’estremismo e lo difende» ha scritto Franco Mirabelli (Pd). Per Giovanbattista Fazzolari (Fratelli d’Italia) «non è una commissione sull’antisemitismo, come volevano far credere, ma una commissione volta alla censura politica».

Stefano Lugli

28/10/2019

Segretario regionale PRC Emilia-Romagna

 

L’esito del voto in Umbria manda due avvisi per la sinistra dell’Emilia-Romagna.
1) Non ha senso per la sinistra fare le ruote di scorta di un Pd che propone politiche liberiste e antipopolari: il risultato insufficiente della lista unitaria di sinistra alleata col Pd umbro sta lì a dimostrarlo.
2) Non ha senso moltiplicare liste a sinistra del Pd facendo la gara a chi è più comunista con il risultato di presentare agli elettori incomprensibili divisioni.

 

In Umbria Rifondazione Comunista, prendendo atto della desolante situazione, non era presente alle elezioni regionali. In Emilia-Romagna Rifondazione Comunista partecipa da cinque anni all’esperienza de L’Altra Emilia-Romagna con cui siamo all’opposizione delle politiche con cui Bonaccini ha mercificato sanità, ambiente e territorio e si è messo all’inseguimento della Lega con un pericolosissimo progetto di autonomia regionale.

 

Lo abbiamo detto nei mesi e nelle settimane precedenti e lo ribadiamo oggi alla luce del voto umbro: in vista delle elezioni regionali del 26 gennaio 2020 invitiamo a un ripensamento sia chi, come Potere al Popolo, pensa ad una presentazione solitaria, sia chi come Sinistra Italiana e le forze della sinistra riunite attorno ad Elly Schlein pensano a liste ecologiste con un Pd che per l’Emilia-Romagna prevede progetti autostradali nemici dell’ambiente.

 

Rifondazione Comunista lavora alla ripresentazione de L’Altra Emilia-Romagna come casa della sinistra autonoma e alternativa agli altri poli politici, e invita nuovamente tutte le forze della sinistra ad aderirvi per presentare alle elezioni regionali una sola lista della sinistra.

25/10/2019

Partito della Sinistra Europea

 

I ministri della Difesa della NATO si incontrano a Bruxelles per continuare i preparativi per il prossimo vertice NATO a Londra. Il gruppo di lavoro sulla pace della Sinistra Europea è profondamente preoccupato per gli sforzi in corso dei ministri della NATO per aumentare drasticamente le spese militari ad almeno il due percento del PIL in ciascun paese.

 

Allo stesso tempo, i membri della NATO stanno discutendo ulteriori schieramenti militari pericolosi delle loro truppe. A seguito di una proposta del ministro della difesa tedesco Kramp-Karrenbauer, è in discussione una zona militare nella Siria settentrionale controllata dagli alleati europei della NATO.

 

Questo è uno sviluppo preoccupante. Invece di inviare più truppe in Siria, è necessaria una soluzione politica che includa una forte pressione politica sul governo di Erdogan e una chiara condanna dell’invasione turca nel territorio siriano.

 

La Sinistra Europea si oppone categoricamente alle politiche di guerra della NATO, non importa se riguardano l’Afghanistan, il Golfo Persico, la Siria o l’Europa. Per sottolineare la nostra lotta per soluzioni politiche, civili e diplomatiche e per il disarmo, la Sinistra Europea aderisce alle proteste contro il vertice della NATO a Londra.

 

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