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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Matteo Salvini in diretta facebook da Pinzolo dà l’annuncio: «Gli immigrati a bordo della Diciotti sbarcheranno nelle prossime ore. La prossima nave può fare marcia indietro, mi possono indagare anche per questo ma il limite è stato raggiunto». Il ministro dell’Interno, negli stessi minuti in cui arrivava ieri sera la notizia del suo coinvolgimento diretto nell’inchiesta della procura di Agrigento, rilancia annunciando la soluzione al caso: «Abbiamo interlocuzioni con due o tre paesi, la gran parte saranno ospitati dalla Chiesa italiana, dai vescovi che hanno aperto le porte, i cuori e il portafoglio». In tarda serata cominciano le operazioni di sbarco, prima tappa Messina. Nei fatti, una sconfessione della linea tenuta dal Viminale.

 

NEL POMERIGGIO, dopo i 27 minori non accompagnati sbarcati mercoledì sera, avevano avuto il via libera a scendere dalla Diciotti le 11 donne presenti a bordo più 6 uomini (fotosegnalati prima di salire in ambulanza verso l’ospedale di Catania). Quattro donne, però, si sono rifiutate di lasciare i compagni, decidendo così di rimanere a bordo. A farli toccare terra, nel tardo pomeriggio di ieri, sono stati gli ispettori del ministero della Salute e l’Ufficio di Sanità marittima di Catania, che hanno bypassato il Viminale.
Le donne hanno subito stupri ripetuti durante le permanenza nei campi della Libia, con traumi fisici e psicologici evidenti. Per gli uomini, di due si sospetta che abbiano la tubercolosi, tre la polmonite, per l’ultimo si ipotizza un’infezione urinaria. Cinque su sei soffrono di scabbia.

 

A BORDO RESTANO IN 124 (eritrei, bengalesi, siriani, delle Isole Comore, un egiziano e un somalo) in attesa del Viminale: hanno sopportato due anni di viaggio attraverso i continenti, dormono sul ponte della motovedetta da dieci giorni, accampati sul ponte, un pavimento di lamiera rovente per il sole, esposti ai temporali, afflitti quasi tutti dalla scabbia. O dalle ferite d’arma da fuoco inflitte dai trafficanti, che li hanno lasciati con cicatrici e, in alcuni casi, disabilità. La Croce Rossa fornisce kit igienici, felpe, pantaloni e materassini ma le loro condizioni vanno peggiorando.

 

Dalla Guardia costiera venerdì era stata ripetuta ai ministeri e alle procure la richiesta di autorizzare lo sbarco immediato per tutti «per l’estrema criticità della situazione a bordo». Il Garante dei detenuti, nell’informativa di venerdì, spiegava: «Ci sono 69 casi di presunta scabbia e 5 casi di scabbia avanzata. La situazione può esporre il paese a condanne in sede internazionale. Ai migranti affetti da scabbia viene somministrato un antistaminico lenitivo ma non risolutivo. La forzata condivisione di un unico spazio e le carenti condizioni igienico-sanitarie, come l’impossibilità di una pulizia adeguata degli indumenti e delle coperte, non possano che aggravare la situazione».

 

IL TEAM UNICEF-INTERSOS, che si occupa in particolare di donne e minori, ha deciso di rimanere a bordo con due operatrici, Federica Montisanti e Daniela Campo. Ieri sono state raggiunte da una mediatrice culturale, Yodit Abraha, che parla tigrino, per riuscire a tenere i canali di comunicazioni aperti con tutti. A bordo arrivano notizie in ordine sparso: «Vogliono identificarli a bordo prendendo le impronte digitali? Qui per ora non è venuto nessuno – racconta Federica di Intersos -. Tra i ragazzi c’è molta sfiducia. Si tratta di persone che non si conoscono, costretti in uno spazio angusto, non adatto a una permanenza così lunga. Venerdì hanno cominciato lo sciopero della fame e nel pomeriggio hanno cambiato idea. Prima ci chiedevano ‘cosa succede, perché non scendiamo’. Poi hanno smesso, oggi (ieri ndr) hanno ripreso a domandare. L’incertezza acuisce i loro traumi».

 

SONO GLI STESSI MIGRANTI ormai a chiedere supporto psicologico. I Medici per i Diritti umani, tre giorni fa, hanno fatto richiesta di salire a bordo con un team specializzato nell’assistenza alle vittime di tortura e violenza: «La Capitaneria di porto di Catania ci ha risposto che tutte le necessità erano soddisfatte. Però non risulta che sulla Diciotti ci siano psicologi. Il trattenimento in una situazione di grave incertezza e senza alcuna assistenza specialistica, ha tutte le caratteristiche di una ri-traumatizzazione secondaria».

 

Luigi Pandolfi

 

Scontri commerciali. Già nel 2016 una fetta significativa di russi fa la spesa con una carta di credito nazionale per rompere il monopolio dei circuiti internazionali Visa e Mastercard 

 

Il commercio mondiale sta entrando in una nuova fase. La fine degli accordi di Bretton Woods non aveva scalfito la supremazia del dollaro negli scambi internazionali, nonostante il suo sganciamento dall’oro. Tant’è che ancora oggi il 70% delle transazioni su scala globale avviene nella divisa statunitense.  Il dollaro rimane anche la principale valuta di riserva presso le banche centrali ed i governi di alcuni paesi (oltre il 60% del totale), a dimostrazione della sua forza e della forza dell’istituzione politica che ha alle spalle. Moneta forte, garanzia di pagamento e di solvibilità dei debiti (la sola Cina vanta riserve valutarie in dollari per oltre tremila miliardi), riserva per le evenienze.

 

Ma: sarà così per molto tempo ancora? Affermare che la supremazia del dollaro ha le ore contate è da sprovveduti, percepirne gli scricchiolii, tuttavia, non è affatto difficile. La politica isolazionista di Trump, portata avanti anche a mezzo di sanzioni e dazi doganali, sta facendo correre ai ripari le principali economie del mondo e quelle di alcuni paesi emergenti. Parola d’ordine: ridurre al minimo la dipendenza dal dollaro.  È quello che, ad esempio, sta provando a fare la Russia di Putin, con una serie di misure che si farebbe bene a leggere in tutta la loro portata. Ha fatto notizia l’indiscrezione secondo cui Mosca sarebbe pronta a sostituire il dollaro con l’euro nelle proprie transazioni internazionali. In effetti si tratterebbe di un fatto politico di una certa rilevanza, che potrebbe aprire la strada a decisioni simili presso altri governi, con ripercussioni rilevanti sugli assetti economici internazionali.

 

Non è una notizia che ci prende di sorpresa, però. È da alcuni mesi che il Cremlino si sta «muovendo» per limitare i danni che potrebbero derivargli da un inasprimento delle sanzioni Usa. Da un lato sta riempiendo i suoi forzieri di lingotti d’oro (ad oggi, 2.170 tonnellate, per un valore di 90 miliardi di dollari), dall’altro si sta liberando dei titoli di stato americani. Dall’inizio dell’anno, il valore dei Treasuries in suo possesso è sceso da 100 a 14 miliardi (nel 2010 erano 175 miliardi).

 

Non solo. Già dal 2016 una fetta significativa di russi fa la spesa con una carta di credito «nazionale», la Mir, pensata per rompere il monopolio dei circuiti internazionali Visa e MasterCard. Un altro tassello nella strategia di de-dollarizzazione dell’economia della Russia, che, è bene ricordarlo, comprende anche alcuni accordi bilaterali per l’uso della moneta nazionale negli scambi commerciali (con l’Iran, ad esempio).

 

La decisione di adottare prevalentemente l’euro per le transazioni internazionali ha però un significato molto più importante, dirimente. Perché fa capolino in una crisi commerciale che investe anche il Vecchio Continente nei suoi rapporti con gli Usa, ma soprattutto perché fa il paio con la decisione di Pechino di spingere sull’internazionalizzazione dello yuan, nel frattempo aggiunto dal Fondo Monetario Internazionale alle altre monete che determinano il valore dei «Diritti Speciali di Prelievo» (moneta artificiale utilizzata come riserva di valore dai paesi membri).
Dunque: la Cina, la «Nuova Via della Seta» (la rete commerciale su cui la Cina vuole investire mille miliardi di dollari coinvolgendo 65 paesi tra Europa ed Asia), le recenti scelte di alcuni paesi emergenti, da ultimo la decisione di Mosca di sfidare Washington brandendo l’arma dell’euro. Un quadro in movimento, nel quale si percepisce un mutamento di clima nei rapporti economici a livello internazionale.

 

Un mutamento che desta, comprensibilmente, preoccupazione e nervosismo negli Usa, da sempre alle prese con pesanti disavanzi della bilancia commerciale, sopportati grazie alla forza della propria moneta (e della propria supremazia militare).

 

Per decenni il mercato statunitense ha funto da domanda di ultima istanza per beni e servizi europei ed asiatici, in cambio del finanziamento del proprio debito pubblico (e dei consumi interni). Di fatto, questo meccanismo è ancora in piedi, né a minarlo potrà essere soltanto la decisione di Mosca di emanciparsi dalla dipendenza dal dollaro (basso è l’interscambio tra i due paesi, scarsa è sempre stata l’esposizione russa nei confronti del debito americano).

 

Non è detto, però, che questo equilibrio possa reggere in futuro. Che poi è ciò che vogliono i principali bersagli della guerra dei dazi scatenata da Donald Trump.

 

Se volete aggiungere commenti, impressioni  potete scrivere a info@rifondazionesantafiora.it

Norma Rangeri

 

Sarebbe arrivato il momento di togliere ai bassi fondi dei social l’esclusiva della formazione dell’opinione pubblica per riportarla nella dimensione della piazza reale. Se, a settembre, decine di migliaia di persone decidessero di incontrarsi a Roma, oltreché su Facebook, per una manifestazione contro la politica del governo sui migranti sarebbe un modo, per ciascuno e per tutto il paese, di ritrovarsi.

 

Servirebbe uno scatto di dignità nazionale contro chi si atteggia a piccolo padre della patria, capace di trattare gli immigrati come ostaggi, di sequestrare ragazze e ragazzi minorenni in fuga dai disastri del mondo, di fomentare rigurgiti razzisti, di stravolgere diritto e diritti costringendo la guardia costiera a diventare il suo braccio operativo. Al punto da intimidire il comandante della nave Diciotti: «Non sapevo se nell’attraccare al porto correvo il rischio di essere arrestato». Il ministro degli interni va combattuto a fondo e seriamente. Esposti e querele rischiano di lasciare il tempo che trovano.

 

Per fortuna dalla nostra parte abbiamo il presidente della Repubblica e il presidente della Camera. Fico è espressione dello stesso governo di Salvini che, dopo averlo attaccato personalmente su come si guadagna lo stipendio (ignorando che Fico restituisce l’indennità da presidente), ha buttato la palla addosso al Movimento pentastellato. Lui si trova benissimo con Di Maio e Toninelli, se i 5Stelle sono divisi è affare loro. Quanto a Mattarella «non temo il Colle, ho la coscienza a posto». Come è evidente, lo scontro politico-istituzionale è frontale, sia dentro il governo che, se non soprattutto, con l’Europa.

 

Oltretutto se a Bruxelles l’Italia incontra un muro sull’accoglienza, il governo è pronto a sparare cannonate sui conti pubblici e il momento si avvicina. Che il massimo dell’impegno sia riunire oggi le seconde file di dodici dei ventotto paesi per venire a capo del caso Diciotti, significa che non sarà l’Europa a fermare Salvini e i suoi amici europei. Non si può certo dire che la situazione sia eccellente anche se la confusione è grande.

 

La tentazione della crisi di governo per andare alle elezioni europee e fare il pieno di voti fa parte del gioco spericolato che, nei piani della Lega, dovrebbe prevedere, come suggerisce il sottosegretario Giorgietti, la riforma presidenziale e monocamerale.

 

Tuttavia la storia non è finita anche se le bandiere democratiche e costituzionali (in momenti come questo si sente la mancanza del professor Rodotà) sono state via via abbandonate, lasciate nelle mani di una classe dirigente e di governo che negli anni (grazie anche a Renzi, Minniti e compagni) le ha strappate pezzo a pezzo, fino a renderle irriconoscibili brandelli.

 

Come del resto sta succedendo alla bandiera europea, affogata nel Mediterraneo insieme ai 34.361 migranti morti per raggiungere le nostre coste negli ultimi 15 anni. Le vittime che abbiamo voluto ricordare, con nome e cognome, nell’inserto speciale pubblicato dal manifesto. Con nome e cognome perché sono persone e privarle dell’identità è disumanizzarle, a tal punto da immaginare di poterle riportare nei lager (libici). Una ferita che sfigurerebbe chiunque.

 

Proprio in questi giorni la Grecia festeggia l’uscita dai memorandum tornando a Itaca dopo la lunga odissea, dopo la vera e propria guerra europea contro i greci, un attacco brutale sotto gli occhi di tutti. Abbiamo visto da vicino di cosa è capace l’Europa ora che lo scenario internazionale la mette alla prova: non solo sul che fare nei confronti del governo italiano, ma verso la propria stentata sopravvivenza.

 

Sarebbe più che giustificato un lucido pessimismo, ma abbandonare il campo è sconsigliabile, questa è una battaglia campale che la destra italiana vuole stravincere senza fare prigionieri. L’unica via è andare controvento, i ponti da ricostruire sono molti e da qualche parte bisognerà cominciare. E Roma, a settembre, potrebbe fare al caso nostro.

 

 

 21.08.2018

 

Ieri sera a Vasto(CH) in piena “movida” nel ristorante La Barcaccia risuonava Faccetta Nera a tutto volume. Un cittadino ha protestato segnalando che si trattava di apologia del fascismo. È stato aggredito dal titolare ed è finito al pronto soccorso.  È un episodio che rientra nel clima fomentato dal ministro degli interni Salvini. Si tratta di un’aggressione fascista non di una rissa o un diverbio.

 

L’aggressore dopo la violenza ha dato sfoggio apertamente delle sue convinzioni fasciste. Faccetta Nera è un canto risalente all’epoca in cui l’Italia fascista si rese responsabile di crimini contro l’umanità e stragi orrende in Etiopia e Libia e delle leggi razziali al fianco di Hitler.

 

Questi imbecilli che vanno cantando “viva il Duce e viva il Re” sono il frutto di ignoranza e rimozione di una tragedia che si concluse con  l’Italia in macerie. Il prefetto, il questore e l’ amministrazione comunale di Vasto dovrebbero far chiudere o almeno sospendere per almeno un mese questo locale. Il titolare avrebbe finalmente il tempo di leggere qualche libro di storia. Gli regaleremo una copia di “Italiani brava gente” dello storico Del Boca. Così impara qualcosa.


A Nicholas, il cittadino antifascista aggredito, la più completa solidarietà di Rifondazione Comunista.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, coordinamento nazionale di Potere al popolo

16 ago 2018

Mimmo Cosentino

 

La scomparsa di Rita Borsellino priva il movimento antimafia e le sinistre di un punto di riferimento essenziale e difficilmente sostituibile nella battaglia per il cambiamento.
Rita Borsellino ha saputo interpretare in maniera autenticamente originale la lotta contro i poteri criminali e contro il potere tout court.

 

Con lei si sono affermate modalità di impegno politico e civile capaci di unire le pratiche partecipative (i famosi “cantieri”) con il confronto “diffidente” con le istituzioni per marcarne la distanza e la volontà consapevole di evitare qualsiasi possibile consociazione, per dare priorità alla scommessa del controllo dal basso e della proposta democratica.

 

Ha sempre teso a salvaguardare l’autonomia del movimento antimafia dai tentativi di  cooptazione e neutralizzazione.

 

Il suo impegno è stato agito con assiduità nei territori, nelle scuole, nelle periferie emarginate, ovunque si esprimesse il conflitto per i diritti e la legalità, per la pace e la smilitarizzazione della Sicilia.
Vogliamo ricordare l’importanza della sua presenza alle manifestazioni contro il MUOS a Niscemi, nelle lotte contro la chiusura delle scuole dei quartieri periferici di Catania e di Palermo, laddove era doveroso esprimere solidarietà e vicinanza alle vittime delle minacce mafiose, sempre dalla parte degli ultimi, mai schierata con i cultori della governabilità. Sempre a fianco di chi in questi anni ha resistito e si è contrapposto alle misure liberiste.
Abbiamo condiviso con lei il tentativo di dare alla Sicilia un governo in grado di contrastare il dominio degli interessi mafiosi, così come vogliamo ricordarla generosamente impegnata con noi a sostegno della lista L’Altra Europa.

Grazie Rita. Non dimenticheremo.

Segretario regionale PRC Sicilia

15.08.2018

da Controlacrisi

 

Sarebbero serviti 40 milioni per sistemare il ponte ma Benetton ne aveva messi nel piatto la metà. Eppure Autostrade si prende i pedaggi più alti d'Europa! Prc: "È ora di affrontare l'emergenza della sicurezza delle nostre infrastrutture e di fare un bilancio delle privatizzazioni”

 

"I responsabili hanno un nome e un cognome e sono Autostrade per l'Italia" ha dichiarato Di Maio a Radio Radicale. "Dopo anni che si è detto che le cose dai privati sarebbero state gestite molto meglio, ci troviamo con uno dei più gradi concessionari europei che ci dice che quel ponte era in sicurezza. Queste sono scuse. Autostrade deve fare la manutenzione e non l'ha fatta. Prima di tutto si dimettano i vertici", ha concluso.
Ovviamente non si dimetterà nessuno. Il titolo di Atlantia perderà in borsa qualche punto percentuale. Il procedimento per la revoca entrerà nel labirinto di ricorsi e controricorsi. 
Vanno dette un paio di cose sul carrozzone Benetton, soprattutto per quel che riguarda il settore autostradale della holding. Ad Autostrade paghiamo i pedaggi più alti d'Europa e loro pagano tasse bassissime perché sono posseduti da una finanziaria, la Benetton appunto, che ha residenza in Lussemburgo. Un paio di anni fa, dopo che alcuni degli "stralli", ora sotto accusa, erano stati “rivestiti” era stata discussa l’eventualità di una completa sostituzione. Un intervento che aveva un costo alto: 35 milioni di euro. A maggio di qust'anno il bando per 20 milioni. Peccato che gli stralli su cui intervenire fossero quelli sbagliati! 



Antonio Occhiuzzi Direttore dell'Istituto di tecnologia delle costruzioni del Consiglio nazionale delle ricerche ha un’idea molto precisa: “Gli stralli in calcestruzzo armato precompresso, realizzati anche per altri viadotti analoghi (sul lago di Maracaibo in Venezuela, ma anche in Basilicata, per esempio), hanno mostrato una durabilità relativamente ridotta. E la statica di un ponte di questo tipo dipende fondamentalmente dal comportamento e dallo “stato di salute” degli stralli.Nel caso in questione, in particolare, una parte degli stralli è stata oggetto di un importante e chiaramente visibile intervento di rinforzo, ma il tratto crollato è un altro. È necessario capire perché, in presenza di elementi che hanno indotto a rinforzare alcuni stralli, non siano state operate le medesime cure sugli altri, gemelli e coevi”.

Il giochino del profitto lor signori lo conoscono bene. Qualche morto in più o in meno non peserà certo sulla loro coscienza. Vogliamo andare a vedere a cosa il nome di Benetton è legato in Argentina, ai morti provocati dalle proteste contro le deforestazioni e le espropriazioni dei terreni alle comunità locali?

Meglio stare sul merito. Diceva un vecchio professore di cemento armato: “Esiste un santo per le strutture, e il santo oggi ha fatto crollare una torre, la più lontana dalle abitazioni, per fortuna". Inutile dire, che se bisogna “affidarsi” ai santi e non alla affidabilità delle costruzioni, un problema serio in questo Paese esiste.
Vari esperti sono stati interpellati riguardo il crollo del Ponte Morandi, professori ordinari di Costruzioni Idrauliche e Marittime e Idrologia, ingegneri architetti di fama. In molti ritengono di poter escludere cause idrauliche: "Non è colpa del fiume, nel senso che la pila non è stata scalzata. Il crollo del Ponte Morandi non è dovuto all’erosione o a una ragione idraulica. Costruire in quel modo il ponte era l’unico modo per passare in quota, a un’altezza di 50 metri, su un fiume che è largo 100 metri per evitare di mettere i piloni in mezzo al fiume. Un fiume che nel 1970 esondò e fece un sacco di morti. Dice l’accademico Renzo Rosso ai microfoni del Fatto quotidiano.



Fino a pochi giorni fa il primo tratto, quello rimasto in piedi, era chiuso per "manutenzione e consolidamento". Evidentemente dei palliativi rispetto a quanto poi si è realmente verificato. Sono stati diversi gli interventi su una infrastruttura datata (terminata a fine anni 60) e trafficatissima, visto che si tratta della via d'accesso principale da Nord (chi scende in Riviera da Milano, per esempio, passa da lì) e cruciale anche per il porto e in direzione Francia.
Si ripropone il problema della manutenzione degli investimenti da destinare alle grandi opere. L’Italia per la manutenzione delle strade e la messa in sicurezza spende 5 volte in meno di quanto dovrebbe, 2 miliardi e mezzo l’anno servirebbero e la spesa è della metà, nonostante l’invecchiamento progressivo delle nostre grandi infrastrutture che risalgano agli anni del boom, gli investimenti sono più sbilanciati sulla sicurezza a discapito delle infrastrutture. Inoltre lentezze, ritardi, lungaggini burocratiche complicano le procedure per i finanziamenti di opere pubbliche. Conflitti tra enti locali e corruzione rallentano i processi di manutenzione. 61mila sono i ponti e i viadotti in Italia da gestire. Il contratto di programma 2016-2020 per la manutenzione straordinaria prevede finanziamenti di 10 miliardi ma finora sono solo sulla carta.



Nel frattempo sollecitazioni di vario tipo, sismiche, atmosferiche, meccaniche (Il calcestruzzo viene sottoposto a erosione per la presenza di cloruri e solfati presenti nell’atmosfera che raggiungono il ferro al suo interno che si ossida) affaticano le strutture, opere datate 50-60 anni fa che andrebbero rinforzate o demolite e sostituite. Occorre un programma d’intervento a lunga scadenza. 
Nonostante, probabilmente, anni di manutenzioni per cui l’Italia arriva a spendere quasi l’80% del costo di costruzione iniziale.



Questo del viadotto Morandi è l’ultimo di un elenco di crolli dovuti a cedimenti strutturali.



9/03/2017 sulla A14 Adriatica crolla un ponte e sotto un ponte provvisorio, 2 morti
28/10 /2016 sulla Provinciale in Brianza cavalcavia crolla al passaggio di un tir e schiaccia un auto, un morto
18/04/2017 crollo di viadotto provinciale di Cuneo, salvi per miracolo
10/04/15 cade un pilone sull’autostrada A19 Palermo Catania
Sulla Palermo Agrigento crolla viadotto inaugurato 10 giorni prima, nessuna vittima
Liguria 2018 nubifragio fa crollare un ponte a Carasco, due morti.


Bruxelles intanto ricorda che per il nostro Paese sono stati stanziati "2,5 miliardi di euro nel periodo 2014-2020 in fondi strutturali e di investimento europei per infrastrutture di rete, come strade o ferrovie". E che lo scorso aprile la Commissione ha approvato un piano di investimenti per le autostrade italiane, che "consentirà di portare avanti circa 8,5 miliardi di euro di investimenti, anche in Liguria".
Si chiedono interventi urgenti attraverso comunicati stampa, da una parte il cordoglio, dall’altra la richiesta di interventi urgenti. Non è solo il momento del cordoglio però, ma è anche l’ occasione per ripetere che la politica di austerità in questi anni ha prodotto tagli alla protezione civile, ai vigili del fuoco, alle assunzioni di personale tecnico specializzato, tagli alle analisi tecniche di controllo e di monitoraggio. Non possiamo dimenticare che per anni si è raschiato il fondo del barile proprio nel tempo dei grandi disastri, e questo dimostra che non c’è stato un oculato utilizzo dei soldi e che ciò abbia determinato un aumento di infortuni e di morti. Tale sottovalutazione dei problemi produce effetti che esplodono inevitabilmente con così tanta veemeza.
Toppe su toppe si sono messe su opere come il gigante dell’ ingegneria moderna, il viadotto Morandi minato dal tempo da problemi strutturali e da cedimenti. Perchè non si fa una radiografia del rischio una diagnosi scientifica puntuale dello stato di salute di queste infrastrutture? 

 


“Di fronte a questa tragedia non si può che esprimere cordoglio per le vittime e vicinanza e solidarietà ai loro cari - si legge in una nota firmata da Maurizio Acerbo, segretario nazionale Partito della Rifondazione Comunista e Maurizio Natale, segretario provinciale Prc Genova -. Ma è forte la rabbia di fronte a una strage di queste dimensioni. Era davvero imprevedibile questa tragedia? Chi doveva vigilare? Le autostrade sono state privatizzate dal 1999 e dal 2002 l'A10 è in concessione alla società "Autostrade per l'Italia" (gruppo Atlantis - Benetton) che controlla 3.200 km in tutta la penisola. I privati hanno fatto il loro dovere? E il ministero ha esercitato la doverosa vigilanza? Gli allarmi sono stati verificati adeguatamente? Come mai Autostrade per l'Italia rassicuro' i consiglieri comunali sostenendo che il ponte sarebbe stato in piedi per cento anni? Le opere di manutenzione e messa in sicurezza del ponte sono state evidentemente insufficienti. È doveroso fare chiarezza evitando di depistare l'attenzione attribuendo la responsabilità ai comitati NoGronda visto che il progetto non prevedeva la dismissione del ponte Morandi. È ora di affrontare l'emergenza della sicurezza delle nostre infrastrutture e di fare un bilancio delle privatizzazioni”.

 

 

Paolo Berdini

 

Città e territorio. Da 7,3 a 2,2 euro a km la spesa per la manutenzione

 

Infrastrutture. La manutenzione della rete capillare che fa vivere il sistema Italia è stata cancellata dalle politiche dei tagli di bilancio. Non c’è comune italiano che abbia le risorse per la cura ordinaria e straordinaria del proprio patrimonio infrastrutturale

 

Le città e i territori costano. Bisogna costruire infrastrutture, ponti, servizi. Bisogna poi tenere in vita e in sicurezza quelle opere. Servono risorse umane ed economiche. Nella storia delle nostre città e dei territori questa legge ineludibile è stata sempre rispettata. Il sistema della manutenzione era un elemento prioritario della vita nazionale e c’erano le istituzioni pubbliche che presidiavano quella fondamentale funzione. L’Upi, Unione provincie italiane afferma che la spesa per chilometro (ci sono 152 mila chilometri di strade regionali e provinciali) in pochi anni è passata da 7,3 a 2,2 euro a chilometro. Nulla.

 

La manutenzione della rete capillare che fa vivere il sistema Italia è stata cancellata dalle politiche dei tagli di bilancio. Non c’è comune italiano – si può’ affermare con certezza – che abbia le risorse per la manutenzione ordinaria e straordinaria del proprio patrimonio infrastrutturale. Servirebbero somme imponenti. Lo sviluppo lineare della rete stradale comunale supera il milione di chilometri. Sicurezza e decoro della vita di tutti i cittadini necessiterebbero di alcune centinaia di miliardi di euro. Ci sono soltanto tagli.

 

Il ponte di Genova non era un’opera minore. Era un’infrastruttura nevralgica del sistema paese. Evidentemente la follia liberista non si è fermata alle opere minute. E’ dilagata in ogni settore, comprese le opere affidate in concessione, come il sistema autostradale italiano. E mentre l’imponente sistema nazionale va in rovina continua l’assedio per costruire altre opere stradali. Domina una cultura imprenditoriale che comprende solo i processi incrementali e non si occupa del tema della manutenzione gettando il paese intero in un pericolosissimo vicolo cieco. E’ la stessa logica perversa che sta facendo marcire un immenso patrimonio immobiliare pubblico in ogni luogo urbano poiché non ci sono risorse per rimetterlo in vita. Evidentemente qualche potentato immobiliare o finanziario vuole acquisirlo a poco prezzo impoverendo tutti i cittadini.

 

La manutenzione attiva viene disprezzata a confronto della cultura del “nuovo”. Un tragico errore. Non c’è giorno in cui un chiacchiericcio insopportabile ci dice che il futuro è in concetti fumosi come le smart city. Penso con dolore di fronte a tante vite umane distrutte, a quali prospettive per le più innovative aziende e per i giovani potrebbero diventare realtà avviando l’istallazione di sensori che tengano sotto osservazione tutti i ponti stradali esistenti ponendoli a sistema attraverso tecnologie satellitari. Anas ha in programma di realizzare un tale sistema sui suoi 12 mila viadotti ma bisogna passare all’immenso patrimonio diffuso di 50 mila viadotti, molti di vecchia concezione. Servono centinaia di miliardi.

 

Facile a dirsi. Difficile a farsi in tempi di scomparsa del concetto di Stato e di assenza di risorse pubbliche.

 

Solo tre esempi. Un decreto ministeriale del 2001 prevedeva la costituzione del catasto della rete stradale italiana, opera prioritaria per poter programmare. Non è stato fatto nulla e per sapere qualcosa dobbiamo ricorrere a studi di Unioncamere.

 

Dopo ogni terremoto si sentono le solite chiacchiere. Intanto non è ancora avviato un concreto piano di messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente e il recente terremoto dei monti Sibillini ha finanziamenti modesti. Un intero territorio montano è abbandonato da due anni. Frane e smottamenti sono una costante in un territorio giovane e tormentato come il nostro. Manca ancora di essere completata la carta geologica e il censimento delle frane e il loro monitoraggio.

 

Il tragico crollo di Genova può essere uno spartiacque per avviare il paese sull’unica prospettiva di crescita, quella della messa in sicurezza e della manutenzione specialistica che apra al settore produttivo italiano la prospettiva di un salto culturale e tecnologico. Spiace che di fronte a questo scenario ci siano importanti forze imprenditoriali che hanno preso a pretesto questa immane tragedia per portare acqua alla realizzazione di grandi opere.

 

L’Italia ha certo bisogno di alcune opere che rendano moderno il sistema infrastrutturale. A patto di discuterne in modo maturo e trasparente con le comunità cittadine e – soprattutto – riversare ogni risorsa umana, progettuale e economica pubblica sulla prospettiva del salto tecnologico e culturale che il paese attende.

 

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11/08/2018

Da Contropiano

 

Sono almeno 39 i bambini morti, mentre altre 50 persone sono rimaste ferite ieri nel nord dello Yemen in seguito a raid aerei sauditi che hanno colpito uno scuolabus e un affollato mercato nella provincia di Saada. La morte dei bambini sembra aver colpito l’attenzione dei mass media, ma purtroppo non sono i primi nella sporca guerra dello Yemen, solo che fino ad oggi in ben pochi avevano avuto il coraggio di accendervi sopra i riflettori. Troppi “amici” scomodi (Arabia Saudita), troppi interessi che coinvolgono anche l’Italia (la vendita di armi italiani all’Arabia Saudita).

 

L’attacco, secondo fonti locali, è stato sferrato dalla coalizione a guida saudita che utilizza piloti e mercenari israeliani e colombiani in una guerra di aggressione che dura ormai da quattro anni.

 

La guerra tra i ribelli Houthi del movimento sciita “Ansar Allah” contro il governo filosaudita guidato dal presidente Abdrabbuh Mansur Hadi continua in Yemen dal 2014. Sotto il controllo dei ribelli si trova diverse regioni del Paese, compresa la capitale Sana’a.

 

Per reprimere la ribellioni degli Houthi (accusati da Riad di essere sostenuti dall’Iran), l’Arabia Saudita ha creato una coalizione di nove paesi arabi sunniti (Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar) e sostenuta apertamente dagli Stati Uniti.

 

La coalizione saudita ha bloccato l’arrivo di qualsiasi rifornimento e medicinale e sta portando circa 7 milioni di yemeniti alla fame, con un’epidemia di colera che soltanto negli ultimi tre mesi del 2017 ha provocato 2.000 morti, mentre sulla popolazione civile incombe ormai una emergenza umanitaria.

 

La crisi yemenita esplode in realtà nel 2012 con delle rivolte nella parte meridionale del paese. L’allora presidente in carica Saleh rassegnò le sue dimissioni e al suo posto era arrivato il sunnita Abd Rabbuh Mansur Hadi, con il compito di guidare per due anni lo Yemen fino a nuove elezioni.

 

Ma di elezioni, dopo due anni, non si era vista traccia e nel febbraio 2015 gli Houthi, proveniente dal Nord del paese, conquistarono la capitale Sana’a e costringendo alle dimissioni il presidente Hadi che si è rifugiato a Sud nella città portuale di Aden, ed ha invocato l’intervento armato del suo protettore, l’Arabia Saudita.

 

Sulla guerra sporca nello Yemen si assiste ad una vergognosa indifferenza generale anche delle Nazioni Unite che nulla hanno fatto finora per salvare la popolazione civile da questa atroce fine.

 

L’Italia, dal canto suo, ha continuato a vendere bombe e armamenti all’Arabia Saudita in grandi quantità, ben sapendo che queste vengono utilizzate nella guerra in Yemen.

Sebastiano Canetta

da Berlino

il Manifesto

 

Blocco delle partenze. Circa 250 viaggi soppressi negli scali tedeschi con ben 42mila persone coinvolte: il peggior risultato in Europa.

 

Prima il fermo appoggio alla rivendicazione degli «equipaggi riuniti» del sindacato-piloti Vereinigung Cockpit e dei Ver.Di. Poi la dura condanna dello sciopero del ministro dei trasporti del Nordreno-Vestfalia: «Una lotteria dei voli fatta sulla pelle di viaggiatori e lavoratori». Il cielo sopra Berlino per Ryanair è una cortina di nubi nere.

 

Da ieri fino alle tre del mattino di oggi la compagnia aerea è rimasta paralizzata dal blocco delle partenze e degli arrivi. Circa 250 i voli cancellati negli scali tedeschi con ben 42mila persone coinvolte: il peggior risultato in Europa. Tradotto, significa la valanga di risarcimenti (fino 600 euro a biglietto) paventata in Germania da Laura Kauczynski di AirHelp, con Vereinigung Cockpit che minaccia di replicare lo sciopero nelle prossime settimane: «Valuteremo se continuare l’azione con iniziative a ripetizione» spiega il portavoce in riferimento alla cosiddetta astensione “a singhiozzo”. Prima del chiarimento del presidente Martin Locher. «Siamo dispiaciuti per i passeggeri ma la responsabilità è solo di Ryanair».

 

Sul piede di guerra anche il ministro del Nordreno-Vestfalia, Hendrik Wüst, della Cdu. Se la prende con la compagnia che ha dovuto abortire 90 voli nel suo Land di cui 28 (su 55) dall’aeroporto di Köln-Bonn. «Le cause di ritardi e cancellazioni sono di Ryanair. Deve stabilizzare il processo operativo in modo che a pagare non siano i clienti. Volare non può essere una lotteria. Lo sciopero di Ryanair è il risultato del suo modello di business, fatto sulla schiena dei dipendenti».

 

Tutto mentre la stampa in Germania resta appesa alla “scomparsa” di Angela Merkel, che si trova in vacanza in un luogo non precisato. Da giorni Bild, SpiegelKölner Express chiedono: «Aiuto, dove è la nostra cancelliera?»

08.08.2018

E' partito dal ghetto di San Severo, in provincia di Foggia, il corteo di protesta dei berretti rossi organizzato dopo la morte di sedici lavoratori migranti avvenuta in due diversi e tragici incidenti stradali in pochi giorni sulle strade della provincia Dauna. La manifestazione e lo sciopero dei braccianti sono stati indetti dall'Unione sindacale di base (USB).  

 

"Schiavi mai", "Niente pomodori senza lavoratori": questi alcuni degli slogan gridati dai partecipanti , in gran parte migranti africani che si trovano in Puglia per le raccolte stagionali nei campi, in particolare quella del pomodoro. Il corteo si concluderà a Foggia, davanti alla Prefettura dove, nel pomeriggio, ci sarà un'iniziativa convocata da Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil insieme a Migrantes, Arci, Acli, Anpi, Libera, Caritas,Cittadinanzattiva e Rifondazione Comunista 

 

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