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EDITORIALI E COMMENTI 

 

07/05/2022

da Il Manifesto

Alberto Negri

 

GUERRA IN UCRAINAFin dove si vuole «indebolire la Russia»? E qual è l’obiettivo ucraìno accettabile da Putin? Il 9 maggio si avvicina senza mediazione diplomatica e la pace si allontana

 

Per capire che la guerra in Ucraina è cambiata non ci vuole uno stratega. Basta alzare lo sguardo all’orizzonte del Mar Nero con l’«Admiral Makarov» colpita da un missile guidato probabilmente da un drone americano. Nelle prime settimane di conflitto Biden si era rifiutato di autorizzare aiuti militari con armi offensive o di istituire una “no-fly zone” che coinvolgesse la Nato. Agli ucraini l’Occidente chiedeva di resistere il più possibile, sperando che Putin si impantanasse.

 

Cosa che è avvenuta con le armi che Kiev aveva già ottenuto in precedenza da Washington e Londra. Putin è stato costretto a ritirarsi nel Donbass, rinunciando a cambiare – almeno per ora – l’ordine politico a Kiev e lasciando dietro di sé crimini di guerra e fosse comuni. Il 9 maggio a Mosca si festeggia una vittoria, l’armistizio della Germania (8 maggio 1945), certo non quello dell’Ucraina.

 

ADESSO SIAMO alla seconda fase. Con l’annuncio della Casa Bianca del 28 aprile di un pacchetto per Kiev di 33 miliardi di dollari, di cui 20 di sostegno militare, il livello dello scontro è salito in un modo incredibile. Dagli aiuti contro l’aggressione russa si è passati a una manovra per indebolire il potere di Putin e l’influenza della Russia in Europa. Come ci informa il New York Times si possono colpire le infrastrutture logistiche dei russi sul loro territorio, uccidere i loro generali con le informazioni passate da aerei spia, satelliti e droni americani e britannici, affondare loro navi come accaduto con il Moskva. Quanto alle smentite di Washington delle stesse fonti americane della difesa, fanno parte del gioco: combattere una guerra da remoto dando la sensazione di non essere coinvolti direttamente e di tenerla sotto controllo.

 

Forse la potremmo chiamare «guerra per procura controllata». Ma è chiaro che si sta correndo sul filo di un conflitto che può diventare più ampio e letale. Il presidente Usa, che in marzo aveva dichiarato in Polonia che «Putin non poteva restare al potere», ha mandato un altro messaggio esplicito al capo del Cremlino: «Non avrai il controllo dell’Ucraina». Il 25 aprile il segretario alla Difesa Lloyd Austin è stato altrettanto perentorio e in un incontro con Zelenski ha dichiarato che l’obiettivo è «limitare il potere della Russia sul lungo periodo in modo che non possa replicare l’aggressione all’Ucraina».

 

La riunione Nato di Ramstein è stata la svolta, un po’ come lo fu il vertice sul Kosovo al castello di Rambouillet nel ‘99 per lanciare l’attacco alla Serbia di Milosevic. Il meeting è stato trasformato in una sorta di coalizione internazionale di «volonterosi» con l’aggiunta di quattordici partner esterni all’Alleanza Atlantica, l’Ucraina, in primis, ma anche Svezia e Finlandia, in predicato di unirsi alla Nato.

 

A QUESTI ATTORI si è unito il quartetto del Pacifico: Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e, ovviamente, Australia. Tre le nazioni mediorientali: Israele (con il quale Putin giovedì ha dovuto rimediare la «gaffe» di Lavrov), la Giordania, bastione Usa ai confini della Siria filorussa, e il Qatar, nuovo cavallo di battaglia dell’amministrazione Biden nel Golfo dopo i chiari di luna con l’Arabia Saudita. Infine quattro nazioni africane: Kenya e Liberia, fidati alleati Usa, ma anche le «democratiche» Marocco e Tunisia, come a mettere pressione all’Algeria terza acquirente di armi russe al mondo. Un messaggio è arrivato anche alla Cina e all’Indo-Pacifico, dove la Nato potrebbe intervenire, secondo un bellicoso discorso di aprile della ministra britannica della difesa Liz Truss. A Ramstein si è deciso di mettere sotto pressione la Russia anche in casa.

 

LO STESSO CAPO di stato maggiore italiano, l’ammiraglio Cavo Dragone, in un incontro all’indomani di Ramstein (al quale chi scrive ha assistito), ha sottolineato che il conflitto si sarebbe esteso dalle dimensioni di terra, cielo, mare, spazio, alla quinta dimensione della cyberwar. Il nostro capo di stato maggiore non l’ha detto ma qualcuno che lo accompagnava si è spinto ad affermare che «l’Europa senza la Russia non ci può essere ma una Russia senza Putin sì». E comunque visto che Draghi (martedì da Biden) non si fa vedere in Parlamento da due mesi e non fornisce informazioni sul conflitto non c’è che da ringraziare l’ammiraglio.

 

QUESTO È QUANTO ci si attende prossimamente dalla guerra, incubo nucleare a parte. Lo stivale americano è quindi arrivato sul terreno. Il generale Mark Milley, capo di stato maggiore di Washington, l’altro giorno era sul campo in Ucraina per un briefing con il comandante delle forze armate di Kiev Valery Zaluzhny per pianificare la controffensiva nelle aree di Kharkiv e Izium. Milley – uno di quelli che hanno in mano le chiavi del nucleare Usa – era sul campo di battaglia per dimostrare che il controllo da «remoto» degli americani sul conflitto è reale e non si limita alle incursioni diplomatiche di Blinken e Austin.

 

In questa situazione bellica la cosa più preoccupante è che non sembra esserci una soluzione diplomatica. Fino a che punto gli occidentali intendono «indebolire la Russia»? E qual è l’obiettivo militare e politico accettabile da Putin in Ucraina? Possiamo fare soltanto delle supposizioni, come quella che Mosca, dopo l’annessione della Crimea, si accontenti di recuperare alle due repubbliche separatiste il territorio perso in questi anni e occupare le “oblast” meridionali di Kherson e Zaporizha – ma non Dnipro e Odessa.

 

Ma quando in Ucraina si parla di «controffensiva» e Zelenski offre di fatto a Putin il ritiro russo dalle posizioni attuali, il sospetto è che si voglia lasciare il leader del Cremlino nella posizione di scegliere soltanto tra la resa e la continuazione della guerra. Il 9 maggio si avvicina con venti di guerra, non di pace.

 

 

POLITICA ESTERA 

 

06/05/2022

da Left

Gulio Cavalli

 

Dopo una battaglia legale di due decenni, l’alta corte israeliana ha stabilito che circa 1000 palestinesi possono essere sfrattati da un’area della Cisgiordania: si tratta di una delle più grandi decisioni di espulsione dall’inizio dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi nel 1967.

 

Circa 3mila ettari di Masafer Yatta, un’area rurale delle colline meridionali di Hebron sotto il pieno controllo israeliano e sede di diversi piccoli villaggi palestinesi, è stata designata come “zona di tiro” dallo Stato israeliano negli anni 80, da utilizzare per esercitazioni militari, in cui la presenza di civili è vietata.

 

Secondo le convenzioni di Ginevra relative al trattamento umanitario in guerra, è illegale espropriare la terra occupata per scopi che non vanno a beneficio delle persone che vivono lì o trasferire con la forza la popolazione locale ma Israele ha sostenuto, tuttavia, che gli abitanti del villaggio di Masafer Yatta che vivono nella zona di tiro 918, allevando animali, non erano residenti permanenti dell’area quando è stata dichiarata la zona di tiro, e quindi non hanno diritti sulla terra. Poiché la decisione dei giudici è stata unanime, non è chiaro se vi siano disponibili ulteriori canali legali israeliani per i residenti degli otto villaggi di Masafer Yatta per appellarsi.

 

«Abbiamo combattuto con Israele nei tribunali negli ultimi 22 anni e questo giudice ha impiegato cinque minuti per distruggere la vita di 12 villaggi e delle persone che dipendono dalla terra», ha commentato Nidal Younes, capo del consiglio del villaggio di Masafar Yatta.

 

Breaking the Silence, una Ong israeliana, ha dichiarato: «L’alta corte ha appena dato il via libera al più grande trasferimento di popolazione nella storia dell’occupazione dai primi anni 70. La deportazione di oltre 1.000 persone a favore dell’espansione degli insediamenti, degli avamposti e dell’addestramento dei soldati delle forze di difesa israeliane non è solo una catastrofe umanitaria che potrebbe costituire un precedente per altre comunità in tutta la Cisgiordania, ma anche un chiaro passo nell’annessione de facto dei territori palestinesi occupati e nel consolidamento del dominio militare a tempo indeterminato».

 

Rifondazione Santa Fiora

EDITORIALI E COMMENTI     |     MANIFESTIAMO PER LA PACE 

 

05/05/2022

da Il Manifesto

Gaetano Azzariti

 

CRISI UCRAINA. Mattarella ha sollecitato «una sede internazionale che rinnovi radici» a pace, sicurezza e cooperazione, come «la Conferenza che nel ’75 portò a un Atto finale dagli sviluppi positivi».

 

La richiesta di promuovere una conferenza internazionale per garantire la pace e la sicurezza tra le Nazioni vuole anzitutto richiamare la comunità internazionale, l’Europa, l’Italia alle loro rispettive reali responsabilità, ai loro non delegabili doveri. Una proposta ispirata dalla volontà di interrompere l’escalation bellica, la follia della guerra, che sembra ormai dominare i comportamenti dei potenti del mondo, ma anche il dibattito pubblico, occupando per intero le nostre menti.

 

Non vogliamo oggi riaprire la polemica sull’invio delle armi, prendiamo atto della decisione assunta quasi all’unanimità dal Parlamento e fatta propria dal Governo, ci limitiamo a constatare che questa non può essere la soluzione. Affidarsi esclusivamente ad essa vuol dire rinunciare a perseguire pacifici e stabili rapporti internazionali. La guerra per procura non è un orizzonte possibile. Non vogliamo scaricare sulle vittime la responsabilità della guerra, né ad essi affidare il nostro comune futuro di pace. Non vogliamo guardare da un’altra parte, bensì andare alle radici del male che ha prodotto la degenerazione e l’inumanità dello scontro armato.

 

Per chi vuole affermare il valore del ripudio della guerra l’unica via possibile è quella di ridare la voce al diritto. Perché è il diritto che, dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, ci ha indicato la via che oggi stentiamo a riconoscere, offuscati come siamo dal bagliore delle armi, paralizzati di fronte all’orrore delle stragi, sopraffatti dai morti, incapaci di spiegare lo scempio e l’offesa alla dignità delle persone.

 

Tornare alle ragioni del diritto anche perché siamo convinti che non esista una giusta guerra. Semmai esiste il giusto diritto. Quello espresso nella nostra Costituzione, ma anche quello dell’ordinamento internazionale scritto a seguito della tragedia dell’olocausto e l’utilizzazione di due bombe atomiche «a fini di pace».

 

Per questo dovremmo anzitutto evitare interpretazioni fantasiose o creative del testo costituzionale. Interpretazioni anche autorevolmente proposte, ma non per questo meno bizzarre ed inopportune.  La nostra costituzione «ripudia la guerra» come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, in ogni caso. E le limitazioni di sovranità che essa prevede sono espressamente finalizzate per assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni e a promuovere le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Limitazioni per promuovere la pace, dunque, non per partecipare alle guerre, né proprie né altrui.

 

L’invito è quello di ricercare altre strade per assicurare la pace tra le Nazioni. Lo stiamo facendo? È un interrogativo drammatico che attraversa la coscienza di molti. Lo ha espresso in termini limpidi papa Francesco, parole che facciamo nostre: «Mentre si assiste ad un macabro regresso di umanità mi chiedo, insieme a tante persone angosciate, se si stia veramente ricercando la pace, se ci sia la volontà di evitare una continua escalation militare e verbale, se si stia facendo tutto il possibile perché le armi tacciano. Vi prego non ci si arrenda alla logica della violenza alla perversa spirale delle armi. Si imbocchi la via del dialogo e della pace».

 

Anche il «sacro» dovere di difesa della Patria è stato evocato a sproposito. L’articolo 52 della nostra Carta costituzionale si rivolge espressamente al «cittadino italiano» per legittimare la guerra a difesa del confine interno. Peraltro, esso deve essere letto in combinato disposto con il sistema di difesa che la nostra Costituzione ha delineato: una guerra che deve essere deliberata dal Parlamento nazionale, cui segue il conferimento dei «poteri necessari» al Governo ed una dichiarazione formale dello stato di guerra da parte del capo dello Stato, con l’eventuale proroga per legge della durata della Camere. Nessuna di queste condizioni è data, non si può richiamare la Costituzione per legittimare il coinvolgimento nel conflitto armato.

 

Più che riferirsi alle Carta per stravolgerne l’impianto pacifista, bisognerebbe richiamare lo Statuto di quell’organizzazione internazionale, oggi impotente, ma che ha per finalità proprio quella di assicurale la pace tra le Nazioni. Basterebbe leggere – e poi voler rispettare – gli impegni assunti in sede Onu da «Noi, popoli delle Nazioni Unite» per evitare tante inutili e spiacevoli polemiche tra voci critiche, accusate di essere diventati improbabili neo-putiniani, ed intrepidi difensori della pace attraverso la guerra.

 

È, infatti, la carta dell’Onu che ci dice chi è il responsabile della guerra in base al diritto internazionale, a chi spetta di esercitare il legittimo diritto di resistenza all’aggressore, quali sono i compiti degli Stati non belligeranti. La responsabilità della guerra è da attribuire alla Russia per violazione dell’articolo 2, n. 4 che impone agli Stati di astenersi dall’uso della forza e operare contro l’integrità territoriale o l’indipendenza di qualsiasi altro Stato; mentre la resistenza ucraina è legittima in base al principio di autotutela individuale o collettivo così come indicato all’articolo 51.

 

Tutti gli altri Stati sono anch’essi certamente coinvolti nella «controversia», poiché nessun Paese può ritenersi estraneo di fronte al flagello della guerra, ma essi devono – ai sensi degli articoli 33 e 52 della Carta – anzitutto perseguire una soluzione mediante negoziati, accordi anche regionali o altri mezzi pacifici di loro scelta.

 

Per far cessare la guerra è necessario garantire la pace. Un compito e una responsabilità che spettano alla comunità internazionale. Lo ha affermato con decisione il Presidente Mattarella quando ha sollecitato ad individuare «una sede internazionale che rinnovi radici alla pace, che restituisca dignità a un quadro di sicurezza e di cooperazione, sull’esempio di quella Conferenza di Helsinki che portò, nel 1975, a un Atto finale foriero di sviluppi positivi».

 

Per porre fine al conflitto e garantire un futuro di pace e sicurezza tra le Nazioni, per non lasciare soli le vittime della guerra, non ci si può affidare alla forza delle armi. Bisogna invece rimettere in moto la politica, rimettere in gioco le logiche di potenza, ridare voce al diritto, assicurare la giustizia tra le Nazioni. Perché, non c’è pace senza giustizia.

 

Oggi a Roma l’iniziativa

 

«Per una soluzione di pace». Si terrà a Roma, oggi, giovedì 5 maggio alle 12, presso Fnsi, Corso Vittorio Emanuele II 349, una conferenza stampa promossa da Centro per la Riforma dello Stato, Fondazione Basso e dalla rivista Alternative per il Socialismo. Interverranno i costituzionalisti Gaetano Azzariti, Claudio De Fiores e Luigi Ferrajoli. Verranno illustrate alcune proposte che potrebbero portare al cessate il fuoco e alla fine della guerra in Ucraina.

 

L’Italia deve adoperarsi affinché l’Ue convochi una Conferenza, coinvolgendo l’Onu, tutti gli Stati e le potenze mondiali, per avere un nuovo trattato sulla sicurezza internazionale e la cooperazione in Europa e nel mondo. Le trattative, affidate solo ai paesi belligeranti, non potrebbero che essere fondati sui rapporti di forza.

EDITORIALI E COMMENTI 

 

04/05/2022

Paolo Ferrero

Rifondazione Comunista

 

Continuare a guardare all’Ucraina come se fosse in corso una guerra iniziata da Putin a cui ha fatto seguito una reazione difensiva da parte dell’Occidente è completamente sbagliato. A me pare del tutto evidente che oggi le guerre siano due e siano state dichiarate una dalla Russia e l’altra dalla Nato. Due guerre di cui la seconda ha preso a pretesto la prima ma ha una dinamica, obiettivi e finalità del tutto autonome. Gli Usa non stanno facendo una guerra difensiva per l’Ucraina ma una guerra offensiva per ristabilire il proprio dominio su tutto il mondo. Il governo italiano, in colpevole violazione della Costituzione, ci ha portato in questa guerra che si configura a tutti gli effetti come l’inizio della terza guerra mondiale. Vediamo meglio.

 

La criminale guerra iniziata da Putin ha le caratteristiche di un conflitto regionale e come tale poteva essere affrontato e gestito. I nodi relativi alla sicurezza della Russia, dell’Ucraina e alla fine della guerra civile in corso da anni in Ucraina potevano e possono essere composti con una mediazione, come sostenuto da noi e dal Papa in tutti questi mesi. Un compromesso è stato peraltro tentato a febbraio dalla Germania, che aveva proposto una soluzione negoziale, rifiutata da Usa e Ucraina. Un compromesso può e deve essere ricercato oggi per porre fine alla guerra.

 

Al contrario, gli Stati Uniti, seguiti a ruota dalle classi dominanti occidentali, non hanno ricercato un accordo che ponesse fine alla guerra ma hanno scatenato una guerra totale, economica, mediatica, militare. Si tratta di una guerra fatta per durare, perché l’obiettivo degli Usa non è la pace ma la prosecuzione di una guerra non nucleare che approfitti della disponibilità del governo ucraino a utilizzare il proprio territorio e il proprio popolo per dissanguare la Russia. Non a caso gli Usa non vogliono in alcun modo una trattativa e un compromesso che possa porre fine alla guerra in Ucraina. Crollerebbe la scusa che Biden utilizza per giustificare la sua guerra mondiale e che si muove principalmente su tre livelli:

 

1) Le sanzioni commerciali. Sono molto ampie e puntano a mandare in bancarotta la Russia, riducendo il tenore di vita della popolazione al fine di determinare una sollevazione di massa contro il governo o addirittura una sua dissoluzione. Affamare per far rivoltare. L’Europa è la testa d’ariete di questa offensiva economica ed è destinata a pagarne i prezzi maggiori, con pesanti effetti recessivi sulla sua economia.

 

2) La guerra dell’informazione. L’abbandono di ogni deontologia professionale è la regola di una vergognosa informazione da regime. Da un lato qualunque affermazione del governo ucraino e delle milizie naziste viene rilanciata dalla stampa occidentale senza alcuna verifica. Dall’altra, la richiesta della Russia di formare una Commissione d’indagine indipendente da parte delle Nazioni Unite sulla strage di Bucha, secondo quanto affermato dalla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, è stata bloccata dalla Gran Bretagna in qualità di Presidente di turno, senza che questo sollevasse alcun problema nella stampa militarizzata. L’informazione è stata trasformata in un sistema di propaganda bellica. In nome della democrazia chiunque la pensi in modo diverso viene criminalizzato.

 

3) La guerra guerreggiata a oggi avviene per procura, con il governo ucraino che in virtù della legge marziale impiega i maschi adulti come soldati. La fornitura di armi è in aumento e la strategia degli Usa, peraltro annunciata dalla Clinton sin dall’inizio di marzo, è quella di trasformare l’Ucraina in un nuovo Afghanistan, impaludando Putin in una dispendiosissima guerra di logoramento che duri il più possibile: a questo servono gli stanziamenti miliardari di armi. Si tratta di una scelta criminale in primo luogo nei confronti del popolo ucraino che viene utilizzato come carne da macello in una guerra per procura.

 

Non a caso la guerra iniziata da Biden punta a destabilizzare la Russia ma ha come obiettivo strategico la Cina, che è stata individuata dalla Nato come avversario strategico. Infatti i due vertici della Nato fatti in questi mesi hanno coinvolto anche paesi amici degli Usa che non fanno parte dell’Alleanza atlantica e sono ubicati nell’area del Pacifico (Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud). Come se non bastasse, nel comunicato del Segretario Generale della Nato al termine della riunione del 6-7 aprile al pericolo cinese veniva dato uno spazio di poco inferiore a quello della guerra con la Russia…

 

La guerra cominciata da Biden non è una reazione alla guerra di Putin in Ucraina ma una guerra mondiale fatta per ristabilire la supremazia militare, economica e politica degli Usa sul mondo intero. Come ha detto Biden il 21 marzo scorso: ”Ci sarà un nuovo ordine mondiale e dobbiamo guidarlo”. Il nodo vero è che il mondo di oggi non è più il mondo unipolare ereditato dagli Usa dopo il crollo del muro di Berlino ma è un mondo multipolare, che non giustifica in alcun modo la posizione di supremazia che gli Usa hanno avuto e intendono continuare ad esercitare. Per questo gli Usa hanno cominciato questa guerra a cui dobbiamo opporci con tutte le nostre forze.

LAVORO E DIRITTI

 

03/05/2022

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

LA STORIA. Dati Istat. Nella repubblica fondata sul lavoro precario, mercificato e miserabile l'occupazione a breve e a brevissimo termine macina tutti i record dal 1977. E mentre tutte le forze politiche si prendono gioco delle vittime di questo gioco al massacro, parlando di "aumento di salari", nessuno mette in discussione uno dei pilastri del sistema: il Jobs Act di Renzi e del Pd. In attesa della prossima crisi

 

Nell’ultimo anno i lavoratori dipendenti precari in Italia sono cresciuti di 430 mila unità.

 

Lo sostiene l’ultima rilevazione dell’Istat sul mercato del lavoro pubblicata ieri. È un nuovo record nel paese devastato dal Jobs Act di Renzi e del Pd: in totale i precari (nel lavoro dipendente, figuriamoci tutto il resto) sono arrivati a 3 milioni e 159 mila a marzo 2022.

 

In pratica siamo vicini al 20% della forza lavoro attiva in questo paese. È il valore più alto dal 1977. E mancano all’appello 215 mila lavoratori autonomi, falcidiati dalla crisi in cui si resta a due anni e più dall’inizio della pandemia.

 

Nessuna delle forze politiche che si commuovono davanti al precariato, ai bassi salari, al violenza sociale del lavoro nero o grigio a cui si è costretti per sopravvivere, e niente di più, in Italia intende davvero mettere in discussione questa macchina che rischia di nuovo di incepparsi in attesa che la nuova crisi indotta sia dalla guerra russa in Ucraina sia dai nuovi lockdown in Cina.

 

L’occupazione dev’essere brutale, breve o brevissima, pagata sempre di meno. Ma guai a pensare, anche lontanamente, di trasformare uno dei dispositivi che alimentano questo girone infernale, esito programmatico della politica neoliberale sulla quale è impiantata la Repubblica «fondata sul lavoro» miserabile e mercificato, con il consenso ultra-maggioritario dei partiti che l’assediano, ma non delle loro vittime. Che restano, purtroppo, silenti. È uno degli aspetti più lancinanti della rivoluzione passiva italiana al tempo del Draghistan. Restiamo congelati in questo dramma.


A marzo l’Istat ha registrato un aumento del numero di occupati di 804 mila unità, il 3,6% in più in un anno, «trasversale per genere, età e posizione professionale». Il tasso di disoccupazione è tornato ai livelli del 2010 registrando una diminuzione all’8,3%. Il dato tra i giovani cresce invece fino al 24,5%.

 

Sono loro i più precari, senza tutele, né garanzie nel paese del precariato. In compenso continuano ad essere disprezzati e accusati di «non volere lavorare». Un classico del paternalismo neoliberale e della violenza sociale.

 

Si sta avvicinando l’estate: prepariamoci alle nuove infamie degli schiavisti della ristorazione, dei lidi al mare e altri esempi dell’economia servili dei servizi. «Può apparire una buona notizia la crescita, anche se lenta, dell’occupazione, ma nasconde un dato gravissimo per il nostro mercato del lavoro: i contratti a termine registrano un nuovo record – ha sostenuto Tania Scacchetti (Cgil) – Il dato più eclatante è che la ripresa dell’occupazione si fonda sostanzialmente sull’esplosione dei contratti a termine, segno che non sono più uno strumento per affrontare esigenze temporanee e limitate, ma una caratteristica strutturale».

 

«Occorre avviare una riforma del mercato del lavoro, assicurare una prospettiva di stabilità e di crescita dei redditi: non è più accettabile che questo sia fondato sulla precarietà».

LAVORO E DIRITTI       |      BASTA MORTI SUL LAVORO

 

02/05/2022

da Contropiano

Sergio Scorza

 

Inail: in 3 mesi 189 morti sul lavoro (+2,2%), infortuni +50,9%.

 

Le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Inail tra gennaio e marzo sono state 194.106, con un aumento del 50,9% rispetto allo stesso periodo del 2021. Le denunce di incidenti con esito mortale nel primo trimestre sono state 189 (+2,2%). Sono in aumento le patologie di origine professionale denunciate con 14.517 denunce (+6,9%) Aumentano soprattutto donne e under 40 tra i morti su lavoro .

 

Negli ultimi 5 anni in Italia oltre 4 mila lavoratrici e lavoratori sono morti sui luoghi di lavoro, quasi 4 milioni hanno riportato ferite a causa di tagli, schiacciamenti, urti, cadute dall’alto… circa 300 mila hanno subito un danno permanente, oltre 300 mila si sono ammalati perché esposti ad agenti inquinanti ed a ritmi di lavoro usuranti. 

 

fronte di questi numeri impressionanti le pene comminate ai responsabili della mancata osservanza delle previsioni di legge in materia di prevenzione dei rischi per la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro sono pochissime e spesso irrilevanti.

 

Ora approvare una legge che fermi la strage permanente di lavoratori!

 

Firmiamo e facciamo firmare questa petizione per chiedere l’immediato avvio della discussione parlamentare sulla proposta di legge che introduca il reato di omicidio sul posto di lavoro:

 

Ora approvare la legge!

 

https://www.change.org/p/omicidio-sul-lavoro-ora-approvare-la-legge

LAVORO E DIRITTI

 

01/04/2022

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Antonello Patta, responsabile lavoro del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Anche oggi Primo Maggio ci saranno centri commerciali e supermercati aperti grazie alla norma iperliberista votata da centrodestra e PD ai tempi del governo Monti.


Una vergognosa legge sul commercio che Lega e M5S avevano promesso di abolire ma che dopo 5 anni è ancora lì nonostante le proteste sindacali.


Questa liberalizzazione selvaggia che non c’è in altri paesi dell’UE ha consentito l’ipersfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori della grande distribuzione, ma anche una concorrenza sleale nei confronti del piccolo commercio e degli esercizi di vicinato.


Purtroppo oggi lavoratrici e lavoratori sono molto ricattabili e tutti sanno che sono costretti a lavorare oltre l’orario contrattuale e a rinunciare a giorni di riposo.


Come ha confermato una recente sentenza della Corte di Cassazione il datore di lavoro non può obbligare un dipendente a lavorare in un giorno festivo, anche se è infrasettimanale.

 

Però senza più articolo 18 e con i contratti precari lavoratrici e lavoratori quasi sempre subiscono angherie da parte di catene che, tra l’altro, praticano comportamenti intimidatori verso chi fa sindacato come accaduto nel supermercato ALDI di Trieste con il licenziamento del delegato Filcams-Cgil Giovanni Manca con la scusa di un mancato reso di 45 centesimi.


Rifondazione Comunista invita cittadine a cittadini a boicottare tutte le catene commerciali che saranno aperte il Primo Maggio.

 

30/04/2022

 

Domani, primo maggio, sarebbe il giorno della Festa del Lavoro, ma per i lavoratori italiani c’è poco da festeggiare e molto per cui stare incazzati.


Non sono sufficienti altre parole per esprimere i sentimenti che suscita la sequenza dei dati che arrivano dal Censis e dall’Istat sulle retribuzioni delle lavoratrici e dei lavoratori e sull’aumento delle disuguaglianze.
Tra il 2010 e il 2020 le retribuzioni lorde sono diminuite dell’8,3% reale, peggio di noi solo la Grecia e la Spagna.


E’ confermata la condizione di inferiorità retributiva dei giovani che a 29 anni, l’età in cui servirebbero risorse per rendersi indipendenti o metter su famiglia, guadagnano il 40% in meno degli over 55; ancor più grave il gap di genere perché penalizza le donne in quanto tali indipendentemente dalle fasce d’età: guadagnano il 37% in meno degli uomini.


Il raffronto tra assunti a tempo determinato e indeterminato, i primi guadagnano il 32% meno dei secondi, spiega la corsa delle aziende ad aumentare la precarietà sostituendo lavoratori stabili a tempo pieno con posti precari.


Il panorama delle disuguaglianze in un quadro di bassi salari generale viene concluso con la differenza di condizioni tra il nord e il sud del paese con un differenziale del 28% a danno delle lavoratrici e dei lavoratori del meridione d’Italia.


Non siamo sorpresi. Sono 40 anni che va avanti l’attacco ai salari; solo nel decennio precedente la perdita del potere d’acquisto è stata perfino più consistente arrivando a quasi 6 mila euro in meno per dipendente.
Ora sui loro redditi bassissimi, già colpiti dai recenti aumenti di bollette e costo della vita si vogliono scaricare i costi crescenti della guerra e delle sanzioni.


Lo conferma di nuovo puntualmente l’Istat prevedendo che “seguendo i meccanismi degli incrementi contrattuali seguiti fin qui la perdita di potere d’acquisto nel 2022 sarebbe di un altro 5%.”
Lo diciamo da tempo: occorre cambiare registro e rilanciare le lotte


La giornata del Primo Maggio deve segnare l’inizio di una nuova grande stagione di lotte che coinvolga tutto il mondo del lavoro e tutti i soggetti che pagano i costi delle crisi del capitalismo e della guerra per ribaltare le politiche neoliberiste e avviare il cambiamento.

 

Contro il governo della guerra e del carovita sciopero generale!

EDITORIALI E COMMENTI  |  MANIFESTIAMO PER  LA PACE

 

29/04/2022

Da Il Fatto Quotidiano

 

A non volere la pace sono in molti, innanzitutto gli Stati Uniti e la Nato, oltre a Putin. Se si vuole fare la guerra fino alla vittoria, il rischio è una guerra nucleare”. 

 

Maurizio Acerbo e Luigi De Magistris presenti al sit-in nei pressi del Senato per “Fermare il ddl Concorrenza” parlano della guerra in Ucraina.

 

“C’è bisogno in Italia di una coalizione pacifista che dia voce a chi non condivide questa folle escalation che vede il governo italiano e gran parte del parlamento allineati con La Nato. Andiamo – afferma Acerbo, il segretario di Rifondazione Comunista – verso la terza guerra mondiale e l’Italia invece, attuando la Costituzione, doveva invece svolgere una politica di pace e di mediazione. Rispetto a questo c’è bisogno di una ribellione etica e di una mobilitazione politica”.

 

Secondo l’ex sindaco di Napoli, De Magistris, “la nostra posizione può essere non condivisibile ma è chiara: essere pacifista significa non essere equidistante di fronte a un aggressore e un aggredito, ma pacifista significa anche dire che la pace arriva prima non inviando armi, non aumentando le spese militari e non attraverso una guerra di propaganda ed economica che colpisce i popoli e perseguire con tenacia la mediazione”.

 

Oggi i governanti “non hanno scelto la via diplomatica se guardiamo le dichiarazioni di Biden, di Jonshon e Borrell, questi hanno già scelto di trasformare l’Ucraina nell’Afghanistan d’Europa con l’unica certezza che aumenteranno i morti – e conclude – la retorica a di quelli che dicono che la guerra si ottiene solo inviando più bombe, carri armati e più missili, ogni guerra ha dimostrato essere falsa.

 

Siamo molti preoccupati e l’antidoto è la mobilitazione popolare, affinché i popoli spingano i governi a cambiare rotta prima che sia troppo tardi”. Putin non vuole la pace? “Con dichiarazioni così Draghi e Di Maio si schierano dalla parte della guerra e non dalla parte della pace”.

 

EDITORIALI E COMMENTI     |    MANIFESTIAMO PER LA PACE

 

28/04/2022

Da Left

Giulio Cavalli

 

Quindi alla fine sapevano. Il governo fa una parziale retromarcia sulla costruzione di una base da 70 ettari per accorpare reparti specializzati dei Carabinieri a Coltano, nel Parco di San Rossore. Tramonta la brillante idea di usare i soldi del Pnrr per costruire una base militare nel cuore di un parco protetto, a san Rossore Migliarino Massaciuccoli in Toscana, che con i suoi 23mila ettari è importantissimo per la biodiversità, per il turismo che porta al territorio e per la sua storia che passa dagli etruschi agli antichi romani.

Nella foga bellica il ministro della guerra Guerini aveva pensato che non ci fosse nulla di più simile a una “ripresa” di un piano da oltre 440mila metri cubi di nuove edificazioni da costruire dentro il territorio protetto del parco, su una area complessiva di 730mila metri quadrati dove dovrebbero sorgere villette a schiera, poligoni di tiro, edifici, infrastrutture di addestramento, magazzini, uffici e autolavaggi.

Con un ordine del giorno del Movimento 5 Stelle ora il governo ci ripensa. Del resto il Pd toscano era sobbalzato sulla sedia e perfino Letta aveva ritenuto l’idea sbagliata. Ora si valuterà un altro luogo (sempre lì in provincia di Pisa) dove costruire comunque questa bella colata di cemento militare.

Rimangono però almeno due dubbi. Innanzitutto sarebbe bello conoscere il motivo per cui il Pd non sa cosa fa la sua mano destra (il ministro Guerini) mentre parla di ambientalismo con la mano sinistra. Come racconta Riccardo Ricciardi del M5S (che ha presentato l’ordine del giorno): «Il governo ha chiarito che il Pd, tramite il presidente Parco, sapeva da molti mesi di Coltano». Il secondo dubbio sta nell’esultanza generale per uno “spostamento” di un progetto che si ritiene sbagliato. Se è sbagliato perché farlo?

 

Rifondazione Santa Fiora

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