Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

 5 gen 2018

 

COMUNICATO STAMPA

 

«Se sei della casta non devi raccogliere le firme. Tutti quelli che stanno nel Palazzo – ha dichiarato Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – si tengono stretto il privilegio di non dover raccogliere le firme per presentare la lista.

 

Operazione assai complicata e difficoltosa per liste che non possano avvalersi di un esercito di consiglieri comunali per le autenticazioni, soprattutto nei mesi invernali come in questo caso.

 

Ora anche la Bonino può evitarsi la fatica attraverso l’accordo con i democristiani di Tabacci  e un’operazione un tantino trasformista.

 

In Italia soltanto chi è fuori del Palazzo deve raccogliere le firme come faremo noi di Rifondazione Comunista per la lista “Potere al popolo”.

 

In questa situazione poi c’è il totale disinteresse per quanto riguarda le regioni dove non è stata prevista nessuna riduzione del numero di firme.

 

E’ paradossale che per presentarsi nelle regioni si debba raccogliere un numero di firme 3-4 volte superiore a quello per il rinnovo del parlamento nazionale.

 

Sulla questione abbiamo anche scritto al Presidente della Repubblica che non ha dato segni di vita».

 

03.01.2018

 

Cara Luciana,

sono Viola, portavoce nazionale di “Potere al popolo!”.

Tu non mi conoscerai, ma io sono cresciuta con i tuoi testi, apprezzando la tua apertura mentale, e ti confesso di essere rimasta delusa dal tuo breve scritto di oggi, per come liquida un’esperienza larga e finalmente entusiasmante come “Potere al popolo!”.

 

“Potere al popolo!” nasce in seguito all’appello di un gruppo di giovani del centro sociale napoletano “Je so’ pazzo”, con l’idea di sfruttare questa tornata elettorale davvero deprimente per far sentire la voce degli esclusi, per rappresentare i non-rappresentati, che in questo paese sono maggioranza. Questo appello ha emozionato al punto che in un solo mese migliaia di persone in tutta Italia hanno deciso di lanciare più di 100 assemblee che hanno rimesso insieme non solo il variegato mosaico della sinistra “partitica”, ma soprattutto associazioni, comitati, centri sociali, singoli senza partito ma con tanta voglia di attivarsi.

 

Questa partecipazione dal basso, che è solo all’inizio e che andrà ben oltre le elezioni, può diventare la culla di una nuova organizzazione delle classi popolari, e non a caso è stato subito riconosciuta da Podemos, da Momentum, da France Insoumise… La nostra strategia è chiara: ricostruire un terreno sociale tramite pratiche di lotta, mutualismo, solidarietà, controllo popolare delle istituzioni; ri-politicizzare ampi settori di masse; riportare una grossa fetta giovanile a parlare di politica, a sentirla come uno strumento, a sentirsi protagonisti del loro futuro, a ricominciare a sognare.

 

La strategia che invece tu ci proponi è di andare insieme a D’Alema, Speranza, Bersani, a coloro che sono fra i responsabili del collasso della sinistra e dell’arretramento delle nostre condizioni di vita, odiati dalle masse. Politici che, persa la lotta di potere dentro al PD, cercano di raccogliere voti per riproporci un nuovo centrosinistra. Non ci pare una grande strategia, ma la riproposizione di qualcosa che la storia ha già sconfitto. Qualcosa di triste e di corto raggio. Dubitiamo fortemente che, come tu scrivi, Lenin, Gramsci e Togliatti sarebbero stati sostenitori di D’Alema e Bersani. Poi magari li abbiamo letti male noi, eh. Di sicuro quello che ti chiediamo non è di condividere il nostro progetto, ma di informare correttamente. Di continuare a essere curiosa, anche solo portando avanti questo confronto, e soprattutto di pensare ai giovani, non soffocando nella culla ogni loro speranza di trasformare davvero questo paese.

 

Grazie e speriamo a presto!

 

Viola Carofalo
Portavoce Nazionale “Potere al Popolo!

******

 

Qui di seguito l’articolo di Luciana Castellina su Il manifesto

 

L’errore di strategia della lista «Potere al popolo»

 

Pasquale Vozza, con il garbo che gli è proprio (ormai raro nel corrente dibattito politico) mi ha rimproverato in una lettera pubblicata ieri sul manifesto per aver osservato in un recente articolo che la proposta di Potere al popolo, sostenuta (direi capeggiata) da Rifondazione Comunista ignora la complessità del pensiero comunista. Con lo schematismo imposto dallo spazio osservo che la mera espressione di bisogni pur sacrosanti, non accompagnata da una qualsivoglia analisi della situazione in cui si opera, e da una strategia che renda quella rivendicazione praticabile, avrebbe incontrato la critica più aspra di tutti i comunisti cui vale la pena di richiamarsi: da Lenin a Gramsci a Togliatti. Per dire una sola cosa: non valutare l’importanza della esplosione del Pd, l’equivoco che ha paralizzato ogni iniziativa di sinistra e anzi discreditato l’idea stessa di sinistra in tutti questi anni, a me pare una seria sciocchezza. Quanto accaduto – che è il risultato anche delle lotte che tutti abbiamo combattuto – a cominciare da quella contro il Jobs act e contro la proposta referendaria di Renzi, non è certo risolutivo, ma apre uno spazio per ridar fiducia a un nuovo inizio. Oltre a costituire un prezioso contributo a costruire nel nuovo pericoloso parlamento un presidio democratico che impedisca non improbabili colpi di mano contro quella Costituzione che tutti abbiamo difeso. Quanto a chi predica l’astensione, spero che Pasquale non sia fra coloro che pensano sarebbe assunta come una critica di sinistra, una proposta alternativa, anziché come l’ennesima espressione della dilagante sfiducia nella possibilità di cambiare le cose.

 

03.01.2017

 

Caro Angelo Panebianco, stamattina abbiamo letto l’editoriale dal titolo “I politici e la cuoca di Lenin” sull’importanza delle competenze in politica. I temi che affronti sono molto interessanti e molto vasti, però permettici di fare delle considerazioni e farti delle domande per alimentare il dibattito, visto che noi la pensiamo in maniera radicalmente diversa e ci siamo sentiti tirati direttamente in ballo dato che abbiamo iniziato un bellissimo percorso politico con la nascita della lista “Potere al Popolo”.

 

Partiamo da un paio di domande fondamentali:

COS’È PER TE LA DEMOCRAZIA? A noi risulta che democrazia, partendo dalla sua etimologia, vuol dire potere del popolo, vuol dire che le classi popolari, gli strati sociali più bassi e umili, possono e devono partecipare per decidere del loro destino e possono e devono essere rappresentati nei luoghi preposti, sul piano locale, regionale, nazionale, internazionale.

 

Come giustamente scrivevi, quando i partiti erano forti c’erano grandi competenze e una lunga gavetta prima di arrivare ad occupare posizioni di grande responsabilità. Infatti quella era un’epoca in cui i politici conoscevano davvero i territori, erano nelle vertenze, nelle lotte, sapevano parlare alla gente comune. Quel modello è fallito perché non ha mai dato alla base la trasparenza e i meccanismi di controllo necessari per evitare l’eccessiva burocratizzazione e la grande corruzione.

 

Oggi invece i lavoratori, i disoccupati, gli strati sociali più bassi sono abbandonati dai partiti e non decidiamo su nulla, i governi vanno avanti a botta di fiducie, sono rappresentati solamente gli interessi di grandi industriali e banchieri. Loro possono evadere le tasse, hanno politici di riferimento, non pagano quasi mai il conto con la giustizia.

 

Il punto quindi non è dire no alla professionalizzazione della politica perché è chiaro che le competenze servono, il punto però è mettere di nuovo la politica a servizio del popolo e non dei potenti.

 

CHI DEVE QUINDI FARE POLITICA SECONDO TE? Comunque, da quello che scrivi ci sembra che credi che la politica è meglio se la lasciamo ai professionisti, ai burocrati che sanno bene come funziona la macchina dello Stato. Peccato che, come dicevamo, abbiamo già visto di cosa è capace questa classe politica, abbiamo visto gli appalti truccati, le grandi opere inutili, la logica dell’emergenza che favorisce la speculazione, la devastazione ambientale, i regali alle banche e alle imprese. Non ci sono mai sembrate mosse da grandi statisti, non ti pare?

 

Abbiamo visto invece nella storia come gli avanzamenti progressisti in questo paese siano stati portati avanti soprattutto grazie alle mobilitazioni popolari, dalla resistenza antifascista che ha fondato la nostra Repubblica alle proteste, ai cortei, ai referendum che hanno permesso di avanzare sul piano dei diritti politici, civili e sociali. Dallo Statuto dei Lavoratori al diritto al divorzio e all’aborto, spesso e volentieri la cosiddetta “società civile” era già più avanti e pronta al progresso di una classe politica ormai ottusa ed arretrata.

 

 

Per questo secondo noi tutti devono fare politica!

 

Come diceva don Milani in Lettera a una professoressa, “ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio, uscirne da soli è avarizia, uscirne tutti insieme è politica”. Il mutualismo, le attività sociali gratuite come ambulatori e sportelli legali che cominciano a rispondere ai nostri comuni bisogni, le vertenze sul lavoro, le lotte ambientali, sono le armi che abbiamo cominciato ad usare e che speriamo si estendano capillarmente in tutto il paese. Ci permettono di ritornare a risolvere insieme i nostri problemi, di scoprire l’enorme potere costituente e le grandi competenze che abbiamo quando uniamo le forze e mettiamo da parte individualismi e competizioni per un obiettivo comune. Su questa base chiunque può proporsi per essere eletto, chiunque può essere immediatamente revocato secondo modalità e criteri che decidiamo insieme. Lo stipendio di un politico però non deve rappresentare un privilegio rispetto a qualsiasi altro lavoro dipendente, non deve creare “burocrazie”, per questo con la lista “Potere al popolo” abbiamo deciso che lo stipendio degli eventuali parlamentari non dovrà superare i 2000 euro e che bisogna mantenere la massima trasparenza perché tutti possano valutarne l’operato.

 

In conclusione, caro Angelo, noi ci auguriamo al contrario che crescano i movimenti di protesta e cresca la partecipazione di persone nuove alla politica, che crescano le pratiche di solidarietà e di controllo popolare sul funzionamento delle istituzioni e dei privati. Che crescano tante comunità resistenti in ogni territorio sullo spirito che ha portato alla scrittura dei principi della nostra Costituzione. Costruiamo già, ogni giorno, nei fatti, gli elementi di partecipazione che portano anche le cuoche a discutere di come amministrare lo stato ma siamo consapevoli che la strada che abbiamo davanti è ancora lunga e piena di ostacoli.

 

Ma soprattutto, caro Angelo, vogliamo ricordarti che Cuba e il suo popolo di eroi, non secondo i sondaggi di qualche gruppo comunista ma secondo gli ultimi dati della Banca Mondiale, ha prestazioni di gran lunga migliori delle nostre in proporzione sia per educazione sia per sanità, a Cuba non esistono senzatetto e nessuno viene lasciato senza cure e vaccini, Cuba non partecipa a missioni militari internazionali ma solo a missioni di solidarietà tra i popoli inviando medici e insegnanti, Cuba, che è un’isoletta sotto embargo economico, resiste da sola di fronte alla più grande potenza economica e militare sull’altra sponda dell’oceano. Insomma se questi sono i risultati, noi non lo chiameremmo un disastro ma un’incredibile storia di lotta e resistenza che parla ancora a tanti grazie a figure incredibili come Fidel Castro e Ernesto “Che” Guevara, che, per la cronaca, non hanno mai avuto lo scambio che raccontavi.

 

Potere al popolo!

Luca Tancredi Barone

da Il manifesto

 

 

Intervista. «Nel Regno Unito il Labour è in vantaggio nei sondaggi. Corbyn mostra qual è il futuro: offrire un’alternativa radicale contro l’austerity e il neoliberismo», spiega Owen, columnist del «Guardian» e osservatore della politica spagnola

 

Owen Jones è la faccia giovane e dinamica della sinistra inglese. Diventato famoso nel 2011 a soli 29 anni con il suo libro Chavs – la demonizzazione della classe operaia (mai tradotto in italiano) sugli stereotipi dei media e della classe politica contro le classi più povere basati sul mito del merito individuale, oggi è columnist del Guardian e punto di riferimento della sinistra britannica, così come del mondo Lgbtq di cui è esponente e strenuo difensore. Tradotto regolarmente dal quotidiano spagnolo eldiario.es, Owen è ormai di casa in Spagna: non manca una campagna elettorale, e partecipa ai comizi di Podemos e dei suoi alleati.

 

«L’unica politica in cui io credo è quella in cui sconfiggeremo il neoliberalismo, il dogma dell’austerity», spiega.

 

Perché la Spagna è speciale?

 

Perché quello che è accaduto lì mi rincuora: al contrario che in molti altri paesi occidentali colpiti duramente dalla crisi, non c’è stata l’ascesa di un forte partito anti immigrazione che ha distolto sistematicamente l’attenzione. Ci sono un sacco di ragioni per cui questo non è accuduto, ma quella più importante, secondo me, è da ricondursi al movimento degli indignados da cui è cominciato tutto. Gli indignados hanno assicurato che l’obiettivo della rabbia della gente fosse quello giusto; da loro in Inghilterra e in Europa abbiamo imparato molto. Podemos e i suoi alleati mi interessano e mi ispirano, sia come progetto politico, sia per il loro linguaggio. Dobbiamo unire le forze.

 

Non riesco a pensare a due paesi europei più diversi di Spagna e Regno Unito.

 

Onestamente credo siano più simili di altri. Però è vero: la storia è diversa, se non altro perché la Spagna è stata vittima di una crudele dittatura d’estrema destra. Ma la storia della sinistra inglese è stata sempre legata a quella spagnola, basti pensare alle brigate internazionali della Guerra Civile in cui hanno combattuto in molti, un’eredità importante per la sinistra inglese. Ma certamente sono sistemi politici diversi: la lotta internazionale si manifesta secondo le circostanze culturali e storiche di ciascuna nazione. Ma in comune c’è la lotta contro l’austerity e per la costruzione di società diverse, e il fatto che in Spagna come in Inghilterra e come negli Stati Uniti la sinistra è in ascesa.

 

E allora perché non vincono?

 

Podemos è nato solo nel 2014, ed è diventato uno dei tre partiti più importanti già l’anno dopo. È un risultato formidabile, ha distrutto i dinosauri del sistema bipartitista. E se i socialisti si fossero comportati diversamente, potrebbe esserci una coalizione di sinistra oggi al governo. Nel Regno Unito il Labour è in vantaggio nei sondaggi. Ma in generale, come sappiamo dalla storia, la crisi del capitalismo non avvantaggia automaticamente la sinistra: negli anni trenta finì con l’autoritarismo e negli anni settanta con il neoliberalismo. Ma io credo che stiamo vedendo come le sinistre finalmente si stiano dando da fare; sono messe molto meglio che un paio d’anni fa. Viviamo in società polarizzate, abbiamo la sfida di conquistare le generazioni più anziane, che sono socialmente molto più conservatrici e, almeno nel Regno Unito, sono state più protette della classe lavoratrice dagli effetti della crisi. Io credo comunque che ci sono opportunità interessanti per la sinistra, anche se non sarà facile.

 

E nel resto d’Europa?

 

È chiaro che c’è una crisi della socialdemocrazia. I partiti socialdemocratici sono passati dal sostegno al dogma del mercato ad applicare direttamente, come in Spagna o in Grecia, tagli che colpivano il loro stesso elettorato; o almeno ad appoggiare l’austerity. Ed è finita in Germania con un Spd al 20%, in Olanda socialisti al 6%, la stessa percentuale delle presidenziali in Francia dopo la stagione Hollande. In Portogallo c’è un governo lontano dalla perfezione, e un partito socialista tutt’altro che radicale; le misure progressiste sono soprattutto merito del Bloco. Ma vediamo l’inversione di tendenza contro l’austerity e un voto di sinistra fra i più alti in Europa. Mélenchon, così come Podemos o Corbyn, mostrano qual è il futuro della sinistra europea: offrire un’alternativa radicale e che suscita speranza contro l’austerity e il neoliberalismo, senza ledere i diritti e le libertà per cui sono morte milioni di persone.

 

Quali sono le analogie fra la Brexit e la battaglia catalana per l’indipendenza?

 

Il voto sulla Brexit è stato soprattutto sull’immigrazione. Come persona di sinistra, ho le mie remore sull’Unione europea per il deficit democratico e per tutto quello che è successo con la Grecia. E come Podemos penso che le sinistre europee si devono unire per cambiare la Ue. Ma il referendum nel Regno Unito non c’entra con il divorzio dall’Europa, è stato la ricerca di un capro espiatorio, gli immigrati, cui addossare i problemi della casa, del lavoro precario, i salari bloccati o in discesa, i servizi pubblici ridotti all’osso. Era tutta colpa degli immigrati, stupratori e assassini, che avrebbero invaso il paese. Gli inglesi hanno percepito il referendum come un voto sul sostegno allo status quo, e ovviamente hanno votato No. Certo, senza la crisi e gli attacchi al welfare forse si sarebbe manifestato diversamente. Forse come in Catalogna.

 

Il capro espiatorio per gli indipendentisti è il governo di Madrid.

 

Il modo in cui si è comportato il Partito popolare ha messo le ali al nazionalismo catalano. Io sono a favore del diritto dei catalani a decidere sul loro futuro, ma dissento sulla secessione: bisogna costruire una Spagna diversa.

Giorgio Beretta*

 

Bugie di Stato. Al reportage del Nyt la Farnesina risponde parlando di rispetto della legalità. Non è così: l'Italia viola la sua stessa legge e le convenzioni internazionali che vietano di armare Paesi coinvolti nella violazione del diritto umanitario.

 

C’è voluto un reportage del New York Times per far sapere agli italiani che cosa ne pensa il nostro ministero degli esteri e della cooperazione internazionale delle bombe che l’Italia fornisce all’Arabia saudita per bombardare lo Yemen.

 

In un comunicato rabberciato in fretta e furia date le festività natalizie, la Farnesina ha infatti riciclato quanto i ministri Gentiloni e Pinotti avevano già detto negli anni scorsi in risposta ad alcune interpellanze parlamentari: «L’Italia – scrive la Farnesina – osserva in maniera scrupolosa il diritto nazionale ed internazionale in materia di esportazione di armamenti e si adegua sempre ed immediatamente a prescrizioni decise in ambito Onu o Ue. L’Arabia saudita non è soggetta ad alcuna forma di embargo, sanzione o altra misura restrittiva internazionale o europea».

 

Il ministero si è ovviamente guardato bene dal dire che la legge italiana che regolamenta le esportazioni di armamenti non vieta solamente le forniture a Paesi sottoposti a misure di embargo, ma anche «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Ue o del Consiglio d’Europa» (Legge 185/1990).

 

E che, come ha certificato il «Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen» trasmesso già nel gennaio scorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – che ha ampiamente documentato l’utilizzo da parte dell’aeronautica militare saudita di bombe fabbricate dalla Rwm Italia per bombardare zone civili in Yemen –, non solo questi bombardamenti sono vietati dalle convenzioni internazionali ma «possono costituire crimini di guerra».

 

Non solo. La Farnesina ha continuato a tacere riguardo alle tre risoluzioni adottate dal Parlamento europeo che hanno chiesto all’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, di «avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’Ue di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia saudita».

 

Un’iniziativa sulla quale l’Alta rappresentante finora non ha proferito parola. Eppure nell’ultima risoluzione, del settembre scorso, l’europarlamento ha chiaramente dichiarato di ritenere che «le esportazioni all’Arabia saudita violino almeno il criterio 2 della Pozione Comune europea visto il coinvolgimento del Paese nelle gravi violazioni del diritto umanitario accertato dalle autorità competenti delle Nazioni Unite». Ed ha ribadito «la necessità urgente di imporre un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita».

 

Ma c’è di più. Nella medesima risoluzione, il Parlamento europeo, dopo aver evidenziato che «la situazione nello Yemen si è ulteriormente deteriorata anche a causa delle azioni militari portate avanti dalla coalizione guidata dai sauditi», ha ricordato che «alcuni Stati membri hanno interrotto la fornitura di armi all’Arabia saudita in ragione delle azioni da essa perpetrate nello Yemen, mentre altri hanno continuato a fornire tecnologie militari in violazione dei criteri 2, 4 6, 7 e 8 (della Posizione Comune europea, ndr)».

 

A fronte di queste parole si comprende l’imbarazzo che l’inchiesta del New York Times ha provocato alla Farnesina. Il governo Gentiloni, e prima di lui il governo Renzi, hanno infatti deciso di ignorare non solo queste risoluzioni europee ma hanno chiaramente rinunciato a esercitare un ruolo propositivo e attivo in sede di Consiglio europeo: la parola d’ordine è sempre stata «adeguarsi immediatamente».

 

Una posizione che manifesta, ancora una volta, l’inconsistenza della politica estera dei recenti governi che, a partire dell’intervento militare in Libia nel 2011, hanno sempre sostanzialmente deciso di adeguarsi alle disposizioni decise da altri.

 

Si comprende perciò anche il costante imbarazzo della ministra della difesa, Roberta Pinotti, a rispondere riguardo alle esportazioni di ordigni militari ai sauditi. «Si tratta di materiali prodotti su licenza tedesca che transitano nel nostro Paese», aveva detto qualche anno fa ai giornalisti.

 

Ecco perché l’inchiesta del Nyt che, in sette minuti di video, ha mostrato a tutto il mondo l’utilizzo da parte dell’aeronautica militare saudita nei bombardamenti sulle zone abitate da civili in Yemen di ordigni fabbricati dall’azienda Rwm Italia, ordigni esportati su autorizzazione dei nostri governi, ha fatto finalmente breccia anche nei quotidiani e nelle reti televisive nazionali.

 

In questi anni il manifesto è stato tra i pochi quotidiani a documentare tutta questa materia. Anche gli esperti di politica estera e gli analisti strategici, a fronte dell’indagine dell’autorevole quotidiano americano, hanno cercato di correre ai ripari affermando che era una questione già nota. Mostrando così ancora una volta il loro provincialismo.

 

*Analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa di Brescia

29.12.2017

 

Gli incrementi delle tariffe luce e gas decisi dall’Autorità per l’energia configurano una vera e propria stangata per le tasche delle famiglie italiane.

 

Lo afferma il Codacons, commentando i rincari del +5,3% per la luce e del +5% per il gas.
“Si tratta di aumenti delle tariffe del tutto sproporzionati e che avranno un impatto elevatissimo sui nuclei familiari numerosi e sulle famiglie a reddito medio-basso – spiega il presidente Carlo Rienzi – I rincari sono poi determinati da fattori speculativi che nulla hanno a che vedere con i costi reali di approvvigionamento: basti pensare che alla base del rialzo del +5% del gas vi è la prevista maggiore domanda per i mesi invernali, mentre l’incremento del +5,3% per l’elettricità è causato, tra i vari fattori, anche dagli oneri per la sicurezza del sistema elettrico, che così vengono scaricati interamente sui consumatori”.

“Il 2018 si apre quindi con una stangata per le famiglie italiane, che saranno costrette a spendere di più per utilizzare beni primari e indispensabili come il gas e la luce” – conclude Rienzi.

Tommaso Di Francesco

da il Manifesto

 

Italia in Africa. No allo ius soli, sì a una nuova avventura militare. L'annuncio della nuova missione militare in Niger.

 

 

Da una guerra «umanitaria» all’altra. La scia nefasta non si ferma. Nemmeno a Natale, nemmeno per le feste. Così il presidente del Consiglio Gentiloni, ex pacifista – insieme all’altra ex pacifista, la ministra della difesa Pinotti – proprio dal ponte di una nave militare ha annunciato l’ennesimo intervento militare mascherato da soccorso umanitario. Dove? Siccome abbiamo sconfitto il jihadismo dell’Isis a Mosul, sposteremo quelle truppe nell’Africa sub-sahariana, per fermare «i flussi dei migranti e il terrorismo». A Mosul i bersaglieri ufficialmente proteggevano la diga di Mosul e gli investimenti lì dell’impresa italiana del gruppo Trevi (famosa per i rcenti crolli in borsa). A Mosul l’estremismo jihadista, la cui origine deriva dalla distruzione dello Stato iracheno per effetto di tre guerre occidentali – del terrore provocato da queste guerre si preferisce tacere -, lascia sul campo il corpo dilaniato dell’Iraq in un conflitto intestino che ancora brucia.

La frontiera del sud-Sahara è lunga più di 5mila chilometri, più che impossibili da controllare, più che permeabili alle fughe dei disperati dall’Africa in generale e dal Sahel in particolare; da quell’Africa dove divampano 35 guerre e dove il nostro modello di rapina depreda le risorse e per farlo unge le corrotte leadership locali (dalla Nigeria al Niger, dal Mali al Ciad al Burkina Faso, ecc.).

In questa situazione il governo che si avvia a chiudere i battenti, dentro una legislatura finita, annuncia l’invio di centinaia di soldati italiani, facendo perfino trapelare la possibilità – e sarebbe la vergogna delle vergogne – che sulla missione, della quale non sappiamo nemmeno il costo e chi la pagherà, si voti subito. Insomma, no allo ius soli ma sì ad una nuova avventura militare africana.

Come se quella in Libia del 2011 non si fosse dimostrata insieme fallimentare e generatrice del disastro che ne è seguito e del quale vediamo le conseguenze ogni giorno, nelle morti a mare e nelle guerre mediorientali che non finiscono. Dobbiamo però stare tranquilli dicono i generali che già prendono armi e parole: sarà una missione «no combat». Ma che senso hanno regole d’ingaggio affidate alla televisione e che presentano i militari italiani come «addestratori», quando in loco – in Niger – invece già si combatte duramente e da tempo, come dimostra la recente uccisione proprio in Niger – con tanto di polemica tra le famiglie delle vittime e uno sprezzante Donald Trump – di quattro marines delle forze speciali Usa?

Naturalmente «addestrarli» – facendo un favore al neocolonialismo francese di Macron che in Niger è di casa – vuol dire «aiutarli a casa loro», aiutarli a rinfocolare la guerra che alimenta il circolo vizioso delle stragi, delle fughe e dei profughi. Per le quali c’è una svolta: una sorta di Concordato sulle migrazioni.

È stato in questi giorni l’altro campione governativo, il coloniale Minniti che ha ricevuto, insieme al benedicente cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) l’arrivo di 162 migranti salvati con un corridoio umanitario «legale» dai centri di detenzione in Libia, indicando anche che potrebbero essere 10mila i migranti che potranno arrivare in Europa regolarmente dai campi e dalle carceri libiche, con la garanzia dell’Unhcr, che verificherà in Libia chi ha diritto alla condizione di rifugiato e chi no, e della Conferenza episcopale italiana; e poi, secondo gli obiettivi attribuiti all’Organizzazione mondiale dei migranti (Oim), dovrebbero essere invece 30mila i migranti giudicati senza diritto d’asilo, che dovranno tornare a casa con rimpatri «volontari».

Onestamente, siamo davvero contenti per i primi arrivati, i 162 liberati dalle condizioni di detenzione in Libia, e davvero felici per l’annuncio dei, forse, 10mila nel 2018 – meno invece per i 30mila già previsti come «ricacciati» a casa. Ma perché intanto il governo italiano ha contribuito a chiudere la rotta del Mediterraneo intrappolando in Libia da 700mila a un milione di persone – dalle stime della stessa Onu?

Perché, per un esodo che è epocale, abbiamo criminalizzato le Ong che soccorrono sulle coste libiche i migranti? Perché li abbiamo consegnati al controllo delle cosiddette autorità libiche, le stesse che dovrebbero garantire la svolta natalizia-concordataria di Minniti, e che invece continuano a non controllare alcunché, in un Paese in guerra e in mano a centinaia di milizie che volta a volta si chiamano esercito governativo o guardia costiera, ognuna delle quali gestisce centri di detenzione e di tortura fin qui per conto nostro?

Di quell’Italia ormai capofila, con il Codice Minniti, dell’Unione europea sui migranti, mentre i Paesi europei a ovest si aprono a parole e a Est si chiudono minacciosi e razzisti con i muri, rifiutando perfino la misera ripartizione di un’accoglienza che invece dovrebbe essere epocale. Mentre scriviamo è stato salvato nella notte un barcone con 250 migranti, ma si teme per la sorte di altre due imbarcazioni di fortuna per ora pericolosamente disperse tra Libia e Canale di Sicilia.

Francamente, gli annunci del trio Gentiloni-Minniti-Pinotti risultano angusti e oscuri anche da un punto di vista elettorale. Così accontentiamoci del solo principio che avanza, anche quello fortunato per chi capita. È il principio della lotteria. Come per il migrante numero centomila sbarcato a Lampedusa prima dell’estate: grazie alla nascita miracolosa della piccola Miracle, avrà l’atto di nascita della figlia e quindi forse la possibilità di ottenere il diritto d’asilo.

22.12.2017

 

“Un voto storico”, così Tommaso Fattori, capogruppo di Sì-Toscana a Sinistra e presidente della Commissione per le politiche europee e gli affari internazionali del Consiglio regionale, commenta l’approvazione dell’Ordine del giorno, presentato assieme al collega Paolo Sarti, che chiede al Parlamento d’impedire che il Fiscal Compact venga elevato al rango di vero e proprio Trattato della UE.

 

Tutti i Parlamenti nazionali sono infatti chiamati a pronunciarsi a breve, dando una valutazione  rispetto alla così detta ‘efficacia’ o inefficacia del Fiscal Compact e sui suoi effetti.

 

L’atto impegna la Regione Toscana “a farsi portatrice nei confronti del Parlamento italiano di un giudizio negativo rispetto agli effetti del Fiscal Compact” e a chiedere “che sia aperta una discussione sul superamento di trattati e regolamenti che hanno imposto un indirizzo liberista alle politiche dell’Unione europea, caricando gran parte del peso delle conseguenti misure di austerità su Regioni ed Enti locali”.

 

“Le politiche di austerità – afferma Fattori – stanno massacrando il welfare e i servizi pubblici, ossia tutti quei servizi che sono legati a bisogni e diritti fondamentali dei cittadini, dalla sanità ai trasporti, dall’edilizia residenziale pubblica all’istruzione e alla ricerca, per non dire della spesa sociale e della lotta alla povertà. Ma l’austerità ha anche bloccato la possibilità di far investimenti pubblici anticiclici, necessari per uscire dalla crisi e per avviare una vera conversione ecologica della nostra economia”.

 

L’Ordine del giorno è stato approvato nel corso della discussione della manovra finanziaria regionale 2018, che risente dei vincoli derivanti dal FiscalCompact e dal rispetto del pareggio di bilancio, che hanno fra le altre cose introdotto l’obbligo di conseguire un avanzo di bilancio molto consistente.

 

Continua Fattori: “Siamo da tempo imprigionati in un circolo vizioso fatto di tagli ai servizi, stagnazione, paralisi degli investimenti pubblici regionali. Le misure di austerità sono state scaricate principalmente sulle Regioni e sugli enti locali attraverso il Patto di stabilità interno, i tagli ai trasferimenti erariali, i tagli lineari delle così dette spending review, e l’impatto è devastante”.

 

“Proporrò che la Regione Toscana nel 2018 si faccia capofila di un’ iniziativa transnazionale delle regioni europee contro le politiche di austerità e per un’altra Europa. Dobbiamo invertire la rotta, impedendo la completa desertificazione dei diritti e l’inarrestabile crescita delle disuguaglianze.

 

Potremmo dire che il Fiscal compact, le politiche di austerità, il ricatto del debito sono state armi assai efficaci, dipende sempre dai punti di vista: sono state efficaci per chi ha perseguito l’obiettivo di privatizzare beni comuni e servizi pubblici ed operare un gigantesco trasferimento di risorse dal basso verso l’alto, dalle classi medio-basse verso i ricchi. Una sorta di redistribuzione della ricchezza al contario.”

Giuliano Santoro

da Il Manifesto

 

Calcio. Il giudice sportico condanna «lo striscione». Daspo e sanzioni pecuniarie in arrivo

 

 

 

Secondo il giudice sportivo, esporre all’interno di uno stadio la faccia di Federico Aldrovandi è una «provocazione rivolta alle forze dell’ordine».
I fatti risalgono al 9 e 10 dicembre scorso. Acad, Associazione contro gli abusi in divisa, aveva invitato le tifoserie italiane a esporre il volto del giovane ferrarese ucciso da alcuni agenti mentre tornava a casa, in una notte di settembre del 2005. L’iniziativa era arrivata dopo che all’interno dello stadio Olimpico di Roma, in occasione della partita tra Roma e Spal, ai sostenitori della compagine ferrarese era stato impedito di entrare con il bandierone che porta il volto di Aldrovandi.

L’appello di Acad aveva raccolto tantissime adesioni delle curve italiane ed europ

ee. La faccia di «Aldro» era comparsa un po’ dovunque, segnalando l’ostinazione a non dimenticare la sua morte in seguito ad un fermo di polizia. Adesso sono in arrivo sanzioni pecuniarie e Daspo, il divieto di partecipare a manifestazioni sportive, un provvedimento amministrativo che non necessita di essere approvato dalla magistratura ordinaria. E che in questa occasione porta questa motivazione: «I sostenitori, durante la gara, esponevano uno striscione di contenuto provocatorio nei confronti delle forze dell’ordine».

 

Il padre di Federico, Lino Aldrovandi, ha espresso la sua solidarietà ai colpiti dai provvedimenti repressivi: «Ripeto quello che ebbi a dire qualche giorno fa – sostiene – Ricordare le vittime di quel male irreversibile ’causato’, non sarà mai sinonimo di violenza, ma monito a richiamare al rispetto della vita di ognuno di noi, da parte di chi quella vita, quando chiamato in causa, abbia l’onere ed il privilegio di averla in consegna».
Il regolamento in vigore non prevede il divieto di esporre bandiere. Quel divieto è limitato agli striscioni offensivi e a quelli dal contenuto considerato «politico». Ne deriva che le norme che disciplinano i comportamenti dei tifosi riconoscono ampio potere discrezionale ai funzionari di polizia. Qualsiasi stendardo di dimensioni superiori a un metro deve essere autorizzato. Da qui aveva avuto origine il divieto di Roma. La motivazione del giudice non richiama espressamente il volto di Aldrovandi. Ma i protagonisti di questa vicenda non hanno dubbi: è quella faccia l’unica «anomalia» che compare sugli spalti nel corso di quella giornata calcistica. E sono i suoi occhi, che interrogano il prossimo e mantengono vivo il suo ricordo, ad essere considerati una «provocazione».

 

Così, ad esempio, dalla questura di Terni si annunciano provvedimenti nei confronti di cinque ultrà del Parma. E da Prato i tifosi raccontano: «All’inizio del secondo tempo, alcuni steward assieme a poliziotti in divisa e non, dopo aver strappato un drappo di Aldrovandi dalla curva del Siena sono entrati nel nostro settore intimandoci, pena il Daspo, di levare lo striscione con la foto di Aldrovandi». «Il divieto di Roma che ha dato il via alla campagna non era frutto della decisione di qualche funzionario di polizia troppo solerte, ma di una precisa volontà politica – spiega Luca Blasi di Acad – La nostra campagna #FedericoOvunque ha raccolto e continua a raccogliere adesioni dalla maggior parte delle tifoserie italiane, molte da altri paesi europei e da una miriade di realtà sociali e singoli cittadini. La risposta a questa azione di massa nonviolenta è gravissima: non potendo impedire fisicamente l’accesso agli striscioni in tutte le partite delle differenti categorie stanno fioccando multe e divieti nei confronti di chi ha portato striscioni, bandiere o cartelli con l’immagine di Federico».

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

 

«Farebbe ridere se non ci fosse da piangere la levata di scudi trasversale contro la Bolkestein da parte di centrodestra e centrosinistra che l’hanno votata! 

Ricordiamo infatti che quando fu varata, furono i gruppi popolari e socialisti, cioè centrodestra e centrosinistra, ad approvarla. Rifondazione votò contro, per la cronaca…

Quando si sono accorti che la direttiva colpiva anche un settore come quello delle concessioni balneari, che godono in Italia di un trattamento che non ha pari in Europa, centrodestra e centrosinistra si sono messi a fare demagogia.

Sanno benissimo che non ci sono ragioni che giustifichino una durata infinita delle concessioni su un bene demaniale, ma a fini elettorali votano proroghe, invece di avere il coraggio di riformare un settore, garantendo che le spiagge non vengano accaparrate da banche o società multinazionali, che sia tutelato il lavoro, che vengano liberate dal cemento e riqualificate sul piano paesaggistico e ambientale.

Di proroga in proroga, l’Italia rischia di pagare cara la demagogia, senza nemmeno conseguire risultati concreti per le 30.000 aziende del settore.

Comunque la difesa delle imprese del settore balneare richiede una fermezza della politica nel contrastare il dilagare delle costruzioni sulle spiagge, considerate da troppi di questi operatori come proprietà privata».

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