Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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I COMPAGNI DI RIFONDAZIONE DI SANTA FIORA PARTECIPANO ALLA MANIFESTAZIONE DI COMMEMORAZIONE DEL 25 APRILE 1945
Il 25 aprile 1945 segna la vittoria della Resistenza Italiana sui nazifascisti. Quel giorno la città di Milano, sede del comando partigiano, insorge e prende il sopravvento sui fascisti. Anche Torino viene liberata. Ormai la maggior parte d'Italia è liberata e la guerra sta per finire. Il 28 aprile Mussolini verrà catturato e giustiziato. I tedeschi si arrenderanno l'8 maggio, mentre i giapponesi lo faranno il 2 settembre di quello stesso anno.

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Pubblicato il 22 apr 2016
di Marco Revelli

Sono ritornati. Gli operai. Sono loro la notizia del 20 aprile, anche se sui media ma in stream bisogna cercarli col lanternino. Assenti nel portale di Repubblica. Invisibili su quello de La Stampa. Non pervenuti al Corriere della sera. Eppure le poche immagini filtrate in televisione mostrano cortei come non se ne vedevano da tempo, uomini e donne come fiumi in piena con l’energia, il passo, le grida e la determinazione – e anche l’unità – cui non eravamo più abituati.

Le notizie che arrivano dal reticolo di città in cui la protesta si è espressa, frammentate nell’informazione locale, parlano ovunque di un successo dello sciopero e della mobilitazione: 80% di adesioni a Bolzano (!), tre cortei nel padovano, 90% alle Acciaierie Valbruna a Vicenza, «adesione straordinaria» a Udine, punte del 100% a Cremona, 70% in Val d’Aosta più o meno come in Abruzzo, 90% a Messina, altrettanti nel casertano, «sciopero record» in Umbria…

«Oggi le fabbriche si sono svuotate, lo sciopero è riuscito, le piazze sono piene», ha detto Landini, presente alla manifestazione di Milano. Ed è così. Nella crisi italiana c’è un nuovo protagonista, finora silente e ora furente.

In gioco non c’è solo «un contratto». Una vertenza come tante altre. C’è «il Contratto». La sopravvivenza dell’istituto contrattuale nazionale come condizione di un necessario livello di unità del mondo del lavoro. E la questione del salario.

Due aspetti che hanno finito per fondersi di fronte alla pretesa padronale di “sfondare” l’istituto nazionale cancellandone di fatto la dinamica salariale a cominciare da quella relativa ai minimi e riservandola alla sola contrattazione aziendale.

Un’ ipotesi che non prevederebbe aumenti (caso unico nella storia sindacale italiana) se non per una minoranza di lavoratori (all’incirca un 5%), offrendo in cambio un set di servizi sostitutivi del welfare pubblico in smantellamento). Dunque un tentativo neppur mascherato di spallata e di divisione dei lavoratori, a cui le piazze hanno risposto con un simmetrico e contrario grado di unità che ha coinvolto ampie fasce di precariato e di giovani.

Ma c’è, in gioco, anche molto di più.

Ci sono le opposte strategie nel cuore della crisi, con il padronato determinato a perseguire pervicacemente la via catastrofica della compressione salariale, quella che ci ha precipitato nel buco nero in cui siamo, e l’opzione opposta che vede nell’incremento del reddito – in primo luogo da lavoro, e dunque del salario – la leva per una ripresa vera, alimentata da una altrettanto vera redistribuzione della ricchezza. Tertium non datur.

L’epifania operaia del 20 di aprile ci dice che provarci è possibile. Tanto più che il ritorno in campo dei metalmeccanici avviene in corrispondenza con l’inizio della raccolta di firme per i «referendum sociali», in primis quello contro il Jobs Act, che potranno costituire la porta d’ingresso della protesta e della resistenza «dal basso» sul terreno altrimenti blindato delle vicende istituzionali e della legislazione.

Se il milione e mezzo di metalmeccanici, e gli altri milioni di lavoratori che in questi mesi sono chiamati alla lotta per i rispettivi contratti sapranno dialogare e connettersi con i 13 milioni e oltre di «cittadini consapevoli» che sono andati ai seggi nonostante la dissuasione di Renzi e Napolitano e hanno votato sì; e se entrambi, almeno un po’, decideranno di frequentare i «banchetti» a cui affidare le proprie firme, allora davvero potremo, con l’ironia che la socialità vissuta assicura, sussurrare ogni volta che lo vedremo istrioneggiare in tv: #matteostaisereno…

fonte: il manifesto 22 aprile 2016

da il Manifesto del 19.04.2016
Serena Giannico

31,19%. Quasi 16 milioni alle urne, altro che «referendum bufala». La rabbia dei No Triv della Lucania, unica regione in cui è stato raggiunto il quorum. Scoperchiato il vaso di Pandora delle concessioni scadute: il ministero sapeva. Arriva una nuova richiesta di moratoria. In attesa che la Ue apra un procedimento d’infrazione

I no oil rilanciano. E per Renzi – è quasi una promessa quella che viene fatta il giorno dopo il referendum – saranno seccature grosse. Se il premier pensava che, dopo il voto, il fastidioso refrain del «no alle piattaforme offshore», si sarebbe esaurito, beh, si sbagliava. Perché «il referendum bufala», come lui l’ha definito, in realtà per gli ambientalisti, per tante organizzazioni e associazioni è servito come spinta a proseguire la battaglia contro l’assalto delle compagnie del petrolio alle coste, e non solo, del Belpaese.

«Il quorum – dice il Coordinamento nazionale No Triv all’indomani della consultazione popolare che ha portato alle urne 15.806.788 cittadini su 50.675.406 aventi diritto (31,19%) – non è stato raggiunto a causa dei reiterati attacchi del governo alla democrazia. Inoltre lo smantellamento progressivo dei diritti, il dilagare della precarietà e della disoccupazione di massa, hanno incancrenito livelli inediti di sfiducia nello Stato, relegando alla chiusura in sé quasi il 50% della popolazione. Ancora più grave, in tale contesto, la scelta, contra legem, di un presidente del Consiglio e di un ex presidente della Repubblica, di invitare all’astensione. Ma il referendum – viene aggiunto – non è mai stato un punto di arrivo: è una tappa di percorso, perché la nostra battaglia contro le lobby delle fossili continua».

A rintuzzare l’attacco Enzo Di Salvatore, costituzionalista, autore dei quesiti referendari. Che spiega, al di là delle cifre, l’utilità dell’iniziativa referendaria: «Innanzitutto la Strategia energetica nazionale, avviata da Monti, ha subito modifiche. La questione delle trivelle e della necessità delle rinnovabili pulite è entrata nelle case degli italiani, ha mobilitato i territori – mentre prima questi temi erano relegati alle aule universitarie – e ha conquistato uno spazio centrale nel dibattito politico. Ventisette procedimenti per il rilascio di nuove concessioni in mare sono stati chiusi e alcune compagnie petrolifere, come Shell e Petroceltic, hanno rinunciato a permessi già ottenuti. In Abruzzo è stato bloccato il progetto “Ombrina Mare” sulla Costa dei Trabocchi».

Ancora. È stato scoperchiato il vaso di Pandora delle concessioni scadute in Adriatico, di cui il ministero dello Sviluppo economico sapeva, e rispetto alle quali ha lasciato che l’attività estrattiva «andasse avanti in spregio alla legge». «Io – tuona Di Salvatore – non mi posso permettere di andare i giro con l’assicurazione o la patente scaduta perché scattano sanzioni. Mentre i petrolieri, con le autorizzazioni scadute e non rinnovate – qualcuna addirittura dal 2009 – continuano a tirar fuori idrocarburi». Tutti adesso – viene inoltre sottolineato – «sanno che non c’è da fidarsi dei controlli che vengono fatti e che il ministero dell’Ambiente ignora (come nel caso della piattaforma Basil), lasciando che le multinazionali avvelenino il nostro mare».

«La battaglia contro le trivelle – prosegue Di Salvatore – riparte con più forza: innanzitutto con la messa in mora del Mise rispetto alle concessioni scadute prima del 31 dicembre 2015, che dovranno cessare la loro attività immediatamente e, in seconda battuta, con una nuova richiesta di moratoria delle attività estrattive, sull’esempio di Francia e Croazia». In ballo poi c’è anche l’interrogazione dell’europarlamentare Barbara Spinelli (gruppo Gue/Ngl) che ha chiesto alla Commissione europea se non ritenga di aprire una procedura di infrazione per violazione delle regole sulla concorrenza in merito alla durata delle concessioni fino a esaurimento dei pozzi. «Invitiamo tutti a non abbassare la guardia e a non farsi abbindolare da frasi barzelletta su posti di lavoro e cali sulla bolletta».

Durissimi i No Triv della Lucania, l’unica regione in cui il quorum è stato raggiunto. In un documento attaccano il «governo burattino delle lobby del petrolio che, stando alle inchieste dei carabinieri del Noe e della Direzione nazionale antimafia in atto in Basilicata, mostra di ora in ora la sua vera natura di comitato d’affari. Numeri alla mano, – sottolineano – questo referendum mette definitivamente in minoranza le pulsioni petrolifere del presidente renziano Pittella, che deve smetterla di blaterare di “limite invalicabile” dei 154mila barili giornalieri, ben sapendo che sta chiedendo il raddoppio estrattivo di fatto, in una realtà che ha già dato troppo, in termini di salute, di esodo, di sacrificio della propria autonomia decisionale, economica e democratica! Chiederemo i dovuti e necessari accertamenti sulla situazione delle falde acquifere dopo un secolo di attività estrattive in Basilicata; sulla situazione dei pozzi chiusi, incidentati, abbandonati».

È rabbia pura nel posto d’Italia dove i due terzi del territorio sono stati «sacrificati alle multinazionali del fossile e alle casse del fisco come hub energetico”» Insomma i «4 comitatini» (come li ha definiti Renzi) si sono organizzati…

Compagni in piazza a Santa Fiora per informare i cittadini perché votare SI al
Referendum del 17 Aprile 2016.

Dalle rivelazioni di Zita, ex dirigente VIA regione Toscana, Rossi e la sua giunta non possono più negare che non sapevano dei gravi danni sanitari.

Il 9 aprile scorso, a Firenze, nel corso del Convegno della Rete nazionale NoGesi, l'arch.Zita, ex dirigente della Regione Toscana, che ha seguito la procedura di VIA per la centrale di Bagnore 4 a Santa Fiora, dal 2005 fino a luglio 2012, quale responsabile del Settore Valutazioni di Impatto Ambientale, ha fatto affermazioni di estrema gravità (*) che, se confermate, ci consentono di denunciare che la Giunta Rossi è consapevolmente corresponsabile dell'eccesso di mortalità che stiamo registrando in Amiata da parecchi anni.
Sappiamo che lo studio Epidemiologico, commissionato nel corso della procedura di VIA all'Agenzia Regionale della Sanità (ARS) sulle condizioni di salute della popolazione residente nei comuni sede di impianti geotermici, aveva certificato nel 2010 in Amiata un eccesso di mortalità negli uomini, sia rispetto ai comuni limitrofi che rispetto al resto della Toscana del + 13%. In sintesi brutale in Amiata era in corso una decimazione.
Inoltre tale studio, nel suo Allegato 6 (**), aveva individuate ben 54 relazioni, statisticamente significative, tra incrementi di malattie e concentrazioni crescenti di diversi inquinanti misurati e presenti in aria, acqua e terreno, prodotti anche dalle centrali geotermiche.
Essendo riconosciuta come vera la relazione, nei comuni geotermici, tra l’aumento notevole di mortalità in funzione di concentrazioni crescenti di arsenico, mercurio, acido solfidrico, ecc. (**) ed essendo ritenuta ancora come vera l’esistenza di emissioni di arsenico, mercurio, acido solfidrico, ecc. dalle centrali geotermiche dell’Amiata (pag.16-18 dello Studio ARS), risulta quindi statisticamente vera anche la conclusione - per la legge transitiva della logica, valida da Aristotele in poi in tutto il mondo sano ed onesto - che l’incremento delle malattie e mortalità sull’Amiata era dovuta anche alle emissioni delle centrali geotermiche.
Ed infatti ieri l'arch.Zita ha confermato che nel 2012 ricevette un parere negativo dall'ARS in sede di VIA alla realizzazione del progetto che portava a triplicare la potenza da installare a Bagnore. Con tale parere il responsabile del procedimento non avrebbe potuto chiudere positivamente la procedura di VIA e l'arch. Zita riferì all'allora Assessore all'Ambiente Bramerini il parere negativo di carattere sanitario.
Se l'art.3 della Costituzione Italiana fosse stato rispettato anche dalla Giunta Rossi, il nuovo impianto non sarebbe stato autorizzato e si sarebbero dovuti chiudere anche quelli già in esercizio in Amiata.
Sempre secondo le dichiarazioni rilasciate ieri, dopo quindici giorni l'arch.Zita ricevette un secondo parere dall'Agenzia Regionale di Sanità con il quale il parere negativo diventava parere positivo, con una motivazione incredibile e del tutto illogica: cioè che nel frattempo era pervenuta all'Ars una nota chiarificatrice del Settore Energia della Regione Toscana. Poichè nulla variava in merito alle emissioni in atmosfera di inquinanti dannosi alla salute, non si giustifica in nessun modo la rivalutazione di un quadro sanitario già compromesso dalle centrali esistenti e che avrebbe subito ulteriori aggravi con la costruzione del nuovo impianto.

Rete nazionale NoGesi (No Geotermia Speculativa e Inquinante)
Ricevuto e pubblicato 13.04.2016

di Roberta Fantozzi
09/04/2016

E' partita oggi la raccolta delle firme sui referendum, mentre continua e si intensifica la campagna elettorale per il 17 aprile in una staffetta simbolica in cui il primo tempo, quello del referendum sulle trivelle, collocato dal governo in una data impossibile per il raggiungimento del quorum, può diventare all’opposto il miglior lancio di tutta la campagna. L’affaire Guidi ha squadernato davanti agli occhi di tutti l’intreccio tra interessi privati e scelte politiche, la subordinazione dell’interesse pubblico a quello di pochi affaristi, dando un colpo rilevante alla credibilità del governo e al tempo stesso una forte spinta al voto. Come registrano tutti i sondaggi, il quorum è possibile e questi giorni di campagna possono essere decisivi! La partenza della raccolta firme di oggi intanto è una buona partenza. Certo si scontano ritardi, le firme da fare sono tante, i promotori diversi, ed il percorso sarà faticosissimo. Ma questi referendum sono straordinariamente importanti.

Lo sono perché possono rappresentare la costruzione in corso d’opera di un nuovo campo di forze, di un’alleanza tra tanti e diversi soggetti, che pure hanno promosso ognuno con un proprio percorso l’appuntamento referendario. Scuola, lavoro, ambiente e beni comuni, Costituzione: alle spalle ci sono movimenti che in alcuni casi come in quello della scuola hanno realizzato livelli impensabili di unità tra studenti, docenti, lavoratori, famiglie, come tra le diverse organizzazioni sindacali; grandi mobilitazioni come quelle contro il Jobs Act; migliaia di iniziative capillari sul terreno dell’ambiente, della salute, dei beni comuni; un lungo periodo di preparazione per quel che riguarda Costituzione e legge elettorale.

Il filo che li lega, al di là dell’articolazione dei comitati promotori, è fortissimo. E’ la volontà di dare una risposta su tutti i principali terreni su cui si è esercita l’azione degli ultimi governi e del governo Renzi in particolare, quell’azione che ha puntato a far diventare il neoliberismo autoritario la costituzione sostanziale del nostro paese. Neoliberismo autoritario: cioè dominio del mercato, mercificazione integrale di ogni ambito della società, connesso alla distruzione della democrazia per dare ogni potere a “l’uomo solo al comando”.

La controriforma costituzionale insieme all’Italicum non hanno altro obiettivo che quello di attuare il programma eversivo esposto senza pudore nel documento del 2013 di J.P.Morgan, quel programma per cui le costituzioni dei paesi europei andavano sovvertite perché portavano impresso il segno della lotta di liberazione,la “forte influenza socialista, che riflette la forza raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo” e dunque prevedono “la tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori.. il diritto di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo.. esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni”. Tutte cose da spazzare via per poter imporre “l’agenda delle riforme”: il dominio delle élites economiche e finanziarie, attraverso la concentrazione di ogni potere in poche mani.

Né è altro l’obiettivo della controriforma della scuola: eliminare un presidio di democrazia decisivo per quella società dell’uguaglianza promessa dall’articolo 3 della nostra Costituzione, costruire una scuola che all’opposto acuisce le differenze di classe e territorio, cancella il principio costituzionale della libertà di insegnamento, concentra tutti i poteri nelle mani dei dirigenti scolastici.

E che cos’è il Jobs Act se non la volontà di distruggere ogni libertà e soggettività delle lavoratrici e dei lavoratori per poter imporre con il ricatto della precarietà e dei licenziamenti, il dominio unilaterale delle imprese?

Né altra è la logica per cui dalle trivellazioni agli inceneritori, ciò che conta non è la salvaguardia della natura e la necessità di mettere in atto politiche che diano risposta alla crisi ambientale e climatica, ma il fare tabula rasa di ogni vincolo al potere delle grandi multinazionali.

Dovremo stare in campo in questi mesi con la capacità di parlare di ogni singolo quesito e ad ogni parte della società che viene direttamente colpita dalle politiche del governo, costruendo allo stesso tempo la connessione tra temi e soggetti.

I referendum sono l’occasione per dire che il popolo italiano non ci sta. Rappresentano la possibilità di opporre alla costituente neoliberista del governo Renzi, una controcostituente popolare per l’alternativa.

Va costruita, con la raccolta firme e con le iniziative. Noi ci siamo.

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Pubblicato il 4 apr 2016

di Ezio Locatelli

Lo strumento è modesto ma nella sua essenzialità “dire fare Rifondazione” vuole essere uno stimolo all’avvio di una nuova fase di ripresa e di radicamento del partito. Un proposito ambizioso, certamente, che deve fare i conti con una crisi della politica – la politica come mezzo di autodeterminazione democratica – diventata il tratto distintivo del nostro tempo. Già molti anni fa Zygmunt Bauman scriveva che “la disintegrazione sociale è al contempo una condizione e il risultato della nuova tecnica del potere, che utilizza quale propria arma il disimpegno e l’arte della fuga”. Un’arma usata per smantellare ogni organismo di azione collettiva, per scompaginare la sinistra, per cercare di spegnere ogni possibilità di pensare e agire la rifondazione comunista. Per anni ci siamo attestati su una linea di resistenza. Una scelta necessaria – non potevamo fare diversamente – in quanto il problema era innanzitutto tenere vive istanze politiche, sociali, culturali.
Detto ciò non commettiamo l’errore di sopravvalutare la forza attuale dell’avversario di classe. Il neoliberismo è sì forte e autoritario nel dettare le scelte di governo dell’economia e della società ma, al tempo stesso, è sempre più in difficoltà a costruire consenso intorno a politiche antipopolari che hanno demolito qualsiasi idea di progresso sociale. La fase dell’ubriacatura liberista è finita. Per questo penso che bisogna farla finita con i piagnistei e i profeti di sventura. Bisogna tornare a pensare in termini di politica di movimento, di conflitto, a porci obiettivi di riorganizzazione sociale. Senza questa sfida non c’è possibilità alcuna di riaprire uno spazio di cambiamento. Se le cose stanno in questi termini diventa prioritario riannodare la trama di una presenza continuativa di contro ai processi di dispersione della sinistra di questi anni. Tutto questo a partire dalla riattivazione delle non poche energie e intelligenze che hanno in Rifondazione Comunista il loro punto di riferimento. Per dirla con Antonio Gramsci abbiamo il “dovere di organizzarci”, di mettere insieme le nostre forze.
Il notiziario “dire fare Rifondazione” vuole essere un tassello di questo lavoro. Sia detto, un lavoro che intendiamo portare avanti rifuggendo da qualsiasi idea di autosufficienza o propensione all’autoreferenzialità ma in pieno spirito unitario con tutto ciò che si muove in alternativa al liberismo e al capitalismo. Il notiziario, diffuso online, è redatto in un formato che ne permetta la riproduzione in cartaceo. Mettiamolo a disposizione degli iscritti e dei simpatizzanti, diffondiamolo in occasione delle iniziative pubbliche. Facciamo vedere che il partito c’è e vuole tornare ad accrescere le sue forze e il suo ruolo.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

«Che Renzi dica che la ministra Guidi lascia per opportunità politica è una vergogna. Guidi ha fatto atti pubblici per interessi privati e per questo dovrebbe essere processata. Il punto è che Renzi, il premier che nessuno ha mai votato, dovrebbe andarsene a casa con il suo governo di affaristi.
Al referendum del prossimo 17 aprile serve votare e far votare sì, ancora con più forza dopo questo episodio vergognoso, contro le trivelle».

1 aprile 2016

Matteo Bortolon

Il 17 aprile 2016 si vota. Tutta la cittadinanza sarà chiamata alle urne per esprimersi sul quesito referendario contro una modifica del Codice dell'Ambiente che favorisce le trivelle. Cioè le attività di estrazione petrolifera al largo delle coste, che secondo una modifica dell'ultima legge di Stabilità possono prolungare la loro concessione all'infinito, anziché avere una durata "solo" di trent'anni.

La questione va inquadrata in un contesto più vasto. Le attività di estrazione di materie prime (miniere, petrolio, e simili) sono fra quelle più remunerative nel panorama attuale: la rivista statunitense Fortune collocava il settore al vertice, superato solo da servizi legali e altri servizi per il mondo del business.

Al tempo stesso si tratta di alcune delle pratiche più inquinanti che esistano, che generalmente causano forte attrito con le popolazioni e autorità locali. Queste se cedono, tendono a “vendere cara la pelle” con sostanziosa riscossione di compensi e con un certo grado di garanzie sulla vigilanza e tutela dei danni alla salute umana e agli ecosistemi. Fra tali esigenze e le aspettative di profitto si tende a creare una dialettica politica.

La Legge di Stabilità approvata a fine 2015, che completa logicamente la visione dello Sblocca-Italia, è una indubbia vittoria dei settori dei lobbisti legati ai potentati economico-finanziari più forti. Il referendum e i comitati attivi rappresentano la risposta di cittadini, società civile e forze ecologiste e anticorporative.

Fare capire agli attivisti e all'uomo della strada la connessione fra le regolazioni dell'ambiente e tutto il retroterra di conseguenze (mari inquinati, salute umana minacciata, animali ammalati, ambiente contaminato) e dei complessi accordi di carattere giuridico-legale è una impresa dura. Ma va tentata.

Dall'estate del 2013 l'Unione europea e gli USA sono impegnati in un complesso negoziato destinato a diventare (per loro) la NATO del commercio: il TTIP, più sempicemente “Accordo Transatlantico”.

Parallelamente, una fitta rete di comitati ed attivisti è impegnata a contrastarlo, facendo opera di divulgazione del suo reale significato. Una volta spiegate le sue implicazioni le persone tendono spostarsi, inferocite, su posizioni di contrarietà oltranzista. Immaginiamo che ci sarà un motivo per cui i media ne parlano così poco – o, meglio, quasi mai.

Il Trattato è forse la cosa più importante che stia succedendo in Europa, eppure una consegna del silenzio pare essere calata sull'informazione ufficiale.

Nelle numerose assemblee e interventi pubblici, le persone rimangono particolarmente basite quando vengono a sapere che lo Stato potrebbe essere portato in tribunale da una multinazionale che non gradisce una legge fatta a tutela dei cittadini. Lo Stato? In tribunale? Ma com'è possibile? E chi gli dà questo potere? Sarà una fantasia complottista?
No. È vero, invece.

La sigla che corrisponde a tale questione è ISDS: Investor-State Dispute Settlement (Risoluzione delle controversie investitore-Stato). Si tratta di accordi di tutela degli investitori esteri che nel caso di leggi o provvedimenti “sgraditi” possono trascinare gli Stati presso organismi di arbitrato sovranazionali.

La logica sarebbe quella per cui l'investitore vuole tutele da decisioni arbitrarie: espropriazioni illegittime, regolamentazioni vessatorie, e simili; non fidandosi dei tribunali locali pretende di poter ricorrere ad una autorità terza. Naturalmente se ciò appare comprensibile in caso di paesi con forti rischi di instabilità, guerra civile o simili, per un paese come la Francia o l'Italia tale motivazione non sembra credibile.

In realtà tali accordi teoricamente includerebbero la reciprocità. Ma in realtà il contesto originario era un forte squilibrio in termini di forza economica e potere. Il primo accordo del genere venne stipulato fra la Germania Ovest e il Pakistan nel 1959 e per quanto fosse possibile sulla carta, risulta difficile immaginare che una azienda pakistana potesse davvero pensare di portare la potenza teutonica all'arbitrato.

Nel caso in cui ciò avvenga la multinazionale di turno annuncia allo Stato qual è il foro arbitrale in cui si dovrà tenere il giudizio, e quello deve difendersi. Si costituisce quindi una sorta di tribunale privatistico, composto da esperti di diritto commerciale che nella cornice legale dell'arbitrato medesimo (che viene scelto dall'azienda stessa), in mancanza di un accordo può dare multe piuttosto salate allo Stato colpevole; la Russia è stata condannata a pagare circa 50 miliardi di dollari.

Tali tribunali, oltre che godere di uno splendido isolamento giuridico (le norme inerenti a diritti umani, diritto del lavoro, dell'ambiente e simile non hanno valenza vincolante) sono piuttosto opachi e poco trasparenti.

Chi li difende indica il fatto che lo Stato non perde tanto spesso, in fondo. Ma il dato è falsato: accanto ai casi in cui effettivamente la difesa trionfa e la multinazionale torna a casa a mani vuote, ci sono quelli in cui tutto si conclude con un “accordo amichevole”.

Che significa che il governo ha ceduto ed ha pagato in parte la somma richiesta come remunerazione. A volte non ci sono nemmeno i dati per cui non è dato sapere di quali somme si stia parlando. È altamente possibile che di alcuni arbitrati in corso non si abbia nemmeno notizia, perché non ci sono regole restrittive sulla trasparenza e pubblicità di essi, la qual cosa in ogni civiltà giuridica sarebbe considerata oltraggiosamente illegittima.

Teoricamente le corti arbitrali non possono modificare le leggi ma solo obbligare al pagamento dei danni. Nel 2012 per esempio l'Argentina ha dovuto difendersi da una multinazionale spagnola per aver nazionalizzato una azienda locale, ed è stata costretta a sborsare 5 miliardi alla multinazionale europea che la controllava. Il Messico invece ha dovuto pagare 15 milioni di dollari ad una transnazionale statunitense che non gradiva troppo una restrizione per motivi ambientali...

In realtà l'entità dei risarcimenti è tale da scoraggiare l'approvazione di leggi che possano dar luogo a controversie legali o spingere alla loro cancellazione.

Come evidenzia una ricerca del 2013 dell'Institute for Policy Studies di Washington, il numero di arbitrati in materia di ambiente e risorse naturali è drammaticamente in crescita. Già adesso la difesa dell'ambiente da profitti e speculazioni non è delle più facili; con l'adozione del TTIP la strada già molto impervia si farebbe drammaticamente in salita.

Articolo originariamento pubblicato sul blog Zeroviolenza.it, riprodotto con il consenso dell'autore)

Venerdì, 25 Marzo 2016

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Il nostro cordoglio per le vittime di Bruxelles. Per combattere l’Isis non dobbiamo comportarci come l’Isis
22 mar 2016 di Paolo Ferrero
Voglio esprimere il mio cordoglio e quello di tutto il Partito della Rifondazione Comunista ai familiari delle vittime della strage di Bruxelles. Voglio esprimere il mio orrore per la strage terroristica: lascia senza parole questa allucinante pulsione di morte, totalizzante, che coinvolge se stessi e le altre persone, che riduce tutti e tutte a simboli da annientare. Da ultimo voglio dire con chiarezza che questa barbarie si combatte non accettando il terreno della guerra di civiltà: per combattere l’ISIS, non dobbiamo comportarci come l’ISIS.
Per questo l’unico modo di vincere questa guerra è quella di costruire ponti di dialogo, corridoi umanitari per i profughi, è quella di costruire la pace smettendola di provocare, finanziare e alimentare la guerra nel Mediterraneo.

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