Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Al peggio non c’è mai fine, lo conferma l’editoriale di Sallusti sul Giornale di ieri: «Salvini fermi i nuovi comunisti». Saremmo di fronte all’invasione degli ultracorpi ove grifagni comunisti avrebbero l’aspetto di Luigi Di Maio.

 

E sarebbero pronti a impadronirsi delle ricchezze delle classi abbienti e a svuotare le casse dello stato. Questo terrore artatamente diffuso sarebbe originato dal “decreto dignità” che affronta temi del lavoro, il primo banco di prova di legislazione economica del governo gialloverde.

 

NE HA DISCUSSO IL CONSIGLIO dei ministri, con la significativa assenza di Salvini che gli ha preferito il palio di Siena. In sostanza il leader della destra non ha voluto metterci la faccia, ha preferito per ora lasciar fare. Sembrerebbe un’altra incrinatura nello schieramento di maggioranza, più consistente della polemica fra Fico e Salvini sulla infame chiusura dei porti: non perché quella vicenda fosse meno grave, ma perché avviene all’interno dello stesso governo, tra i suoi massimi rappresentanti. Difficile in questo caso parlare di opinioni personali. Anzi può fare intravedere un iter di conversione del decreto piuttosto tormentato.

 

NATURALMENTE IL PROVVEDIMENTO governativo non ha smontato il jobs act o il pessimo decreto Poletti, i due pilastri della fallimentare politica del lavoro di Renzi, certificata ancora una volta dai dati Istat di maggio. Ovvero un incremento dell’occupazione massimamente dovuto (95 su 100) al lavoro temporaneo e che comunque colloca il nostro tra gli ultimissimi paesi dell’eurozona sul fronte occupazionale. Le alte grida del padronato e dei suoi corifei, ai quali si è aggiunto con un giudizio negativo, dalla parte sbagliata, anche Gentiloni – da Forza Italia, che deve pur farsi (ri)sentire, si denuncia non meno che “un colpo mortale alle imprese” – più che di spavento servono per intimorire chi volesse andare più in là. L’intervento sul contratto a termine c’è, limitato al fatto che la sua durata scende da 36 a 24 mesi e che la causale, generica, è obbligatoria solo in caso di proroga, per la quale si pagherà uno 0,5% in più del contributo addizionale.

 

Nulla impedisce al padrone di stipulare un nuovo contratto a termine, anziché rinnovarlo. Il lavoro interinale continuerà, tuttavia la sua disciplina sarà equiparata a quella del contratto a termine. Il licenziamento illegittimo resta, costerà un po’ di più: l’indennità sale fino a 36 mensilità (come aveva proposto a suo tempo Cesare Damiano, presidente Pd della commissione Lavoro).

 

LA “WATERLOO PER IL PRECARIATO” la vede solo Di Maio. Se le imprese delocalizzano devono restituire i contributi ricevuti dallo Stato nei cinque anni precedenti. Idea non nuova, che giunge però tardi, quando il vento della globalizzazione si è di molto affievolito e in alcuni casi invertito, riportando in patria produzioni prima delocalizzate (il cd. reshoring). Non solo, ma data l’organizzazione sovra e plurinazionale di molte imprese, la definizione stessa di delocalizzazione richiede un corposo restyling, se non si vuole che la norma sia inapplicabile. Mentre la revisione del redditometro porta a una sospensione immediata dei controlli sugli anni di imposta 2016 e seguenti, in sintonia con la proclamata “pace fiscale”, e i professionisti vengono esclusi dallo split payment, che era invece efficace per evitare evasione d’Iva. Dei voucher nel decreto non si parla, ma il ministro dell’Agricoltura Centinaio li reclama a gran voce, almeno nelle campagne, attaccando la legge contro il caporalato.

 

Su un altro versante non compreso nel decreto, quello dei ciclofattorini (i riders), ad ogni convocazione il governo abbassa la posta. In realtà o si affronta il nodo della subordinazione, quindi dell’articolo del codice civile che la definisce, o il destino di questi lavoratori, malgrado i miglioramenti, rimane in mano alle aziende. «Non solo per noi, ma per tutti» gridavano giustamente i riders sotto il ministero del Lavoro.

 

INTANTO LE ROSEE PREVISIONI sull’economia si stanno sgonfiando. Conseguenza degli andamenti congiunturali e ancor più della guerra dei dazi inaugurata dal protezionismo di Trump. Così il ministro dell’economia Tria coglie l’occasione per mettere le mani in avanti. Ci sarà probabilmente una revisione al ribasso nella crescita del 2018 – ha dichiarato ieri in Parlamento – per cui il deficit sarà oggetto di stretto controllo e non c’è margine per spese avventate.

 

Una linea prudente che non si discosta dal famoso “sentiero stretto” di Padoan, sotto la sempiterna e soffocante supervisione di Bruxelles. Parole che però suonano già come una campana a morto, non solo per quel sussidio impropriamente chiamato reddito di cittadinanza, ma persino per i timidi tentativi di Di Maio di conquistare un suo consenso, dal momento che non possono esistere misure consistenti in materia di lavoro che siano a costo zero, particolarmente con una disoccupazione che viaggia, da dati ufficiali quindi per autodefinizione inesatti, attorno all’11%.

 

ORA CHE LA DISCUSSIONE SI È spostata su un terreno che le dovrebbe essere più proprio, quello dell’economia e del lavoro, un’opposizione di sinistra, se ci fosse, potrebbe fare leva sulle contraddizioni della maggioranza e sulla riconquista di ceti popolari nuovamente delusi. Si aspettano risposte, anche da parte del sindacato. Altrimenti i trent’anni di regime minacciati da Salvini potrebbero diventare una distopica realtà.

Ignazio Masulli

 

Facile demagogia. Non è assolutamente vero che ci troviamo di fronte ad una grande ondata migratoria che rischierebbe di “sommergerci”. Dal 1990 al 2017 lo stock d’immigrati nati all’estero e censiti nei 27 paesi che fanno parte dell’Unione europea, più la Gran Bretagna, è cresciuto di 25,2 milioni. Ma di questi solo il 35% proviene da paesi del Sud del mondo. Ciò significa che gli africani, asiatici e latino-americani, di cui si cerca di popolare i nostri “incubi”, sono stati 8,8 milioni in 27 anni: una media di 327mila all’anno. Quando i migranti lavorano, i contributi al fisco eccedono del 60% tutto ciò che lo stato spende per il welfare. Nel 2016 hanno concorso all’aumento del 9% del Pil

 

Dalla Brexit all’elezione di Trump, dall’ ondata nazionalista e xenofoba montante in un numero crescente di paesi dell’Unione europea fino al lacerante dibattito attuale al suo interno (testimoniato dalla conclusione del vertice), il punto di leva è una spregiudicata strumentalizzazione del fenomeno migratorio.

Anziché preoccuparsi di curare le vere cause della perdurante stagnazione economica, delle crescenti diseguaglianze sociali, della crisi di legittimazione politica.

Conservatori e sedicenti progressisti hanno pensato di lucrare sulla facile demagogia di attribuirne le cause ad una migrazione presentata come massiccia e squilibrante.

Si tratta di una grossolana mistificazione, basta analizzare i numeri, ma quelli giusti.

Intanto, non è assolutamente vero che ci troviamo di fronte ad una grande ondata migratoria che rischierebbe di “sommergerci”.

Dal 1990 al 2017 lo stock d’immigrati nati all’estero e censiti nei 27 paesi che fanno parte dell’Unione europea, più la Gran Bretagna, è cresciuto di 25,2 milioni.

Ma di questi solo il 35% proviene da paesi del Sud del mondo. Ciò significa che gli africani, asiatici e latino-americani, di cui si cerca di popolare i nostri “incubi”, sono stati 8,8 milioni in 27 anni: una media di 327mila all’anno.

 

Non tolgono lavoro a nessuno. Chiunque confronti gli indici della disoccupazione con quelli dell’immigrazione negli Usa e nei maggiori paesi europei vedrà che non c’è alcun rapporto tra i due andamenti.

Disoccupazione e precarietà del lavoro dipendono dalle strategie di massimizzazione dei profitti fatte dai gruppi economici dominanti (delocalizzazione produttiva, automazione spinta, finanziarizzazione del capitale).

I costi? Sono quelli voluti dai governi che detengono gli immigrati e li sottopongono a lunghe procedure per stabilire se hanno diritto a chiedere asilo o devono essere rispediti nei paesi di provenienza.

 

Se e quando si permette loro di lavorare legalmente, i contributi che versano al fisco eccedono del 60% tutto ciò che lo Stato spende per loro in materia di edilizia convenzionata, sanità, pensione, istruzione e quant’altro.

Si veda, ad esempio, il bilancio italiano del 2016; ma ciò vale anche per gli altri paesi meta.

 

Sempre nell’Italia de 2016, gli immigrati nati all’estero hanno concorso ad un aumento del Pil del 9% e altrove in misura anche maggiore.

 

L’apporto demografico degli immigrati è essenziale.

 

Se consideriamo la popolazione dei 27 paesi dell’Ue, un cittadino troppo giovane o troppo anziano per lavorare, dipende da 1,8 persone in età lavorativa, che si ridurranno a 1,5 entro 12 anni. Il che prospetta una situazione insostenibile a detta della stessa Commissione europea.

 

Per quanto riguarda le spese sociali, il mantenimento degli attuali standard di welfare dei cittadini dell’Unione richiederebbe una base contributiva garantita da un aumento della popolazione europea di 42 milioni di persone in 5 anni. Cosa concepibile solo attraverso l’accoglienza e regolarizzazione di un numero di migranti molto maggiore di quelli che bussano attualmente alle nostre porte.

 

Purtroppo la mistificazione ha fatto strada. Sicché nel giro di pochi anni abbiamo assistito ad un crescendo di proposte ingannevoli e irresponsabili.

 

Prima governi e istituzioni dell’Ue sono andati alla cerca di guardiani capaci di sbarrare la strada ai migranti. Così è avvenuto con il finanziamento alla Turchia per chiudere la rotta balcanica.

 

Più difficile è stato trovare un gendarme altrettanto agguerrito in Libia per bloccare le traversate del Canale di Sicilia. La situazione caotica determinatasi in quel paese ha incoraggiato politiche di respingimento ancor più spregiudicate ed aggressive. Si vedano gli accordi dell’ex ministro Minniti con la guardia costiera libica, con gruppi militari attivi nelle zone interne, nonché con governi di paesi di transito dei profughi. Anche questa escalation si è valsa del consenso di altri paesi dell’Ue e delle sue istituzioni centrali.

 

Ora, di fronte ai crescenti contenziosi e competizioni all’interno dell’Unione, sembra prender forma un ulteriore allargamento del raggio d’azione, fino a stabilire hotspot ai confini dei paesi di provenienza dei migranti. Il che equivale a bloccare ogni tentativo d’emigrazione sul nascere. Per non dire della guerra a chi salva i naufraghi.

 

E’ evidente che questa escalation non fa che calpestare in maniera sempre più aggressiva ogni diritto e confine di legalità stabilito da precise norme e trattati. Ed è altrettanto chiaro che una degenerazione morale e politica di questo genere si riflette inevitabilmente nelle situazioni interne dei paesi e aggrava la crisi di legittimazione della stessa Ue.

02.07.2018

 

Nella vicenda Condotte, seguito del fallimento delle trattative fra la società e il fondo Oxy Capital, risulta concreto ed imminente il rischio di uno scenario disastroso che comporterebbe lo smantellamento del terzo gruppo industriale delle costruzioni e la perdita di 3000 posti di lavoro. Condotte è un ‘azienda che un portafoglio lavori come che ammonta a circa 6 M€ e un know how tra i principali nel settore delle costruzioni sia in Italia che all’ estero. 



"In questo contesto difficile - scrivono i tre sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil, ci saremmo aspettati un gesto di responsabilità da parte della proprietà con la conseguente attivazione delle procedure per l’ammissione all’ amministrazione straordinaria. Prendiamo atto invece che la proprietà in queste ore sta valutando l’attivazione di strumenti che non mirano alla salvaguardia del complesso industriale e dei livelli occupazionali che per la dimensione rappresentano interessi collettivi per l’ intero Paese".



Fillea Filca e Feneal Nazionali hanno chiesto al MISE la verifica dei requisiti per l’ accesso alla c.d. legge Marzano, e hanno scritto alla proprietà e al Tribunale di Roma chiedendo l’ attivazione urgente della relativa procedura. 
In coincidenza della convocazione degli organi societari e dell’ aggiornamento del tavolo di crisi istituito presso il MiSE, le organizzazioni sindacali hanno proclamato tre giornate di sciopero a sostegno della vertenza. Lo sciopero iè iniziato oggi e proseguirà fino a mercoledì 4, giorno in cui dalle ore 9 i lavoratori ed i sindacati saranno tutti in presidio al Mise.

Adriana Pollice

 

A porti in faccia. L’ong spagnola sulla tragedia di venerdì scorso. E ieri salva 59 migranti. Salvini le chiude i porti: «Pericolo per la sicurezza»

 

«Si scordino di arrivare in Italia», dice Matteo Salvini. Il ministro degli Interni se la prende questa volta con la ong spagnola Proactiva Open Arms che ieri, al largo della Libia, ha tratto in salvo 59 migranti, tra loro quattro bambini di cui due non accompagnati: erano «alla deriva e in pericolo di vita», spiega l’ong. Salvini nega l’approdo nei porti italiani fin dal mattino, ma a sera dal Viminale arriva una spiegazione che ha tutta l’aria del pretesto: «L’attracco può provocare rischia per la sicurezza», spiega una nota.

 

Per intervenire l’Open Arms ha deciso di non aspettare l’arrivo della Guardia costiera di Tripoli. Venerdì avevano rispettato l’ordine del Centro di coordinamento di Roma ma, accusano, dopo un ritardo nei soccorsi di un’ora e mezza, i libici hanno trovato in vita solo 16 dei 120 stipati sul barcone, affondato da ore. Ieri sono stati gli stessi attivisti catalani ad avvistare il gommone in difficoltà. Cosa è successo lo racconta l’eurodeputata Eleonora Forenza del Gue, che era a bordo della nave dell’Ong insieme a tre colleghi spagnoli: «Più volte l’Open arms ha contattato le autorità italiane segnalando il pericolo di naufragio, sentendosi rispondere di contattare la Guardia costiera libica. Il mancato soccorso in mare è un reato grave, oltre che un atto disumano. Le persone a bordo ci urlavano ‘No Libia’. A differenza di Salvini, le persone che erano su quel barcone sapevano che la Libia è spesso detenzione, tortura, stupro». Il capitano dell’Open arms ha poi spiegato: «Le autorità libiche non rispondevano né via radio né al telefono. Così Roma ci ha detto che toccava a noi decidere cosa fare». La motovedetta libica è poi arrivata quando il soccorso era già in corso, hanno fatto un’inversione della rotta e sono andati via dicendo alla nave dell’Ong ti tornarsene in Spagna. Il più piccolo dei naufraghi ha appena 9 anni: viene dalla Repubblica Centraficana, era con i genitori, l’equipaggio l’ha messo al posto di comando chiamandolo capitano.

 

Matteo Salvini ieri mattina ha twittato: «Si scordino di arrivare in Italia. Questa nave si trova in acque Sar della Libia, porto più vicino Malta» innescando così l’ennesima polemica con La Valletta che ha replicato «Basta con le bugie, il salvataggio è avvenuto tra la Libia e Lampedusa». Il direttore operativo della Proactiva, Riccardo Gatti, ha spiegato: «Continuiamo a proteggere il diritto alla vita degli invisibili. La Spagna è lo stato di bandiera della nave, spetta al governo iberico mettersi in contatto con le autorità maltesi, italiane e oltre per trovare un porto sicuro». La nave ha però chiesto di attraccare in Spagna, il Consiglio comunale di Barcellona ha dato la sua disponibilità ma ci vuole il via libera del governo, prudente dopo aver concesso lo sbarco a Valencia dell’Aquarius.

 

La Ong ha poi messo sotto accusa la gestione dei soccorsi: «Cento persone sono morte venerdì, Open Arms avrebbe potuto salvarle ma è stata ignorata dalle autorità libiche e italiane». Il presidente dell’Ong, Oscar Camps, ha commentato: «Sono affogate davanti alle coste libiche. Però tranquillo, Salvini, non erano italiane. Erano solo ‘carne umana’». Sul sito El Diario Gabriela Sanchez, che è a bordo dell’Open Arms, ricostruisce i fatti: venerdì alle 9 la nave ha sentito, tramite il canale radio 16, l’avviso informale di un aereo militare alla guardia costiera libica, c’era un barcone in pericolo nella zona di Al-Khums, vicino alla costa di Tripoli. Erano a 80 miglia dalla Open Arms ma nessuna comunicazione è giunta alla Ong dal Centro di coordinamento di Roma: «È lontano e hanno avvisato i libici» aveva commentato allora il capitano con la giornalista. Ma alle 10.30 arriva un mayday dal Centro di coordinamento di Malta. Il capo missione, Guillermo Canardo, chiama Roma ma è tardi: i libici erano sul luogo del naufragio, i migranti erano quasi tutti annegati, inclusi tre neonati. «Se ci avessero avvisato in tempo ci saremmo attivati, nonostante abbiamo poco carburante» ha spiegato Canardo. Hanno poco carburante perché Italia e Malta rifiutano l’accesso ai porti alle Ong persino per i rifornimenti.

 

Ieri i libici hanno riportato indietro 270 naufraghi, 11 i bambini. Sul naufragio di venerdì l’ammiraglio Ayoub Qassem ha spiegato: «La Guardia costiera di Roma non ha responsabilità. Le ricerche sono state interrotte perché non ci sono i mezzi e il personale necessari».

29.06.2018

 

Gregor Gysi, Presidente del Partito della Sinistra Europea, ha dichiarato, a proposito del summit del Consiglio Europeo:

 

“L’Europa è unita solo nel tenere i rifugiati il più possibile lontani, incluse persone che scappano dalle guerre e dalla tortura, per metterle in dei “campi” o centri chiusi, e allo stesso tempo continuare a fare patti e alleanze con regimi che violano permanentemente i diritti umani. L’Europa chiude gli occhi davanti alla povertà di cui è corresponsabile. Il diritto di asilo è di fatto sempre più ridotto. Le cause delle partenze valgono solo una piccola nota per i capi di stato e di governo. Ma questo è l’unico modo per ridurre effettivamente il numero dei rifugiati. L’idea di Europa sta degradando ogni giorno di più.

 

Gregor Gysi, President of the European Left declares about the EU summit:

 

Europe is united in to keep refugees as far away as possible, also people who are fleeing from wars and torture, to put them in camps and at the same time, to pact with regimes that permanently violate human rights. Europe closes its eyes to the misery for which it is jointly responsible. The right to asylum is de facto increasingly reduced. Causes of flight are only worth a bit of a note to the heads of state and government. But this is the only way to effectively reduce the numbers of refugees. The European idea is getting more damaged every day.

27.06.2018

COMUNICATO STAMPA

 

«I dati diffusi oggi dall’Istat sulla povertà – dichiara Roberta Fantozzi, responsabile Politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – sono micidiali. La povertà raggiunge il livello massimo dal 2005, cioè dall’inizio della serie storica.

L’Istat “pudicamente” evidenzia le percentuali. Se però quelle percentuali diventano numeri assoluti, cioè persone, la situazione emerge ancor più in tutta la sua drammaticità.
La povertà assoluta colpisce nel 2017 316mila persone in più rispetto al 2016 (da  4milioni e 742mila a 5milioni e 58mila), quella relativa quasi un milione di persone in più (903mila, da 8milioni e 465mila a 9milioni e 368mila). La povertà cresce in particolare a Sud ma anche nelle aree metropolitane del Nord.

Colpisce chi è in cerca di lavoro (37% contro il 31% del 2016) ma anche gli occupati: l’incidenza della povertà relativa per gli operai è quasi doppia rispetto a quella degli occupati in generale (19,5% contro il 10,5%). Tanto la povertà assoluta che quella relativa sono massime nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, come per le famiglie di immigrati.

L’incremento della povertà che i dati dell’Istat mostrano è fortissimo, paragonabile solo a quello che si era registrato nel biennio 2012-2013. Le differenze territoriali e sociali si inaspriscono, la precarietà del lavoro come i bassi salari, danno conto della sofferenza più acuta nelle fasce più basse di età e per la condizione operaia.

La sbandierata crescita registrata nel 2017 non ha inciso in nessun modo sulla condizione di sofferenza sociale del paese, che ha anzi raggiunto il livello massimo dagli inizi della crisi, mentre continuano ad aumentare le disuguaglianze, come dimostra l’altro rapporto, uscito qualche mese fa, di Bankitalia, con le dieci famiglie più ricche che nel 2006 avevano una ricchezza pari a quella di 14 milioni di persone e dieci anni dopo ce l’hanno pari a 18 milioni di persone.   

Servirebbe un intervento nettissimo: l’istituzione immediata del reddito minimo, un piano per il lavoro che crei occupazione vera, il contrasto alla precarietà. Servirebbe una riforma fiscale che prenda le risorse da chi ce l’ha e le redistribuisca a chi non ce l’ha.

Ci batteremo per questo, contro la Flat-Tax che non significa altro che un nuovo gigantesco incremento delle disuguaglianze, che rende impossibile l’istituzione del reddito minimo come di ogni altra misura progressiva, che distrugge il welfare, aumentando ancora la povertà».

26.06.2018

 

Il taglio delle “pensioni d’oro” proposto dai 5 Stelle è una truffa per tre motivi:

 

1) Non è vero che il risparmio sarà di 1 miliardo di euro ma se tutto va bene di appena 200 milioni. Ricalcolare l’importo della pensione sulla base dei contributi effettivamente versati porta in media ad una diminuzione del 25% dell’importo dell’assegno. Ma si tratta di una media appunto perché il gap tra pensione calcolata con metodo retributivo e pensione calcolata con metodo contributivo è maggiore per i redditi bassi e minore per quelli alti. Ciò significa che a seguito del ricalcolo i pensionati d’oro vedranno diminuire il proprio assegno appena del 5%! E se andiamo a vedere bene forse anche meno perché diminuendo il reddito pagheranno meno tasse.

 

2) Se il taglio verrà accompagnato dall’introduzione della Flat Tax i pensionati d’oro a fronte di una perdita media di circa 300 euro risparmieranno attorno ai 1.700 euro in tasse e quindi vedranno ulteriormente aumentato il loro reddito.

 

3) I pensionati d’oro sono solo 30.000 per lo più ex-manager, magistrati, politici etc...i ricchi veri ovvero redditieri, speculatori, evasori e azionisti di grandi società non percepiscono pensioni perché non versano contributi.

 

Diminuire le pensioni ad una alcune categorie di parassiti è giusto e sacrosanto, ma dal punto di vista dei numeri questo non incide minimamente rispetto alla redistribuzione della ricchezza. 

È puro fumo negli occhi. 

Puntano il dito contro la “casta” e i suoi privilegi solo per nascondere i veri potenti, quelli che grazie a provvedimenti come la Flat Tax diventeranno ancora più ricchi.

25.06.2018

di Raffaele Tecce

Responsabile nazionale Enti Locali della segreteria nazionale del PRC SE

 

I risultati dei ballottaggi di ieri confermano, sostanzialmente, i dati già emersi al primo turno delle elezioni amministrative del 10 giugno : si conferma, infatti, la vittoria in molti ballottaggi del centro destra a trazione leghista, il M5S vince – nei capoluoghi – solo due ballottaggi contro il PD ad Imola ed Avellino, il PD è travolto dall’ avanzata leghista in Toscana (Pisa, Massa e Siena) ed in tante ex roccaforti storiche (es. Cinisello Balsamo, Ivrea ecc,) ed elegge il Sindaco, fra i capoluoghi, solo ad Ancona, a Teramo ed a Brindisi, dove, peraltro, si afferma un candidato come Riccardo Rossi caratterizzato da anni di battaglie ambientaliste e candidato nel 2015 a presidente alle ultime Regionali in Puglia come L’ Altra Puglia.

 

E’ evidente che il PD, con le politiche liberiste e securitarie degli ultimi anni, ha corroso le basi del suo tradizionale blocco sociale, determinando sfiducia, rabbia e passivizzazione e non riuscendo mai ad essere riferimento sociale dei soggetti più deboli, travolti dalla crisi e dei loro sacrosanti bisogni di lavoro, di lotta alla precarietà, di ambiente e territori vivibili e di inclusione sociale.

 

La sinistra alternativa al PD deve partire da questa situazione drammatica sia contrastando razzismo e xenofobia e sia costruendo un opposizione sociale per riaffermare diritti e servizi pubblici costruendo un quarto polo di sinistra e civico, strategicamente alternativo al PD ed alla socialdemocrazia europea ed a tutti i poli esistenti, capace di rendere nuovamente protagonisti tutti i soggetti più deboli, le loro lotte ed i loro bisogni di una vita dignitosa.

 

Insomma un opposizione al populismo della destra e del governo Conte, Salvini, Di Maio che abbia caratteri di partecipazione popolare e, tendenzialmente, di costuzione di un nuovo blocco sociale fondato sulla unificazione delle lotte, capace di parlare anche alle tante elettrici ed ai tanti elettori delusi dai 5 Stelle.

 

In questo quadro negativo va segnalata positivamente la elezione a Sindaco a Brusciano ( NA), nell’ area pomiglianese nolana, del compagno Peppe Montanile, in passato militante  di Rifondazione Comunista, che si afferma contro la destra con una coalizione civica, orientata a sinistra ed alternativa anche al PD, fortemente orientata sui temi della legalità, del vivere civile, dei diritti esigibili e sulla trasparenza amministrativa. Come pure significativa è stata la tenuta a Quarto di Napoli del candidato Sindaco Davide Secone, attivo sostenitore di Potere al Popolo nelle elezioni politiche del 4 marzo u.s., che con la sua coalizione civica, fortemente alternativa al PD, pur non vincendo, ha aumentato i voti fra il primo e secondo turno a differenza del Sindaco eletto, nonostante il calo dei votanti, passando dal 20 al 38 % dei voti.

 

In Sicilia , in un quadro di non sfondamento della destra che pure governa la Regione, sono emblematici i risultati di  Messina dove vince un candidato civico populista contro la destra ufficiale (Lega compresa ) e di  Ragusa dove il Sindaco uscente del M5S viene sconfitto da una coalizione civica di destra con dichiarati connotati antipartitici (con la lista“fuori dagli schemi” tranne poi la presenza in coalizione di Fratelli d’ Italia..) e populisti.

 

Torneremo nei prossimi giorni con un analisi più dettagliata su questi risultati dei ballottaggi, verificando nei vari Comuni l’ analisi dei flussi elettorali. Come al primo turno, pur nel quadro negativo generale, si erano affermate maggiormente quelle liste di sinistra e civiche che avevano saputo aprirsi a soggettività politiche e sociali locali, spesso frutto di un consolidato percorso di lotte e di iniziative di opposizione e con candidati credibili, anche dai ballottaggi emerge la necessità di costruire un opposizione sociale  costruita su programmi e lotte capaci di dare sbocco alle esigenze ed ai confitti territoriali più sentiti dalle cittadine e dai cittadini colpiti dalla crisi nell’ottica della costruzione di un quarto polo della sinistra alternativa e civica.

 

Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, la Rete delle Città in Comune e l’ Altra Europa con Tsipras devono rafforzare l’ impegno in questa direzione chiamando a raccolta tutte le forze disponibili alla costruzione di un alternativa nel nostro paese.

22.06.2018

L'indesiderato d.r.

 

Poco più di quattro mesi di attesa, il tempo necessario ad oggi per effettuare presso l'ospedale  di Grosseto o di Castel del Piano una visita cardiologica con ecg.

 

"E meno male che sul sito della Regione Toscana, viene assicurato un tempo massimo di 15 giorni" - questa l'esclamazione infastidita di una cittadina grossetana, che dopo aver trascorso ben 20 minuti di attesa al telefono con il CUP, si è sentito proporre la data di  ottobre 2018 a Grosseto , oppure, in alternativa, quella ad Ottobre , presso l'ospedale di  Siena con altro CUP, oppure ad Abbadia a Marzo 2019 . Un periodo di tempo piuttosto elevato per una visita specialistica di particolare delicatezza, specie per una persona che necessita di controlli cardiaci accurati.

 

Queste alcune delle incongruenze che paiono rendere sempre più complicato il sistema sanitario regionale nel nostro territorio. "Quaranta euro per le due visite presso la asl, e con pochi spiccioli in più, in struttura privata le visite sono immediate. A questo punto opto per il privato, anche perché tra quattro mesi, faccio le corna, potrebbe essere per me troppo tardi per farmi visitare il cuore".

 

Come piccola nota, va comunque precisato che dietro a questa spiacevole situazione, si cela però un rimedio per così dire, accontentante, che ovviamente può andare a consolare per lo meno chi non ha particolari urgenze vitali.

E' infatti in vigore da tempo la delibera regionale n. 143 del 27/02/2006, la quale impone alle strutture asl regionali di far si che all'utenza venga assegnato un appuntamento con tempi di attesa inferiori ai quindici giorni per determinate visite specialistiche, e che in caso contrario, ovvero nel caso in cui la visita venga prescritta con tempi superiori alle due settimane, l'utente ha diritto ad un rimborso economico di ben 25 euro da richiedere direttamente al cup, ma c'è da scommetterci che molti cittadini ignorano questa regola.

Follonica, 20 Giugno 2018.

Partito della Rifondazione Comunista

 

Abbiamo letto con attenzione l’articolo dell’Associazione Ristoratori Castiglionesi che si lamenta perché non riesce a trovare lavoratori giovani alla prima esperienza, ma abbiamo letto anche i commenti all’articolo apparsi sui social online. “Dovete pagarci”, “ vogliamo essere retribuiti il giusto”, “ non vogliamo più essere sfruttati”, “ pagateli !”. Tutti i commenti sono di questo tono e ci trovano d’accordo.

 

Le leggi degli ultimi decenni hanno facilitato lo sfruttamento “legalizzato” dei lavoratori e delle lavoratrici. Voucher, contratti a chiamata, cancellazione dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (solo Rifondazione raccolse le firme contro la sua cancellazione, ma il Presidente Napolitano sciolse le Camere dopo la consegna delle firme per nominare il Governo Monti), introduzione del jobs act. Dobbiamo continuare ancora? Ora basta !

 

I lavoratori e le lavoratrici devono aver diritto a un lavoro e a uno stipendio dignitoso, anche nel rispetto di quella Costituzione difesa con il voto del referendum del Dicembre 2016.

 

I giovani sono stufi di essere ricattati e giustamente si ribellano a questo stato di cose.

 

Forse le associazioni padronali dovrebbero capire che ormai è finita l’era del ricatto e che non è vero che il lavoro non c’è: è che non lo volete pagare.

 

Inoltre, il richiamo alle problematiche della “scuola alberghiera” vuole forse essere un’allusione alla possibilità di far lavorare i giovani utilizzando la legge dell’alternanza scuola-lavoro? Quindi farli lavorare gratis? 

 

Se le normative (vedi ad esempio gli studi di settore) danneggiano i piccoli imprenditori, i datori di lavoratori dovrebbero protestare contro di esse e non a far ricadere la colpa sui giovani che cercano un lavoro, magari per mantenersi gli studi o per comprare il loro scooter o per pagarsi la prima vacanza. Oppure per essere semplicemente più indipendenti economicamente dai genitori.

 

Come sempre saremo dalla parte dei lavoratori. Criticando tutte quelle scelte che mirano a ridurre i diritti e i salari dei lavoratori. Lo abbiamo fatto contro i governi Berlusconi, Monti e Renzi.

Lo faremo oggi contro il governo Salvini-Conte, se non rispetterà la premessa di cancellare il Jobs Act.

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