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Alessandra Pigliaru

da Il Manifesto

 

Contro la violenza maschile. Grande manifestazione ieri con migliaia arrivate da tutto il paese. Piazze anche locali.

Erano migliaia anche quest’anno, le donne, le ragazze, le bambine insieme a molti altri. Collettivi, gruppi autonomi, centri antiviolenza, case delle donne, singoli che non si mostravano curiosi come l’anno scorso ma sapevano esattamente dove si trovassero. Di tutte le età, di tutti gli ambienti, nessuna bandiera di partito a rivendicare prelazioni.

Solo una voglia incredibile di esserci, sorridere e gridare. Grida forte, ti si sente di più. Anzi, canta – come in molte hanno fatto dal camion da cui si leggevano testimonianze arrivate da compagne di tutto il mondo. Non Una Di Meno è un progetto globale, anche ieri si è percepito nitidamente.

NEL SUO «GLI USI DELLA RABBIA», Audre Lorde fa una operazione piuttosto interessante ovvero segnala come la rabbia sia, a tutti gli effetti, un sentimento politico preciso, trasformativo che non va sottovalutato.

Ieri a Roma la manifestazione nazionale organizzata da Non Una Di Meno è stata una ennesima marea in cui alla gioia, i colori e la vastità di donne e uomini presenti si aggiungeva anche quella rabbia di cui sopra, «è un dolore di distorsione», diceva Lorde – femminista, lesbica, nera e madre – e il suo obiettivo è il cambiamento. Molto diverso dall’odio che è «la furia» il cui fine è la morte e la distruzione.

Tra le donne che, partite da piazza della Repubblica hanno attraversato la città per arrivare poi in serata in piazza San Giovanni in Laterano, vi era un ritmo diverso rispetto l’anno scorso; entusiasmo, potenza propulsiva ma anzitutto la pazienza con cui in questo anno le assemblee territoriali hanno lavorato.

Si sentiva tutta questa pazienza che lentamente aveva spillato la rabbia per renderla una importante fonte di rafforzamento reciproco. Si avvertiva anche che, nel processo cominciato più di un anno fa, alcune avevano deciso di trovarsi nelle piazze dei propri territori.

CIÒ NON INDICA una diminuzione della dirompenza bensì una diffusione maggiore delle pratiche politiche che, proprio nei territori in cui hanno attecchito, hanno altrettanto deciso di fare i conti. Con le singole materialità, intrecciandosi con altre situazioni – differenti per ogni contesto.

Così, se si racconterà della piazza romana di un numero di partecipanti inferiore rispetto all’anno scorso, si spera almeno lo si faccia segnalandone la maggiore struttura, la più salda e matura capillarità.

La giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne si è tinta di fucsia, una marea tempestosa e divertente dotata, tra le altre cose, di moltissimi palloncini che svettavano tra le strade della capitale in cui risuonava l’hashtag #lacasasiamotutte, mostrando l’ampio sostegno che la Casa internazionale delle Donne di Roma ha avuto dal movimento e da chiunque abbia un minimo di contezza politica sul suo valore; vedere quei palloncini agitati significa che il tentativo di sfratto non avverrà mai, non sarà possibile.

Anche questo è un modo di mettere al lavoro la propria rabbia, facendone arretrare le insidie – del resto già decostruite da 40 anni di femminismo e politica delle donne. Per tenere invece stretto e con sé un contare che sa di sé.

La genealogia regge, il tessuto relazionale anche. Così come la presenza di molti più uomini e ragazzi che hanno sfilato accanto alle proprie figlie e amiche. Davano l’idea di essere molto meno intimiditi rispetto al 2016 ma consapevoli anche loro dei percorsi che, in molte circostanze, i vari gruppi di Non Una Di Meno a livello locale hanno inteso praticare senza separatismo.

LE DONNE NON SONO VITTIME, smettetela con la narrazione patetica e distorta di chi non ce l’ha fatta e cominciate a raccontare della nostra forza. Anche di chi ha deciso di uscire dalla violenza. Di chi vuole restare viva e lottare. Siamo forti. E libere, abbiamo un piano. Questi alcuni degli slogan presenti insieme ad altri – ridondanti e precisi – come per esempio quelli riferibili alla libertà femminile e, in quanto tale, guadagno per tutti o quell’altro delle streghe e delle pronipoti che ancora non sono state bruciate e mai lo saranno.

E di fiamme mai spente si è scritto anche in un altro striscione: «Fuoco cammina con me» che occhieggia a Laura Palmer nel capolavoro di David Lynch e che restituisce forse meglio di molte altre parole un’altra cifra che corrisponde alle donne e in particolare al femminismo: l’inesorabilità.

È impossibile fermare la sua mareggiata, così come è difficile seppellire ciò che emerge dalla manifestazione di ieri.

Intanto un punto di inaggirabilità riguardo il Piano antiviolenza diffuso nelle sue 57 pagine e che sarà tutto da discutere ma che c’è e fa la differenza, poi il radicamento con i centri antiviolenza nei territori che sono l’altra anima di una strada più lunga, il nerbo dell’esperienza che moltiplica un assunto irriducibile: per smontare la violenza maschile contro le donne non è più tempo di fare orecchie da mercante escludendo proprio chi nei centri e nelle case-rifugio lavora da decenni.

Le donne per le donne, si diceva. L’esperienza per tenere il punto sul tragitto che si sta configurando, si aggiungerà. Per non sbandare e per sapere che Non Una Di Meno ha saputo orientare migliaia di desideri.

Sono desideri di politica, parole di libertà, quando di quella rabbia si è fatto già tesoro, e si dice no all’odio.

25.11.2017

Bia Sarasini

da il Manifesto

 

25 novembre. La valanga scatenata da Asia Argento è la rivelazione di una verità quotidiana che da sempre permea la vita delle donne il carattere totalizzante della violenza maschile.

 

Ce la ricorderemo, la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne del 2017. Questo appuntamento – in Italia ha attenzione mediatica solo dal 2007 anche se fu istituito dall’Onu nel 1999 – quest’anno arriva al culmine di un insieme di fatti eccezionali, che hanno definitivamente tolto la violenza maschile dalla cronaca nera per farne una questione centrale della vita sociale e politica.

 

Come scrive «Abbiamo un piano. Piano contro la violenza maschile e la violenza di genere» di NonUnaDiMeno, che oggi viene portato nella manifestazione di Roma: «La violenza contro le donne è sistemica».

Dopo l’estate del 2017 è impossibile ignorarlo.

 

Anche se, per rimanere alla cronaca, ci sono le 12 ore di interrogatorio alle due ragazze americane che hanno denunciato lo stupro da parte di due carabinieri in servizio avvenuto in settembre a Firenze.

 

Quasi fossero loro le colpevoli e non le vittime, o il tono della puntata di Porta a Porta andata in onda l’altra sera commentando i verbali dell’interrogatorio, fanno comprendere bene quanto siano grandi le resistenze.

 

Eppure qualcosa è cambiato per sempre. L’inchiesta di Ronan Farrow pubblicata dal New Yorker in ottobre, sulla base delle storie raccolte da tredici donne che gli hanno confidato e confermato le molestie e violenze sessuali di Harvey Weinstein, è stata l’avvio di una valanga.

 

Valanga mi sembra la parola giusta: è inarrestabile, e trascina tutto con sé. Ovunque nel mondo. Dagli Usa alla Francia, dalla Svezia all’Inghilterra all’Italia.

 

NON SI FERMERÀ PRESTO, almeno mi auguro. E la forza viene proprio dal punto di partenza: la capitale mondiale della produzione di immaginario. Hollywood.

 

Non sono fatti nuovi, sono sempre successi, è il mantra che ripetono gli uomini, e le donne purtroppo, che vogliono arginarla. Appunto.

 

Il fatto nuovo è che le attrici, le lavoratrici del mondo del cinema, hanno trovato il coraggio di prendere parola in pubblico.

 

Era già successo che alla consegna degli Oscar alcune attrici denunciassero gli scarsi ruoli dedicati alle donne. Ora hanno fatto di più. Hanno attaccato le basi del sistema di potere patriarcale. Hanno portato alla luce l’intimidazione sessuale che pesa sulle donne dovunque. Nella vita privata come nella vita pubblica.

 

Ritorniamo all’inchiesta di Farrow, che ha avuto in Asia Argento una collaboratrice preziosa, che gli ha raccontato a più riprese di sé, la base per un lavoro giornalistico solido, non improvvisato e impressionistico, ma che ha cercato e trovato sostanziali conferme.

 

PER QUESTO È DIVENTATO una valanga. Per la sostanziale verità. Perché ogni donna che ha letto o ascoltato ne ha riconosciuto la dinamica. E ciascuna sa di avere taciuto, quasi sempre, e ne sa i motivi. Io li riassumo nella parola «intimidazione».

 

LE MOLESTIE, LE AGGRESSIONI, le violenze sessuali sono uno strumento del potere maschile per tenere al loro posto le donne. In silenzio, possibilmente spaventate, non autonome. E soprattutto, oltre che vittime, colpevoli. Colpevoli di avere scatenato quella violenza, quell’aggressione. Di cui devono sopportare la vergogna.

 

Non ringrazieremo mai abbastanza Asia Argento e le altre di avere messo a disposizione i loro racconti.

 

Ultima Uma Thurman, che sotto al suo bel viso irato da protagonista di Kill Bill, scrive #metoo, e augura a Weinstein una «lenta agonia». Loro si sono fatto ascoltare, hanno rotto la trappola mediatica che non dà parola alle protagoniste.

 

Soprattutto hanno permesso di mettere a fuoco il carattere totalizzante della violenza maschile. Se la maggior parte avviene nelle case, se la percentuale di assalti nelle strade in relazione è minima, il resto avviene nello spazio pubblico. Sul lavoro, perfino nei luoghi della politica.

 

QUESTA È LA VALANGA. La rivelazione di una verità quotidiana, ordinaria, che permea da sempre la vita delle donne.

 

Le valanghe, come è noto, travolgono, non fanno distinzione. Una mano sul sedere non è, ovviamente, uno stupro di guerra. Ma se arriva un’onda del genere bisognerebbe pensarci prima di lamentarsi, anche tante donne, che così si distrugge l’attrazione sessuale.

 

E I POVERI UOMINI, come fanno? Il gioco sessuale è tra i più incantevoli che l’umanità abbia a disposizione. Non credo che venga distrutto se un uomo, che abbia un potere di qualunque genere su una donna, si chiede se appoggiarle una mano sulla coscia durante un pranzo di gala sia una piacevole distrazione lietamente condivisa da una noiosa cerimonia sociale o un atto di intimidazione.

 

Sarò ottimista, ma penso che un uomo medio sia in grado di sapere se una donna vuole o no. E di farsi qualche domanda. Questo è il punto. Tanti fanno finta di no.

 

POI C’È ALTRO. Per esempio che la violenza non si esercita solo contro le donne, lo scrive il «Gruppo del mercoledì», di cui faccio parte, nel testo «Sulla violenza, ancora» (www.donnealtri.it). Che il Piano che viene presentato oggi pensa in grande, a largo raggio.

Insieme, quelle in piazza e non solo, potremo pensare a cambiare il mondo.

 

 

 

 

Cecilia Guerra

da Il Manifesto

24.11.2017

 

Violenza sulle donne. Negli Stati uniti il sistema di potere è messo in causa, le vittime non vengono derise. In Italia un regista come Neri Parenti può dire «non le prenderò mai nei miei film»

 

 

Sono persuasa che abbia grande significato politico quanto accade intorno alle accuse di violenza e molestie che molte donne rivolgono pubblicamente ai potenti del cinema (ma non solo), in Italia e in altri paesi occidentali.

Alla vigilia del 25 novembre mi stupisce il silenzio della politica sull’argomento di cui invece tutta l’opinione pubblica discute da oltre un mese. Il sistema di abusi denunciato da un numero crescente di donne, infatti, non chiama in causa i singoli o soltanto il cinema. Vediamo anzi una minima parte di ciò che accade, e ancora accadrà, fino a quando i dati sul gender gap registreranno iniquità fra i generi in termini di salario, occupazione, potere economico e politico. Si tratta di un’architrave del nostro mondo, con enormi costi umani, economici, giudiziari e di salute.

 

In Italia rifiutiamo di riconoscere la natura sistemica del fenomeno e quindi non diamo credito alle vittime e anzi le denigriamo. Se infatti tutti vanno considerati innocenti fino a prova contraria, a me sembra altrettanto ovvio che un ragguardevole numero di testimonianze tutte uguali dovrebbero indurci non già a condannare i singoli senza processo, bensì ad ascoltare con rispetto e sgomento le voci che si levano contro la violenza e l’ingiustizia.

 

Dove questa ondata di ribellione femminile è nata, ovvero negli Stati uniti, il sistema di potere è messo in causa, giornali e opinione pubblica si chiedono quanti predatori ci sono negli ambienti di lavoro, come fermarli, perché hanno potuto agire impunemente. Le vittime non vengono derise, insultate, sospettate di avere secondi fini – come se denunciare abuso e violenza sessuale avesse mai recato vantaggi alla donna che trova la forza di farlo.

 

In Italia, al contrario, un regista affermato e famoso come Neri Parenti può pronunciare nei confronti delle testimoni parole che suonano come una minaccia: «Non le prenderò mai a lavorare nei miei film». La dichiarazione di Neri Parenti e le reazioni (o l’assenza di reazioni) successive spiegano alla perfezione perché le ragazze non hanno denunciato prima: chi lo fa non lavora più, si rovina la carriera. Poco importa che siano già state rovinate le vite e le carriere delle sconosciute che trovano la forza di parlare ora, perché sentono che solo ora c’è una possibilità di essere credute. Eppure la loro testimonianza viene liquidata con l’argomento che avrebbero dovuto reagire subito, e non lo hanno fatto perché in realtà ci stavano e volevano un vantaggio. Eppure, ammesso che qualcuna non sia riuscita a sottrarsi perché era paralizzata dalla paura, oppure si sia sottomessa, costei poteva scegliere solo fra due violenze, sottomettersi oppure essere espulsa dal suo ambiente di lavoro. Non poteva esercitare né libertà né autodeterminazione.

 

E’ giusto richiamarsi al garantismo formale, come molti fanno in questi giorni, e chi viene accusato deve querelare chi lo ha offeso, se ritiene che sia stato detto il falso, usando gli strumenti di garanzia di cui dispone per legge. Ma prendiamo in considerazione anche il garantismo sostanziale, riconoscendo l’importanza di uno spazio in cui molte donne possono raccontare quello che hanno subito, senza essere messe in ridicolo o minacciate.

 

In Italia a denunciare, secondo l’Istat, è appena l’8 per cento del totale di chi subisce violenza. La stragrande maggioranza delle vittime non si sente libera di usare il suo strumento di garanzia, non si fida della legge, delle forze dell’ordine, dei tribunali. L’esperienza, quella delle altre e in alcuni casi quella fatta di persona, insegnano che può essere un inferno, e forse non ci sarebbe giustizia.

 

Provare un reato il quale, per ovvie ragioni, si è consumato fra lei e il violento e senza testimoni, è difficile, a meno di non essere stata picchiata brutalmente. Per questo assume un grande valore raccontare pubblicamente, insieme alle altre, con la speranza che il sistema che conduce all’abuso e non lo punisce sia messo in causa, e altre non debbano subire. Proprio su questo punto, allora, la politica, le istituzioni, tutta l’opinione pubblica sono chiamate riflettere, fare autocritica, suggerire e prendere provvedimenti efficaci.

 

Alessandra Pigliaru

da il Manifesto

22.11.2017

 

25 novembre. Verso la manifestazione di sabato, a Roma e in altre piazze. Presentata la sintesi «contro tutte le forme di violenza di genere». I punti principali: centri antiviolenza, educazione, formazione, reddito garantito.

 

In contemporanea a Roma e Milano, ieri sera Non Una Di Meno ha presentato il primo «Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere». Si tratta di una sintesi articolata in numerosi punti di cui conosceremo la più articolata stesura il 25 di novembre. In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Non Una Di Meno – oltre ad aver annunciato la manifestazione di piazza (forte del grande riscontro dell’anno scorso) – renderà nota la versione completa.

 

SAREBBE tuttavia ingeneroso leggere questa primo confronto pubblico avvenuto ieri come una mera anticipazione poiché dal testo si evincono già, e si chiariscono, molti dei punti programmatici del progetto politico originario, inteso come articolata scommessa di tenere insieme più linguaggi, più pratiche politiche e – soprattutto – più esperienze intergenerazionali. Il focus, oggi come allora, ruota intorno ai centri antiviolenza, «luoghi di elaborazione politica, autonomi, laici e femministi al cui interno operano esclusivamente donne e il cui obiettivo principale è attivare processi di trasformazione culturale e politica e intervenire sulle dinamiche strutturali da cui origina la violenza maschile e di genere sulle donne».

 

Tutto, già allora, disposto in modo da sperimentare questo genere di scrittura collettiva (le mani si sentono diverse dalla elaborazione dei punti) che tuttavia è una delle forze del soggetto politico di Non Una Di Meno. Se negli ultimi mesi vi sono state delle frizioni, spesso virtuali, ciò che ha resistito in questo lungo anno di lavoro sono state le decine di assemblee in più di 70 città, i 5 incontri nazionali, lo sciopero globale dello scorso 8 marzo, l’ostinazione di tenere tra le mani gli esiti dei tavoli tematici. È infatti da questi ultimi che emergono i nove punti, ciascuno dei quali è preceduto da un hashtag eloquente: #LIBERE DI. La sintesi si apre con alcune considerazioni su femminismo e scuola, luogo d’elezione – insieme all’Università – in cui primariamente si può attivare quel processo educativo di contrasto alla violenza maschile contro le donne; insieme all’ «abolizione della Legge 107/15 e della riforma Gelmini e apertura di un processo dal basso di scrittura delle riforme di scuola e università, che preveda anche la rimodulazione dei contenuti e dei programmi». Uno spazio anche per ricordare quanto siano importanti i finanziamenti pubblici e strutturali.

 

IL DOCUMENTO prosegue con la formazione «permanente e multidisciplinare» interna ai centri antiviolenza (figure professionali e qualsiasi elemento coinvolto dagli avvocati agli insegnanti eccetera). La formazione si allarga ad altre professioni, «dai media all’industria culturale», per cominciare a decostruire «narrazioni tossiche» e analfabetismi discriminatori altrettanto noti. Del resto anche la rappresentazione dello stesso modo di narrare è dirimente; lo sa anche Non Una Di Meno che infatti poco dopo ritorna sulla parola «tossica» per definire alcune storture produttrici di storie a sfondo sessista quando non addirittura del tutto incidentali (pensiamo ai casi di femminicidio). La violenza, specificano, è invece strutturale perché «nasce dalla disparità di potere, non è amore, è trasversale e avviene principalmente in famiglia e nelle relazioni di prossimità. (…) La violenza non divide tra “donne per bene” e “donne per male”, e gli uomini che agiscono violenza non sono mostri, belve, pazzi, depressi. Questi ed altri principi confluiranno in una carta deontologica rivolta agli operatori ed operatrici del sistema informativo e mediatico». Il terzo punto si concentra invece sulla libertà di autodeterminarsi e di disporre della propria salute, sia psichica che fisica, sessuale e sociale. Dopo un necessario focus sulla piaga dell’obiezione di coscienza che ancora imperversa nel servizio sanitario nazionale, la seconda questione è relativa alla violenza ostetrica come una delle forme di violenza contro le donne. Sfruttamento e precarietà rappresentano invece i due poli dello sguardo sulla violenza economica; si leggono richieste tipo: «Chiediamo salario minimo europeo e reddito di base incondizionato e universale come strumenti di liberazione dalla violenza, dalle molestie e dalla precarietà» e ancora «Vogliamo un welfare universale, garantito e accessibile, politiche a sostegno della maternità e della genitorialità condivisa».

 

QUALCHE importante riga, di carattere più teorico, è dedicata alla violenza biocida, ovvero quella ambientale e contro i viventi. L’adeguamento alle varie direttive europee in tema di violenza o la possibilità di accedere – per le donne che hanno subito violenza e stanno facendo un percorso di fuoriuscita – alla casa o a corsie preferenziali per i procedimenti civili o penali, è un altro punto. Appuntamento al 25 novembre per sapere il resto.

 

 

 

 

20 nov 2017

 

Pubblichiamo il documento politico e l’odg approvati dalla direzione nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea domenica 19 novembre 2017.

 

Rifondazione Comunista da anni lavora per aggregare la sinistra antiliberista nel nostro paese. Abbiamo partecipato al “percorso del Brancaccio” accogliendo l’idea di una lista che unificasse la sinistra sociale e politica e le tante forme di civismo e partecipazione su un programma di attuazione della Costituzione e di netta alternativa al PD le cui politiche da anni sono “indistinguibili da quelle della destra”.

 

Lo abbiamo fatto nella prima assemblea nazionale, lo abbiamo fatto lavorando in maniera determinante, assieme con L’Altra Europa, nella promozione delle tante assemblee territoriali che si sono svolte in questi mesi e che avrebbero dovuto portare, attraverso un percorso partecipato ed inclusivo, a determinare per le prossime elezioni politiche la presenza di una lista unitaria di una sinistra nuova e radicale.

 

Abbiamo accettato la sfida con una disponibilità assai diversa da quella di altre formazioni politiche che al di fuori di quel luogo unitario hanno costruito un’aggregazione che va definendosi con caratteristiche assai distanti da quelle auspicate inizialmente dai promotori del Brancaccio.

 

Fin dall’inizio, e come ribadito nel documento approvato dalla direzione il 28 ottobre, abbiamo evidenziato che “un programma radicale e un profilo di netta discontinuità col passato” erano le condizioni che potevano determinare l’unità auspicata dalle assemblee del Brancaccio.

 

Giudichiamo negativamente l’interruzione del percorso e l’annullamento dell’assemblea convocata per il 18 novembre, assemblea che avrebbe dovuto fare la sintesi programmatica del lavoro delle assemblee e confrontarsi sulle condizioni politiche per una lista unitaria.

 

Non vengono però meno le ragioni che avevano motivato il nostro impegno né il patrimonio di relazioni che abbiamo costruito con migliaia di compagne e compagni della sinistra in tutto il paese con cui abbiamo discusso e ci siamo confrontati.

 

Rifondazione Comunista non rinuncia alla costruzione di una proposta di sinistra per le prossime elezioni che abbia le caratteristiche programmatiche che abbiamo delineato nel documento del 28 ottobre e continua a lavorare per il coinvolgimento di tutte le persone, le compagne e i compagni, le aree e le soggettività della sinistra anticapitalista e antiliberista e dei movimenti e a tal fine porta avanti un’interlocuzione larga con spirito inclusivo e unitario.

 

In tale direzione va la nostra partecipazione e l’intervento del segretario nazionale all’assemblea del Teatro Italia, assemblea che valutiamo molto positivamente per la capacità di far esprimere – nonostante il tempo brevissimo della convocazione – esperienze di lotta, pratiche solidali, volontà di partecipazione, nuovo entusiasmo.

 

La direzione nazionale dà mandato alla segreteria di proseguire nel percorso avviato mantenendo l’attitudine unitaria e le porte aperte a tutti i soggetti che hanno partecipato e condiviso il percorso del Brancaccio e a tutti coloro che intendono lavorare alla ricostruzione di una sinistra di alternativa.

 

Bisogna avanzare una proposta credibile ed effettivamente alternativa al centrosinistra che faccia delle elezioni un passaggio verso la costruzione di una forza e di uno schieramento popolare che lavori per un’alternativa di società: una sinistra antiliberista, antirazzista, antisessista, democratica e ambientalista che si batta per l’attuazione della Costituzione.

 

 

Ordine del giorno;

 

La Direzione Nazionale del Prc esprime una valutazione ampiamente positiva sulla assemblea svoltasi ieri 18 novembre 2017 a Roma convocata dalle compagne e dai compagni dell’Ex- OPg – Je so pazzo. Consideriamo positivo l’approccio proposto per costruire una proposta politica che unisca le forze politiche e sociali antiliberiste e anticapitaliste, ambientaliste, antisessiste, antirazziste per una alternativa di società.

 

Invitiamo tutte le donne e gli uomini che hanno partecipato alle assemblee del Brancaccio a essere protagoniste del percorso che si sta avviando dopo che l’accordo di vertice Mdp-Si-Possibile ha bloccato ogni ipotesi di costruzione democratica e dal basso di una sinistra «nuova e radicale».

 

Il Prc si impegna a lavorare a una costruzione unitaria, con tutte le forze politiche e sociali interessate, e un percorso partecipato nei territori, in vista della presentazione di una lista di sinistra, popolare di alternativa per le prossime elezioni politiche.

 

 

Alfonso Gianni

da il Manifesto

19.11.2017

 

 

Com’era ampiamente prevedibile, l’incontro di ieri tra governo e sindacati è stato un flop, se lo si guarda dal punto di vista dei pensionati e dei pensionandi. Ciò che il governo ha messo sul tavolo è peggio che insufficiente.

 

È uno schiaffo all’intero paese, persino se lo si raffronta con gli impegni assunti nel settembre del 2016. Su cui i sindacati avevano evidentemente riposto eccessiva e non innocente fiducia, quando invece esso più che altro serviva, nelle intenzioni di Renzi poi travolte dai fatti, a conquistare credibilità e consensi anche in vista della prova referendaria del 4 dicembre.

 

Arrivati al dunque, alla cosiddetta fase due prevista in quell’accordo, tutto evapora. E i ritocchi rispetto alle proposte avanzate dall’Esecutivo nel precedente incontro appaiono miserevoli. Né il nuovo incontro fissato per martedì prossimo cambierà la situazione, visto che si tratterà solo di «approfondimenti» entro «un perimetro» di proposte già fissate. Anche le chiacchiere preelettorali del segretario del Pd si arrestano di fronte ai vincoli cui è sottoposta la legge di bilancio.

 

Che peraltro deve ancora ricevere il via libera da parte delle autorità europee. La Renzinomics basata sui bonus, sugli sgravi e gli incentivi alle imprese, è totalmente priva di qualunque, fosse anche flebile, afflato sociale. L’estensione del blocco dell’età pensionabile anche per le pensioni di anzianità e l’istituzione di un fondo per mettere a regime l’Ape sociale non risolvono nessuno dei problemi di fondo che stanno di fronte al nostro sistema previdenziale dopo i disastri provocati dalla legge Fornero. Che non sono sanabili con qualche aggiustamento dell’ultimo momento, ma richiedono l’abrogazione di quella controriforma, la peggiore eredità avvelenata del governo Monti, e la ricostruzione di una nuova normativa previdenziale basata sulla solidarietà fra generazioni. Impensabile con questo governo e con questo quadro politico. Ma anche se si volesse restare in un’ottica puramente minimalistica, è ben chiaro che la platea dei beneficiari del blocco dell’aumento dell’età della pensioni, lo scatto dei cinque mesi, rimane troppo ristretta. Mentre per quanto riguarda donne (del lavoro di cura neanche a parlarne) e giovani (meno che mai) la chiusura del governo è completa. Malgrado questo un risultato il governo lo porta a casa: la divisione del sindacalismo confederale. Se Susanna Camusso dichiara insufficienti le proposte del governo, e annuncia che la Cgil si prepara a un piano di mobilitazioni, la Uil traccheggia, rovistando alla disperata ricerca di aspetti positivi ed altri da approfondire, apparecchiando così il tavolo per il governo in vista di martedì prossimo. Mentre la Cisl si sdraia completamente sulla linea governativa, abboccando con piacere agli ami lanciati da Gentiloni, definendo importanti le «nuove» proposte e soprattutto prefigurando nel prossimo futuro un collateralismo di lungo corso con i prossimi governi, visto che il dialogo con l’Esecutivo viene definito proficuo ad onta della comprovata totale insincerità da parte governativa.

 

L’approccio che, rispetto ai tempi del governo Renzi, era stato definito meno ruvido e autoritario da parte di Gentiloni nei confronti del movimento sindacale, si rivela nei fatti per quello che è: una strategia di divisione, che Padoan ipocritamente cerca di mascherare con un rammarico di circostanza. La parola e gli atti devono dunque tornare alle lavoratrici e ai lavoratori. Alle donne e ai giovani. Ai disoccupati e ai precari. La mobilitazione annunciata dovrà essere intensa ed ampia. Proprio ora avremmo bisogno di quella coalizione sociale troppo presto abbandonata anche dalla parte migliore del movimento sindacale.

 

18.11.2017

 

"Confermiamo quella valutazione di grande insufficienza che avevamo anticipato. Non siamo di fronte a un quadro che risponde alle nostre richieste e agli impegni assunti. Confermiamo necessita' che si risponda con la mobilitazione che la mia organizzazione nelle prossime ore decidera'".

Così la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso al termine dell'incontro con Gentiloni, Padoa e Poletti a palazzo Chigi sulle pensioni. 
Al termine dell'incontro la leader della Cisl, Annamaria Furlan ha parlato di ''proposte coerenti'' e il segretario della Uil, Carmelo Barbagallo ha visto nelle proposte ''alcuni punti positivi e altri da correggere''.

C' è da dire che martedì prossimo è in programma un'altro incontro. L'esecutivo portando a casa una differenza di posizioni tra Cgil, Cisl e Uil ha pensato bene di buttare lì uno stucchevole gioco delle parti - con Padoan che ha parlato di possibili modifiche ma rimanendo nei criteri di bilancio e Gentiloni che diceva più o meno la stessa cosa ma serrando un po' di più i cordoni della borsa - e dare un'altra possibilità di "capitolazione a Corso d'Italia.

Delle due novità presentate dal governo la prima riguarda l'estensione delle esenzioni dall'aumento di cinque mesi delle categorie definite gravose anche alle pensioni di anzianità (e non solo alle pensioni di vecchiaia); la seconda l'istituzione di un fondo per i potenziali risparmi di spesa con l'obiettivo di consentire la proroga e la messa a regime dell'Ape Sociale.

18.11.2017


“Ex-Opg  Je so pazzo”
COMUNICATO CIRCOLO PRC CHE GUEVARA FOLLONICA

Comunicato Stampa di Rifondazione Comunista sulle prossime elezioni politiche.
L’assemblea degli iscritti del circolo di Rifondazione Comunista di Follonica si è riunita per valutare la situazione politica nazionale in vista delle prossime elezioni.

 


Ribadiamo la necessità di costruire una lista di sinistra, alternativa alle politiche del PD e ai progetti della Destra e del 5Stelle. Non consideriamo esaurite le speranze di recuperare Sinistra Italiana al percorso di alternativa e osserviamo con attenzione il suo dibattito interno. 

 


Due anni fa, la Toscana è stata un laboratorio interessante e di successo con la lista “Sì Toscana a Sinistra”, che ha eletto i consiglieri regionali Tommaso Fattori e Paolo Sarti, ai quali rinnoviamo il nostro sostegno e il nostro plauso per il lavoro svolto. La lista vide l’unificazione di tutta la sinistra, in alternativa al PD e al suo candidato presidente Enrico Rossi, adesso membro di MDP. 

 


Per il percorso nazionale, vogliamo una lista che dia voce a chi non vota. Pensiamo infatti che gli astenuti siano largamente recuperabili, in quanto chi è di destra oggi ha ampia possibilità di scelta elettorale, per tutti i gusti. L’appello dei ragazzi dell’ “Ex-Opg  Je so pazzo” di Napoli è una speranza. Dà forza a chi in Italia vuole che il lavoro smetta di essere sfruttamento e vuole abolire la MalaScuola, reintrodurre l’Articolo 18, ridurre le spese militari, alzare le tasse sulle grandi ricchezze patrimoniali, investire nel sociale, lanciare una grande campagna di tutela del territorio. 

 


Per questo una nostra delegazione oggi parteciperà all’assemblea convocata al Teatro Italia a Roma, sperando di poter costruire insieme una lista elettorale di alternativa. 

 


L’Assemblea degli Iscritti del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Circolo Che Guevara

Pubblicato il 17 nov 2017

 

Segnaliamo l’assemblea promossa a Roma da Ex Opg  Occupato – Je so pazzo 

 

SABATO 18 NOVEMBRE – ORE 11 – ROMA, TEATRO ITALIA (via Bari, 18)

 

Noi non facciamo i politici di mestiere, non abbiamo niente da perdere, quindi scusateci se parleremo schietto. Ci rivolgiamo a tutta l’Italia, a questo paese che sta scivolando nel risentimento, nell’imbroglio e nella violenza, nel cinismo e nella tristezza, e che però è pieno di gente degna, che resiste ogni giorno, che mantiene dei valori.

 

Ci chiediamo: perché non possiamo sognare? Perché noi giovani, donne, precari, lavoratori, disoccupati, emigrati ed immigrati, pensionati, perché noi che siamo la maggioranza di questo paese dobbiamo essere rassegnati, ingannati dalla politica, costretti ad astenerci o votare il meno peggio?

 

Perché dobbiamo emigrare, perché dobbiamo accettare di essere umiliati per un lavoro, perché dobbiamo farci venire l’ansia per far quadrare i conti della famiglia, perché ci dobbiamo nascondere se pensiamo cose diverse da quelle razziste e inumane urlate ogni giorno in TV? E perché se siamo donne dobbiamo accettare disuguaglianze ed umiliazioni ancora più gravi, molestie, violenza verbale e fisica? 

 

Perché non possiamo sognare di migliorare tutti insieme la nostra condizione, di prenderci diritti e salari decenti, di poter vivere una vita collaborando con il prossimo?

 

Noi dopo aver subito dieci anni di crisi siamo stufi, non ce la facciamo più. Dopo anni, ed evidenti prove, abbiamo la piena consapevolezza che nessuna delle forze politiche attuali ci può rappresentare. Le loro differenze sono tutte un teatrino. Sembrano litigare ma poi in fondo sono tutti d’accordo, e nei fatti per noi non cambia niente. Anche perché non vivono le nostre condizioni.

 

Nessuna delle forze politiche dice: la gente ha fame, prendiamo i soldi dai ricchi che in questi anni se ne sono messi in tasca tanti, facciamo una vera patrimoniale, recuperiamo la grande evasione. Oppure: togliamo soldi alle spese militari e assumiamo giovani da mettere a lavoro per sistemare scuole, ospedali, territori, visto che abbiamo un paese che cade a pezzi. Aboliamo Jobs Act e contratti precari, lanciamo un programma di investimenti pubblici, disobbediamo a Fiscal Compact e ai tagli dei servizi…
Non lo dicono e quando pure un po’ lo dicono non lo possono fare, perché hanno tutti dei buoni rapporti da salvare, con le banche e con Confindustria. Per questo parlano, parlano. Solo noi non possiamo parlare mai. A noi ci hanno chiuso fuori dal teatrino. Ma se noi che siamo esclusi ci organizzassimo? Se saltassimo sul palco?
È una cosa da pazzi, però, visto che nessuno ci rappresenta, rappresentiamoci direttamente!

 

Inutile aspettare che qualcuno ci venga a “salvare”. L’ultimo tentativo del genere è stato quello iniziato a giugno da Falcone e Montanari, sostenuti da diverse forze partitiche. Tentativo che ha ripetuto tutti gli schemi fallimentari della sinistra degli ultimi dieci anni, anzi peggio. È iniziato facendo parlare Gotor di MDP, cacciando dal teatro chi osava contestare D’Alema, ed è continuato in una marea di chiacchiere sterili, inseguendo Pisapia e vedendosi in segrete stanze, finché da quel teatro non sono stati cacciati proprio tutti. Perché rischiavano di decidere troppo. Rischiavano di fare una cosa troppo a sinistra.

 

Ecco, siamo stanchi di tutte le cose “un poco” a sinistra, di ambiguità, di mezze parole. Bisogna parlare chiaro, anche perché non c’è tempo. Dobbiamo organizzarci e usare questi mesi di campagna elettorale per parlare fra di noi, per parlare di noi, per gridare tutti insieme, per far esistere un messaggio di riscossa agli occhi di milioni di persone, perché noi esistiamo già, nei territori, nei quartieri popolari, nelle università e quotidianamente mettiamo a disposizione tempo ed energia per provare a costruire qualcosa di nuovo dal basso. E magari anche per divertirci, perché la situazione è tragica, ma lottare è bello, ti fa progettare, ti ridà un futuro, ti regala momenti di gioia.

 

Ci hanno detto che per fare le cose ci vogliono raccomandazioni, soldi, mezzi. Ma ce l’hanno detto per scoraggiarci, o per farci andare con loro… Non è vero! Anche una persona da sola può fare la differenza, può salvare delle vite, può rendere il suo quartiere migliore. E mille persone pulite e determinate possono cambiare un paese.
Quindi iniziamo da qualche parte. E iniziamo per non smettere, per costruire qualcosa che vada da qui a cinque, a dieci anni. Ricominciamo a pensare di poter fare la storia! Perché non possiamo sognare, e realizzare un poco alla volta questo sogno?
Ci vediamo a Roma sabato 18 novembre, alle 11, al Teatro Italia. Bisogna sognare!

16.11.2017 

Fabrizio Salvatori

 

 

"Abbiamo deciso di convocarla noi l'assemblea che doveva tenersi sabato a Roma". E' uno dei passaggi del video dei ragazzi di "Je so pazzo". E in poche ore quello che era il retropensiero diffuso nel popolo della sinistra all'indomani della cancellazione della data da parte di Tomaso Montanari sta diventando una realtà concreta. L'appuntamento è alle 11 presso il Teatro Italia, il 18 novembre ovviamente. 
Il ragionamento degli "Ex-Opg" è molto semplice. A marzo, con le elezioni politiche una larga fetta di popolazione di questo paese, giovani, disoccupati, lavoratori precari, classe media in declino, pensionati poveri, studenti disperati, rischia di vedersi calare addosso una pietra tombale, stretta tra populismo leghista e rigore socialdemocratico. "Nessuno si farà carico dei nostri bisogni". E quindi, quel "ci rappresentiamo da soli" ha riacceso gli animi anche di quelli che al Brancaccio credevano al "percorso dal basso". 

Tra i primi ad annunciare la propria partecipazione c'è Maurizio Acerbo, segretario del Prc. "Sarò all'assemblea - dichiara a Controlacrisi - al fianco di una sinistra popolare che ha deciso di rialzare la testa per difendere i propri bisogni". "Una buona iniziativa", aggiunge Acerbo. Tra l'altro organizzata proprio da quelli, "Ex-Opg" che al Brancaccio non hanno potuto parlare.

Dall'altra parte, in area sinistra-fuori-dal-Pd ci sono altri gruppi che non si rassegnano alla morsa dei vertici SI-Possibile-Mdp e cespuglietti vari del Brancaccio. E così in vista dei vari passaggi tra la terza decade di novembre e i primi di dicembre hanno deciso di far girare un documento (a firma di Edoardo Mentrasti, Sinistra italiana e Sergio Zampini, Altraeuropa) in cui si legge: "Non sono accettabili ipotesi di definizione- spartizione delle medesime attraverso l’assemblea di delegati nazionali che rappresentano l’ennesima foglia di fico dietro la quale si mascherano i gruppi dirigenti nazionali per perpetuare il loro potere di decisione. Resta fermo in ogni caso il principio che tutti coloro che hanno fatto parte di esperienze di Governo negli anni passati, utili se a disposizione del progetto, non saranno candidati nelle liste.Su tali presepposti va convocata l’Assemblea Nazionale aperta a tutte/i la quale poi disporrà una celere verifica, nel confronto con tutti gli interlocutori, della sussistenza delle condizioni richiamate e dunque della praticabilità e dell’esito più larghi possibili della lista alle prossime elezioni politiche".

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