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13/07/2021

da il Manifesto

Marco Revelli

 

Giustizia. Dai licenziamenti brutali all’attacco del reddito di cittadinanza, alla riforma della giustizia, le destre sociali e di governo mettono in campo le politiche padronali

 

«Governo dei padroni». Mi scuso per la rozzezza dell’espressione, che può apparire desueta e forse un po’ naif, ma non riesco a trovarne una migliore per sintetizzare la natura sociale (e morale) di questo governo che si annuncia «di tutti» e che in realtà è di uno solo, un banchiere.

 

Il quale a sua volta ha un unico indirizzo di riferimento: Viale dell’Astronomia 20, ovvero la sede di Confindustria, il regno di Carlo Bonomi, il quale fin dall’inizio, dal momento in cui si è conosciuto l’esito delle ultime elezioni politiche, non ha smesso di premere e brigare per sostituire alla volontà popolare i propri particolari desiderata di un governo amico. Di più: di un governo identificato pressoché senza residui con la propria visione del mondo e con i propri interessi. E alla fine c’è riuscito.

 

Esemplare – ripetiamolo! – e persino caricaturale, il caso dello sblocco anticipato dei licenziamenti, con quell’«obbedisco» pronunciato con disciplina pronta e assoluta dal Capo del governo nei confronti del Capo degli industriali che non tollerava dilazioni.

 

Gli effetti di quell’atto d’imperio che era in realtà gesto di sottomissione li misuriamo ora, in tutto il loro impatto sulle condizioni di vita dei lavoratori. I nuovi padroni della Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto – il gruppo speculativo tedesco le cui linee guida sembrano tratte direttamente dal decalogo di Gekko, l’indimenticabile e mostruoso protagonista del film di Oliver Stone su Wall Street – non hanno aspettato più di 72 ore per far fuori i loro 152 dipendenti.

 

Li hanno seguiti a ruota quelli della Gnk di Campi Bisenzio, con i loro 422 agnelli sacrificali. In entrambi i casi con un brutale messaggio digitale – una mail in un caso, un whatsapp nell’altro: l’equivalente dell’ottocentesco licenziamento ad nutum, quando appunto bastava un cenno del capo del padrone per cacciare il dipendente.

 

Sono l’esempio della velocità e della estensione della regressione nei rapporti di lavoro che il modello di governance emerso in coda alla pandemia sta producendo, e che in Italia ha un profilo davvero esemplare nella materializzazione del potere del denaro in una sola persona.

 

Né vale l’argomento che siamo gli unici in Europa a chiedere quel blocco, dal momento che siamo anche quelli che mancano tuttora di efficaci ammortizzatori sociali, ed è stato imperdonabile togliere il blocco prima di metter mano alla riforma di questi.

 

D’altra parte non ci siamo dimenticati la risposta istintiva, quasi un riflesso pavloviano, che Draghi oppose alla timidissima proposta di tassazione delle successioni milionarie: quel «non è il momento di prendere, è il momento di dare» (possiamo immaginare alla piccola platea di super-ricchi che per lui sono «il mondo», dal momento che agli altri, tra rincaro delle bollette e prelievi sui salari, a prendere continua) che la dice lunga su quali siano le sue priorità sociali, anche al livello dell’inconscio.

 

E neanche abbiamo scordato il tormentone sul deficit «buono» e quello «cattivo», dove il secondo è la spesa in sussidi mentre il primo in investimenti, cioè in sostegno alle imprese mentre le persone possono tranquillamente affondare… È in fondo l’assioma di Flavio Briatore – «i poveri mangiano perché ci sono i ricchi» – solo per pudore riformulato in termini meno grezzi.

 

E sono sicuro che non passerà molto tempo e anche il reddito di cittadinanza finirà under attack – Renzi «terminator» si è già messo in moto -, cosicché anche questo strumento, sia pur mal congegnato e insufficiente, di contrasto alla povertà verrà liquidato o si tenterà di farlo. In questo caso quelle stentate briciole che riservava ai quasi 6 milioni di poveri assoluti saranno dirottate ai pochi che già hanno.

 

Nemmeno la cosiddetta «riforma della giustizia» si salva da questo segno brutalmente padronale. So bene che la vexata quaestio della prescrizione dal punto di vista strettamente giuridico – della «dottrina pura» del diritto direbbe Hans Kelsen – è intricata, e di non univoca soluzione, come ci ha spiegato Azzariti. Ma da un punto di vista più materialmente sociale (o sociologico) le cose mi sembrano terribilmente chiare.

 

Personalmente non riesco a non pensare che Berlusconi si è salvato da sei processi (tre per falso in bilancio, tre per corruzione) perché così ricco da pagarsi avvocati specializzati nell’arte della dilazione. E che grazie alla prescrizione si è salvato il barone Stephan Schmidheiny proprietario superstite di Eternit, di cui erano documentate le responsabilità per disastro ambientale, e dal cui business sono derivati più di 3000 morti per mesotelioma pleurico nella sola Casale Monferrato. Anche lui aveva un enorme capitale, guadagnato sulla pelle delle sue vittime, per comprarsi il tempo necessario a prescrivere i suoi reati.

 

Dicono le cronache che in aula tra il pubblico sedevano uomini e donne attaccati alla bombola d’ossigeno, ovvero alla fine della loro vita. E che il sostituto procuratore della Cassazione, a commento della sentenza, disse che a volte accade che «diritto e giustizia vadano da parti opposte».

 

Questo per dire quanto, in una società divisa da diseguaglianze abissali, sia moralmente assurdo e cconoscitivamente errato applicare criteri di eguaglianza formale, come non smettono di fare la ministra Cartabia e con lei chi su quel deficit mentale continua a fondare i propri privilegi.

 

E questo è e resta, con buona pace di chi fingendo di non saperlo continua a sostenerlo, il governo del privilegio.

11/07/2021

Rifondazione Comunista

 

 

“Un modo per confermare e dimostrare il nostro concreto e quotidiano sostegno alla lotta che verrà portata avanti dall’assemblea permanente, qualsiasi forma prenderà”

 

Il Partito della Rifondazione Comunista conferma la sua solidarietà e il suo sostegno alla mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori della GKN, qualsiasi forma sceglieranno per la loro lotta. Oggi abbiamo raggiunto la fabbrica poco prima dell’assemblea aperta, con il Segretario nazionale e alcune delle figure istituzionali del territorio che abbiamo contribuito ad eleggere nei comuni dell’area e in Città Metropolitana.

 

Le parole di Maurizio Acerbo, Segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista: «la GKN, come azienda (acquistando Augusta) ha incassato dallo Stato centinaia di milioni mai restituiti, ora pensano di chiudere e delocalizzare all’estero. Draghi mostri di essere capace di fare qualcosa sul serio, perché finora ha fatto solo gli interessi del grande capitale. Questa non è un’azienda “decotta”, ci sono professionalità da salvaguardare. Draghi si ricordi cosa fece La Pira e ne segua l’esempio. ».

 

Queste le parole di Lorenzo Ballerini, consigliere comunale di Campi a Sinistra: «non possono bastare i tavoli rituali e le parole di circostanza. Quanto accade è la logica conseguenza di una centralità del lavoro che da troppo tempo manca a tutti i livelli della politica, anche sul piano locale. Dobbiamo essere in grado di sostenere le lotte che verranno decise in fabbrica durante l’assemblea permanente».

 

Insieme alle compagne e ai compagni del Partito, a partire dai circoli della piana, erano presenti anche il consigliere della Città Metropolitana Enrico Carpini, quelli del Comune di Firenze Dmitrij Palagi e Antonella Bundu, quelli di altri comuni dell’area (tra cui Caterina Corti, di San Piero e Scarperia).

10/07/2021

da Il Manifesto

Riccardo Chiari

 

Firenze. La multinazionale inglese dà il benservito via mail alle 422 tute blu fiorentine di Campi Bisenzio. I sindacati: intervenga il governo

 

Licenziati in 422 con una mail arrivata sulla loro pec, meccanismo consentito dal jobs act, le operaie e gli operai della Gkn Driveline di Campi Bisenzio sono entrati comunque nello stabilimento di componentistica auto che i padroni inglesi di Melrose vogliono chiudere, e dal primo pomeriggio di ieri sono in assemblea permanente, prendendo la decisione di presidiare la fabbrica giorno e notte. Anche fuori dai cancelli è stato subito organizzato un presidio di solidarietà, sempre più partecipato via via che la notizia veniva data da radio e tv locali e rimbalzava sui social. Furibondi i sindacati, Fiom Cgil in testa, ed esterrefatto l’intero arco delle forze politiche toscane, da Potere al popolo e Rifondazione comunista, che hanno sempre seguito e appoggiato le vertenze delle combattive tute blu Gkn, a Sinistra italiana, 5 Stelle e Pd, fino a Lega e Fratelli d’Italia.

 

Gelata anche la Confindustria fiorentina, che di fronte alla procedura di licenziamento collettivo «aperta in totale autonomia da Gkn Driveline», spiega che «non aveva avuto alcuna informazione», prendendo le distanze dalle modalità utilizzate. Solo Carlo Bonomi, leader di Confindustria nazionale, l’ha presa larga, cercando di difendere l’ «avviso comune» sottoscritto con il governo e i sindacati confederali. «Chi vuole strumentalizzare questi argomenti vuole solo fare polemiche. L’avviso comune prevede una raccomandazione a usare tutti gli strumenti disponibili, e le aziende che stanno procedendo a chiusure potevano licenziare anche prima, perché la cessazione di attività era una delle clausole esimenti anche in presenza del blocco dei licenziamenti».

 

Come nel caso dei 152 lavoratori e lavoratrici della brianzola Gianetti, le tute blu della Gkn si sono trovati all’improvviso senza più un impiego, dopo aver regolarmente fatto il loro turno fino alla notte precedente. «Un comportamento vigliacco, senza rispetto per le persone e per il territorio – annota la solitamente moderata Fim Cisl – una modalità banditesca che condanniamo senza appello. Proprio questa mattina l’azienda aveva messo tutti i lavoratori in Par (permesso annuo retribuito) collettivo in vista del ferie estive, e in fabbrica non c’era nessuno. Da informazioni che abbiamo raccolto pare che l’azienda voglia delocalizzare, cosa che non ha nessuna logica visto che poco tempo fa sono stati effettuati importanti investimenti in macchinari e automatizzazione dello stabilimento».

 

Invece poco prima dell’alba sono stati portati via i server e i software necessari alla produzione di semiassi per diverse case automobilistiche tra cui Fca e Volkswagen, e al mattino i primi operai accorsi si sono trovati davanti non le abituali guardie giurate ma dei buttafuori, che comunque nulla hanno potuto di fronte a centinaia di lavoratori entrati comunque nella «loro» fabbrica. «Questa è come casa mia – ha spiegato una tuta blu davanti alle telecamere del Tg3 toscano – è da 27 anni che lavoro qui. E da qui non me ne vado». Dello stesso avviso i delegati sindacali della Fiom in fabbrica: «Non accetteremo licenziamenti – spiega Andrea Brunetti – né alcuna riduzione dei livelli occupazionali». «Siamo l’ennesimo caso di chiusura a tradimento – aggiunge Dario Salvetti – e ci chiediamo quanto dovranno andare avanti storie del genere».

 

I 41 sindaci della ex provincia di Firenze da oggi saranno a turno in presidio davanti ai cancelli, seguiti con ogni probabilità da quelli pratesi. «Il governo deve intervenire – osserva il presidente toscano Eugenio Giani – questo è un caso nazionale». Ma non sarà una vertenza facile: quando nel marzo 2018 il «buco» di 1,6 miliardi di euro accumulato da Gkn nel fondo pensionistico dei suoi dipendenti convinse gli azionisti ad accettare l’offerta da circa 9 miliardi del gruppo Melrose, specializzato nell’acquisizione e nel risanamento di aziende in difficoltà per poi rivenderle intere o a «spezzatino», intervenne il governo, preoccupato per il settore aerospazio di Gkn. Ma non per quello dell’automotive, tanto che lo scorso anno, in piena pandemia, Melrose a Birmingham ha mandato a casa 185 lavoratori su 600. Senza ricorrere agli ammortizzatori sociali, pur previsti dall’esecutivo inglese in casi del genere.

08/07/2021

Da il Manifesto

Alfonso Gianni

 

Altro che boom. Le migliori previsioni si fondano sull’efficacia dell’intervento pubblico e non tanto sulla sbandierata capacità imprenditoriale privata

 

Le dichiarazioni fatte ieri mattina da Bruxelles dal commissario all’economia dell’Unione europea Paolo Gentiloni sono state assunte come un manifesto dell’ottimismo sulla ripresa economica del nostro paese. In realtà la sua valutazione su un «rimbalzo» del Pil del 5% a fine anno non sono diverse da quelle già fornite da Istat e Bankitalia. Si tratta di previsioni superiori a quelle della media europea, ove si prevede una crescita del 4,8% a fine anno, mentre sono uguali per il 2022 e peggiori per l’anno successivo. La stima di Bankitalia per il triennio 2021-23 è fortemente legata al successo del Pnrr, i cui effetti dovrebbero garantire almeno 2 punti percentuali, ovvero la metà della crescita prevista. Ma tutto ciò – si avverte prudentemente da palazzo Koch – se non ci saranno ritardi nell’implementazione dei progetti del Pnrr e degli investimenti pubblici.

 

E già qui l’ottimismo corre su un terreno assai più sdrucciolevole viste le nostre debolezze strutturali. Nello stesso tempo è bene sottolineare come le migliori previsioni si fondano sull’efficacia dell’intervento pubblico e non tanto sulla sbandierata capacità imprenditoriale privata, contraddetta dal calo degli investimenti in particolare tra il 2008 e il 2019. Ma sempre nella giornata di ieri l’Ocse rendeva nota una fotografia sull’occupazione nel nostro paese dai colori assai più bigi. Se il tasso di disoccupazione è aumentato dal 9,5% della fine del 2019 al 10,5% nel maggio del 2021, quello giovanile è balzato dal 28,7% al 33,8% rilevato nel gennaio di quest’anno ed è rimasto su questi valori fino alla primavera.

 

Mentre a livello Ocse il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato nell’aprile 2021 al 15%. Il differenziale è enorme. Contemporaneamente è cresciuto nel nostro paese il telelavoro, dal 5% al 40% degli occupati. L’Ocse afferma che ciò ha permesso in parte di contrastare gli effetti negativi della pandemia, ma «ha anche generato tensioni sul fronte dell’equilibrio fra vita privata e lavorativa» ed ha aumentato «disparità tra i lavoratori» a detrimento delle qualifiche più basse. E se le cose non sono andate peggio, aggiunge l’Ocse, è dovuto all’intervento della Cassa integrazione, che in futuro andrà usata in modo ancora più estensivo, specialmente «con la progressiva riduzione del blocco dei licenziamenti a partire dal mese di luglio 2021». In ogni caso i livelli occupazionali pre-pandemia non saranno raggiunti neppure alla fine del 2022.

 

Se mettiamo a confronto l’ottimismo sulla ripresa e il realismo sui livelli occupazionali emerge un quadro temuto, anche se prevedibile date le premesse, quello di una ripresa (o rimbalzo) jobless, nel quale la riduzione consistente dell’occupazione viene data per scontata.

 

A questa si aggiunge un quadro retributivo miserabile. Se ci confrontiamo con altri paesi europei – ce lo dice lo stesso studio Ambrosetti, quelli di Cernobbio per intenderci – i salari medi in Germania sono cresciuti del 18,4% tra il 2000 e il 2019, in Francia del 21,4%, in Italia non si sono quasi mossi (+3,1%). Non stupisce la crescita delle famiglie in povertà assoluta anche di chi lavora. Del resto, rispondendo a una domanda di un giornalista, ieri Gentiloni ha affermato di non avere ancora quantificato nelle previsioni economiche gli effetti dell’avviso sui licenziamenti, che comunque considera non come la continuazione di un blocco ma come «parte delle politiche che incoraggiamo a livello europeo di un ritiro selettivo graduale delle misure di sostegno».

 

Più o meno il contrario di quanto sempre ieri ha raccomandato Mathias Cormann, segretario generale Ocse, per il quale «un ritiro prematuro degli aiuti metterebbe in pericolo la ripresa economica». Da questo quadro emerge che le classi dirigenti europee – fra cui la nostra a pieno titolo, vista anche la presenza di Draghi sulla plancia di comando – si apprestano a sfruttare la crisi e l’utilizzo delle innovazioni tecnologiche promosse attraverso il flusso dei finanziamenti europei per una ristrutturazione organica del sistema produttivo a scapito della componente lavoro.

 

Più che difficile appare quindi impossibile rilanciare i fasti della concertazione, che lo stesso Pierre Carniti, che ne era stato propugnatore, sottopose poi a dura critica visti gli effetti. Ma il nuovo segretario della Cisl, Luigi Sbarra, in un’intervista al Sole 24 Ore si spinge ben oltre, sostenendo che «capitale e lavoro devono marciare insieme»; l’avviso sui licenziamenti sarebbe la premessa di un fronte comune con Confindustria; vanno rimosse le rigidità della legge sulle causali per le proroghe dei contratti a termine e in somministrazione perché la contrattazione, particolarmente se decentrata, garantirebbe meglio le richieste di flessibilità delle aziende, essendo più adattiva «rispetto a qualunque norma di legge». Va da sé: con finanziamenti pubblici.

07/07/2021

Giulio Cavalli

da Left

 

L'allevamento degli schiavi ha finalmente ricevuto una bella spinta e infatti mica per niente Confindustria e compagnia cantante insistono nel dirci che il futuro sarà bellissimo. Sì, per loro.

 

Lo scorso 4 luglio 152 lavoratori sono stati licenziati a fine turno nel pomeriggio con una mail. Come arrivano le offerte promozionali di vini e di abbigliamento è arrivata la comunicazione che ha rovinato la vita alle persone, con la stessa leggerezza, con la stessa poca responsabilità. È accaduto a Ceriano Laghetto, in provincia di Monza e Brianza, nella storica fabbrica di Gianetti Ruote, che produce ruote di acciaio, dove il fondo americano Quantum Capital Partner, proprietario dell’azienda, ha giustificato questa decisione inaspettata con la crisi perdurante dello stabilimento aggravatasi nei mesi di pandemia.

 

Come c’era da aspettarsi tutto è arrivato poche ore dopo lo sblocco dei licenziamenti voluto dal governo dei migliori, gli stessi che ci assicuravano (e assicurano ancora) che sarebbe andato tutto bene. Ora la situazione è la seguente: gli anziani temono di non riuscire più a ricollocarsi e i giovani non hanno idea di come riuscire a pagare mutuo e spese della famiglia. Vi ricordate cosa diceva Draghi, tutto festante? Comunicava un accordo con Confindustria secondo il quale sarebbe stato “consigliato” utilizzare tutti gli ammortizzatori sociali a disposizione prima di procedere ai licenziamenti. E pensate un po’? L’azienda è associata proprio a Confindustria.

 

Si sarebbe potuto pensare allo sblocco dei licenziamenti dopo avere programmato un serio piano di ammortizzatori sociali per evitare la macelleria sociale e invece il piano è perfettamente riuscito: si potrà licenziare con grande serenità i lavoratori per poi riassumerli con nuovi contratti con meno garanzie e con stipendi più bassi. L’allevamento degli schiavi può finalmente ricevere una spinta e infatti mica per niente Confindustria e compagnia cantante insistono nel dirci che il futuro sarà bellissimo. Sì, per loro.

 

La notizia, com’era prevedibile, non ha riempito le pagine dei giornali ma è passata molto sotto traccia (ieri c’è stato un presidio davanti all’azienda ma eravamo tutti concentrati con Renzi che pretende una diretta Instagram con Chiara Ferragni). Del resto siamo nel Paese che ancora insiste nel dirci che la colpa dei disoccupati sta nella loro mancanza di voglia di lavorare.

 

Questa è solo la prima avvisaglia e la notizia la appoggiamo qui. Così sarà facile ritrovarla quando non si potrà più nascondere la situazione e tutti fingeranno di essere stati colti di sorpresa.

06/07/2021

da IL Manifesto

Carlo Lania

 

In brutta coppia. Si decide sulla calendarizzazione del testo contro l’omofobia Matteo Renzi: «Così com’è non passa». E Matteo Salvini lo segue

 

A questo punto il percorso è ormai tracciato. Oggi alle 11 al Senato si tiene l’ennesima riunione dei capigruppo di maggioranza per verificare la possibilità di arrivare a una mediazione sul ddl Zan. Non sono previste sorprese. Nel pomeriggio, alle 16,30, ci sarà quindi il passaggio in aula per decidere sulla calendarizzazione del testo, che dovrebbe essere fissata a partire dal 13 luglio. E allora si vedrà se per la legge contro l’omotransfobia sarà davvero il Vietnam – come si dice – o qualcos’altro.

 

Oggi però è anche il giorno in cui si capirà quanto è salda l’intesa tra Italia Viva e la Lega. Ai renziani si devono gli emendamenti che chiedono la cancellazione delle parole «identità di genere» dall’articolo 1 della legge, la soppressione dell’articolo 4 che garantisce la libertà di espressione e la modifica dell’articolo 7 specificando in maniera chiara che, pur mantenendo l’istituzione della giornata nazionale contro l’omofobia, viene salvaguardata l’autonomia scolastica, rispondendo così alle preoccupazioni espresse dal Vaticano e dalle scuole cattoliche. A chi lo accusa di voler affossare la legge Renzi, che ha denunciato di ricevere «insulti, minacce e auguri di morte», ieri ha replicato ricordando di aver firmato le unioni civili quando era al governo: «Non prendo lezioni da chi usa i diritti come bandierine senza ottenere i risultati», ha detto il senatore di Rignano attaccando il Pd.

 

Sugli emendamenti di Italia viva convergeranno certamente i voti del centrodestra, da sempre contrario al ddl. Ieri Matteo Salvini, che da giorni vuole mostrarsi come un mediatore, si è rivolto ancora una volta al Pd chiedendogli di aderire alle modifiche proposte da Renzi: «Se il Pd rifiuterà ascolto e dialogo, invocati anche da tante associazioni e movimenti di gay, lesbiche e femministe – ha detto -, si assumerà la responsabilità di affossare questa legge»,

 

Parole che in casa dem suonano come un provocazione. Al Nazareno – dove ieri si è riunita la segreteria – sono infatti più che convinti che contrariamente a quanto dice Renzi, ovvero che almeno sei senatori dem e 5 o 6 dei 5 Stelle approfitteranno del voto segreto per non sostenere la legge, i numeri per approvarla in realtà ci siano. Basterebbe solo che la vecchia maggioranza giallorossa, la stessa che otto mesi fa ha permesso l’approvazione del ddl Zan alla Camera, si mantenesse compatta. «A Italia viva chiedo uno scatto di orgoglio per portare la legge all’approvazione», dice il deputato Alessandro Zan, che ha dato il suo nome la provvedimento. «Dire che così com’è la legge non passa è una buglia. Se prendiamo il pallottoliere, la maggioranza in Senato, con Iv, c’è».

 

Anche se il Pd ha detto di non voler chiedere il voto segreto, quando si arriverà in aula è così che si procederà. La battaglia allora è davvero all’ultimo voto. Chi sostiene il ddl Zan (oltre a Pd e M5S, ci sono LeU e il gruppo delle Autonomie) spera nel supporto che potrebbe arrivare da qualche senatore di Forza Italia. Elio Vito, deputato azzurro da sempre a favore della legge, ieri si è di nuovo rivolto al suo partito: «Io continuo a credere, a sperare. a volere che la mia cara Forza Italia, la liberale Forza Italia, la europeista Forza Italia, si distingua dalla Lega e da Italia viva e possa votare il ddl Zan nell’attuale testo al Senato e risultare decisiva per la sua approvazione definitiva», ha scritto su Twitter.

 

Decisivo sarà anche il comportamento del gruppo Misto. Sono 46 senatori e almeno la metà – tra i quali i senatori di LeU – potrebbe votare a favore del ddl. Se così fosse, verrebbero compensata l’assenza di quei senatori renziani che hanno cambiato la loro posizione.
Si tratta però solo di supposizioni, o meglio ancora di speranze. Al momento i voti non ci sono e per le norme contro l’omofobia la strada è sempre più in salita.

03.07/2021

da il Manifesto

Alfonso Gianni

 

Imprese/Lavoro. Ma bilancia non è a favore delle organizzazioni dei lavoratori. E la «raccomandazione» è paragonabile alla «moral suasion» dagli esiti sempre insoddisfacenti

 

Dunque Draghi avrebbe compiuto un miracolo. Così potrebbe sembrare a giudicare dalla pletora di lodi che gli cascano sul capo, provenienti da parti che dovrebbero essere opposte, almeno sul tema dei licenziamenti, che per gli uni, i padroni, sono l’implementazione più potente del loro potere di comando, per gli altri, i lavoratori, una questione di sopravvivenza. Specialmente dentro una crisi che li ha decimati e impoveriti.

 

Ma chi non crede ai miracoli dovrebbe porsi seriamente la domanda su chi è uscito vincente da quelle sette righe e mezzo che costituiscono l’avviso comune firmato da governo e sindacati, con l’intervento determinante della Confindustria. Il più enfatico nel celebrare “l’abilità e la fermezza dimostrata dal presidente Draghi” è senz’altro Carlo Bonomi.

 

Ma il capo di Confindustria non si ferma lì. Va ben oltre. Ascrive alla sua organizzazione il merito di tornare a quello che quest’ultima aveva chiesto a settembre, “un grande Patto per l’Italia”, tale da potersi configurare come “una visione sul futuro” e nell’immediato condizionare il contenuto del testo governativo più volte annunciato sulla riforma degli ammortizzatori sociali.

 

Anche i dirigenti sindacali cantano vittoria. Un poco più sobriamente la Cgil che comunque ascrive il merito del “passo in avanti” alla mobilitazione dei lavoratori indetta precedentemente e all’unità tra le confederazioni sindacali. Tema su cui si allinea anche la Uil. Mentre la Cisl vede la ridiscesa in campo della concertazione. Argomento su cui insiste anche Enrico Letta. Quindi tutti vincitori? Non è così e purtroppo la bilancia non pende dalla parte delle organizzazioni dei lavoratori. Come si ricorderà la vicenda era entrata nel vivo quando il ministro Orlando aveva minacciato addirittura le dimissioni peraltro senza essere sostenuto dal suo stesso partito e perciò subito rientrate.

 

Dal Consiglio dei Ministri era uscita una soluzione che presentava per il padronato un’alternativa dove esso era vincente in entrambi i casi. O utilizzare la cassa integrazione ordinaria in modo gratuito, oppure licenziare senza l’intervento della Cig. La cosa non poteva essere digerita dai sindacati. Da qui il ricorso a manifestazioni in tre capoluoghi e la richiesta pressante di un incontro a Palazzo Chigi. Quell’incontro durato sette ore si è concluso però con un testo, la cui natura giuridica è alquanto incerta, entro il quale la parola introdotta per volere confindustriale ne spostava il senso verso la direzione decantata da Bonomi.

 

Non bisogna essere dei principi del foro per capire che un conto è un impegno a utilizzare strumenti alternativi ai licenziamenti, peraltro da definirsi in buona parte in un futuro decreto-legge, un altro è l’impegno a “raccomandare” un simile utilizzo. La soluzione, già non fortissima nel primo caso, perde di ogni forza cogente nella versione finale. Alla fine delle votazioni, solitamente di conversione di decreti-legge, i governi assumono come “raccomandazione” gli ordini del giorno presentati, liberandosi così di noiose votazioni e di qualunque impegno a rispettarli.

 

Nel migliore dei casi si può avvicinare il significato della “raccomandazione” a quello della moral suasion, i cui esiti, anche quando è stata agita da Presidenti della Repubblica, sono sempre stati meno che insoddisfacenti. In ogni caso in quelle sette righe non si prevede alcuna forma di sanzione, persino difficile da immaginare, nel caso che la raccomandazione non venga accolta. Una cosa è certa: con quel testo i licenziamenti non sono scongiurati e ci vorrà un conflitto ben maggiore e più esteso di quello finora messo in atto se si vorrà evitare il disastro sociale. Tanto più che l’offensiva di Confindustria non si ferma qui. Purtroppo le parole di Bonomi non sono pronunciate a caso.

 

Il nesso che stabiliscono tra quell’avviso comune e la riforma degli ammortizzatori sociali è che in questa ultima, secondo Confindustria, non vi dovrà essere alcun obbligo reale e sanzionabile di usare gli ammortizzatori sociali come alternativi ai licenziamenti in nome di quell’avviso comune – promosso così quasi al livello di nuova fonte legislativa – “dove si parla di principi condivisi” per realizzare quella riforma. Anzi, stando a quanto riferiva ieri il fedele Sole24 Ore, Bonomi vuole rovesciare il rapporto fra uso degli ammortizzatori e cessazione del rapporto di lavoro, dal momento che considera “l’avviso comune … che non c’era la necessità di un blocco [dei licenziamenti] dal momento che si hanno a disposizione tutti gli strumenti, soprattutto la possibilità di 52 ore di cassa integrazione”.

 

Un mondo rovesciato, dove la Cig non è più al servizio del superamento di momentanee difficoltà di mercato o di processi di ristrutturazione e di tutela della continuità del rapporto di lavoro, ma il suo contrario, ovvero il mantenimento della possibilità di licenziare. La Confindustria non intende limitarsi, come ha fatto, alla telefonata al tavolo governo-sindacati per suggerire la formulazione finale dell’avviso comune, ma vuole fare irruzione, almeno metaforicamente, nella sala del Consiglio dei ministri dettando le linee del provvedimento governativo. E così intende lo stesso Pnrr, ove la “partnership pubblico-privato” diventa il riempimento del primo con gli interessi e i progetti del secondo. Se non si vuole il peggio, i tempi sono maturi per l’apertura di un conflitto generale.

02/07/2021

da il Manifesto

Adriana Pollice

 

«Foto, video e referti medici falsi per giustificare le perquisizioni». Molti i depistaggi dopo la mattanza dei detenuti. È quanto emerge dagli atti dell’inchiesta sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Passerella di Salvini in «solidarietà con chi indossa la divisa»

 

L'inchiesta sul carcere di Santa Maria Capua Vetere. Negli atti del gip le prove della manipolazione a opera degli indagati per giustificare la «perquisizione»

 

«Non posso ripensarci, vado al manicomio. Secondo me erano drogati. Noi dobbiamo pagare ma non dobbiamo pagare con la vita. Voglio denunciarli»: è il racconto di Vincenzo Cacace, il detenuto sulla sedia a rotelle che si vede nell’immagini di videosorveglianza del carcere di Santa Maria Capua Vertere. Gli agenti lo tirano fuori dalla cella mentre lo percuotono con i manganelli. È il 6 aprile del 2020, il giorno prima nel reparto Nilo avevano protestato per timore che il Covid si diffondesse, il giorno dopo è partita la perquisizione straordinaria che il gip Sergio Enea ha definito «orribile mattanza». Sono 52 le misure cautelari, tra gli indagati anche personale con ruoli di vertice.

 

NEGLI ATTI emerge il ruolo del provveditore campano alle Carceri, Antonio Fullone, del comandante della polizia penitenziaria nell’istituto di pena, Gaetano Manganelli, e di altre figure apicali. La partecipazione di Manganelli alla perquisizione «non è minimamente discutibile – scrive il gip – si evince nitidamente oltre che dalle dichiarazioni rese da Anna Rita Costanzo (anche lei indagata, ndr) nel corso del suo interrogatorio («io arrivai dopo che i comandanti si erano riuniti per distribuire i ruoli e compiti nella stanza di Manganelli dove l’operazione era stata pianificata») ma anche dai messaggi che scambia con gli altri protagonisti».

 

Alle 13:38 Manganelli manda a Fullone il messaggio: «Stiamo pianificando operazione» e poi a Maria Parenti (direttrice facente funzione del carcere) «stiamo per effettuare la perquisizione straordinaria». A Fullone chiarisce: «Utilizziamo anche scudi e manganelli». A fine giornata è soddisfatto: «Buonanotte provveditore grazie per la determinazione assunta per la concreta vicinanza». Costanzo, commissaria capo responsabile del Nilo, nelle chat scrive: «Un’operazione eccellente. Siamo tutti molto soddisfatti. Meno male che sono venuta, mi sono riscattata». Messaggi anche tra Fullone e l’allora capo del Dap, Basentini, che al primo risponde: «Hai fatto benissimo» quando Fullone gli scrive: «Era il minimo per riprendersi l’istituto, il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così».

 

PER GESTIRE GLI ESITI «dell’operazione eccellente» sono stati necessari falsi referti medici, foto e video artefatti, depistaggi. Diciannove agenti colpiscono tanto forte e tanto a lungo i detenuti da procurarsi lesioni. Si fanno refertare e poi trasmettono gli atti all’autorità giudiziaria: «Hanno dichiarato di essersi procurati le lesioni a seguito di aggressioni a opera di detenuti – scrive il gip -. La circostanza è falsa, venendo smentita dai filmati del circuito di sorveglianza, che non rilevano mai alcuna forma di resistenza da parte dei detenuti. Sopraffatti dal gran numero di agenti presenti, si sono limitati a contenere i colpi subiti, badando principalmente a proteggere la testa».

 

MANGANELLI il 7 aprile inoltra alla procura due informative di reato sul 5 e 6. Nell’ultima viene denunciata «una resistenza opposta da 14 detenuti (“durante tale perquisizione, i detenuti di cui sopra si sono resi protagonisti di violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale”) che con tale illecita condotta avrebbero cagionato lesioni a “varie unità si polizia penitenziari” che “hanno dovuto far ricorso alle cure dei sanitari del pronto soccorso”». Nella nota i 14 vengono indicati come i capi della protesta del 5. «La ricostruzione contenuta in entrambi gli atti – scrive il gip – è affetta da palese falsità ideologica».

 

Pasquale Colucci, uno degli ispettori più attivi, pure avrebbe stilato relazioni false. In una (data nell’incipit 8 aprile e in calce 6) scrive: «Durante le operazioni di perquisizione i detenuti erano armati e avevano opposto resistenza, lanciando contro gli agenti oggetti di varia natura tra cui bombolette di gas incendiate; nelle celle erano stati rinvenuti oggetti atti a offendere, fra cui pentole piene di olio bollente, spranga di ferro e altro». Per provare la ricostruzione sarebbero state alterate foto e video messi agli atti dagli indagati. Colucci e Costanzo, insieme ad altri agenti, «hanno simulato il rinvenimento di strumenti atti a offendere».

 

Colucci scrive in chat: «L’unica che mi sembra più sveglia è la Costanzo, gli ho detto cosa fare». E Costanzo a Salvatore Mezzarano: «Con discrezione e con qualcuno fidato fai delle foto a qualche spranga di ferro. In qualche cella in assenza di detenuti fotografa qualche pentolino su fornelli anche con acqua». I messaggi successivi ricostruiscono tutti i tentativi per confezionare le false prove con la data (falsa) del 6 aprile. Ma nella macchina fotografica utilizzata è rimasta traccia del giorno e dell’ora reale. «Dell’attività di depistaggio – scrive il gip – è consapevole e informata Francesca Acerra comandante del Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria di Napoli che, abdicando al suo ruolo istituzionale, svolge un ruolo di coordinamento nella redazione delle relazione inoltrate anche per il suo tramite all’autorità giudiziaria».

 

ANALOGA MANIPOLAZIONE la subiscono i video realizzati dagli indagati per millantare la violenza dei detenuti il 5. I messaggi tra Colucci e Fullone, prosegue il gip, «provano che il primo si è recato come da accordi pregressi presso il carcere ad acquisire i video (verosimilmente girati con un cellulare) solo in data 9 aprile». Colucci a Fullone il 9 aprile: «Sì soni sul posto ho raccolto tutto». E l’altro: «Ottimo». Gli audio però fanno capire che non si tratta di immagini del 5 così Colucci scrive al suo sottoposto Massimo Oliva: «Mi togli l’audio».

01/07/2021

da il Manifesto

Andrea Fabozzi

 

Carceri. Le telecamere interne agli istituti di detenzione sono fondamentali, dice Mauro Palma, ma non sempre ci sono e soprattutto quando servono le registrazioni molto spesso sono già state cancellate

 

Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti, si è chiesto che impressione fanno all’estero le immagini dei detenuti massacrati dalla polizia penitenziaria in un carcere italiano?
Sono immagini distruttive la cui portata e gravità è comparabile alle vicende del G8 di Genova, giusto venti anni fa. Quei video testimoniano di un’operazione progettata a freddo, sotto gli occhi delle telecamere quindi con la certezza della impunità. Sono immagini che certo gireranno all’estero, credo che la questione sarà portata davanti al parlamento europeo e alla commissione Ue. Ce ne chiederanno conto, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione si apre con un richiamo alla dignità umana e l’articolo 4 vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti.


Lei pensa che l’operazione sia stata fatta malgrado l’impianto video, non perché gli agenti pensavano fosse disattivato?
Credo entrambe le cose. Può esserci una sensazione di impunità anche con il circuito interno attivo perché queste registrazioni vengono molto presto cancellate. Lo spazio di archiviazione è limitato, quando le si cerca non ci sono più. Merito della magistratura di sorveglianza, questa volta, è averle messe in sicurezza per tempo. (Nell’ordinanza del Gip di Santa Maria Capua Vetere si legge che i carabinieri hanno cercato di acquisire i filmati interni al carcere il 10 aprile 2020, quattro giorni dopo i fatti, ma sono riusciti a farlo solo il 14, con qualche buco, a causa degli ostacoli tecnici avanzati dalla polizia penitenziaria, ndr).

 

In generale le carceri italiane sono controllate da telecamere interne affidabili?
Purtroppo no. Non tutti gli istituti sono coperti e anche quelli che lo sono presentano zone oscure. Le telecamere sono spesso decisive, lo sono state recentemente a San Gimignano e a Torino. Ovviamente non si possono tenere sotto osservazioni le celle perché si violerebbe la privacy dei detenuti, ma quando i corridoi e gli ambienti comuni sono sotto sorveglianza si riescono a ricostruire bene gli episodi. Puoi capire dove viene portato un detenuto e in quali condizioni è. Nella riunione di emergenza che abbiamo tenuto al ministero si è parlato di estendere le video registrazioni. Bene. Aggiungo che va creato un archivio capiente in maniera che queste registrazioni siano sempre utili. Stavolta siamo di fronte a un gravissimo episodio collettivo, ma è difficile che il maltrattamento di un singolo venga denunciato subito e quando serve il video non è più disponibile.


Gli agenti protagonisti di queste violenze sono indagati da oltre un anno, c’era bisogno del video per intervenire?
Sicuramente qualcosa nella catena di comunicazione non ha funzionato, considerando che a ottobre dello scorso anno il ministero della giustizia rispose in parlamento che a S. M. Capua Vetere c’era stata una normale e regolare operazione per riportare l’ordine. A meno che il ministro Bonafede non abbia considerato “normale” quello che è successo, e francamente mi sento di escluderlo, bisogna pensare che non era stato informato. Non gli avevano mostrato i video e dunque la comunicazione interna non aveva minimamente funzionato. Questo apre degli interrogativi sulla responsabilità del Dap di allora. Dobbiamo rimediare, episodi come questa cosiddetta “perquisizione straordinaria” bisogna che siano riportati immediatamente e formalmente. Ho letto che invece non c’è nulla di scritto, ma il ministro e il parlamento devono conoscere gli elementi oggettivi, anche per evitare al paese pesanti censure. Si sottovaluta il colpo che questa vicenda assesta all’immagine e agli interessi nazionali.


Nella riunione di emergenza al ministero è stata decisa la sospensione degli agenti coinvolti. Che però sono indagati da oltre un anno. Il Dap non poteva intervenire prima?
In effetti è grave che sia andata in questo modo. Confesso che in un primo momento anche io mi ero posto la domanda se la custodia cautelare per questi agenti non fosse eccessiva, visto che è trascorso tanto tempo dai fatti. Ma quando ho visto che molte delle persone accusate e riprese dalle telecamere in azioni violente erano rimaste nello stesso istituto ho cambiato idea. Forse se fossero stati trasferiti non ci sarebbe stato bisogno di arrestarli.


La sensazione di impunità degli agenti ha a che vedere con la sottovalutazione che c’è stata a livello politico dell’emergenza Covid nelle carceri? I detenuti erano terrorizzati, molte proteste si spiegano così, e fuori c’era chi definiva le carceri il luogo più sicuro contro il virus.
A partire dalla rivolta di Modena non si è voluto capire cosa ha prodotto la paura del contagio in un ambiente già teso. Il Covid nelle carceri ha creato il panico. L’idea che gli istituti fossero sicuri perché sigillati è crollata di fronte ai primi contagi, come appunto a S. M. Capua Vetere. L’effetto è stato deflagrante. Certamente anche a causa di un discorso pubblico, all’esterno del carcere, assai irresponsabile.

Andrea Colombo

 

Che non si sarebbe trattato di un incontro breve probabilmente Mario Draghi lo sapeva benissimo, anche prima che Landini, poco prima di entrare a palazzo Chigi per l’incontro con il governo sullo sblocco dei licenziamenti, chiarisse il concetto: «Non andiamo per essere informati. È interesse del governo evitare i licenziamenti. Se così non fosse valuteremo con Cisl e Uil come muoverci». Minaccia felpata ma chiara.

 

LA RIUNIONE INFATTI tutto è tranne che un informativa. Si prolunga per ore ed ore, con numerose interruzioni, almeno tre e forse di più, per dar modo alla delegazione di governo composta da Draghi, dal ministro dell’Economia Daniele Franco e da quello del Lavoro Andrea Orlando di fare il punto sulle controproposte dei segretari confederali Landini, Sbarra e Bombardieri, di confrontarsi con gli uffici tecnici del Mef e soprattutto di consultare Confindustria.

 

Perché anche se intorno al tavolo c’erano solo governo e sindacati quello di ieri è stato a tutti gli effetti un momento concreto di concertazione, forse la resurrezione non dichiarata di quel metodo.

 

LA PROPOSTA che i sindacati si erano sin da prima di varcare la soglia di palazzo Chigi detti pronti a girare direttamente agli industriali è secca: l’impegno ad adoperare per 13 settimane tutti gli strumenti possibili, a partire dalla cassa integrazione ordinaria, prima di procedere con i licenziamenti.

 

Se non è la proroga del blocco, ci va molto vicino. La proposta viene trasferita nero su bianco: «Le parti sociali si impegnano nell’utilizzo prioritario di tutti gli ammortizzatori sociali che la legislazione vigente e il decreto in approvazione prevedono e/o incentivano in alternativa alla risoluzione dei rapporti di lavoro». È solo un impegno, ma sostanziato anche dalla richiesta di adoperare solo la cassa Covid, che obbliga a non licenziare, nelle 13 settimane ulteriori di Cassa integrazione straordinaria gratuita a cui potranno ricorrere, in base alle decisioni prese lunedì dalla cabina di regia, tutte le aziende con crisi aziendali aperte. Ma anche l’impegno, pur non essendo un divieto formale, ha un peso notevole. Una volta raggiunto nel corso di un passaggio concertativo e dunque di fatto garantito dal governo, che dovrebbe istituire un tavolo di monitoraggio a palazzo Chigi, si tratta di un risultato concreto indiscutibile.

 

La nota, con l’aggiunta di un secondo periodo che auspica la «pronta e rapida riforma degli ammortizzatori sociali» senza la quale nessun accordo servirà per molto, viene inviata a viale dell’Astronomia e, in attesa della risposta, la riunione-fiume riprende. Il tempo non permette pause.

 

OGGI SCADONO SIA il blocco dei licenziamenti che la proroga per la consegna delle cartelle esattoriali. Oggi dunque il consiglio dei ministri deve per forza varare il decreto che rinvia a fine agosto le cartelle e interviene sullo sblocco dei licenziamenti, sia rendendo ufficiale la scelta già fatta di prorogare il blocco per il settore della moda, cioè tessile, abbigliamento e calzaturiero, sia assumendo i risultati dell’incontro di ieri.

 

Il decreto, che conterrà anche le nuove norme su Alitalia e la proroga degli stanziamenti per oltre 600 milioni a favore delle piccole e medie aziende che rinnovano o restaurano gli impianti tecnici, confluirà poi nel decreto Sostegni bis che sarà convertito dal Parlamento nelle prossime settimane.

 

SEMPRE CHE L’ACCORDO VENGA chiuso davvero nella notte. In tarda serata, infatti, Confindustria puntava ancora i piedi e negava il semaforo verde.

 

La lunghissima riunione a palazzo Chigi proseguiva e il segretario della Uil Bombardieri faceva il punto sulla situazione affidandosi a una foto su Tweet: i tre segretari intorno al tavolo con il commento: «Noi non molliamo mai». Lo stesso segretario del Pd Letta, dopo aver incautamente plaudito alle scelte della cabina di regia bocciate dai sindacati correggeva il tiro: «Certo che sul blocco dei licenziamenti vorremmo qualcosa in più ma siamo dentro una maggioranza composita e siamo una forza di governo responsabile».

 

Parole pronunciate di sicuro tenendo le dita scaramanticamente intrecciate. Perché per la «forza responsabile di governo» reggere lo scontro con la Cgil che certamente si aprirebbe senza l’accordo sarebbe drammatico.

Riportiamo commenti di

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Antonello Patta, responsabile lavoro del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Ieri pomeriggio i sindacati hanno incontrato il governo per ribadire la richiesta di proroga del blocco dei licenziamenti fino a ottobre.


Ma Enrico Letta aveva già pugnalato alle spalle lavoratrici e lavoratori definendo “unica opzione ragionevole” quella del governo.


Il segretario del PD con un tweet ha ammesso che il PD non si è mai battuto per mantenere il blocco. Ma la cosa più grave è che Letta definisce la posizione del governo come “l’unica opzione ragionevole” delegittimando completamente le richieste di Landini e dei sindacati che evidentemente sono per il PD irragionevoli.

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