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Norma Rangeri

da il Manifesto

 

Per ridare presto un governo al Paese, gravato dal peso di una triplice crisi, pandemica, sociale e economica, elencate dal Capo dello Stato in questo ordine, ieri sera, alla fine delle consultazioni, il presidente Mattarella ha conferito un mandato esplorativo al presidente della Camera, Roberto Fico, per verificare la serietà «della prospettiva emersa di una maggioranza politica, a partire dai gruppi del governo precedente».

 

Siamo così spettatori di un dèjà-vu che ci riporta al 2018 quando, per verificare la possibilità di un governo Pd-5Stelle, il Presidente della Repubblica chiamò proprio Fico a esplorarne la fattibilità. Un tentativo che Renzi fece saltare, seduto sulle poltroncine di un talk-show, con un altro dei suoi diktat: mai con i 5Stelle. Oggi aggiornato: vade retro Conte.

 

Scompare, dalle parole di Mattarella, la probabilità di elezioni anticipate, richieste dalle opposizioni, perché la drammatica situazione determinata «dalle tre emergenze» richiede «immediati provvedimenti di governo». Ma non è affatto scontato che il tentativo di Fico, con Renzi capace di tutto, riesca e che dunque sia altresì scomparsa l’eventualità di un governo istituzionale.

 

Certo la credibilità, e diciamo pure la dignità, non è tra le principali virtù dell’artefice di questo terremoto e meno che mai in questo momento, con una crisi che fa ballare, sul suo cinismo, un Paese stremato. Un politico a tal punto spregiudicato da volare a Riad, nel bel mezzo della crisi politica da lui scatenata, per un’osannante intervista al principe bin Salman, in cambio di lauto compenso.

 

E capita che l’imbarazzante scenetta, tra il leader di Italia viva e il dispotico capo del regime saudita, arrivi sui giornali nel giorno in cui, invece, proprio questo governo che Renzi vorrebbe rottamare prende la decisione storica di sospendere la fornitura di armi all’Arabia Saudita. Una notizia di rilievo non solo nazionale, ma che ha un indubbio riflesso sui protagonisti di queste giornate bollenti. Se non altro perché dice quanto è indigesto il rospo da ingoiare pur di ristabilire le condizioni per una conferma della maggioranza di governo proprio con chi ne ha provocato la crisi.

Ascanio Celestini

 

Giornata della memoria. A Fiumicello lunedì 25, ascoltando le parole dei genitori di Giulio Regeni, ho ricordato quelle di Piero Terracina e Primo Levi: la memoria è l’ avvertimento che apre il futuro

 

«Ci portarono in una baracca, lì giù in fondo. Che era chiamata la sauna, dove venimmo spogliati di tutto, letteralmente di tutto. Ci furono tolti gli abiti, ci furono tolte le scarpe, ci furono tolti i capelli, ci furono tolti i peli, con dei rasoi che non radevano ma raschiavano. Poi ci venne passato sul corpo nudo, da un prigioniero che immergeva una mano in un secchio dove c’era un liquido nerastro, ce lo passava su tutte le parti del corpo. Si dice l’oltraggio al pudore. Ecco, quello è oltraggio al pudore.

 

Ci venne tolto il nome, e ci fu tatuato sull’avambraccio sinistro un numero, e ci dissero subito che il nostro nome non esisteva più. Il mio numero è A 5506. Un numero molto semplice, ma imparate un po’ a dirlo in tedesco. E poi in quanti modi si può dire? Si può dire cinquemilacinquecentosei, cinquantacinque zero sei, cinque cinquanta sei, e le SS lo dicevano così come gli capitava e bisognava capirlo. Sennò saremmo stati puniti. Pensate che per una cosa del genere, non aver risposto subito alla chiamata, la punizione consisteva in 25 bastonate».

 

NELL’AUTUNNO di sedici anni fa mi chiamano per fare un viaggio a Auschwitz. La visita vera e propria dura un solo giorno e si va a collocare tra l’incontro in sinagoga del primo e lo shopping del terzo. Insomma mi sembra come quando ci portavano a teatro negli anni del liceo. Qualcuno disturbava lo spettacolo, qualcun altro passava tutto il tempo in bagno. Era solo un’occasione per non andare a scuola. Ho dei dubbi, ma ci vado lo stesso. Parto con l’intenzione di fare delle interviste agli studenti, capire quali motivazioni hanno e cosa gli succede arrivando in quel posto. Mi rendo conto subito che rispetto alle gite in teatro sta accadendo qualcosa di diverso. In quel giorno non ci troviamo davanti a una scenografia con l’attore del prologo shakespeariano che avanza declamando «immaginate che racchiusi nella cinta di queste nostre mura si trovino due regni assai potenti…». No. Non dobbiamo immaginare di trovarci dove siamo.

 

Ci stiamo e basta. Ma soprattutto con noi non ci sono gli attori in calzamaglia che interpretano i personaggi, gli Amleto col teschio in mano che impostano la voce e fanno le facce strane. Con noi è venuto Piero Terracina. È lui che parla del numero sul braccio. Aveva poco più di 15 anni quando il 22 maggio del ‘44 arrivò sulla Bahnrampe. In quello stesso posto dopo 61 anni ci stanno 200 studenti delle scuole superiori che lo ascoltano seduti sui binari e sulle traversine. Gli studenti che c’hanno la stessa età che c’aveva Piero quando è stato deportato. Arrestato a aprile, per quasi un mese rimane nel campo di Fossoli. A metà maggio viene caricato nel vagone di un treno merci. Lì dentro sono in 64 e ci resta per quattro giorni «in mezzo agli escrementi di tutti. Difficile esprimere in quali condizioni eravamo in quel momento. Era cominciato, ormai anzi era già in fase avanzata l’annullamento totale dell’essere umano».

 

PIERO HA CONTINUATO a viaggiare con gli studenti e a raccontare la sua storia fino a due anni fa quando è morto.  Oggi, sedici anni dopo quel viaggio, lo riascolto. La disoccupazione imposta dal ministero mi dà il tempo di ripescare la sua voce registrata dal mio archivio disordinato. La ascolto durante un viaggio. Passo da un treno all’altro per tornare a casa. Cambio a Monfalcone e a Bologna. Scendo dal regionale per salire sull’Intercity e poi finalmente monto sul treno veloce. Otto ore di viaggio. Tra un arrivo e una ripartenza faccio in tempo a prendere il caffè.

 

LUNEDÌ POMERIGGIO a Fiumicello, cittadina a pochi passi dal confine, nella chiesa di San Valentino, ho ascoltato Paola Deffendi parlare di suo figlio Giulio sequestrato il 25 gennaio del 2016 mentre stava svolgendo un lavoro di ricerca in Egitto. L’ho sentita parlare delle grandi navi da guerra che la nostra industria bellica nazionale sta vendendo ai padroni di quella nazione. La norma sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento vieta lo smercio di armi «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani». Non si tratta di un buon proposito, di una speranza buonista. È proprio la legge. «Queste navi che sono navi da guerra, navi di ferro – dice Paola – e pensare al ferro fa male.

 

E io non posso non far riferimento al pensare a Giulio in quelle stanze della National Security, del Ministero dell’Interno egiziano o chissà dove e non pensare al male che ha avuto, all’umiliazione che ha avuto, alla paura che avrà avuto e ai pensieri che avrà avuto. Se prima pensavo all’Egitto come alla terra dei faraoni, alla terra delle piramidi, alla terra della sabbia, alla terra dei cammelli, quando penso all’Egitto adesso non posso non pensare ai quadri di Bosch e all’inferno. Per chi lo conosce sa che ci sono corpi, corpi rovinati, corpi violati. Questo è l’Egitto. Per cui non possiamo non pensare di richiamare l’ambasciatore, non è accettabile che si facciano affari con questo paese».

 

SUL TRENO CHE mi riporta a casa, mi tornano in mente continuamente le parole di Piero e di Paola, ma anche quelle di Primo Levi che scriveva «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». È una frase che troviamo su tanti libri. Un’ossessione, ma anche un avvertimento. Perché dovremmo celebrare la giornata della memoria se lo facciamo guardando solo al passato, solo a ciò che è accaduto e non a ciò che sta accadendo? Nessuno tra quei milioni di morti tornerà in vita per una corona di fiori, un minuto di silenzio o la lettura teatrale di una pagina del diario di Anne Frank.

 

L’oltraggio al pudore, le bastonate, l’annullamento totale dell’essere umano del quale parlava Piero sono violenze che Giulio ha subito. E come lui le stanno subendo tanti altri Giulio e Giulia reclusi nelle galere di mezzo mondo. La memoria è come un mazzo di chiavi. Le ho messe in tasca due giorni fa per poterci rientrare a casa stasera. La memoria del passato mi serve nel presente e nel futuro. Mi serve per rientrare a casa, possibilmente vivo.

26.01.2021

Maurizio Acerbo segretario nazionale PRC-S.E.

 

Cinque anni fa   si perdevano al Cairo le tracce di Giulio Regeni, ricercatore italiano che si interessava delle vertenze sindacali in Egitto. Giorni dopo veniva ritrovato il suo corpo, sfigurato e con evidenti segni di tortura. Anni di indagini in cui la famiglia e la sua legale non si sono mai arresi, anni in cui i diversi governi che si sono succeduti hanno dapprima alzato la voce, ma poi ha vinto la logica degli affari da non interrompere. Interessi per le commesse militari e progetti dell’ENI.

 

Ci sono quattro funzionari di polizia egiziani accusati dell’omicidio e delle torture ma l’Egitto non collabora e il governo italiano non reagisce. Da poco è stata approvata una importante risoluzione del parlamento europeo con cui si chiede di prendere provvedimenti contro il regime di Al Sisi, e oggi, in contemporanea fra i temi in discussione all’incontro dei ministri degli esteri UE si discuterà sui provvedimenti da prendere, con un’Europa spaccata.


Rifondazione comunista chiede l’interruzione delle relazioni diplomatiche e commerciali, soprattutto in campo militare, col regime egiziano. Chiediamo che si interrompano i rimpatri di migranti egiziani che chiedono asilo in Europa perché nel loro paese i diritti umani non sono garantiti. Oggi è anche l’anniversario della splendida manifestazione di Piazza Taharir che fece crollare il regime di Mubarak.

Chiediamo giustizia e verità per Giulio, la liberazione dello studente dell’università di Bologna Patrick Zaki, come dei tanti detenuti politici. Altrimenti che l’UE e i suoi Stati membri, rompano le relazioni con l’Egitto.

Lo dobbiamo a Giulio alla sua splendida famiglia, a Patrick e ai tanti detenuti politici di cui siamo corresponsabili.

23.01.2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Gregorio Piccin, responsabile pace, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Ieri è entrato in vigore il trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari. E’ una vergogna che l’Italia, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, non l’abbia firmato come gli USA e tutti i paesi della NATO che continuano a rappresentare la maggiore minaccia alla pace mondiale con una spesa militare enorme.

 

Nei mesi scorsi abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare attraverso la senatrice Paola Nugnes ai ministri degli esteri e della difesa. Con quale faccia Pd, M5S e LeU firmano gli appelli proposti dall’ANPI se poi negano così platealmente i principi costituzionali?

Rifondazione Comunista torna a chiedere che l’Italia aderisca al trattato, che finalmente si liberi il nostro paese dalla presenza delle bombe atomiche statunitensi ed esca immediatamente dal programma nuclear sharing della NATO che prevede l’addestramento dei caccia al bombardamento nucleare.

 

Il Pci di Berlinguer si batteva per il disarmo nucleare, quelli che lo hanno sciolto hanno abbandonato oltre alla difesa dei lavoratori anche la lotta per la pace.

23.01.2021

da Il Manifesto

Andrea Capocci

 

Lombardia in arancione, dopo la figuraccia dei dati

 

Sballati. L’Iss smonta la protesta della Regione: la rettifica è stata inviata solo mercoledì 20. Al centro del caos la contestata zona rossa, sui cui lunedì è attesa la decisione del Tar. Con i numeri corretti si sarebbe potuta evitare una settimana di chiusura.

 

Nelle ultime 24 ore sono stati registrati 13 mila nuovi casi positivi al coronavirus e 472 decessi per Covid-19. L’epidemia non esplode come negli altri paesi europei, ma non è nemmeno in remissione. Mentre il numero di contagi mostra una lieve discesa (in una settimana, siamo passati da 16 mila a 13 mila nuovi positivi giornalieri in media), quello dei decessi è rimasto pressoché costante: in questa settimana si sono registrati in media 478 morti al giorno, solo 9 in meno rispetto ai 487 di sette giorni fa. L’indice Rt a livello nazionale è a 0,97, vicinissimo all’unità che indicherebbe la perfetta stabilità.

 

AD AGITARE una situazione stagnante ci ha pensato come sempre la Regione Lombardia. Chi sperava in una normalizzazione dei rapporti con il governo con la cacciata dell’assessore Giulio Gallera sostituito da Letizia Moratti ha dovuto ricredersi. Dopo il declassamento in zona rossa della settimana scorsa, che secondo l’ordinanza ministeriale sarebbe dovuto durare due settimane, la giornata di ieri ha mostrato di nuovo lo stato confusionale della regione alle prese con la pandemia. Sulla base di nuovi dati inviati dalla regione solo mercoledì, la Cabina di regia composta dai tecnici del ministero della salute e dell’Istituto Superiore di Sanità ha rivisto i parametri che avevano condotto all’ordinanza che la collocava in “rosso”. E ha spinto il ministro Speranza a un inedito dietro-front: la zona rossa in Lombardia finirà in anticipo domenica 25 e la regione tornerà in arancione. Dove avrebbe già dovuto essere, senza i pasticci dell’amministrazione Fontana.

 

LE PRESSIONI per annullare l’ordinanza erano iniziate già all’inizio della settimana. Fontana era ricorso al Tar del Lazio contro la decisione di Speranza e la sentenza era attesa per lunedì prossimo. Secondo la Regione, infatti, i criteri di valutazione del rischio epidemico del ministero darebbero troppo peso all’indice di trasmissione Rt rispetto all’effettiva incidenza del virus, cioè al numero di infetti che darebbe una misura più corretta della dimensione dell’epidemia. Ma non sono queste le ragioni che hanno permesso la correzione della valutazione del rischio. I tecnici dell’Iss, infatti, hanno già spiegato in diverse occasioni come Rt sia in grado di anticipare le future evoluzioni del numero degli infetti. Dunque, è più utile ad assumere provvedimenti in grado di anticipare l’evoluzione dell’epidemia, senza aspettare che la situazione diventi incontrollabile. Se lunedì i giudici del Tar non condivideranno l’approccio degli esperti e daranno ragione alla giunta Fontana, potrebbe saltare tutto il sistema dei 21 indicatori messo in piedi dal ministero per adottare le misure di contenimento della pandemia.

 

IN REALTÀ, ciò che ha permesso il rientro in zona arancione della Lombardia è stata la riclassificazione dei casi positivi asintomatici, che in un primo tempo la regione aveva sottostimato. A cascata, la rivalutazione ha diminuito il numero dei casi sintomatici (gli unici utili al calcolo dell’indice Rt) di circa cinquemila unità, riportando l’indice relativo alla scorsa settimana a 0,88 da 1,4. Non si è trattata di un ritardo nei dati comunicati dalla regione, che avrebbe persino peggiorato la situazione, ma di un riesame di dati già completi, spiegano i tecnici.

 

Che in Lombardia ci sia qualche problema nel monitoraggio dei casi è un dato certo: secondo il rapporto settimanale della cabina di regia, la regione fornisce informazioni complete solo sul 68% dei casi sintomatici, la peggiore performance in Italia. Inoltre, il tasso di occupazione delle terapie intensive è ancora superiore alla soglia critica del 30%. Perciò, nonostante la ricollocazione della Lombardia sulla mappa colorata, la valutazione sostanziale del rischio della regione in ogni caso non migliora: «Il cambiamento nei dati non comporta un cambiamento nella classificazione del rischio della Regione che rimane a rischio “Alto di una epidemia non controllata e non gestibile”» recita la nota della cabina di regia diffusa per spiegare la ragione dell’inedito dietro-front. Per ribadire che a mettere nei guai la Lombardia era stata la sua stessa disorganizzazione e non le presunte valutazioni errate dei tecnici, il ministero ha ribadito in serata la «massima fiducia nell’Istituto Superiore di Sanità che dall’inizio della pandemia di Covid-19 è al lavoro per affrontare l’emergenza».

 

NEL RESTO DEL PAESE, il report settimanale della cabina di regia mostra ancora 10 regioni con un indice di trasmissione superiore a 1. Va peggio in Molise (1,38) e Sicilia (1,27), mentre la regione in cui il virus corre meno è la Campania (0,76). L’aumento dei casi e la criticità delle terapie intensive sull’isola fanno scattare la zona arancione in Sardegna, mentre non cambiano i colori per le altre regioni. Sono ancora “gialle” Toscana, Basilicata, Trentino, Campania e Molise mentre in rosso rimangono solo la Sicilia e la provincia di Bolzano, dopo la promozione strappata dalla Lombardia.
In arancione tutte le altre regioni.

22.01.2021

Da Il Manifesto

Andrea Colombo

 

Sabbie mobili. Il premier lascia la delega ai servizi. Ma l’inchiesta sui centristi mina la caccia al «nuovo gruppo». E incombe il voto sulla giustizia. Tentativi con i forzisti, che però vogliono capire cosa si muove al centro. Renziani sempre attenzionati

 

Atteso, sofferto, combattuto sino all’ultimo secondo il voto sulla fiducia non ha cambiato quasi niente. La caccia ai responsabili prosegue e anzi si intensifica. Conte si mostra sicurissimo: i «nuovi gruppi» spunteranno a breve, subito dopo si passerà al rimpasto. Prima però, nella notte, un passaggio obbligato: la delega ai servizi segreti, affidata al segretario generale di palazzo Chigi Roberto Chieppa, un fedelissimo, o all’ex ambasciatore Pietro Benassi. Dal medesimo palazzo, proprio come alla vigilia del voto in parlamento, danno i numeri. Trionfali e quasi certamente troppo ottimistici: «Almeno tre senatori in partenza da Fi, forse di più, altri 4, ma potrebbero essere 6 da Iv». Se ci saranno o meno lo si scoprirà presto. Renzi ieri sera ha riunito i gruppi proprio per testare la resistenza dei suoi e in particolare dei 3 o 4 considerati più a rischio. Usa un argomento forte: nervi a posto e aspettiamo il voto del 27 sulla relazione di Bonafede sulla giustizia, poi qualcosa cambierà.

 

IL PROBLEMA È CHE i numeri in sé non bastano. Devono avere una sostanza politica, costituire un gruppo non rabberciato con quel che passa il convento. Insomma, anche se nessuno lo dice chiaramente, quando si parla di «nuovi gruppi» o «quarta gamba» s’intende che bisogna guardare a destra: a Fi, a Iv, ai gruppi minori. Ieri i tre leader del centrodestra sono saliti al Colle. Messaggio univoco, neppure il forzista Tajani si è smarcato: «La maggioranza non esiste. Il governo non è in grado di gestire pandemia e crisi economica. Elezioni». All’uscita parole di piena fiducia in Mattarella.

 

SI SA CHE I FORZISTI però sono molto meno convinti e a maggior ragione i gruppi minori. Toti lo dice chiaramente: «Se l’esecutivo cade bisogna cercare altre soluzioni». Ma la bomba Cesa complica le cose. Ieri ha seminato il panico nella maggioranza ma anche in Fi. In questa partita il ruolo dell’Udc, che dispone di tre senatori, è essenziale. Il partito dalla cui leadership l’indagato Cesa si è dimesso ieri non è mai stato tanto vezzeggiato, assediato, fatto oggetto di promesse e pressioni d’ogni tipo, incluse quelle corpose d’oltre Tevere, come negli ultimi giorni. Non sarebbero solo 3 voti preziosissimi ma si tratterebbe anche di un simbolo in grado di costituire un gruppo in base alle nuove regole del Senato, essendosi presentato alle elezioni. Incarnerebbe anche un effettivo soggetto politico centrista, tale da richiamare adesioni anche dal gruppo forzista e oltre.

 

L’EVENTUALE EFFETTO UDC, anche se solo si riaprisse una promettente trattativa, potrebbe avere un impatto immediato anche sul primo gigantesco scoglio che aspetta il governo. Mercoledì si voterà la relazione Bonafede sulla Giustizia. È il primo voto importante dopo la fiducia: la ricaduta psicologica sarà massiccia. Ma questo è ancora il meno. Con la relazione bocciata il guardasigilli, capodelegazione dei 5S, potrebbe doversi dimettere. Sarebbe deflagrante nella maggioranza tutta e tra i 5S, dove nelle ultime settimana si sono moltiplicati malumori e diffidenze nei confronti del capodelegazione. In parecchi hanno preso di mira lui, Fraccaro e Crimi accusandoli di aver gestito la fase del secondo governo Conte senza mai consultare i gruppi, limitandosi a far sapere come dovevano votare e a volte neanche quello. Lo hanno appreso dai giornali.

 

SUL VOTO DEL CENTRODESTRA e di Iv, trattandosi di Bonafede, non c’è alcun dubbio. La sola via d’uscita sarebbero assenze strategiche provenienti da Fi ma il controllo sarà ferreo e potrebbero essere disponibili solo se si muovesse qualcosa nell’Udc. Ma come inciderà l’inchiesta contro Cesa è un enigma. Dentro Fi temono che danneggi la resistenza: Cesa, con De Poli, era una barriera contro il passaggio nelle file di Conte. Nella maggioranza sono invece pessimisti: le inchieste spingono di verso il polo più garantista e non è certo quello che regge il governo. Di Battista si sforza di fare danno: «Chi è indagato per reati gravi non può essere nostro alleato». Di Maio conferma. Parole incaute: non solo allontanano le tentazioni dei due senatori Udc oscillanti, Binetti e Saccone, ma mettono anche in forse la possibilità di usare quel simbolo. Rendono ancora più difficile la creazione di una «quarta gamba». Casini, che aveva consigliato a Cesa di non votare la fiducia pur avendo votato per Conte, aggiunge un carico pesante: «Ci vuole un governo di unità nazionale. Se non ora quando?».

21.01.2021

 

Giovedì 21 gennaio nella ricorrenza del centesimo anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia come Rifondazione Comunista abbiamo organizzato una giornata di iniziative che non vogliono avere un carattere meramente celebrativo ma che favoriscano la riflessione sulla storia della principale componente della sinistra italiana del Novecento e sull’attualità del socialismo.

 

“Le comuniste e i comunisti  sono stati i principali protagonisti di  tutte le lotte di libertà e giustizia sociale del Novecento nel nostro paese – dichiara il segretario nazionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo. La tragedia dello stalinismo non ne cancella i meriti e il valore dei loro ideali. E’ ora di finirla con il revisionismo storico. Le classi popolari sono state derubate negli ultimi decenni non solo dei loro diritti ma anche della propria grande storia. La dannazione della sinistra è comunicata negli anni ’80 quando i dirigenti prima del PSI e poi del PCI hanno deciso di porsi fuori dalla tradizione del movimento operaio”.

 

“Per porre fine all’orrendo massacro della prima guerra mondiale c’è voluta la rivoluzione Russa. Per finirla con la devastazione ambientale e sociale del capitalismo serve il comunismo verde del terzo millennio”, dichiara il vicepresidente della Sinistra Europea Paolo Ferrero.

 

IL PROGRAMMA DELLA GIORNATA

 

La mattina alle 11 saremo a Livorno di fronte all’ex-Teatro San Marco per la commemorazione a cui parteciperà il segretario nazionale Maurizio Acerbo (diretta su Partito della Rifondazione Comunista) e a Torino davanti a Casa Gramsci dove interverranno il vicepresidente della Sinistra Europea Paolo Ferrero e lo storico Angelo D’Orsi (diretta su Rifondazione Comunista Torino).

 

A partire dalle 18 alle 23,30 si terrà il convegno on line Libertà, pace, lavoro, giustizia sociale, democrazia, ambiente:
a 100 anni dalla nascita del Partito Comunista Italiano, l’attualità del socialismo, 
organizzato in collaborazione con il Partito della Sinistra Europea che si potrà seguire in diretta sulla pagina facebook del Partito della Rifondazione Comunista.

 

Interverranno dall’estero il Presidente del Partito della Sinistra Europea Heinz Bierbaum (Die Linke, Germania), Cinty Misculini del Comitato Centrale del Partito Comunista Cileno, Fabien Roussel, segretario nazionale del Partito Comunista Francese e Enrique Santiago, segretario nazionale del Partito Comunista Spagnolo.

 

Tra i tanti interventi previsti, una lectio magistralis di Aldo Tortorella, partigiano, direttore dell’Unità, dirigente di primo piano al fianco di Enrico Berlinguer che ripercorrerà i 70 anni di storia del PCI rispondendo a certe fantasiose tesi alla moda che attribuiscono ai comunisti la responsabilità della vittoria del fascismo e rammentando come il tentativo di Berlinguer negli anni ’70 fu bloccato dagli “alleati” occidentali. Tra gli interventi e le testimonianze segnaliamo quella della scrittrice Vera Pegna che negli anni ’50 sfidò la mafia a Corleone, di un dirigente storico del PCI come Paolo Ciofi, di Luciana Castellina, aDELMO cERVI, Imma Barbarossa, Dino Greco, Giovanni Russo Spena, Giovanna Capelli. Interverranno gli storici Guido LiguoriMaria Grazia MeriggiPaolo FavilliRaul Mordenti, la femminista Carlotta Cossutta, l’urbanista Paolo Berdini, la scrittrice e giornalista Francesca Fornario, l’ex-europarlamentare Eleonora Forenza, il giornalistaMatteo Pucciarelli, per la redazione di Left Rita De Petra, il consigliere comunale fiorentino Dimitri Palagi, il coordinatore dei Giovani Comunisti Andrea Ferroni. 

 

Ci saranno anche contributi libertari dello scrittore Maurizio Maggiani e del cantautore anarchico Alessio Lega.

 

In collaborazione con gli Archivi della Resistenza di Fosdinovo contributi musicali e una versione 2021 di Bandiera Rossa con Paolo PietrangeliGiovanna Marini,  Marino e Sandro Severini dei GangZezi gruppo operaioCiscoGualtiero Bertelli, Banda Popolare dell’Emilia Rossa, Giampiero Bigazzi, Giancane, Max Vilander, Coro Garibaldi d’Assalto, Massimo Ferrante, Elena Imperatore, Davide Giromini, Jonathan Lazzini, Mazadena e altre/i. 

 

Ad aprire la diretta sarà il vicepresidente della Sinistra Europea Paolo Ferrero e la chiusura, come da tradizione, è affidata al segretario nazionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo.

20.01.2021

da Il Manifesto

Norma Rangeri

 

Crisi di governo. Certamente i governi si fanno in Parlamento, solo deputati e senatori hanno la responsabilità di questa scelta. Ma è altrettanto evidente che la crisi dei partiti, e quella del Paese, non si risolve con un senatore in più e neppure con la camicia di forza di sistemi elettorali maggioritari.

 

L’idea di vaccinare il ricco Nord e lasciare indietro i cittadini del povero Sud, cioè di curare il virus, guardando al portafoglio, avanzata dalla neo assessora alla sanità della Lombardia, Letizia Moratti, arriva giusto nel giorno del voto di fiducia del Parlamento al governo. Offrendo così una ragione in più per preferire una sofferta fiducia a una sonora sconfitta, a una crisi conclamata per poi spianare la strada a un governo con le destre, comunque vestito.

 

Ora si apre una nuova fase politica. Il governo e il paese camminano sulle sabbie mobili di una crisi che, nata nel Palazzo, ha appena avuto, finalmente in Parlamento, la sua drammatica rappresentazione. Molti cittadini, costretti a casa dalla pandemia, hanno potuto seguire i discorsi dei propri rappresentanti e di un presidente del consiglio che ha colto l’occasione per una puntigliosa, lunga elencazione, nel corso dei quattro interventi di questi due giorni, di quel che il governo sta facendo o ha fatto o dovrà fare.

 

Ma il governo, pur avendo formalmente ottenuto la fiducia del Parlamento, esce comunque ammaccato dalla crisi. Perché i numeri e i voti contano ma fino a un certo punto, anche se alcuni pesano più di altri. Come pesa quello della senatrice Liliana Segre che ha voluto motivare con una certa enfasi la sua scelta: «Ho preso il treno per venire a Roma perché questo governo su Covid e Europa ha fatto cose gigantesche».

 

Alle normali e scontate difficoltà del momento si aggiunge ora il procedere a vista, di fronte al Paese e di fronte agli altri governi europei. Si cammina sulle sabbie mobili, oltretutto disseminate di mine perché l’obiettivo grosso della spregiudicata tattica di Renzi non è solo Conte ma questa alleanza tra Pd, M5Stelle e Leu (che però proprio la crisi sembra aver cementato), per logorare il governo e farne un altro finalmente gradito a Confindustria.

 

Del resto lo ha spiegato bene Zingaretti quando, nei giorni scorsi, proprio rivolgendosi al patriota di Rignano, aveva detto una cosa molto semplice sui governi di coalizione, e con legge elettorale proporzionale: «Si sta insieme se ciascuno rispetta le opinioni degli altri non avendo la pretesa di tenere in considerazione solo la propria». Principio tanto giusto quanto inascoltato dal destinatario che ieri pomeriggio, nel suo intervento contro Conte e i 5Stelle, ha recitato il solito stucchevole copione del «è tutto sbagliato è tutto da rifare», neanche a dirlo sposato dal patriota Larussa, intervenuto subito dopo.

 

Certamente i governi si fanno in Parlamento, solo deputati e senatori hanno la responsabilità di questa scelta. Ma è altrettanto evidente che la crisi dei partiti, e quella del Paese, non si risolve con un senatore in più e neppure con la camicia di forza di sistemi elettorali maggioritari.

 

Conte ha condotto questo dibattito in modo dignitoso, richiamando le origini fragili di un’alleanza («sterile sommatoria tra forze politiche») per rimarcare un consolidamento dell’amalgama nel passaggio da quelle origini a una maggiore coesione e identità politica, del resto messa già alla prova delle scelte obbligate sul Recovery e sulla pandemia.

 

Il voto a maggioranza assoluta della Camera e relativa al Senato, in realtà è dunque sopratutto un sospiro di sollievo. Ma al governo, per rispondere ai grandi bisogni del Paese, non basta una boccata d’ossigeno.

19/01/2021

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

Crisi di governo. Alla camera sei voti in più della maggioranza assoluta. Sì anche da Polverini che lascia Fi, segnali da Lupi, Iv perde due deputati

 

Il giorno della verità è oggi, perché oggi è il giorno in cui Conte si gioca tutto nell’aula di palazzo Madama. Ieri alla Camera è andata bene, sei voti in più della maggioranza assoluta e non era scontato: 321, incluso quello della forzista Renata Polverini che ha anche lasciato Fi. Diserta invece il voto Maurizio Lupi, e potrebbe essere un segnale per il Senato. Compatta astensione dei renziani, che anzi hanno perso per strada due voti passati a Conte.

 

IL PRONOSTICO INCORAGGIA il premier ad andare avanti per la strada che ha scelto e che ha indicato ieri, in poco meno di un’ora di intervento. Rivendicazione piena del proprio operato: si promuove a pieni voti e rincarerà poi nella replica. Chiude le porte a Renzi: «Crisi incomprensibile per gli italiani e anche per me. Strappo incancellabile: si volta pagina». Esalta una maggioranza nata sì quasi per caso ma ora saldamente ancorata a una «vocazione europeista». Saluta con gioia l’avvento di Biden e stavolta si spinge sino a criticare i politici che hanno soffiato sul fuoco di Capitol Hill, pur senza nominare Trump. Rinuncia alla delega ai servizi segreti per affidarla a qualcuno di sua fiducia, passo sofferto, promette di rafforzare la squadra di governo: se non proprio rimpasto almeno rimpastino. Si schiera per il proporzionale, e le aree minute dalle quali potrebbero provenire costruttori e responsabili vari apprezzano.

 

IL DISCORSO È RIVOLTO quasi esclusivamente a chi potrebbe concedere un prezioso voto. Implicitamente in ogni passaggio, ma anche apertamente: «Aiutateci a riprendere il cammino. Chiedo un appoggio limpido, trasparente basato su un progetto politico». A chi lo chiede? «Agli europeisti, agli antisovranisti, ai liberali, ai socialisti, a tutti coloro che hanno a cuore i destini dell’Italia». C’è posto per tutti tranne che per i sovranisti, con i quali pure ha governato per un anno.

 

CONTE NON RASSEGNERÀ le dimissioni neppure se l’appello cadrà nel vuoto. La fiducia, salvo improbabile ripensamento di Iv dall’astensione al voto contrario, ci sarà. Il premier proseguirà con quella, nella speranza di rimpolpare la scarna maggioranza conquistando domani quel che gli è mancato oggi. Anche per questo terrà ancora per un po’ l’interim dell’Agricoltura: moneta da spendere quando, come da unanime auspicio dei giallo-rossi, l’Udc farà il passo che, salvo sorprese, eviterà oggi, diventando così «il polo centrista-europeista» della maggioranza. Ma Giuseppi per primo sa che il percorso sarebbe molto più che accidentato, mentre, se arrivasse oggi a un passo dalla maggioranza assoluta, intorno ai 157-158 voti su 161, tutto sarà molto più facile. Lui ci spera, il resto della maggioranza pure.

 

I NUMERI SONO fondamentali, anche se non è solo questione di quantità ma anche di qualità come il Pd non manca di rimarcare. I pallottolieri sono incandescenti, le linee telefoniche sovraccariche. Il senatore a vita Rubbia sarà in aula. Non era certo, a differenza di Liliana Segre che già da giorni aveva deciso di sfidare il Covid. È un voto prezioso. Tommaso Cerno ha dichiarato sul Fatto che voterà la fiducia quando era già dato per certo il suo no, anche perché appena domenica sera lo aveva annunciato in tv. I 5S assicurano che da Fi si staccherà un drappello: lo ripetono da giorni, si capirà oggi se a ragion veduta.

 

L’AZZURRA considerata più sulla porta di tutti, Carmela Minuto, però non varcherà quella soglia. Il senatore De Bonis profetizza i 158 voti, vittoria piena sul piano politico se non aritmetico, e promette «una sorpresa»: forse uno dei senatori del gruppo Misto considerati oscillanti, come Ciampolillo o Martelli, forse invece un auspicio spacciato per certezza. L’Udc ufficializza la scelta di restare a destra. Sarà per la prossima volta ma con la speranza che almeno Paola Binetti anticipi la dipartita, fortemente caldeggiata oltre Tevere. Essenziale sarebbe un inizio di sgretolamento del gruppo renziano e ieri è tornato a far sperare la maggioranza il socialista Nencini ma pare invano. I voti certi sarebbero comunque 154, se e di quanto saliranno lo si saprà oggi.

 

MA CONTA ANCHE la qualità. Lo dice senza perifrasi Zingaretti e Delrio controcanta in aula: «Servono governo ambizioso e patto di legislatura». Traduzione: o nelle prossime settimane la sgangherata compagine di costruttori si sedimenta in qualcosa di presentabile o la fine sarà alle porte. Ma anche questo dipende in parte dall’esito di oggi: 4 o 5 voti in più o in meno faranno la differenza tra un progetto appetibile e un fallimento già certo, dal quale tenersi a distanza.

16.01.2021

da Il Manifesto

Marco Revelli

 

Italia Via. Christian Salmon ragiona sullo “spettacolo fatuo allestito nel teatro della sovranità perduta” dove l’uomo politico viene “divorato dalla propria immagine sovraesposta”.

 

Incomprensibile. È la parola più usata a proposito della crisi aperta alle 17,30 del 13 gennaio da Matteo Renzi. Incomprensibile per gli osservatori internazionali (Die Zeit parla di “atto disperato” per “riguadagnare finalmente visibilità e peso politico”, il Guardian di caos scatenato “nel momento peggiore possibile per l’Italia”). Incomprensibile per i commentatori (pressoché tutti) italiani. Incomprensibile per gli elettori di ogni ordine grado e colore, compresi quelli renziani (si pensi allo sconcerto degli amici sindaci, dai fedelissimi Nardella e Gori ai luogotenenti di lungo corso come il pesarese Ricci).

 

Certo, il “gioco al massacro” di Matteo Renzi nei confronti del governo, da lui un tempo voluto, e soprattutto del suo capo, Giuseppe Conte, faceva comodo a tanti (almeno finché il massacro restava verbale e virtuale): in primis – come ha sottolineato ieri Norma Rangeri – a quella Confindustria bonomiana che fin dai primi sintomi della pandemia non ha smesso un minuto di osteggiare ogni misura di contenimento e di caldeggiare un governo “altro” (Governissimo o Draghi che dir si voglia), per meglio accaparrarsi il bottino dei finanziamenti europei. Comodo al Pd, nel fare il “lavoro sporco” che non si sentiva di compiere in prima persona, per riallineare le politiche di spesa del Recovery Fund e favorire l’accettazione del Mes.

 

Comodo naturalmente al centro-destra appollaiato come un avvoltoio sul bordo delle urne. Comodo forse persino ai Cinquestelle, nel marasma in cui si dibattono, per bilanciare il peso di una figura come Conte che pur nella vicinanza, anzi forse per quella, rischiava di allargarsi troppo e far ombra a molti. Ma nessuno di quei potenziali utilizzatori finali poteva augurarsi (o immaginarsi) un epilogo così devastante.

 

In realtà la soglia Renzi l’ha superata quando dal virtuale è passato al reale (ritirando i “corpi” molto materiali delle sue due ministre). Dalla guerra di guerriglia allo scontro frontale. Insomma, quando ha lasciato che la miccia bruciasse fino a dar fuoco alle polveri, anziché spegnerla un centimetro prima come gli altri immaginavano.

 

Perché l’ha fatto? Confesso che non riesco a trovare spiegazioni plausibili tra l’armamentario della scienza o meglio dell’”arte” politica, che sia pur in forma perversa una propria razionalità pure la possiede. Nemmeno negli interstizi del machiavellismo nostrano, se non altro attento all’adeguatezza dei mezzi se non alla qualità dei fini. E di cercare ausilio più sul versante psichiatrico o psicanalitico, tra chi più che di fisiologia si occupa di patologie, del comportamento e dell’immaginare.

 

Renzi, questa tara da caratteriale l’ha manifestata quasi subito, al suo primo apparire sulla scena nazionale, quando i suoi compagni del Pd l’acclamarono come deus ex machina non accorgendosi di cosa fosse realmente l’uomo del destino nelle cui mani si precipitavano.

 

Ieri il Financial Times lo ha ribattezzato “demolition man”. Ricordo che per quanto mi riguarda nel 2015, quando incominciavano a manifestarsi i primi sintomi della sindrome, evocai quello che Walter Benjamin aveva chiamato il “carattere del distruttore”: colui che “conosce solo una parola d’ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia”, e per il quale si può dire che “l’esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso». Aggiungevo che il suo modus operandi era simile a quello del freaking – la tecnologia usata in America per produrre idrocarburi frantumando gli strati schistosi -, perché, allo stesso modo, anche Matteo Renzi, programmaticamente, genera energia (politica) con la frantumazione di tutto ciò che gli sta sotto, a cominciare dal partito che l’ha portato fin sulla cima della piramide, e dalla macchina dello Stato. Ma come gli ambientalisti ci spiegano che il freaking inquina le falde – aggiungevo -, così il renzismo rischia di inquinare l’intero spazio pubblico. Accelerando non la soluzione, ma la crisi stessa”. E’ in fondo ciò a cui assistiamo oggi, a cinque anni di distanza.

 

Non è l’unico caso al mondo. E neppure il più pericoloso oggettivamente. Donald Trump, che con lui è inconfrontabile, se non altro perché ha dietro il 49% degli elettori anziché il 2%, e una strategia nella sostanza criminale, tuttavia ci offre un simile esempio di “psicopatico al potere”. E a suo modo anche Boris Johnson. Tutti costoro ci pongono la terribile domanda su cosa sia “oggi il potere”, nelle nostre società. E la risposta, ancora una volta, non sta nei classici della politica. Nei sacri testi di Max Weber o di Joseph Schumpeter. Forse una traccia ce la offre un massmediologo come Christian Salmon – quello dello storytelling – quando ragiona sullo “spettacolo fatuo allestito nel ‘teatro della sovranità perduta’” e sull’annessa “cerimonia cannibale” in cui l’uomo politico viene “costantemente divorato dalla propria immagine sovraesposta”, fattosi nella post-modernità rito universale, che si celebra nell’intero Occidente dove la “Rappresentazione permanente è chiamata a simulare – e sostituire funzionalmente – una sovranità che è ormai evaporata”.

 

A noi contemporanei per forza, che vedemmo anche un’”altra politica” tocca oggi essere testimoni di una generazione di uomini di Stato a cui è dato di incarnare il paradosso di uno Stato insovrano: politici “chiamati a governare nel contesto del declino della sovranità statale” trasformando appunto la pratica del governo in sua teatrale Rappresentazione. E trasformandosi, a loro volta, in caricatura di se stessi.

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