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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Tommaso Di Francesco

da il Manifesto

 

Italia in Africa. No allo ius soli, sì a una nuova avventura militare. L'annuncio della nuova missione militare in Niger.

 

 

Da una guerra «umanitaria» all’altra. La scia nefasta non si ferma. Nemmeno a Natale, nemmeno per le feste. Così il presidente del Consiglio Gentiloni, ex pacifista – insieme all’altra ex pacifista, la ministra della difesa Pinotti – proprio dal ponte di una nave militare ha annunciato l’ennesimo intervento militare mascherato da soccorso umanitario. Dove? Siccome abbiamo sconfitto il jihadismo dell’Isis a Mosul, sposteremo quelle truppe nell’Africa sub-sahariana, per fermare «i flussi dei migranti e il terrorismo». A Mosul i bersaglieri ufficialmente proteggevano la diga di Mosul e gli investimenti lì dell’impresa italiana del gruppo Trevi (famosa per i rcenti crolli in borsa). A Mosul l’estremismo jihadista, la cui origine deriva dalla distruzione dello Stato iracheno per effetto di tre guerre occidentali – del terrore provocato da queste guerre si preferisce tacere -, lascia sul campo il corpo dilaniato dell’Iraq in un conflitto intestino che ancora brucia.

La frontiera del sud-Sahara è lunga più di 5mila chilometri, più che impossibili da controllare, più che permeabili alle fughe dei disperati dall’Africa in generale e dal Sahel in particolare; da quell’Africa dove divampano 35 guerre e dove il nostro modello di rapina depreda le risorse e per farlo unge le corrotte leadership locali (dalla Nigeria al Niger, dal Mali al Ciad al Burkina Faso, ecc.).

In questa situazione il governo che si avvia a chiudere i battenti, dentro una legislatura finita, annuncia l’invio di centinaia di soldati italiani, facendo perfino trapelare la possibilità – e sarebbe la vergogna delle vergogne – che sulla missione, della quale non sappiamo nemmeno il costo e chi la pagherà, si voti subito. Insomma, no allo ius soli ma sì ad una nuova avventura militare africana.

Come se quella in Libia del 2011 non si fosse dimostrata insieme fallimentare e generatrice del disastro che ne è seguito e del quale vediamo le conseguenze ogni giorno, nelle morti a mare e nelle guerre mediorientali che non finiscono. Dobbiamo però stare tranquilli dicono i generali che già prendono armi e parole: sarà una missione «no combat». Ma che senso hanno regole d’ingaggio affidate alla televisione e che presentano i militari italiani come «addestratori», quando in loco – in Niger – invece già si combatte duramente e da tempo, come dimostra la recente uccisione proprio in Niger – con tanto di polemica tra le famiglie delle vittime e uno sprezzante Donald Trump – di quattro marines delle forze speciali Usa?

Naturalmente «addestrarli» – facendo un favore al neocolonialismo francese di Macron che in Niger è di casa – vuol dire «aiutarli a casa loro», aiutarli a rinfocolare la guerra che alimenta il circolo vizioso delle stragi, delle fughe e dei profughi. Per le quali c’è una svolta: una sorta di Concordato sulle migrazioni.

È stato in questi giorni l’altro campione governativo, il coloniale Minniti che ha ricevuto, insieme al benedicente cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) l’arrivo di 162 migranti salvati con un corridoio umanitario «legale» dai centri di detenzione in Libia, indicando anche che potrebbero essere 10mila i migranti che potranno arrivare in Europa regolarmente dai campi e dalle carceri libiche, con la garanzia dell’Unhcr, che verificherà in Libia chi ha diritto alla condizione di rifugiato e chi no, e della Conferenza episcopale italiana; e poi, secondo gli obiettivi attribuiti all’Organizzazione mondiale dei migranti (Oim), dovrebbero essere invece 30mila i migranti giudicati senza diritto d’asilo, che dovranno tornare a casa con rimpatri «volontari».

Onestamente, siamo davvero contenti per i primi arrivati, i 162 liberati dalle condizioni di detenzione in Libia, e davvero felici per l’annuncio dei, forse, 10mila nel 2018 – meno invece per i 30mila già previsti come «ricacciati» a casa. Ma perché intanto il governo italiano ha contribuito a chiudere la rotta del Mediterraneo intrappolando in Libia da 700mila a un milione di persone – dalle stime della stessa Onu?

Perché, per un esodo che è epocale, abbiamo criminalizzato le Ong che soccorrono sulle coste libiche i migranti? Perché li abbiamo consegnati al controllo delle cosiddette autorità libiche, le stesse che dovrebbero garantire la svolta natalizia-concordataria di Minniti, e che invece continuano a non controllare alcunché, in un Paese in guerra e in mano a centinaia di milizie che volta a volta si chiamano esercito governativo o guardia costiera, ognuna delle quali gestisce centri di detenzione e di tortura fin qui per conto nostro?

Di quell’Italia ormai capofila, con il Codice Minniti, dell’Unione europea sui migranti, mentre i Paesi europei a ovest si aprono a parole e a Est si chiudono minacciosi e razzisti con i muri, rifiutando perfino la misera ripartizione di un’accoglienza che invece dovrebbe essere epocale. Mentre scriviamo è stato salvato nella notte un barcone con 250 migranti, ma si teme per la sorte di altre due imbarcazioni di fortuna per ora pericolosamente disperse tra Libia e Canale di Sicilia.

Francamente, gli annunci del trio Gentiloni-Minniti-Pinotti risultano angusti e oscuri anche da un punto di vista elettorale. Così accontentiamoci del solo principio che avanza, anche quello fortunato per chi capita. È il principio della lotteria. Come per il migrante numero centomila sbarcato a Lampedusa prima dell’estate: grazie alla nascita miracolosa della piccola Miracle, avrà l’atto di nascita della figlia e quindi forse la possibilità di ottenere il diritto d’asilo.

22.12.2017

 

“Un voto storico”, così Tommaso Fattori, capogruppo di Sì-Toscana a Sinistra e presidente della Commissione per le politiche europee e gli affari internazionali del Consiglio regionale, commenta l’approvazione dell’Ordine del giorno, presentato assieme al collega Paolo Sarti, che chiede al Parlamento d’impedire che il Fiscal Compact venga elevato al rango di vero e proprio Trattato della UE.

 

Tutti i Parlamenti nazionali sono infatti chiamati a pronunciarsi a breve, dando una valutazione  rispetto alla così detta ‘efficacia’ o inefficacia del Fiscal Compact e sui suoi effetti.

 

L’atto impegna la Regione Toscana “a farsi portatrice nei confronti del Parlamento italiano di un giudizio negativo rispetto agli effetti del Fiscal Compact” e a chiedere “che sia aperta una discussione sul superamento di trattati e regolamenti che hanno imposto un indirizzo liberista alle politiche dell’Unione europea, caricando gran parte del peso delle conseguenti misure di austerità su Regioni ed Enti locali”.

 

“Le politiche di austerità – afferma Fattori – stanno massacrando il welfare e i servizi pubblici, ossia tutti quei servizi che sono legati a bisogni e diritti fondamentali dei cittadini, dalla sanità ai trasporti, dall’edilizia residenziale pubblica all’istruzione e alla ricerca, per non dire della spesa sociale e della lotta alla povertà. Ma l’austerità ha anche bloccato la possibilità di far investimenti pubblici anticiclici, necessari per uscire dalla crisi e per avviare una vera conversione ecologica della nostra economia”.

 

L’Ordine del giorno è stato approvato nel corso della discussione della manovra finanziaria regionale 2018, che risente dei vincoli derivanti dal FiscalCompact e dal rispetto del pareggio di bilancio, che hanno fra le altre cose introdotto l’obbligo di conseguire un avanzo di bilancio molto consistente.

 

Continua Fattori: “Siamo da tempo imprigionati in un circolo vizioso fatto di tagli ai servizi, stagnazione, paralisi degli investimenti pubblici regionali. Le misure di austerità sono state scaricate principalmente sulle Regioni e sugli enti locali attraverso il Patto di stabilità interno, i tagli ai trasferimenti erariali, i tagli lineari delle così dette spending review, e l’impatto è devastante”.

 

“Proporrò che la Regione Toscana nel 2018 si faccia capofila di un’ iniziativa transnazionale delle regioni europee contro le politiche di austerità e per un’altra Europa. Dobbiamo invertire la rotta, impedendo la completa desertificazione dei diritti e l’inarrestabile crescita delle disuguaglianze.

 

Potremmo dire che il Fiscal compact, le politiche di austerità, il ricatto del debito sono state armi assai efficaci, dipende sempre dai punti di vista: sono state efficaci per chi ha perseguito l’obiettivo di privatizzare beni comuni e servizi pubblici ed operare un gigantesco trasferimento di risorse dal basso verso l’alto, dalle classi medio-basse verso i ricchi. Una sorta di redistribuzione della ricchezza al contario.”

Giuliano Santoro

da Il Manifesto

 

Calcio. Il giudice sportico condanna «lo striscione». Daspo e sanzioni pecuniarie in arrivo

 

 

 

Secondo il giudice sportivo, esporre all’interno di uno stadio la faccia di Federico Aldrovandi è una «provocazione rivolta alle forze dell’ordine».
I fatti risalgono al 9 e 10 dicembre scorso. Acad, Associazione contro gli abusi in divisa, aveva invitato le tifoserie italiane a esporre il volto del giovane ferrarese ucciso da alcuni agenti mentre tornava a casa, in una notte di settembre del 2005. L’iniziativa era arrivata dopo che all’interno dello stadio Olimpico di Roma, in occasione della partita tra Roma e Spal, ai sostenitori della compagine ferrarese era stato impedito di entrare con il bandierone che porta il volto di Aldrovandi.

L’appello di Acad aveva raccolto tantissime adesioni delle curve italiane ed europ

ee. La faccia di «Aldro» era comparsa un po’ dovunque, segnalando l’ostinazione a non dimenticare la sua morte in seguito ad un fermo di polizia. Adesso sono in arrivo sanzioni pecuniarie e Daspo, il divieto di partecipare a manifestazioni sportive, un provvedimento amministrativo che non necessita di essere approvato dalla magistratura ordinaria. E che in questa occasione porta questa motivazione: «I sostenitori, durante la gara, esponevano uno striscione di contenuto provocatorio nei confronti delle forze dell’ordine».

 

Il padre di Federico, Lino Aldrovandi, ha espresso la sua solidarietà ai colpiti dai provvedimenti repressivi: «Ripeto quello che ebbi a dire qualche giorno fa – sostiene – Ricordare le vittime di quel male irreversibile ’causato’, non sarà mai sinonimo di violenza, ma monito a richiamare al rispetto della vita di ognuno di noi, da parte di chi quella vita, quando chiamato in causa, abbia l’onere ed il privilegio di averla in consegna».
Il regolamento in vigore non prevede il divieto di esporre bandiere. Quel divieto è limitato agli striscioni offensivi e a quelli dal contenuto considerato «politico». Ne deriva che le norme che disciplinano i comportamenti dei tifosi riconoscono ampio potere discrezionale ai funzionari di polizia. Qualsiasi stendardo di dimensioni superiori a un metro deve essere autorizzato. Da qui aveva avuto origine il divieto di Roma. La motivazione del giudice non richiama espressamente il volto di Aldrovandi. Ma i protagonisti di questa vicenda non hanno dubbi: è quella faccia l’unica «anomalia» che compare sugli spalti nel corso di quella giornata calcistica. E sono i suoi occhi, che interrogano il prossimo e mantengono vivo il suo ricordo, ad essere considerati una «provocazione».

 

Così, ad esempio, dalla questura di Terni si annunciano provvedimenti nei confronti di cinque ultrà del Parma. E da Prato i tifosi raccontano: «All’inizio del secondo tempo, alcuni steward assieme a poliziotti in divisa e non, dopo aver strappato un drappo di Aldrovandi dalla curva del Siena sono entrati nel nostro settore intimandoci, pena il Daspo, di levare lo striscione con la foto di Aldrovandi». «Il divieto di Roma che ha dato il via alla campagna non era frutto della decisione di qualche funzionario di polizia troppo solerte, ma di una precisa volontà politica – spiega Luca Blasi di Acad – La nostra campagna #FedericoOvunque ha raccolto e continua a raccogliere adesioni dalla maggior parte delle tifoserie italiane, molte da altri paesi europei e da una miriade di realtà sociali e singoli cittadini. La risposta a questa azione di massa nonviolenta è gravissima: non potendo impedire fisicamente l’accesso agli striscioni in tutte le partite delle differenti categorie stanno fioccando multe e divieti nei confronti di chi ha portato striscioni, bandiere o cartelli con l’immagine di Federico».

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

 

«Farebbe ridere se non ci fosse da piangere la levata di scudi trasversale contro la Bolkestein da parte di centrodestra e centrosinistra che l’hanno votata! 

Ricordiamo infatti che quando fu varata, furono i gruppi popolari e socialisti, cioè centrodestra e centrosinistra, ad approvarla. Rifondazione votò contro, per la cronaca…

Quando si sono accorti che la direttiva colpiva anche un settore come quello delle concessioni balneari, che godono in Italia di un trattamento che non ha pari in Europa, centrodestra e centrosinistra si sono messi a fare demagogia.

Sanno benissimo che non ci sono ragioni che giustifichino una durata infinita delle concessioni su un bene demaniale, ma a fini elettorali votano proroghe, invece di avere il coraggio di riformare un settore, garantendo che le spiagge non vengano accaparrate da banche o società multinazionali, che sia tutelato il lavoro, che vengano liberate dal cemento e riqualificate sul piano paesaggistico e ambientale.

Di proroga in proroga, l’Italia rischia di pagare cara la demagogia, senza nemmeno conseguire risultati concreti per le 30.000 aziende del settore.

Comunque la difesa delle imprese del settore balneare richiede una fermezza della politica nel contrastare il dilagare delle costruzioni sulle spiagge, considerate da troppi di questi operatori come proprietà privata».

Adriana Pollice

 

Sinistra. Presentati all'Ambra Jovinelli di Roma il simbolo e il programma della lista. Acerbo: possiamo occupare uno spazio finora lasciato vuoto

 

Ambra Jovinelli pieno domenica scorsa, oltre mille persone hanno partecipato al battesimo del simbolo e del programma di Potere al popolo, la lista che sta nascendo dalle lotte nei territori (80 assemblee tenute da nord a sud) con l’intenzione di presentarsi alle prossime politiche. Significativa la presenza sul palco di esponenti della nuova sinistra europea e dell’ambasciatrice palestinese in Italia, Mai Alkaila.

 

Gabriel Amard, di France Insoumise, ha spiegato il metodo comune alle formazioni che si stanno affermando al di fuori delle vecchie burocrazie di partito: «Ognuno è il benvenuto, non chiediamo il curriculum. Nel nostro progetto, il popolo è il soggetto politico che prende il potere e cambia la società. Non vogliamo personalizzare la lista, vogliamo innescare un processo costituente per il popolo, con il popolo per l’interesse generale. Alla gente, nei territori, diciamo venite a fare le leggi per voi stessi, entrate in rapporto diretto con la costruzione delle leggi con una scrittura cooperativa fatta insieme nelle assemblee o sulle piattaforme in rete».

 

Gli attivisti dell’Ex Opg Je so’ pazzo hanno chiamato a raccolta a Roma reti civiche, collettivi e spazi sociali, sindacati di base, comitati ambientali come No Tav, No Tap e No Muos, soggetti strutturati come Rifondazione comunista, Rete dei comunisti, Sinistra anticapitalista e Pci (ex Pdci), i lavoratori impegnati in battaglie simbolo come Thyssen Krupp e Almaviva.

 

Le prossime tappe prevedono nuove assemblee locali per selezionare le candidature scegliendo chi nei territori si è fatto carico delle battaglie della propria comunità: «Casa per casa, università per università, sui luoghi di lavoro, nelle lotte e in ogni provincia noi andremo avanti a portare le idee per le quali ci battiamo – spiegano -. Che sono semplici, oltre i tecnicismi di programmi infiniti, e sono quelle che uniscono tutti: lavorare senza essere sfruttati, non essere costretti a emigrare e vivere in territori che non vengano deturpati. È una follia cominciata per le elezioni ma che non si fermerà un giorno di marzo con una percentuale di votanti».

 

Una delle figure di riferimento della lista è Haidi Gaggio Giuliani perché è dalle repressioni dei movimenti dopo il G8 di Genova che si è formata questa generazione di attivisti.

 

«Quello di domenica è stato un bel momento di partecipazione dal basso – racconta Maurizio Acerbo, segretario del Prc.

 

Jean-Luc Mélenchon, fondatore di France Insoumise, ha dedicato all’iniziativa un post sul suo blog, la partecipazione di rappresentanti della spagnola Podemos ci dice che nel vecchio continente c’è una sinistra radicale sopra il 10% e pure in Italia si può occupare questo spazio, finora lasciato vuoto, lavorando anche oltre il momento elettorale».

18 dic 2017

Fabio Panero

 

Leggo che la salma del “Re cit” ovvero il Re piccolo in tutti i sensi, Vittorio Emanuele III è arrivata dall’Egitto con volo di Stato (quindi pagato dai contribuenti) alla volta del Santuario di Vicoforte Mondovi’ (Cuneo, Piemonte)

 

Nessuno potrà e dovrà dimenticare mai che Vittorio Emanuele III consegnò l’Italia alla dittatura fascista, calpestando lo Statuto su cui aveva giurato e così venendo meno all’unico dovere che aveva. Per vanagloria e soddisfatto del ridicolo titolo di Imperatore d’Etiopia, diede il suo assenso alle leggi razziali, spianando la strada allo sterminio dei suoi sudditi ebrei. Portò l’Italia in guerra accanto a Hitler: ogni famiglia cuneese ha praticamente un morto in Russia e penso che ognuno di questi morti si stara’ rivoltando nella tomba.

 

Unica scelta sensata fu quella di voltare la gabbana e far arrestare Mussolini , salvo poi scappare a gambe levate l’8 di settembre, lasciando allo sbando centinaia di migliaia di soldati italiani sui vari fronti, deportati nei lager nazisti o trucidati sul campo.
E’ vergognoso che si sia speso un singolo euro per portare in Italia le ossa di un personaggio tanto deplorevole. Se proprio ci tenevano tanto i discendenti avrebbero dovuto pagare loro questa operazione pubblicitaria.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

«Ma quale compassione? Noi non proviamo nessuna umana compassione, al contrario di quanto dichiarato da Grasso, nè pensiamo che ci debba essere alcun onore e nemmeno nessun onere per la collettività quando si parla della Casa Savoia, che rifilò all’Italia due guerre mondiali, 20 anni di dittatura fascista, crimini coloniali, leggi razziali. La compassione la proviamo per le vittime dei Savoia e del fascismo.

Va ricordato che solo Rifondazione Comunista e i Comunisti italiani votarono contro l’abrogazione dei primi due commi della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione avvenuta nel 2002 con i voti di centrodestra e centrosinistra. I due commi recitavano: “I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive. Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale”. Questi commi non avevano nulla di disumano perchè richiedevano ai Savoia di rinunciare a pretese dinastiche per rientrare in Italia.
Furono aboliti nel clima di revisionismo storico e di svuotamento della Costituzione tipico della seconda repubblica. Ora ci tocca pure pagare i viaggi!»

 

 

Fabio Sebastiani

da Contro la crisi

18.12.2017

 

 

"Unità e partecipazione dai territori". E' questo il risultato più importante, nelle parole di Viola Carofalo dell'assemblea nazionale di Potere al popolo che ha registrato il tutto esaurito all'Ambra Jovinelli. Sul nodo cruciale della raccolta delle firme Viola risponde: "In strada a fare i banchetti ci siamo sempre stati. Stavolta non sono ottimista, di più". 

Delle firme utili a presentare le liste, così come degli altri ostacoli, in realtà non si è parlato tanto nel corso degli interventi. La preoccupazione di tutti, a cominciare da Giorgio Cremaschi, è stata la tenuta del patrimonio di unità. E, dentro questo percorso, anche certificare il passo indietro dei "vecchi militanti". Non era così scontato. E finalmente il passaggio di testimone non è più soltanto un'auspicio gridato come uno slogan. Ora, sempre guardando alle incrostazioni della sinistra antagonista, resta da sciogliere il nodo del variegato mondo dei centri sociali, rimasti un po' alla finestra in questa fase. La partecipazione dei No-Tav e della stessa Haidi Giuliani, che non manca di sottolineare la discrasia, dovrebbero funzionare da disgelo. Ma per raccogliere i frutti bisognerà aspettare più del classico "medio periodo".
Tutta l'Europa ci guarda. Spagnoli e francesi sono addirittura intervenuti per incoragggiare Potere Popolare e per dire che "il problema della sinistra è il popolo".

La formula più efficace per dare un significato ben definito alla parola "popolo", altro tema di punta della giornata, è quella di "working poor generation". Tradotto, la generazione che si riconosce nella lotta allo sfruttamento e alla precarietà, migranti compresi ovviamente. Qqualcuno potrebbe obiettare che non cambia molto rispetto al passato. E invece sì. A spiegarlo è Franco Turigliatto, più di qualche capello bianco e decenni di lotta politica sulle spalle. Turigliatto racconta di quel momento magico tra gli anni sessanta e settanta quando nel nord Italia la rivolta venne accesa dai ragazzi, mentre alla Fiat "i giovani immigrati dal Sud" rompevano lo schema degli operai di vecchio stampo.

Non a caso nel suo intervento Maurizio Acerbo ci tiene a sottolineare che all'Ambra Jovinelli "c'è la storia della sinistra migliore di questo paese". "Concentriamoci sulla nostra passione", è invece l'esortazione di Eleonora Forenza. 

Altro tema su cui si è fatto un netto salto di qualità, infine, è stato quello dei migranti. La manifestazione di ieri è andata bene. E la trasversalità raggiunta nel nome della battaglia contro lo sfruttamento e la precarietà di vita e di lavoro apre nuove prospettive. La prossima assemblea territoriale sarà, non a caso, a Lampedusa.  

16.12.2017

da la Citta Futura

di Ascanio Bernardeschi

 

I dati sulle persone che per motivi economici non possono accedere alle prestazioni del servizio sanitario nazionale ci dicono che l'universalità del diritto alla salute è solo un ricordo.

 

Mentre i nostri governanti ci dicono quotidianamente che, grazie ai loro meriti, la “crisi non c'è più” e che l'“economia tira”, la povertà aumenta. Oggi anche le cure mediche sono diventate un privilegio per chi può permettersele e l'universalità del diritto alla salute, previsto dalla Costituzione e attuato con la riforma sanitaria degli anni 70, è solo un ricordo.

 

La fondazione Banco Farmaceutico Onlus, per tramite del suo organo di ricerca, e con il contributo tecnico scientifico di Caritas Italiana, Associazione Medicina e Persona e ACLI, ha pubblicato il rapporto 2017, intitolato “Donare per curare: Povertà sanitaria e Donazione Farmaci”.

 

Ne viene fuori che, nel 2017, 580mila persone (+4% rispetto al 2015) non possono acquistare farmaci.

 

È in aumento la povertà sanitaria, visto che nel 2017 la richiesta di medicinali da parte degli enti assistenziali è cresciuta del 9,7% e negli ultimi 5 anni del 27,4%.

 

Crescono del 3,2% i poveri under 18, che rappresentano quasi un quarto degli assistiti, e ancor di più crescono i minorenni in tale condizione (+4,5).

 

Anche chi non è povero ha difficoltà a curarsi: più di un quarto, il 26 per cento, ha rinunciato almeno una volta in un anno a visite specialistiche o accertamenti diagnostici e gran parte di queste persone ha dovuto anche rinunciare a curarsi. Poco meno di un quarto, il 23 per cento, ha rinunciato almeno qualche volta ad acquistare farmaci. Ma fra chi ha un titolo di studio basso la percentuale sale al 40,85 per cento, e al 42,1 fra chi ha più figli. Al Sud più della metà della popolazione deve rinunciare (50,6%). Così come superano la metà (51,2%) i “lavoratori atipici” costretti a rinunciare, cioè l'enorme e crescente esercito del precariato legalizzato dal pacchetto Treu passando per il decreto Biagi, fino al Jobs act, segno evidente che anche l'accesso alle cure subisce una selezione su basi di classe.

 

Perfino fra gli utenti coperti dal Servizio Sanitario Nazionale più del 10% ha rinunciato a visite ospedaliere o a esami del sangue, non potendosi permettere il ticket.

 

Elaborando poi alcune statistiche dell'Istat viene fuori che le persone indigenti hanno potuto spendere nel 2015, mediamente, 106 euro a testa (29 centesimi al giorno), 14 euro meno dell'anno precedente.

 

In tutto, nel 2015, oltre 13 milioni di italiani (un milione in più dell'anno precedente) hanno limitato per motivi economici la fruizione di prestazioni sanitarie, il 20 per cento delle famiglie non povere e il 42 per cento di quelle povere, un italiano su 3 nel complesso.

 

A suon di “razionalizzazioni”, aziendalizzazioni, tagli, chiusure dei presidi nelle zone svantaggiate, la funzione universalistica del Servizio Sanitario Nazionale si è andata nel tempo affievolendo e sempre più si è aperto lo spazio del privato che a costi competitivi surroga le inefficienze del pubblico. Di questo ultimo aspetto il rapporto non parla, ma ormai la popolazione ne è ben più che consapevole. Con pochissimi soldi in più si evitano le liste di attesa e le code ai CUP, siamo accolti con guanti di velluto e usciamo soddisfatti. Non ci rendiamo conto però che così il servizio pubblico va gradualmente a farsi benedire e aumenterà il numero di coloro che non si potranno curare.

 

Mentre il grande statista di Rignano sull'Arno ci racconta ogni giorno dei magnifici progressi dell'economia, la povertà aumenta, i lavoratori perdono sempre più diritti e il welfare si assottiglia. Le poche risorse reperibili spulciando fra i miseri margini che l'Europa delle banche ci concede, vengono destinate a mance elettorali, anziché ai servizi pubblici. Oppure, peggio ancora, se ne vanno in aerei da guerra, armamenti e salvataggi delle banche decotte.

 

Intanto che fa il nuovo astro nascente nazionale della a-sinistra, Enrico Rossi, nella sua Toscana? Chiude i piccoli ospedali, penalizza i servizi sanitari dei territori svantaggiati, conferma la fiducia ai superpagati e inconcludenti supermanager, che sanno solo a tagliare sui servizi e non sugli sprechi e sull'eccessiva burocrazia, allontanando sempre più gli utenti dal servizio sanitario nazionale e consentendo invece agli specialisti dipendenti dei servizi pubblici di operare anche privatamente e con criteri di massima concorrenzialità.

 

Di questo passo il servizio pubblico si ridurrà al minimo, si elogeranno le virtù del privato e chi non avrà i mezzi per curarsi dovrà portare pazienza.

 

Adriana Pollice

 

Migranti. Il rapporto dell’Ong svela il sistema di violenza e sfruttamento da parte della Guardia costiera di Tripoli, sostenuta dai governi europei

 

 

«I governi europei, e in particolare l’Italia, sono complici delle torture e degli abusi sui migranti detenuti dalle autorità libiche» è la denuncia contenuta nel rapporto di Amnesty International, presentato ieri a Bruxelles. «I governi europei non solo sono pienamente a conoscenza di questi abusi, ma sostengono le autorità nel trattenere le persone in Libia» ha spiegato il direttore di Amnesty per l’Europa, John Dalhuisen. L’Ong ricorda che 500mila persone sono bloccate in Libia, dove subiscono terribili violenze, fino a finire all’asta nei moderni mercati di schiavi.

 

IL RAPPORTO DI AMNESTY, intitolato Libia: un oscuro intreccio di collusioni, descrive come l’Ue stia sostenendo un sofisticato sistema di sfruttamento dei migranti da parte della Guardia costiera libica, delle autorità addette ai detenuti e dei trafficanti: «In centinaia di migliaia sono in balia delle autorità locali, delle milizie, dei gruppi armati, spesso in combutta tra loro per ottenere vantaggi economici», spiega Dalhuisen. Dalla fine del 2016, l’Ue e l’Italia hanno cercato di sigillare la rotta migratoria. La cooperazione con i libici, spiega l’Ong, prevede: supporto al Dipartimento che gestisce i centri di detenzione; addestramento ed equipaggiamento della Guardia costiera libica; accordi con autorità locali, leader tribali e gruppi armati per incoraggiarli a bloccare il traffico di esseri umani. Dopo il 2011 le milizie sono state integrate nella struttura di sicurezza dello stato: «I gruppi si sono trovati ben pagati e protetti dall’affiliazione alle istituzioni. Così hanno rivolto la loro attenzione anche al controllo della costa».

 

LA PRESENZA, nella legislazione libica, del reato d’ingresso irregolare e l’assenza di norme per la protezione dei richiedenti asilo generano la carcerazione di massa: torture, lavori forzati, estorsioni, uccisioni, stupri sono la quotidianità per almeno 20mila persone. Altre migliaia sono imprigionate da gang criminali. Spiega Amnesty: le guardie torturano per estorcere danaro e, quando lo ricevono, passano le vittime ai trafficanti, che organizzano la partenza con la complicità della Guardia costiera. A fine settembre, l’Oim aveva identificato 416.556 migranti presenti in Libia. Nel 2017 le motovedette di Tripoli hanno intercettato 19.452 persone. Un uomo del Gambia, detenuto per tre mesi, ha raccontato: «Volevano soldi per rilasciarmi. Telefonavano ai miei a casa, mentre mi picchiavano con un tubo di gomma, per costringerli a cedere». Pagato il riscatto, è stato messo su un’auto diretta a Tripoli. L’autista ha chiesto altri soldi: «Fino a quando non avessi pagato, avrei dovuto rimanere con lui oppure mi avrebbe venduto».

 

POI CI SONO LE ACCUSE all’Italia. Video mostrano una motovedetta libica, la Ras Jadir, provocare il 6 novembre scorso l’annegamento di almeno 50 persone: ignorando i protocolli operativi, non ha lanciato in acqua gli scafi di salvataggio ma ha accostato un gommone in avaria provocandone il semiaffondamento, molti migranti sono finiti in mare. La nave dell’Ong Sea Watch, mandata dal Centro di coordinamento di Roma, è stata costretta ad allontanarsi dal personale libico. Un video mostra i migranti a bordo della Ras Jadir frustati con una cima, un uomo si getta in acqua e viene travolto dalla motovedetta, nessuno prova a salvarlo.

La Ras Jadir è stata donata dall’Italia alle autorità libiche con due cerimonie (a Gaeta il 21 aprile, ad Abu Sittah il 15 maggio), in entrambi i casi c’era il ministro Marco Minniti, grande sponsor degli accordi con Tripoli. Secondo Amnesty, è la prima volta in cui viene documentato che la marina libica ha provocato morti in mare utilizzando mezzi forniti da un governo europeo, quello italiano. L’Italia, prosegue Amnesty, per garantire che la Guardia costiera libica sia il primo attore a intercettare i migranti ha anche agito per limitare il lavoro delle Ong, di nuovo con il sostegno dell’Ue: «La priorità dei governi è la chiusura della rotta del Mediterraneo, con poco riguardo per la sofferenza che ne deriva». Amnesty chiede che l’Europa attivi percorsi legali per i migranti e si impegni affinché «le autorità libiche pongano fine alla detenzione arbitraria, consentano piena operatività all’Alto commissariato Onu per i rifugiati». Amara la conclusione: «I paesi Ue non dovrebbero fingere shock per il costo umano quando collaborano assiduamente con i responsabili». Il commissario europeo alle migrazioni, Dimitris Avramopoulos, respinge le accuse: «Siamo consapevoli ma non complici».

 

EPPURE LE ACCUSE di Amnesty sono state confermate dai naufraghi sbarcati ieri ad Augusta, salvati dalle Ong Proactiva open arms e Sos Méditerranée. «Sulla spiaggia le guardie in uniforme ci hanno puntato contro le pistole e costretto a salire sul gommone» ha raccontato un ragazzo. «In cella in Libia – ha aggiunto una donna del Camerun – ci picchiavano: mani e piedi legati, appesi a testa in giù, ci hanno colpito per tre giorni sulle articolazioni. Quando gli europei venivano a visitarci, le guardie ci dicevano di non parlare, sceglievano loro chi mostrare. Io però ho parlato, mi hanno punito trascinandomi in strada per 200 metri».

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