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Leo Lancari d

a il Manifesto

22.10.2017

 

C’è il ragazzo che indossa una maschera con la faccia del ministro degli Interni Marco Minniti versione vampiro, con i canini ben appuntiti che spuntano dalla bocca. E poi, poco più avanti, ci sono decine di ragazzi e ragazze che portano stretto alla vita o sulle spalle il telo termico color oro con cui i soccorritori coprono i migranti salvati dal mare. «Questo telo è un segno di solidarietà nei confronti di tutti gli uomini e le donne che rischiano la morte per fuggire», spiega una ragazza. Non sono i quasi centomila che solo cinque mesi fa, a maggio, hanno riempito le strade di Milano in una grande manifestazione per l’accoglienza dei migranti, ma di questi tempi i circa ventimila (secondo gli organizzatori) che ieri hanno attraversato Roma per manifestare contro il razzismo rappresentano pur sempre un risultato di tutto rispetto. Come sa bene Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale dell’Arci, che infatti non nasconde la sua soddisfazione. «Considerato il momento che stiamo attraversando il risultato è molto buono», dice quando il corteo è già arrivato a piazza Vittorio, tappa finale della giornata. «L’iniziativa di oggi fa ben sperare per l’avvio di una stagione di mobilitazioni di cui abbiamo bisogno per dare maggiore spazio a chi non ha voce perché considerato ininfluente dal punto di vista elettorale», commenta Miraglia. Contro il razzismo, per la giustizia e l’uguaglianza», c’è scritto sullo striscione che dà il via al corteo. Alla manifestazione indetta dall’Arci hanno aderito un centinaio di associazioni e organizzazioni, insieme al vescovo emerito di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro, ad Andrea Camilleri, Moni Ovadia e don Luigi Ciotti: «L’immigrazione non è un reato perché non è reato la speranza», ha spiegato ancora ieri il fondatore di Libera e del Gruppo Abele. «Oggi ci troviamo invece a fare i conti con un sistema che garantisce il privilegio di pochi e toglie la speranza a tutti gli altri». Il razzismo non è l’unico tema del corteo. Negli slogan, sugli striscioni e dagli altoparlanti montati sui camion si lanciano parole d’ordine anche sul diritto alla casa e a favore dello ius soli, la legge che permetterebbe a oltre ottocento mila ragazzi, figli di immigrati, di diventare cittadini italiani. Ma soprattutto contro gli accordi stretti dall’Italia con la Libia e che se finora hanno ridotto drasticamente gli arrivi lungo le coste del paese – come vantava ancora ieri il ministro Minniti – non sono certo serviti a rendere più umane le condizioni di vita dei migranti che si trovano ancora nel paese nordafricano, prigionieri delle milizie e rinchiusi in centri dove subiscono violenze di ogni genere. «Si parla sempre di immigrati, ma mai delle cause che la genera, che sono le politiche dell’occidente che hanno prodotto fame», dice Essane Niagne, nata in Italia ma originaria della Costa d’Avorio. Dalla Campania sono arrivati sette pullman. Su uno di questi hanno viaggiato i giocatori della Rlc Lions Ska di Caserta, squadra che gioca in terza divisione «Rfc» sta per «Ritieniti fortemente coinvolto», e il messaggio è chiaro. Il 70% dei giocatori è composto da ragazzi immigrati, il 60% dei quali sono richiedenti asilo. Il calcio per loro è un ottimo modo per integrarsi, ma spesso può significare anche sbattere la faccia contro l’ignoranza della gente. «A una partita ci hanno gridato negri di merda», ricorda Makan, che viene dal Mali e nonostante tutto riesce ancora a sorridere. «Purtroppo sono episodi che capitano sempre più spesso. Quest’anno non c’è stata una partita senza insulti», conferma Marco Prato, cofondatore, nel 2011, della squadra. Un razzismo che non appartiene solo alle curve degli stadi. A piazza Vittorio, da sopra il cassone di un camion trasformato in palco per l’occasione, una ragazza spiega cosa significa sentirsi italiani senza esserlo per colpa dell’ostruzionismo che blocca la riforma della cittadinanza. «Non siamo immigrati eppure non siamo nemmeno cittadini italiani. Vogliamo solo essere riconosciuti per la nostra identità».

Sono già centinaia le adesioni alla manifestazione nazionale contro il razzismo che si terrà il 21 ottobre a Roma. E altre adesioni continuano ad arrivare da associazioni, organizzazioni non governative, forze sociali e politiche. Il punto di incontro è Piazza della Repubblica da cui il corteo prenderà il via alle 14.30 verso Piazza Vittorio Emanuele, attraversando Viale Einaudi, Piazza dei Cinquecento, Via Cavour, Piazza dell’Esquilino, Via Liberiana, Piazza S. Maria Maggiore, Via Merulana, Viale Manzoni e Via Emanuele Filiberto. Il corteo sarà aperto dallo striscione «Contro il razzismo, per la giustizia e l’uguaglianza», portato da giovani rifugiati e da richiedenti asilo, seguito dallo striscione di #italiani senza cittadinanza. Arrivati a Piazza Vittorio, i manifestanti saranno accolti da interventi dal palco, dalla musica e dalle testimonianze di giovani di origine straniere. Prima della manifestazione, al mattino, nel campo sportivo XXV Aprile a Pietralata si svolgerà un torneo di calcio tra squadre multietniche, formate da ragazzi residenti negli Sprar e ragazzi italiani. A dare il calcio di inizio saranno l’Atletico San Lorenzo e la Rfc Lions di Caserta. A sostegno della manifestazione, la lettera di personalità come Don Raffaele Nogaro, don Luigi Ciotti, Andrea Camilleri, Toni Servillo, Carlo Petrini, Enrico Ianniello, Luciana Castellina, Moni Ovadia, Giuseppe Massafra.

Andrea Colombo

da il Manifesto

20.10.2017

L'imboscata. Il leader Pd: «Cosa ho toccato? Non so se sono poteri forti, ma tra stare con i cittadini o con i banchieri non ho dubbi». Il ruolo della sottosegretaria nel giallo della mozione tenuta coperta quasi fino alla fine. Palazzo Chigi sempre più in imbarazzo

 

Altro che raffreddare i toni. Renzi rincara e se fino a ieri si accontentava di apparire come nemico di un governatore di Bankitalia difeso da palazzo Chigi, dal Colle e dall’Europa ma non dal Pd, ora sembra che punti davvero alla testa di Ignazio Visco – trofeo da sventolare in campagna elettorale – magari costringendolo a fare da solo un passo indietro. Ospite di Lilli Gruber va giù come un caterpillar: «Se il governo vuole cambiare il governatore lo farà. Ma si può dire che il funzionamento della Banca non è stato un granché». Poi la mazzata: «Mi sono chiesto il perché di questa levata di scudi a favore di Visco. Cosa ho toccato? Non so se sono poteri forti, ma tra stare con i cittadini o con i banchieri non ho dubbi».

 

IL NUOVO AFFONDO pone ancora di più Paolo Gentiloni tra l’incudine e il martello. Da una parte c’è il Quirinale che ufficialmente sta «a guardare» ma in realtà si è speso più e più apertamene di quanto Mattarella abbia mai fatto. Dalla stessa parte c’è anche l’Europa, anzi Mario Draghi in persona: da quelle parti la sola idea che un governatore della Banca centrale possa essere sfiduciato dal parlamento fa venire i brividi. Ma dall’altra parte non c’è solo il principale partito che sostiene il governo, e già sarebbe un bel guaio: c’è la grande maggioranza del parlamento. Ieri anche Berlusconi ha tolto la relativa copertura che nei primi giorni della crisi aveva offerto a Visco su spinta di Gianni Letta, che nel partito azzurro è la voce dell’Europa. «Certamente la Banca non ha svolto il controllo che ci si attendeva. Non sono del tutto senza senso le volontà di un controllo», dichiara. Evidentemente il leader azzurro si è reso conto di non poter passare per il difensore delle banche mentre Renzi, Grillo e soprattutto l’alleato/competitor Salvini si spartivano il ruolo di tutori dei risparmiatori contro gli interessi bancari. Dunque ha mollato anche lui Visco, stando attento a non fare il gioco di Renzi:«E’ la solita voglia della sinistra di occupare tutte le posizioni di potere, stavolta prima e non dopo le elezioni».

 

COME TIRARSI FUORI dal guaio Paolo Gentiloni non lo ha ancora deciso. Ipotizza la nomina di un membro del Direttorio, come segno di fiducia nella banca se non nel suo governatore. Fa assicurare informalmente che il governo si muoverà secondo le «prerogative attribuitegli dalla legge». Ma lui per primo sa che quelle parole saranno credibili solo se confermerà Visco, mettendosi contro il parlamento e soprattutto passando lui per difensore a ogni costo di Bankitalia. Del resto è probabile che tra gli obiettivi di Renzi ci fosse proprio quello di indebolire le posizioni dell’amico che, dopo le elezioni, potrebbe rivelarsi un rivale sulla strada di palazzo Chigi.

 

COME SE NON FOSSE già abbastanza, Gentiloni deve anche far buon viso a pessimo gioco e fingere che nel suo governo vada tutto bene, glissando sull’imboscata tesagli da Renzi e da Maria Elena Boschi. Ieri le classiche “fonti” di palazzo Chigi hanno fatto sapere che il premier nutre «piena fiducia» nella sua sottosegretaria. Sia pure in modo goffo, il premier cerca così di negare l’evidenza, e cioè di essersi trovato di fronte a un fatto compiuto con una mozione notificatagli all’ultimo momento e senza che neppure la ministra dei rapporti con il parlamento Anna Finocchiaro fosse al corrente di quanto stava per avvenire: un agguato. Ma le voci che arrivano dal nuovo palazzo dei veleni parlano invece di una tensione da tagliarsi col coltello e il pranzo di mercoledì scorso, con la sottosegretaria autrice del blitz su Bankitalia e il ministro dell’Economia Padoan è stato tra i più imbarazzanti nella storia della politica italiana.

 

MA, APPUNTO, GENTILONI non può far altro che fingere di non aver notato lo sgambetto della sottosegretaria e di non essersi accorto della ginocchiata vibrata ieri da Renzi in persona: «Il governo non era semplicemente informato della mozione. Doveva anche dare un parere che è stato positivo. Dunque era d’accordo». Il parere positivo era stato dato nella frenesia del momento, quando lo stesso governo ha capito di essere esposto non al rischio ma alla certezza di un voto che lo avrebbe visto battuto. Ma tant’è. Il premier non può smentire il segretario del primo partito di maggioranza senza provocare una deflagrazione e il parere positivo sulla mozione – una «mozione improvvida», la definisce Romano Prodi – resta agli atti. «Dal punto di vista formale non abbiamo intravisto una sfiducia», prova a sostenere il sottosegretario Baretta. Ma sono parole che stridono come sul vetro le unghie di chi prova ad arrampicarsi sugli specchi e l’incidente, invece di sgonfiarsi, diventa ogni giorno di più un vicolo cieco.

Andrea Fabozzi

Il Manifesto 2

0.10.2017

 

Al senato. Sfilano i costituzionalisti in prima commissione: «Non si può approvare la legge elettorale con i voti di fiducia». E il governo pensa di chiederne anche di più che alla camera. Qualche malumore e presa di distanza nel Pd

 

Non si può approvare la legge elettorale con la fiducia, ripete la gran parte dei giuristi ascoltati ieri in commissione affari costituzionali al senato a poche ore dall’arrivo del Rosatellum in aula. E il governo pensa di aumentare le fiducie, non più tre come alla camera e forse neanche quattro come si poteva pensare, ma addirittura cinque. Resterebbe da votare «nel merito» solo l’articolo con la clausola di invarianza finanziaria, al quale non sono ammessi emendamenti. Voto palese che consentirebbe alla Lega e soprattutto a Forza Italia di manifestare il proprio sostegno alla nuova legge elettorale in maniera diretta. L’appoggio alla fiducia delle opposizioni, invece, sarà necessariamente travestito da congedi, missioni e tutto quello che può servire ad abbassare il numero legale. La decisione finale il governo, ma più precisamente il Pd, la prenderà lunedì sera, quando è già annunciata la brusca conclusione delle votazioni sugli emendamenti in prima commissione (che comincerà solo nel pomeriggio). A quel punto sarà noto il volume e il peso (quanti, cioè, da votare a voto segreto) degli emendamenti per l’aula, visto che la conferenza dei capigruppo ha fissato un termine per la presentazione che addirittura precede la fine dell’esame in commissione. La legge Rosato, dunque, arriverà in aula martedì senza che sia conclusa la fase referente e senza relatore: un altro strappo che però non avrà effetti pratici dal momento che il testo sarà immediatamente blindato. Con quante fiducie dipenderà anche dalla valutazione dei rischi (pochi) legati a questa procedura speciale e anche dei tempi che fatalmente si allungano. Perché la chiama dei senatori non può essere ripetuta più di due volte al giorno (a meno di altre forzature) e questo spiega la prudenza del capogruppo Pd Zanda quando ieri ha detto di non sapere se il Rosatellum sarà approvato definitivamente giovedì. In calendario c’è una possibile seduta venerdì. Lo slittamento spiazzerebbe un po’ la manifestazione che il Movimento 5 Stelle sta organizzando per mercoledì 25 davanti al senato e che si annuncia assai più partecipata di quelle improvvisate davanti alla camera. I grillini organizzano pullman, Grillo stavolta dovrebbe esserci e sul blog a chiesto a tutti di portare una benda bianca per coprire gli occhi. Zanda ieri ha parlato al termine di una riunione mattutina con i senatori Pd, nella quale ha preso forma un certo disagio per la legge Rosato e soprattutto per il metodo della fiducia, anche se solo il senatore Tocci ha argomentato le ragioni di un voto contrario. Tocci è uno degli undici senatori che non votarono l’Italicum rimasto nel gruppo Pd (in totale furono 24 ma la gran parte è passata a Mdp). Ieri mattina le audizioni in prima commissione si sono improvvisamente popolate di giuristi favorevoli alla riforma elettorale, dopo un primo calendario diffuso mercoledì che annunciava una prevalenza di critici. Ceccanti, Fusaro, Guzzetta, Caravita, Cariola e Lupo hanno difeso la costituzionalità del Rosatellum e anche del procedimento di approvazione, anche se Lupo si è detto sorpreso che la presidente Boldrini non abbia riunito la giunta per il regolamento prima di ammettere la fiducia. E Fusaro tra gli argomenti in favore della nuova legge ha messo anche che sarà poi agevole modificarla per aumentare il numero dei collegi uninominali. Al contrario hanno argomentato Passigli, Besostri, Spadacini. Azzariti ha previsto che la Corte costituzionale si pronuncerà sulla legge, possibilmente sul procedimento di formazione ma certamente nel merito con un occhio alla coerenza interna (ad esempio, le liste bloccate corte dovrebbero servire per la riconoscibilità dei candidati e invece favoriscono lo slittamento degli eletti). Villone ha aggiunto come elemento di irragionevolezza interna la soglia dell’1% (i voti delle liste che la superano sono salvi per la coalizione) che finisce per incoraggiare la frammentazione. E Pertici ha spiegato che il candidato all'uninominale in realtà è un capolista nascosto (e senza simbolo) di tutti i partiti che lo appoggiano, e cioè di un vero listone bloccato.

Alfonso Gianni

da il Manifesto

19.10.2017

Renzismo. La scadenza del mandato di Visco ha offerto al leader del Pd l’occasione di prendere strumentalmente le distanze dalla massima autorità bancaria italiana e in parte anche da quella europea, contemporaneamente frenando la crescita di consensi attorno al presidente del consiglio e deviando l’attenzione dalle connivenze del suo passato governo con la famiglia allargata dei bancarottieri

 

Non inganni il fatto che la mozione del Pd sia piombata in aula all’improvviso e buon’ultima. Tutto si può pensare dell’affondo di Renzi contro Ignazio Visco, tranne che si tratti di una mossa estemporanea. Di uno “fuori come un balcone” per dirla alla Bersani. In fondo, e qualche buon giornalista non ha mancato di rilevarlo, Renzi aveva già detto esplicitamente un mese fa, intervistato da una radio esperta di cose economiche, che si trattava di fare una scelta «all'altezza del compito della Banca d’Italia». Più o meno le stesse parole usate nel testo della mozione parlamentare del Pd, seppure con la limatura governativa. Siamo quindi di fronte ad un nuovo tassello di un mosaico con il quale l’uomo di Rignano cerca di ricostruire la sua immagine e la sua credibilità politiche seriamente compromesse dalla sventola del 4 dicembre. E da qualche complicazione con la Magistratura da parte di ministre, ministri e familiari. La trama non è banale. Vediamone i vari passaggi. Il Pd, all’indomani del crac di Banca Etruria, per levarsi di dosso ogni sospetto, aveva chiesto l’istituzione di una Commissione di inchiesta parlamentare, dotata dei poteri della Magistratura. Poi l’ha tenuta a lungo in surplace. Infine ne ha permesso l’insediamento a presidenza Casini, in limine mortis della legislatura. I suoi compiti non sono solo circoscritti alla insufficiente vigilanza della Banca d’Italia. Ed è già discutibile che questo compito sia ad essa affidato (chi controlla i controllori?). I suoi compiti riguardano anche gli atti e le omissioni del governo, del ministero dell’Economia, del parlamento, della Commissione europea e della Vigilanza unica. A fronte di questo Renzi scaglia la sua freccia contro Bankitalia, come sappiamo dotata di autonomia in virtù del famoso “divorzio” del 1981. Non sarebbero quindi interessi privati in atti d’ufficio ad avere provocato il disastro, ma la mancata azione degli organi preposti a vigilare che fanno capo a Visco. Quindi quest’ultimo non può essere confermato. Non sta al Pd indicare un nome. Questa è competenza che coinvolge il presidente del consiglio e lo stesso Capo dello Stato. L’intento di mettere in difficoltà le figure e le istituzioni che stavano guadagnando fiducia – come al solito i sondaggi giocano la loro parte – a scapito della stella renziana assai offuscata, è fin troppo evidente. Prima Renzi getta tra le gambe di Gentiloni una questione di fiducia fin troppo di dubbia costituzionalità sulla legge elettorale. Il Colle più che approvare, tollera, avendo da tempo insistito che comunque una legge elettorale doveva pur essere fatta – non essendo sufficiente neppure un robusto drafting sul Consultellum per eliminare le troppe differenze tra camera e senato – e potendo scaricare sulla presidenza della camera la responsabilità di ammetterla. Cosa che purtroppo la Boldrini ha fatto, fondandosi su precedenti o inesistenti o male interpretati. Poi sferra l’attacco sul vertice di Bankitalia, fin lì tenuto coperto, ma per tempo preparato. Ma il quadro non sarebbe completo se non facessimo un passo indietro e non ci trasferissimo nella sala di palazzo Koch dove, il 31 maggio scorso, il governatore Visco tiene le annuali Considerazioni finali. In quell’occasione il Governatore individua quali «problemi principali del paese» la crescita del debito pubblico ed i crediti deteriorati delle banche. La questione dell’occupazione, malgrado il dramma giovanile, passa in terza linea. Un promo della manovra di bilancio licenziata in queste ore. «Una manovra immobile», ha titolato un autorevole quotidiano, benché filogovernativo. Di fronte ad una situazione che precipita sul fronte occupazionale, su quello dei redditi popolari e delle pensioni, stare fermi non è meno irresponsabile che muoversi nella direzione sbagliata. Né la conferma degli incentivi alle imprese sono una novità e tantomeno un toccasana. Ma la novità di quella Assemblea fu la presenza inusuale del presidente della Bce, Mario Draghi. Quella sortita aveva il sapore di un endorsement a favore della riconferma di Ignazio Visco. Nello stesso tempo sottolineava che l’Italia restava per Bruxelles una sorta di sorvegliato speciale. Ma questa stretta unità d’intenti e di sentimenti fra vertici di Bankitalia e della Bce, non poteva andare a genio a un Renzi che si era vantato di sapere battere i pugni sui tavoli europei per ampliare i margini di flessibilità che lo stesso ministro Padoan considerava un sentiero stretto, anzi strettissimo. La scadenza del mandato di Visco ha offerto così a Renzi l’occasione di prendere strumentalmente le distanze dalla massima autorità bancaria italiana e in parte anche da quella europea, contemporaneamente frenando la crescita di consensi attorno al presidente del consiglio Gentiloni e deviando l’attenzione dalle connivenze del suo passato governo con la famiglia allargata dei bancarottieri. Un’occasione ghiotta per chi si appresta a girare l’Italia in tour elettorale. Sperando di conquistare voti stimolando l’avversione per i banchieri e gli immigrati. L’abbinata non è nuova, anzi è un classico del populismo dall’alto – il passato che non passa mai –, ma purtroppo spesso paga.

Yurii Colombo

EDIZIONE DEL 18.10.2017

 

Panama papers e altre storie. L’isola mediterranea governata da Joseph Muscat è diventata un mega-affare nelle mani dell'Azeirbaijian guidato dalla famiglia Aliev La notizia dell’omicidio della giornalista maltese Dauphne Caruana Galizia è giunta come un uragano sulle scrivanie delle redazioni di tutto il mondo. Galizia era conosciuta per la sua tenace attività di denuncia del governo di Joseph Muscat, per il suo rigore e rettitudine tra i giornalisti di tutto il mondo. Un omicidio che sta sconvolgendo in queste ore il mondo politico di Malta e sta commuovendo e mobilitando l’opinione pubblica maltese e internazionale.

 

NON A CASO lo stesso Joseph Muscat, che era stato oggetto delle inchieste e delle accuse di Galizia, ha sentito la necessità non solo di condannare «l’atto barbaro» ma di chiedere aiuto della sezione europea delI’Fbi per risolvere il caso. Anche la Chiesa maltese è scesa in campo ieri a suo modo. L’ arcivescovo monsignor Charles Scicluna, dopo aver condannato l’accaduto ha cercato di stendere un pannicello caldo sulla ingombrante vicenda: «Questo non è il momento di innescare guerre tra noi» bensì di «difendere la dignità di ciascuno… il grande valore della democrazia» ha affermato l’alto prelato.

 

L’ASSASSINIO di Galizia riporta a galla uno dei più importanti scandali politico-finanziari del decennio, i Panama Papers, un fascicolo di oltre 11 milioni di files, reso pubblico nel 2015, che dimostrava come politici, managers e imprenditori di tutto il mondo avessero eluso al fisco o riciclato per molti anni enormi quantità di danaro nei paradisi fiscali, e il cui capitolo maltese porta a Baku e le cui trame si snodano fino a Londra e ad Ankara. Trame invisibili fatte di scatole cinesi finanziarie, riciclaggio, corruzione, business della rendita energetica. Da allora Galizia si mise con testardaggine a studiare i legami inconfessabili che intercorrevano tra il premier maltese e lo Stato azero.

 

L’AZERBAIJAN, paese ricco di greggio e di gas naturale, è retto da dopo crollo dell’Urss dalla famiglia Aliev, che amministra il paese come una proprietà personale. Dopo la morte nel 2003 di Heidar Aliev, già boss del partito comunista azero, è subentrato alla presidenza il figlio Ihlam che governa il paese con il pugno di ferro, grazie alla onnipresente polizia segreta. Alle due figlie ha affidato la gestione della Socar, una società formalmente statale, che amministra la rendita petrolifera del paese. Spulciando nei files dei Panama Papers Galizia non solo venne a scoprire che le figlie di Alyev attraverso la Socar ammassavano all’estero enormi quantità di gioielli e azioni di aziende minerarie britanniche ma che la FA Invest di Malta aveva acquistato il 6.5% delle azioni della azienda di telecomunicazione azera Azercell, società anch’essa indirettamente controllata dalla famiglia Aliev. Nel gioco delle società offshores la FA maltese risultò poi collegata a società turche che venivano gestite dallo stesso amministratore panamense.

 

NEL 2014 IL PREMIER maltese Muscat si recò, inusualmente senza informare la stampa, a Baku per firmare alcuni contratti di «collaborazione strategica» per lo sfruttamento di quote di gas azero, con la Socar, la società delle vistose figlie di Aliev. La riservatezza dell’incontro indusse a pensare – anche ai meno maliziosi – che fosse stata favorita nell’accordo una società maltese legata al ministro per l’energia Konrad Mizzi (il quale a sua volte era presente nei Panama Papers in qualità di socio di società offshores). Muscat continuò per lungo tempo a respingere le «insinuazioni» e a negare il «linkage» ma il 20 aprile scorso, Galizia inchiodò il primo ministro maltese pubblicando sul suo blog una serie di bonifici (di cui il più significativo di 1 milione di dollari) a favore della società panamense Egrant di proprietà della moglie di Moscat, provenienti dal conto corrente aperto a Malta presso la Pilatus Bank dalla Al Sahra Fzco, guarda caso, una società che fa riferimento alla primogenita di Aliev, Leyla. Una scoperta costata molto cara.

 

IL PUZZLE CRIMINALE si compone perfettamente se si aggiunge, cosa che non ha potuto scoprire purtroppo Galizia, che lo Stato azero è azionista della nuova centrale elettrica di Malta e che la Egrant venne fondata proprio negli stessi giorni in cui Aliev ricambiava la precedente visita di Muscat, atterrando a La Valletta.

Antonio Sciotto

da il Manifesto

18.10.2017

 

Manovra. Cgil, Cisl e Uil scrivono una lettera al premier chiedendo un confronto urgente. Furlan: sul piatto delle pensioni c’è «il vuoto assoluto». Camusso: «La legge di Bilancio favorisce le rendite e mantiene lo status quo». Re David (Fiom) vorrebbe muoversi subito

 

La legge di Bilancio infiamma le polemiche fin dal mattino: duro botta e risposta ieri tra la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che hanno incrociato i microfoni da due differenti trasmissioni radio. La leader sindacale ha spiegato a Circo Massimo di Radio Capital che la finanziaria appena varata «favorisce le rendite e mantiene lo status quo», non escludendo quindi uno sciopero generale. A stretto giro, da Radio anch’io Rai, Padoan ha replicato: «Mi chiedo quale legge di bilancio abbia visto», la nuova manovra «non corrisponde alla descrizione» di Camusso. In serata i tre segretari di Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto un incontro urgente sulla manovra al premier: altrimenti non è escluso uno sciopero. Tra i pro e i contro si sono poi via via inseriti in giornata tutti i principali partiti politici e i sindacalisti, da Di Maio a Renzi, da Brunetta a Salvini, fino a D’Alema e i segretari confederali. Il Pd ha ovviamente offerto pieno sostegno alla legge di Bilancio, mentre le opposizioni l’hanno bocciata senza riserve. Critiche anche da Cisl e Uil, soprattutto sulla parte pensioni. Mentre la Fiom Cgil è netta: la segretaria Francesca Re David chiede lo «sciopero generale».

 

INTANTO MATTEO RENZI è partito dalla stazione Tiburtina con il suo treno elettorale, con promesse rombanti: dichiarando «pieno sostegno al governo» sulla manovra, l’ex premier ha detto che «nella prossima legislatura dovremo fare un ulteriore Jobs Act», «individuare misure anche per i cinquantenni», e che serve «un’ulteriore riduzione delle tasse». Renzi pensa a una riedizione degli 80 euro: «Vanno individuate – spiega – nuove categorie non necessariamente per gli 80 euro ma per ridurre le tasse al ceto medio, perché non è accettabile che si allarghi la forbice tra chi sta bene e chi non sta». All’attacco Massimo D’Alema di Mdp: «Gli sgravi fiscali possono incoraggiare a prendere un giovane per tre anni ma poi, quando finiscono, questo viene licenziato».

 

CGIL, CISL E UIL hanno dunque deciso di inviare una lettera al premier Paolo Gentiloni per chiedere un incontro urgente. In particolare i tre sindacati chiedono di inserire quanto previsto dall’accordo dello scorso anno sulla fase 2 della previdenza e un intervento per bloccare l’aumento dell’aspettativa di vita per le pensioni di vecchiaia. Nel frattempo prosegue la mobilitazione con assemblee nei luoghi di lavoro e iniziative sul territorio, ma per ora non si è presa nessuna decisione di sciopero. Camusso, dal canto suo, ha così spiegato la sua contrarietà alla legge di Bilancio firmata Gentiloni: «Si è fatta una scelta politica: si poteva intervenire sulla finanza, sul patrimonio e facilitare chi lavora e chi produce e invece si è scelto di usare questo slogan sulle tasse («nessuna nuova tassa», aveva detto il presidente del consiglio, ndr), facendo credere che è una risposta a tutti e invece è una risposta solo ad alcuni, mantenendo la pressione fiscale alta».

 

SCIOPERO «PER ME non è una parola abrogata», ha poi aggiunto la segretaria generale della Cgil. «Valuteremo insieme a Cisl e Uil la risposta quando non si rispettano gli accordi. Il governo ha fatto una scelta politica. Questa manovra non dà nessuna prospettiva di cambiamento. È solo una sterilizzazione dell’aumento dell’Iva». Lo sciopero generale, insomma, non è affatto escluso, e poco più tardi la stessa Camusso, rispondendo questa volta ad Agorà Rai 3 su possibili proteste aveva aggiunto: «La prima cosa che dovremmo fare è discutere con i lavoratori». Ma Padoan ritiene di aver fatto il massimo, e respinge le accuse: «Abbiamo messo risorse per gli investimenti pubblici, per gli investimenti privati, risorse per l’occupazione giovanile. Stiamo dando una scossa alla crescita», risponde a Camusso. E sulla previdenza: «Non è vero che non siamo intervenuti sulle pensioni. Ci sono misure come l’Ape sociale e l’Ape donna», ci sono «molti meccanismi introdotti, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima». «C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età», dice infine per spiegare l’impossibilità di modificare la legge Fornero. Intanto si è saputo che per il 2018 le risorse stanziate per il Rei (reddito di inclusione) verranno incrementate di 300 milioni, portando così il reddito garantito a ciascuna famiglia da 480-490 euro a 530-540 euro (50 euro in più).

 

IL PIÙ CAUTO DEI SINDACATI resta la la Cisl: per la segretaria generale Annamaria Furlan «non c’è bisogno di rullare i tamburi». «Bene la decontribuzione per le assunzioni e i contratti del pubblico impiego – spiega – anche se la previdenza resta «una nota dolente», perché lì c’è «un vuoto assoluto». Chi aveva fatto «rullare i tamburi»? Francesca Re David, segretaria generale Fiom, ritiene che «in questa manovra non c’è nulla a favore del lavoro, nulla sulle pensioni. Quest’anno finiscono gli ammortizzatori sociali e cominceranno i licenziamenti e anche su questo il governo non ha previsto nulla. A questo punto la risposta – conclude – può essere una sola, indire uno sciopero generale contro questa manovra». Idea che in serata Camusso commenta così: «La Cgil ha domani (oggi per chi legge, ndr) una discussione nella quale valuterà e farà le sue scelte».

 

AGGIUNGIAMO IL COMUNICATO STAMPA sulla Legge di bilancio, PRC: «Inaccettabile la propaganda di Renzi. Un altro Jobs Act? Ci vuole davvero lo sciopero generale» «Risulta davvero insopportabile la propaganda di Renzi sulla legge di bilancio e sull’operato del governo – dichiarano Maurizio Acerbo e Roberta Fantozzi, segretario nazionale e responsabile politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – . Intanto i conti sul REI non tornano, perché con 300 milioni in più non si coprono affatto 160mila nuove famiglie ma al massimo la metà, continuano a restare fuori i due terzi delle famiglie in povertà assoluta e non si scalfisce neppure la condizione di povertà relativa che colpisce 8 milioni e mezzo di persone. E come non ricordare che si tratta di risorse limitatissime e che di certo 50 euro al mese in più per famiglie di 5 o più componenti non modificano nulla? Ma è tutto l’impianto della manovra che non va: che continua con la politica degli incentivi e delle risorse a pioggia alle imprese, non investe sul welfare, a partire dalla sanità, dà il via libera al nuovo inaccettabile aumento dell’età pensionabile, continua con le privatizzazioni e la restrizione del ruolo pubblico. Siamo infine sinceramente atterriti dalla possibilità di un “nuovo Jobs Act”: con quello che c’è già stato è stata sancita la piena “libertà” di licenziamento illegittimo per i nuovi assunti, la massima precarizzazione del lavoro tra acausalità del contratto a termine e voucher vecchi e nuovi, il demansionamento, la videosorveglianza…. Tutto mentre alle imprese si regalavano 18 miliardi solo di decontribuzione, per un totale di oltre 40 nel triennio, tra Irap, Ires e incentivi di ogni tipo. Molti soldi per le imprese, mentre il lavoro è stato riportato alla condizione servile. Che altro vuole fare Renzi? E’ decisivo che si determini la più ampia mobilitazione contro la legge di bilancio e che si vada davvero allo sciopero generale per riprendersi i diritti e la dignità del lavoro».

Il 21 ottobre saremo alla manifestazione di Roma. Contro il razzismo e chi lo fomenta, fuori e dentro le stanze del potere.  Abbiamo già aderito con convinzione, alla manifestazione nazionale che si terrà il 21 ottobre prossimo a Roma, contro il razzismo. Saremo in piazza con una presenza in piazza consapevole e diffusa. Siamo state/i elette/i in consigli comunali di piccole e grandi città, o abbiamo scelto in passato di candidarci, partendo da alcuni valori non negoziabili. Uno di questi è quello di voler rendere le città e i paesi luoghi in cui accoglienza, solidarietà, inclusione sociale non fossero messe in discussione e rappresentassero un valore fondante e non divisivo della comunità. Viviamo in un Paese in cui questi valori, che dovrebbero caratterizzare prima di tutto la sinistra, e tutti i sinceri democratici, sono messi a dura prova da provvedimenti di legge fondati sul securitarismo, sul rifiuto dell'altro, su logiche di repressione e di espulsione basate sull'idea che esistano diritti riservati solo ad alcuni. Non accettiamo di sottostare a norme che impongono forme di violenza contro chi è povero, marginalizzato, recluso, tenuto in condizioni che è indegno definire di accoglienza. Vogliamo vivere e far crescere le nuove generazioni in un Paese e in un continente diversi: che non sia fortezza, in cui essere solidali non costituisca di fatto un reato, in cui prevalgano l'incontro e la convivenza, perché siamo certi che questo sia il solo futuro possibile e auspicabile. Faremo in modo che, anche dai nostri territori, anche distanti dalla capitale, giunga il segnale del nostro sostegno per la manifestazione prossima e per le tante tappe a venire. Un impegno che abbiamo più volte messo al centro della nostra azione istituzionale e politica collettiva, a cominciare dalla giornata nazionale contro i decreti Minniti Orlando dello scorso 8 aprile. Ci riconosciamo quindi nei valori che propugna l'appello e faremo in modo che questi continuino a vivere nelle nostre comunità piccole e grandi, cercando di unire quello che leggi inaccettabili come appunto le recenti "Minniti Orlando" stanno tentando di dividere Contrasteremo, con ogni mezzo che potremo mettere in campo, il penetrare, in primis negli strati popolari,della logica di "guerra fra poveri", consapevoli che una sola lotta si sta combattendo, che non conosce confini o provenienze. Quella dell'1% della popolazione che pretende di mantenere in uno stato di subalternità il restante 99%. Per noi il 21 ottobre rappresenta una tappa in cui non solo ci sentiamo rappresentati, ma parte di un percorso la cui costruzione, nel futuro, dovremo sempre più rafforzare, insieme. La Rete delle Città in Comune

15.10.2017 Maurizio Acerbo  In tutta Italia la Rete dei Numeri Pari ha organizzato iniziative mettendo al centro "casa, lavoro, conoscenza, costituzione, reddito, dignità, terra, welfare". Diritti che dovrebbero essere garantiti per tutte e tutti secondo la nostra Costituzione e sempre più non lo sono. Se secondo i dati ISTAT ci sono quasi 4.800.000 persone in Italia in condizioni di povertà assoluta e se circa una persona su 4 è a "rischio povertà", non lo si deve al caso o a responsabilità di chi non sopravvive neanche avendo uno stipendio. Lo si deve a due decenni di politiche economiche che hanno aumentato il divario fra poveri e ricchi. Lo si deve alle politiche neoliberiste condivise da centrodestra e centrosinistra e a chi le ha applicate con scientifico cinismo, dall’Unione Europea fino ai governi che si sono succeduti. Le manifestazioni di oggi ci ricordano dati e fatti che rendono evidente la necessità di un cambiamento radicale nel nostro paese e in Europa. Se non si mettono al centro del dibattito e dello scontro politico questi temi i ceti popolari saranno inevitabilmente arruolati sempre più largamente nella guerra fra poveri, con migranti e richiedenti asilo come capro espiatorio. Il Def e la manovra da questo punto di vista rappresentano una presa in giro rispetto a questa situazione di palese ingiustizia e sofferenza sociale. Neanche lontanamente sono previste misure e risorse per affrontare le reali emergenze di questo paese: si continua a negare l'istituzione di un "reddito di dignità" per milioni di poveri, intermittenti e senza lavoro, nessuna risposta alla crescita degli sfratti per morosità incolpevole e nessun programma per garantire il diritto alla casa, nessun adeguato stanziamento per il Fondo Nazionale Sociale in grado di garantire un livello di assistenza omogeneo su tutto il territorio nazionale, invece della garanzia del diritto allo studio abbiamo una ridicola alternanza scuola-lavoro. Alla richiesta di mettere la “spesa sociale fuori dal patto di stabilità” si risponde con l’impegno all’ultimo vertice di Taormina del G7 a raddoppiare spesa militare per la quale l’UE concorda che si possano sforare gli altrimenti sacri parametri di Maastricht. Le classi dirigenti italiane e europee non solo con le politiche neoliberiste producono un crescente impoverimento, altissimi tassi di disoccupazione e un aumento esponenziale dei lavori sottopagati e dei working poors ma non sentono nemmeno il dovere di far corrispondere a questi fenomeni un welfare più forte. Siamo da troppi anni di fronte all’aperta delegittimazione del programma di lotta alle disuguaglianze contenuto nell’articolo 3 della Costituzione e alla negazione di fatto dei diritti sanciti dalla Carta. La storia insegna che la povertà si riduce e la sfera dei diritti si allarga soltanto quando chi sta in basso e vive sulla propria pelle le conseguenze delle ingiustizie e delle disuguaglianze prende la parola sulla scena pubblica e impone la propria agenda attraverso l’azione collettiva. Le associazioni giustamente pongono questioni ineludibili e indicano provvedimenti indispensabili. Difficilmente però questi obiettivi potranno concretizzarsi senza una forza materiale che si raccolga intorno a un programma di attuazione della Costituzione. Da troppi anni in questo paese le classi subalterne sono prive nel sistema politico di una voce e di una forza per difendere i propri diritti subendo gli effetti di pseudo-riforme che si susseguono peggiorando le condizioni di vita della stragrande maggioranza del paese. E’ ora di costruirla e ci pare l'unico progetto di sinistra di cui ci sia bisogno e per il quale un appuntamento elettorale possa essere occasione che non debba andare sprecata.

13.10.2017

Franco Astengo

 

La Camera dei deputati ha appena approvato la nuova legge elettorale mista maggioritario / proporzionale con il voto automaticamente trasferito da una parte all’altra della scheda senza possibilità di disgiunzione (almeno così può essere definita tecnicamente). Il testo adesso passa al Senato dove probabilmente il percorso sarà molto più complicato di quanto non sia avvenuto nella Camera bassa. Non è questo però il punto da rimarcare in questo frangente. Piuttosto dall’ascolto del dibattito è emerso un elemento da rimarcare: l’assoluta strumentalità dei passaggi di ricostruzione storica al riguardo delle vicende relative alla legge elettorale che si sono ascoltati nei vari interventi. Nessuno ha ammesso le gravi responsabilità che le forze politiche hanno accumulato su questo delicato terreno contribuendo ad una vera e propria caduta di credibilità dell’intero sistema e alla rilevante flessione fatta registrare nella partecipazione elettorale, indicatore di una vera e propria crisi democratica che attanaglia il Paese. Un parlamento che ha approvato di seguito due leggi elettorali entrambe bocciate dalla Corte Costituzionale, a cui si è avuto accesso soltanto grazie al generoso impegno di un gruppi di cittadine e cittadine e non certo grazie all’operato di chi questa sera ha in maniera roboante rivendicato quell’esito. Questa legge per ora parzialmente approvata da un solo ramo del Parlamento presenta nel suo testo ancora i principali elementi per i quali per ben due volte la Corte Costituzionale ha bocciato i precedenti testi del cosiddetto Porcellum nel 2014 e dell’altrettanto cosiddetto Italikum nel 2017. Una continuità che si esplicita essenzialmente su di un punto preciso; quello del Parlamento dei “nominati”. Era proprio la continuità del “Parlamento dei Nominati” la questione che interessava alle forze politiche che hanno trascurato perfino la tanto decantata governabilità, oltre ad ignorare – come accade da tempo – quell’elemento della rappresentatività politica che pure rappresenta l’indicazione più rilevante presente, sulla materia, nella Costituzione Repubblicana. Il trasferimento automatico del voto dal candidato uninominale a quello dei listini bloccati nel proporzionale rappresenta infatti il meccanismo concreto perché sicuramente i 2/3 dei componenti delle future Camere siano semplicemente indicati dall’alto senza alcuna possibilità di scelta da parte delle elettrici e degli elettori. La quota dei nominati risulterà comunque sicuramente più elevata dei 2/3, al di là delle fole sul collegio uninominale e la vicinanza tra eletto ed elettore (davvero una favola incredibile) con un bel numero di “paracadutati” nei tanti collegi considerati “sicuri” nella apparente contesa tra le diverse forze politiche. Nel caso malaugurato di approvazione definitiva della legge aspettiamo con ansia il disegno dei collegi che, detto per inciso, è stato delegato al governo nel testo della legge. Sicuramente nell’esaminare i dettagli dei confini dei singoli collegi ci sarà di divertirci, come già accadde nel Mattarellum. In sostanza ci sono tutte le ragioni per continuare la battaglia contro il “Parlamento dei nominati” in ogni sede, dentro e fuori il Parlamento. Infine qualcuno dovrebbe ricordare a queste signore e signori che con apparente passione discettano di “democrazia” e “interesse del Paese” che non sono mai stati eletti da nessuno e che la loro temporanea posizione di parlamentari deriva dal dato di promessa fedeltà d a qualche cordata interna alle varie consorterie politiche che hanno semplicemente deciso una certa posizione piuttosto di un’altra all’interno di una lista la cui esatta composizione è stata letta per intero da una quota sicuramente minoritaria di elettrici ed elettori. Un Parlamento delegittimato dalla Corte Costituzionale ha tentato di modificare la Costituzione (e qui ci hanno pensato le espressioni voto “vero”) e hanno varato ben due leggi elettorali: la prima smontata dalla Corte Costituzionale, la seconda di vedrà.

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