Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

 02.12.2017

COMUNICATO STAMPA

 

Oggi e domani si riunisce a Roma il Comitato Politico Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea.

Acerbo (Prc-Se): «Non saremo nella lista di D’Alema e Bersani. Domani la nostra proposta»

Il segretario nazionale PRC Maurizio Acerbo incontrerà i giornalisti alle 11 di domani, domenica 3 dicembre presso il Roma scout center, in largo dello Scautismo 1.

 

«All’ordine del giorno – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – la decisione sulla presentazione alle prossime elezioni politiche di una lista della sinistra antiliberista che abbia un programma di netta rottura con le politiche dei governi degli ultimi 25 anni.


Non saremo nella lista di D’Alema e Bersani perchè riteniamo che rappresenti una minestra riscaldata, la riproposizione della vecchia classe dirigente che ha votato la legge Fornero e mille altre schifezze e ora pretende di rappresentare la sinistra per poi ricontrattare l’alleanza col PD dopo le elezioni.
Abbiamo lavorato per mesi nel percorso del Brancaccio per costruire un vasto schieramento capace di parlare a milioni di persone che non vanno più a votare o sono state dalla rabbia spinte verso il M5S.
Purtroppo MDP-Si-Possibile hanno preferito un accordo di vertice bloccando ogni ipotesi di costruzione democratica e dal basso di una sinistra «nuova e radicale».
Avremmo potuto contrattare anche noi qualche seggio ma riteniamo che mai come oggi in Italia ci sia bisogno di costruire un’alternativa credibile.


Lavoreremo quindi per una lista che dia voce alle classi popolari. Lavoriamo per aggregare la sinistra sociale e politica che fa cose di sinistra: nei conflitti sociali, nelle lotte, nei movimenti per la democrazia, i beni comuni, l’ambiente, la giustizia sociale, la solidarietà, la pace.


C’è una sinistra reale fatta di mille esperienze nei territori, di competenze, intelligenze, militanza, attivismo che può unirsi per costruire un processo nuovo.
Per questo ci siamo trovati in sintonia con la proposta venuta dal centro sociale napoletano Ex Opg Occupato Je so pazzo di una lista popolare per le prossime elezioni.


In tutta Europa i nostri compagni – Unidos Podemos, Melenchon, Syriza e tanti altri – hanno dimostrato che nuove aggregazioni, che uniscono sinistra radicale e esperienze di movimento , possono dare voce a chi oggi non è rappresentato da forze che portano avanti politiche che rendono i nostri paesi sempre più ingiusti e poveri».

 

Pubblicato

il 1 dic 2017

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

«Domani Rifondazione Comunista sarà in piazza al fianco della Cgil per la mobilitazione sulle pensioni, Noi pensiamo che la riforma Fornero vada abrogata e proprio per questo abbiamo avviato una petizione che ha già raccolto migliaia di adesioni.

 

Occorre un cambiamento radicale delle politiche economiche e sociali di questi anni, che continuano con l’attuale inaccettabile legge di bilancio. Occorre ripristinare i diritti del lavoro a partire dall’articolo 18. La legge Fornero e più complessivamente le riforme targate Pd stanno costringendo ultrasessantenni a occupare posti di lavoro che mancano per i più giovani, obbligati ad emigrare o disoccupati.

 

Serve la più larga partecipazione possibile, contro questo esecutivo che demolisce diritti peggio della peggiore destra».

Paolo Favilli

da il Manifesto

Sinistra. La maggioranza di quelle forze, o comunque quella che ha maggiore visibilità mediatica, non può tagliare il cordone ombelicale con la storia che ha costruito, con la storia di cui è stata consustanziale

 

«Il Pd era (…) quello di Bersani insieme a Sel (..) un Pd che non c’è più». Queste parole di Pietro Grasso (Huffington Post 9 novembre), questo rimpianto ed insieme speranza di una ricostruzione (in piccolo) di un’area politica derenzizzata, sono alla base, non da sole certo, ma in maniera determinante, del disastro di fronte a cui ci troviamo dopo il fallimento, anche se vogliamo sperare nella battuta d’arresto, dell’itinerario tracciato al Brancaccio. Dietro l’affermazione di Grasso ci sono le tracce solide e sotterranee. Del resto i D’Alema, i Bersani hanno trascorso da protagonisti di primo piano in questa storia un tempo assai maggiore di quello passato come giovani e promettenti dirigenti in una storia strutturata in tutt’altro contesto analitico. Insomma, meno di vent’anni per cercare di cambiare il mondo e quasi trenta per amministrarlo da maturi e responsabili uomini di governo.

 

L’abbandono della critica teorica e pratica sulle radici della disuguaglianza si è risolto nella scelta di uno dei lineamenti della modernità: quello neoliberista.

La cornice della valorizzazione della concorrenza e dell’impresa come forma generale della società è stata il riferimento primo di tutte le riforme all’indietro: dalla legislazione del lavoro a quella sull’istruzione, dalla regolamentazione monetarista alla costituzionalizzazione della teoria economica mainstream.

 

Anche se la diaspora dal Pd è recente, iniziata solo dopo la completa renzianizzazione del partito, non per questo il processo in corso deve essere sottovalutato. Credere però che da lì possa formarsi il nucleo di un soggetto politico davvero nuovo significa non avere nessuna idea dello spessore degli svolgimenti storici, delle diverse temporalità che li compongono.

Significa confondere la «discontinuità» con «l’inversione della direzione».

In un recente articolo su cui i dirigenti della sinistra farebbero bene a riflettere seriamente, Piero Bevilacqua, (il manifesto dell’ 11 novembre) si è chiesto perché le forze politiche della sinistra «hanno speso quasi un anno a traccheggiare con Giuliano Pisapia, fornendo al vasto pubblico quel desolante spettacolo della politica come trattativa tra capi, manovra tattica, fatta di dichiarazioni e smentite, pettegolezzi e litigi che (…) alimenta la diserzione di in massa dalle urne».

 

Ebbene il perché sta proprio nel fatto che la maggioranza di quelle forze, o comunque quella che ha maggiore visibilità mediatica, non può tagliare il cordone ombelicale con la storia che ha costruito, con la storia di cui è stata consustanziale.

 

In questi giorni non mancano le esortazioni a non confondere il momento elettorale che è indispensabile affrontare presentando una lista unitaria, con il più lungo e complesso percorso della formazione di un nuovo soggetto politico.

 

Si tratta di un’osservazione condivisibile, a patto, però, che i modi con cui si arriva a definire il primo momento non confliggano con la sostanza che deve essere la base del secondo. «La sinistra deve costruire una alternativa di sistema» ha affermato Michele Prospero (il manifesto del 17 novembre). Una prospettiva sulla quale non mi pare proprio che chi ragiona in termini della ricostruzione dello schieramento «di Bersani insieme a Sel» possa concordare.

 

La formazione di Mdp, infatti, non è stata considerata dalle forze di opposizione della sinistra presente in parlamento come sintomo di una crisi del Pd di fronte alla quale era necessario mantenere ben ferme, approfondire teoricamente e articolare politicamente, le ragioni dell’antitesi. Si è scelto invece di muoversi sulla base delle esigenze di Mdp, fidando soprattutto nell’effetto del trascinamento elettorale da parte di questo gruppo politico. Non so se le previste fortune elettorali si concretizzeranno, dubito che ci siano ragioni per convincere gli astenuti di sinistra a ritornare al voto sulla base della rinnovata formazione «di Bersani insieme a Sel», è certo invece il disastro sul percorso di un soggetto politico davvero nuovo. Eppure c’è stato in febbraio un importante congresso di Sinistra Italiana i cui risultati sembravano escludere esiti simili.

29 nov 2017

COMUNICATO STAMPA

 

ELEZIONE SINDACI – PRC: «INACCETTABILE ED ANTICOSTITUZIONALE ELEGGERE “SINDACI DI MINORANZA” AL PRIMO TURNO COL 40% DEI VOTI. PRESENTEREMO MOZIONI IN TUTTI I CONSIGLI COMUNALI, D’INTESA CON LA RETE DELLE CITA’ IN COMUNE, E CI MOBILITEREMO PER IL RITIRO DELLA PROPOSTA».

 

«Denunciamo la gravità del tentativo di blitz in atto in queste ore – dichiara Raffaele Tecce,Responsabile nazionale enti locali della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – alla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, di modificare in senso antidemocratico ed anticostituzionale la legge per l’elezione dei Sindaci e dei Consigli Comunali, prevedendo l’elezione del Sindaco al primo turno anche con il 40% più uno dei voti. Il Sindaco di minoranza, come è stato detto in queste ore.

 

Se questa legge fosse stata in vigore negli ultimi anni, Fassino sarebbe diventato Sindaco di Torino al primo turno, senza dover andare al ballottaggio che poi perse, e Accorinti non sarebbe mai diventato Sindaco di Messina, solo per ricordare due esempi clamorosi.

 

E’ stato, infatti, ieri sera adottato nella competente commissione della Camera un testo base di modifica al testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, relatore il verdiniano Parisi, che ha subito trovato l’entusiastica adesione del PD, con l’Onorevole Fiano, e della destra.

 

Sul modello dell’Italicum, pur bocciato dalla Corte, si continua, da parte della “grande coalizione di fatto“ fra PD e destre, a tentare di cambiare anche la legge elettorale per i Comuni per evitare ogni possibilità di vittoria nei ballottaggi alle liste di sinistra alternativa e civiche ed ai 5 stelle, come è avvenuto in molti comuni nella primavera scorsa. E addirittura, visti i tempi ristretti dovuti all’ imminente termine della legislatura, si vocifera il ricorso alla fiducia.

 

Rifondazione Comunista non ha mai condiviso e votato la legge 81/93 (e successive modificazioni) per l’elezione diretta dei Sindaci, basata su un principio di limitazione della rappresentanza proporzionale con un premio di maggioranza; a maggior ragione oggi denuncia il grave tentativo di modifica con l’abbassamento della soglia per l’elezione del Sindaco ed il conseguente aumento del premio di maggioranza.

 

Si tratta, infatti, di un attacco gravissimo al ruolo dei Comuni come possibili enti di prossimità vicini ai bisogni delle cittadine e dei cittadini e tenuti a garantire servizi diritti costituzionali universali.

 

Chiediamo all’ pposizione parlamentate di bloccare questa proposta di legge.

 

Nei prossimi giorni, d’ intesa con la rete delle Città in Comune, che unisce tutte le esperienze di liste civiche e di sinistra alternative al PD affermatesi in questi ultimi anni, promuoveremo mozioni in tutti i Consigli Comunali contro questo tentativo di blitz antidemocratico e costruiremo una mobilitazione di massa».

 

 

Riccardo Chiari

da il Manifesto

 

Diritti calpestati. Messa alla porta, dopo 17 anni di lavoro senza macchie, una impiegata del megastore milanese di Corsico. Separata con due figli, di cui uno disabile, era stata spostata in un reparto con entrata alle 7 del mattino. "Chiedevo solo più flessibilità negli orari". La Filcams Cgil impugna il licenziamento, ieri primo sciopero, caso già in Parlamento. La viceministro Bellanova pronta a incontro con azienda e sindacati.

 

Quando una multinazionale come Ikea minaccia di chiamare i carabinieri nel corso di uno sciopero, per una bruttissima storia di licenziamento individuale di una madre coraggio, caso subito finito in Parlamento, e con il governo che per bocca di Teresa Bellanova si dice pronto a intervenire, il segnale è chiaro: «La morale che se ne trae – osserva Marco Beretta della Filcams Cgil di Milano – è che le esigenze dell’azienda devono andare sopra ogni cosa, perfino sopra quelle di una madre con un figlio disabile che oggettivamente non può coprire un turno che inizia alle sette del mattino. Poi, più in generale, il fatto che dopo il jobs act le aziende si sentono più libere di poter licenziare, anche per chi conserva l’articolo 18 come questa lavoratrice, che è in Ikea da ben 17 anni».

 

Eppure Marica Ricutti 39 anni, laureata in scienze alimentari, impiegata nel megastore milanese di Corsico con una carriera inappuntabile («Mai ricevuto un richiamo, una contestazione, un appunto che sia uno»), è stata messa alla porta «per giusta causa». «Secondo l’azienda – ha raccontato all’Huff Post e all’edizione milanese web di Repubblica – era venuto meno il rapporto di fiducia, perché non ce la facevo a lavorare dalle 7 del mattino in un nuovo reparto, e allora avevo ripreso a fare i miei vecchi orari, iniziando alle 9».

 

LA DONNA, separata con due figli di 10 e 5 anni, quest’ultimo disabile («motivo per cui ho la 104»), era impiegata al bistrot ma da qualche mese era stata trasferita al ristorante del primo piano del grande punto vendita della multinazionale. Proprio questo cambio di reparto, con l’orario anticipato di due ore, l’ha messa per forza di cose in crisi: i bambini da portare a scuola, e soprattutto le cure per l’ultimogenito, non si conciliavano con l’entrata al lavoro all’alba. Le rassicurazioni avute prima del cambio di reparto in merito alla conciliabilità degli orari di entrata («all’inizio mi hanno detto di sì e che non ci sarebbero stati problemi, poi le cose sono cambiate») sono rimaste parole, portate via dal vento.

 

NELLA LETTERA di licenziamento, Ikea sottolinea che è venuto meno il rapporto di fiducia in due occasioni in cui la dipendente si sarebbe presentata al lavoro in orari diversi da quelli previsti: una volta due ore in anticipo, l’altra due ore in ritardo. Eppure la donna, che aveva chiesto a più riprese una maggiore flessibilità, si era detta pronta anche a nuovi sacrifici («ho spiegato che non volevo essere privilegiata, che ero disponibile a lavorare in tutti gli altri turni, compreso quello di chiusura, che per me non è agevole finendo a tarda sera, ma che comunque lo avrei fatto»). Ma la multinazionale non ha sentito ragioni.

 

IERI A CORSICO si è scioperato. «È andato benissimo – riepiloga Beretta – doveva essere di un’ora e lo abbiamo prolungato di un’altra ora. In questo lasso di tempo l’azienda si è presentata ai lavoratori in agitazione, invitandoli a parlare solo con il responsabile del personale invece che con i rappresentanti sindacali. Abbiamo chiesto chiarimenti, vista l’irritualità dal caso, ma non ci hanno ricevuto. Ora valuteremo se ci sono i presupposti per una vertenza per comportamento antisindacale. E il 5 dicembre prossimo faremo un presidio con volantinaggi davanti all’entrata di Ikea».

 

Da parte sua Marica Ricutti ha impugnato il licenziamento, assistita dalla Filcams Cgil. E il caso è già in Parlamento: «Abbiamo depositato una interrogazione per chiarire le motivazioni che hanno spinto Ikea a licenziare una madre separata con due figli piccoli, di cui uno disabile – annuncia Titti Di Salvo, vicepresidente dei deputati Pd – perché, proprio nel giorno in cui arrivano i dati sulla natalità, c’è questa vicenda su cui deve essere fatta chiarezza». Alle prese di posizione molto critiche di Mdp, Si e Rifondazione si aggiunge quella della Cisl, con una denuncia a chiare lettere della segreteria generale Anna Maria Furlan. Anche il governo è intervenuto, con la viceministra Teresa Bellanova che si è detta disponibile a un incontro con i sindacati e l’azienda. Un’Ikea che ora annuncia di stare «valutando» la situazione. Perché la figuraccia diventa, di ora in ora, sempre più grande.

 

COMUNICATO STAMPA DI RIFONDAZIONE 

IKEA – PRC: «SOLIDARIETA’ ALLA LAVORATRICE LICENZIATA. LA DISTRUZIONE DEI DIRITTI DEL LAVORO PORTA A QUESTE ABERRAZIONI”

Roberta Fantozzi, responsabile Politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

 

«L’episodio della lavoratrice licenziata perchè impossibilitata, con due bambini, a fare i turni come stabiliti all’Ikea di Corsico, è emblematico, purtroppo, della condizione del lavoro in questo Paese. La distruzione continua dei diritti del lavoro di questi decenni, ha creato un clima in cui le aziende si sentono legittimate a comportamenti inaccettabili per la vita delle persone. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà a questa lavoratrice e sosteniamo la mobilitazione dei colleghi che si sono subito schierati, scioperando, dalla parte della donna e del suo diritto ad avere una famiglia ed un posto di lavoro. Va riconquistato l’articolo 18 in tutta la sua pienezza, dopo le manomissioni operate dal governo Monti e dal governo Renzi. Per questo ci continuiamo a battere».

Alessandro Dal Lago

 

Che cosa è andato a fare in Tunisia il Presidente del Consiglio? Ecco la risposta sintetica di diversi quotidiani: «Portare aiuti alla Tunisia perché chiuda la rotta ai migranti». Gentiloni visiterà altri paesi africani, ma non andrà in Libia.

 

Comunque, già che era da quelle parti, si è espresso anche sulle relazioni sulla ex-colonia: dopo aver dichiarato che le condizioni dei migranti sub-sahariani in Libia sono «terrificanti» e «disumane», ha auspicato un miglior coordinamento con le «autorità libiche» per lottare contro «il traffico di essere umani». Gentiloni è uomo sensibile ai diritti umani e sociali, sembra. E allora perché rilasciare dichiarazioni tanto contraddittorie, al limite dell’insensatezza, per chi lo legge o lo ascolta? Se le condizioni dei migranti sono così atroci – come riportano i media di tutto il mondo, Ong varie e Nazioni Unite – perché accordarsi con i responsabili delle atrocità, cioè fazioni che non governano nulla, signori della guerra e capi delle milizie che imperversano in Libia? La risposta è semplice: al governo italiano importa solo che i migranti non partano per l’Italia, quale che sia il loro destino. E infatti proprio mentre Gentiloni parlava annegavano in mare e pure «dilaniati dagli squali» altri disperati fuggiti dalle coste libiche e i sopravvissuti al naufragi subito sono stati riportati nei centri di detenzione in Libia.

 

Ecco il senso dei famosi accordi di Minniti, il braccio poliziesco del governo Gentiloni, con il fantomatico governo Serraj e gli altri capi bastone. Non bisogna stancarsi di ripetere che si tratta di uno scambio orrendo, che copre di vergogna il nostro paese: l’Italia dà aiuti militari ai libici perché ci tengano lontano i migranti, perché insomma se ne occupino loro come preferiscono. La cosa è talmente ovvia che è stato lanciato dal governo italiano un bando perché le Ong gestiscano i centri di detenzione in Libia. Come dire: sappiamo che quelli li torturano, li derubano e un po’ li uccidono. Andate un po’ a vedere se riuscite a farli torturare e uccidere un po’ meno. Se mai una Ong accetterà, bisognerà denunciarla come connivente del governo italiano e quindi di quei libici che uccidono e torturano.

 

Il governo italiano ha talmente la coda di paglia in materia che la ministra Pinotti ha dichiarato che il «terrificante» trattamento dei migranti è precedente agli accordi di Minniti con i libici E allora, se lo si sapeva – e Minniti, con tutti i servizi segreti che frequenta da anni, non poteva non saperlo -, perché fare accordi con quelli? Non era ovvio, allora come oggi, che l’ossessione per il blocco delle rotte migratorie, nell’Africa sahariana e nel mar Mediterraneo, avrebbe causato una violazione di massa dei diritti umani, e cioè stragi per terra e per mare?

 

Tra quegli accordi ce n’era uno davvero letale: che sia la guardia costiera libica, dotata di navi italiane, a occuparsi di fermare i barconi in acque internazionali, impedendo i soccorsi alle navi delle Ong umanitarie. Le quali, di fatto, hanno dovuto fermare gli interventi (anche a questo e non altro è servita l’immonda campagna contro i salvataggi promossa dalla destra, da Salvini a Di Maio).

 

E così si moltiplicano le denunce dell’inazione italiana, come ha fatto ieri Sos Méditerranée e delle aggressioni della guardia costiera libica contro le navi umanitarie. E si moltiplicano nell’indifferenza generale gli annegamenti di uomini, donne e bambini. Naufragi e sbarchi sono ripresi alla faccia del nostro governo (quanto ad Alfano, il diretto interessato, chi l’ha visto?). Insomma, Minniti ha fallito l’obiettivo che si era posto, e cioè delegare tutta la faccenda agli africani.

Ma il fallimento non insegna nulla. Anzi. Oggi Gentiloni è ad Abidjan al vertice Europa-Africa con un po’ di imprenditori pubblici e privati al seguito.

 

Ci va, buon ultimo dopo Francia e Germania, per fare un po’ d’affari e soprattutto per generalizzare a tutta l’Africa la lotta contro «il traffico di esseri umani», cioè per bloccare le emigrazioni in partenza. Visti gli effetti degli accordi con La Libia, nuove stragi si annunciano.

ONG – ACERBO (PRC): «ECCO IL FRUTTO DELL’ACCORDO CON LA LIBIA. VOLONTARI BLOCCATI, MIGRANTI SEMPRE PIù A RISCHIO»

 

«Quanto denunciato oggi dalla Ong Sos Mediterranee – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – è l’ennesima conferma degli errori commessi dal governo italiano: Minniti che ha da dire? Invece di criminalizzare le Ong, il governo dovrebbe rispondere di episodi gravissimi in cui si conferma che le autorità libiche non sono in grado di fornire assistenza nè rappresentano una garanzia di rispetto dei diritti delle persone. Al contrario, i migranti sono sempre più a rischio, a rischio di morire senza poter essere salvati da nessuno. Noi continuiamo a stare dalla parte delle persone che purtroppo mettono in pericolo le loro vite per migrare ed esprimiamo il nostro pieno sostegno alle Ong e ai volontari che cercano di colmare le lacune di uno Stato corresponsabile di morti e torture nei lager libici».

 

 

Alessandra Pigliaru

da Il Manifesto

 

Contro la violenza maschile. Grande manifestazione ieri con migliaia arrivate da tutto il paese. Piazze anche locali.

Erano migliaia anche quest’anno, le donne, le ragazze, le bambine insieme a molti altri. Collettivi, gruppi autonomi, centri antiviolenza, case delle donne, singoli che non si mostravano curiosi come l’anno scorso ma sapevano esattamente dove si trovassero. Di tutte le età, di tutti gli ambienti, nessuna bandiera di partito a rivendicare prelazioni.

Solo una voglia incredibile di esserci, sorridere e gridare. Grida forte, ti si sente di più. Anzi, canta – come in molte hanno fatto dal camion da cui si leggevano testimonianze arrivate da compagne di tutto il mondo. Non Una Di Meno è un progetto globale, anche ieri si è percepito nitidamente.

NEL SUO «GLI USI DELLA RABBIA», Audre Lorde fa una operazione piuttosto interessante ovvero segnala come la rabbia sia, a tutti gli effetti, un sentimento politico preciso, trasformativo che non va sottovalutato.

Ieri a Roma la manifestazione nazionale organizzata da Non Una Di Meno è stata una ennesima marea in cui alla gioia, i colori e la vastità di donne e uomini presenti si aggiungeva anche quella rabbia di cui sopra, «è un dolore di distorsione», diceva Lorde – femminista, lesbica, nera e madre – e il suo obiettivo è il cambiamento. Molto diverso dall’odio che è «la furia» il cui fine è la morte e la distruzione.

Tra le donne che, partite da piazza della Repubblica hanno attraversato la città per arrivare poi in serata in piazza San Giovanni in Laterano, vi era un ritmo diverso rispetto l’anno scorso; entusiasmo, potenza propulsiva ma anzitutto la pazienza con cui in questo anno le assemblee territoriali hanno lavorato.

Si sentiva tutta questa pazienza che lentamente aveva spillato la rabbia per renderla una importante fonte di rafforzamento reciproco. Si avvertiva anche che, nel processo cominciato più di un anno fa, alcune avevano deciso di trovarsi nelle piazze dei propri territori.

CIÒ NON INDICA una diminuzione della dirompenza bensì una diffusione maggiore delle pratiche politiche che, proprio nei territori in cui hanno attecchito, hanno altrettanto deciso di fare i conti. Con le singole materialità, intrecciandosi con altre situazioni – differenti per ogni contesto.

Così, se si racconterà della piazza romana di un numero di partecipanti inferiore rispetto all’anno scorso, si spera almeno lo si faccia segnalandone la maggiore struttura, la più salda e matura capillarità.

La giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne si è tinta di fucsia, una marea tempestosa e divertente dotata, tra le altre cose, di moltissimi palloncini che svettavano tra le strade della capitale in cui risuonava l’hashtag #lacasasiamotutte, mostrando l’ampio sostegno che la Casa internazionale delle Donne di Roma ha avuto dal movimento e da chiunque abbia un minimo di contezza politica sul suo valore; vedere quei palloncini agitati significa che il tentativo di sfratto non avverrà mai, non sarà possibile.

Anche questo è un modo di mettere al lavoro la propria rabbia, facendone arretrare le insidie – del resto già decostruite da 40 anni di femminismo e politica delle donne. Per tenere invece stretto e con sé un contare che sa di sé.

La genealogia regge, il tessuto relazionale anche. Così come la presenza di molti più uomini e ragazzi che hanno sfilato accanto alle proprie figlie e amiche. Davano l’idea di essere molto meno intimiditi rispetto al 2016 ma consapevoli anche loro dei percorsi che, in molte circostanze, i vari gruppi di Non Una Di Meno a livello locale hanno inteso praticare senza separatismo.

LE DONNE NON SONO VITTIME, smettetela con la narrazione patetica e distorta di chi non ce l’ha fatta e cominciate a raccontare della nostra forza. Anche di chi ha deciso di uscire dalla violenza. Di chi vuole restare viva e lottare. Siamo forti. E libere, abbiamo un piano. Questi alcuni degli slogan presenti insieme ad altri – ridondanti e precisi – come per esempio quelli riferibili alla libertà femminile e, in quanto tale, guadagno per tutti o quell’altro delle streghe e delle pronipoti che ancora non sono state bruciate e mai lo saranno.

E di fiamme mai spente si è scritto anche in un altro striscione: «Fuoco cammina con me» che occhieggia a Laura Palmer nel capolavoro di David Lynch e che restituisce forse meglio di molte altre parole un’altra cifra che corrisponde alle donne e in particolare al femminismo: l’inesorabilità.

È impossibile fermare la sua mareggiata, così come è difficile seppellire ciò che emerge dalla manifestazione di ieri.

Intanto un punto di inaggirabilità riguardo il Piano antiviolenza diffuso nelle sue 57 pagine e che sarà tutto da discutere ma che c’è e fa la differenza, poi il radicamento con i centri antiviolenza nei territori che sono l’altra anima di una strada più lunga, il nerbo dell’esperienza che moltiplica un assunto irriducibile: per smontare la violenza maschile contro le donne non è più tempo di fare orecchie da mercante escludendo proprio chi nei centri e nelle case-rifugio lavora da decenni.

Le donne per le donne, si diceva. L’esperienza per tenere il punto sul tragitto che si sta configurando, si aggiungerà. Per non sbandare e per sapere che Non Una Di Meno ha saputo orientare migliaia di desideri.

Sono desideri di politica, parole di libertà, quando di quella rabbia si è fatto già tesoro, e si dice no all’odio.

25.11.2017

Bia Sarasini

da il Manifesto

 

25 novembre. La valanga scatenata da Asia Argento è la rivelazione di una verità quotidiana che da sempre permea la vita delle donne il carattere totalizzante della violenza maschile.

 

Ce la ricorderemo, la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne del 2017. Questo appuntamento – in Italia ha attenzione mediatica solo dal 2007 anche se fu istituito dall’Onu nel 1999 – quest’anno arriva al culmine di un insieme di fatti eccezionali, che hanno definitivamente tolto la violenza maschile dalla cronaca nera per farne una questione centrale della vita sociale e politica.

 

Come scrive «Abbiamo un piano. Piano contro la violenza maschile e la violenza di genere» di NonUnaDiMeno, che oggi viene portato nella manifestazione di Roma: «La violenza contro le donne è sistemica».

Dopo l’estate del 2017 è impossibile ignorarlo.

 

Anche se, per rimanere alla cronaca, ci sono le 12 ore di interrogatorio alle due ragazze americane che hanno denunciato lo stupro da parte di due carabinieri in servizio avvenuto in settembre a Firenze.

 

Quasi fossero loro le colpevoli e non le vittime, o il tono della puntata di Porta a Porta andata in onda l’altra sera commentando i verbali dell’interrogatorio, fanno comprendere bene quanto siano grandi le resistenze.

 

Eppure qualcosa è cambiato per sempre. L’inchiesta di Ronan Farrow pubblicata dal New Yorker in ottobre, sulla base delle storie raccolte da tredici donne che gli hanno confidato e confermato le molestie e violenze sessuali di Harvey Weinstein, è stata l’avvio di una valanga.

 

Valanga mi sembra la parola giusta: è inarrestabile, e trascina tutto con sé. Ovunque nel mondo. Dagli Usa alla Francia, dalla Svezia all’Inghilterra all’Italia.

 

NON SI FERMERÀ PRESTO, almeno mi auguro. E la forza viene proprio dal punto di partenza: la capitale mondiale della produzione di immaginario. Hollywood.

 

Non sono fatti nuovi, sono sempre successi, è il mantra che ripetono gli uomini, e le donne purtroppo, che vogliono arginarla. Appunto.

 

Il fatto nuovo è che le attrici, le lavoratrici del mondo del cinema, hanno trovato il coraggio di prendere parola in pubblico.

 

Era già successo che alla consegna degli Oscar alcune attrici denunciassero gli scarsi ruoli dedicati alle donne. Ora hanno fatto di più. Hanno attaccato le basi del sistema di potere patriarcale. Hanno portato alla luce l’intimidazione sessuale che pesa sulle donne dovunque. Nella vita privata come nella vita pubblica.

 

Ritorniamo all’inchiesta di Farrow, che ha avuto in Asia Argento una collaboratrice preziosa, che gli ha raccontato a più riprese di sé, la base per un lavoro giornalistico solido, non improvvisato e impressionistico, ma che ha cercato e trovato sostanziali conferme.

 

PER QUESTO È DIVENTATO una valanga. Per la sostanziale verità. Perché ogni donna che ha letto o ascoltato ne ha riconosciuto la dinamica. E ciascuna sa di avere taciuto, quasi sempre, e ne sa i motivi. Io li riassumo nella parola «intimidazione».

 

LE MOLESTIE, LE AGGRESSIONI, le violenze sessuali sono uno strumento del potere maschile per tenere al loro posto le donne. In silenzio, possibilmente spaventate, non autonome. E soprattutto, oltre che vittime, colpevoli. Colpevoli di avere scatenato quella violenza, quell’aggressione. Di cui devono sopportare la vergogna.

 

Non ringrazieremo mai abbastanza Asia Argento e le altre di avere messo a disposizione i loro racconti.

 

Ultima Uma Thurman, che sotto al suo bel viso irato da protagonista di Kill Bill, scrive #metoo, e augura a Weinstein una «lenta agonia». Loro si sono fatto ascoltare, hanno rotto la trappola mediatica che non dà parola alle protagoniste.

 

Soprattutto hanno permesso di mettere a fuoco il carattere totalizzante della violenza maschile. Se la maggior parte avviene nelle case, se la percentuale di assalti nelle strade in relazione è minima, il resto avviene nello spazio pubblico. Sul lavoro, perfino nei luoghi della politica.

 

QUESTA È LA VALANGA. La rivelazione di una verità quotidiana, ordinaria, che permea da sempre la vita delle donne.

 

Le valanghe, come è noto, travolgono, non fanno distinzione. Una mano sul sedere non è, ovviamente, uno stupro di guerra. Ma se arriva un’onda del genere bisognerebbe pensarci prima di lamentarsi, anche tante donne, che così si distrugge l’attrazione sessuale.

 

E I POVERI UOMINI, come fanno? Il gioco sessuale è tra i più incantevoli che l’umanità abbia a disposizione. Non credo che venga distrutto se un uomo, che abbia un potere di qualunque genere su una donna, si chiede se appoggiarle una mano sulla coscia durante un pranzo di gala sia una piacevole distrazione lietamente condivisa da una noiosa cerimonia sociale o un atto di intimidazione.

 

Sarò ottimista, ma penso che un uomo medio sia in grado di sapere se una donna vuole o no. E di farsi qualche domanda. Questo è il punto. Tanti fanno finta di no.

 

POI C’È ALTRO. Per esempio che la violenza non si esercita solo contro le donne, lo scrive il «Gruppo del mercoledì», di cui faccio parte, nel testo «Sulla violenza, ancora» (www.donnealtri.it). Che il Piano che viene presentato oggi pensa in grande, a largo raggio.

Insieme, quelle in piazza e non solo, potremo pensare a cambiare il mondo.

 

 

 

 

Cecilia Guerra

da Il Manifesto

24.11.2017

 

Violenza sulle donne. Negli Stati uniti il sistema di potere è messo in causa, le vittime non vengono derise. In Italia un regista come Neri Parenti può dire «non le prenderò mai nei miei film»

 

 

Sono persuasa che abbia grande significato politico quanto accade intorno alle accuse di violenza e molestie che molte donne rivolgono pubblicamente ai potenti del cinema (ma non solo), in Italia e in altri paesi occidentali.

Alla vigilia del 25 novembre mi stupisce il silenzio della politica sull’argomento di cui invece tutta l’opinione pubblica discute da oltre un mese. Il sistema di abusi denunciato da un numero crescente di donne, infatti, non chiama in causa i singoli o soltanto il cinema. Vediamo anzi una minima parte di ciò che accade, e ancora accadrà, fino a quando i dati sul gender gap registreranno iniquità fra i generi in termini di salario, occupazione, potere economico e politico. Si tratta di un’architrave del nostro mondo, con enormi costi umani, economici, giudiziari e di salute.

 

In Italia rifiutiamo di riconoscere la natura sistemica del fenomeno e quindi non diamo credito alle vittime e anzi le denigriamo. Se infatti tutti vanno considerati innocenti fino a prova contraria, a me sembra altrettanto ovvio che un ragguardevole numero di testimonianze tutte uguali dovrebbero indurci non già a condannare i singoli senza processo, bensì ad ascoltare con rispetto e sgomento le voci che si levano contro la violenza e l’ingiustizia.

 

Dove questa ondata di ribellione femminile è nata, ovvero negli Stati uniti, il sistema di potere è messo in causa, giornali e opinione pubblica si chiedono quanti predatori ci sono negli ambienti di lavoro, come fermarli, perché hanno potuto agire impunemente. Le vittime non vengono derise, insultate, sospettate di avere secondi fini – come se denunciare abuso e violenza sessuale avesse mai recato vantaggi alla donna che trova la forza di farlo.

 

In Italia, al contrario, un regista affermato e famoso come Neri Parenti può pronunciare nei confronti delle testimoni parole che suonano come una minaccia: «Non le prenderò mai a lavorare nei miei film». La dichiarazione di Neri Parenti e le reazioni (o l’assenza di reazioni) successive spiegano alla perfezione perché le ragazze non hanno denunciato prima: chi lo fa non lavora più, si rovina la carriera. Poco importa che siano già state rovinate le vite e le carriere delle sconosciute che trovano la forza di parlare ora, perché sentono che solo ora c’è una possibilità di essere credute. Eppure la loro testimonianza viene liquidata con l’argomento che avrebbero dovuto reagire subito, e non lo hanno fatto perché in realtà ci stavano e volevano un vantaggio. Eppure, ammesso che qualcuna non sia riuscita a sottrarsi perché era paralizzata dalla paura, oppure si sia sottomessa, costei poteva scegliere solo fra due violenze, sottomettersi oppure essere espulsa dal suo ambiente di lavoro. Non poteva esercitare né libertà né autodeterminazione.

 

E’ giusto richiamarsi al garantismo formale, come molti fanno in questi giorni, e chi viene accusato deve querelare chi lo ha offeso, se ritiene che sia stato detto il falso, usando gli strumenti di garanzia di cui dispone per legge. Ma prendiamo in considerazione anche il garantismo sostanziale, riconoscendo l’importanza di uno spazio in cui molte donne possono raccontare quello che hanno subito, senza essere messe in ridicolo o minacciate.

 

In Italia a denunciare, secondo l’Istat, è appena l’8 per cento del totale di chi subisce violenza. La stragrande maggioranza delle vittime non si sente libera di usare il suo strumento di garanzia, non si fida della legge, delle forze dell’ordine, dei tribunali. L’esperienza, quella delle altre e in alcuni casi quella fatta di persona, insegnano che può essere un inferno, e forse non ci sarebbe giustizia.

 

Provare un reato il quale, per ovvie ragioni, si è consumato fra lei e il violento e senza testimoni, è difficile, a meno di non essere stata picchiata brutalmente. Per questo assume un grande valore raccontare pubblicamente, insieme alle altre, con la speranza che il sistema che conduce all’abuso e non lo punisce sia messo in causa, e altre non debbano subire. Proprio su questo punto, allora, la politica, le istituzioni, tutta l’opinione pubblica sono chiamate riflettere, fare autocritica, suggerire e prendere provvedimenti efficaci.

 

Alessandra Pigliaru

da il Manifesto

22.11.2017

 

25 novembre. Verso la manifestazione di sabato, a Roma e in altre piazze. Presentata la sintesi «contro tutte le forme di violenza di genere». I punti principali: centri antiviolenza, educazione, formazione, reddito garantito.

 

In contemporanea a Roma e Milano, ieri sera Non Una Di Meno ha presentato il primo «Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere». Si tratta di una sintesi articolata in numerosi punti di cui conosceremo la più articolata stesura il 25 di novembre. In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Non Una Di Meno – oltre ad aver annunciato la manifestazione di piazza (forte del grande riscontro dell’anno scorso) – renderà nota la versione completa.

 

SAREBBE tuttavia ingeneroso leggere questa primo confronto pubblico avvenuto ieri come una mera anticipazione poiché dal testo si evincono già, e si chiariscono, molti dei punti programmatici del progetto politico originario, inteso come articolata scommessa di tenere insieme più linguaggi, più pratiche politiche e – soprattutto – più esperienze intergenerazionali. Il focus, oggi come allora, ruota intorno ai centri antiviolenza, «luoghi di elaborazione politica, autonomi, laici e femministi al cui interno operano esclusivamente donne e il cui obiettivo principale è attivare processi di trasformazione culturale e politica e intervenire sulle dinamiche strutturali da cui origina la violenza maschile e di genere sulle donne».

 

Tutto, già allora, disposto in modo da sperimentare questo genere di scrittura collettiva (le mani si sentono diverse dalla elaborazione dei punti) che tuttavia è una delle forze del soggetto politico di Non Una Di Meno. Se negli ultimi mesi vi sono state delle frizioni, spesso virtuali, ciò che ha resistito in questo lungo anno di lavoro sono state le decine di assemblee in più di 70 città, i 5 incontri nazionali, lo sciopero globale dello scorso 8 marzo, l’ostinazione di tenere tra le mani gli esiti dei tavoli tematici. È infatti da questi ultimi che emergono i nove punti, ciascuno dei quali è preceduto da un hashtag eloquente: #LIBERE DI. La sintesi si apre con alcune considerazioni su femminismo e scuola, luogo d’elezione – insieme all’Università – in cui primariamente si può attivare quel processo educativo di contrasto alla violenza maschile contro le donne; insieme all’ «abolizione della Legge 107/15 e della riforma Gelmini e apertura di un processo dal basso di scrittura delle riforme di scuola e università, che preveda anche la rimodulazione dei contenuti e dei programmi». Uno spazio anche per ricordare quanto siano importanti i finanziamenti pubblici e strutturali.

 

IL DOCUMENTO prosegue con la formazione «permanente e multidisciplinare» interna ai centri antiviolenza (figure professionali e qualsiasi elemento coinvolto dagli avvocati agli insegnanti eccetera). La formazione si allarga ad altre professioni, «dai media all’industria culturale», per cominciare a decostruire «narrazioni tossiche» e analfabetismi discriminatori altrettanto noti. Del resto anche la rappresentazione dello stesso modo di narrare è dirimente; lo sa anche Non Una Di Meno che infatti poco dopo ritorna sulla parola «tossica» per definire alcune storture produttrici di storie a sfondo sessista quando non addirittura del tutto incidentali (pensiamo ai casi di femminicidio). La violenza, specificano, è invece strutturale perché «nasce dalla disparità di potere, non è amore, è trasversale e avviene principalmente in famiglia e nelle relazioni di prossimità. (…) La violenza non divide tra “donne per bene” e “donne per male”, e gli uomini che agiscono violenza non sono mostri, belve, pazzi, depressi. Questi ed altri principi confluiranno in una carta deontologica rivolta agli operatori ed operatrici del sistema informativo e mediatico». Il terzo punto si concentra invece sulla libertà di autodeterminarsi e di disporre della propria salute, sia psichica che fisica, sessuale e sociale. Dopo un necessario focus sulla piaga dell’obiezione di coscienza che ancora imperversa nel servizio sanitario nazionale, la seconda questione è relativa alla violenza ostetrica come una delle forme di violenza contro le donne. Sfruttamento e precarietà rappresentano invece i due poli dello sguardo sulla violenza economica; si leggono richieste tipo: «Chiediamo salario minimo europeo e reddito di base incondizionato e universale come strumenti di liberazione dalla violenza, dalle molestie e dalla precarietà» e ancora «Vogliamo un welfare universale, garantito e accessibile, politiche a sostegno della maternità e della genitorialità condivisa».

 

QUALCHE importante riga, di carattere più teorico, è dedicata alla violenza biocida, ovvero quella ambientale e contro i viventi. L’adeguamento alle varie direttive europee in tema di violenza o la possibilità di accedere – per le donne che hanno subito violenza e stanno facendo un percorso di fuoriuscita – alla casa o a corsie preferenziali per i procedimenti civili o penali, è un altro punto. Appuntamento al 25 novembre per sapere il resto.

 

 

 

 

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