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27/09/2020

da Il Manifesto

 

Enti pubblici. Ad agosto un decreto per più che raddoppiare il compenso dell'economista vicino a Di Maio. Per l'opposizione di deve dimettere

 

Né Giuseppe Conte né Luigi Di Maio sapevano niente, dicono. Ma si informeranno, promettono. Il 7 agosto scorso, lo stesso giorno in cui un Dpcm dettava le ultime regole di contenimento del Covid-19, un altro decreto questa volta firmato dalla ministra del lavoro Catalfo con il concerto del ministro dell’economia Gualtieri alzava, fino a raddoppiarlo, lo stipendio del presidente dell’Inps, da 62 a150 mila euro lordi l’anno. La notizia dell’aumento per Pasquale Tridico, economista assai vicino a Di Maio, oltre che per la sua vice e per i consiglieri di amministrazione, allora non fu divulgata. Ma due giorni dopo, il 9 agosto scorso, l’Inps finì ugualmente al centro di una polemica, accadde quando Repubblica rivelò che cinque deputati avevano ottenuto il bonus Covid. Tridico dovette garantire di non essere stato lui ad aver fatto trapelare l’informazione, rivelatasi utilissima ai 5 Stelle ai fini della campagna elettorale per il Sì al referendum. Ieri è stata di nuovo Repubblica a raccontare dell’aumento riconosciuto a Tridico.

 

In realtà il decreto firmato Catalfo e Gualtieri prevede identico aumento (cifre più modeste sono previste per i vicepresidenti e i consiglieri di amministrazione, 40mila e 23mila euro) anche per la dirigenza dell’Inail – ma in questo caso nessuna polemica né richieste di dimissioni. Che invece arrivano puntuali per Tridico, da parte di tutto il centrodestra, il più scatenato ovviamente Salvini che non ricorda più di aver concorso alla nomina di Tridico ai tempi del governo gialloverde. Ma non attacca solo l’opposizione, anche Italia viva non perde l’occasione per polemizzare contro i 5 Stelle e l’uomo voluto da Di Maio. «La retorica anti casta – dice il capogruppo dei senatori renziani Faraone – è finita in farsa». Nemmeno il ministro degli esteri prende immediatamente le difese di Tridico: «Chiederò chiarimenti nelle prossime ore», dichiara. Nel silenzio del resto della maggioranza, anche Conte cerca di sfilarsi. «Non ero informato e ovviamente ho chiesto accertamenti», dice. Eppure a leggere il decreto che prevede l’aumento, la decisione sembra scaturire da un lavoro istruttorio (con tanto di videoconferenza a giugno) compiuto proprio dalla presidenza del Consiglio, che a sua volta veniva incontro a una richiesta partita dall’Inps.

 

Nel mirino delle polemiche di ieri soprattutto la retroattività dell’aumento. Che però, informa nel pomeriggio una nota della direzione risorse umane dell’Inps a parziale smentita di quanto scritto da Repubblica, non è prevista se non a far data dall’effettivo esercizio della funzione di presidente. Cioè dal 15 aprile scorso. La retroattività del decreto di agosto, vale a dire, c’è ma è solo di quattro mesi (aprile 2020) non di quindici (maggio 2019). Assai più consistente potrebbe essere invece la dimensione degli arretrati per l’Inail, dove il cda è stato nominato a dicembre 2019.

24/09/2020

Stefano Porcari

da Contropiano

 

Oggi giovedì 24 e domani venerdì 25 settembre, i sindacati Usb, Unicobas, Cub, Cobas Sardegna e gli studenti dell’Osa, con la parola d’ordine “Curiamo la scuola” hanno indetto due giorni di scioperi e mobilitazioni della scuola e del settore educativo e scolastico. Sono state convocate manifestazioni e presidi a Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Livorno, Pisa, Catania e in altre città..

 

Questo sciopero preoccupa non poco le istituzioni e il governo, al punto che la scorsa settimana  il presidente della Commissione di Garanzia, Giuseppe Santoro Passarelli, è intervenuto a gamba tesa da un lato riconoscendo la fondatezza delle motivazioni, dall’altro invocando la precettazione di tutto il personale della scuola.

 

L’Usb -Scuola in un comunicato fa sapere che nei mesi dell’emergenza Covid, ha monitorato le azioni del Ministero dell’Istruzione, ultime quelle per la riapertura degli istituti scolastici, e il risultato è stato miserevole: investimenti scorretti e inadeguati, interventi sull’edilizia scolastica praticamente nulli, complicazioni derivanti dalle innovazioni al sistema di reclutamento dei supplenti.

 

Abbiamo così classi pollaio, mancanza di banchi e DPI, decine di migliaia di cattedre vuote, precari in attesa, ATA insufficienti rispetto ai nuovi compiti, personale internalizzato spesso in regime di part-time perché i contratti full-time (che comunque scadranno il 31 dicembre) sono a macchia di leopardo. Il tutto senza mai avviare un vero confronto con lavoratori e studenti.

 

La propaganda governativa e dei sindacati concertativi dice invece che tutto va per il meglio, e su questa si fonda l’attacco alle organizzazioni che con noi hanno promulgato lo sciopero.

 

Gli studenti dell’Osa denunciano invece un tardivo e strumentale tentativo di cavalcare una protesta montante nelle scuole. La Rete degli Studenti Medi, organizzazione giovanile della CGIL legata a doppio filo al Partito Democratico, dopo aver ignorato le nostre richieste di confronto ha prima attaccato il 25 – provando a influenzare il movimento studentesco romano – per la “presenza di lavoratori e sindacati di base in piazza”.

 

Successivamente ha deciso di sabotare la piazza e di pacificarla rispetto allo scontro con le istituzioni, chiamando una piazza a Montecitorio in contemporanea (e in contrapposizione) a quella al MIUR, per dividere la lotta tra lavoratori e gli studenti stessi, in accordo con la Questura, la stessa questura che da due mesi ci negava la possibilità della piazza a Montecitorio per Venerdi 25 mattina e adesso l’ha regalata ai giovani della CGIL per sabotare  la mobilitazione del 25 settembre.

 

Infine, e non certo per importanza, venerdi 25 sciopereranno anche i lavoratori del trasporto pubblico chiamati alla mobilitazione dall’Usb proprio contro il totale venir meno delle misure di sicurezza antiCovid nei trasporti. Il distanziamento sociale – invocato e spesso imposto per legge – viene completamente meno sugli autobus ridotti a carri bestiame con la riapertura delle scuole, come era facilmente prevedibile.

 

Giovedì e venerdì saranno dunque due giorni di manifestazione comune del disagio di insegnanti, studenti e non docenti, della sofferenza personale e lavorativa, dell’ambizione di svolgere il proprio lavoro in sicurezza e stabilmente!

24/09/2020

Stefano Porcari

da Contropiano

 

Oggi giovedì 24 e domani venerdì 25 settembre, i sindacati Usb, Unicobas, Cub, Cobas Sardegna e gli studenti dell’Osa, con la parola d’ordine “Curiamo la scuola” hanno indetto due giorni di scioperi e mobilitazioni della scuola e del settore educativo e scolastico. Sono state convocate manifestazioni e presidi a Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Livorno, Pisa, Catania e in altre città..

 

Questo sciopero preoccupa non poco le istituzioni e il governo, al punto che la scorsa settimana  il presidente della Commissione di Garanzia, Giuseppe Santoro Passarelli, è intervenuto a gamba tesa da un lato riconoscendo la fondatezza delle motivazioni, dall’altro invocando la precettazione di tutto il personale della scuola.

 

L’Usb -Scuola in un comunicato fa sapere che nei mesi dell’emergenza Covid, ha monitorato le azioni del Ministero dell’Istruzione, ultime quelle per la riapertura degli istituti scolastici, e il risultato è stato miserevole: investimenti scorretti e inadeguati, interventi sull’edilizia scolastica praticamente nulli, complicazioni derivanti dalle innovazioni al sistema di reclutamento dei supplenti.

 

Abbiamo così classi pollaio, mancanza di banchi e DPI, decine di migliaia di cattedre vuote, precari in attesa, ATA insufficienti rispetto ai nuovi compiti, personale internalizzato spesso in regime di part-time perché i contratti full-time (che comunque scadranno il 31 dicembre) sono a macchia di leopardo. Il tutto senza mai avviare un vero confronto con lavoratori e studenti.

 

La propaganda governativa e dei sindacati concertativi dice invece che tutto va per il meglio, e su questa si fonda l’attacco alle organizzazioni che con noi hanno promulgato lo sciopero.

 

Gli studenti dell’Osa denunciano invece un tardivo e strumentale tentativo di cavalcare una protesta montante nelle scuole. La Rete degli Studenti Medi, organizzazione giovanile della CGIL legata a doppio filo al Partito Democratico, dopo aver ignorato le nostre richieste di confronto ha prima attaccato il 25 – provando a influenzare il movimento studentesco romano – per la “presenza di lavoratori e sindacati di base in piazza”.

 

Successivamente ha deciso di sabotare la piazza e di pacificarla rispetto allo scontro con le istituzioni, chiamando una piazza a Montecitorio in contemporanea (e in contrapposizione) a quella al MIUR, per dividere la lotta tra lavoratori e gli studenti stessi, in accordo con la Questura, la stessa questura che da due mesi ci negava la possibilità della piazza a Montecitorio per Venerdi 25 mattina e adesso l’ha regalata ai giovani della CGIL per sabotare  la mobilitazione del 25 settembre.

 

Infine, e non certo per importanza, venerdi 25 sciopereranno anche i lavoratori del trasporto pubblico chiamati alla mobilitazione dall’Usb proprio contro il totale venir meno delle misure di sicurezza antiCovid nei trasporti. Il distanziamento sociale – invocato e spesso imposto per legge – viene completamente meno sugli autobus ridotti a carri bestiame con la riapertura delle scuole, come era facilmente prevedibile.

 

Giovedì e venerdì saranno dunque due giorni di manifestazione comune del disagio di insegnanti, studenti e non docenti, della sofferenza personale e lavorativa, dell’ambizione di svolgere il proprio lavoro in sicurezza e stabilmente!

23/09/2020

da Il Manifesto

Norma Rangeri

 

Se fermiamo la riflessione sul voto alle prime e immediate impressioni, è fuori di dubbio che per chi si riconosce nell’area progressista e democratica, il voto regionale ha portato un buon risultato. Soprattutto perché imprevisto o per lo meno per nulla scontato.

 

C’era il timore concreto e diffuso che i candidati della Toscana e della Puglia non avessero la forza per vincere la partita nel confronto con il centrodestra che si presentava compatto e unito in tutte le Regioni, diversamente dal centrosinistra e dalle forze di governo che, Liguria a parte, marciavano in ordine sparso.

 

Il 3 a 3 è giunto dunque inaspettato consegnando tre messaggi sul piano strettamente politico:

 

  1. il consolidamento del rapporto a livello di governo, con un leader rafforzato, Giuseppe Conte;
  2. l’assestamento della leadership di Zingaretti che, dato per spacciato alla vigilia del voto, ha adesso puntellato la sua segreteria per i prossimi anni;
  3. un probabile rimescolamento delle carte tra i 5Stelle, con il reggente Crimi seduto sulla propria inconsistenza.

L’alleanza tra Pd e grillini andrà avanti a livello nazionale e forse troverà nuove strade di incontro con le prossime elezioni nelle grandi città, una sfida già iniziata, un appuntamento di grande rilievo nazionale.

 

Naturalmente i Di Battista, azzoppati per aver messo mille ostacoli ad un accordo con il Pd, e in particolare con Emiliano in Puglia, tenteranno in qualche modo di far saltare il tavolo.

 

Cosa poco probabile, la riduzione del numero dei parlamentari porterà quelli attuali a tenersi stretto il posto, finché dura.

 

Ma politicismi e calcoli a parte, a sinistra bisognerebbe capire di che vittoria stiamo parlando.

 

Perché due dei vincitori, De Luca ed Emiliano, giocano una partita politica in proprio, molto personale e personalistica, con le radici ben piantate nel populismo, alimentato da un consenso a maglie larghe.

 

Diversa la figura di Giani in Toscana, dato per morto in partenza e invece uscito stravincitore dalla battaglia elettorale.

 

L’unico candidato unitario Pd-M5S era in Liguria e ha perso male. In questo caso rispettando in pieno le previsioni della vigilia. L’elettorato 5S ha mal digerito un grillino critico come Sansa (che coraggiosamente ha dichiarato di votare No al referendum). Ed è stato inutile l’invito, stentato, di Grillo a sostenerlo.

 

L’unità su candidati comuni è da perseguire ma non vuol dire sceglierli alla vigilia del voto.

 

NEL QUADRO GENERALE, curiosamente la débacle nelle Marche è come messa tra parentesi mentre richiede qualche risposta: come è possibile che una Regione guidata dai partiti democratici per 25 anni, cambi cavallo, saltando su uno di stampo fascistoide? A che punto è arrivata la delusione dei marchigiani per sfociare in un cambiamento tanto radicale? Quali errori, e gravi, amministrativi sono stati compiuti negli ultimi anni?

 

E qui arriviamo al dunque, a una questione che riguarda la sinistra, le organizzazioni a sinistra del Partito democratico.

 

Perché se LiberieUguali e Sinistra italiana hanno un significativo, non marginale ruolo all’interno del governo, la presenza sui territori lascia sconcertati. Ma è una verifica da fare se si vuole mantenere viva un’area politica che, in teoria, potrebbe non essere marginale e invece, allo stato attuale delle cose, lo è.

 

Al punto che chiedere uno sbarramento al di sotto del 5 per cento in previsione di una nuova legge elettorale potrebbe essere del tutto inutile.

 

Ammesso e concesso che Zingaretti è il più felice di turno, sull’altro fronte, nel centrodestra, c’è uno sconfitto eccellente, Salvini, con la sua candidata toscana di una inconsistenza imbarazzante, tallonato, dentro la Lega, dallo strabordante successo di Zaia, e fuori dalla leader di Fratelli d’Italia, che ha malamente dissimulato la delusione per il suo Fitto, candidato uscito con le ossa rotte dalla sfida pugliese.

 

NULLA DI GRAVE in confronto all’atmosfera che si respira in un angolo del retropalco dove risiede il partito del Cavaliere, ridotto a pura testimonianza, nonostante la vittoria di Toti.

 

Nel complesso quello che si temeva non è avvenuto: il centro destra non solo non ha sfondato – come qualche inaffidabile sondaggio ha sostenuto – ma ha perso consensi. La marcia trionfale dei fascio leghisti è rinviata a data da destinarsi.

 

Sicuramente più semplice da interpretare, il risultato del referendum offre una buona uscita alle due opzioni.

 

Il No riceve un inaspettato 30 per cento, il Sì un 70 per cento che fa esultare il M5S, tenendo viva la loro «ragione sociale» di fondo, la battaglia contro la casta e i suoi privilegi. Si accontentano di poco visto lo sprofondo che hanno accolto le loro liste regionali, precipitandoli a percentuali da forza medio-piccola.

 

Contenti loro, il governo viaggerà più sereno.

 

Ma ora, chiuso il capitolo election day, c’è poco da esultare. Perché la crisi nella quale è sprofondata l’Italia (come gran parte del Mondo), a causa della pandemia, è dura, violenta, lunga, con l’incubo di un altro «blocco».

Non ci sono più scuse per nessuno.

21/09/2020

 

Non ci erano riusciti Gelli, Berlusconi e Renzi. Ci hanno pensato Di Maio e Zingaretti a dare l’ennesima mazzata alla democrazia costituzionale concretizzando un punto del programma della Lega fatto proprio dal M5S durante le trattative del governo Conte1.

 

È solo l’ultima puntata delle “riforme” fallimentari con cui da un trentennio si restringe la democrazia.

 

Praticamente tutti i partiti erano per il SI e hanno vinto.

Lo hanno fatto col voto dei cittadini che ce l’hanno con i partiti.

Noi di Rifondazione Comunista ci siamo schierati per il No dall’inizio pur sapendo che si trattava di una battaglia difficilissima e controcorrente.

 

Troppo forte il clima di rivalsa contro “la politica” che ha ragioni condivisibili ma che ancora una volta, come negli anni più bui, è stata abilmente indirizzata verso l’antiparlamentarismo.

Il risultato del NO è un miracolo di resistenza positivo e ora che il taglio è avvenuto va rilanciata la lotta per una legge elettorale proporzionale pura e la reintroduzione del voto di preferenza per impedire che le conseguenze siano nefaste.

La truffa per ora è riuscita: i privilegi e le liste bloccate rimangono.

Zingaretti aveva votato Si al referendum di Renzi. Oggi ha vinto con Di Maio, Meloni e Salvini.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

17/09/2020

da il Manifesto

Massimo Villone

 

Referendum. Si può anche affermare che dopo il referendum si dovrà ripartire. Ma in ogni caso va sottolineato a chi pensa di dover ripartire che un parlamento tagliato determina condizioni certamente peggiori per la ripartenza.

 

 

 

Nel referendum sul taglio del parlamento si vota Sì o No?
Un’omissione non da poco, posto che il referendum è un momento che chiama forzosamente alla scelta tra opzioni nette. Ancor più se è un referendum senza quorum, in cui non ci si sottrae alla scelta e dunque non è dato cancellare dalla propria analisi la valutazione dell’impatto di un esito positivo o al contrario negativo del voto popolare. Impatto da valutare soprattutto quando la scelta incide su un’istituzione che nel dopo voto si assume centrale. In tal caso è davvero debole l’argomentazione costruita sulla formula “qualunque sia l’esito”.

 

Dell’ossessione per la governabilità si è scritto a iosa su queste pagine, da parte mia e di altri. Così anche per la necessità di tornare a un proporzionale che renda le assemblee elettive specchio effettivo e non caricaturale del paese; di ridare ai rappresentati la scelta dei rappresentanti; di riparare il danno prodotto dalla marginalizzazione del parlamento attraverso la concertazione tra esecutivi in sedi improprie come la conferenza stato-regioni, strumento principe dell’aumento esponenziale delle diseguaglianze territoriali, economiche e sociali; di ricostruire i partiti politici – anche disciplinandoli con legge – come strumento essenziale per la partecipazione democratica e la vitalità delle istituzioni. Da questi fondamenti, e da altri ancora, il No referendario viene come esito fisiologico e ineludibile, non frutto di improvvida drammatizzazione.

 

È ovvio e condivisibile che si impone un vasto programma di ricostruzione del sistema politico e delle istituzioni, per l’attuazione della Costituzione e il recupero delle garanzie per l’eguaglianza e i diritti. La domanda è: il taglio del parlamento aiuta o reca danno in vista di tale programma? Sarà più o meno facile dopo il taglio rilanciare “la battaglia per una democrazia costituzionale pluralista e conflittuale, che ponga al centro del sistema l’organo della rappresentanza politica e i soggetti del pluralismo”? O assicurare Il pluralismo politico “di chi oggi non trova rappresentanza alcuna, né nelle istituzioni né nelle formazioni politiche”? O affrontare “le grandi e reali questioni che hanno ridotto il Parlamento a zerbino del Governo” fin qui inevase? O approvare modifiche dei regolamenti parlamentari “in grado di assicurare un vero dibattito tra le forze politiche presenti in Parlamento e garantire un’effettiva autonomia dell’attività parlamentare dal Governo”?

 

Con il taglio l’ampia ricostruzione richiesta diventa più difficile, se non impossibile. Tra l’altro, proprio la sua vastità rende probabile che rimanga affidata non a questo parlamento, ma al prossimo, giàtagliato nel caso di vittoria del Sì. Nessuno può oggi dire quali saranno gli equilibri e le voci politiche presenti nelle future assemblee. Assumere che siano favorevoli – o dopo il taglio addirittura più favorevoli – agli obiettivi prima indicati sembra davvero incauto.

 

D’altronde, nemmeno possiamo pensare che il problema sia affrontato e risolto dal parlamento in carica e dall’attuale maggioranza, in quel che rimane – poco o molto che sia – della legislatura.
Con la delegittimazione sostanziale comunque derivante dalla vittoria del Sì, e nel contesto difficilissimo determinato dalla crisi Covid, da dove verrebbe la forza o la voglia di realizzare così ampie e impegnative innovazioni? Sopperirebbe forse a tutto il dibattito culturale – pur apprezzabilissimo – nei pensatoi della sinistra? Non basterebbe da solo. Mentre potrebbe invece trarre forza proprio da una vittoria del No.
Grandi organizzazioni come l’Anpi o l’Arci si sono espresse per il No.

 

È un’indicazione di voto che non guarda al passato, che pure molti di noi ritengono glorioso. Guarda al futuro. Si può anche affermare che dopo il referendum si dovrà ripartire. Forse non deve ripartire chi non si è mai fermato. Ma in ogni caso va sottolineato a chi pensa di dover ripartire che un parlamento tagliato determina condizioni certamente peggiori per la ripartenza.
E allora, senza incertezze o ambiguità, bisogna votare No. E bisogna dirlo.

 

* Presidente del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale e del Comitato per il No al taglio del Parlamento

Massimo Villone

da Il Manifesto

 

Il No cresce, rapidamente. Aumentano le voci contrarie al ritaglio del parlamento, come Saviano su La Stampa (10 settembre) con una intervista duramente critica.

 

Si rafforza la sensazione che il referendum sia diventato contendibile. Secondo un’opinione, perché cresce a destra la convinzione che la vittoria del No – in specie se insieme a una sconfitta delle forze di maggioranza nel voto regionale e locale – sarebbe per il governo una spallata insostenibile.

 

Certo, si consolida nei soggetti politici la consapevolezza che il taglio dei parlamentari è una bandiera – populistica e demagogica – solo per il M5S, che infatti la difende con le unghie e con i denti. Degli altri, nessuno è davvero in campo.

 

Zingaretti in direzione Pd ha difeso un accordo già disatteso dall’altro contraente. Ma sa bene che una parte significativa del gruppo dirigente e dei militanti non lo segue sulla via del Sì, e non lo seguirà.

 

Ribadiamo ancora che il No referendario è contro una cattiva riforma e per la Costituzione, non contro Palazzo Chigi. Nel caso, l’errore è stato fatto da chi ha reso il taglio una condizione per la nascita e la permanenza in carica del governo.

 

Qui può nascere nelle opposizioni l’interesse a usare il referendum per attaccare l’esecutivo. Per noi, pesa invece il peccato originale di aver consentito il baratto tra la Costituzione e un governo. Beni incomparabili.

 

La riforma va respinta perché è priva di validi argomenti, prospetta vantaggi ipotetici, provoca danni certi. Il risparmio – motivazione in sé miserabile – è ormai ridicolizzato. Le comparazioni con altri paesi sono false e fuorvianti.

 

L’aumento dell’efficienza è smentito quotidianamente dalla constatazione che il parlamento non funziona – in aula e nelle commissioni – quando la maggioranza litiga. Litigano oggi in molti, litigherebbero domani in pochi. Mentre è certificato il danno alla rappresentanza, in specie per regioni piccole e medie e le forze politiche minori.

 

A parte il M5S, tutti sanno – e ammettono – che si tratta di una cattiva riforma.

 

I «correttivi» di cui si parla per renderla meno inaccettabile sono lontani dal vedere la luce, e si crea un paradosso. Votare sì è come costruire una casa su fondamenta malferme, con la promessa di rafforzarle poi. Nemmeno l’ultimo capomastro o geometra – con ogni rispetto per la categoria – lo farebbe. Ma è proprio quello che i soi-disant riformatori intendono.

 

Tra l’altro, con correttivi che non correggono affatto.

 

Anche la più proporzionale delle leggi elettorali lascerebbe irrisolto il problema del bavaglio a forze politiche e territori. Lo stesso accadrebbe con la rimodulazione della base elettorale del senato – oggi regionale per l’art. 57 della Costituzione – in circoscrizioni pluriregionali. Per non parlare del mantenimento delle liste bloccate, tuttora previsto dal testo base di Brescia, e della polemica già partita sulla introduzione delle preferenze.

 

Lo stesso vale per Violante, che suggerisce una raccolta di firme per ulteriori riforme. Proprio Violante, ex presidente della Camera, sa quanto poco pesino le firme su una proposta, che il partito potrebbe scrivere e presentare nel giro di qualche ora con il sostegno di decine di parlamentari.

 

Perché non la presenta? Evidentemente pensa che il partner di governo non sia disponibile. E infatti M5S ha già chiuso la porta dicendo che intanto si vota Sì. E allora?

 

Qui la destra ha le idee più chiare. Ha capito che il Sì referendario si può bene iscrivere in una strategia volta a indebolire il parlamento in vista non di correttivi, ma di ulteriori stravolgimenti. Non è un caso che nella rinsaldata sintonia del centrodestra si ritrovi l’Italia delle repubblichette del regionalismo differenziato, riunita sotto l’egida del presidenzialismo e dell’uomo solo al comando.
Lo conferma da ultimo Toti, con un’intervista a La Stampa (10 settembre) in cui apre al referendum «se sarà il primo fiocco di neve che porterà a una valanga», che arrivi al semi-presidenzialismo alla francese, al senato delle regioni e all’autonomia differenziata. Qualifica quella da lui richiesta insieme ai separatisti del Nord come «blanda».

 

Non lo è affatto. Proprio il Covid dovrebbe averci insegnato – ad esempio da ultimo con la scuola – che il paese del fai da te localistico è debole.

 

Qui non si vuole correggere, ma stravolgere, non riformare, ma rottamare. No, grazie.

02/09/2020

Tommaso Fattori

 

Speciale Regionali 2020 TOSCANA – Un’alternativa di sinistra a Giani e Ceccardi, i due candidati fotocopia di Renzi e Salvini

 

Stiamo attraversando una grave recessione causata dalla pandemia e la vecchia politica, rappresentata da Pd e Lega, non è in grado di avanzare soluzioni all’altezza del problema. L’attuale classe dirigente vaneggia, a una sola voce, di grandi opere inutili e cemento, di Olimpiadi e Formula 1, addirittura di riaprire il centro storico di una città come Firenze al traffico per favorire il commercio. Stanno riproponendo, come un disco rotto, le solite, vecchie formule che ci hanno condotto al disastro economico e ambientale.
Se guardiamo alle principali materie di cui si occupa la Regione, il candidato di Renzi, Eugenio Giani, e la candidata di Salvini, Susanna Ceccardi, sono d’accordo pressoché su tutto: sul ruolo del privato in sanità, sulla cosiddetta “autonomia differenziata”, sulle mega-opere inutili e dannose come aeroporto di Peretola e nuove autostrade, sugli inceneritori o sui soldi alle scuole private.

 

Ma non ci troviamo davanti ad una realtà immodificabile, né è obbligatorio adattarci ad un falso bipolarismo. Noi rivendichiamo il nostro diritto alla speranza e diciamo che “un’altra scelta è possibile”. Lo facciamo con un progetto che si rivolge principalmente a chi è precario o non ha lavoro, al 50% di toscane e toscani che non vota più perché non si sente rappresentato dai principali blocchi politici, alle tante persone giovani e giovanissime che hanno già le idee molto chiare in tema di tutela dell’ambiente e della salute, diritti sociali e civili, difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici. E ci rivolgiamo alle donne, non a caso siamo il solo progetto politico ad aver scelto capolista femminili in tutti e 13 i collegi della Toscana.

 

Per superare la crisi senza tornare all’indesiderabile normalità pre Covid-19 è necessaria una radicale svolta verde e a favore della giustizia sociale, che significa prima di tutto creare posti di lavoro stabili e non precari. C’è dunque una prima dimensione immediata, volta a dare lavoro fin dall’autunno attraverso assunzioni di personale in settori pubblici strategici come la sanità e finanziando opere utili al territorio come gli interventi per il contrasto del dissesto idrogeologico, il raddoppio dei binari ferroviari unici, la manutenzione delle strade o dei ponti usati ogni giorno dai cittadini, prima che vengano giù.
Ma al di là dell’immediatezza, occorre dotarci di una nuova politica industriale verde, serve cioè – per parafrasare il celebre testo di Mariana Mazzucato – una Regione imprenditrice e…

*-*

L’autore: Tommaso Fattori è candidato presidente alle regionali toscane per la lista Toscana a sinistra. È stato uno dei leader del Forum sociale europeo ed ha combattuto in prima fila la lotta per l’acqua pubblica. Ora è capogruppo di Sì – Toscana a sinistra in Consiglio regionale. Il 12 settembre alle ore 15 a Massa presso il Bar Hermes di piazza Mercurio parteciperà alla presentazione della propria candidatura organizzata dal Laboratorio politico Left Massa-Carrara

29/08/2020

 

Per la seconda volta la città e la provincia di Grosseto devono subire l'affronto del raduno nazionale di CasaPound, una organizzazione dichiaratamente neofascista che opera a livello europeo disdegnando i diritti umani e le libertà democratiche.

 

L’ANPI leva la sua protesta per la ferita ripetutamente portata alla memoria di quanti anche nella nostra provincia hanno combattuto contro il fascismo e sono morti per ridarci la dignità, e manifesta la massima preoccupazione per l'attivismo, troppo spesso tollerato, di organizzazioni illegali che vogliono riprecipitare il Paese in un regime autoritario e nella dittatura, approfittando della crisi che stiamo vivendo.

 

Per questa ragione l’Associazione Nazionale Partigiani d'Italia chiama i grossetani democratici, di ogni tendenza culturale e politica, ad esprimere la loro ferma condanna per quanto sta avvenendo partecipando alle iniziative che l’Associazione dei Partigiani metterà in atto nei giorni del raduno dell’organizzazione neofascista, insieme a tutte le altre organizzazioni che variamente operano per il bene comune; invita le Autorità pubbliche a metter in campo ogni azione volta al rispetto della legalità, anche in questa occasione, con la piena osservanza delle norme vigenti, e a conformare i rispettivi comportamenti alla dodicesima disposizione finale della Costituzione che recita, ricordiamolo ancora una volta:

 

“E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, ricorrendone tutte condizioni nei confronti di CasaPound e di Forza Nuova e di altre associazioni simili, le quali vanno sciolte applicando finalmente le leggi Scelba e Mancino. La celebrazione di un criminale e, conseguentemente, la rivendicazione delle sofferenze, dei lutti e delle rovine di cui egli è il primo responsabile, non è esercizio del libero pensiero; mentre lo svolgimento di allenamenti e incontri dimostrativi che rimandano al combattimento, perciò alla violenza, rende la circostanza più simile ad una esercitazione militare che ad un evento culturale, per quanto discutibile. Come lo stesso giro motociclistico, che speriamo incontri la contrarietà pacifica dei cittadini dei luoghi interessati: faremo quanto possiamo affinché questo accada. Respingiamo queste provocazioni, tanto più intollerabili in zone come la nostra, caratterizzate da un radicato sentimento democratico e antifascista, e comunque inammissibili in quanto incompatibili con i valori della pace, della solidarietà, dell'uguaglianza e accoglienza sui quali si regge la Repubblica italiana, nata dalla Resistenza.

 

Per testimoniare le nostre idealità democratiche il prossimo 3 settembre, alle ore 18, si svolgerà un flash-mob in piazza san Francesco, già piazza Indipendenza. Vigileremo affinché, specie nel corso del motoraduno, non si verifichi alcuna forma di apologia del fascismo, pronti, nel caso, a presentare la denuncia alla Procura.

 

L’ANPI sollecita ed attende la partecipazione della cittadinanza al flash-mob, nel pieno rispetto delle tutele sanitarie contro il Covid-19, raccomandando l’opportuno distanziamento e l'utilizzo delle mascherine."

 

COMITATO PROVINCIALE ANPI GROSSETO “NORMA PARENTI”

26/08/2020

da Left

Carlo Corsetti

 

Dieci motivi per dire NO e continuare a vivere in un Paese democratico. A cura di Carlo Corsetti, per il Comitato per il NO dei Castelli romani.

 

Lo Statuto del Regno


Il 4 marzo 1848, Carlo Alberto, re di Sardegna, duca di Savoia, principe di Piemonte etc., rinunciando al proprio potere assoluto, “con lealtà di Re e con affetto di Padre” concede ai propri sudditi uno Statuto fondamentale, cioè una costituzione, che istituisce un Parlamento bicamerale, formato da due Camere, il Senato del regno e la Camera dei deputati, che condividano con lui il potere legislativo, così che, per diventare legge, una proposta dovrà prima essere approvata dalle due Camere e poi avere la sanzione finale del re.

 

Il 17 marzo 1861, quando Vittorio Emanuele II, figlio e successore di Carlo Alberto, assume il titolo di Re d’Italia, lo Statuto albertino fu esteso a tutto il nuovo regno, che perciò ebbe anch’esso un Parlamento bicamerale, con un Senato e una Camera, che avevano le stesse funzioni e gli stessi poteri del Parlamento subalpino istituito da Carlo Alberto, con i senatori nominati a vita dal re in numero non limitato e i deputati eletti invece per cinque anni dai cittadini in numero proporzionato al numero degli abitanti del regno. Così, nel 1861, quando questi erano 22 milioni, furono eletti 443 deputati, mentre nel 1921, quando erano diventati 39 milioni, ne furono eletti 535.

 

Ma nel gennaio del 1929, per aumentare ancor più il potere del proprio Governo, diminuendo ulteriormente quello del Parlamento, Mussolini ridusse il numero dei deputati a soli 400 – il numero cui si vuole ridurli oggi! Dieci anni dopo, nel 1939, egli stabilizzò il regime fascista, abolendo la Camera dei deputati e sostituendola con una Camera dei fasci e delle corporazioni, di cui facevano parte di diritto e in numero non limitato soltanto i membri dei principali organi del regime fascista. A ragion veduta, dunque, Umberto Terracini, che aveva passato undici anni nelle carceri fasciste, il 18 settembre 1946 diceva alla Costituente: “Quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni.”

 

La Costituzione della Repubblica


Finita la seconda guerra mondiale, in cui Mussolini aveva precipitato l’Italia, domenica e lunedì 2 e 3 giugno 1946, tutti i cittadini maggiorenni, comprese per la prima volta le donne, furono chiamati a votare sia per scegliere tra monarchia e repubblica sia per eleggere i 556 deputati dell’Assemblea Costituente, che ne avrebbero scritta la Costituzione.

 

Per evitare di “mettersi sul piano inclinato del governo d’assemblea” monocamerale – il pensiero andava alla Convenzione e al Terrore della Rivoluzione Francese – la Costituente decise di ricostituire un Parlamento bicamerale perfetto, come quello del Regno d’Italia, sostituendo però il Senato del Regno nominato dal re con un Senato della Repubblica eletto dai cittadini e perciò dotato degli stessi poteri della Camera dei deputati. Poi, per valorizzarli e distinguerli senza farne dei doppioni, fu deciso che la Camera fosse eletta per cinque anni su base nazionale e il Senato per sei anni su base regionale, e che l’età necessaria per eleggere ed essere eletti alla Camera fosse inferiore a quella necessaria per eleggere ed essere eletti al Senato. Inoltre, fu deciso che il numero dei deputati e dei senatori fosse proporzionato al numero degli abitanti, eleggendo però un deputato ogni 80.000 abitanti (o frazione superiore ai 40.000) e un senatore ogni 200.000 abitanti (o frazione superiore ai 100.000). Così, nel 1948, quando gli italiani erano circa 45 milioni, per il primo Parlamento della Repubblica Italiana furono eletti 574 deputati e 237 senatori; nel 1953, furono eletti 590 deputati e 237 senatori; e nel 1958, furono eletti 596 deputati e 246 senatori.

 

Ma il 9 febbraio 1963, cioè tre mesi prima delle nuove elezioni politiche, considerato da un lato che gli italiani erano già diventati 50 milioni e che la popolazione da oltre un secolo continuava a crescere, e dall’altro lato che i senatori erano troppo pochi per assolvere agli stessi compiti, cui i deputati assolvevano essendo in numero quasi triplo, il Parlamento, revisionando gli articoli 56, 57 e 60 della Costituzione, uniformò a 5 anni la durata massima delle due Camere; fissò il numero futuro dei deputati a 630, numero risultante dal censimento del 1961; infine, aggiungendo 68 unità ai 247 senatori, risultanti da quello stesso, ne aumentò e fissò il numero a 315, cioè alla metà dei deputati, migliorando così l’efficienza e la rappresentatività del Senato.

 

La deforma del M5S


Dopo la vittoria elettorale del 4 marzo 2018, il M5S si accordava con la Lega, formando un governo presieduto da Giuseppe Conte e basato su un Contratto, che al punto 20 prevedeva la rapida attribuzione dell’autonomia differenziata alle Regioni richiesta dalla Lega e la “drastica riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori” richiesta dal M5S. Grazie a questa riduzione, si legge nel Contratto, “diverrà più efficiente l’iter di approvazione delle leggi, senza intaccare in alcun modo il principio supremo della rappresentanza, poiché resterebbe ferma l’elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento”, rendendo “in tal modo possibile conseguire anche ingenti riduzioni di spesa, poiché il numero complessivo dei senatori e dei deputati risulterà quasi dimezzato”: da 945 a 600.

 

L’8 agosto 2019, quando la legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari sta per essere approvata per la quarta e ultima volta, come richiesto dall’art. 138 della Costituzione, la Lega, forte del grande consenso ottenuto alle elezioni europee, esce dalla maggioranza e chiede nuove elezioni politiche. Per evitarle, il M5S, che invece era in forte caduta di consensi, propone al PD, anch’esso in difficoltà elettorali, di formare un nuovo governo presieduto da Conte. Per evitare le elezioni e tornare al governo, pago della promessa fattagli dal M5S di approvare una legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5% e alcune altre modifiche alla Costituzione – abbassare l’età necessaria per eleggere ed essere eletti al Senato, portandola a 18 e 25 anni, come per la Camera; eliminare la base regionale per l’elezione del Senato, eleggendolo su base nazionale, come la Camera; ridurre da 3 a 2 i delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica – che avrebbero limitato i danni prodotti dalla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, contro cui aveva votato per ben tre volte, il PD accetta la proposta e l’8 ottobre 2019, rovesciando la propria posizione politica, vota a favore della “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, che il M5S gli ha posto come conditio sine qua non per tornare al governo.

 

Alcuni senatori, contrari alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, raccolgono allora le firme necessarie per chiedere che il testo approvato dal Parlamento sia sottoposto al referendum previsto dall’art. 138 della Costituzione. Convocato per il 29 marzo 2020 e poi rinviato a causa della pandemia da Covid 19, il referendum è stato ora fissato per il 20 e 21 settembre 2020, insieme alle elezioni amministrative di alcuni Comuni e alcune Regioni. Sì che, in quei giorni, mentre sarà ancora in corso l’emergenza sanitaria da Covid 19, che il Governo ha ritenuto inevitabile prolungare fino al 15 ottobre 2020, tutti i cittadini maggiorenni saranno chiamati a dire SÌ o NO al testo della legge costituzionale, che, modificando gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione, riduce da 630 a 400 il numero dei deputati e da 315 a 200 il numero dei senatori elettivi, stabilendo inoltre che il numero dei senatori a vita di nomina presidenziale in carica non dovrà mai essere superiore a 5.

 

Risparmio


Secondo i capi del M5S, questa “drastica riduzione del numero dei parlamentari” produrrà un risparmio per le casse dello Stato di circa 100 milioni di euro l’anno, pari a circa 1,60 euro per ogni abitante – cifra che molti ritengono largamente arrotondata per eccesso e comunque ben lontana dalle “ingenti riduzioni di spesa”, di cui parla il Contratto M5S-Lega. Confrontati con i quasi 900 miliardi, cui ormai ammonta il bilancio annuo dello Stato italiano, questi pochi milioni, 100, 70 o 50 che siano, tanto vantati dalla propaganda cinquestelle, ricordano piuttosto la metafora della montagna, che tra grandi dolori e lamenti finisce per partorire un topo ridicolo. Un risparmio reale e prezioso in tempi di vacche tanto magre per le casse dello Stato e ancor più per milioni di cittadini, ma che certo non meritava che si cambiasse addirittura la Costituzione per realizzarlo, tanto più che esso inizierebbe tra alcuni anni, poiché il numero dei parlamentari sarebbe ridotto soltanto con le prossime elezioni, previste per il 2023. In verità, se quel modesto risparmio fosse stato il vero scopo della “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, si sarebbe potuto ottenerlo già due anni fa, riducendo dello stesso 36,5 % non il numero dei parlamentari, bensì i loro compensi, portandoli dagli attuali 14.000 euro mensili a 10.000, cifra che sarebbe stata ancora superiore al compenso medio dei parlamentari degli altri Paesi dell’UE e addirittura il doppio dei 5.000 euro, cui il M5S prometteva di ridurre il compenso massimo di ogni pubblico dipendente.

 

Se poi, per qualche arcano risvolto della ideologia cinquestelle, il Parlamento dimezzato fosse stato ritenuto indispensabile, si sarebbe potuto dimezzare il numero dei deputati, da 630 a 315, senza toccare il Senato, che, se ridotto a 200 membri, perderà sicuramente efficienza, visto che nel 1963 fu necessario aumentare i senatori da 247 a 315 proprio per ragioni di efficienza.

 

Efficienza


Dai resoconti del Comitato per la legislazione di Camera e Senato risulta che negli ultimi 12 anni il Parlamento ha approvato 818 leggi: oltre 68 leggi l’anno. Ora, se efficienza è fare presto e bene il proprio dovere, e il primo dovere del Parlamento è fare le leggi, il Parlamento, almeno per farle presto, è certamente efficiente, perché fa più di una legge a settimana; cosa che gli è resa possibile dal suo bicameralismo perfetto, che, contrariamente a quanto in genere si dice e si scrive, non raddoppia, ma quasi dimezza i tempi di approvazione delle leggi, perché permette alle due Camere di lavorare non in successione, ma in parallelo, cioè in contemporanea, su disegni di legge diversi, scambiandosene poi i testi, per fare un controllo incrociato sul lavoro che esse hanno fatto, sì che il testo finale risulterà, se non altro, più ponderato.

 

Il Parlamento, dunque, di leggi ne fa tante. Le fa anche bene? Non potendo né dovendo qui addentrarci in un’analisi qualitativa delle diverse leggi approvate dal Parlamento italiano, diciamo soltanto che, secondo noi, potrebbe farle anche meglio, se per circa l’80 % esse non fossero proposte e spesso imposte dal governo di turno, che sempre più spesso prima le emana come decreti legge, contenenti anche centinaia di articoli di argomento molto diverso tra loro, validi per 60 giorni, durante i quali poi riesce a farle trasformare in leggi, ricattando i parlamentari, con il porre su di esse la questione di fiducia: se non l’approvate, il governo si dimette, si torna alle urne e chi ha votato contro la fiducia sarà espulso dal partito o comunque non sarà ricandidato.

 

Con questi ricatti nei confronti del Parlamento – ricatti incostituzionali, perché l’art. 94 della Costituzione dice che il Governo è fiduciario, non proprietario, delle due Camere – i governi sono riusciti a far credere a molti cittadini, soprattutto a quelli che conoscono meno la Costituzione e le diverse funzioni dei poteri dello Stato, che l’inefficienza, con cui ci scontriamo in tutti gli uffici pubblici, dove non funziona mai niente come dovrebbe, sia colpa del Parlamento, che non farebbe le leggi. Mentre, in verità, la colpa è semmai del Governo, che da un lato lascia gli uffici pubblici – su cui il Parlamento non ha alcun potere, perché essi fanno parte della Pubblica Amministrazione, che, secondo il Titolo III della Parte II della Costituzione, fa parte del Governo – senza il personale e i mezzi necessari, e dall’altro lato spesso non emana neppure i decreti attuativi, senza i quali gli uffici o non possono o non sanno come devono applicare le leggi approvate dal Parlamento, che pertanto vengono applicate solo in parte o in ritardo o rimangono addirittura lettera morta, mentre i governi, anziché governare, passano il tempo a fare nuove leggi e a cambiare la Costituzione.

 

Chi, dunque, volesse risolvere il problema dell’inefficienza dei pubblici uffici, che tanta fatica e rabbia procurano a chiunque abbia a che fare con essi, non dovrebbe preoccuparsi dell’efficienza del Parlamento, che di leggi ne approva anche troppe, ma dell’inefficienza del Governo e della Pubblica Amministrazione, cioè degli uffici pubblici, che non applicano le leggi approvate dal Parlamento. Ridurre, poi, il numero dei parlamentari per aumentare l’efficienza del Parlamento, dando, così, altro potere al Governo, è come dare più potere a un amministratore, che, invece di attuare le delibere dell’assemblea dei condomini, ne attua soltanto le parti che gli sono gradite.

 

Rappresentanza


Secondo il Contratto firmato dal M5S e dalla Lega, “la drastica riduzione del numero dei parlamentari” produrrebbe risparmio ed efficienza “senza intaccare in alcun modo il principio supremo della rappresentanza, poiché resterebbe ferma l’elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento”. 

 

Ora, se è vero che l’elezione è necessaria per garantire la legittimità dei rappresentanti, è anche vero che da sola essa non basta per garantirne la rappresentatività, perché questa non dipende dalla legittimità, ma dalla qualità e dalla quantità degli eletti. Per questo e per favorire il più possibile la partecipazione dei cittadini alla gestione della Repubblica (res publica), la Costituente volle che i membri del Parlamento fossero il più numerosi possibile – il detto “pochi, ma buoni” va bene per le oligarchie, non per le democrazie – e in numero proporzionato al numero degli abitanti, sì che, crescendo il numero dei rappresentati, crescesse anche quello dei loro rappresentanti. Anche perché, disse, il 27 gennaio 1947, il presidente Terracini: “In fondo le elezioni rappresentano soltanto un primo momento, quello della scelta dei responsabili della vita politica del Paese; ma è noto che nell’interno delle Assemblee elette avviene una seconda scelta, naturalmente causata dalle particolari attitudini dei componenti, via via che essi hanno occasione di mettersi in rilievo.” Così, ridurre il numero dei parlamentari significa escludere a priori eventuali nuovi talenti, cosa che nessun allenatore sportivo farebbe, convocando il minor numero di atleti possibile.

 

Nessun dubbio, perciò, che “la drastica riduzione del numero dei parlamentari” produrrebbe una grave riduzione della rappresentatività del Parlamento, che ridotto a 400 deputati, meno dei 443 che aveva nel 1861, quando gli abitanti erano 22 milioni, rappresenterebbe assai male – come una foto a bassa risoluzione – i 60 milioni di abitanti attuali, che pertanto avrebbero sempre più difficoltà ad accettare e rispettare le leggi di un Parlamento, in cui si riconoscono poco o non si riconoscono affatto. Una riduzione di numero e di rappresentatività che colpirebbe in particolar modo il Senato, che, ridotto a 200 senatori, cioè a meno dei 247 che nel 1963 fu necessario aumentare a 315, non potrebbe più adempiere in maniera efficiente agli impegni, cui la Camera adempirebbe invece con 400 deputati. Una riduzione numerica, poi, gravemente ingiusta per Regioni come la Calabria, che con 2 milioni di abitanti, eleggerebbe 6 senatori come farebbe il Trentino – Alto Adige, che ha 1 milione di abitanti, sì che, violando l’art. 48 della Costituzione, secondo cui tutti i voti sono uguali, cioè hanno valore uguale, il voto dei trentini e degli altoatesini varrebbe il doppio del voto dei calabresi. Così dalla “legge truffa” del 1953 si giunge alla deforma truffa del 2019.

 

Elezione


L’art. 48 della Costituzione, parlando degli elettori, dice che “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Gli articoli 56, 57 e 58, invece, parlando di Camera e Senato, dicono che i deputati sono 630 e i senatori 315, che 12 deputati e 6 senatori sono eletti nella circoscrizione Estero e che la Camera dei deputati e i senatori sono eletti “a suffragio universale e diretto”. Quanto alla legge elettorale, con cui essi avrebbero dovuto essere eletti, avendo scelto il bicameralismo perfetto, la Costituente, per differenziare ulteriormente le due Camere e rispettare meglio la diversità di opinioni, che sui sistemi elettorali esisteva anche allora tra i costituenti e tra i cittadini, decise che le due Camere fossero elette con due sistemi elettorali diversi.

 

Il 23 settembre 1947, infatti, su proposta di Antonio Giolitti, comunista, essa approvò il seguente ordine del giorno: «L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale.» Poi, il 7 ottobre, su proposta di Francesco Saverio Nitti, liberale, e di altri 18 deputati, tra cui Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, essa approvò il seguente ordine del giorno: «L’Assemblea Costituente afferma che il Senato sarà eletto con suffragio universale e diretto col sistema del collegio uninominale.» Ma il 20 gennaio 1948, quando, a Costituzione ormai promulgata, si trattò di stabilire la legge con cui sarebbe stato eletto il Senato – la Camera sarebbe stata eletta con il sistema proporzionale, con cui era stata eletta l’Assemblea Costituente – nel fissare il quorum maggioritario, la Costituente approvò l’emendamento di Giuseppe Dossetti, democristiano, che propose di sostituire le parole «metà più uno» della proposta governativa con «settantacinque per cento», quorum altissimo, che la successiva legge elettorale 6 febbraio 1948, n. 29, sostituì con «un numero di voti validi non inferiore al 65 per cento dei votanti», stabilendo, inoltre, che gli altri seggi spettanti alla Regione rimasti vacanti sarebbero stati assegnati alle liste e ai candidati in proporzione ai voti ottenuti.

 

Con questo sistema elettorale, proporzionale non soltanto per la Camera, ma, di fatto, anche per il Senato, gli italiani hanno votato dal 1948 al 1992, quando, in seguito agli scandali partitocratici di tangentopoli e ai referendum elettorali di Mario Segni, nel 1993 esso fu sostituito dal mattarellum, che assegnava il 75 % dei seggi con il sistema uninominale e il 25 % con il proporzionale. Nel 2005, il mattarellum fu sostituito dal porcellum, con cui fu rinnovato per tre volte il Parlamento, ma che, avendo liste bloccate e premio di maggioranza senza soglia, fu dichiarato incostituzionale nel 2014 e sostituito nel 2015 dall’italicum, dichiarato incostituzionale nel 2017, prima ancora di essere applicato, e perciò subito sostituito dal rosatellum, un sistema elettorale misto, che assegna il 37 % dei seggi con il sistema uninominale, il 61 % con il sistema proporzionale e ne riserva il 2 % agli italiani residenti all’estero, senza comunque permettere ai cittadini di eleggere con voto “personale e diretto”, come volle la Costituente e vuole la Costituzione, la persona in cui essi meglio si riconoscano. Sì che gli eletti, anziché preoccuparsi dei propri elettori, che neppure conoscono, si preoccupano dei capipartito, che li hanno messi in lista, in posizione utile per essere eletti.

 

Così, mentre il Governo resta in mano ai partiti, che in 72 anni non hanno ancora attuato l’art. 49 della Costituzione, che pretende da essi il rispetto del metodo democratico, da cui essi rifuggono, il Parlamento, stretto tra le pretese dei partiti e i ricatti del Governo, perde rappresentatività, prestigio e autostima, fino a essere considerato pletorico e nullafacente da molti cittadini, e ad autoinfliggersi la “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, che costituisce la prima ganascia del progetto eversivo della Repubblica, progettato dal M5S e dalla Lega; la seconda è l’autonomia differenziata.

 

Autonomia


Come abbiamo accennato al punto 3. di questo Vienimecum, oltre alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, il punto 20. del Contratto, firmato dal M5S e dalla Lega nel maggio 2018 davanti a un notaio, prevedeva anche, sotto il profilo del regionalismo, l’impegno “di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle competenze necessarie per un autonomo esercizio delle stesse”.

 

Il 6 febbraio 1947, nella Relazione al Progetto di Costituzione, Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75, che l’aveva elaborato, scriveva: “L’innovazione più profonda introdotta dalla costituzione è nell’ordinamento strutturale dello Stato, su basi di autonomia; e può aver portata decisiva per la storia del Paese.” In effetti, nel rifiutare la repubblica federale proposta da Emilio Lussu e Piero Calamandrei, azionisti, l’Assemblea Costituente non intendeva ribadire il centralismo prefettizio dello Statuto albertino, aggravato dalla dittatura fascista, ma intendeva valorizzare al massimo le autonomie locali, secondo i principi del regionalismo autonomista. In questo senso, autonomia regionale nell’unità statale, l’art. 5 della Costituzione proclama che “la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”. Se il compromesso costituzionale, che aveva prodotto questo Stato regionale, fosse stato subito attuato e lealmente applicato, l’autonomia, come scriveva Ruini, avrebbe potuto avere davvero una “portata decisiva per la storia del Paese”; in senso migliorativo s’intende. Ma la Costituzione rimase per decenni inattuata e dimenticata; e quando, negli anni Ottanta, cominciò a tornare al centro del dibattito politico, vi tornò perché chi l’aveva per decenni tradita cominciò a denigrarla come vecchia e bisognosa di aggiornamenti, che furono tentati più volte negli anni Novanta e che nel 2001 portarono alla deforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, voluta soprattutto dai partiti che sostenevano il governo dell’Ulivo.

 

A seguito di questa sciagurata deforma voluta dai partiti dell’Ulivo, per sottrarre consensi alla Lega Nord, che poneva con forza e successo l’aut-aut federalismo o secessione, il terzo comma del nuovo art. 116, richiamato dal Contratto M5S-Lega, prevede che alle Regioni, che le richiedano, lo Stato può attribuire “forme e condizioni particolari di autonomia” in ben 23 materie, articolate in circa 130 funzioni, che toccano tutti gli aspetti della vita sociale ed economica dei cittadini: dal lavoro, alla sanità, alla scuola, all’ambiente, ai trasporti, alle infrastrutture (strade, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti), alla giustizia di pace. Ora, poiché le maggioranze politiche di destra e di sinistra, susseguitesi dopo il 2001, anziché curare l’attuazione del Titolo V deformato, si sono dedicate a deformare altre decine e decine di articoli della Costituzione, finendo però sconfitti nei referendum oppositivi del 2006 e del 2016, oggi, a 72 anni dall’approvazione della Costituzione e a quasi 20 dalla deforma del Titolo V, ci troviamo ancora a dovere difendere l’unità e indivisibilità della Repubblica dalla secessione regionalista promossa dalla Lega, ma anche dal PD, a favore di Regioni, che peraltro hanno dato pessima prova di sé nella pandemia da Covid 19.

 

Altri


Un argomento del tutto assente nel Contratto M5S-Lega, ma molto presente, invece, nella propaganda politica dei sostenitori del SÌ alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, è il confronto tra il numero dei parlamentari italiani e il numero dei parlamentari di altri Paesi, vicini e lontani, federali e unitari, dalla Francia, all’India, agli Stati Uniti d’America.

 

Questo modo di argomentare per una riduzione del numero dei parlamentari non è né nuovo né profondo. Convinto che il numero dei parlamentari previsti dalla Commissione dei 75 fossero troppi, il 16 settembre 1947, parlando alla Costituente, Francesco Saverio Nitti disse: “Accadrà dei legislatori come della nostra moneta, che più ne emettiamo e più diminuisce di valore; più aumenta il numero dei nostri legislatori e più essi diminuiranno di serietà e di prestigio! Sapete l’America quanti senatori ha per ogni Stato? Due. E quanti sono i Senatori? Sono 96. I Deputati invece sono 435, cioè assai meno di noi, della nostra Costituente. Dunque noi abbiamo meno di un terzo degli abitanti degli Stati Uniti e siamo qui dentro molto più numerosi dei rappresentanti degli Stati Uniti che sono soltanto 435.” Ma tre giorni dopo, il 19 settembre, Meuccio Ruini, presidente e portavoce della Commissione dei 75, che aveva preparato il Progetto, su cui allora l’Assemblea Costituente discuteva, disse: “L’onorevole Nitti ha sollevata una questione sul numero dei membri del Parlamento, secondo il progetto. Troppi, ha detto; in nessun altro paese sono tanti quanti voi proponete! Non è così; ho a disposizione dell’onorevole Nitti un quadro, dal quale risulta che se i parlamentari, i politicians, sono in minor numero negli Stati Uniti (e qualcuno se ne lagna, per il carattere «professionale ed oligarchico» che ne deriva), sono di più in Francia, in Inghilterra ed altrove. L’onorevole Nitti troverà resistenza nei piccoli partiti, come il suo, se vorrà ridurre il numero. Siamo ad ogni modo d’accordo: non troppi”.

 

Conosciamo la decisione presa in merito dalla Costituente, sappiamo come essa fu modificata nel 1963, aumentando il numero dei senatori, e come è stata cambiata nel 2019, riducendo i deputati a 400, lo stesso numero cui li aveva ridotti nel 1929 Mussolini, che dieci anni dopo, nel 1939, abolì le elezioni e la Camera dei deputati, dichiarando un anno dopo, il 10 giugno 1940, guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, precipitando così l’Italia nella seconda guerra mondiale, senza che nessuna autorità costituita avesse o trovasse la forza di opporsi a tale follia. In ogni caso, quando oggi si fanno questi confronti, bisogna distinguere almeno tra Stati federali, come USA e Germania, che oltre a un Parlamento federale hanno anche un Parlamento per ognuno degli Stati federati, e Stati unitari, come Francia e Italia, che hanno soltanto il Parlamento nazionale, costituito da un numero di membri necessariamente superiore a quello di un Parlamento federale. Così, per esempio, il Parlamento dell’Unione Europea è costituito da 705 deputati, benché i suoi abitanti siano quasi 450 milioni e gli Stati membri 27, ciascuno dei quali, però, ha almeno un Parlamento nazionale, oltre agli eventuali parlamenti degli Stati federati. Senza tenere conto se non altro di queste grandi differenze istituzionali, che sono il risultato delle storie diverse dei vari Paesi, ridurre il numero dei nostri parlamentari, perché quelli di qualche altro Paese sono di meno, sarebbe come accorciare i pantaloni dei watussi, perché i pigmei li hanno più corti.

 

Del resto: quanti e quali sono gli altri Paesi che, con tutti i problemi che abbiamo e che hanno, stanno spaccandosi per ridurre il numero dei loro parlamentari?

 

NO e poi NO La lettura attenta del punto 20 del loro Contratto dimostra che M5S e Lega mirano a cambiare, con “alcuni interventi limitati, puntuali, omogenei” sulla nostra Costituzione, sia la forma di governo, rovesciando il rapporto di priorità tra Governo e Parlamento, sia la forma di Stato, spostando potere dallo Stato alle Regioni, mutando così radicalmente i delicati equilibri di potere stabiliti dall’Assemblea Costituente, unica ad averne storicamente e giuridicamente il potere e il diritto, poiché il popolo italiano l’aveva eletta con questo specifico scopo.

 

Con la “drastica riduzione del numero dei parlamentari” il Parlamento perderebbe efficienza e rappresentatività, e i parlamentari sarebbero ancora più esposti ai ricatti del Governo, che si serve della questione di fiducia per ottenere l’approvazione delle leggi che pretende, e alle pressioni dei capipartito, che li espellono o li mettono in lista secondo l’obbedienza dimostrata alle loro direttive. Con l’autonomia regionale, invece, differenziata in base ai desiderata delle Regioni, recuperando tacitamente l’emendamento Caronia, che voleva esentarle dall’obbligo di rispettare le leggi dello Stato, ma che la Costituente bocciò seccamente il 3 luglio 1947, la Repubblica “una e indivisibile”, proclamata dall’art. 5 della Costituzione, finirebbe frantumata staterelli regionali, così che l’Italia prederebbe anche l’unità politica conquistata prima con il Risorgimento e le guerre d’indipendenza, e difesa poi con la Resistenza e la guerra di liberazione dal fascismo e dall’occupatore nazista

 

Per questi motivi, chi ama la Costituzione – “Quanto sangue, quanto dolore, per arrivare a questa Costituzione!” diceva, il 26 gennaio 1955, Piero Calamandrei agli studenti milanesi – dovrebbe respingere il progetto eversivo del Contratto M5S-Lega, prima votando NO alla “drastica riduzione del numero dei parlamentari”, pretesa dal M5S, e poi dicendo NO all’autonomia differenziata, pretesa dalla Lega, ma anche dal PD, che porterebbe a un’ulteriore e forse definitiva spaccatura tra il Nord più ricco del Paese e il Sud più povero, con una vera e propria “secessione dei ricchi”.

 

NO e poi NO a codesta deforma.

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