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14/12/2020

 

Il 18 dicembre Il Comitato per il Ritiro di qualunque autonomia differenziata e la Rete dei Numeri Pari promuovono in Piazza Montecitorio dalle ore 14:30 alle 18:30 - e in altre 14 piazze italiane - un presidio contro la secessione dei ricchi, propagandata come ‘regionalismo differenziato’, che distruggerebbe l’unità della Repubblica creando cittadini e cittadine di serie A, B e persino Z, a seconda del luogo di residenza.

 

In questi anni, abbiamo visto come la regionalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale e le relative privatizzazioni abbiano causato disastri, negato diritti a milioni di cittadine e cittadini italiani e amplificato l’impatto della pandemia da Covid19. Sarebbe grave quindi, se il Governo cedesse alle richieste scellerate di tre Presidenti di Regione di regionalizzare altre 22 materie, aumentando così le disuguaglianze nel Paese e frammentando ulteriormente l’unità della Repubblica. L’approvazione del Disegno di Legge Boccia getterebbe le basi per la costruzione di 20 piccole patrie, dando a ognuna di queste la possibilità di gestire autonomamente - tra le altre - il sistema scolastico, la tutela del territorio e dell’ambiente, i contratti di lavoro e il gettito fiscale. In questo modo si lascerebbe sempre più spazio alle privatizzazioni, anteponendo la legge del profitto ai bisogni e ai diritti universali di tutte e tutti.

 

Crediamo che la priorità sia lavorare per costruire l’uniformità delle prestazioni e dei servizi in tutto il Paese, garantire diritti, dignità, libertà, partecipazione e giustizia sociale a tutte e tutti. Per questo venerdì 18 saremo in piazza per chiedere al Governo e al Parlamento di ritirare il collegamento del DDL Boccia alla legge di Bilancio e stralciare definitivamente il progetto di Autonomia Differenziata.

 

NO al DDL Boccia, NO all’autonomia differenziata che cancella i principi fondamentali su cui si fonda la Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza; a un dibattito responsabile e privo di reticenze sui danni prodotti dalla riforma del Titolo V della Costituzione; alla Repubblica, una e indivisibile, che rimuova le diseguaglianze e attui i principi di uguaglianza e solidarietà contenuti nella nostra carta costituzionale.

12/12/2020

da il Manifesto 

Mario Di Vito

 

La strage di Piazza Fontana. Intervista a Silvia Pinelli, figlia dell’anarchico che 51 anni fa «volò» da una finestra della Questura di Milano nella notte del 15 dicembre

 

«A che punto siamo? Siamo ancora fermi al 1975, alla sentenza del giudice D’Ambrosio». Silvia Pinelli, figlia di Pino, il ferroviere anarchico precipitato dal quarto piano della questura di Milano nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, sa che il tempo si è sostanzialmente fermato. La verità sulla morte di suo padre, almeno per i tribunali, è vaga come le stelle dell’Orsa: per la giustizia si è trattato di «malore attivo» durante un interrogatorio che andava avanti da 48 ore. Anche la versione ufficiale sulla bomba che il 12 dicembre uccise 17 persone nella sede di piazza Fontana della Banca dell’Agricoltura è un contorsionismo non da poco: l’ultima sentenza, del 2005, identifica la matrice neofascista attraverso delle assoluzioni, con l’esecuzione materiale che ancora oggi rimane ignota.

 

Non c’è verità, dunque?
Al di là delle sentenze, diverse inchieste hanno portato alla luce dei fatti decisivi. Sono usciti molti libri, si è detto e scritto tanto. Manca il riconoscimento giudiziario, che non c’è mai stato. Ma fondamentalmente non c’è mai stata nemmeno la voglia di indagare davvero…

 

Da un punto di vista istituzionale, però, in molti hanno dato il loro sostegno alla lotta per la verità.
È vero. Nel 2009 il presidente della Repubblica Napolitano parlò di Pinelli “vittima due volte”. L’anno scorso il sindaco Beppe Sala ci chiese scusa a nome della città di Milano per tutto quello che non era stato fatto. La città, d’altra parte, ha sempre vissuto in maniera contraddittoria questa storia.

 

In che senso?
Basti pensare alla vicenda delle lapidi: ora in piazza Fontana ce ne sono due, una del Comune e un’altra degli studenti e dei democratici milanesi: nella prima c’è scritto “morto tragicamente” mentre nella seconda “ucciso innocente”. Si è sempre discusso molto di quest’ultima e benché nel 1990 il consiglio comunale la considerò ufficialmente parte integrante della piazza, in seguito il sindaco Gabriele Albertini e soprattutto il suo vice Riccardo De Corato vollero toglierla. Il perché bisognerebbe chiederlo a loro. Comunque alla fine sono stati i cittadini a rimetterla e adesso è ancora lì.

 

L’anno scorso in quindicimila parteciparono alla catena musicale per il cinquantesimo anniversario della bomba e della morte di Pinelli. Quest’anno?
Abbiamo organizzato un incontro con degli studenti dal titolo “Non c’è futuro senza memoria: lezione in piazza su una strage di stato” , poi ci saranno degli interventi (Benedetta Tobagi e Fortunato Zinni, oltre alle sorelle Claudia e Silvia Pinelli, nda), delle letture e un accompagnamento musicale. Martedì sarà proiettato in piazza il film “Pino, vita accidentale di un anarchico” di Claudia Cipriani. Come l’anno scorso, hanno aderito decine di associazioni, di partiti e di collettivi da tutta l’Italia.

 

Per Cipriani fu la vita di Pinelli ad essere accidentale, per Dario Fo invece lo fu la morte. Che ricordo ha lei della figura di suo padre?
Credo che sia importante riscoprire che uomo sia stato: spesso guardando la lapide ci si interroga solo sulla sua morte senza chiedersi della sua vita. Un bel lavoro, in questo senso, l’ha fatto anche Paolo Pasi, che ha scritto per Eleuthera il libro “Pinelli, una storia”, in cui racconta della sua vita politica, da quando a 15 anni è diventato partigiano al suo attivismo nei collettivi anarchici e nel sindacato. Pino era un utopista normale, una persona che viveva la quotidianità con entusiasmo, capace di appassionarsi e di coinvolgere le persone che aveva attorno. Mia sorella e io molte cose le abbiamo scoperte soltanto grazie ai racconti di chi lo conosceva e allora era un ragazzo. Il suo modo di fare lo portava a confrontarsi spesso con un mondo assai variegato. Non dimentichiamo che il primo documento politico che chiedeva la verità sulla sua morte era quello del Partito Socialista, e tra i primi firmatari c’era Aldo Ainasi, che era sindaco di Milano all’epoca della strage.

 

Avete speranza che prima o poi la verità verrà finalmente a galla?
Aspettiamo da cinquantuno anni e ormai non è più una questione giudiziaria. Noi vogliamo soltanto sapere cosa accadde quella notte in questura. Chi sono i responsabili della morte di Pino Pinelli, mio padre.

11/12/2020

da il Manifesto

Chiara Cruciati

 

Italia/Egitto. La stanza 13 delle torture, il ruolo di cinque testimoni. E 13 sospetti ancora ignoti. La Procura di Roma chiede l’azione penale per quattro agenti dei servizi segreti egiziani

 

Ieri la Procura di Roma ha detto la verità. Cosa è successo a Giulio Regeni nei nove giorni tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Chi lo ha rapito, torturato e ucciso. Una verità ancora parziale (troppi restano gli ignoti aguzzini) ma che è primo passo nel percorso verso la giustizia, possibile solo con un atto politico, dovuto a Giulio e agli egiziani.

 

Di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, la Procura – la stessa che ne inaugurò i lavori il 17 dicembre 2019 – ha svolto un’audizione tra le più dolorose: il procuratore capo, Michele Prestipino e il sostituto procuratore Sergio Colaiocco hanno ricostruito i nove giorni passati dal ricercatore nelle mani dei suoi aguzzini. E hanno dato conto della chiusura delle indagini sul sequestro e l’omicidio di Regeni, tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016.

 

LA CONCLUSIONE. Partiamo dalla fine: «Stamattina abbiamo formalmente chiuso le indagini preliminari iniziate tra gennaio e febbraio 2016 nell’immediatezza del fatto – ha spiegato Prestipino – Sono state inizialmente indirizzate a carico di ignoti, poi gli elementi raccolti hanno consentito l’iscrizione nel registro degli indagati di cinque persone, tutte appartenenti genericamente a forze di polizia e di cui quattro agli apparati di sicurezza egiziani, la Nsa».

 

Si tratta dei nomi ormai noti all’opinione pubblica italiana: il generale Tariq Sabir, il colonnello Athar Kamel, il colonnello Usham Helmi, il maggiore Magdi Sharif e l’agente Mahmoud Najem. Ai primi quattro è stata notificata la conclusione delle indagini per sequestro di persona. Uno di loro (Sharif), aggiunge il procuratore, è responsabile anche di concorso in lesioni aggravate omicidio aggravato di Giulio Regeni.

 

Per loro la Procura chiederà il rinvio a giudizio. Solo uno si “salva”: per Najem è stata chiesta l’archiviazione per un quadro probatorio insufficiente.

 

«Non è un risultato scontato – dice più volte Prestipino – Riteniamo di aver acquisito elementi di prova univoci e significativi sulla responsabilità delle persone sottoposte a indagine».

 

Una lunga attività investigativa, diretta e indiretta, che ha intrecciato dati, consultato tabulati e celle telefoniche, sentito testimoni. E che, in parte, è stata possibile per una prima, breve e lacunosa collaborazione egiziana, intramezzata a palesi e offensivi atti di insabbiamento, mai venuti meno.

 

L’EGITTO. Sta tutta lì, nella natura del regime egiziano, la dirompente potenza del risultato ottenuto: «Il punto più significativo – continua Prestipino – è uno e uno soltanto: ci avviamo a esercitare l’azione penale nei confronti di alcuni appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani. Non credo che avvenga spesso che siano portati in giudizio appartenenti a istituzioni pubbliche di un altro Stato per un fatto commesso nel territorio di questo Stato».

 

«Per l’omicidio di Regeni si svolgerà un solo processo e si svolgerà in Italia secondo la procedura dei nostri codici. È il frutto di un’azione di concerto, che non è solo della procura, ma anche della famiglia, dei lavori di questa commissione e di altre autorità decisionali diplomatiche e politiche».

 

Qualcosa dall’Egitto è arrivato e l’elenco lo fa Colaiocco: «Abbiamo presentato quattro rogatorie che contenevano 64 quesiti. Abbiamo avuto 25 risposte, siamo in attesa delle altre 39. Una quindicina riguardano la posizione di 13 soggetti che appaiono collegati agli indagati ma di cui non abbiamo né generalità, né tabulati né dichiarazioni».

 

Un elemento da tenere presente: come spiegano i magistrati, le indagini continuano con l’obiettivo di dare un nome e un ruolo agli ignoti di oggi. Anche alla luce della parabola della collaborazione egiziana: se all’inizio qualcosa è stato consegnato, «dal 29 novembre 2018, quando comunicammo l’intenzione di procedere all’iscrizione del registro degli indagati, nessun atto è pervenuto».

 

LA RICOSTRUZIONE. Saber, Helbi, Kamel e Sharif sono accusati di sequestro di persona pluriaggravato, compiuto la sera del 25 gennaio alle 19.51: «Lo bloccavano nella metropolitana del Cairo – continua Colaiocco – e lo conducevano al commissariato di Dokki e poi in un altro edificio privandolo della libertà personale per nove giorni. Al maggiore Sharif sono contestati altri reati, le lesioni gravissime (non la tortura, perché inserita solo dopo nel nostro codice penale): sono state cagionate con crudeltà acute sofferenze fisiche che hanno provocato lesioni gravissime e l’indebolimento permanente di più organi, con una serie di strumenti affilati e taglienti, con bruciature e con mezzi contundenti. A Sharif è stato contestato il reato in concorso di omicidio pluriaggravato».

 

I TESTIMONI. Sono cinque e sono fondamentali. Testimonianze che hanno trovato riscontro nelle consulenze medico-legali, nella collocazione spazio temporale dei fatti, nei particolari non noti alle cronache. «Sono testi di diverse nazionalità, di diversa estrazione sociale con le attività lavorative più disparate e senza relazione tra di loro».

 

I primi due, ribattezzati alfa e beta, hanno riferito sulle perquisizioni dei servizi segreti nell’appartamento di Giulio prima della sua morte. Gli altri tre di eventi accaduti nei nove giorni successivi al rapimento.

 

Se il teste gamma è colui che, ascoltando un colloquio in Kenya nell’agosto 2017, sentì Sharif raccontare del sequestro, gli ultimi due accendono una luce sulle torture. «Il teste delta riferisce che il 25 gennaio, mentre era alla stazione di polizia di Dokki, alle 20 massimo le 21, ha visto arrivare una persona di 27-28 anni, parlava in italiano e ha chiesto un avvocato. Successivamente è stato fatto salire su un’auto, una Fiat 123, bendato. Uno dei poliziotti presenti si chiamava Sharif».

 

Il teste epsilon ha visto Giulio morire lentamente. Ha lavorato per 15 anni in una villa di epoca nasseriana, diventata sede del ministero degli interni e luogo scelto dalla National Security per torturare i cittadini stranieri sospettati di minare alla sicurezza dello Stato.

 

È lì, nella stanza 13 del primo piano, che Giulio è stato seviziato: «Ha visto lì Regeni con due ufficiali e due agenti, c’erano catene di ferro, lui era mezzo nudo e aveva segni di tortura, delirava nella sua lingua. Un ragazzo molto magro, sdraiato per terra, con il viso riverso con manette che lo tenevano a terra, segni di arrossamento sulla schiena. Non l’ha riconosciuto subito ma 4-5 giorni dopo vedendo le foto sui giornali ha capito che era lui».

 

IL MOVENTE. Perché Giulio è stato ammazzato così, se mai una ragione per tanta disumanità ci possa mai essere. Per la Procura di Roma «l’occasione è legata all’attività di ricerca di Regeni al Cairo – conclude Colaiocco – Ma l’elemento scatenante è il finanziamento della Fondazione Antipode, quando si è iniziato a parlare delle 10mila sterline. Per lui era un’idea per aiutare i sindacati indipendenti, del tutto equivocata dal sindacalista Abdallah e dagli agenti indagati. Hanno pensato che volesse finanziare una rivoluzione».

Massimo Villone

 

Recovery Plan.  Forse è vero che non si può pensare a una gestione efficace dei fondi Recovery nelle strutture e nei procedimenti ordinari. Ma buon senso politico e rispetto della Costituzione richiedono che la specialità sia mantenuta al minimo livello indispensabile. E soprattutto semplificando i procedimenti amministrativi, non le architetture istituzionali.

 

Alla fine, sul Mes è stata raggiunta la quadratura del cerchio. Sul Recovery Plan, invece, lo scontro è violento e non accenna a calare di intensità. È un terreno sul quale il governo rischia davvero. Un esito dell’esclusione di larga parte dell’esecutivo dalla governance dei fondi europei.
Un’interpretazione benevola suggerisce che la concentrazione in poche mani della governance fosse cercata non per bulimia di potere di Conte, ma per blindarsi contro possibili fibrillazioni di maggioranza e assalti alla diligenza.

 

Ma notiamo intanto che c’era una debolezza nell’approccio di palazzo Chigi. Non è stata avanzata un’idea di paese che andasse al di là di formulazioni vaghe. Si sono accumulati sul tavolo progetti in buona parte già esistenti. Una forte capacità progettuale volta al futuro palazzo Chigi non l’ha mai veramente dimostrata. Ed è un contesto in cui fibrillazioni e assalti si manifestano più facilmente.

 

L’organo collegiale Consiglio dei ministri è un punto essenziale di equilibrio nei rapporti di coalizione. È il luogo in cui si decide, e quindi primariamente si scaricano e si compongono le tensioni di coalizione. La collegialità è un dato formale e sostanziale insieme. Per questo assistiamo talvolta all’improvviso rinvio di una seduta già convocata, o all’approvazione «salvo intese» di un decreto-legge, che magari arriva al Quirinale e in Gazzetta Ufficiale un paio di settimane più tardi. Per questo non era pensabile che senza colpo ferire si potesse ridurre forzosamente la dialettica endo-governativa riportandola nelle mani di un paio di ministri, del premier, e di un esercito di manager e di esperti.

 

È corposo anche il dubbio sulla costituzionalità di un vero e proprio governo parallelo che – su un tema cruciale per il futuro del paese – si sostituisce alle istituzioni disegnate nella Carta fondamentale. A chi risponderà, e come, una simile struttura? Quale responsabilità politica avrà un supermanager cui è affidata la gestione di decine di miliardi di euro? Quale visibilità e trasparenza avranno le scelte manageriali, le valutazioni, i pareri, le proposte degli esperti?

 

Se un supermanager sbaglierà, lo si accompagnerà alla porta, magari con un trattamento milionario di fine rapporto come da contratto? Di quali rimedi disporranno i cittadini che ne avessero nel frattempo ricevuto un danno? Come potranno resistere a interventi sul territorio non condivisi e non condivisibili? Come potranno censurare l’assenza o il fallimento di obiettivi di fondo, come il superamento del divario Nord-Sud? E come potranno domani valutare l’operato di governanti che avranno nel frattempo ceduto i poteri di governo ad altri?

 

In buona parte, tali censure valgono già per quanto è accaduto nella crisi Covid. Anche per questa abbiamo assistito a una forzosa riduzione oligarchica delle scelte, cui si è aggiunta una frammentazione territoriale favorita dal metodo della concertazione e delle conferenze. Ma dalla lezione Covid non abbiamo imparato. Forse è vero che non si può pensare a una gestione efficace dei fondi Recovery nelle strutture e nei procedimenti ordinari. Ma buon senso politico e rispetto della Costituzione richiedono che la specialità sia mantenuta al minimo livello indispensabile. E soprattutto semplificando i procedimenti amministrativi, non le architetture istituzionali.

 

Invece, sta nascendo una prassi in senso opposto. Il processo decisionale in parlamento è complesso e faticoso? Si tagliano i parlamentari. È complicato il confronto nel governo? Si tagliano i ministri con le cabine di regia. È lenta e complessa la formazione di una maggioranza in parlamento dopo il voto? Si cerca la soluzione iper-maggioritaria che dia il vincitore la sera stessa, a prescindere dai consensi reali. È pesante la critica a scelte divisive come l’autonomia differenziata? Si evita ogni dibattito parlamentare e confronto davanti al paese, e si collega un disegno di legge attuativo al bilancio, sottraendolo così a possibili iniziative referendarie.

 

C’è qualcosa di profondamente sbagliato. La democrazia è per definizione più complessa, faticosa, e più lenta dei regimi autocratici. Ma sono difficoltà da affrontare con il confronto, la mediazione, la sintesi. In una parola, con la politica. Si cerca invece la risposta tagliando, comprimendo, riducendo. Una democrazia per sottrazione.

07/12/2020

di Paolo Ferrero

 

Lidia, che ci ha lasciato stamattina, non ha solo vissuto una vita lunga ma ha saputo vivere da protagonista. Innanzitutto protagonista di se stessa. Lidia non si è lasciata scegliere ma ha scelto. Ha scelto, giovanissima, la lotta partigiana. Pacifista antimilitarista, femminista – ha scelto, dopo essere cresciuta in un ambiente cattolico e aver ricoperto incarichi pubblici per la Democrazia Cristiana – la sinistra, il marxismo, il comunismo. Senatrice per Rifondazione Comunista, mi piace ricordarla quando nel 2008, a 84 anni si è iscritta a Rifondazione Comunista, accettando di entrare a far parte degli organismi dirigenti e poi di dirigere il mensile Su la testa. Lidia non si è iscritta a Rifondazione quando eravamo un partito sulla cresta dell’onda ma dopo la sconfitta della sinistra arcobaleno del 2008, per sostenere la necessità di cambiare decisamente linea politica e di praticare la svolta in basso a sinistra che proponemmo al congresso di Chianciano.

 

In questa capacità di fare scelte controcorrente vi è molto della Lidia che ho conosciuto: fragile nell’aspetto, articolata e creativa nel ragionamento, pacatamente decisa ed inflessibile nelle scelte.

 

Lidia era pacifista ed antimilitarista, fino in fondo. Non solo nelle proposte politiche ma anche sul piano simbolico e nei comportamenti. Era solita polemizzare con chi utilizzava parole tratte dal lessico della guerra e proponeva con un sorriso di utilizzare la parola lotta invece della parola battaglia.

 

Lidia era femminista e comunista, fino in fondo. Lo era nella piena consapevolezza della non coincidenza delle due cose. Lidia ci ha insegnato che la lotta per il comunismo deve accompagnarsi – esplicitamente – con la lotta al patriarcato. Perché non basta lottare per il superamento delle differenze di classe e per il superamento dello sfruttamento del lavoro e della natura: occorre lottare per il superamento di ogni ruolo sociale gerarchico che si riproduca nella società. Con un sorriso ti faceva notare che – consapevole o inconsapevole – ti stavi muovendo su un terreno tipico dell’immaginario maschile scambiandolo per un terreno neutrale.

 

Con un sorriso perché la capacità di Lidia di fare scelte nette, controcorrente e che coinvolgevano l’intera esistenza, si accompagnava ad una grande gentilezza, che parlava di una grande serenità d’animo.

 

Di questa comunista libertaria, indignata ma non incattivita, oggi piangiamo la scomparsa e lo facciamo con un tocco di malinconia in più per il dover sottolineare l’essere comunista di Lidia, l’essere iscritta al Partito della Rifondazione Comunista. Lo dobbiamo sottolineare perché sui giornali main stream questi “piccoli” fatti, vengono taciuti.

 

Lo facciamo convinti che Lidia ne sia felice, che non si vergogni della nostra pedanteria. Perché adesso che non può più scegliere, sarà felice che almeno non ne venga “normalizzata” la memoria. Perché come ci diceva Walter Benjamin, “neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha mai smesso di vincere”.

 

Per questo ricordiamo e ricorderemo Lidia militante comunista e vogliamo pensare che quando ci ha lasciati stamattina lo abbia fatto con il sorriso sulle labbra, quel sorriso che l’ha accompagnata in questa lunga vita piena di anni e di significato.

 

Ciao Lidia, siamo contenti di aver potuto condividere un po’ della tua esistenza e di essere stati riconosciuti come tuoi compagni e compagne. Che la terra di sia lieve.

06/12/2020

da il manifesto

Maurizio Acerbo

 

Lidia Menapace. Non ricevette mai la nomina vitalizia, ma per il mondo della sinistra è un'istituzione, oltre che una compagna e amica sempre pronta al dialogo. Ci stringiamo intorno alla sua battaglia per la vita

 

Ricordate la tentata strage di Macerata e il ministro Minniti che annunciava che avrebbe vietato la manifestazione antirazzista? Telefonai a Lidia. Le dissi che noi intendevamo manifestare lo stesso. Mi rispose: sono d’accordo, ci sarò. E così fu.

 

La foto di Lidia che saluta con dolcezza a pugno chiuso pubblicata sui social e anche sul Manifesto è stata scattata durante quel corteo che percorse tutto, circondata dall’affetto di compagne e compagni. Se in tutta Italia in queste ore sono tantissime le persone in sincera apprensione per la salute di Lidia è perché non si è mai risparmiata e ha distribuito ovunque la sua disponibilità all’incontro, al dialogo, al racconto, a socializzare le sue riflessioni, le sue storie, la sua intelligenza e la sua gioia nel condividere pensieri e bicchieri di vino.

 

Come si può non voler bene a Lidia? Ammirazione, stima, amicizia, riconoscenza nei suoi confronti sono sentimenti condivisi e autentici. E ripensando alla sua biografia appaiono davvero dei miserabili quei parlamentari che complottarono nel 2007 per impedirle di diventare presidente della commissione Difesa del Senato.

 

Una pacifista avrebbe rappresentato un’offesa alla sovranità limitata di un paese in cui classi dirigenti hanno chiuso in un armadio della vergogna l’articolo 11 della Costituzione e fanno a gara nell’acquistare armi e far finta di non accorgersi che siamo pieni di bombe atomiche. E ancor più infelice la mancata nomina a senatrice a vita da parte di un Presidente della Repubblica che fu comunista.

 

Forse Lidia non garantiva affidabilità verso le forze armate, la Nato, l’ordoliberismo dell’Unione Europea e la finanza internazionale ma semplicemente quella alla Costituzione per la quale aveva rischiato la vita nella Resistenza. Ma in queste giornate in cui siamo sommersi dai messaggi e dalle telefonate possiamo dirlo forte che Lidia Menapace è stata nominata da lungo tempo senatrice a vita dall’altra Italia, quella di sinistra, antifascista, femminista, pacifista, ambientalista oggi dispersa e sconfitta ma che le vuole un gran bene e ha condiviso con lei migliaia di incontri, manifestazioni, lotte.

 

E credo che tutte e tutti in queste ore speriamo che la nostra compagna Lidia ci sorprenda di nuovo, come ha fatto tante volte. Pasolini definì quello della Resistenza “stile tutta luce, memorabile coscienza di sole”. Sono parole che ben descrivono la maniera con cui Lidia Menapace ci ha dimostrato che si può far politica, anzi si deve fare e pensare la politica.

 

Senza mai cedere sul piano della radicalità, dell’onestà intellettuale, del rigore. Avendo consapevolezza della complessità e cercando di non perdere il contatto con la vita e la realtà inseguendo formule astratte. Con gioia e ironia (una volta mi disse che la politica l’aveva salvata dalla depressione in un momento assai difficile della sua vita).

 

Comunismo, femminismo, antifascismo, pacifismo, tutti i nostri ismi nel ragionare e discorrere di Lidia si trasformano in parole fresche di semplice buonsenso, mai noiose sempre illuminanti, capaci di comunicare anche con chi non ha condiviso i vocabolari del Novecento. Lo scrivo senza retorica e con assoluta convinzione: Lidia è davvero una compagna che la rifondazione comunista l’ha fatta e praticata.

 

Forse per questo non è mai diventata una reduce. È una partigiana in servizio attivo. E anche ora sta lottando come sempre. Forza Lidia! Ti vogliamo bene!  E non vediamo l’ora di organizzare con te il 2 giugno quel grande pic nic nazionale che tu proponi da anni per riprenderci dal basso la festa e soprattutto la Repubblica. 

05/12/2020

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

54esimo Rapporto Censis:. "Se da un lato, da marzo a settembre 2020 «ci sono 582.485 individui in più che vivono nelle famiglie che percepiscono un sussidio di cittadinanza (+22,8%)», dall'altro 1.496.000 individui (il 3% degli adulti) hanno una ricchezza che supera il milione di dollari (circa 840.000 euro): di questi, 40 sono miliardari e sono aumentati sia in numero che in patrimonio durante la prima ondata dell'epidemia-.Cinque milioni di lavoratori precari si sono inabissati senza fare rumore"

 

Prima il lockdown generalizzato, poi le quarantene intermittenti nelle regioni colorate di rosso, arancione o giallo per contenere la diffusione del Covid. In nove mesi sono aumentate le diseguaglianza sociali. Ne è convinto oltre il 90% del campione degli intervistati scelti quest’anno dal Censis che ieri ha presentato a Roma il suo 54esimo rapporto. In un paese dove la stragrande maggioranza delle forze politiche in parlamento considera una follia tassare i grandi patrimoni con un modesto «contributo di solidarietà» ci sono appena 40.949 persone che dichiarano un reddito oltre i 300 mila euro annui, con una media di 606.210 euro pro capite. Sono lo 0,1% del totale dei dichiaranti, un milione e 496 mila persone in possesso di una ricchezza che supera 840 mila euro, 40 sono miliardari e sono aumentati in numero e patrimonio durante la prima ondata dell’epidemia. Il 3% degli italiani adulti possiede il 34% della ricchezza. Questo divario tra ricchi e poveri sta aumentando velocemente.

 

NELLA CLASSE MEDIA, una categoria composita definita dal sociologo americano Wright Mills «un’insalata mista di occupazioni» tra partite Iva imprenditoriali e lavoratori (artigiani, piccoli e medi imprenditori) professionisti e precari solo il 23% ha continuato a percepire gli stessi redditi familiari del 2019. Già da tempo si registrano forti segnali di proletarizzazione in questa fascia sociale, il Covid ha trasformato la sua parte più esposta in «vulnerabili inattesi» senza incassi né fatturati. Nel ceto medio c’è poi l’altra parte del cielo: il lavoro dipendente. Nel privato è stato per il momento evitato uno tsunami occupazionale nel lavoro subordinato. La disoccupazione «non è un evento remoto», osserva il Censis. È stato rimandato, per ora, dopo il 21 marzo 2021 quando terminerà il divieto di licenziamento. In questa sospensione «il rapporto distingue i più vulnerabili», i dipendenti del settore privato a tempo determinato nelle piccole imprese e le partite Iva, dagli addetti delle grandi imprese. Ma i primi effetti della crisi si sono visti sui precari con i contratti a termine: da marzo a oggi non sono stati rinnovati quasi quattrocentomila.

 

SI AVVERTE FORTISSIMA in questi giorni la tentazione di contrapporre i garantiti ai non garantiti. Invece di pretendere subito una tutela sociale universale per chi non ha un lavoro salariato si attaccano i 3,2 milioni di dipendenti pubblici che hanno un reddito e non corrono rischi. Un riflesso ideologico corale di altre epoche scattato dopo l’annuncio dello sciopero dei sindacati nella pubblica amministrazione il 9 dicembre. L’idea è che non si rivendicano diritti nell’emergenza. Il problema è invece l’opposto: perché oggi in questa crisi non li rivendicano tutti gli altri. Il Censis ricorda, opportunamente, che sono oltre 10 milioni i lavoratori dipendenti, compresi quelli della pubblica amministrazione che attendono il rinnovo del contratto collettivo nazionale. A dicembre ce ne saranno altri 400 mila. L’85,2% dei dipendenti attende l’adeguamento. La crisi del 2008 l’hanno già pagata: blocco degli scatti, allungamento dell’età pensionabile, precarizzazione. Oggi i precari della P.A. sono almeno 370 mila.

 

NELLA SOCIETA’ PANDEMICA in basso ci sono 5 milioni di precari: gli «scomparsi senza fare rumore» nei «lavoretti», nei servizi e nel lavoro nero. Il «congelamento» dell’economia ha portato nel secondo trimestre del 2020 a 841 mila occupati in meno e a 1.424.000 che non cercano più lavoro, il 60% dei quali sono donne. Allora chi può risparmia, non spende e si prepara a un futuro peggiore. E poi c’è chi non ha nulla da mettere da parte: il 17% della popolazione, in maggioranza giovani, non può affrontare spese improvvise.

 

«BONUS ECONOMY»: così ilCensis ha definito la politica dei «ristori» del governo con i sussidi temporanei a fondo perduto. A ottobre sono stati coinvolti 14 milioni di persone per 26 miliardi di euro. Il rapporto li definisce «ad personam». Lo sarebbero se fossero individuali nella prospettiva di una lunga crisi e di un ripensamento della cittadinanza attiva. Il Censis critica, senza fare troppe distinzioni, «la pioggia di bonus di ogni genere» e l’inadeguatezza dei «ristori» e i loro ritardi. In realtà situazioni simili esistono anche in altri paesi, ad esempio gli Stati Uniti, e non andrebbero confusi gli aiuti insufficienti alle imprese con le tutele che andrebbero garantite alle persone. A queste ultime andrebbero assicurate in maniera incondizionata, come nei fatti è diventato il «reddito di cittadinanza», ma esteso in maniera strutturale com’è stato fatto per le casse integrazioni dove però i lavoratori perdono il loro reddito. Per evitare di buttare soldi dalla finestra si cerca una forza politica capace di trasformare il Welfare e finanziarlo con una riforma fiscale progressiva.

 

NON È in questo senso che sembra avviata la «classe dirigente» che «pensa all’oggi» e non a un «progetto collettivo» osserva il segretario Censis Giorgio De Rita. Questo «presentismo» non riguarda solo i «dirigenti», ma i «diretti». La mancanza di prospettive oggi può portare alla rinuncia della solidarietà, a pensare, dice il Censis, «meglio sudditi che morti» e alla paura che spinge a chiedere pene esemplari per chi non porta le mascherine. Domani tutto questo può portare alla rinuncia della libertà sociale di tutti.

993

04/12/2020

Giulio Cavalli

da Left

 

Ieri, 3 dicembre, sono morte 993 persone di Covid. La cifra più alta in un solo giorno in Italia. Ma i numeri sono diventati muti, non condizionanti, si sommano e si continuano a sommare come cifre nude e vuote.

 

Ieri 993 famiglie hanno pianto la morte di un loro famigliare. Non l’hanno potuto salutare, non lo possono vedere nemmeno da morto perché quei 993 sono stati sigillati e ora vengono messi in coda per la cremazione. Ieri 993 famiglie hanno smesso di pensare alle feste, agli addobbi, ai menù, a tutto.

 

Per dare un’idea delle proporzioni, negli Usa il dato più alto di morti in un solo giorno, in tutti gli Usa, è di 2.880.

 

Questa seconda ondata che per alcuni non doveva arrivare è arrivata e si rivela più mortifera della prima. In Italia non ci sono mai stati così tanti decessi. Novecentonovantatré morti mentre ancora qualcuno gioca a dipingere come disfattisti quelli che parlano di Covid. Novecentonovantatré morti in un Paese che ci diceva che avevamo imparato la lezione, che ora sappiamo come curarli, che sono state migliorate le prestazioni, le cure e l’assistenza sanitaria.

 

Dal 10 ottobre sono morte 21.898 persone. Dall’inizio della pandemia sono morte 58.038 persone. È sparita una città come Agrigento.

 

Ma i numeri sono diventati muti, non condizionanti, si sommano e si continuano a sommare come cifre nude e vuote, una sopra all’altra. Anche di fronte a questa pandemia continuiamo a non riuscire a restare umani, a sentire le store che ci sono dietro, a leggere con un vocabolario che non sia burocratico, medico, politichese.

 

Sono 760mila gli attualmente positivi al virus; 760mila.

 

Se ci fosse un segreto perché i numeri non cancellino le storie bisognerebbe usarlo ora, subito. Restituire il dolore, su numeri così grossi, diventa un’impresa così titanica che sembra non volerla fare nessuno. Superare i lutti scavalcandoli senza farsene carico è la reazione meno consapevole e meno etica, anche se viene facile facile. Chissà se troveremo le parole per raccontare questo tempo. Chissà se conieremo parole nuove per descrivere la levità con cui siamo passati attraverso un giorno così.

02/12/2020

da il manifesto

Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti

 

Emergency in Calabria. Conferenza stampa dopo aver iniziato la collaborazione con la Asp locale: una situazione figlia della chiusura degli ospedali e del fatto che i fondi pubblici finiscono alla sanità privata

 

A mezzogiorno a bordo di una utilitaria azzurra Gino Strada arriva nel piazzale antistante il vecchio pronto soccorso. Il cielo è plumbeo, minaccia pioggia. Le arterie intorno al San Giovanni di Dio e allo stadio comunale sono fangose. I rioni Marinella e Margherita fanno tuttora i conti con la terribile alluvione di dieci giorni fa. Emergency a Crotone è nomen omen.

 

Il fondatore della ong milanese è nella città di Pitagora dal pomeriggio di lunedì. Aveva già incontrato il direttore sanitario del nosocomio crotonese, Lucio Cosentino, per mettere a punto i dettagli della collaborazione per la gestione dei pazienti covid. Quando arriva per il sopralluogo le tende ospedaliere sono in fase di completamento. Saranno utilizzate per 20 posti letto.

 

La Protezione civile sta finendo di allestire gli interni delle tende color militare, direttamente collegate al reparto covid del nosocomio crotonese. L’ispezione del medico di Sesto San Giovanni dura circa mezz’ora. Insieme a lui, il direttore generale facente funzione dell’Asp di Crotone, Francesco Masciari. Strada si intrattiene a lungo con il responsabile del reparto Covid, Gaetano Mauro, e con il caposala Giuseppe Diano. Qualche giorno fa il presidente reggente della Calabria Nino Spirlì aveva firmato una ordinanza: Emergency oltre ai 16 posti letto delle tensostrutture gestirà anche il reparto Covid 2 ospitato nel reparto neurologia, dotato di 15 posti letto, e i 5 posti di sub intensiva del San Giovanni di Dio.

 

Spirlì è lo stesso che qualche settimana fa paragonava Strada al «demonio» e assicurava che Emergency in Calabria sarebbe dovuta passare sul suo corpo. Ora ha cambiato idea. Ma nella saga a puntate che è diventata la sanità calabrese capita anche questo. D’altronde l’emergenza Covid impatta con un sistema allo sbando e sovente teatro di loschi affari. La procura di Reggio proprio ieri ha aperto un fascicolo contro ignoti. I magistrati reggini indagano su posti letto anti Covid fantasma e Usca mai avviate. Ma l’inchiesta si allarga anche ai ritardi nel tracciamento dei contagi.

 

Sotto la lente degli inquirenti gli ospedali di Locri e Polistena a cui si contesta un aumento fittizio di 14 posti di terapia intensiva e 10 di semi-intensiva. In questo marasma, Strada termina la sua giornata crotonese incontrando i giornalisti da remoto. Ai cronisti i comitati per la sanità pubblica avevano chiesto di porre a Strada una domanda sul paradosso degli ospedali da campo aperti negli ultimi giorni, sebbene numerosi siano i nosocomi chiusi, come quello di Cariati.

 

Emergency si muoverà in tale contraddizione. «Questa situazione è paradossale e non sarebbe mai dovuta succedere – ha dichiarato Strada, rispondendo alle domande de il manifesto -, ma purtroppo sono anni che si chiudono ospedali in Calabria. Tanti sono i calabresi che devono affrontare viaggi della mezza speranza. Noi possiamo solo dare il nostro contributo per lenire questa sofferenza.

 

Mi auguro che si proceda con la riapertura ma è una decisione politica che non spetta a noi. Di sicuro Emergency solleciterà questa scelta». In merito all’intervento su Crotone precisa che «non è un ospedale da campo. Abbiamo preso in consegna un reparto Covid. Disporremo di una trentina di letti. Abbiamo anche montato all’esterno alcune tende. Serviranno in caso di estrema necessità.

 

Opereranno una decina di medici di Emergency e gli infermieri che saranno messi a disposizione dall’Asp. Inoltre, sul resto del territorio calabrese attiveremo delle unità mobili entro una settimana».
In merito al ruolo sanguisuga dei privati, Strada ha dichiarato che non abolirebbe la sanità privata, «ma dovrebbe svolgere il proprio ruolo con i suoi soldi, non con quelli della sanità pubblica, che pur avendo i fondi necessari poi non se li ritrova, perché finiscono nelle tasche del privato che ne trae profitto».

 

Infine ha ribadito che non gli è stato mai chiesto di fare il commissario: «Tra l’altro non mi vedo in quel ruolo. Avrei dovuto mettere in campo una quadra di manager e avvocati. Ma non è nelle mie corde». Infine, la chiosa tutta per Spirlì: «Non sono un missionario. E l’Afghanistan non si trova in Africa».

30.11.2020

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Da anni come Rifondazione Comunista ci battiamo per l’introduzione della patrimoniale e di una tassazione progressiva in attuazione della Costituzione. Da anni sentiamo levarsi un coro indignato dei difensori della disuguaglianza sociale. Ancora una volta il coro si è levato contro la modesta proposta di una tassa patrimoniale avanzata con un emendamento alla Camera. Il dato evidente è che il 97% del parlamento è schierato dalla parte del 10% più ricco del paese. Destra, Pd e M5S difendono tutti l’egoismo proprietario e al coro si aggiungono i finti rivoluzionari sovranisti come Fusaro e i fascisti di Casa Pound.

 

Pur di demonizzare la patrimoniale giornalisti come Porro con sprezzo del ridicolo giungono a scrivere che colpirebbe la “stragrande maggioranza degli italiani”. Tiri fuori i dati di questo paese della cuccagna oppure taccia. Pur di demonizzare la patrimoniale politici e opinionisti evitano di chiarire che la proposta comporterebbe l’eliminazione della tassazione che oggi paga chi ha un patrimonio inferiore ai 500.000 euro, cioè gran parte degli italiani in realtà pagherebbe meno tasse.

 

Emerge chiaramente che partiti e parlamento sono schierati contro la classe lavoratrice e la maggioranza del paese e mantengono il consenso solo perché non ci fanno discutere di cose serie.

 

Certo si può discutere nel merito della proposta di Nicola Fratoianni. Noi innalzeremmo la soglia da cui farla pagare a 1 milione per togliere ogni scusa ai difensori del privilegio e aumenteremmo le aliquote per le grandi ricchezze. Ma oggi una cosa va sottolineata: quella contro la patrimoniale è una canea indecente che dimostra che in questo paese c’è bisogno di ricostruire una sinistra che difenda gli interessi della maggioranza della popolazione che è stata massacrata dalle pseudoriforme.

 

Apprezzo l’emendamento di SI ma la risposta del Pd dimostra che la sinistra non può che essere alternativa a un partito che ha un impianto programmatico più vicino a Forza Italia che alla Cgil. Proponiamo che tutte le soggettività politiche e sociali favorevoli alla patrimoniale lavorino insieme per costruire una mobilitazione nel paese su una piattaforma di uscita dalla crisi fondata sulla giustizia sociale. Tocca constatare che la patrimoniale rimane una provocazione da cui la maggioranza prende le distanze mentre governo e opposizione di destra convergono sull’erogazione di enormi risorse a favore delle grandi imprese senza porre vincoli occupazionali o ambientali.

 

 

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