Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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13/09/2019

Giovanni Russo Spena

da Left

 

Misureremo il governo sul progetto strategico, senza aperture di credito politiciste, eccessive. Gli errori del passato ci sono oggi vietati, con le destre sovraniste, nazionaliste, populiste in agguato.

 

Uno dei temi di verifica maggiore mi sembra l’interrogarsi sull’apertura immediata di una politica meridionalista. Dopo, infatti, quattro decenni di silenzi sul Sud, dopo anni in cui è ripresa l’emigrazione meridionale, soprattutto giovanile, è giunto alfine il tempo di aprire la “nuova questione meridionale”, in un tornante storico di ricollocazione dei poteri nazionali ed internazionali, a più di 150 anni dall’Unità nazionale, da quel Risorgimento che Gramsci giudicò una rivoluzione fallita. Fin dal 1920, infatti, Gramsci tratta la “questione meridionale” come specifica determinazione del capitalismo e considera la necessità di dare «importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non soltanto come problema di rapporti di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale», cioè come uno degli aspetti, fondamentale, della questione nazionale. Qui siamo. Continueremo a scrivere ed informare per eliminare dal campo il diabolico progetto secessionista della autonomia differenziata, eversiva sul terreno costituzionale, “secessione dei ricchi” antimeridionale sul piano sistemico.

 

Vi è ora l’occasione di cambiare radicalmente punto di vista, evitando strambi compromessi al ribasso che ci apparirebbero incomprensibili. La crisi strutturale sta, infatti, avendo effetti asimmetrici tra le regioni italiane: il Sud è più dipendente dalla domanda interna e le politiche recessive hanno “picchiato” molto di più, per i tagli alla spesa, la precarizzazione totale del mercato del lavoro, l’intreccio tra economia legale, “grigia”, criminale. Non può ancora una volta il governo parlare genericamente di interventi al Sud. Non si può tutto ridurre ad un accordo con Confindustria, con meri interventi di incentivazioni finanziarie agli investimenti e sgravi contributivi. Bisogna rimettere in discussione modelli produttivi, rilanciare progetti di sviluppo autocentrato sulle risorse del territorio e sulle esigenze della popolazione, delle comunità territoriali, rompere la spirale dello sviluppo duale Nord/Sud. Anche sul reddito di cittadinanza, nome usurpato per un provvedimento del governo gialloverde sbagliato, punitivo, razzista, di controllo sociale, occorre intervenire per cambiarne ispirazione e filosofia. Credo occorra rilanciare il “reddito di dignità”. Si deve agire, ovviamente, anche sul piano europeo. Finora esso eroga soltanto 7 miliardi di investimento. Poca cosa se non si interviene sui vincoli di spesa collegati alle regole europee, rimettendole in discussione e al patto di stabilità interno.

 

Vi è, in definitiva, l’occasione (a suo modo storica) di riproporre, nelle pratiche politiche e di governo, l’irrisolto tema dell’identità meridionale e del destino strategico del Sud. Esso allude alla contraddizione tra capitale e vita, che sta ricostruendo, in forme a volte caotiche, la filiera dei territori. I quali non sono parassitismo, nicchie di arretratezza, ma epifenomeni della globalizzazione, luoghi in cui scorrono vite (soprattutto giovanili) precarizzate.

 

Vanno riletti i “tanti Sud”, le forme inedite della nuova dipendenza, dello “sviluppo diseguale”. Le giovani generazioni sono schiacciate all’interno di un aspro rapporto di dominio biopolitico. Siamo giunti ad un livello di precaria tenuta democratica, insidiata anche dalla pervasività delle economie e dei comandi mafiosi. Presidi democratici, autoorganizzazioni conflittuali, occupazioni, ribellioni, reti sociali, vanno fatti esprimere, non repressi.

 

La ricostruzione sociale nel Sud riconnette resistenza conflittuale, condivisione popolare e mutualismo. Se il Nord, insomma, guarda alla Baviera, alla Carinzia, alla macroregione mitteleuropea, per l’inserimento subalterno del proprio sistema produttivo di piccole e medie aziende, dal Sud può ripartire una critica serrata all’Unione europea, per invertire baricentro e priorità e perché sia valorizzato il ruolo del Sud come cerniera privilegiata (socialmente, culturalmente, anche geopoliticamente) tra Europa e Mediterraneo. Sia l’Europa che il Mediterraneo vivono, oggi, nel terremoto.

 

Da qui si può ripartire per definire nuovi equilibri. Il Sud è, infatti, oggi, un tragico ma anche fecondo ed innovativo laboratorio di temi produttivi, ecologici, antropologici (penso alle grandi migrazioni). Le lotte per i lavori di qualità, per il reddito possono rilanciare il sindacalismo territoriale delle vecchie “Camere del lavoro” oggi appannate dall’assenza di vertenzialità. Le esperienze di cooperazione Nord/Sud ma soprattutto Sud/Sud possono alimentare nuove ragioni di scambio, nuove aree economiche integrate.

 

Il Sud, in definitiva, non è un punto di programma tra gli altri; ma un paradigma di riorganizzazione dei luoghi di lavoro, degli spazi di vita.

12/09/2019

Monica Di Sisto *

da il Manifesto

 

L'agro bottino. Bufera trasversale contro la neo ministra favorevole al Trattatto di libero commercio e agli Ogm

 

«Il Lazio dice No al #Ceta. Chiediamo al Parlamento di fare lo stesso, difendiamo i nostri produttori e sapori da commercio ingiusto senza regole». Questo Tweet non è di un pericoloso sovranista, ma dell’attuale segretario del Pd Nicola Zingaretti che nel 2017 si unì agli oltre2mila enti locali italiani che chiesero con mozione o delibere, sotto il Governo Gentiloni, di non ratificare il trattato di liberalizzazione commerciale tra Europa e Canada, il Ceta. Ma la nuova ministra all’Agricoltura del Pd nel Governo Conte Bis Teresa Bellanova forse non lo sa, e nelle interviste sui «primi cento giorni del suo dicastero» lancia la caccia agli «sciamani» che, come Zingaretti, si sono opposti a quel trattato.

 

Le reazioni politiche alla sua sortita, a governo appena avviato sono state vibrate e clamorose: i senatori del M5S le hanno spiegato che il Ceta è «pesantemente dannoso per il Made in Italy e tutta la filiera nostrana» e il senatore Nicola Morra a sottolinearle che «la ratifica del Ceta non è in programma» e che «il M5S, forza di maggioranza relativa in Parlamento, ben più forte del Partito democratico e fortemente contraria a questo trattato». Proprio come Stefano Fassina che per LeU le ha ricordato che «il Governo Conte non è monocolore Pd». Il deputato di FI Paolo Russo, coordinatore del Gruppo interparlamentare No Ceta l’ha rimproverata di «non aver ascoltato i produttori, gli agricoltori, i veri numeri dei consorzi», e per questo le ha chiesto un incontro urgente con l’Intergruppo: «Se in Parlamento il partito del No Ceta supera gli schieramenti politici e resiste alla durata dei governi un motivo ci sarà», ha aggiunto.

 

Una battaglia, quella pro-Ceta, che dal punto di vista dei numeri vale poco: lo 0,9% dell’export italiano secondo Ice, che interessa lo 0,3% delle imprese italiane. L’effetto del trattato non è stato travolgente: sempre Ice nel report 2018 chiarisce che l’export italiano in Canada nel 2018 è aumentato del 4,8%, meno della media degli anni pre-Ceta. Ma è lo spazio normativo che apre che è inedito, come quello simbolico: sia Carlo Calenda, l’ex ministro Pd che lo promosse e sottoscrisse per l’Italia, sia il collega predecessore della Bellanova, Maurizio Martina, lo trasformarono nel simbolo del grande derby ideologico tra europeisti contro protezionisti.

 

In realtà l’agrobusiness canadese, in un documento ufficiale della Camera di Commercio sponsorizzato dal gruppo di corporation del settore Croplife e diffuso in Italia dalla Campagna italiana contro il Ceta, ha accusato l’Italia e il predecessore di Bellanova di «protezionismo» per aver introdotto la tracciabilità del grano nelle etichette della pasta che avrebbe depresso l’export di grano canadese verso l’Europa. Saluta, inoltre, il Ceta come «struttura istituzionale che forza il governo del Canada e la Commissione europea a mettere sul tavolo i fattori ‘irritanti’ per il commercio».

 

Bruciano alle imprese canadesi i divieti imposti dall’Italia alla presenza di Ogm nell’alimentazione umana: in Canada circolano liberamente, in virtù dei trattati commerciali che lo legano a Usa e Messico, alimenti contenenti Ogm non etichettati e per questo non tracciabili, ed è impossibile certificarli Ogm-free come chiede la normativa Ue. Urticano anche i limiti Ue ai residui di pesticidi nel cibo, all’uso di ormoni e antibiotici nell’allevamento e il bando all’uso sul grano in pre-raccolta del diserbante Glifosate: li definiscono «barriere al commercio ingiustificate che non offrono alcun livello superiore di sicurezza per i consumatori», pur sapendo che 99 pesticidi ammessi in Canada in Europa sono banditi, e che negli allevamenti canadesi viene ancora usata come pastura la farina di sangue, indicata come origine della Mucca Pazza e per questo bandita dalle aziende europee.

 

Il Ceta, contrariamente a quanto affermato da Bellanova, non è uno strumento efficace contro la contraffazione alimentare perché protegge solo 41 sulle oltre 290 eccellenze certificate in Italia e permette la coesistenza, ad esempio, tra i nostri prodotti e gli storici produttori di parmesan locali. Come le ha spiegato il presidente di Coldiretti Ettore Prandini, per l’export di Grana Padano e Parmigiano Reggiano si conferma un calo del 30% anche nei primi tre mesi del 2019, mentre l’arrivo del parmesan canadese aumenta del 13 % nel mercato europeo, principale mercato di sbocco per i due terzi delle imprese italiane dell’agroalimentare.

 

Dopo le critiche piovute da categorie produttive, associazioni, consumatori, parlamentari, alleati e opposizioni di Governo, la ministra Bellanova ha promesso che ascolterà tutti e cambierà il trattato. Forse non sa che solo i ministri cambiano, questo tipo di trattati no.

 

*portavoce della Campagna Stop Ceta Italia

Alfonso Gianni

 

Unione europea . Le elezioni di maggio hanno confermato la tenuta dell’asse neo e ordoliberista. Anche se indebolito per le vicende delle «colonne», Germania e Francia –hanno contenuto l’avanzata pur consistente del populismo di destra. Le roboanti dichiarazioni di luglio della Presidente Von Der Leyen sulla proposta, nei primi 100 giorni del suo mandato, di un Green Deal europeo sono ridimensionate dal profilo politico delineato per la nuova Commissione e dalla scelta degli stessi commissari.

 

Non si può certamente dire che la nuova Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen nasca all’insegna del cambiamento. Del resto le elezioni di maggio avevano confermato la tenuta dell’asse neo e ordoliberista.

 

Anche se indebolito per le vicende delle «colonne», Germania e Francia – e allo stesso tempo avevano contenuto l’avanzata pur consistente del populismo di destra.

 

Non c’è da stupirsi, quindi, se le roboanti dichiarazioni di luglio della Presidente sulla proposta, nei primi 100 giorni del suo mandato, di un Green Deal europeo vengano oggi ridimensionate dal profilo politico delineato per la nuova Commissione e dalla scelta degli stessi commissari. Certo von der Leyen ha tenuto conto degli umori mutevoli del mondo sulle questioni climatiche; del fatto che l’equivalente della nostra Confindustria negli Usa afferma che le ragioni dell’impresa non stanno (solo) nei profitti ma nell’utilità sociale; delle indicazioni di uno dei principali think tank del capitalismo mondiale quale il Bruegel, che ha individuato le tre principali sfide per la Ue: «definire il ruolo dell’Europa in un mondo sempre più bipolare tra Usa e Cina; contrastare il riscaldamento climatico; una politica di bilancio pro- attiva che porti a una riforma del governo dell’economia nella zona euro».

 

Ma il tentativo di von der Leyen è quello di presidiare questi tre campi, di smorzare se non mettere a tacere il carattere trasformativo di queste tre sfide, di svuotarle di senso, di riportare il tutto in una rimodellata continuità, cercando di nascondere la crescente ed esplosiva crisi del progetto europeo. Il Green Deal non sparisce, ma l’enfasi delle dichiarazioni della Presidente è posto sugli investimenti nell’industria militare che porterebbero «molti benefici anche per l’industria privata» – citando ovviamente la nascita di Internet – ed affidando l’incarico alla francese Sylvie Goulard, rappresentante del paese più interventista e portatore del progetto di un vero esercito europeo.

 

La vicepresidenza esecutiva con delega per l’economia viene affidata al lettone Valdis Dombrovskis, certamente non un new entry, distintosi ai tempi di Juncker per il suo rigorismo nella pratica dell’austerity. La sua posizione gerarchica e l’ampiezza delle sue deleghe lo pongono al di sopra di Paolo Gentiloni cui sono affidati gli Affari economici, ma con un portafoglio che appare semplificato non solo nel nome. È dubitabile che il nostro rappresentante possa svolgere le stesse funzioni di Moscovici per quanto riguarda le finanze pubbliche. Parrebbe più un Gentiloni embedded, tanto da gettare acqua sul fuoco degli entusiasmi patriottici. In ogni caso von der Leyen ha tenuto a precisare, quasi rispondesse al messaggio di Mattarella al meeting di Cernobbio, che sul patto di stabilità vi è oggi un ampio consenso: «Le regole sono chiare», ha detto, così come i limiti e la flessibilità.

 

Ovvero non c’è nulla da riesaminare e tantomeno da cambiare. Ha ragione uno dei due capigruppo del Gue/Ngl, Martin Schirdewan: «Si è pensato più alla relazione tra gli stati e la Ue che non a un vero progetto europeo». Infatti al budget ci va una figura di minore profilo come Johannes Hahn dei popolari austriaci.

 

Mentre inquietante è la presenza di Laszlo Trocsanyi, commissario all’allargamento, ex ministro della giustizia ungherese considerato come un esecutore delle volontà di Orbán, già in conflitto con la stessa Ue per le misure introdotte nel suo paese che limitavano i poteri dei giudici, nonché campione nella lotta contro l’immigrazione e promotore della criminalizzazione delle Ong. D’altro canto anche la nomina del greco di Nuova Democrazia, la formazione di destra che ha vinto le recenti elezioni, Margaritis Schinas alla vicepresidenza alla sicurezza con delega all’immigrazione, raggela le speranze del popolo degli erranti per mare e per terra.

 

Una novità comunque c’è: la quasi parità tra donne e uomini nella composizione della Commissione (14 uomini e 13 donne). E Il Regno Unito non ha designato alcun rappresentante e sulla Brexit von der Leyen, che assumerà l’incarico il giorno dopo il fatidico 31 ottobre, se l’è cavata con toni elusivi : non la fine ma l’inizio d’una nuova relazione, di cui si occuperà un commissario ad hoc, se fosse chiesto un rinvio. Che dire infine della nomina ad Alto rappresentante per gli affari esteri del socialista spagnolo Josep Borrell? Visto il ribadimento della fedeltà alla Nato e del filoatlantismo, e l’assenza di una politica estera dell’Ue in quanto tale, non c’è che augurargli buona fortuna.

Carlo Lania

 

Governo. Conte promette di riscrivere i decreti sicurezza, ma resta l’impronta anti-ong. Le due navi ancora al largo primo banco di prova del nuovo esecutivo. Che a Bruxelles chiede di rivedere Dublino.

 

Era uno dei temi più spinosi del suo discorso alla Camera e Giuseppe Conte l’ha affrontato nell’unico modo in cui forse poteva farlo: facendo intendere, più che dicendo esplicitamente quale sarà la politica del governo giallorosso sull’immigrazione. Una scelta dettata al premier dalla prudenza e dalla necessità di avere i voti utili a far decollare il nuovo esecutivo. Così chi sperava in una esplicita messa in soffitta della politica dei porti chiusi, il segno di discontinuità tanto invocato per lasciarsi una volta per tutte alle spalle le scelte salviniane, almeno per ora è rimasto deluso. La svolta ci sarà, o almeno si spera, ma per il momento più che da una revisione delle norme in vigore potrebbe manifestarsi attraverso le scelte dei ministri più direttamente interessati dall’emergenza immigrazione: quello dell’Interno Lamorgese, della Difesa Guerini e delle Infrastrutture De Micheli, gli unici che ancora possono vietare l’ingresso nelle acque territoriali italiane a una nave con dei migranti a bordo. Decisione che molto probabilmente non verrà presa. Per verificarlo non ci sarà neanche bisogno di aspettare molto visto che in acque internazionali ci sono le navi di due ong, l’Alan Kurdi e la Ocean Viking, con in tutto 55 migranti che potrebbero decidere di dirigere verso l’Italia. «Il ministero è operativo, 24 ore su 24. Affronteremo anche questa emergenza se sarà un’emergenza», assicurava ieri in Transatlantico Lamorgese.

 

MODIFICHE ai decreti sicurezza, accordo in Europa per la distribuzione dei migranti e la revisione del regolamento di Dublino. Ma anche accoglienza e rimpatri. E’ lungo questo asse che Conte ha disegnato ieri le future mosse del governo. Sui due decreti cavallo di battaglia di Matteo Salvini il premier ha ripetuto di voler seguire i rilievi indicati a suo tempo dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e per quanto riguarda il sicurezza bis di voler tornare alla versione varata a maggio dal consiglio dei ministri «prima – ha spiegato suscitando le reazione della Lega – che intervenissero le integrazioni che, in sede di conversione, ne hanno compromesso l’equilibrio complessivo».

 

Si tratta di un passo indietro parziale, che comunque non cambia l’impronta anti-ong data al provvedimento da Matteo Salvini quando sedeva al Viminale. Anche se meno onerose restano infatti le multe per le navi che non rispettano il divieto di ingresso (da 10 a 50 mila euro invece che da 150 mila a un milione) e il sequestro dell’imbarcazione in caso di recidiva. Non proprio un buon inizio.

 

Per vedere il bicchiere mezzo pieno bisogna guardare a una parola chiave come «accoglienza». Il premier l’ha utilizzata più volte anche nei giorni scorsi, e lo stesso ha fatto il ministro Lamorgese che quando era prefetto a Milano si impegnò non poco per convincere i sindaci della provincia a farsi carico dei richiedenti asilo. Favorire l’integrazione, come ha detto ieri Conte alla Camera, significa ripristinare tutti quei servizi per i richiedenti asilo cancellati dalla riforma del sistema Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) voluta sempre da Salvini con il primo decreto sicurezza, come i corsi di lingua italiana o di formazione al lavoro.

 

UN NUOVO RAPPORTO CON L’UE L’obiettivo è quello di far dimenticare i litigi con Salvini, con la speranza di riuscire ad arrivare a un accordo definitivo per la distribuzione in Europa dei migranti che arriveranno in Italia superando così le emergenze dettate dal momento. Un primo appuntamento decisivo ci sarà il 23 settembre alla Valletta dove i ministri dell’Interno di Malta, Italia, Francia, Germania e Finlandia (in quanto presidente di turno dell’Ue) si vedranno proprio per discutere di questo. Altro punto importante riguarda infine la riforma di Dublino e in particolare la cancellazione dell’obbligo per il Paese di primo arrivo di farsi carico dei migranti. Chissà perché tutti continuano a ignorare che da più di due anni il parlamento europeo ha approvato un’ottima riforma che aspetta solo di essere esaminata dai capi di Stato e di governo.

 

La strada comunque è in salita e non solo per la scontata opposizione dei paesi di Visegrad e più in generale del Nord Europa, contrari al principio delle quote. Stando a quanto trapelato ieri da Bruxelles il nuovo commissario all’Immigrazione destinato a sostituire il greco Dimitris Avramopoulos non potrà appartenere a nessuno dei Paesi più direttamente coinvolti dall’emergenza immigrazione e quindi maggiormente interessati a mettere mano alla regolamento.

08/09/2019

Andrea Fabozzi

da Il Manfesto

 

Il presidente del Consiglio si presenterà per la fiducia lunedì alla camera e martedì al senato. A palazzo Madama i numeri sono stretti soprattutto per la successiva navigazione nelle commissioni. Il Pd si aspetta nel discorso del premier un'indicazione sulla legge elettorale per compensare l'imminente sì al taglio dei parlamentari

 

Nessun problema di numeri alla camera dei deputati, quando domani il presidente del Consiglio chiederà la fiducia. Sulla carta i deputati favorevoli al nuovo governo sono 350, esattamente lo stesso numero che votò sì il 6 giugno dell’anno scorso allo stesso presidente del Consiglio e a una maggioranza tutta diversa. Molto altro è cambiato, basta ricordare che il capogruppo del Pd Graziano Delrio – oggi tessitore con Conte dei nuovi equilibri e tra i più convinti nel Pd dell’accordo con i 5 Stelle – incendiò il dibattito sulla precedente fiducia, definendo il presidente del Consiglio «pupazzo dei partiti» e inchiodandolo al suo terribile lapsus sul «congiunto del presidente Mattarella».

 

Qualche problema in più per il governo ci sarà al senato, dove il voto è in calendario martedì, ma certamente non per la prima fiducia quanto per la successiva navigazione. Sulla carta M5S, Pd e Leu raggiungono esattamente la quota della maggioranza assoluta, 161 voti, ma dovrebbero arrivare almeno a 170 grazie all’appoggio di altri senatori del gruppo misto e del gruppo delle autonomie. Il Conte uno all’esordio toccò quota 171, per poi però scendere quasi sempre sotto e qualche volta salvarsi con l’aiuto di Forza Italia e Fratelli d’Italia. D’ora in avanti sarà tutto più difficile, anche perché vanno messe in conto possibili defezioni tra i grillini: ieri il senatore M5S Paragone (che è già fuori dal conteggio della maggioranza) ha scritto che potrebbe non essere il solo del gruppo a non votare la fiducia, alludendo probabilmente al collega Ciampolillo. E sarà difficile soprattutto nelle commissioni, dove i giallo-rossi sono spesso sul filo della maggioranza e non possono contare, come spesso i giallo-verdi, sui voti aggiuntivi del partito di Giorgia Meloni. Problema doppio nelle commissioni che hanno un presidente leghista, al senato sono ben sei: Affari costituzionali, Finanze e Giustizia innanzitutto, e poi Difesa, Istruzione e Agricoltura.

 

Su molti temi non c’è grande attesa per quello che dirà in aula Conte, che nella preparazione del discorso può contare sull’aiuto del segretario generale di palazzo Chigi Roberto Chieppa, il tecnico di fiducia che intende promuovere a sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Per quanto riguarda economia, investimenti, tasse, giovani, ambiente, territorio, autonomie la traccia dell’intervento è nel programma in 29 punti approvato da M5S e Pd. Vago quanto basta. Ma su altre questioni le parole di Conte andranno ascoltate con attenzione, perché proprio la precarietà dell’intesa tra i nuovi alleati fa si che a contare saranno le sfumature.

 

Sulle infrastrutture, ad esempio, nel programma c’è scritto l’ovvio – che bisogna realizzare nuove infrastrutture tenendo conto dell’impatto sociale e ambientale -, ma il presidente del Consiglio pronuncerà o non pronuncerà la parola Tav che ha già fatto litigare la ministra De Micheli e tutta la delegazione grillina? Sull’immigrazione e l’eredità salviniana, oltre a girare tutte le responsabilità all’Europa come si fa nel programma, Conte si limiterà a recitare la formula «rivisitare alla luce delle osservazioni del presidente della Repubblica» o chiarirà almeno un po’ cosa vuol fare dei decreti sicurezza? Correggerli con un nuovo decreto o prevedere una disegno di legge «organico» (altra traccia del programma) che ha tempi lunghi? Senza dimenticare che c’è ancora una nave con i profughi a bordo che aspettano di poter attraccare in porto. Magari qualcuno della stessa maggioranza potrebbe chiederne conto al presidente, che dovrà poi replicare.

 

Sulla giustizia, Conte parlerà genericamente di riduzione dei tempi e riforma del Csm, che vuol dire poco, o aggiungerà in che direzione intende muoversi, rischiando così di far litigare i due principali partiti della maggioranza? E infine, ma su quello che Di Maio pretende sia il primo atto della camera a settembre, il taglio dei parlamentari, calcherà sulla necessaria «contestualità» della riforma elettorale alla quale tiene il Pd? La contemporaneità è impossibile, visto che per la riforma costituzionale manca un solo voto e della nuova legge elettorale si deve ancora discutere. Ma proprio per questo un’indicazione di Conte in favore del proporzionale sarebbe assai gradita dal Pd.

07/09/2019

Andrea Fabozzi

da Il manifesto

 

Immigrazione. Sono già due le ordinanze che contestano la legittimità del decreto sicurezza uno. Il programma di governo è vago e i giudici delle leggi possono arrivare prima della nuova maggioranza

 

«Una normativa organica che affronti il tema dell’immigrazione» e modifiche ai decreti sicurezza «alla luce delle recenti osservazioni formulate dal presidente della Repubblica». Il punto del programma M5S-Pd-Leu sul tema dell’immigrazione è noto ed è sufficientemente vago; ieri la ministra delle infrastrutture e dei trasporti De Micheli – alla quale il decreto sicurezza bis ha conservato il «concerto» con il Viminale sullo stop alle navi Ong – ha fatto sapere di averne già parlato con la ministra dell’interno Lamorgese, aggiungendo che «quando si salvano le persone non si commette un reato».

 

Se il governo presenterà un disegno di legge «organico» – alla camera, prima della crisi, era in corso di esame la proposta di legge popolare per la cancellazione, dopo 17 anni, del reato di immigrazione clandestina introdotto dalla Bossi-Fini – i tempi di discussione si allungano. E nuovi casi di soccorso in mare e profughi da far sbarcare si ripeteranno. Anzi sono già in corso (Alan Kurdi, articolo accanto) malgrado i leghisti delirino di «navi Ong sparite dai radar da quando ha preso forma il governo giallo-rosso» (Calderoli).

 

Viceversa una legge, magari un altro decreto, solo per accogliere le osservazioni critiche esposte da Mattarella quando ha promulgato il secondo decreto sicurezza, sarebbe assai limitata. I due profili segnalati dal presidente della Repubblica sono 1) l’enormità delle sanzioni sempre previste per le navi che violano il divieto di ingresso nelle acque territoriali – confisca e fino a un milione di multa -, che «non appare ragionevole» perché non distingue tra pericoli reali o immaginari per la sicurezza e 2) l’abolizione della «particolare tenuità del fatto» per tutti i casi di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale che «impedisce al giudice di valutare la concreta offensività delle condotte». Il primo aspetto critico, peraltro, è stato introdotto nel decreto sicurezza da un emendamento dei deputati 5 Stelle, che lo hanno rivendicato con orgoglio, prima di sottoscrivere l’impegno a tornare indietro «alla luce» delle critiche di Mattarella.

 

Se il governo ritarderà – l’altro ministro che ha voce in capitolo sull’applicazione dei decreti sicurezza è Di Maio – non è impossibile che ancora una volta arrivino prima i giudici. Lo hanno già fatto sette tribunali civili (Bologna, Firenze, Genova, Prato, Lecce, Cagliari, Parma) interpretando il primo decreto sicurezza in maniera «costituzionalmente orientata», e riconoscendo quindi ai richiedenti asilo il diritto a iscriversi all’anagrafe dei comuni. Ma una giudice di Ancona e una di Milano all’inizio di agosto hanno fatto di più, rimettendo la questione della costituzionalità del primo decreto alla Corte costituzionale. L’ordinanza di Ancona fa leva sulla discriminazione di cui è vittima il richiedente asilo che non può iscriversi all’anagrafe rispetto a tutti gli altri che, come lui, soggiornano regolarmente sul territorio nazionale. E fa leva sulla irragionevolezza del decreto, che consente al richiedente asilo di lavorare ma gli impedisce, non potendo avere residenza, di firmare un contratto di lavoro.

 

L’ordinanza di Milano va oltre, perché contesta la violazione anche dell’articolo 10 della Costituzione, che stabilisce che l’ordinamento italiano si conforma alle norme del diritto internazionale e che la condizione dello straniero è regolata dai trattati internazionali. Proprio l’articolo 10 era stato richiamato da Mattarella quando promulgò, senza altre osservazioni, il primo decreto sicurezza. Non solo, la giudice della prima sezione civile del tribunale di Milano ha motivato l’ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale anche con la violazione dei principi di necessità e urgenza e del requisito della omogeneità del decreto, vizi individuati a partire dal mancato riconoscimento del diritto all’iscrizione anagrafica ma estesi a cascata a tutto il provvedimento. Se queste osservazioni dovessero convincere i giudici delle leggi, la Corte costituzionale avrà, dunque, lo strumento per abbattere il primo pilastro delle politiche di Salvini. Magari anche prima che riesca a farlo la nuova maggioranza.

05/09/2019

 

Il divieto di dimora a Riace per Mimmo Lucano, che si è protratto per 11 mesi è finalmente cessato. Ma l’ingiustizia subita resta. L’assurdità con cui ci si è accaniti contro l’ex sindaco neanche condannato mentre contemporaneamente, uomini potenti le cui condanne erano già passate ingiudicato restavano intoccabili non trova alcuna ragione giuridica ma solo perfida volontà politica. Nello stesso giorno l’ex ministro che più ha contribuito a distruggere l’esperienza di Riace è stato finalmente indagato per diffamazione per gli insulti rivolti a Carola Rackete.

 

Sia Mimmo che Carola sono stati apostrofati dall’ex ministro come “comunisti”.

 

Se per chi propaga la paura questo è un insulto per Rifondazione Comunista è lusinghiero essere associati a queste due splendide persone che contribuiscono con la loro attività a far emergere la parte migliore del nostro continente. 

 

Maurizio Acerbo, Segretario Nazionale PRC-S.E.

Stefano Galieni, Responsabile Immigrazione PRC-S.E.

02/09/2019

Roma

 

Documento PRC :Occorre un svolta sociale e costituzionale. Costruiamo l’alternativa che non c’è

 

La crisi di governo aperta dalla rivendicazione di “pieni di poteri” da parte di Salvini ha posto il paese di fronte al rischio concreto della vittoria di una destra mai così caratterizzata da un intreccio di razzismo, xenofobia, autoritarismo, secessionismo e liberismo.

 

Abbiamo immediatamente contrastato la campagna politico-mediatica volta a imporre le elezioni anticipate come esito obbligato della crisi di governo e chiesto il rispetto della Costituzione. Ci siamo schierati per un deciso no al plebiscito invocato da Salvini e abbiamo apertamente richiamato alle loro responsabilità di fronte al paese M5S e PD che con le loro scelte politiche hanno favorito negli ultimi anni la crescita enorme della Lega. Abbiamo preso ferma posizione contro la propensione – presente nel PD come in parte della grande stampa di centrosinistra –  ad assecondare la prepotenza di Salvini.

 

Il ricorso immediato alle elezioni anticipate sarebbe stato utile solo a Salvini e a chi vuole ricostruire il bipolarismo mantenendo la rendita di posizione del voto utile.

 

Come antifasciste/i non sottovalutiamo il pericolo rappresentato da una maggioranza assoluta di estrema destra in grado di poter modificare la stessa Costituzione e costruire un regime reazionario di massa. Non siamo tra quelli che si dichiarano indifferenti rispetto alla nascita di un governo di estrema destra alleato di Trump e Bolsonaro.

 

Per questa ragione abbiamo rilanciato la necessità mai così evidente di superare la lunga stagione di leggi elettorali maggioritarie e incostituzionali che consegnano alla minoranza più forte maggioranze nel parlamento che distorcono la rappresentanza.

 

L’approvazione di una legge elettorale proporzionale pura è indispensabile per mettere in sicurezza la democrazia costituzionale e rappresenta lo sviluppo coerente della battaglia referendaria con cui fortunatamente fermammo lo stravolgimento renziano della carta.

 

Rifondazione Comunista ha indicato fin dal primo momento le vie concrete per fermare l’onda nera: legge proporzionale e reale svolta nelle politiche economiche e sociali che hanno preparato il terreno in Italia e in tutta Europa alla crescita dell’estrema destra.

 

La convergenza in parlamento tra M5S e PD e la nascita di un governo Conte bis è pienamente legittima sul piano costituzionale e va respinta la propaganda della destra.

 

Constatiamo però che il profilo programmatico del governo che forse nascerà nei prossimi giorni non ha i caratteri di svolta che sarebbero necessari sia per contrastare efficacemente il salvinismo e soprattutto per rispondere alla crisi sociale e ambientale.

 

Lo ha reso evidente il silenzio assordante che ha circondato i 10 punti del documento sottoscritto da autorevoli personalità della sinistra sociale, dell’impegno civile e della cultura del nostro paese e anche le proposte avanzate dal segretario generale della CGIL.

 

La nuova maggioranza va incalzata da una sinistra che non sia subalterna e mantenga la propria autonomia.

 

Questo governo non a caso nasce in continuità e come sviluppo della convergenza a livello europeo del M5S con il PD nel voto per la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen.

 

In questo scenario la collocazione di Rifondazione Comunista non può che essere di opposizione sociale e politica e di impegno nello sviluppo della più larga mobilitazione nel paese per una svolta reale rispetto alle politiche neoliberiste, alla devastazione ambientale e alla violazione dei diritti umani.

 

Il compito della sinistra che fa riferimento al GUE/NGL e al Partito della Sinistra Europea è quello di costruire l’alternativa che oggi non c’è.

 

Roma, 2 settembre 2019

Crisi di governo. Cinque punti costituzionalmente rilevanti: Di Maio, il taglio dei parlamentari, i presidenti di commissione, l'autonomia differenziata, Rosseau

 

Bene ha fatto Mattarella a chiedere scelte nette e tempi stretti. Tra strappi e sabotaggi visibili o occulti la crisi va a chiudersi, in un modo o nell’altro. La discontinuità indispensabile a rendere politicamente significativo e utile un governo di lunga durata al momento solo si intravede, e forse non ci saranno certezze prima del discorso programmatico per la fiducia. Ma qualche riflessione su punti politicamente e costituzionalmente rilevanti si può già fare.

 

Primo: Di Maio.

 

Ovvia la sua preferenza per un ritorno nelle braccia di Matteo Salvini, che ha individuato in lui la leva per recuperare l’errore di aver precipitato la crisi, probabilmente spinto dall’arrogante aggressività dei governatori secessionisti.
Di Maio, con l’appoggio di alcuni fedelissimi e di filoleghisti come Paragone, dice di voler tutelare la sua posizione di capo politico. Ma il combinato disposto Di Maio – Salvini ha fatto perdere a M5S nel voto europeo la metà dei consensi rispetto al 4 marzo 2018. È bastata la fine dell’esperienza targata Di Maio per consentire nei sondaggi al M5S un forte recupero. Chi, se non il capo politico, dovrà assumersi la responsabilità? E se nulla cambia nella leadership M5S, si potrà garantire la discontinuità?

 

Secondo: taglio dei parlamentari.


È discutibile in sé, e in ogni caso è stato giustamente legato a una legge elettorale proporzionale. Diversamente, sarebbe probabile l’incostituzionalità della legge per la distorsione della rappresentatività delle assemblee. È interesse sia del M5S che del Pd, posto che il secondo e ancor più il terzo partito sono penalizzati dalla legge vigente. Di minore rilievo la proposta di abbinare al taglio dei parlamentari anche una modifica costituzionale per la sfiducia costruttiva, la cui effettiva incisività è opinabile.

 

Terzo: presidenti di commissione.

 

Abbiamo letto di presidenti leghisti che, mantenendo a norma di regolamento la carica per circa un anno, minacciano guerriglia.
Ma è in larga parte un pezzo di teatro. Il punto è che in commissione non sono applicate le regole di aula contro l’ostruzionismo.
I parlamentari di opposizione possono bloccare i lavori, a prescindere da chi fa il presidente. Nel caso, la conferenza dei capigruppo può richiamare la questione in aula, dove i lavori si svolgono senza relatore. Certo una difficoltà operativa, da gestire. Ma che il presidente di commissione sia un leghista arrabbiato conta meno di quel che può sembrare.

 

Quarto: autonomia differenziata.

 

Di Maio ha chiesto il «completamento del processo» per Veneto. Lombardia ed Emilia-Romagna. Forse un’apertura a Salvini, con un punto di appoggio nella debolezza Pd a causa dell’Emilia-Romagna, posta da Bonaccini al traino della Lega. Qui rileva Renzi: «… soprattutto occorre uno sguardo diverso sull’autonomia: più che investire sui consiglieri regionali, bisogna dare soldi e poteri ai sindaci. … L’Italia è l’Italia delle città, non dei consiglieri regionali. Una maggiore autonomia ai comuni, specie al Nord, sarebbe la migliore risposta alla propaganda leghista” (Il Sole24Ore del 1° settembre). Lo stesso dice Sala: «… è assurdo il modo con cui si sia tentato di dare più poteri alle Regioni. Una delle speranze che ripongo in questo governo è proprio il ribaltamento della logica autonomista …» (Il Corriere della sera, 1° settembre). Per una volta, Matteo Renzi si ravvede rispetto alla sua riforma costituzionale. Ma rimane aperto il punto di una corretta distribuzione territoriale delle risorse.

 

Quinto: Rousseau.

 

Non è accettabile che il voto di poche migliaia di militanti – per di più privo di adeguate garanzie – si sovrapponga, cancellandola, alla volontà dei circa undici milioni che hanno eletto oltre trecento deputati e senatori M5S, e al mandato da questi conferito a trattare per un nuovo governo.
La democrazia dei clic può essere costruita come correttivo della democrazia rappresentativa, mai come alternativa che la sostituisca.
Si aggiunga che, comunque vada il voto, già averlo chiesto fa in prospettiva danno al M5S. L’ha capito Grillo e, sia pure in linguaggio per iniziati, l’ha detto.
Si pone ai potenziali futuri elettori M5S una domanda implicita: «Accettate voi che il destino del vostro paese sia deciso da pochi ignoti su una piattaforma cui non affidereste il vostro home banking»?

31/08/2019

da La Citta Futura

Le sentenze della magistratura sono influenzate dal clima politico e sociale. Per fare a pezzi il Jobs Act serve cambiare i rapporti di forza fra le classi

 

Scriviamo nei giorni della crisi di Governo, una crisi dagli effetti ancora ignoti. Tralasciando i ragionamenti sul futuro esecutivo o sulle eventuali elezioni anticipate, proviamo a capire qualcosa di una recente sentenza del Tribunale di Milano, quella che, a detta della stampa, avrebbe fatto a pezzi il Jobs Act. Ma prima di addentrarci nell'argomento urge una piccola precisazione sul nesso tra attività istituzionale e attacchi materiali alle condizioni dei lavoratori, ai loro salari e più genericamente ai diritti sociali.

 

Per anni è stato detto che la presenza in Parlamento era un obiettivo fuorviante, frutto di una contagiosa cecità contro la quale occorrerebbe rilanciare le lotte e il conflitto. Una vera e propria semplificazione che sicuramente ha forti radici nella indecorosa presenza in Parlamento della sinistra, soprattutto quella più radicale. La crisi di queste ore, con LeU disposta a sostenere qualsivoglia governo senza la Lega e a prescindere dal programma, induce ad ammettere che in fondo sia sempre valida la massima andreottiana del logoramento quale prerogativa dei soli esclusi dal potere.

 

Gli orientamenti della Magistratura risentono da sempre del clima politico e sociale, le sentenze favorevoli ai lavoratori sono arrivate quasi sempre nei momenti in cui il conflitto tra capitale e lavoro vedeva la classe lavoratrice in posizione di forza.

 

Non esiste un diritto astratto e super partes. Se nella società domina il liberismo e la supremazia del mercato sugli interessi collettivi siamo certi che molte sentenze non di discosteranno dai ‘sani’ principi del vincitore. Non a caso oggi nessuno parla più di indirizzo a fini sociali della proprietà e dell’impresa o di controllo dell'economia, anzi la riscrittura della Costituzione (che metterebbe da parte destra e sinistra) parte proprio dalla cancellazione delle parti più avanzate della Carta.

 

Ma la sostanza del ragionamento da noi sviluppato è ben altra: se un Parlamento emana leggi contro i lavoratori, sarà difficile per anni vincere le cause intentate dai lavoratori stessi; se fanno giurisprudenza sentenze padronali, molti giudici seguiranno i medesimi orientamenti.

 

Basterebbe questa considerazione per capire che la presenza di parlamentari schierati su posizioni di classe non sarebbe inutile ma necessaria. Nel migliore dei casi, invece, i parlamentari oggi (ma parliamo di una infima minoranza) risultano schierati, anzi appiattiti, sulle posizioni della Cgil, la stessa il cui leader Landini è disposto a sostenere un esecutivo a guida Conte.

 

E veniamo all’argomento oggetto dell’articolo. Il Tribunale di Milano rinvia alla Corte di Giustizia Ue quella parte del Jobs act che esclude per alcuni lavoratori la reintegra, individuando una discriminazione in seno alla forza-lavoro per stabilire una sorta di variabile del diritto: chi è stato assunto dopo il 31 Marzo 2015, ossia dopo l'approvazione del Jobs act, non avrebbe diritto alla reintegra nel posto di lavoro (per altro già compromessa dalla riforma dell’articolo 18 targata Monti-Fornero) ma solo a un risarcimento economico.

 

La causa, intentata dalla Cgil, reclama che non sia la data di assunzione discriminatoria per far valere un diritto oppure un altro. Si menziona la Carta dei diritti della Ue che stabilisce, all'art 20, l'uguaglianza di tutte le persone davanti alla legge, ragione per cui un trattamento diversificato è stato giudicato improprio. La data di assunzione non può essere dirimente per stabilire dei diritti. Ma potremmo anche ragionare in termini restrittivi ossia potrebbe essere sostenuto che, in un momento di crisi della Ue e della sua economia, la reintegra è giudicata sbagliata e sarebbe opportuno favorire invece il mero risarcimento economico. Non è un’ipotesi fantascientifica visto che la Corte dell’Ue è sempre ben disposta a tutelare i diritti borghesi e la “libera concorrenza”, ma meno propensa a farlo per i diritti sociali.

 

Non basta che un diritto formale sia uguale per tutti perché possa essere soddisfatto il diritto sostanziale, cioè la tutela contro i licenziamenti. Non sarebbe un buon diritto un’eventuale scelta per il risarcimento al posto della reintegra, ripristinando un uguale trattamento al ribasso, a scapito dei lavoratori tutelati.

 

La sentenza è contraddittoria e non entra nel merito della distruzione di tutele individuali e collettive a salvaguardia del più debole (il licenziato appunto) ma si sofferma solo sulla natura divisoria di un diritto, quello della reintegra, che vale per alcuni e non per altri.

 

Quindi dichiarare che è stato fatto a pezzi il Jobs act mi pare un tantino eccessivo. Chi esulta per questa sentenza o non l'ha letta bene o non capisce le contraddizioni della stessa, peggio ancora non vuole intravedere una logica del diritto sempre più astratta e lontana dagli interessi reali, dalla salvaguardia delle classi sociali più deboli.

 

Forse da qui dovremmo partire per un ragionamento serio e costruttivo.

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