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POLITICA ESTERA

 

16/11/2022

da Contropiano

 

Missili esplosi al confine Polaco.Mosca parla di “provocazione”. Compromessi gli spiragli di trattativa

 

Due missili sarebbero caduti sul territorio della Polonia nella regione di Lublino al confine con l’Ucraina uccidendo due persone. Secondo le autorità polacche si tratta di missili russi. Il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, ha già convocato una riunione urgente del Comitato del Consiglio dei ministri per la sicurezza e la difesa nazionale, come confermato dal portavoce del governo Piotr Muller su Twitter.

 

I vigili del fuoco hanno confermato in precedenza che ci sono state esplosioni a Przewodów nella regione di Lublino, ha riferito il portavoce del quartier generale distrettuale dei Vigili del fuoco statali a Hrubieszów, Marcin Lebiedowicz chiarendo che era arrivata una segnalazione di un’esplosione in essiccatoio di grano. “Due persone sono morte sul colpo. Al momento stiamo mettendo in sicurezza la scena e illuminando l’area d’azione”. Tra le ipotesi al vaglio dei mass media polacchi, in un clima sicuramente teso e caotico, c’è quella di missili russi intercettati e deviati dalla difesa ucraina.

 

A seguito della caduta di missili ritenuti russi in territorio polacco, la Nato esaminerà l’opportunità di una risposta come prevede l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico siglato nel 1949. La reazione all’attacco non è automatica, anche se ne viene legittimata, “Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso”, scrive l’articolo 5, “saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza della Nato. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di Sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali”.

 

Il ministero della Difesa russo, in una nota resa pubblica dalla Ria Novosti ha affermato che: “Le dichiarazioni dei media e dei funzionari polacchi sulla presunta caduta di missili” russi “nell’area dell’insediamento di Przewoduv sono una deliberata provocazione al fine di aggravare la situazione. Non sono stati effettuati attacchi contro obiettivi vicino all’Ucraina e al confine di stato polacco con mezzi di distruzione russi”, ha affermato il ministero.

 

Un portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno lavorando con il governo polacco per raccogliere maggiori informazioni e non sono in grado di confermare i rapporti o altri dettagli. “Determineremo cosa è successo e quali sarebbero i prossimi passi appropriati”, ha detto il portavoce.

 

Una posizione analoga è stata espressa dal portavoce del Pentagono, il gen. Patrick Ryder. “Siamo a conoscenza dei resoconti della stampa secondo cui due missili russi hanno colpito una località all’interno della Polonia o al confine con l’Ucraina”, ha detto il portavoce del Pentagono. “Non abbiamo informazioni in questo momento per confermare che ci sia stato un attacco missilistico”, ha detto Ryder ai giornalisti, aggiungendo che il Pentagono “sta esaminando ulteriormente la questione”.

 

Nella giornata di oggi molte città e regioni ucraine sono state prese di mira da missili russi: Kyiv, Kharkiv, Lviv, Mykolaiv, Kryvyi Rih, la regione di Poltava, Chernihiv, Sumy, Rivne, la regione di Khmelnytskyi e la regione di Vinnytsia. Zelensky ha detto che la Russia ha lanciato circa 85 missili, principalmente contro le infrastrutture energetiche. Ma nessuno dei missili lanciati oggi risultava aver colpito zone al confine della Polonia, neanche quelli che hanno colpito Lviv (Leopoli) che pure è la città ucraina più occidentale e vicina al confine polacco.

 

Ad alzare ancora di più la tensione nella regione, durante il pomeriggio le autorità di Kiev avevano comunicato alla società russa Transneft che il flusso del petrolio verso l’Ungheria tramite l’oleodotto Druzhba, che transita attraverso  l’Ucraina, era stato temporaneamente sospeso a causa della caduta della pressione. Il governo ungherese ha convocato il Consiglio di Difesa per discutere dell’emergenza energetica che questo può provocare al paese.

 

E’ doveroso rammentare, e con qualche brivido lungo la schiena,  che un incidente al confine con la Polonia, in quel caso a Gleiwitz (l’attuale Gliwice) il 31 agosto 1939, fu il casus belli per la Seconda Guerra Mondiale. E’ appurato che si trattò di una operazione false flag della Germania nazista per avere il pretesto di invadere la Polonia.

 

In questi giorni in molti avevano colto finalmente segnali e spiragli per raggiungere un cessate il fuoco e l’avvio di un negoziato tra Ucraina e Russia. Un “incidente di frontiera” con un paese Nato, anzi con uno dei maggiori paesi bellicisti europei della Nato, è destinato a chiudere brutalmente questi spiragli e diradare questi segnali. Come dire, è una mano santa per chi vuole continuare la guerra contro la Russia. Ragione per cui l’odore di una operazione false flag è fortissimo. Ci auguriamo di essere smentiti, ma il problema è che gli incidenti alla frontiera della Polonia sono sempre stati fonte di tragedia per l’Europa.

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

15/11/2022

da Left

Giulio Cavalli

 

Il governo Meloni vuole riprendere le trivellazioni in Adriatico ancora più vicino alla costa. Invece di puntare sulle fonti rinnovabili, si rilancia lo sfruttamento ed il consumo del gas naturale, denuncia il Coordinamento nazionale No Triv

 

Il Coordinamento nazionale No Triv (a cui aderiscono centinaia di associazioni di tutta Italia) prova a spiegare perché la decisione del governo non abbia senso.

 

«Con un emendamento al Dl Aiuti-Ter approvato il 4 novembre il governo Meloni rompe il muro delle 12 miglia consentendo nuove trivellazioni in Adriatico anche fino alla distanza di 9 miglia marina dalle linee di costa. Viene così meno il divieto di nuove attività di ricerca e coltivazione di gas che, fatte salve alcune eccezioni, era stato introdotto nella Legge di stabilità 2016 modificando il precedente articolo 6, comma 17, del Decreto legislativo 152/2006, sulla spinta della campagna referendaria No Triv.

 

L’area marina interessata, posta al largo del Delta del Po e vasta 126 chilometri quadrati, è compresa tra il 45° parallelo, poco più a sud del golfo di Venezia, e il parallelo passante per la foce del ramo di Goro nel fiume Po. Qui si potrà quindi trivellare anche a solo 9 miglia dalla costa a condizione che si sfruttino giacimenti con un potenziale minerario di almeno 500 milioni di metri cubi: un vero incubo per i residenti ed i Comuni del Polesine, più volte duramente colpiti dal fenomeno della subsidenza.

 

Nella relazione illustrativa del provvedimento si citano ben 5 permessi di ricerca che insistono parzialmente o integralmente in quest’area e di questi, uno riguarda la costa veneta, con il 40% dell’area interessata oltre le 9 miglia e, quindi, potenzialmente coltivabile.

 

Obiettivo dichiarato del governo è riammettere a produzione le concessioni presenti in Adriatico fino ad esaurimento dei giacimenti senza tuttavia considerare che parte di quelle concessioni è scaduta e che le concessioni hanno comunque una durata ben definita che prescinde dall’esaurimento o meno del giacimento.

 

L’emendamento approvato nel Consiglio dei ministri introduce pesanti deroghe al Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai): estende la misura prevista per l’area marina al largo del Delta del Po a tutte le aree marine, consentendo quindi il rilascio di concessioni per la coltivazione di gas anche tra le 9 e le 12 miglia marine per giacimenti con un potenziale superiore ai 500 milioni di metri cubi; inoltre prevedendo attività di ricerca e di estrazione di gas in alcune aree interdette, ma non ancora individuate, dal Pitesai.

 

L’insieme delle misure varate dall’esecutivo dovrebbe consentire di ottenere in 10 anni 15 miliardi di metri cubi di gas, di cui 2 subito, che andrebbero ad aggiungersi agli attuali 3,5.

 

Negli intendimenti del governo la misura ha lo scopo di mettere a disposizione di un numero imprecisato di imprese gasivore italiane -si stima possano essere 150- gas naturale ad un prezzo calmierato, quindi inferiore a quello ancorato all’indice Tff di Amsterdam.

 

La procedura scelta è simile a quella definita del Decreto legge n. 17 del 2022, approvato dal governo Draghi: sarà il Gruppo Gse a raccogliere le eventuali manifestazioni di interesse provenienti dalle compagnie Oil&Gas titolari delle concessioni e a stipulare contratti di fornitura di durata decennale ad un prezzo, che verrà fissato con decreto, compreso tra un minimo di 50 euro ed un massimo di 100 euro per megawattora.

 

La scelta di Meloni e della maggioranza che la sostiene, al tempo del Referendum del 2016 contraria a nuove attività estrattive in mare entro le 12 miglia marine, mostra limiti evidenti: non incide sulle cause strutturali del caro-energia che sta colpendo duramente tutte le imprese (non solo quelle gasivore) e le famiglie; premia i principali player dell’Oil&Gas – Eni tra tutti – che hanno tratto enormi profitti grazie alla crisi; promuove l’estrazione ed il consumo di gas naturale assestando un duro colpo alla transizione energetica.

 

Le cause del caro energia sono ormai note da tempo: mix energetico delle fonti di generazione elettrica sbilanciato a favore del gas, meccanismo di formazione del prezzo sulla borsa del gas e sulla borsa elettrica, ecc.. In particolare, il prezzo del gas risente fortemente delle manovre speculative di pochi operatori che, facendo cartello, determinano l’andamento della borsa di Amsterdam.

 

Paradossalmente, a beneficiare della misura saranno soprattutto coloro che hanno tratto maggiore vantaggio dalla crisi energetica. La maggior parte delle concessioni fanno capo a Eni, la stessa che nei primi 9 mesi del 2022 ha portato a casa utili per 10,8 miliardi di euro. Come? L’Eni, che importa circa la metà del gas naturale importato dall’Italia in un anno, si approvvigiona di gas per il 61% del suo fabbisogno dalle importazioni tramite contratti pluriennali (fino a 30 anni), a prezzi blindati e secretati dallo Stato, espressi sostanzialmente dai prezzi doganali. Il prezzo di riferimento per le sue vendite di gas a terzi è però quello spot-Psv (Ttf). Il differenziale tra prezzo spot-Psv (Ttf) e prezzo doganale fa sì che Eni, al pari di altri operatori, tragga profitto dal caro-gas.

 

La linea estrattivista dettata da Meloni risponde in modo errato ad un problema reale ed incentiva l’estrazione di modesti quantitativi di gas “nazionale” rallentando la già lenta transizione energetica in atto nel nostro Paese. Piuttosto che spingere sulle leve dell’efficienza e delle rinnovabili, il governo rilancia lo sfruttamento ed il consumo del gas naturale, rendendo ancor più dipendente famiglie ed imprese da una fonte energetica di cui il nostro Paese è povero.

 

Le riserve di gas accertate dal Mite al 31/12/2021, tra certe, probabili e possibili, ammontano a 111.075 miliardi metri cubi ma la concreta possibilità di sfruttamento riguarda soltanto 70/80 di essi. Premesso che, secondo dati Arera, nel 2021 i consumi di gas naturale hanno toccato quota 74 miliardi di metri cubi, le riserve nazionali di gas concretamente disponibili potrebbero far fronte alla domanda interna per 12 mesi o poco più.

 

Si tratta di quantità non disponibili tutte e subito e, comunque, non rinnovabili una volta esaurite. I freddi numeri ci dicono quindi che “sovranità energetica” e “nuove estrazioni di gas nazionale” sono un ossimoro e che l’approccio del governo è dettato da una visione ideologica.

 

Ma non è tutto. Il nuovo mix energetico voluto da Meloni avrà immediate ricadute in termini di mancato rispetto degli obiettivi climatici ed ambientali che l’Italia si è impegnata a rispettare in sede internazionale. Ne consegue che anche il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) ed il Pnrr, che si riconnette al primo, dovranno essere riscritti. C’è da stupirsi, a questo punto, che in sede Cop 27 Meloni chieda di rallentare l’uscita dalle fonti fossili?

 

In un quadro di così lucida coerenza “fossile” non deve parimenti stupire che il governo non abbia inserito nell’ordine del giorno della seduta del 4 novembre l’approvazione delle norme attuative sulle Comunità energetiche rinnovabili e le linee-guida per identificare le aree idonee su cui installare impianti fotovoltaici, misure attese da mesi e che potrebbero consentire la realizzazione di almeno 10 GW/anno di nuova generazione elettrica in un Paese, come il nostro, “baciato dal sole” come pochi altri ma in cui metà della produzione di energia elettrica dipende dal gas.

 

Meloni e la sua maggioranza hanno, evidentemente, ben altre priorità».

 

Nella foto. frame di un video sulle azioni di protesta di Greenpeace in Adriatico nel 2018

SANITA' ED AMBIENTE   

 

12/11/2022

USB Sanità

 

USB verso lo sciopero generale del 2 e manifestazione nazionale del 3 dicembre per chiedere investimenti, assunzioni e stabilizzazioni

 

Nonostante la pandemia sia tutt'altro che finita si torna, come ampiamente previsto, a ridurre il finanziamento per il fondo sanitario nazionale pur a fronte di stime di crescita costante del PIL. Nella nota di aggiornamento al documento di economia e finanza appena licenziato, la spesa sanitaria, infatti, tornerà a ridursi in termini assoluti e in percentuale al PIL fino al 2024, per trovare una sorta di stabilizzazione al ribasso solamente nell’anno successivo. Inoltre la spesa corrente, che pur registra un lieve aumento nel triennio 2023-2025, si dimostra ampiamente insufficiente a coprire il rialzo dell’inflazione ed a compensare le maggiori spese energetiche.

 

Si sta quindi rapidamente andando verso un ulteriore sottrazione di risorse alla sanità pubblica che potrebbe rappresentare - data la cronica mancanza di personale sanitario causata da un decennio di tagli lineari, dalla difficoltà attuale nel reperirlo a causa di stipendi non adeguati e di pessime condizioni di lavoro e dall’impossibilità di continuare a garantire l’erogazione dei servizi e delle prestazioni - il capolinea del servizio sanitario pubblico e universale così come lo conosciamo.

 

Previsioni fosche che confermano quanto sia stata effimera la considerazione della quale ha goduto la sanità pubblica durante la pandemia e di quanto siano state volatili le promesse di un suo rafforzamento strutturale e, calato per scelta politica il sipario sull’emergenza Covid, la sanità è tornata ad essere la maglia nera delle priorità del governo attuale come lo è stata degli altri che lo hanno preceduto.

 

Dopo un decennio nel quale la scure dei tagli si è abbattuta con violenza sulla sanità e sul diritto alla salute dei cittadini si è raggiunto un limite del quale non dobbiamo consentire il superamento pena l’eutanasia del servizio sanitario nazionale e con lo sciopero generale del 2 dicembre e la successiva manifestazione nazionale del 3 anche le lavoratrici ed i lavoratori della sanità saranno chiamati a scendere in piazza per invertire la rotta e per chiedere investimenti, assunzioni e stabilizzazioni.

 

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

11/11/2022

da Contropiano

di Dante Barontini

 

Il governo Meloni annaspa sui naufraghi.Un grande affare, veramente!

 

Ci sarebbe da essere contenti di aver capito i problemi che questo governo avrebbe incontrato se avesse provato a fare quel che le forze che lo compongono avevano variamente promesso in campagna elettorale. Ma dobbiamo ammettere che la velocità con cui accumula figuracce sul piano interno e internazionale è veramente sorprendente.

 

La polemica con la Francia sui profughi prima bloccati, poi “selezionati” e infine fatti scendere tutti a terra, a Catania, fa infatti dubitare che i “nuovi padroni” di Palazzo Chigi siano nel pieno possesso delle proprie facoltà.

 

Di fronte allo spettacolo ignobile nel porto siciliano, giovedì la Francia ha annunciato che avrebbe accolto nel porto di Tolone la nave Ocean Viking, della ong SOS Mediterranée, con a bordo 234 persone migranti, cui il governo di Giorgia Meloni aveva impedito l’attracco in Italia.

 

I Salvini et similia aveva subito gridato alla vittoria (“è finita la pacchia”, o qualcosa di simile), salvo dover incassare subito dopo un colpo da ko: “La Francia sospende l’insieme delle redistribuzioni dei 3500 rifugiati a beneficio dell’Italia e chiama tutti gli altri partecipanti al meccanismo europeo, soprattutto la Germania, a fare altrettanto“.

 

Così il ministro dell’Interno francese, Darmanin, dopo aver annunciato l’intenzione di non procedere alla prevista rilocalizzazione dei rifugiati dall’Italia entro il 2023, ha esortato gli altri Paesi partecipanti al meccanismo a fare lo stesso.

 

In pratica, una chiamata a tutta l’Unione Europea, che ovviamente ha subito risposto. Nel soccorso ai naufraghi, secondo i trattati, il criterio prevalente è territoriale, comprese le acque territoriali, e non quello della bandiera battuta dalle navi (una delle tante “invenzioni creative” che questo governo ha sciorinato nelle interviste). 

 

«I cittadini di Paesi terzi presenti sul territorio, incluse le acque territoriali – ha puntualizzato una portavoce della Commissione Ue – possono fare domanda di asilo e, in quel caso, è richiesto agli Stati membri di dare effettivo accesso alle procedure d’asilo. Abbiamo un chiaro quadro giuridico in vigore».

 

Neanche la Francia è un paese particolarmente “accogliente”, anzi, e le scene alla frontiera di Ventimiglia o nell’alta Val Susa hanno fatto negli anni il giro del mondo. Proprio in queste ore, a conferma della “linea dura”, Parigi sta schierando altri 500 poliziotti al confine con l’Italia, per impedire che vengano fatti passare immigrati “di straforo”, fuori dagli accordi internazionali.

 

E’ qui che il governo Meloni ha pestato l’ennesima mina (o qualcosa di più puzzolente) per pura volontà di farsi facile propaganda sulla pelle di pochi disperati raccolti in mezzo al mare.

 

Tra i paesi dell’Unione Europea, infatti, esistono già numerosi accordi che regolano sia “il contrasto all’immigrazione clandestina” che i mezzi militari con cui questo obiettivo viene perseguito.

 

Frontex è di fatto l’agenzia che unifica l’azione delle Guardie costiere nazionali, pianifica i rimpatri forzati di quanti – comunque entrati in territorio europeo – non “meritano” l’accoglienza o la qualifica di “rifugiato politico”, nonché la redistribuzione dei profughi tra i vari paesi membri.

 

Un meccanismo infernale, spesso assolutamente disumano, ma comunque frutto delle trattative tra i diversi Stati e dunque imperativo per ognuno di essi. Italia compresa.

 

Ricordiamo anche che dal momento dell’insediamento del governo Meloni sono stati raccolte in mare poco più di 9.000 persone. Quasi tutte dalle navi militari del Frontex, e appena poco più di 800 dalle quattro navi Ong su cui si è concentrata l’offensiva mediatica della destra al governo.

 

Il che è già “curioso”, diciamo così… Sono tutti “immigrati”, no? E tutti salvati dal naufragio. A prescindere dal fatto che i salvataggi siano stati effettuati da navi militari oppure delle Ong, oppure ancora da navi commerciali o pescherecci di passaggio (le leggi internazionali, e soprattutto la “legge del mare” obbliga chiunque a salvare chiunque sia in difficoltà), i salvati vanno trattati secondo le stesse regole stabilite dagli accordi europei che l’Italia ha sottoscritto.

 

Perché dunque sparare in prima pagina la pagliuzza del “carico residuale” delle navi umanitarie e fare silenzio assoluto sulla trave di Frontex?

 

Per un banale calcolo elettoralistico, anche se si è appena votato. Qualcuno – e non solo Salvini – pensa che blaterare di “immigranti clandestini” sia utile a far passare sotto traccia provvedimenti economici in piena continuità con il governo Draghi e tutti quelli che li hanno preceduti (alla faccia della “discontinuità”).

 

E’ un po’ quello che avevamo visto già prima del voto. Un governo “euro-atlantico” come tutti gli altri sulle questioni fondamentali (guerra e sanzioni contro la Russia, rispetto assoluto del Pnrr e dei vincoli europei), ma “fieramente nazionalista” sulle questioni ritenute minori perché “non costose”, come i diritti civili e, appunto, i migranti.

 

La stolidità clamorosa dei nuovi governanti però si vede proprio da questa illusione di “sovranità limitata”: anche queste “questioncelle” sono infatti già ampiamente regolate da trattati in vigore da anni. E dunque infrangerli comporta un prezzo politico, più o meno alto.

 

Sarebbe comprensibile – e nel breve periodo costosissimo – “rompere i trattati” sulle questioni centrali per la vita delle classi popolari (quelli che regolano le politiche di bilancio e fiscali, la spesa pubblica e le “riforme” dettate da Bruxelles, ecc), ma per farlo occorre avere una strategia e obiettivi davvero alternativi. Ossia che disegnino un altro “sistema”, in aperto contrasto con il neoliberismo euro-atlantico, per cambiare modo di vivere e produrre.

 

Ma a che serve maramaldeggiare su qualche centinaio di naufraghi se non a farsi trovare col cerino in mano da tutta la presunta “comunità” (europea) di cui ci si è dichiarati il giorno prima “fieri di appartenere”?

 

Vediamo il risultato di questo scontro con la Francia (per ora): Parigi accoglie i 234 naufraghi a bordo della Ocean Viking, anche se fuori dalle procedure dell’accordo Frontex. Ma rifiuta di prendere i prossimi 3.500, provenienti dall’Italia, che andavano redistribuiti secondo quell’accordo.

 

E soprattutto chiama tutta l’Unione Europea a fare altrettanto.

 

Un grande affare, veramente!

 

Come vedete, ci siamo astenuti da ogni considerazione morale e politica di alto profilo. Ci siamo limitati a “calcolare” vantaggi e svantaggi delle mosse del governo Meloni sul terreno che aveva scelto.

 

Trovando inevitabilmente conferma di quella sentenza storica definitiva: i reazionari sono degli imbecilli che alzano una pietra al cielo per farsela ricadere sui piedi…

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

09/11/2022

da USB

 

Il 3 dicembre tutte/i a Roma per la manifestazione nazionale contro la guerra e il carovita: “Giù le armi, su i salari”

 

Il governo Meloni ci sta trascinando sempre più dentro una spirale di guerra dagli esiti imprevedibili. L’Italia è evidentemente un paese belligerante e attivo nel conflitto, nonostante la grande maggioranza della popolazione sia contraria alla guerra e al conseguente forte aumento delle spese militari.

 

Per sostenere queste ultime, ci si chiede di aderire a una economia di guerra che si colloca in piena continuità con l’operato del precedente governo Draghi, e più in generale con tutti gli esecutivi che in questi anni ci hanno chiesto di pagare con l’austerità i costi di crisi che non abbiamo creato né voluto. Mentre i salari, le pensioni, i redditi da lavoro e gli ammortizzatori sociali sono al palo da anni, il fortissimo aumento dei prezzi per tutti i beni e servizi essenziali produce un peggioramento generalizzato delle condizioni di vita. Ormai arrivare a metà del mese è un problema, altro che alla fine...

 

E in questo contesto è inaccettabile che la gran parte dei sostegni vada alle grandi imprese! Altro che flat tax, taglio del cuneo fiscale, cancellazione del reddito di cittadinanza e riduzione dei servizi pubblici, controriforma della scuola e ulteriore taglio della sanità pubblica: serve che si colpiscano i grandi profitti e i patrimoni accumulati per decenni.

 

Le risorse ci sono, come dimostra la vicenda dei 40 miliardi di extraprofitti ottenuti con la speculazione sul prezzo del gas, e vanno messe a disposizione di salari, pensioni e per aumentare il reddito degli strati sociali più colpiti dalla crisi, in primis i precari e i disoccupati.

 

Anche le promesse avanzate nei mesi scorsi sul tema della conversione ecologica si sono tradotte in progetti di installazione di nuovi rigassificatori e inceneritori in diversi territori, utili al business dei soliti noti e non certo alla salvaguardia dell'ambiente. Si ricomincia a parlare di grandi opere inutili (come il Ponte sullo stretto), mentre scuole, università, strutture sanitarie, territori stravolti dal dissesto idrogeologico, dal cambiamento climatico e dalla speculazione cadono e franano letteralmente in testa alle persone che li attraversano.

 

In poche settimane, il nuovo governo ha già pienamente svelato la propria natura reazionaria, con l'attacco ai diritti e alle agibilità democratiche, la criminalizzazione degli immigrati e un'ulteriore inasprimento della repressione del conflitto sociale e sindacale, come dimostra l'introduzione nel codice penale del reato di “occupazione abusiva e raduni illegali” che rafforza e generalizza le norme repressive già esistenti.

 

Dai posti di lavoro alle scuole e alle università; dai movimenti per la difesa dell'ambiente alle realtà sociali e sindacali indipendenti e conflittuali: è ora di dire basta!

 

Sabato 3 dicembre alle ore 14 - Roma – p.zza della Repubblica -  Manifestazione nazionale

 

Si Cobas – Unione Sindacale di Base – Sindacato Generale di Base – Confederazione Unitaria di Base - Movimento di lotta disoccupati 7 novembre - Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali – Movimento per il diritto all'abitare - Prendiamo Casa Cosenza - Genova City Strike - Perugia Solidale - Cambiare Rotta organizzazione giovanile comunista - Laboratorio politico Iskra - Osservatorio Repressione – Opposizione Studentesca d’Alternativa - Potere al Popolo – DemA – ManifestA - Partito della Rifondazione Comunista - Unione Popolare - Fronte della Gioventù Comunista – Rete dei Comunisti - Fronte Comunista - Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria – PLAT Piattaforma di Intervento Sociale – Collettivo Militant – Casa del Popolo Teramo - Centro sociale Intifada – Dazebao Centocelle – Operatori Sociali Autorganizzati Perugia - Spazio Catai Padova - Centro Internazionale Crocevia - Centro sociale Nuvola Rossa (Rc) – Spazio Pueblo (Cava de’ Tirreni) – Collettivo No al Fossile Civitavecchia – Comitati contro il rigassificatore di Piombino – FIR La voce delle lotte

 

POLITICA NAZIONALE |  POLITICA ITALIANA

 

07/11/2022

da Left

Giulio Cavalli

 

Le bestie sono sulla terraferma

 

Le persone salvate in mare dalla nave Humanity a Catania sono sottoposte allo “sbarco selettivo”: per salute, genere ed età. E gli altri naufraghi? In 35 sono costretti a restare a bordo, li chiamano “carico residuale”

 

Lo chiamano “sbarco selettivo” ma è bestiale razzismo. Scegliere chi far sbarcare a Catania in base a «salute, genere ed età», come spiega Petra Krischok, tuttora a bordo della nave Humanity, e portavoce di Sos Humanity non è solo contrario a qualsiasi legge ma è una selezione di “degni e non degni” tra i disperati. Se non sono disperati, come credono questi al governo, allora non si capisce perché non mandarli indietro tutti.

 

«I naufraghi sono sfiniti», sottolinea a LaPresse la Ong, facendo presente che uno di loro ha avuto un esaurimento nervoso. E Sos Humanity avverte: «Non ci è stato chiesto di partire, noi restiamo nel porto e abbiamo intenzione di sbarcare anche gli altri 35 naufraghi ancora a bordo». Intanto la procura di Catania ha aperto un’inchiesta sulla possibile presenza di scafisti su nave: le indagini della Squadra mobile mirano ad individuare eventuali componenti dell’equipaggio delle due barche soccorse dalla Ong nel Mediterraneo. “Carico residuale”, hanno chiamato gli altri. Come se fossero merci rispedite al mittente.

 

Intanto a Catania è arrivata la nave Geo Barents di Msf: la storia si ripete. A bordo ci sono 572 naufraghi, e secondo quanto riporta Candida Lobes di Msf, che è sulla nave, «ci sono donne incinte, bambini, la più piccola di 11 mesi, persone che hanno subìto ripetute violenze in Libia, e hanno bisogno di sbarcare in un posto sicuro».

 

A Meloni, Piantedosi e Salvini arrivano i complimenti di Orbàn e questo è un ottimo indizio per capire come l’europeismo mimato da Meloni fosse tutto uno schifoso bluff. A Orbàn piacerebbe anche sapere che ai giornalisti è stato impedito di assistere alle operazioni di sbarco e di soccorso. Ricardo Gutièrrez, segretario generale della Federazione europea dei giornalisti, fa sapere che «casi simili si sono verificati in Grecia, Polonia e Ungheria» e la giurisprudenza ha sempre «confermato il principio di libertà di accesso per i giornalisti, soprattutto se intervengono forze dell’ordine. Ciò che accade in Italia non mi pare normale».

 

Come fa notare la giurista Vitalba Azzollini «il ministro Piantedosi e gli altri firmatari del decreto pensano che per evitare l’accusa di respingimento, vietato dall’art. 33 Convenzione di Ginevra (e non solo), basti l’eufemismo “assicurare l’assistenza occorrente per l’uscita dalle acque territoriali”? Il concetto è uguale». «Oltre il danno, la beffa. Persone rimandate in mezzo al mare, senza assistenza di traduttori, mediatori culturali, legali che spieghino loro come difendersi da questo respingimento, come possono fare ricorso al Tar? Una presa in giro. Svuotare il diritto di difesa: ecco fatto», spiega Azzollini.

 

Benvenuti nel governo Meloni.

 

 

POLITICA NAZIONALE |  POLITICA ITALIANA

 

04/11/2022

da Left

Di Mauro Sentimenti

 

Il 5 novembre in piazza, per la pace. Una risposta a Flores D’Arcais

 

Chi lo ha detto che l’Ucraina, la sua popolazione e i suoi confini si possono difendere solo con la guerra e non all’opposto tramite la mediazione internazionale che come primo obiettivo deve proporsi di garantire la sua integrità territoriale?

 

Due modi di intendere la pace e la guerra: a proposito dell’appello di Flores D’Arcais ed altri apparso su Micromega relativo alla manifestazione di Europe for Peace. Tutti a Roma il 5 novembre.

 

Cessate il fuoco e immediata conferenza internazionale di pace sono gli obiettivi per i quali Europe for peace ha indetto la manifestazione del 5 novembre. Flores D’Arcais e altri invitano a parteciparvi sulla base di una indicazione, implicitamente denigratoria di quegli stessi obiettivi, secondo la quale «pace vuol dire il ritiro dell’aggressore entro i suoi confini, ogni altra soluzione sarebbe un premio a chi la pace l’ha violata», dato che «Quando una dittatura imperialista invade con il suo esercito una democrazia…la risposta, per ogni democratico, è adamantina».

 

Le differenze tra le due posizioni sono reali e profonde: quella di Flores D’Arcais segnata da manicheismo impolitico, bene contro male, di cui è facile mostrare la fragilità; quella di Europe for Peace che mentre condanna senza riserve la Russia guarda anche a cause e conseguenze della guerra, agli obiettivi da raggiungere con una conferenza internazionale di pace. Chi lo ha detto che l’Ucraina, la sua popolazione e i suoi confini si possono difendere solo con la guerra e non all’opposto tramite la mediazione internazionale che come primo obiettivo deve proporsi di garantire la sua integrità territoriale? Aiutando la popolazione sanzionando la Russia, puntando tuttavia ad affrontare contestualmente i problemi da cui la stessa guerra è stata originata: mancato rispetto degli accordi di Minsk, allargamento Nato, diritti minoranze russofone, referendum sotto controllo Onu, mancata ripresa dei trattati di non proliferazione nucleare e di sicurezza per tutti, aumento esponenziale spese militari a scapito di ambiente, fame, uguaglianza.

 

Come dice Bernie Sanders, con lo stesso realismo di Europe for Peace, «non abbiamo visto sanzioni contro gli americani quando hanno distrutto l’Iraq. Anche se la Russia non fosse stata governata da un oligarca corrotto e da un leader autoritario come Putin, Mosca continuerebbe ad avere interessi nella security policy dei propri vicini» (Intervento al Congresso Usa, febbraio 2022). La scelta di inviare armi all’Ucraina è sbagliata – anche senza scomodare la Costituzione – per due semplici ragioni: La prima: bastano e avanzano quelle fornite all’esercito ucraino in enormi quantità da 10 anni a questa parte da Stati Uniti e Nato (senza consultare né Onu né Ue); La seconda: il contributo in armi dell’Europa ci rende patetiche comparse in un dramma governato politicamente e militarmente da altri (Usa e Nato) che impediscono in via di principio un ruolo politico autonomo dell’Europa stessa e dell’Onu nella ricerca di una soluzione pacifica. Impossibile non vedere che sono gli Stati Uniti a decidere se e quando fermare la guerra: non solo per tutelare il giusto diritto di quel Paese alla propria sovranità ma agli ulteriori scopi di riscrivere la geopolitica globale, favorire un riarmo generalizzato e rendere sempre meno evitabile la prossima guerra contro la Cina. Questo non giustifica in alcun modo la Russia ma spiega di che cosa stiamo parlando. Impossibile non vedere ma i firmatari dell’appello ci riescono. Come scrisse Musil parlando della crisi europea agli inizi del 900 “abbiamo visto molto ma di nulla ci siamo accorti”.

 

E a proposito di bene e male ricordo a Flores alcune vicende che illustrano l’indifendibilità delle posture manichee che mai aiutano ad essere obiettivi. Gli esempi sono tanti: Ecco il primo. Il 26 Febbraio 1991, a Kuwait City l’aviazione Usa compì una strage di civili equivalente a 3 o 4 Srebrenica: «C’erano tantissimi lavoratori stranieri con le loro famiglie, Gli aerei americani fecero due attacchi … Il secondo attacco fece un completo sterminio e il risultato fu di un numero oscillante tra i 20.000 e i 30.000 esseri umani bruciati vivi…» (in International Press agency, 24 febbraio 2020). Nello stesso giorno in cui questo accadeva Flores D’Arcais presentò alla direzione del Pds un ordine del giorno di sostegno incondizionato a quella guerra e mai disse, che io sappia, una sola parola contro la strage e i suoi responsabili. Né nessuno fu mai chiamato a risponderne.

 

Ma c’è anche una seconda motivazione. La manifesta illegittimità della guerra alla Serbia da parte di Nato e Stati Uniti – secondo la Carta delle Nazioni unite – è nota al mondo e non c’è bisogno sul punto di aggiunger parola. Anche in quel caso c’era un aggressore e un aggredito ma Flores D’Arcais sostenne l’aggressore argomentando che i crimini di Milosevic lo esigevano (si veda il suo articolo su Micromega, n.2/1999) incurante del fatto che si distruggeva così l’autorità dell’Onu e la legalità internazionale. Infine una terza argomentazione: era il 17 gennaio 1991, quando l’aviazione Usa e alleata (tra cui gli italiani) sganciò in Iraq 250 mila bombe comprese quelle a grappolo che causarono 100 mila morti militari e altrettanti civili, e moltissimi altri civili e bambini morirono poi causa un regime sanzionatorio applicato anche all’importazione di beni primari e farmaci. E si potrebbe continuare sui crimini nella Palestina occupata illegalmente, su quelli degli Stati Uniti svelati da Julian Assange, fondatore di Wikileaks, perseguitato dai responsabili di quei medesimi crimini e dal democratico imperialismo che ne è all’origine.

 

La morale che si può trarre da tutto questo si trova in Danilo Zolo e nel suo Chi dice umanità (Einaudi 2001) dove si mostra come i problemi della convivenza nel mondo determinati dai conflitti per l’uso delle risorse vengono in genere resi irrisolvibili dagli eserciti dei “paladini del bene”. Così di guerra in guerra in una escalation senza fine, svuotando granai e riempiendo arsenali le ricchezze del mondo si sono concentrate nelle mani di pochissimi, 250 milioni di bambini vivono in zone letali di guerra, pandemie mancanza di cibo e di vaccini, distruzioni ambientali fanno il resto. Questo giustifica i crimini di Putin? No e ancora no. Ma nemmeno giustifica le amnesie, la cecità e un manicheismo che alimenta tutti gli imperialismi, non solo quello russo. E che rende impossibile giungere ad un cessate il fuoco, al superamento della nuova guerra fredda in cui gli imperialismi ci hanno cacciato, alla costruzione di una mediazione, I peggiori nemici dell’Ucraina e della pace sapete quindi dove trovarli.

 

La manifestazione del 5 novembre e la conferenza internazionale che viene chiesta rappresentano una svolta nella coscienza europea che nessun manicheismo riuscirà a fermare. Si vuole infatti non solo salvare vite, ripristinare la sovranità dell’Ucraina ma avviare anche la costruzione di nuove regole per la convivenza nel mondo basate su giustizia e uguaglianza , che tutti nessuno escluso siano tenuti a rispettare.

 

L’autore: Mauro Sentimenti, avvocato, è rappresentante del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

Nella foto: manifestazione per la pace, Roma, 5 marzo 20

LAVORO E DIRITTI 

 

03/11/2022

Slang USB Milano

 

Riders Milano, riuscito lo sciopero USB contro i contratti peggiorativi: chiediamo l’applicazione del Ccnl logistica!

 

A novembre si aprirà un tavolo tra i sindacati confederali e l’associazione padronale Assodelivery che tiene insieme la maggior parte delle compagnie di delivery tranne Just Eat. La discussione verterà sul tipo di contratto da applicare: la linea che vorrebbero seguire è la stessa dell'accordo stipulato tra i sindacati confederali Cgil-Cisl-Uil e Just Eat nel mese di marzo del 2021.

 

Nonostante le premesse in realtà questo accordo ha portato a un contratto peggiorativo rispetto a quello previsto dal contratto nazionale della logistica. Fatta eccezione per il riconoscimento della subordinazione del lavoro che ha sostituito un contratto da finti autonomi - scelta indiscutibilmente giusta -, il contratto applicato ai lavoratori di Just Eat in realtà ha derogato molti diritti, soprattutto in materia di salario. Il salario orario è misero pur includendo già la 13^ e la 14^; la maggiorazione della paga per le ore supplementari e straordinarie viene calcolata sulla paga oraria base risultando minore di quella oraria ordinaria.

 

Un altro punto fondamentale non affrontato dal contratto Just Eat è l’obbligo da parte dell’azienda di fornire i mezzi di trasporto e di protezione: non è accettabile che un rider che guadagna 12mila euro annui spenda fino alla metà del suo reddito per comprarsi il mezzo, bicicletta o motorino che sia, per lavorare. Oltre il danno arriva anche la beffa: se il mezzo di trasporto si danneggia o si rompe, al lavoratore spesso viene inviata una lettera di licenziamento perché non può più svolgere l’attività lavorativa.

 

Ci dichiariamo fermamente contrari alla stipula di un contratto di questo tipo. Per questo rivendichiamo di partecipare a quel tavolo, per rappresentare davvero gli interessi dei lavoratori nel settore delle consegne a domicilio. Chiediamo che venga applicato senza deroghe di alcun tipo il contratto nazionale della logistica per tutte le piattaforme di delivery; che vengano riconosciuti tutti i diritti e le tutele garantite da quel contratto, dal giusto salario al pagamento delle ferie e della malattia; che vengano forniti dall'azienda stessa i mezzi di trasporto e di sicurezza per lavorare, come accade in tutti i settori della logistica.

 

Per tutti questi inderogabili punti abbiamo indetto uno sciopero dei rider per oggi 2 novembre. Alle ore 11 in Stazione Centrale ci siamo trovati insieme ai lavoratori e poi ci siamo spostati davanti alla sede di Assodelivery per denunciare tutte le ingiustizie che subiscono, per ricordare tutti i morti e i feriti sul lavoro che sono la diretta conseguenza di questa letale competizione tra lavoratori voluta dalle compagnie di delivery e per richiedere l’applicazione del CCNL logistica mantenendo saldi tutti i diritti e le tutele previste.

 

La riuscita di questo sciopero sarà solo il primo passo per la costruzione di una forte rappresentanza sindacale all’interno di questo settore per potere incidere e farsi, così, portavoce degli interessi dei lavoratori.

EDITORIALI E COMMENTI

 

02/11/2022

Alex Zanotelli

Da il Manifesto

 

La speranza della pace nasce dal basso

 

5 NOVEMBRE. Oltre alla «Campagna contro le Banche Armate», si è pensato di lanciare il «Sei per la pace sei per mille», presentato presso la FNSI a Roma per manifestare concretamente la contrarietà alla politica degli armamenti anche attraverso la via fiscale per sottrarre risorse all’apparato militare.

 

«Nel novembre 2019 a Hiroshima ho ribadito-così scrive Papa Francesco nel suo recente libro “Contro la guerra” – che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è più che mai un crimine, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche.

 

Chi poteva immaginare che meno di tre anni dopo, lo spettro di una guerra nucleare si sarebbe affacciato in Europa? Pezzo dopo pezzo, il mondo rischia di diventare il teatro di un’unica Terza guerra mondiale. Ci si avvia come fosse inevitabile». Questa di Francesco è una autentica profezia politica che ci indica la gravità di questo momento.

 

Per questo è importante partecipare alla manifestazione nazionale del 5 novembre a Roma, indetta da “Europe for Peace”, espressione della società civile, a cui hanno già aderito centinaia di associazioni e reti. Dobbiamo scendere in piazza per gridare, urlare e così svegliare un popolo addormentato, che non si accorge di essere sull’orlo del precipizio di una guerra atomica o dell’estate incandescente.
Purtroppo, è la stessa presenza di Homo Sapiens, che è diventato Homo demens, a essere minacciata. (Non dimentichiamo che questo è dovuto sia al nostro stile di vita sia all’enorme complesso militar-industriale che protegge i ricchi di questo mondo.)

Il 5 novembre è il popolo a scendere in piazza con la sola bandiera della pace per chiedere: un immediato «cessate il fuoco» ad ambedue le parti, l’apertura di una conferenza internazionale per porre fine a questa guerra della Russia contro l’Ucraina che ha subito «un’aggressione inaccettabile, ripugnante, insensata, barbara e sacrilega» (cito sempre papa Francesco). E il papa continua: «La parola chiave di questa guerra è: imperialismi. La Nato è andata ad abbaiare alle porte della Russia senza capire che i russi sono imperiali e temono l’insicurezza ai confini. E dunque io vedo imperialismi in conflitto. E quando si sentono minacciati o in decadenza, gli imperialismi reagiscono pensando che la soluzione sia scatenare una guerra».

 

Il 5 novembre saremo a Roma per chiedere a «Putin di fermare il conflitto e a Zelensky di essere aperto a proposte di pace serie. Nella trattativa di pace occorrerà garantire i diritti della minoranza russofona, tener conto dei legittimi interessi di sicurezza della Russia e quindi non armare le frontiere nel rispetto dell’integrità territoriale di ogni nazione. E quindi l’Occidente deve rinunciare a umiliare la Russia» (ancora papa Francesco).
Su queste basi si può incominciare a trattare per porre fine a questa guerra che è un orrore e un errore e allora sperare nella pace.

 

Questa guerra è anche il trionfo del complesso militar-industriale oltre che russo, degli Stati uniti e dei nostri Paesi occidentali. Di fatti, nel 2021 abbiamo speso nel mondo 2.113 miliardi di dollari: al primo posto gli Usa con 813 miliardi di dollari (quasi il 40% del Pil) ,seguito da Cina (con 300 miliardi), India (76 miliardi), Russia (69 miliardi). L’Italia lo scorso anno ha speso ben 32 miliardi di euro.

 

Lo scorso Parlamento ha approvato l’incremento del 2% per le spese militari entro il 2024 e così si arriverà a 38 miliardi di euro. Per non parlare degli enormi investimenti sul nucleare: gli Stati uniti già con l’amministrazione Obama avevano investito più di mille miliardi di dollari per modernizzare il loro armamentario atomico e così abbiamo le nuove e più micidiali bombe nucleari, le B61-12 in arrivo ora in Italia. Perché spendere tanti soldi per il nucleare? La risposta l’aveva già data il noto arcivescovo di Seattle (Usa), R. Hunthousen: «Abbandonare queste armi nucleari significherebbe abbandonare il nostro posto privilegiato in questo mondo».

 

Saremo in piazza il 5 novembre per dire No alla follia delle armi chimiche, batteriologiche, nucleari e a tutte le altre armi. Più produciamo armi e più faremo guerre. Ma noi possiamo contrastare questa follia delle armi e delle guerre con azioni nonviolente che possono scardinare questo sistema di morte. Oltre alla «Campagna contro le Banche Armate», si è pensato di lanciare il «Sei per la pace sei per mille», che presenteremo oggi 2 novembre, alle ore 11, presso la FNSI a Roma per manifestare concretamente la nostra contrarietà alla politica degli armamenti anche attraverso la via fiscale per sottrarre risorse all’apparato militare. L’opzione fiscale diventa così forma di pressione. La pace non può aspettare. E dobbiamo tutti inventare pratiche concrete di nonviolenza per svuotare gli arsenali di armi. L’unica scelta che abbiamo è quella della nonviolenza attiva e come diceva Martin Luther King che l’ha praticata: «Ora o la nonviolenza o la non esistenza».

POLITICA NAZIONALE |  POLITICA ITALIANA

 

01/11/2022

da Left

Giulio Cavalli

 

Nel primo Consiglio dei ministri del governo guidato da Giorgia Meloni ci si è occupati di norme altamente “simboliche”, che non hanno nulla a che vedere con i reali bisogni urgenti del Paese. Su bollette, crisi energetica, guerra e povertà niente

 

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un tilt di comunicazione e di politica che ha apparecchiato una diretta urgente su un rave party come se fosse un’urgenza nazionale. Ne esce un Paese completamente fuori fuoco che inverte le priorità e si accomoda sul delirio generale: giornalisti che si sentono inviati di guerra mentre intervistano ragazzetti storditi dall’alcol e dal fumo, politici con il ciglio da prefetto Mori mentre esultano come se avessero eradicato le mafie in Italia, editorialisti che scrivono accigliati sull’antropologia del rave mentre frequentano circoli che sprofondano nella cocaina.

 

Giorgia Meloni, che non è ancora uscita dalla modalità della campagna elettorale, riunisce il Consiglio dei ministri giusto il tempo per presentarsi di fronte alle telecamere e annunciare una nuova legge ad hoc per evitare accampamenti alcolici. Per farlo si va a toccare il reato di “invasione di terreni o edifici, pubblici o privati” prevedendo la reclusione da 3 a 6 anni. Viva la legalità, esultano in molti. Sarà.

 

Dalla conferenza stampa sappiamo che l’opposizione all’opposizione e al governo precedente si rinforza con la decisione di reintegrare i medici non vaccinati e annunciando “discontinuità” con i governi precedenti. Su questo scrive bene la fondazione Gimbe: «Il potenziale impatto in termini di sanità pubblica sarebbe modesto – spiega la Fondazione – sia perché la misura viene anticipata di soli due mesi rispetto alla scadenza fissata, sia perché riguarda un numero esiguo di professionisti».

 

«Ben diverso – rileva il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta – l’impatto in termini di percezione pubblica di questa “sanatoria” e delle relazioni con la stragrande maggioranza dei colleghi che si sono vaccinati per tutelare la salute dei pazienti e la propria, anche al fine di garantire la continuità di servizio. Peraltro, al di là di una scelta individuale incompatibile con l’esercizio di una professione sanitaria, si tratta di persone che hanno spesso seminato disinformazione pubblica sui vaccini, elevandosi a “paladini” del popolo no-vax, a volte con evidenti obiettivi di affermazione politica individuale».

 

Altro? Hanno approvato una norma che sarebbe passata, identica, con il governo Draghi. Dice Giorgia Meloni che le misure sono altamente “simboliche”, confermando in toto la sensazione di uno sventolio propagandistico che non ha nulla a che vedere con i “reali bisogni urgenti” del Paese. Su bollette, crisi energetica, guerra e povertà niente. Matteo Salvini, che per tutta la campagna elettorale ha promesso di risolvere i “problemi reali” al primo Consiglio dei ministri, ieri ha parlato agli italiani del ponte sullo Stretto dei suoi sogni. In compenso l’infornata di sottosegretari e viceministri fotografa perfettamente la spessore del governo. Basta leggere i nomi.

 

Dategli tempo, si dice. Intanto segnaliamo che la partenza è da governicchio di paesello.

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