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26.01.2018

da Il Manifesto

 

Cerimonia al Quirinale. Per il giorno della Memoria, il presidente della Repubblica usa parole durissime sulle connivenze all'antisemitismo radicate nella società italiana subito dopo le leggi razziali e sulle colpe del fascismo: inaccettabile dire che ebbe anche dei meriti

 

«Il presidente è stato molto chiaro e mi hanno fatto particolarmente piacere alcune sue frasi sul passato. Speriamo che sia effettivamente il passato». Al Quirinale, Pietro Terracina, uno dei sopravvissuti di Auschwitz, commenta così il discorso di Sergio Mattarella per il giorno della memoria. Il presidente della Repubblica alla condanna dei crimini della storia ha aggiunto un deciso avvertimento per il presente.

 

La cerimonia si è svolta ieri perché il giorno della memoria – 27 gennaio, anniversario dell’aperture dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata rossa sovietica (le «truppe russe» nel discorso di Mattarella) – cade quest’anno di sabato, giornata del riposo per gli ebrei. Oggi il capo dello stato è impegnato con l’apertura dell’anno giudiziario in Cassazione. Mattarella aveva in qualche modo anticipato il suo richiamo al valore della memoria – «un antidoto indispensabile contro i fantasmi del passato» – nominando la settimana scorsa senatrice a vita Liliana Segre, anche lei sopravvissuta e testimone dell’olocausto.
«Tutte le vittime dell’odio sono uguali e meritano uguale rispetto, ma la Shoah per la sua micidiale combinazione di delirio razzista, volontà di sterminio, pianificazione burocratica, efficienza criminale, resta unica nella storia d’Europa», ha detto Mattarella. Per la prima volta il capo dello stato ha voluto invitare anche il rappresentante della comunità dei rom, sinti e camminanti. «Speriamo che il passato non torni mai – ha detto Terracina – non temo per me o per i miei correligionari, temo invece per altre minoranze che sono ancora a rischio».

 


Con parole mirate, Mattarella ha demolito il mito degli italiani brava gente e della dittatura lieve. «Sul territorio nazionale il regime fascista non fece costruire camere a gas e forni crematori. Ma il governo di Salò collaborò attivamente alla cattura degli ebrei che si trovavano in Italia e alla loro deportazione verso l’annientamento. Le misure persecutorie – ha aggiunto – la schedatura e la concentrazione nei campi di lavoro favorirono enormemente l’ignobile lavoro dei carnefici delle SS». Mattarella ha ricordato l’ottantesimo anniversario delle leggi razziste del 1938, «ideate e scritte di pugno da Mussolini, trovarono a tutti i livelli delle istituzioni della politica, della cultura e della società italiana connivenze, complicità, turpi convenienze, indifferenza».

 

Di rara nettezza la condanna del fascismo: «Con la normativa sulla razza si rivela al massimo grado il carattere disumano del regime fascista … dopo aver soppresso i partiti, ridotto al silenzio gli oppositori e sottomesso la stampa, svuotato ogni ordinamento dagli elementi di democrazia, il fascismo mostrava ulteriormente il suo volto». «E per questo sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione. Perché razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza».
In conclusione, Mattarella ha detto che «focolai di odio, di intolleranza, di razzismo, di antisemitismo sono presenti nelle nostre società. Non vanno accreditati di un peso maggiore di quel che hanno ma sarebbe un errore capitale minimizzarne la pericolosità».

 

25.01.2018

 

Sul deragliamento del treno dei pendolari a Pioltello. Il cordoglio di tutta Rifondazione Comunista alle famiglie delle vittime.

 

Matteo Prencipe, segretario Prc Milano, ha dichiarato: “Non conosciamo le cause del tragico deragliamento avvenuto nei pressi di Pioltello e saranno le autorità ed i tecnici ad accertarlo. Sappiamo però che un nuovo grave lutto, dopo i tragici morti sul lavoro dei giorni scorsi, colpisce i lavoratori che in maggioranza utilizzano i treni della disastrata Trenord. Ieri in fabbrica e oggi sui treni. Esprimiamo il nostro cordoglio alle famiglie delle vittime e auguriamo pronta guarigione ai tantissimi feriti, ringraziando quanti si stanno prodigando in queste ore per evitare altre vittime. Pensiamo sia necessario che si accertino le responsabilità ed è inaccettabile il linguaggio burocratico del comunicato emesso da Trenord. Le vite di uomini e di donne non sono merce e non sono una “notizia burocratica”.

 

I dirigenti escano dalle stanze e si rechino sul posto”.

 

Trasporto ferroviario, come era ampiamente prevedibile l'Alta velocità viaggia a discapito della mobilità dei pendolari

 

Ai grandi successi dell’Alta Velocità, che in undici anni ha visto un aumento dell’offerta di oltre il 400%, fa da contraltare un trasporto regionale che arranca e rimane difficile, anche perché si sono ridotti i treni intercity e i collegamenti a lunga percorrenza. Dal 2010 a oggi i pendolari hanno dovuto subire aumenti tariffari pari al 17,8%, un calo del 6,5% dei treni regionali e del 15,5% dei treni intercity. L’Alta Velocità arriva poco al Sud, dove circolano meno treni che in Lombardia, più lenti e più vecchi. Ma “dove si investe cresce la voglia di spostarsi in treno”. A dirlo è Legambiente nel rapporto annuale Pendolaria sul trasporto ferroviario in Italia. 

“La mobilità su ferro vede muoversi ogni giorno 5,51 milioni di persone In Italia, con una crescita del numero complessivo dei pendolari, ma aumentano anche le differenze tra le varie regioni e quelle sulla rete ferroviaria, segnata da una parte dai continui successi dell’alta velocità e dall’altra dai tagli agli intercity e da treni regionali spesso troppo vecchi e lenti”, evidenzia l’associazione ambientalista. Nel 2017 il numero dei pendolari del treno, che usano il servizio ferroviario regionale, è aumentato con una crescita di 11mila passeggeri al giorno (+0,4% rispetto al 2016), mentre il numero di persone che ogni giorno prende le metropolitane nelle sette città in cui è presente il servizio (Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova, Brescia e Catania) ha visto un aumento di 22mila viaggiatori giornalieri (+0,6% rispetto al 2016, stesso trend in positivo come tra 2016 e 2015). Sono 2milioni e 841mila i passeggeri che usufruiscono del servizio ferroviario regionale, e oltre 2milioni e 672mila quelli che ogni giorno prendono le metropolitane. Per completare il numero di coloro che ogni giorno prendono il treno sui collegamenti nazionali, vanno aggiunte 40mila persone che viaggiano sugli intercity e 170mila tra Frecce ed Italo.

Pendolaria fotografa un’Italia a due velocità. Da una parte ci sono i grandi successi dell’Alta Velocità, con un’ampia offerta di treni tra Salerno, Roma, Firenze, Bologna, Milano, Torino e Venezia e un aumento dell’offerta in meno di 11 anni pari al 435%. Dall’altro c’è la situazione difficile del trasporto regionale, che sconta una riduzione dei treni Intercity e dei collegamenti a lunga percorrenza (-15,5 dal 2010 al 2016) con un calo del 40% dei passeggeri e la diminuzione dei collegamenti regionali (-6,5% dal 2010 al 2016). E poi in alcuni casi c’è il peggioramento del servizio con disagi e disservizi come accade sulla Roma-Lido di Ostia o sulla Circumvesuviana. Negli ultimi anni c’è stata poi la chiusura di oltre 1300 chilometri di linee ferroviarie. In Molise, ad esempio, non esiste più un collegamento ferroviario con il mare: sono scomparsi i treni che dal 1882 collegavano Campobasso con l’Adriatico e con Termoli.
Eppure, prosegue Legambiente, “dove si investe nella cura del ferro il numero dei pendolari cresce e aumenta la voglia di spostarsi in treno, come è accaduto in Lombardia, dove nonostante le difficoltà su alcune linee, si è raggiunta quota 735.000 passeggeri ogni giorno sui treni regionali (con un +3,1% nel 2017 e +24% dal 2009 ad oggi, quando erano 559mila) o in Friuli Venezia Giulia dove si è passati da 13mila a 21.500 i viaggiatori con un aumento del +38%”.

“Cambiare e migliorare la situazione che vivono ogni giorno milioni di pendolari – ha dichiarato Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – è una sfida possibile e deve diventare una priorità, non solo per ridurre differenze e recuperare ritardi, ma perché è un grande investimento per il futuro del Paese. Occorre porsi l’obiettivo al 2030 di raddoppiare il numero di persone che ogni giorno in Italia prende treni regionali e metropolitane, per farle passare da 5,5 a 10 milioni. Si tratta di una sfida alla portata di un Paese come l’Italia, che produce vantaggi in termini ambientali e positive ricadute occupazionali, legate sia alla costruzione e manutenzione del parco rotabile che alla gestione della mobilità”.
Fra i dati evidenziati da Pendolaria c’è poi la situazione del Sud Italia. Qui circolano meno treni: le corse dei treni regionali in tutta la Sicilia sono 429 contro le 2.396 della Lombardia. Inoltre i convogli sono più vecchi – con una età media nettamente più alta, 19,2 anni rispetto ai 13,3 del Nord e a quella nazionale di 16,8 – e sono più lenti, sia per problemi di infrastruttura sia perché circolano treni vecchi e non più adatti alla domanda di mobilità. Per non parlare del fatto che l’Alta Velocità si ferma a Salerno e che, “malgrado la continuazione di alcune Frecce verso Reggio Calabria, Taranto o Lecce, il numero in rapporto a quelli che circolano al Centro-Nord di questi treni è insignificante”.

“Se vogliamo cambiare la situazione nelle città italiane – aggiunge Zanchini – dobbiamo rendere competitivo il trasporto pubblico su ferro e la mobilità sostenibile. Le tante storie positive che abbiamo raccolto dimostrano la voglia di cambiamento da parte dei cittadini. La prossima legislatura dovrà affrontare la questione delle risorse per garantire un aumento del servizio, con più treni per dare risposta alla domanda dei pendolari e offrire un’alternativa all’auto, e la realizzazione di nuove linee di metro, tram e ferrovie metropolitane. Perché dal 2002 ad oggi la priorità degli investimenti è andata verso strade e autostrade solo per il 13% alle città, mentre è proprio nelle aree urbane che si concentra la domanda di mobilità delle persone”.

Viola Carofalo

 

Abbiamo letto l’appello rivolto alle liste elettorali da parte di Felice Besostri e altri costituzionalisti a sottoscrivere un patto che contrasti «ogni ulteriore proposta di riforma che miri a modificare la forma democratica e parlamentare del nostro modello repubblicano» e ogni ulteriore tentativo di «costituzionalizzare principi neoliberisti o limitare la sovranità popolare, i diritti fondamentali delle persone».

 

Per Potere al Popolo si tratta di un impegno scontato: la nostra è la lista del No sociale al referendum del 4 dicembre, per questo non possiamo non aderire al Patto che pone le condizioni minime per qualunque lista che abbia a cuore la difesa dei diritti.

 

Condizioni minime ma non sufficienti, a nostro avviso, ad assicurare attualmente quei diritti ai lavoratori, alle donne, agli studenti, ai pensionati, ai richiedenti asilo, ai senza casa, ai malati, ai precari, ai disoccupati, agli abitanti delle periferie.

 

L’appello infatti chiede di non violare la Costituzione «ulteriormente», visto che le violazioni negli ultimi anni sono state ripetute, persino da parte di chi oggi aderisce al Patto. Molti tra i candidati più in vista di LeU – firmatari dell’appello – come Bersani e D’Alema hanno deliberatamente modificato la Costituzione che oggi si impegnano a difendere.

 

Lo hanno fatto insieme a Berlusconi riscrivendo l’articolo 81 e inserendo l’obbligo del pareggio di bilancio imposto dalle oligarchie europee, votando la riforma Fornero, il Jobs Act e le altre leggi che hanno reso la Costituzione lettera morta.

 

Il pareggio di bilancio ha obbligato gli enti locali a tagliare drasticamente la spesa destinata ai servizi sociali fondamentali: sanità, edilizia popolare, trasporto pubblico, istruzione, solo per citarne alcuni. Oggi cinque milioni di italiani sono in povertà assoluta, dieci in povertà relativa, undici rinunciano alle cure mediche. Comprendiamo che chi in passato ha tradito il ripudio della guerra, bombardando gli inermi e votando a favore delle finanziarie che ogni anno hanno aumentato le spese militari, non possa oggi promettere la pace né sottrarsi ai vincoli della Nato, che chiede ai paesi aderenti di destinare il due per cento del Pil alle spese militari.

 

Potere al Popolo invece si batterà per garantire a tutte e tutti l’effettiva applicazione dei principi fondamentali della Costituzione, a cancellare l’obbligo del pareggio di bilancio, a contrastare le misure di austerity imposte dai trattati europei.

 

Ci impegniamo a cancellare le leggi che hanno alzato muri tra le persone e limitato i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, degli omosessuali, dei richiedenti asilo.

 

Aderiamo, con l’auspicio che la Costituzione, patrimonio di tutti i cittadini e non di una o più liste elettorali, possa in futuro essere modificata non per negare i diritti ma per estenderli alla maggioranza della popolazione.

 

Potere al popolo si opporrà a ogni tentativo di fare della prossima una «legislatura costituente»: un parlamento eletto col Rosatellum non ha la legittimità di toccare la Costituzione. Siamo l’unica lista che si pronuncia per l’approvazione di una legge elettorale proporzionale finalmente costituzionale.

 

Soprattutto, continueremo a difendere la Costituzione non tanto firmando appelli ma sostenendo e prendendo parte alle lotte di coloro che si battono nelle piazze e nei luoghi di lavoro per tutelare e conquistare i diritti costituzionali finora negati.

 

* Viola Carofalo è il “capo politico” di Potere al Popolo

Marco Revelli

 

Povertà globale. Il Rapporto Oxfam fotografa non solo le vette, straordinarie nel 2017, della ricchezza ma guarda il mondo anche dalle profondità globali degli abissi sociali

 

L’ultimo rapporto Oxfam sullo stato sociale del pianeta è piombato come un pugno sul tavolo dei signori di Davos. Dice che l’1% della popolazione mondiale controlla una ricchezza pari a quella del restante 99%. E questo lo riportano tutti i media. Ma dice anche di più. Dice, per esempio, che tra il marzo del 2016 e il marzo 2017 quell’infinitesimo gruppo di super-privilegiati (un paio di migliaia di maschi alfa, meno di 1 su 10 sono donne) si è accaparrato l’86% della nuova ricchezza prodotta, mentre ai 3 miliardi e 700 milioni di donne, uomini e bambini che costituiscono il 50% degli abitanti della terra non è andato nemmeno un penny (alla faccia della famigerata teoria del trickle down, cioè dello “sgocciolamento” dei soldi dall’alto verso il basso). Dice anche che lo scorso anno ha visto la più grande crescita del numero dei miliardari nel mondo (all’incirca uno in più ogni due giorni). E dell’ammontare della loro ricchezza: 762 miliardi, una cifra che da sola, se redistribuita, permetterebbe di porre fine alla povertà estrema globale non una ma sette volte!

 

E poi dice, soprattutto, che quella mostruosa accumulazione di ricchezza poggia sul lavoro povero, svalorizzato, umiliato di miliardi di uomini e soprattutto di donne, e anche bambini. E’, biblicamente, sterco del diavolo.

 

Anzi, non si limita a dirlo con l’aridità delle statistiche, confronta anche le vite dei protagonisti: quella, per esempio, di Amancio Ortega (il quarto nella classifica dei più ricchi), padrone di Zara, i cui profitti sono stati pari a un miliardo e 300 milioni di dollari, e quella di Anju che in Bangladesh cuce vestiti per lui, 12 ore al giorno, per 900 dollari all’anno (quasi 1 milione e mezzo di volte in meno) e che spesso deve saltare il pasto.

 

È QUESTA LA FORZA del rapporto Oxfam di quest’anno: che non si limita a guardare il mondo sul suo lato “in alto” – a descriverne il luminoso polo della ricchezza -, ma di misurarlo anche “in basso”. Di rivelarci la condizione miserabile e oscura del mondo del lavoro, dove uno su tre è un working poor, un lavoratore povero, in particolar modo una lavoratrice povera. E dove in 40 milioni lavorano in “condizione di schiavitù” o di “lavoro forzato” (secondo l’ILO “i lavoratori forzati hanno prodotto alcuni dei cibi che mangiamo e gli abiti che indossiamo, e hanno pulito gli edifici in cui molti di noi vivono o lavorano”).

 

IL SISTEMA ECONOMICO globale, plasmato sui dogmi del neo-liberismo – l’unico dogma ideologico sopravvissuto – si conferma così come quella maga-macchina globale (descritta a suo tempo perfettamente da Luciano Gallino) che mentre accumula a un polo una concentrazione disumana di ricchezza produce al polo opposto disgregazione sociale e devastazione politica (consumo di vita e consumo di democrazia). Allungando all’estremo le società, espandendo all’infinito i privilegi dei pochi, anzi pochissimi, e depauperando gli altri, erode alla radice le condizioni stesse della democrazia. La svuota alla base, cancellando il meccanismo della cittadinanza stessa: da società “democratiche” che eravamo diventati (di una democrazia incompiuta, parziale, manchevole, ma almeno fondata su un simulacro di eguaglianza) regrediamo a società servili, dove tra Signore e Servo passa una distanza assoluta, e dove al libero rapporto di partecipazione si sostituisce quello di fedeltà e di protezione. O, al contrario, di estraneità, di rabbia e di vendetta: è, appunto, il contesto in cui la variante populista e quella astensionista si intrecciano e si potenziano a vicenda, come forme attuali della politica nell’epoca dell’asocialità.

 

IN REALTÀ NESSUNO dei suggerimenti che il Rapporto avanza figura nell’agenda (quella vera, non gli specchietti per le allodole) dei governi di ogni colore e continente: non la tassazione massiccia delle super-ricchezze così da ridurre il gap (anzi, le flat tax che vanno di moda stanno agli antipodi), né la riduzione degli stipendi dei “top executives”, per ridurli almeno a un rapporto di 1 a 20 rispetto al resto dei dipendenti; men che meno la promozione delle rappresentanze collettive dei lavoratori, o la riduzione del precariato. Figurano, certo, nel démi-monde della politica governante, preoccupazioni formali, dichiarazioni d’intenti o di consapevolezza, promesse e moine, puntualmente e platealmente smentite dalla pratica (Oxfam porta gli esempi della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, che mentre denunciano i pericoli del dumping salariale o dell’evasione appoggiano evasori e tagliatori di buste paga e di teste, e naturalmente di Donald Trump, che mentre lisciava il pelo ai blue collar riempiva la propria amministrazione di multimiliardari e di uomini delle banche).

 

COME DIRE CHE L’IPOCRISIA è diventata la forma attuale della post-democrazia. E che con questo qualunque sinistra che voglia rifondarsi non può non fare i conti.

 

21.01.2018

Bia Sarasini

da Il Manifesto

 

Gap salariale. Furto e sfruttamento sono i pilastri che tengono in piedi e anzi alimentano un sistema di potere pervasivo, il volto patriarcale del neocapitalismo, che sottrae alle donne il valore del loro lavoro.

 

Rapina continuata e aggravata, mai parola fu usata più a proposito, per definire quello che capita alle donne che lavorano. Per via di quel gap del 23% che esiste nel mondo tra il salario medio di una donna e quello di un uomo. Questo ha sostenuto Anuradha Seth, consigliera economica del Programma di sviluppo della Nazioni Unite (Undp). Un divario che non sarà facile colmare. Al ritmo attuale, avverte l’Onu, ci vorranno almeno 70 anni. Secondo dati dell’Oil, l’organizzazione internazionale del lavoro, le donne che lavorano sono il 49.6%, mentre gli uomini il 76.1%.

 

La notizia è forte, e conferma quello che si vive nell’esperienza quotidiana, che le donne sono più povere, guadagnano di meno. È incisivo soprattutto definire il gap come furto, rapina. Mette a fuoco che alle donne viene sottratto qualcosa di proprio, che appartiene solo a loro.

 

Che non consiste in una proprietà, in un bene acquisito, in un’eredità, insomma una qualche forma di ricchezza. Alle donne viene tolto quello che appartiene anche a chi non possiede nulla: il frutto della propria capacità di lavoro. Un fatto odioso. Non sarebbe fuori luogo neppure l’uso di una parola come sfruttamento.

 

Bisogna poi fare attenzione a non perdersi tra i dati. Secondo rilevazioni recenti Eurostat in Italia la di differenza salariale a svantaggio delle donne si è ridotta al 5.5%. Ma la statistica europea si basa sulla paga oraria, non prende in considerazione l’insieme della situazione lavorativa. Tra l’altro c’è da chiedersi come possano rientrare in questa statistica i tanti rapporti di lavoro non contrattualizzati, e a basso orario. In ogni caso l’osservatorio JobPricing, che prende in esame la retribuzione lorda annua nel settore privato, valuta la differenza salariale tra uomini e donne di circa 3000 euro l’anno, con in proporzione differenze maggiori tra operai e operaie che tra manager.

 

La stessa Anuradha Seth precisa che il calcolo è complesso. Include la sottovalutazione del lavoro delle donne, la gratuità del lavoro domestico, la minore partecipazione al mercato del lavoro. Le donne guadagnano meno perché lavorano meno ore retribuite, operano in settori a basso reddito, o perché a parità di lavoro sono retribuite di meno. In generale, l’Onu stima che per ogni dollaro guadagnato da un uomo, la donna guadagna 77 centesimi.

 

Le differenze tra paesi sono notevoli e sorprendenti. Tra i paesi membri dell’Ocse si va dal meno 5% del Lussemburgo al 36% della Corea del Sud. Ma anche il 18.9% degli Usa e il 17.1% del Regno Unito. Del resto, è proprio dal Regno Unito che viene uno delle più recenti e clamorose denunce di disparità salariale. La giornalista Carrie Grace, inviata della Bbc in Cina, si è licenziata quando ha scoperto di essere pagata di meno di colleghi con lo stesso ruolo. Le discriminazioni avvengono a tutti i livelli.

 

La disparità aumenta con l’età e con la nascita di figli. Si calcola che una donna perde in media il 4% dello stipendio rispetto a un uomo ogni volta che mette al mondo un figlio. Mentre al contrario per il padre a ogni figlio il reddito aumenta in media del 6%.

Rapina, sfruttamento sono i pilastri che tengono in piedi e anzi alimentano un sistema di potere pervasivo, il volto patriarcale del neocapitalismo, che sottrae alle donne il valore del loro lavoro. Riconoscerlo, averne consapevolezza, è il primo passo. Anche attraverso le denunce delle molestie sessuali, una pesante forma di intimidazione usata contro le donne. Molestie che non sono una prerogativa del mondo dello spettacolo, anzi. Denunciare, non subire i ricatti, lottare insieme è la strada per valorizzare il proprio lavoro e quello di tutte.

 

da Potere al popolo

 

L'ultimo rapporto dell'ONU ci conferma quello che sapevamo già: la disuguaglianza tra uomo e donna è ancora un enorme problema anche nei paesi che si ritengono sviluppati. Già perché le donne sono tendenzialmente impiegate con contratti precari e sono le prime ad essere espulse dal mondo del lavoro. Sempre che riescano ad entrarci perché col "rischio" che diventino madri molte aziende preferiscono evitare. E certo il taglio dei servizi pubblici (scuola, welfare, assistenza e cura dei bambini) non agevola in tal senso.

 

E allora ci vengono in mente le parole di Lupi che pochi giorni fa ad Agorà rispondeva alla nostra portavoce nazionale, Viola Carofalo, dicendo che "La parità di genere è nella nostra cultura. Nei paesi occidentali non c'è differenza tra uomo e donna perché sono considerati persone in quanto tali, non vengono distinti, non c'è subordinazione: questa è la nostra tradizione". Sì, certo, poi ritorni nella realtà e scopri che il differenziale salariale è del 23% e che l'Italia, paese occidentale, è quart'ultimo tra i paesi avanzati per percentuale di donne occupate.

Daniela Preziosi

da Il Manifesto

 

La lotta "Potere al popolo!". La portavoce Viola Carofalo: «Popolari ma non populisti, uniamoci contro chi ci vuole divisi»

 

«Superare il 3 per cento non è un problema». Sorriso. «La sfida vera è unire quello che il potere vuole dividere, attivare un processo di mobilitazione che faccia conoscere i milioni di italiani che si battono contro lo stesso sfruttamento». Viola Carofalo, a capo della lista «Potere al popolo!» fa il suo primo ingresso alla camera (nella sala stampa) smontando tutti i luoghi comuni da centro sociale. È «un onore» presentare la lista a palazzo, la introduce Matteo Giardiello, Viola è tutto un programma, «donna, meridionale e ricercatrice precaria», di filosofia morale all’Orientale di Napoli. 37 anni, fornita di eleganza e intelligenza ironica che già buca il video, siamo «popolari ma non populisti», spiega così un linguaggio «semplice per arrivare a tutti» ma contenuti che non si puntano «alla pancia del paese». E per spiegarsi parla di carceri: no «al giustizialismo forcaiolo», «il carcere serve alla riabilitazione, le pene alternative riducono la recidiva, la pena deve essere giusta ma il detenuto non deve essere vessato, dall’inizio dell’anno abbiamo già avuto troppi suicidi». È solo un esempio, ma è coraggioso di questi tempi. A sinistra e non solo. La signora ha grazia e fegato e cultura: un vero delitto che abbia deciso di non candidarsi nelle liste.

 

«Potere al popolo!» nasce da un appello del centro sociale Ex Opg Je so’ pazz di Napoli ed è una rete che riunisce 150 assemblee in giro per l’Italia, ciascuna ha scelto «candidati espressione diretta dei territorio». «Nasciamo dal basso, da chi in questi anni ha costruito una risposta sui territori alla crisi provando a rispondere ai bisogni della maggioranza». Nel programma il diritto alla casa, allo studio, alla salute, al lavoro stabile e svolto in sicurezza (Viola prende parola ricordando Marco Santamaria, Giuseppe Settzu, Arrigo Barbieri, gli operai della Lamina di Milano morti lunedì, e facendo gli auguri a Giancarlo Barbieri, che lotta in ospedale), la difesa dei diritti dei migranti (alla conferenza stampa ne parla Hanne Souleymane Amadou, rifugiato, che la sicurezza di Montecitorio fa entrare un po’ in ritardo: «Pare ci sia Minniti all’ingresso», scherza lei). Parla Carmela Petrone, cuoca di una rete di solidarietà popolare (in parannanza, «è così che faccio politica»), Lina Montanari, comitato Torbellamonaca, Federico Giglio, comitato lotte per la casa San Basilio, Peppe, ex operaio senza fissa dimora, Stefania, ex operaia Almaviva. «Il nostro programma è fatto anche di vertenze sociali», «i nostri candidati sono combattenti sul territorio, petto in fuori e tutti alla lotta».

 

Nel parterre c’è Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, e l’ex segretario ed ex ministro Paolo Ferrero, che però non si candida. Si candida Paolo Petrangeli, «sì, quello di Contessa» dice rassegnato alla pigrizia del cronista. La lista è una mezza reunion del vecchio Prc: c’è anche Franco Turigliatto, trozkista e leader di Sinistra anticapitalista, uno dei no al Prodi II del 2008 e ormai fra gli sfascia-governi (di centrosinistra) per antonomiasia. E pure il Pci (ex Pdci di Cossutta e poi di Diliberto, poi Pcdi) oggi di Mauro Alboresi.

 

Il problema delle alleanze non c’è: se andranno in parlamento non ne faranno. «Non ci sono convergenze possibili. Che ora è? Non so a quest’ora Di Maio cosa pensa sull’immigrazione. Non è chiaro sull’Europa e sul razzismo». Ce n’è anche per Leu: «Faccio un appello al Pd, risponda a D’Alema, e mesi che chiama. Quella fra D’Alema e il Pd è una coppia che non riesce a separarsi, certi amori sono così». Avevano guardato con simpatia agli autoconvocati del Brancaccio, «ma la sua evoluzione ha tradito gli scopi iniziali. Sono state prese decisioni tra quattro mura, passando sulla testa di chi quel percorso lo aveva costruito». Nessuna alleanza neanche alle regionali, «non siamo schizofrenici». Non si presentano in Lombardia (ma Rifondazione lo farà), nelle altre regioni «ci stiamo lavorando». Sull’Europa: «ci ispiriamo a Mèlénchon, i trattati sono inaccettabili». Sull’euro nessuna scivolata: «Ne stiamo discutendo».

18.01.2018

Ds SOS Geotermia 

 

Montemaggi, Amministratore di Enel Green Power, indagato per le emissioni delle centrali geotermiche in Amiata. Il GUP ammette l’incidente probatorio sulle emissioni; al Parlamento europeo si prende atto che la geotermia non sempre è pulita e rinnovabile.

 

 

Massimo Montemaggi, legale rappresentante di Enel Green Power è indagato per ipotesi di reato, in relazione alle emissioni fuori norma delle centrali geotermiche di Bagnore sul monte Amiata.

Il GIP di Grosseto dr. Mezzaluna ha ammesso l’incidente probatorio affidando l’incarico al perito. Oggetto della perizia sono la conformità o meno alla normativa di settore delle emissioni relative agli inquinanti Ammoniaca e Mercurio e l’adozione di ENEL delle migliori tecnologie disponibili per contenere l’attività inquinante. Il GIP ha quindi convalidato l’indagine della Procura, attivata da un esposto, dopo che gli attuali amministratori dei Comuni dell’Amiata, con fare arrogante e di sfida, avevano invitato i militanti di SOS Geotermia a rivolgersi in Procura avendo questi divulgato documenti scritti da tecnici nelle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, mai smentitii.

 

Pertanto rammentiamo oggi tali documenti:


1- gli studi dell’autorevole prof. Riccardo Basosi dell’Università di Siena sulla illegalità degli inquinanti emessi dalle centrali di Santa Fiora. Il prof. Basosi e il dott. Bravi concludono “Riteniamo quindi anomalo che il nuovo impianto realizzato a Bagnore da 40 MW, inaugurato a fine 2014, non rispetti i limiti previsti dalla stessa Regione nella DGRT 344, dato che la tecnologia utilizzata (flash + abbattitore) non è quanto di più tecnologicamente avanzato disponibile oggi dal punto di vista ambientale, ma probabilmente solo la scelta più conveniente dal punto di vista economico-finanziario”.


2- gli studi del Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Firenze sulle diverse tecnologie alternative applicabili alle centrali di Bagnore, che conclude: “I risultati dimostrano che è possibile ottenere sostanziali benefici dal punto di vista della sostenibilità dei sistemi geotermici applicando diverse soluzioni tecnologiche; tuttavia, questo è inevitabilmente ottenuto al prezzo della prestazione termodinamica cioè, una riduzione della potenza dal 10% al 20% che dovrebbe essere accettata”.


A questi abbiamo aggiunto una lettera con cui l’Enel ammetteva che con gli impianti progettati in Amiata non stava nei nuovi limiti di legge e chiedeva alla Regione Toscana di modificarli (pensando evidentemente che la sua nota rimanesse riservata, scarica il pdf).

Tuttavia la Regione non ha potuto assecondare le richieste di ENEL, perché le sole emissioni di Ammoniaca sono il 43% di tutte le emissioni regionali (vedi tabella ) e sarebbero intervenute le Autorità Europee. Infatti in Amiata la quantità di Ammoniaca emessa è nell’ordine di diverse migliaia di tonnellate all’anno, quando la stessa UE nel Report CAFE, afferma che tali emissioni contribuiscono in maniera significativa alla formazione di particolato di origine secondaria (PM10 e PM2,5), il cui costo sanitario medio è di euro 20,5 al Kg di Ammoniaca emessa, il che significa che per il solo 2010 il costo per le emissioni in Amiata è stimato in oltre 90 milioni di euro.


Per valutare il valore etico e morale delle scelte dei Sindaci dell’Amiata, di seguito si riporta l’andamento, per il comune di Arcidosso, il più esposto ai vapori in uscita dalle centrali di Bagnore, i dati sanitari oggi scaricabili dal sito dell’Agenzia Regionale di Sanità, che denunciano un eccesso di mortalità  per tumori nei maschi di circa il + 30%, rispetto ai dati regionali (vedi tabella  in basso).

 

Nel rispetto della autonomia delle giurisdizioni, spetterà quindi al Giudice Penale stabilire, in contraddittorio tra le parti, la verità sulla pericolosità delle emissioni.

 

Rileviamo inoltre che proprio ieri, 17 gennaio, al Parlamento europeo è caduto il tabu della “geotermia rinnovabile sempre e comunque” e, su iniziativa dell’on. Tamburrano, è stato approvato “l’impegno della Commissione, entro il dicembre 2018, di valutare la necessità di una proposta legislativa intesa a regolamentare le emissioni, da parte delle centrali geotermiche, di tutte le sostanze, tra cui il CO 2 , che sono nocive per la salute e ambiente, sia nelle fasi esplorative che in quelle operative, sulla base della considerazione che, a seconda delle caratteristiche geologiche di una determinata zona, la produzione di energia geotermica può generare gas a effetto serra e altre sostanze dai liquidi sotterranei e da altre formazioni geologiche del sottosuolo e che gli investimenti dovrebbero essere mirati esclusivamente alla produzione di energia geotermica a basso impatto ambientale, con conseguente risparmio di gas a effetto serra rispetto alle fonti tradizionali”.

 

 

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17.01.2018

Da Il foglio quotidiano

Tre operai morti e tre intossicati per un incidente nell’azienda metalmeccanica Lamina, a Milano. Hanno perso la vita gli operai Marco Santamaria di 43 anni, Giuseppe Setzu, di 49, Arrigo Barbieri di 58. L’unico sopravvissuto è Giancarlo Barbieri, di 62 anni, attualmente in condizioni gravissime all’ospedale Santa Rita. I soccorritori dell’Areu parlano di intossicazione per inalazione di sostanze tossiche, probabilmente fumi di metano. Sono ricoverati alla clinica Città Studi, e ritenuti fuori pericolo, gli altri due colleghi Alfonso Giocondo di 48 anni e Costantino Giampiero di 45.  Ricoverato in codice giallo al Niguarda anche il capo dei vigili del fuoco, uno dei primi a intervenire sul posto.

 

I sei dipendenti sono stati trovati incoscienti sul fondo di un forno interrato che stavano pulendo: sono campane larghe due metri e alte circa quattro. L’azienda “Lamina” ha infatti un forno che si trova a due metri sotto il livello stradale, è utilizzato per la fusione di materiale ad altissime temperature. Martedì pomeriggio i quattro operai avevano il compito di pulirlo dai residui di lavorazione, ma poco dopo aver iniziato il lavoro, intorno alle 16.50, sono stati avvolti dalle esalazioni tossiche. Altri due dipendenti di 45 e 48 anni si sono accorti di cosa stava accadendo e hanno dato l’allarme dopo aver tentato di aiutare i colleghi. Sono i due ricoverati in condizioni meno gravi alla clinica Città Studi.

Quando i paramedici del 118 sono arrivati sul posto la situazione era già al limite. Tutti e quattro gli operai erano in arresto cardiaco e così sono stati trasportati d’urgenza in diversi ospedali tra Milano e Monza. Per tre di loro (non è stato ancora precisato quali) non c’è stato nulla da fare: l’esposizione al gas nocivo è stata troppo prolungata, sono morti poco dopo l’arrivo al San Gerardo di Monza e al Sacco di Milano. Un capo squadra dei pompieri, tra i primi a prestare soccorso, è stato accompagnato al Niguarda per una forma lieve di intossicazione ma il quadro clinico non è preoccupante.

Le cause dell’incidente sono ancora in via di accertamento, chi era lì parla di “un’operazione di routine” e non riesce a spiegarsi cosa sia andato storto. “Due operai sono entrati e non uscivano – spiega un collega fuori dalla fabbrica di via Rho – e a quel punto altri due sono scesi per vedere che cosa stava succedendo”. L’emergenza è scattata attorno alle 17 e nello stabilimento sono arrivati diversi mezzi di vigili del fuoco, carabinieri e polizia locale che hanno isolato la zona. “Un mio collega ha gridatoperché ha visto un uomo a terra. Io, seguendo la procedura, sono uscito fuori per aspettare i soccorsi. I primi sono arrivati dopo tanto tempo, almeno mezz’ora“, racconta Pasquale Arcamone, altro operaio della Lamina.

“Sono in questa azienda da 28 anni e non è mai successo nulla”, dice Arcamone. “L’azienda è sempre stata attenta alla salute, non capisco come sia potuto accadere – continua – un mese fa hanno fatto anche i controlli ai sensori“. “Ma oggi non è suonato nessun allarme“, rivela il testimone. L’operaio spiega che “il nostro titolare è molto attento alla sicurezza: se qualcuno non indossa le protezioni prende un euro di multa che poi va in beneficenza”.

L’azienda – La ditta Lamina si trova in via Rho, nella zona tra Greco e viale Monza. Attiva dal 1949, Lamina è specializzata nella produzione di nastri di alta precisione in acciaio e titanio. Nel corso degli anni ha poi orientato la sua produzione al settore dei nastri inossidabili impiegati nella costruzione di molle industriali e il suo mercato è per metà orientato all’Europa e al resto del mondo.

Il premier e il ministro del Lavoro – Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni in un tweet: “Terribile l’incidente sul lavoro di Milano. Un pensiero commosso alle vittime, ai feriti e alle loro famiglie”. Un commento arriva anche dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti, ospite a DiMartedì su La7: “In Italia c’è una buona legislazione, ma abbiamo sempre incidenti di questo tipo. C’è bisogno di controllo, e noi controlliamo 200mila aziende, ma c’è bisogno anche di una grandissima responsabilità degli imprenditori a gestire al meglio la sicurezza perché non deve accadere che un lavoratore rischi la propria vita o la propria salute”.

I sindacati – “Esprimiamo profondo cordoglio e vicinanza alle famiglie degli operai”, si legge in una nota della Cgil e della FiomNazionale. ”Ci auguriamo – aggiunge la nota – che gli organi competenti possano, nel più breve tempo possibile, ricostruire la dinamica di quanto accaduto e individuare eventuali responsabilità, ma è indubbio che la tragicità dell’evento non possa non porre grandi interrogativi sul rispetto delle misure di sicurezzapreviste per il tipo di lavorazione”.  “Il grave incidente sul lavoro alla Lamina di Milano addolora la Cisl e tutti i lavoratori italiani. Le autorità facciano piena luce”, scrive su twitter la Segretaria Generale della Cisl, Annamaria Furlan.

15.01.2018

Giorgio Cremaschi

 

 

Le compagne e i compagni di Bologna e di Napoli mi hanno proposto di candidarmi nei loro collegi territoriali.
A settant’anni faccio una scelta a cui non avevo mai pensato negli oltre cinquantanni di mio impegno militante. 
Chi mi ha convinto? Loro, le meravigliose compagne e i meravigliosi compagni di Je so’ pazzo, che hanno avuto l’intelligenza e la determinazione di promuovere un fatto politico che in Italia non era mai avvenuto: una autoconvocazione popolare e di classe per partecipare alle elezioni.

Con loro mi hanno convinto le compagne e i compagni di Eurostop, che in gran parte si sono buttati con entusiasmo e coraggio nell’impresa, concorrendo a definire un programma che non ha tutte le nostre proposte di rottura, ma che ne ha molte e soprattutto ne ha lo spirito. Rottura con UE e NATO, stop alle privatizzazioni e ai tagli alla spesa pubblica sociale. Basta guerre, bombe e spese militari. Nazionalizzazioni a partire dalle grandi banche e ripudio della servitù usuraia del debito.

Chi lo dice oltre a Potere al Popolo?


Mi hanno convinto le assemblee, tutte senza precedenti e diffuse ovunque. In particolare ricordo da ultime quelle enormi di Bologna e Napoli, cui ho avuto la fortuna di essere invitato. In tutte le assemblee è emerso un popolo sommerso e resistente, che fa attività e lotta sociale tutti i giorni, senza quei riflettori che l’informazione di regime dedica alle dame di San Vincenzo fasciste di Casapound. E quel popolo e quei giovani hanno accolto i, e si sono uniti a, militanti e organizzazioni comuniste e socialiste che hanno, finalmente, deciso di mettere le loro forze a disposizione di un progetto diverso dai soliti, noiosi e dannosi, cartelli delle sinistre più o meno radicali.

 

Certo che abbiamo nel cuore e nelle menti le idee ed i progetti maturati nella lunga marcia della sinistra di popolo e di classe contro il capitalismo. Ma come disse alla Camera Andrea Costa, quando alla fine dell’800 fu eletto primo deputato socialista dai braccianti di Imola: “Io con voi, destra e sinistra qui sedute, non c’entro nulla”.

 

E poi mi hanno convinto le lavoratrici ed i lavoratori che non si arrendono, che da Almaviva a Ilva a Alitalia a tanti altri luoghi lottano contro i licenziamenti concordati tra governo e multinazionali , spesso con il consenso di CgilCislUil. Chi rifiuta l’alternanza scuola-lavoro gratis. Chi denuncia e combatte lo sfruttamento e l’oppressione del lavoro, imposti da leggi e complicità vergognose. Chi vuol togliere ogni fiducia a chi ha fatto o permesso leggi infami come il Jobsact, la Fornero, La Buona Scuola. Chi riesce a ribellarsi alla schiavitù del lavoro è oggi una colonna portante di Potere al Popolo. L’avanguardia di quella ripresa diffusa della lotta di classe, che è uno obiettivi necessari per non lasciare la Costituzione nella carta straccia. 


Mi ha convinto la mia amica e compagna Nicoletta Dosio, una vita con i NOTAV, che ha risposto colpo su colpo a tutte le angherie della repressione e che ad un certo punto mi ha detto: se si condivide un progetto così coraggioso come questo, bisogna metterci la faccia. E si è candidata in Valle. 
Tante cose assieme mi hanno convinto e poi all’assemblea di Napoli ho visto la commozione con cui il capo politico della lista, Viola Carofalo, seguiva i tanti interventi appassionati e le presentazioni di Francesca Fornario. Ho pensato agli altri capi politici delle altre liste e ho misurato tutta la diversità di Potere al Popolo. Ora però, come la stessa Viola ha concluso, basta piangere. Ora sotto con le firme e… Potere al Popolo.

 

 15.01.2018

 

COMUNICATO STAMPA

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, ha dichiarato:

«Parlare di razza bianca non può essere liquidato come un lapsus. Non si può neanche definire di centrodestra un candidato che si esprime come questo Fontana.

 

La Lega di Salvini da anni alimenta in maniera criminale razzismo e xenofobia per raccattare voti. Questi camerieri di Berlusconi hanno bisogno di questa demagogia nazista per far dimenticare tutti gli scandali in cui sono coinvolti insieme ai loro alleati.

 

La Lega ormai parla la lingua delle formazioni neonaziste. E purtroppo il più bieco razzismo viene sdoganato e cavalcato un giorno sì e l’altro pure sui media.

 

E’ evidente che parlare di “razza bianca” è segno di ignoranza e della miseria culturale di questi politicanti da quattro soldi ma è estremamente rivelatorio che al fondo della propaganda leghista c’è il razzismo».

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