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POLITICA NAZIONALE    -  POLITICA ITALIANA

 

26/07/2022

Unione Popolare

 

25 luglio – Abbiamo lanciato il percorso dell’Unione popolare contro la guerra, le armi, Draghi ed il draghismo. Per la pace, i diritti sociali e del lavoro, l’ambiente, l’eguaglianza sociale e civile.

 

Ora vorrebbero impedirci di partecipare al voto con un vero e proprio attacco alle regole democratiche: costringere solo noi, che siamo opposti al governo e alla guerra, a raccogliere migliaia di firme in piena estate, mentre altri con un mero cavillo ne sono esentati solo perché hanno sostenuto il governo.

 

Ricordiamo che il percorso dell’Unione Popolare è nato dalla grande convergenza di forze sociali, sindacali di base ed autorganizzate, ambientaliste, politiche tra cui DEMA ManifestA Potere al Popolo e Rifondazione Comunista. Un percorso di democrazia e partecipazione che ora la casta di palazzo vorrebbe escludere dal voto.

 

Unione Popolare fa appello a tutte e tutti coloro che hanno a cuore la democrazia di dire la loro contro questo sopruso. Chiede al Presidente della Repubblica di esercitare il suo ruolo di garante della Costituzione per permettere una vera partecipazione democratica al voto.

 

In ogni caso noi ci saremo comunque.

 

Raccoglieremo le firme anche nelle condizioni proibitive che ci sono imposte e dimostreremo che le donne e gli uomini di questo paese hanno a cuore la democrazia, la pace, la difesa dei diritti, molto più di chi li ha rappresentati nel governo. Chiediamo a tutte e a tutti di sostenere diritto di Unione Popolare a partecipare alle elezioni.

 

Per Simona Suriano, presidente della componente alla Camera di ManifestA, “sembra che si siano messi d’accordo per fare un regolamento ritagliato per consentire la partecipazione ai ‘soliti noti’ del trasformismo parlamentare che ha sostenuto il Governo Draghi, e allo stesso tempo per censurare ed escludere tutte quelle nuove forze sociali, politiche che emergono nella società e che chiedono il cambiamento”.

 

Una ghigliottina alla democrazia – continua Suriano – che danneggia la qualità stessa del nostro sistema di rappresentanza parlamentare perché taglia fuori un pezzo significativo di Paese reale, aumenta la disaffezione alla partecipazione e alle elezioni e spinge all’astensionismo. Chissà, forse il progetto è proprio questo, vista la deriva autoritaria di questi ultimi anni.

 

Nelle piazze con la repressione contro le forze sociali, nelle urne l’esclusione di milioni di donne e uomini che hanno pagato in questi anni le politiche neo liberiste, il precariato, la perdita dei posti lavoro, l’attacco alla qualità della vita dal punto di vista ambientale e dei diritti sociali”.

 

Per Luigi de Magistris, “rimuoveremo gli ostacoli per riprenderci diritti e democrazia, il popolo deve avere la possibilità di scegliere e votare chi è stato dalla parte giusta e non ha contribuito al mal governo del nostro Paese”.

 

Leggi  DEI PUNTI DA CUI PARTIRE

POLITICA NAZIONALE  -  POLITICA ITALIANA

 

24/07/2022

Marco Sferini

La sinistra quotidiana

 

Se i tatticismi opportunistici dell’ultim’ora non prevarranno, se il Rosatellum non l’avrà vinta sull’onda anche emotiva di queste ore bollenti, immediatamente successive alla grande frattura tra PD e Cinquestelle nel dopo-Draghi, allora è pensabile che la riduzione della frammentazione politica in vista del voto del 25 settembre possa condurre alla formazione di coalizioni abbastanza omogenee. Sia in termini di vicinanza istituzionale, sia in quelli di condivisione minima di programmi e proposte che possono trovare sintesi in comuni denominatori.

 

La data storica di questo nuovo sconvolgimento tellurico della politica italiana rimarrà, almeno per il momento, il 20 luglio scorso. Nulla sarà più come prima e, soprattutto, nessun partito si somiglierà poi più di tanto rispetto a come si concepiva e vedeva in una proiezione temporale – elettorale che avrebbe dovuto portarci alle urne nella primavera del 2023.

 

L’accelerazione della crisi di governo ha scompaginato qualunque ipotesi: ha fatto implodere non solo l’esecutivo dell’ex Presidente della BCE, ma ha creato le condizioni di una tempesta perfetta per il centrodestra, che infatti si sta ricompattando cancellando la frapposizione tra sostenitori o meno del draghismo.

 

Di più ancora, mentre Forza Italia subisce tutti gli abbandoni del caso, da parte dei suoi esponenti storici meno legati all’idea della vicinanza al sovranismo salviniano, il centrismo variegato all’amarezza del liberismo moderno, formato dagli eredi del PSI, da Bonino, Calenda, Renzi, Toti e Di Maio, fa le prove in vista di un probabile dialogo con un PD che rischia, altrimenti, di fare una corsa quasi solitaria nelle urne.

 

Repetita iuvant: se la fine del “campo largo” evocato da Letta sarà definitiva e non vi saranno ripensamenti di sorta, i Cinquestelle dovranno pensare alla costruzione di un polo aggregante, al pari di tutte le altre forze politiche che ancora i sondaggi danno a due cifre, perché il Rosatellum quello prevede e spinge e a fare: costruire delle coalizioni che, a differenza delle singole liste, sono premiate tanto nella quota proporzionale quanto in quella maggioritaria nell’assegnazione dei seggi di un Parlamento, peraltro, dimezzato nella sua composizione.

 

Pur involontariamente, con tutta la fortuità del caso, lo scenario che si presenterebbe alla vigilia del voto potrebbe essere questo: il centrodestra di Berlusconi, Salvini e Meloni (con qualche manutengolo tipico e classico), il centro di neoformazione insieme al PD e, come terzo polo, i Cinquestelle insieme a Sinistra Italiana, Verdi e Unione popolare.

 

Una semplificazione del quadro politico italiano che, ad onor del vero, sarebbe quello meglio strutturato da tanto tempo a questa parte: da un lato le forze conservatrici e sovraniste, in mezzo quelle marcatamente liberiste, europeiste ed atlantiste e, infine, il progressismo imperfetto e claudicante, raffazzonato e bislacco, ma pur sempre il meglio che si può trovare su piazza al momento.

 

Anche la cosiddetta “leadership” potrebbe essere una nota di migliore comprensione della suddivisione politica in vista del voto e, questa volta, potrebbe permettere persino un ritorno ideologico dell’espressione dei consensi, scegliendo liberamente chi votare in base alle proprie convinzioni oltre che alle proprie convenienze immediate o al ricatto antidemocratico del “voto utile“: Berlusconi, Meloni, Salvini a destra, Calenda, Renzi, Toti, Bonino, Di Maio e Letta in un centro senza più sinistra con lo sguardo rivolto alla ormai tanto famosa “agenda Draghi“, Luigi de Magistris e Giuseppe Conte nel settore progressista.

 

Va da sé che, se questo fosse il quadro di riferimento della campagna elettorale che ci aspetta sotto il sole rovente degli oltre 40 gradi giornalieri di temperatura, ognuno potrebbe scegliere con una buona percentuale di libertà lo schieramento in cui meglio si ritrova, in cui si sente anche pienamente rappresentato.

 

Ma potrebbe anche non andare così, soprattutto a sinistra. Potrebbe accadere che si ricompatti l’asse tra PD e Cinquestelle e che Sinistra Italiana, Articolo 1 e Verdi si aggreghino al carrozzone di un centro che potrebbe, a quel punto, fregiarsi anche della seconda dicitura storica di “sinistra“. Ed allora il quarto polo che ne resterebbe fuori avrebbe il compito di testimoniare una alternativa a tutti questi schieramenti, lavorando in poche settimane ad una lista che potrebbe ambire all’onorevole risultato di oltrepassare la soglia del 3% per avere un minimo di diritto di tribuna nel prossimo Parlamento.

 

Sarebbe lo scenario meno coerente con la rottura dell’asse draghiano, con la divaricazione profonda tra PD e pentastellati che, almeno fino alle dichiarazioni odierne, si sta acuendo sempre di più dopo le esternazioni trancianti di Franceschini e di altri esponenti democratici che non possono permettersi di abdicare al ruolo di interpreti della particolare originalità tecnico-politica messa in essere dal Presidente del Consiglio che, fondamentalmente, declina nella pratica quel liberismo che pretende di avere dei tratti riformatori nella prospettazione degli interventi economici dei prossimi mesi.

 

Quanto poco collante politico avesse la maggioranza di “unità nazionale” lo si riscontra proprio nella clamorosa facilità con cui un po’ tutti i partiti se la sono scrollata di dosso, salvo rimpiangerla immediatamente dopo quando ha dominato il tutti contro tutti, l’incertezza sancita dalla ferma volontà del Quirinale di non tentare altri pastrocchi parlamentari, di ricorrere al voto come passaggio dirimente per dare un colpo di spugna al caos che si era venuto creando e accrescendo nel corso delle settimane antecedenti la crisi di governo.

 

Il nuovo corso del Movimento 5 Stelle di Conte, arrivato un po’ per contrarietà gucciniana alle rive del progressismo, provando una manovra tattica di recupero della propria credibilità sociale (per niente classista e molto trasversale come sempre…) nella proposta dei famosi “9 punti” opposti a quanto invece Draghi intendeva portare avanti nell’autunno incipiente e incalzante, ha, al netto delle contraddizioni riscontrabili, messo in forse il monopolio democratico del progressismo italiano e aperto al contempo scenari inediti a sinistra.

 

Per la prima volta dopo tanti, tanti anni, il PD non è più l’unico ad attribuirsi una patente di forza sociale, vicina alle istanze dei più deboli. La novità politica da questo lato della proposta elettorale è stata preannunciata dalla fuoriuscita di Di Maio del M5S, dal suo epurarsi di quella parte di istituzionalismo centrista e liberista che aveva ingabbiato l’originaria propensione all’alternativa incarnata dal movimento grillino e che, tuttavia, non aveva mai avuto velleità anticapitaliste o anche timidamente socialdemocratiche e riformiste.

 

I Cinquestelle, dopo aver rappresentato per oltre un decennio un populismo di destra, ed essere stati una delle tre destre che si sono alternate al governo del Paese (destra economica democratica, destra politica sovranista e, appunto, destra populista pentastellata), oggi, mutatis mutandis, hanno l’occasione, magari pure con il ritorno di Alessandro Di Battista, di apparire ed essere agli occhi della gente quella forza politica che, insieme ad altre formazioni di sinistra di alternativa ed ecologista, può essere quel polo popolare che intende contendere il governo del Paese tanto alle destre quanto al PD e ai centristi possibili suoi alleati.

 

Stiamo ragionando sulla base di ipotesi, ma non di fantapolitica. Cosa ci sarebbe di più fantasticamente immaginabile se non quello che abbiamo visto e sentito in questi giorni durante la crisi del governo Draghi? Nelle prime ore della mattina del 20 luglio tutti davano per certa la fiducia a Draghi senza più i Cinquestelle. Alla sera il governo era sprofondato nell’abisso apertogli da Berlusconi e Salvini.

 

Pensare che sia possibile, il 25 settembre, avere tre grandi coalizioni che si fronteggiano su tre proposte politico-programmatiche nettamente differenti, è dunque legittimo ed anche auspicabile. Ne gioverebbe la dialettica democratica e parlamentare e, in particolare a sinistra, riprenderebbe vita la possibilità di far rinascere una geopolitica dei contenuti legati ad una della rappresentanza istituzionale adeguata. Lotta e governo, oppure lotta ed opposizione. Ma nell’inscindibile dualismo tra piazza e palazzo che, in questo modo, si riavvicinerebbero nel nome di una partecipazione più vasta, più concreta e consapevole.

 

Unione popolare, del resto, non può avere la velleità di autoconsegnarsi al giudizio popolare come proposta donchisciottesca (per quanto apprezzabili siano gli intenti del nobilissimo cavaliere di Cervantes), coscientemente solitaria per una necessaria distinzione da tutto il resto dell’agone politico italiano. Se esiste anche una sola possibilità di creare le premesse per un allargamento del campo veramente progressista in Italia, ebbene bisogna tentare. Bisogna intraprendere quel lungo lavoro di smussatura degli angoli e di separazione consensuale dai passati rapporti, dalle frizioni, dai contrasti e dalle critiche.

 

Le nostre storia, quelle di ciascuno e quelle di ogni partito e movimento, parlano al passato e restano come memoria costruttiva per il presente. Ma, proprio per evitare di attorcigliarci su noi stessi, compiaciuti di essere sempre dalla parte del giusto e della ragione, dobbiamo tornare a fare politica a tutto tondo: quindi anche nel Parlamento della Repubblica. L’esperienza ci insegna che, laddove è stato fatto un lungo, laborioso e faticoso cammino di avvicinamento dei “simili“, le differenze sono diventate pietre angolari delle nuove unioni che si andavano elaborando.

 

Dobbiamo prendere atto di tutti i mutamenti intercorsi oggi nel complesso della situazione italiana, considerando che a fondare un auspicabile progetto progressista tra Cinquestelle, Sinistra Italiana, Verdi e Unione popolare possono essere punti veramente importanti.

 

Proviamo ad elencarli: il NO alla guerra e il NO alla corsa al riarmo; il Si’, dunque, alla pace nello spirito più genuino della nostra Costituzione; una serie di proposte sul salario minimo, sul reddito di cittadinanza e su un appoggio alle piattaforme rivendicative della CGIL e degli altri sindacati che si battono per un’espansione dei diritti dei lavoratori; una netta opposizione a quel mantra che è divenuta l'”agenda Draghi“, manifesto del modernissimo liberismo in salsa italica e, al contempo, una difesa della democrazia da ogni tentativo autoritario, neopresidenzialista e sovranista.

 

Su questi punti ci può essere convergenza tra i simili. Non abbiamo scelta, se non quella di evitare al Paese che esista una terza coalizione che impedisca alle altre due di giganteggiare e di avere, quindi, nella prossima legislatura una maggioranza schiacciante in entrambe le Camere. I danni fatti dalle politiche di Draghi si faranno sentire in particolare nei confronti delle fasce meno tutelate della popolazione. A questa grande massa di indigenti e di disorientati sul futuro deve guardare un progetto progressista di ampio respiro.

 

Senza una coalizione dell’alternativa, progressista ed ecologista, sappiamo bene quale agenda si imporrebbe nuovamente all’Italia. Quali ricette economiche verrebbero trattate con numeri di maggioranza incontestabili e incontrastabili.

 

La rimessa in moto di un fronte opposto a liberismo e sovranismo, a centro e destra, potrebbe essere quello scatto che stavamo un po’ tutti aspettando, quel nuovo inizio per rimetterci in gioco, per provare a portare anche le nostre specificità di comuniste e comunisti in una politica che non deve più dimenticare quanta sofferenza sociale, ed anche civile, c’è nella popolazione, quanta sopravvivenza si sostituisce alla vita vera e propria.

 

PER UN POLO PROGRESSISTA DAI CINQUE STELLE  AD UNIONE POPOLARE 

SANITA' ED AMBIENTE

 

23/07/2022

da il Manifesto

Mauro Ravarino

 

EMERGENZA CLIMATICA. Le 1700 vittime già registrate in Spagna e Portogallo potrebbero moltiplicarsi nel corso dell’estate. L’Italia è il paese Ue più esposto

 

Basta retorica, servono interventi urgenti. «Il calore estremo uccide», lo dice l’Oms. In una giornata in cui le temperature, in particolare nel Centro-Nord Italia, sono continuate a salire – picchi di 40 gradi tra Verona, Bologna, Firenze e Milano – arriva un doppio appello ad agire al più presto.

 

L’ORGANIZZAZIONE mondiale della sanità, con il direttore regionale europeo Hans Kluge, riporta come in Spagna e Portogallo siano già morte 1.700 persone a causa del caldo eccessivo. Ed è solo un dato parziale degli «effetti disastrosi» dell’emergenza climatica. Attacca, poi, l’inerzia dei governi internazionali: «Devono dimostrare volontà politica e un’autentica leadership nell’attuazione dell’Accordo globale di Parigi sul climate change, adottando una strategia di collaborazione che sostituisca la divisione e la vuota retorica, rafforzando la natura dell’Accordo di Parigi come trattato di salute».

 

IL SECONDO È MOSSO dall’Italian Institute for Planetary Health, istituto di respiro internazionale nato nel 2019, che ieri ha presentato il dossier – realizzato con l’Università Cattolica di Roma e l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri – «Il cambiamento climatico in Italia. Lo scenario italiano alla luce del documento Climate change is a healt crisis». Cosa fare, visti i rischi alla salute (si prevede un eccesso di mortalità come nel 2003), lo dice, senza mezzi termini, la coordinatrice scientifica dell’IIph, Chiara Cadeddu, che si rivolge ai decisori politici: «Occorre costruire un sistema salute resiliente, implementando meccanismi di allerta e di risposta rapida e assicurando la disponibilità di risorse adeguate, con una governance dell’adattamento che sia coordinata a più livelli, in modo da creare sinergie tra il livello locale, regionale e nazionale».

 

IL REPORT SOTTOLINEA come l’impatto dei cambiamenti climatici sia fortemente dannoso per la salute e il benessere umano ed evidenzia come l’Italia, nel contesto europeo, sia al momento il Paese che sta pagando il prezzo più alto. Dagli incendi (l’Italia è stato nel 2021 il Paese in area Ocse con il maggiore numero di incendi registrati) alle ondate di calore, il dato non cambia. Nell’anno 2020 l’Italia ha segnato uno degli incrementi di temperatura maggiori in tutta Europa, con +1,54 gradi centigradi rispetto alla media del periodo 1961-1990 e continua a surriscaldarsi più velocemente della media globale.

I DANNI SULLA SALUTE sono evidenti. Le malattie sensibili al clima comprendono circa il 70% dei decessi globali, di cui quelle cardiovascolari costituiscono la percentuale maggiore (il 32,8%). Questi numeri, confermati anche dal dato sempre più allarmante legato alle vittime per i disastri climatici, che in Europa ha superato il numero di 650mila casi negli ultimi 50 anni, hanno spinto gli esperti della sanità a lanciare l’allarme alle istituzioni. Per Walter Ricciardi, docente d’Igiene e Medicina preventiva alla Cattolica e consulente del ministro alla Salute Roberto Speranza, «il Rapporto delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, pubblicato due mesi fa, è stato silenziato.

 

IN ITALIA, NON HA AVUTO alcun ascolto, eppure è strano: è uno dei Paesi più colpiti e forse quello che necessita più di interventi urgenti. Abbiamo le soluzioni, ma vengono ignorate». La professoressa Cadeddu ha citato, inoltre, uno studio condotto nell’hinterland bolognese che «ha notato che per ogni 1 grado sopra i 24, la mortalità tra le persone senza disturbi mentali è aumentata dell’1,9%, mentre tra gli utenti dei servizi di salute mentale, la mortalità è aumentata del 5,5%».

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E MENTRE IL PO SI TROVA – in base all’ultimo monitoraggio dell’Osservatorio sul Po dell’Autorità di bacino – in una condizione di siccità idrologica estrema le città bollino rosso aumenteranno nel weekend. Oggi, secondo il bollettino del Ministero della Salute, sono 16: Bologna, Bolzano, Brescia, Campobasso, Firenze, Frosinone, Genova, Latina, Milano, Perugia, Rieti, Roma, Torino, Trieste, Verona e Viterbo. A queste, domenica, se ne aggiungeranno altre tre: Civitavecchia, Pescara e Venezia.

 

A LA SPEZIA UN LOCOMOTORE è deragliato nel porto, a causa del caldo che aveva deformato i binari. Rotaie incandescenti anche a Milano. La temperatura delle rotaie sulla Linea 2 della metropolitana ha superato, nel tratto scoperto, i 60 gradi e i convogli sono stati costretti a rallentare le loro corse per «precauzione».

 

INFINE, UNO STUDIO, pubblicato sulla rivista Advances in Atmospheric Sciences e condotto dagli scienziati dell’l’Accademia Cinese delle Scienze, conferma che le attività antropiche associate alla produzione di gas climalteranti rappresentano la causa principale dell’aumento nella frequenza delle ondate di calore estremo. Le simulazioni mostrano come nei prossimi anni la frequenza associata agli eventi di caldo estremo potrebbe incrementare di oltre il 30%.

 

EMERGENZA CLIMATICA . ALLARME OMS: SALUTE A RISCHIO, AGIRE SUBITO 

EDITORIALI E COMMENTI

 

22/07/2022

da il Manifesto

Massimo Villone

 

L'ATTESO IMPREVISTO. Una normativa cogente degli affari correnti non c’è. Mattarella ricalca il contenuto tipico di tali direttive, come quella adottata da Conte il 26 gennaio 2021

 

Strana, imprevedibile, folle, irresponsabile, incomprensibile, sconcertante, improvvida. Sono – senza pretesa di completezza – gli aggettivi rivolti alla crisi del governo Draghi. Ma in realtà il copione era scritto da tempo, almeno a partire dalla turbolenta rielezione di Mattarella al Colle. E l’ultimo atto arriva ora con lo scioglimento delle Camere disposto dal capo dello Stato, e con il voto – a quanto si dice – il 25 settembre.

 

Il documento in nove punti presentato da M5S ha determinato un piano inclinato sul quale fermare la corsa verso la crisi è stato alla fine impossibile. La diffida ad adempiere consegnata a Draghi non poteva che sollecitare altri partner di maggioranza a presentare le proprie richieste, dai balneari ai tassisti ai cinquanta miliardi nelle tasche degli italiani. La principale chiave di lettura la troviamo allora in queste parole di Draghi in Senato: “Non votare la fiducia a un Governo di cui si fa parte è un gesto politico chiaro … Non è possibile contenerlo, perché vorrebbe dire che chiunque può ripeterlo”.

 

La mossa M5S ha spinto il governo in una palude, data dal mix tra la eterogeneità genetica della maggioranza e un crescente clima pre-elettorale. Ha creato le condizioni per la tempesta perfetta, che apre ora a un confronto elettorale in cui – ad oggi – un centrodestra unito partirebbe favorito, in specie per la legge elettorale vigente.

 

Draghi premier poteva piacere o no. Personalmente trovavo l’esecutivo sbilanciato a destra, e su qualche punto, come l’autonomia differenziata, ero in radicale dissenso. Ma rimane inopportuna una crisi di governo in un contesto carico di urgenze e di emergenze. La parlamentarizzazione della crisi voluta da Mattarella non ha avuto successo. Il beneficio ipotizzabile ritornando nell’assemblea elettiva dipende dalla qualità delle forze politiche. Il parlamento attuale si candida a essere quello più sgangherato della storia repubblicana, per l’insostenibile leggerezza dei partiti e soprattutto per l’implosione di M5S, che paradossalmente ora, se per la scomparsa del “campo largo” corresse da solo, rischierebbe di riportare nelle assemblee una sparuta pattuglia di poche decine di parlamentari.

 

La crisi è rientrata conclusivamente nell’alveo di una crisi extra-parlamentare. Mattarella ha “preso atto“ delle dimissioni, che saranno formalmente accettate insieme alla nomina del nuovo governo per evitare una cesura di continuità nella funzione di governo. Rimane il nodo della permanenza in carica dei ministri che non hanno votato la fiducia. In ogni caso, l’esecutivo rimane in carica per “il disbrigo degli affari correnti”.

 

Quali sono? Mattarella ha dato indicazioni nell’annunciare lo scioglimento delle camere. Ha sottolineato che il governo “dispone comunque di strumenti per intervenire sulle esigenze presenti e su quelle che si presenteranno … il periodo che attraversiamo non consente pause negli interventi indispensabili”. Ha richiamato in specie l’emergenza economica e sociale soprattutto per i più deboli, la guerra in Ucraina e le esigenze di sicurezza dell’Italia e dell’Europa, l’attuazione del Pnrr, la pandemia. Ha auspicato un contributo costruttivo di tutti anche nel contesto elettorale.

 

È una moral suasion del Presidente. Una elencazione normativa cogente degli affari correnti non c’è. Secondo prassi, vengono definiti in una direttiva del presidente del consiglio dei ministri, non pubblicata in Gazzetta Ufficiale, e destinata ai ministri, viceministri e sottosegretari. Va detto che l’esternazione di Mattarella ricalca nelle grandi linee il contenuto tipico di tali direttive, come si può vedere leggendo ad esempio quella adottata dal dimissionario Conte il 26 gennaio 2021. Vi troviamo compresi gli atti di contrasto alla pandemia, e in generale gli atti urgenti e indifferibili, o soggetti a scadenze non prorogabili, come decreti-legge, decreti delegati in caso di scadenza della delega, nomine, osservanza di obblighi europei. Certo, alcune cose rimangono comunque precluse, come la presentazione di nuovi disegni di legge governativi. Questo chiude ad esempio la porta alla legge-quadro Gelmini sull’autonomia differenziata.

 

Bisogna però considerare la debolezza politica inevitabile di chi non ha il sostegno parlamentare. Il limite di ciò che non è oggettivamente urgente o è scelta non assoggettata a termini indifferibili non è sempre chiaro e netto. Tutto diventa più difficile e incerto. Tutto si rallenta. Mentre così non è per le domande e i bisogni del nostro vivere quotidiano.

 

Leggi  INCOGNITE , PER L'ITALIA NE' POCHE NE' PICCOLE

POLITICA NAZIONALE  -  POLITICA ITALIANA

 

21/07/2022

da Contropiano

da Dante Barontini

 

Il disastro combinato al Senato, nel “giorno più lungo” della legislatura, è arrivato inatteso per tutti.

 

Per i protagonisti diretti, per gli analisti i servitorelli dei media che ci avevano ammorbato per oltre 18 mesi sulle grandiose doti dell’ex presidente della Bce (nonché della Banca d’Italia, ex vicepresidente di Goldman Sachs e prima ancora direttore del Tesoro sotto il governo di Giuliano Amato), per i poteri sovranazionali che nei giorni scorsi avevano fatto sentire la propria voce e già ieri hanno cominciato a “muovere” i mercati finanziari per sottoporre questo paese ad una “cura da cavallo” pronta da anni.

 

Ha sorpreso anche noi, in parte, perché da dieci anni a questa parte (a far data dal governo Monti, installato di forza anche dallo stesso Mario Draghi, con la sua lettera dell’agosto 2011) ogni pressing del capitale multinazionale e delle istituzioni sovranazionali (europee e statunitensi) si era sempre concluso con la resa della classe politica nazionale, espressione particolarmente inconsistente di una classe sociale: la piccola e media borghesia, produttiva o commerciale o delle professioni.

 

Stavolta – almeno in apparenza – lo scontro è finito pari. La pressione esagerata avrebbe provocato una reazione di rigetto da parte di un Parlamento già ridotto a “bivacco di manipoli”. Ma è un’immagine troppo fasulla per essere attendibile.

 

Sarebbe infatti ridicolo parlare della crisi politica di un paese del G7 come di una faccenda di “psicologie individuali”, ripicche e ambizioni tra singoli uomini o consorterie clientelari. Chi viene “delegato alla politica” fa comunque parte di una classe o di una sua frazione, di un insieme di relazioni, ne rappresenta gli interessi e nel gioco politico deve riuscire a mediarli con quelli di altre frazioni.

 

Questa capacità di mediazione, ad alto livello, chiaramente non esiste in nessuno dei soggetti principali di questa “frittata”. Non c’è nel protagonista principale, quel Mario Draghi che avrebbe dato prova di non conoscere la differenza tra guidare una banca (centrale o d’affari) e dirigere un paese.

 

Troppo violenti i suoi due discorsi contro (quasi) tutte le forze politiche che hanno fatto parte del “governi di unità nazionale”. Troppo insistito il suo continuo indicare i punti su cui ha dovuto respingere (sempre con successo) le pressioni di singoli leader. Troppa ironia verso chi in tv solidarizza con le proteste contro i provvedimenti che ha controfirmato.

 

Toni che hanno ricordato le frustate distribuite da Giorgio Napolitano quando è stato ‘convinto’ ad accettare un secondo mandato temporaneo come presidente della Repubblica.

 

Discorsi che sono apparsi a molti mirati in modo intenzionale a farsi sfiduciare, e a consegnare a Mattarella un quadro talmente devastato da obbligarlo – se mai fosse stato riluttante – a sciogliere le Camere.

 

A vedere da fuori il penoso spettacolo si dovrebbe concluderne che Draghi è ed era inadeguato al compito, un uomo sopravvalutato e calato in un ruolo non suo. Oppure il killer mandato a “riscuotere i sospesi”, ovvero a dissolvere quel che restava della più ridicola classe politica d’Europa…

 

Nel giro di soli cinque giorni è infatti riuscito nel “miracolo” di trasformare una maggioranza apparentemente solidissima (pur senza la residua pattuglie grillina, dopo la scissione di Di Maio) in un pulviscolo, inutile pure per fare castelli di sabbia.

 

Fino all’assurda votazione di una richiesta di fiducia su una frase scritta da Pierferdinando Casini – Casini… – con cui il Parlamento avrebbe dovuto approvare la propria messa in mora. Meno di un terzo dei senatori gli hanno concesso questa “fiducia”, autodichiarandosi inutili.

 

E stamattina si replica alla Camera…

 

L’insistenza con cui ha cercato – fin dall’inizio – di sottrarre il suo governo dalle “pretese” di partiti senza grandi visioni o progetti avrebbe prodotto insomma, alla lunga, un’ostilità prima sorda e poi urlata. Dimostrando che un “governo di unità nazionale” può esistere solo se i partiti che lo compongono accettano di smaterializzarsi, accettando tutto in toto, come fa il Pd.

 

Quella stessa incapacità di mediazione tortura del resto anche le cosiddette “forze politiche”, in realtà comitati elettorali ferrati solo nella “comunicazione” e nell’occupazione di posizioni di (relativo) potere. Chiunque abbia assistito al dibattito in Senato ha potuto cogliere i “ristretti orizzonti” con cui ogni formazione ha affrontato la frusta di colui che li aveva guidati per un anno e mezzo.

 

Nessuno che abbia colto qualcosa di più grande – e pericoloso – dei propri interessi particolari, già proiettati sulle prossime elezioni politiche. Nessuno che abbia saputo tenere conto (o denunciare) delle vere e proprie minacce “extra-istituzionali” che Draghi aveva seminato nel proprio discorso.

 

Si può dire che proprio lo spappolamento voluto di tutte le forze politiche, con l’obiettivo di creare una “classe politica nuova”, ha finito per produrre l’impossibilità di trovare una qualsiasi ragione di coesione.

 

Ieri questo spappolamento è proseguito con una nuova semi-scissione dei Cinque Stelle (un po’ ridotta rispetto alle previsioni, perché il grosso del distacco dovrebbe riguardare i deputati, più che i senatori). Con annunci di rottura all’interno dei berlusconiani. Con divisioni nella Lega che solo un eufemismo può chiamare una “diversità di vedute”.

 

Accettare o perseguire l’uscita di scena di Draghi, dal punto di vista delle varie frazioni borghesi minori, poteva avere un senso in presenza di una “fronda” organizzata, pronta a sostituirlo con un altro progetto, altri programmi, altri leader.

 

E invece è accaduto perché, in buona sostanza, nessun comitato elettorale vuole pagare per intero il prezzo di misure impopolari o apertamente indifferenti al malessere dei più (nulla contro l’inflazione, a parte una “mancia” una tantum di 200 euro; niente sugli aumenti salariali, solo fumo sul “cuneo fiscale”, ecc). O magari perché si è sentito pubblicamente trattato per quel che è: un ammasso di “nani e ballerine” (citazione da ‘Prima Repubblica’), proiettati in ruoli di cui ignorano le funzioni di base.

 

Così non c’è più il governo dell’Unione Europea e della Nato, presieduto dal più autorevole “garante” indicato proprio da quei poteri. Ma non ce n’è neanche un altro. Né nessuno sa come e su cosa cucirlo insieme, e in quanto tempo.

 

Ma se vediamo lo scontro che si svolge sotto i nostri occhi come un conflitto interno alla classe dirigente – tra un grande capitale che si muove senza tener conto dei confini nazionali (al massimo di quelli della Nato) e figure “imprenditoriali” decisamente più “locali” (e marginali) – allora ci si accorge che dalla parte del primo un disegno di ampia portata esiste, e da anni.Per nulla segreto o “inconfessato”.

 

Un disegno perseguito sempre – ma con alterni risultati – attraverso i trattati e le pressioni dei “mercati”, fino a consigliare direttamente la nomina  di un proconsole come Draghi, incaricato di realizzare “con le buone”, dall’interno, quelle trasformazioni del modello economico e istituzionale altrimenti da imporre “con le cattive”, a suon di direttive e procedure di infrazione UE.

 

E infatti le tempeste che ora si addensano alle nostre porte sono infinite. Il debito pubblico è salito ancora, a circa il 160% del Pil. I conti con l’Estero, fin qui sempre positivi, sono in caduta libera a causa delle sanzioni emanate contro la Russia, ma tornate come un boomerang sulle economie che più scambiavano con Mosca.

 

L’inflazione è galoppante da ormai un anno, con sempre nuovi record, e l’aumento dei tassi di interesse che proprio stamattina la Bce deciderà potrebbe essere per l’Italia devastante.

 

Sempre su questo fronte, il promesso “scudo anti-spread” diventa aleatorio, in assenza di un “garante” affidabile per Francoforte, Bruxelles e Berlino.

 

C’è poi la crisi energetica, con l’Unione Europea che ordina di tagliare del 15% i consumi di gas nei prossimi mesi (lasciando ai singoli stati il compito di decidere come).

 

E su tutto c’è la guerra in Ucraina, che implica vincoli con Washington che nessuno sa al momento come gestire, se non obbedendo come al solito e più del solito.

 

Difficile trovare qualcuno che sappia come gestire questa situazione, oltretutto sapendo bene che in autunno tutta una serie di malesseri sociali arriveranno per forza di cose a manifestarsi nelle piazze e nei luoghi di lavoro.

 

Il peggio poteva arrivare anche prima e “l’ombrello di Draghi” aveva rinviato le strette peggiori. Ma adesso tutto procederà come doveva andare, magari con la consulenza dello stesso Draghi per fare più male là dove si può.

 

La classe dirigente nazionale – che comprende l’imprenditoria e la classe politica – è assolutamente al di sotto del livello dei problemi da affrontare.

 

Anche andare alle elezioni, in queste condizioni, è complicato. La riforma del Parlamento e la diminuzione dei parlamentari di un terzo richiede il ridisegno dei collegi elettorali (bisogna eleggerne 400, non più 630) e magari della stessa legge elettorale. Ma non ci sarà né il tempo, né un accordo per farlo. E il risultato – prevedibilmente – sarà un pasticcio che consegnerà un nuovo Parlamento senza forma e spina dorsale. Pronto – per evitare guai peggiori al paese – ad essere consegnato a un nuovo “governo tecnico”.

 

Magari ci sbagliamo. E magari tocca pure augurarselo…

EDITORIALI  E  COMENTI 

 

20/07/2022

Paolo Ferrero

da il Fatto Quotidiano

 

Oggi Mario Draghi chiede l’incoronazione ma io sarò, come tutti gli anni, a Genova a ricordare l’assassinio di Carlo Giuliani e le giornate di protesta contro il G8. Ci saremo con la consapevolezza che avevamo ragione noi. 21 anni fa a Genova c’era il G8, cioè il G7 più la Russia, e in quella riunione venne deciso l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio che avvenne a dicembre di quello stesso anno.

Oggi la globalizzazione è crollata sotto le sue stesse contraddizioni e la Russia e la Cina sono considerate nemiche pubbliche numero uno dai paesi occidentali che non sanno fare di meglio di un gigantesco piano di riarmo (che non ha pari al mondo e nella storia) e di sostituire il consumo di gas con quello di carbone.

 

In questi anni le storture della globalizzazione neoliberista che denunciavamo a Genova sono emerse in tutta la loro drammatica forza distruttiva:
1) E’ tornata la guerra, cioè il contenzioso su chi comanda, su chi ha il potere sovrano. I potenti non hanno voluto costruire una cooperazione mondiale e oggi ci troviamo all’inizio della Terza guerra mondiale;
2) La concorrenza economica è diventata esasperata e distruttiva. I potenti non hanno voluto costruire una economia fondata sulla cooperazione invece che sul profitto e il contenzioso sull’accaparramento del bottino è diventato ingestibile e barbarico;
3) Il cambiamento climatico viene commentato ma non contrastato. La scelta delle classi dominanti di riaffermare il diritto al consumo infinito da parte di chi ha i livelli di consumo più alti, in un sistema di risorse scarse, la logica della guerra e del profitto stanno facendo passare in ultima fila il problema più grande dell’umanità.

 

Guerra guerreggiata, guerra economica, distruzione delle condizioni di vita sul pianeta: questi sono gli effetti della globalizzazione neoliberista a 21 anni dalla mattanza di Genova in cui ci volevano chiudere la bocca con la repressione. Il disastro in cui ci hanno portato è la piena realizzazione di ciò per cui Draghi si è battuto tutta la vita. Ha lavorato alacremente per rendere il nostro mondo peggiore, per salvaguardare gli interessi di pochi a scapito del benessere e a questo punto della stessa possibilità di vita dei molti.

 

Il Draghi che viene oggi osannato dai media mainstream è uno dei principali responsabili a livello mondiale di questo disastro. Draghi ha attraversato in questi anni varie postazioni di comando in cui ha potuto applicarsi con dedizione al peggioramento del mondo e all’utilizzo della ricchezza sociale a fini negativi per l’umanità. Crimini legalizzati che non vengono puniti con il Codice Penale perché tutelano interessi così potenti da non essere sanzionati dalla legge, da essere sopra la legge. Interessi così potenti da poter riscrivere la storia – come denunciava Orwell – da poter manipolare i fatti al fine di plasmare la memoria e non solo le vite delle persone.

 

Prendiamo il “whatever it takes”. Sulla base di questa frase Draghi viene glorificato come l’uomo che ha salvato l’euro e – implicitamente – la nostra economia, la nostra civiltà, al fondo, le nostre vite. Draghi quindi come salvatore, come uomo della provvidenza che ha saputo dire nel momento giusto le parole giuste. Nel momento giusto? Per nulla: Draghi non ci ha salvati ma ha utilizzato il potere che aveva per obbligare gli Stati a distruggere il welfare e ad abbassare gli stipendi.

 

Ricordiamo infatti che la speculazione sui debiti sovrani europei nel 2011 e 2012 era resa possibile dal fatto che la Banca centrale non intervenisse a loro sostegno. Infatti quando la Banca centrale intervenne la speculazione “magicamente” terminò. Ma chiunque capisce che la Bce, se aveva il potere di intervenire, avrebbe potuto farlo anche prima, avrebbe potuto bloccare la speculazione all’origine. Perché non lo fece? Perché la Bce scelse deliberatamente di lasciare campo libero alla speculazione in modo da mettere in ginocchio gli stati più indebitati? Per una ragione semplicissima: la Bce e l’Unione Europea utilizzarono il terrore prodotto dalla speculazione per far firmare agli Stati il Fiscal Compact, un trattato criminale iperliberista che strozza gli Stati e li obbliga strutturalmente a politiche recessive insostenibili. Solo dopo che Spagna e Italia firmarono il Fiscal Compact Draghi pronunciò la famosa frase e la speculazione terminò.

 

Draghi non ha salvato l’euro ma ha utilizzato la speculazione internazionale per obbligare gli Stati ad accettare politiche economiche strutturalmente antipopolari e dopo averli piegati ha fermato la speculazione. La speculazione è stata usata e poi fermata quando non serviva più, quando aveva svolto il suo compito… Come in quei film di gangster dove ci sono i poliziotti mafiosi che chiedono un pizzo ai negozi e – fin quando i negozianti non pagano – li lasciano in balia dei gangster, stando a guardare, senza fare nulla, senza intervenire. Solo dopo che i negozianti accettano di pagare il pizzo la polizia tira fuori le pistole e dice fermi tutti. E tutti si fermano. Quel film è stato applicato ai popoli europei e Draghi ha contribuito non poco alla regia e alla sceneggiatura.

 

Il banchiere che oggi chiede l’incoronazione dal Parlamento italiano è questo e non altro. Per questo oggi il ricordo di Carlo Giuliani e delle giornate di Genova ha una valenza ancora maggiore: perché l’alternativa ai Draghi, ai banchieri, ai mafiosi e ai poliziotti corrotti, a questa globalizzazione esplosa e barbarica, ha le sue radici in quelle giornate di Genova, in quei ragazzi e ragazze massacrati dalla polizia perché dicevano irriverenti: “il re è nudo”.

 

Il Parlamento italiano oggi incoronerà Draghi ma l’alternativa ha le radici ben piantate nelle giornate genovesi di 21 anni fa. Carlo è vivo e lotta insieme a noi non è solo uno slogan ma è il punto di partenza dell’alternativa.

LAVORO E DIRITTI 

 

19/07/2022

Fivedabliu

 

Un colpo al sindacato di base che, soprattutto nel piacentino, difende i diritti dei lavoratori della logistica

 

Piacenza – Un dirigente nazionale del sindacato SI Cobas e tre dirigenti locali del sindacato a Piacenza sono stati arrestati questa mattina e messi ai domiciliari su mandato della Procura di Piacenza con le accuse di associazione a delinquere, violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio. Si tratta del coordinatore nazionale Aldo Milani e dei tre dirigenti piacentini Mohamed Arafat, Carlo Pallavacini e Bruno Scagnelli.

 

Le accuse prenderebbero spunto dagli scioperi nei magazzini della logistica di Piacenza fra il 2014 e il 2021.

 

“Secondo la procura tali scioperi sarebbero stati attuati con motivazioni pretestuose e con intenti “estorsivi”, al fine di ottenere per i lavoratori condizioni di miglior favore rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale”.

 

Il sindacato di base, che nel piacentino conta oltre 4mila tesserati,  parla di “attacco politico su larga scala contro il diritto di sciopero e soprattutto teso a mettere nei fatti fuori legge la contrattazione di secondo livello, quindi ad eliminare definitivamente il sindacato di classe e conflittuale dai luoghi di lavoro”

 

L’inchiesta segue di 24 ore la sentenza del Consiglio di Stato che ha ha revocato il foglio di via emesso dalla Questura di Piacenza in data 14 ottobre 2021 contro un responsabile del SI Cobas a cui era stato notificato dopo uno sciopero al magazzino Amazon di Castel San Giovanni.

 

Nella sentenza che “… con sentenza del 2019, il Consiglio di Stato si è già espresso nel senso che la semplice presenza a un picchetto di molte persone finalizzato ad ostacolare gli automezzi in entrata o in uscita dallo stabilimento… non connotata da elementi che consentano di rintracciare violenza o minaccia da parte di un determinato soggetto, non può integrare da sola sintomo di pericolosità sociale a carico di questo, se non si vuole trasformare il diritto alla prevenzione in un surrettizio, indebito, strumento di repressione della libertà sindacale e del diritto di sciopero e, in ultima analisi, in una misura antidemocratica”.

 

Per due dei sindacalisti piacentini coinvolti, Mohamed Arafat e Carlo Pallavacini, si tratta del secondo arresto in poco più di un anno: la Procura di Piacenza li aveva posti ai domiciliari nel marzo 2021 a seguito della vertenza contro la chiusura del magazzino della multinazionale americana FedEx a Piacenza, con le accuse di invasione di edifici, violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale per aver impedito l’ingresso e l’uscita di automezzi e merci all’interno dell’Hub e per gli scontri con le forze dell’ordine. Arresti poi revocati dal tribunale del Riesame

 

Rifondazione Comunista esprime tutta la sua solidarietà ai sindacalisti  e al sindacato colpito da questo ignobile provvedimento che minaccia la libertà sindacale e di lotta.

LAVORO E DIRITTI

 

18/07/2022

da Unione Sindacale di Base

 

Sabato 6 agosto Slang USB manifesta a Forte dei Marmi, cuore del turismo ricco e del lavoro povero

 

L'Italia è quel Paese in cui i salari sono tra i più bassi d'Europa, ma gli imprenditori nostrani si lamentano ogni giorno per la mancanza di personale, nonostante quest’anno si registri un picco di assunzioni stagionali.

 

L’Italia è quel Paese che non ha ancora approvato una legge per istituire il salario minimo, ma si pensa ad aggredire l’unica misura di redistribuzione, peraltro semmai da ampliare, come il reddito di cittadinanza. 

 

L’Italia è quel Paese in cui si punta sempre di più sul turismo e le tante attività correlate, ma la realtà per chi ci lavora è fatta di bassi salari, orari e carichi estenuanti, sfruttamento selvaggio.

 

Prima la pandemia, adesso la guerra e l’aumento dei costi della vita, ma le condizioni di lavoro sono sempre peggiori. Lavoro nero e grigio sono all’ordine del giorno: solo nel settore della ristorazione e del turismo le statistiche parlano di 8 aziende irregolari su 10. 

 

Slang USB ha avviato una campagna di denuncia e sensibilizzazione in tutto il paese. Da Nord a Sud, attraverso lo slogan "cercasi schiavo" siamo intervenuti contro ogni forma di sfruttamento e lavoro nero rispondendo colpo su colpo agli attacchi che i lavoratori e le lavoratrici subiscono ogni giorno. 

 

I vari personaggi che vorrebbero perpetrare questo sistema di sfruttamento hanno nomi e cognomi. Imprenditori della ristorazione e del turismo sostenuti dalle loro associazioni di categoria, la stragrande maggioranza dei politici presenti in parlamento, miliardari preoccupati solo di vedersi garantiti profitti sempre più alti a qualsiasi costo. 

 

Abbiamo deciso di andarli a trovare mentre pensano di godersi le loro vacanze da migliaia di euro, frutto del loro sfruttamento.

Vogliamo dare vita ad una manifestazione, in un luogo simbolo del turismo “ricco” (ma lavoro povero) per affermare quali siano le necessità di lavoratrici e lavoratori: 

 

SABATO 6 AGOSTO MANIFESTAZIONE USB IN VERSILIA

APPUNTAMENTO ALLE ORE 19 PRESSO IL PONTILE DI FORTE DEI MARMI (LU)

MANCANO SALARIO E DIRITTI, NON LA VOGLIA DI LAVORARE !

 

SERVONO FORTI AUMENTI SALARIALI

PAGAMENTO E RICONOSCIMENTO DI TUTTI GLI ISTITUTI CONTRATTUALI COME STRAORDINARI, NOTTURNI, FESTIVI E GIORNO LIBERO

BASTA LAVORO NERO E LAVORO GRIGIO 

BASTA PAGAMENTI “FUORI BUSTA”

CONTRO LO SFRUTTAMENTO STAGIONALE

PER UNA LEGGE SUL SALARIO MINIMO A 10 EURO L’ORA

 

 

POLITICA NAZIONALE POLITICA ITALIANA
 

17/07/2022

Unione Sindacale di Base

 

Le dimissioni di Draghi - vedremo fino a che punto definitive - arrivano proprio mentre cresce la consapevolezza tra le forze sindacali e politiche conflittuali e di base, della necessità di mettere in campo iniziative forti e determinate per cacciarlo via. Di fronte ad una politica bellicista, economicamente tendente ad una nuova fase di austerità da far pagare a lavoratori e famiglie già in enorme difficoltà, alle prese ogni giorno con la propria condizione di povertà crescente, precarietà, disoccupazione, la fine del governo Draghi è una bella notizia, anche se di per sé non risolve i problemi sul tavolo, e va salutata come tale.

 

La fine del governo di tutti sotto l'egida dell'Unione Europea e degli Usa, che oggi ne sostengono invece la sopravvivenza affinché prosegua la complicità con gli intenti della NATO, è una precondizione per provare ad affrontare in campo aperto le contraddizioni fortissime, dalla partecipazione alla guerra, alla gestione dell'economia, dalla compressione dei diritti sociali a quelli civili, che oggi attraversano il nostro Paese. A questo deve prepararsi chi vuole davvero tornare ad essere punto di riferimento credibile per larghe masse di lavoratori e persone che oggi sono abbandonate al populismo e la cui rabbia sociale viene strumentalmente utilizzata dalle destre.

 

In questo quadro la posizione espressa della Cgil, di sostanziale sostegno a Draghi e al suo ritorno al governo, è la plastica conferma della deriva di questo sindacato e dei suoi sodali Cisl e Uil. Alle parole roboanti di qualche giorno fa, ha fatto immediatamente seguito il piagnucolio di Landini che auspica che nulla cambi, che Draghi torni, che si continui ad inviare armi, a privatizzare il privatizzabile, a mantenere milioni di persone in povertà. Qualcuno si stupisce della posizione espressa dalla Cgil, ma evidentemente non vive e non tocca con mano ogni giorno, nei posti di lavoro, la funzione di contenimento della rabbia di classe e di gendarme degli interessi padronali che questa organizzazione esercita costantemente per impedire che il conflitto le tolga potere e consensi.

 

Se ne vada Draghi e il suo governo, se ne vada con lui Landini e chi invoca la pace sociale per lasciare campo libero ai padroni e al capitale.

POLITICA NAZIONALE  -  POLITICA ITALIANA

 

16/07/2022

da Contropiano

Giorgio Cremaschi

 

In un comunicato ove persino le sgrammaticature esprimono paura, subalternità e confusione, la segreteria della CGIL si inginocchia davanti a Draghi, chiedendogli di restare.

Coloro che dirigono il sindacato che fu di Di Vittorio, chiedono al banchiere di rimanere a capo del governo per fare “le riforme”.

 

Ma quali riforme sta facendo Mario Draghi?

 

La restaurazione della legge Fornero, più flessibilità e precarietà. Un finto salario minimo che in realtà è un salario al minimo. Il peggioramento del reddito di cittadinanza. Il via libera alle multinazionali nelle delocalizzazioni. I tagli a sanità e scuola pubbliche nel nome del mercato. Le privatizzazioni dei servizi comunali e dell’acqua. Le liberalizzazioni a favore di Uber e compagnia. La guerra e l’aumento delle spese militari.

 

Queste sono le riforme di Draghi, che secondo la segreteria della CGIL dovrebbero continuare.

 

Che vergogna e anche che inettitudine. Perché se per caso alla fine Draghi dovesse restare, al primo bofonchiamento critico di Landini, potrebbe rispondere: zitto, sei tu che mi hai chiesto di restare.

 

Niente più finti scioperi d’inverno.

 

Che triste servilismo, oltre ogni immaginazione.

 

 

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