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Da il Corriere 15.04.2017 di Andrea Nicastro . È un minerale indispensabile per i nostri smartphone. Si estrae nelle miniere del Congo, controllate dai signori della guerra. Che danno «lavoro» a milioni di schiavi «volontari» . Il coltan è un minerale di superficie e per estrarlo non bisogna fare costosi tunnel di chilometri. È raro, si trova in Congo e in pochi altri Paesi. E soprattutto è indispensabile per i nostri smartphone e per l’industria aerospaziale. Facile, prezioso, utile: tre vantaggi che ne fanno il bancomat della giungla, disponibile per chi abbia un esercito privato, sia guerrigliero o militare corrotto. La manodopera della disperazione è semplice da «creare». Basta razziare nelle province vicine, uccidere, violentare. La gente scapperà e verrà a scavare proprio per il «Signore della guerra» che controlla il coltan. Senza che lui investa un centesimo per allestire la miniera, la gente si organizzerà in clan di 30-40 persone. Gli uomini estrarranno le pietre con le vanghe, le donne e i bambini le laveranno a mano nell’acqua e le trasporteranno al mediatore più vicino. A volte cammineranno anche due giorni nella foresta con trenta chili sulle spalle. I minerali verranno imbarcati per la Cina o la Malesia dove i due metalli del coltan (columbine e tantalio) verranno separati per essere venduti all’industria high tech. A ogni passaggio il Signore della guerra prende una tangente e si arricchisce sulla miseria altrui. Può essere un ribelle, un colonnello dell’esercito o un poliziotto. Il Congo è pieno di schiavi volontari al servizio di uomini forti. Milioni, senza neppure la dignità di una statistica attendibile: bambini analfabeti, orfani, condannati tramandare da una generazione all’altra la maledizione delle miniere. Rapporti Onu parlano di 11 milioni di morti legati al controllo di questo business. Di chi è la colpa? Di un Paese troppo ricco di risorse e troppo povero di capitale umano. Dell’era coloniale. Del post colonialismo. Del neoliberismo. Della corruzione. Del fallimento dello Stato. Dei nostri smartphone e missili spaziali. Quasi l’80 per cento del minerale per i telefonini proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, l’intero Paese, invece di arricchirsi, ne è sconvolto e per di più, boicottare l’uso del metallo sarebbe come condannare alla fame milioni di persone. . Suor Catherine delle sorelle del Buon Pastore, in missione a Kowesi, nell’ex provincia congolese del Katanga si sforza di spiegare la corsa al coltan. «La gente non scava nelle miniere artigianali per diventare ricca. Lì si abbrutiscono, si prostituiscono, si ubriacano, si ammalano e muoiono. Chi comincia sa già quale sarà il suo destino. Eppure arrivano di continuo. C’entra il fatto che sono stati scacciati dalle loro terre, ma anche altro, come spiegare a un europeo?». Nella cornetta si sente un coccodé e Suor Catherine si illumina. «Ecco forse così potrete capire: lo fanno perché non hanno le galline. Questa gente ha fame, in un paradiso ricco d’acqua e piante meravigliose come il Congo, non sono in grado di coltivare o allevare un pollo, sanno solo scavare». «È la maledizione della ricchezza — sostiene il funzionario Onu Maurizio Giuliano, grande conoscitore dell’Africa —. Da 20 anni a questa parte sono quasi scomparse per ragioni politiche le grandi compagnie minerarie che offrivano un certo welfare ai loro operai. C’era paternalismo sì, ma la privatizzazione delle concessioni in assenza di un aiuto alternativo ha distrutto la coesione sociale. Signori della guerra controllano decine di migliaia di lavoratori in schiavitù volontaria. Stupri di massa e abusi di ogni genere sono la regola. E chi non scava o spara, muore di fame». Bambini di 5 anni in miniera, bambine di 11 nei bordelli delle bidonville minerarie, madri abbandonate con 5-10 figli che muoiono di fatica e malattia a trent’anni, orfani, schiavi volontari per un uovo al giorno. Questi minatori «artigianali», dentro la giungla, guadagnano 3-4 dollari al giorno. Donne e trasportatori 2. I bambini anche meno. «Però così riescono almeno a mangiare — insiste ancora suor Catherine —. Il cibo in Congo è carissimo perché importato. Uova dallo Zambia, fagioli dalla Namibia, cavoli e mele dal Sud Africa». Chi compra il minerale dai minatori è spesso lo stesso che gli vende il cibo riprendendosi gli spiccioli che gli ha appena dato. «Basterebbero delle galline a dare un’alternativa». Per aiutare i bambini minatori del Congo sarebbe, forse, utile un altro Leonardo DiCaprio. Il suo film Blood diamond (Diamanti di sangue) aiutò a incrinare il legame tra pietre preziose e guerre perché da sempre si cercano gemme per comprare armi, ma è con le armi che ci si impossessa delle gemme. Lo stesso sta accadendo con i metalli per l’High-Tech. Anche grazie a DiCaprio le regole internazionali sono cambiate in meglio. Il commercio dei diamanti non si è convertito in un esercizio di virtù, ma almeno chi vuole comprare pietre pulite oggi può farlo. Vale lo stesso per gli smartphone che abbiamo in tasca? «Da due anni a questa parte — spiega Cristina Duranti, della Fondazione Internazionale Buon Pastore — la catena di approvvigionamento dei metalli rari ha ricevuto maggiore attenzione. È entrata in vigore la riforma di Wall Street, la Dodd-Frank Act, che impone di controllare che le materie prime non alimentino i conflitti del Congo. Ci sono stati dei passi avanti, ma resta grande il problema del contrabbando e delle milizie». Karen Hayes è la direttrice del programma «dalla miniere al mercato» della Ong Pact finanziata dalle industrie che usano il coltan e dal governo olandese. «Dal 2010 — racconta — abbiamo catalogato 800 miniere, mappato le zone di conflitto, distribuito computer e insegnato agli Stati a sorvegliare la catena dell’export. Oggi possiamo dire che le armi sono scomparse dalle miniere, anche se restano i bambini minatori e la povertà». Pochi però, vedono come Pact, il bicchiere mezzo pieno. Amnesty International sostiene che la Dodd-Frank Act ha solo scalfito il problema e la maggioranza delle società non ha neppure tentato di ottemperare alla Legge soprattutto per la parte del business che avviene nella giungla. Una compagnia privata, la Fairphone, si vanta di produrre esclusivamente telefonini «senza guerra». «Controlliamo direttamente tutte le fasi dell’approvvigionamento — spiega Laura Gerritsen, responsabile del programma —. Così evitiamo il boicottaggio e non danneggiamo l’economia del Paese basato sulle miniere». Dalla parte opposta dell’etica del lavoro, società cinesi, kazake o comunque non quotate a Wall Street, ignorano qualsiasi procedura e comprano coltan da chiunque senza voler sapere come l’ha estratto. Il problema è enorme come il Congo, 80 milioni di abitanti, un governo conteso e un livello di scolarità che invece di crescere diminuisce. «Non è più solo un problema di sfruttamento internazionale — dice il professor Luca Jourdan dell’Università di Bologna —. È peggio oggi il fallimento dello Stato. Le autorità hanno assunto una forma violenta e predatoria. Le istituzioni si mostrano efficienti quando distribuiscono concessioni minerarie ai famigli del potere e le proteggono con la forza. Quando invece si tratta di difendere i diritti basici delle persone, dai bambini, alle donne, ai lavoratori, lo Stato smette di esistere. Il risultato sono intere generazioni perdute, un popolo ridotto in schiavitù».

13.04.2017
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L’attacco di Trump alla Siria è stato un atto di terrorismo in violazione del diritto internazionale. E’ vergognoso che il governo italiano l’abbia giustificato. Anche le minacce alla Corea del Nord sono fuori da qualsiasi legittimità se non quella della prepotenza di chi sa di essere militarmente di gran lunga il più forte e armato. Trump è un pericolo per l’umanità e non si può assistere passivamente all'escalation delle sue iniziative e alla sottomissione con cui le Trumptruppen della politica e dell’informazione si accodano con argomenti ridicoli. Soltanto chi è in malafede può presentare il presidente del Ku Klux Klan come difensore dei valori della liberaldemocrazia e dei diritti umani.
E’ necessario rilanciare un movimento per la pace e contro la guerra in Italia e in Europa.

Maurizio Acerbo
segretario nazionale PRC- SE

Alex Corlazzoli
da Il Fatto quotidiano
12.04.2017

Nei giorni scorsi il governo ha firmato il decreto con il quale assegna alle scuole paritarie private 575 milioni di euro. Pochi o tanti? Non solo. In queste ore il presidente nazionale dell’Associazione Nazionale degli Istituti non Statali di Educazione e di Istruzione, ha festeggiato il fatto che la ministra Valeria Fedeli (Pd) ha per la prima volta aperto un finanziamento Pon anche alle paritarie private: “Cade infatti, per la prima volta, la discriminazione verso di noi. La ministra è persona seria e coerente”, ha detto Luigi Sepiacci.
Credo sia arrivato il momento di riaprire un serio dibattito sulla questione.
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Una premessa.
L’articolo 30 della Costituzione cita: “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”. Pertanto sono mamma e papà a decidere come e dove istruire ed educare i propri bambini.
L’articolo 33, invece, dice: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. E aggiunge: “La legge nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad essere piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”.
A questo va aggiunta la Legge del 10 marzo 2000, a firma Berlinguer (oggi Partito Democratico e renziano doc) che all’articolo uno inseriva nel sistema nazionale di istruzione le scuole statali e le scuole paritarie private, alla pari. Non solo, all'articolo tre riconosceva a quest’ultime il loro ruolo di “servizio pubblico” quale effettivamente è.
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Detto questo qualche numero: oggi le scuole paritarie private coinvolgono un milione di famiglie, 13.000 scuole, 100.000 dipendenti, 332.548 studenti. Sono ragazzi iscritti più al Sud che al Nord dove la scuola paritaria offre il tempo pieno molto più che quella statale.
Una realtà che persino nella rossa Toscana è essenziale: in quella regione i bambini tra i tre e i cinque anni che frequentano scuole paritarie dove un quinto del personale è religioso e un terzo degli insegnanti sono suore. I servizi educativi per la prima infanzia sono gestiti per il 52,7% dal privato e dal 47% dal pubblico.
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Va preso atto: la scuola paritaria privata è una realtà presente e viva. Garantita dallo Stato che ha invece fallito sul fronte dei servizi per la prima infanzia, in primis. Non solo: non ha nemmeno riconosciuto l’obbligatorietà della scuola per i bambini dai tre ai cinque anni lasciando nelle mani dei privati la partita.
Chiaro, molti si appellano a quel “senza oneri per lo Stato” ma i sostenitori della paritaria non esitano a precisare che secondo loro il Costituente aveva pensato a ciò relativamente all’atto di nascita degli enti. Non è mio compito prendere posizioni giuridiche.
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Semmai è ora di fare un ragionamento. Le scuole paritarie private lamentano di avere pochi soldi dallo Stato, ed è vero: dal 2001 ad oggi il finanziamento è aumentato di poco, si è passati da 476 milioni di 15 anni fa ai 575 di oggi. Secondo i dati dell’Oecd in termini di spesa pubblica annuale per studente per le scuole primarie e secondarie siamo il Paese con il maggior gap tra pubbliche e private.
Ma dall'altro canto le cose non vanno meglio: secondo l’Ocse siamo tra gli ultimi in classifica in termini di spesa totale dal primo ciclo al ciclo terziario dell’istruzione. Basta entrare in una scuola statale anche della Lombardia per vedere aule senza wifi, con personal computer dei primi anni Novanta, con mappe vecchie appese alle pareti o ancora insegnanti che vengono pagati come una badante per le ore extracurriculari, per i viaggi d’istruzione con i ragazzi.
Lo Stato ha reso equipollente le paritarie e le statali senza accorgersi che quel “deve assicurare ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”. Forse vale al contrario. Non solo. Oggi non ci sono soldi per le paritarie private e nemmeno per le Statali.
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Un dibattito che va aperto e affrontato insieme come abbiamo provato a farlo sabato scorso a Melegnano dove allo stesso tavolo si è seduto un dirigente scolastico di una scuola statale, Giancarlo Sala, la presidente della Fidae suor Anna Monia Alfieri, l’assessore regionale Valentina Aprea ma anche Fabio Pizzul, consigliere regionale Pd in Lombardia. “Una battaglia quella tra scuole paritarie e statali Novecentesca che non ha più senso fare”, ha detto la Aprea. Una proposta è arrivata da suor Anna Alfieri: fissare un costo standard per studente da applicare alle scuole pubbliche italiane statali e paritarie. Un’idea che tuttavia pecca di escludere dai costi a carico dello Stato, le attività extracurriculari e i viaggi d’istruzione, per esempio. Inoltre non tiene conto di un’Italia divisa in due: si può applicare lo stesso costo standard a Palermo e a Milano?
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Intanto oggi chi controlla le paritarie private? Chi aiuta Melania a denunciare quella scuola paritaria che le ha dato i punti ma non lo stipendio? E’ complice di un sistema la ragazza del Sud che pur di fare punti accetta questo ricatto senza denunciare o è vittima? E poi è proprio così vero che il pluralismo educativo è assicurato dalle scuole paritarie private o forse è più garantito dalla scuola statale dove insegna il maestro ateo, la maestra buddista e quella cristiana cattolica? Il dibattito va riaperto, senza pregiudizi. Senza per forza scomodare il discorso di Calamandrei che aveva una sua ragion d’essere quando lo Stato faceva lo Stato.

Alfonso Gianni
da Il Manifesto
12.04.2017

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Forse mai come in questa occasione la manovra economica si intreccia con quella politica, quasi oscurata da quest’ultima, giocata sullo sfondo del Def e del Pnr (Programma nazionale di riforme), nonché della “manovrina” di 3,4 miliardi di euro voluta da Bruxelles.
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Il punto è che il Pd, in affanno di consensi, non può rischiare di presentarsi alle elezioni, in ogni caso molto prossime, come l’esecutore inflessibile di una politica rigorista a fronte di un’economia con ritmi da bradipo. E il suo segretario-padrone, Renzi, non può mancare l’appuntamento rigeneratore delle primarie del 30 aprile, dopo gli schiaffi presi dal plebiscito capovolto del 4 di dicembre. D’altro canto il governo fotocopia giorno dopo giorno rafforza la sua crescente ambizione di durare fino alla morte naturale della legislatura. Come insegna l’indecente vicenda del voto di fiducia sui decreti Minniti-Orlando.
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Così è andato in scena un ministro Padoan prono ai diktat europei e di un Renzi fautore di un surplus di flessibilità. Il primo ha cercato l’appoggio preventivo alle misure approvate ieri dal CdM da parte di Dombrovskis, vicepresidente della Commissione europea e di Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici. E lo ha ottenuto, come era prevedibile. Dal momento che o l’Italia accettava il capestro della manovrina aggiuntiva o si esponeva alle conseguenze delle procedure d’infrazione.
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Ma la demagogia di Renzi non poteva spingersi fino a questo punto. Se non altro perché si sarebbe ripercosso sul dopo. Perché la vera partita non si gioca ora sul Def quanto sul Nadef di autunno, ovvero, al di là della cacofonia degli acronimi, sulla Nota di aggiornamento del documento di politica economico finanziaria. Il governo è atteso al varco delle cosiddette clausole di salvaguardia, pari a 19,5 miliardi di gettito annuo derivante dall’incremento dell’Iva dal 10 al 13% e dal 22 al 25%. Una mazzata per i consumi, per chi ha redditi più bassi e per l’economia nel suo complesso. Il tutto tra settembre e ottobre. E il governo spera che per allora si concluda l’istruttoria avviata a livello europeo per la revisione dei criteri che determinano il valore del deficit strutturale.
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Intanto Padoan ha maggiorato di un decimale la previsione di crescita, dall’1 al 1,1%, ma in compenso ha ridimensionato quelle relative agli anni a seguire. Per il 2018 dall’1,3 all’1%, per il 2019 dall’1,2 all’1%. La colpa sarebbe di una politica fiscale particolarmente stringente, che “fa parte degli accordi europei” che né il governo né il Pd, al di là delle sceneggiate, hanno alcuna intenzione di modificare.
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E quest’anno si dovrà decidere se integrare o meno il Fiscal compact nell’ordinamento Ue. Il Pd – in coerenza con il suo fanatismo rigorista che lo spinse alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio – nel febbraio scorso ha già votato nel parlamento europeo per farlo. Il che pregiudicherebbe le politiche di bilancio per i prossimi venti anni, vista l’elevata differenza del nostro debito dall’obbiettivo del 60%, livello al quale si vorrebbe ridurlo.
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La follia sta per diventare realtà, se non si svilupperà una coerente opposizione di popoli e paesi.
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Nella conferenza stampa Padoan ha celebrato le politiche di “benessere e di inclusione sociale”. Non si vede quali, a meno che non intendesse i bonus che hanno fatto la fine a tutti nota. E’ impossibile praticare simili politiche senza un rilancio degli investimenti. E quelli pubblici dovrebbero trainare quelli privati. Ovviamente bisogna intervenire nelle zone terremotate – su cui si costruiscono contenziosi con la Ue – ma il tema degli investimenti è ben altro.
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Gli investimenti in Italia sono al di sotto dei livelli pre-crisi del 2008 (-28%). La componente pubblica degli stessi è in picchiata: dal 2009 un 35% in meno. Eppure l’ effetto moltiplicatore di buoni investimenti pubblici è più del doppio di quello che si ottiene con trasferimenti e detassazioni. Un investimento pubblico partito in deficit, in settori innovativi, che fanno bene all’ambiente e all’occupazione, in un biennio può autofinanziarsi, grazie all’effetto espansivo. Se si vuole benessere e inclusione di questo bisognerebbe parlare e decidere. Ma ci vorrebbe un’altra classe politica. Non un governo fotocopia.

7 aprile 2017
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«Non contenti dei disastri già procurati in Iraq, Libia, Afghanistan, – dichiara Eleonora Forenza, eurodeputata de L’Altra Europa – gruppo GUE/NGL – gli Stati Uniti compiono un ulteriore atto contro ogni legalità internazionale: un atto che con ogni evidenza non contribuirà alla pace, ma rischia di provocare una nuova sanguinosa e dolorosa escalation di guerra. Le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra cesseranno in Siria solo attraverso un processo di pace e negoziale, mettendo fine al sostegno ai gruppi jihadisti attraverso cui gli Usa e i suoi alleati regionali ed europei hanno portato avanti una guerra per procura.
L’Unione Europea e gli Stati Membri che si affrettano a sostenere l’azione unilaterale di Trump continuano così in una politica estera irresponsabile nei confronti delle popolazioni civili e colpevole dell’acutizzazione della guerra civile siriana, della destabilizzazione del Medio Oriente, e di mantenere alleanze con paesi come Arabia Saudita, Turchia e Qatar, che hanno serie responsabilità nell'aver sostenuto e finanziato i gruppi terroristi.
L’azione di Trump va condannata senza ambiguità».

Pubblicato il 07.04.2017
di Maurizio Acerbo

segretario nazionale Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
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Non essendo bastati i tagliagole dell'Isis e di Al Qaeida arruolati in tutto il mondo ora Trump e Erdogan intervengono direttamente con le loro armi. Le atrocità dello Stato islamico, la cui avanzata i russi hanno fermato, da tempo sono scomparse dalla scena mediatica per ridare fiato alla narrazione sulla ferocia di Assad che giustifica l’intervento contro il diritto internazionale nel territorio di uno stato sovrano.
L’uso dei corpi dei bambini asfissiati dal gas ammucchiati per le foto serve a Trump per legittimare l’aggressione. Non so chi abbia usato il gas, non sono esperto di cose militari e non so districarmi tra gli assassini. So che Assad ha a disposizione l’aviazione russa e sta vincendo sul terreno. Perché fare un autogol del genere? Qualcosa non quadra ma non voglio avventurarmi in congetture. Sul campo operano potenze che certo non sono nuove all'uso del terrore. Certo non sono Trump e Erdogan dei campioni di democrazia dietro le cui insegne marciare. Non sono certo gli integralisti islamici armati dall'occidente e dai suoi alleati sauditi e turchi i combattenti per la libertà. Non facciamoci arruolare. Non beviamoci le balle di chi ha seminato morte e distruzione dall'Iraq alla Libia. Opponiamoci alla guerra senza se e senza ma. Invece di destabilizzare e alimentare una guerra senza fine sosteniamo le forze come i curdi in Turchia e Siria che si battono per pace, giustizia sociale, tolleranza, democrazia. Accogliamo i profughi che fuggono dalla guerra come i nostri padri furono accolti quando fuggivano dalle città bombardate. E’ chiarissimo fin dall'inizio che i settori americani più imperialisti e i loro alleati non hanno lavorato per favorire una transizione democratica e una pacificazione ma per rovesciare un regime, dissolvere uno stato sovrano, trasformarlo in un altro ‘stato fallito’ come son definiti con linguaggio cinico Libia, Somalia, Iraq ecc.
Qualsiasi giudizio sul regime di Assad non giustifica la guerra per procura in atto da anni in Siria.

E’ da notarsi che come già accaduto con Libia e Iraq gli americani a parole combattono l’islamismo ma bombardano e colpiscono regimi che avevano tanti difetti ma certo non erano amici dell’integralismo.
I missili di Trump non sono al servizio della democrazia e dei diritti umani, l’attacco americano è un atto di terrorismo internazionale. Informazione e politica europee e italiane non si allineino a un presidente americano fascistoide. Riprendiamo il ruolo di pace e mediazione che ci spetta nel Mediterraneo e in Medio Oriente.

Pubblicato il 05.04.2017

Il Partito della Rifondazione Comunista Sinistra Europea è fortemente impegnato alla organizzazione di iniziative pubbliche in tutte le città contro il decreto Minniti Orlando SABATO 8 APRILE essendo stato protagonista, con le proprie amministratrici ed amministratori, della costruzione dal basso di questa iniziativa, a partire dalle liste unitarie della sinistra alternativa al PD nei territori.
Inviamo anche la bozza di un ordine del giorno da presentare in tutti i Consigli Comunali, come è già avvenuto a Bologna, a Pisa, a Napoli ed in tanti altri centri.
Riteniamo importante organizzare presidi sotto le Prefetture o iniziative nei luoghi di aggregazione delle varie città, lavorando a costruire una visibilità di tali iniziative.

No ai Decreti Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza urbana. La “Rete delle città in comune”:
lanciamo la giornata di mobilitazione nazionale per l’8 aprile, per una risposta dal basso contro la barbarie securitaria, che fomenta la “guerra fra poveri”. Auspichiamo che siano tante e tanti i compagni di strada di quest’appuntamento.
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Restiamo umani. Diamo un futuro diverso al nostro paese e all'Europa. Con questi auspici e obiettivi promuoviamo per il prossimo 8 aprile una giornata di mobilitazione nazionale contro i decreti Minniti – Orlando su immigrazione/ respingimenti e – cosiddetta – sicurezza urbana.
Noi che facciamo parte della “rete delle città in comune” – siamo consiglieri comunali e sindaci di realtà piccole e grandi del nostro paese, esponenti di associazioni, movimenti, singoli cittadini – vediamo in questi atti una preoccupante deriva autoritaria che – per inseguire le posizioni più barbare e retrive di natura securitaria – vuole “espellere” dalla società i cosiddetti diversi, siano essi migranti o soggetti già socialmente deboli. Insomma militarizzare e arrestare ed espellere la marginalità sociale, acuendone e ampliandone i drammi. Cd Daspo urbano, carcerazione dei migranti e espulsioni facili, ecc. insomma un film già visto che punta dritto a fomentare nient’altro che la discarica sociale e la guerra fra poveri.
Occorre fermali, perché questo conduce non solo alla disperazione.Il decreto sui migranti determinerà diritto speciale, detenzione prolungata, rimpatrio forzato per i migranti, costringerà le persone a vivere nell'ombra e a non potersi costruire un futuro. Oltre a mettere a rischio la vita di chi sarà deportato, queste norme non faranno altro che aumentare proprio quelle paure che dicono di voler vincere. Quindi non si creerà solo ingiustizia, ma moltiplicazione dei problemi e dei fenomeni che si dichiara di voler combattere. E si darà ancor più fiato a chi vuol costruire muri, divisioni e odi, che mettono in discussione il futuro stesso delle comunità sociali, del paese, e della stessa Europa.
Quello sulla “sicurezza urbana” è un decreto che investirà risorse in retate fra chi lavora in nero, sgomberi di case occupate, allontanamenti per le persone il cui stile di vita è considerato deviante. Si vuole combattere i poveri e non le cause della povertà.
Già troppi sindaci, incapaci di affrontare i problemi delle città che amministrano o strangolati da debiti e patti di stabilità da rispettare, stanno cercando di ottenere consenso spostando l’attenzione dei/delle propri/e concittadini/e sull'importanza della sicurezza, sgomberando, allontanando chi è considerato fonte di degrado.
Ed è grottesco che questo accada in un paese in cui i reati predatori e contro la persona sono in calo mentre ad aumentare è la percezione della paura, spesso amplificata dai media. Una ricetta tante volte provata e questa volta fatta propria anche dall'ANCI, ma che si rivela inutile e spesso dannosa.
Gli amministratori locali che aderiscono alla rete hanno già presentato o stanno presentando nei propri consigli comunali un ordine del giorno contro i decreti Minniti – Orlando dove si chiede che le città avanzino con forza la richiesta del ritiro degli stessi, dichiarandosi pronte a ricorrere in tutte le sedi e a “disobbedire” alla loro applicazione.
A impegno istituzionale però deve corrispondere una mobilitazione dal basso di tutti coloro vogliono opporsi alla logica della “tolleranza zero”, imposta dall'alto, e invece promuovere convivenza e inclusione sociale – minata da questo governo anche con la riduzione dei fondi fondi dedicati ai bisogni sociali e delle risorse allocate ai Comuni. Per questo ci rivolgiamo a quel forte e variegato mondo associativo che – nella pluralità dell’impegno su questi temi – già ha fatto sentire la propria voce, nonché alle tante e tanti che vogliano dare un segnale preciso di una strada diversa, affinché condividano e con noi promuovano il percorso che ci porti alla giornata di mobilitazione nazionale del prossimo 8 aprile, dando vita nelle proprie realtà a appuntamenti diffusi che facciano della pluralità e della risposta sui territori e dal basso un tratto distintivo di impegno umanitario, civile, civico e politico. Contro l imposizione di provvedimenti dall'alto che istituzionalizzino la barbarie.
Il momento è ora, è il momento di dimostrare che c’è chi non ci sta, chi vuol “restare umano”.

Alex Corlazzoli
Maestro e giornalista
05.04.2017
Da il Fatto Quotidiano

I licei ai figli dei ricchi, i professionali a quelli degli operai. Ecco il manifesto del fallimento della nostra scuola. Lasciamo parlare i dati raccolti da AlmaDiploma su 261 istituti per un totale di 43.171 studenti di Lazio, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Puglia, Toscana, Trentino, Sicilia, Veneto e altre sette regioni.
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Solo un liceale su sei proviene da una famiglia operaia. Nel 2016 al Classico si sono diplomati solo l’8,7% di ragazzi figli di impiegati o di genitori che stanno alla catena di montaggio a fronte di un 45% di figli di professionisti, dirigenti, docenti universitari e imprenditori. Allo Scientifico sono usciti il 13,1% di ragazzi che provengono dalle classi sociali più povere. Ma non basta. Se andiamo a vedere la questione ripetenti scopriamo che il 30% di chi viene bocciato al liceo due o più volte appartiene alle famiglie operaie contro il 17% della classe elevata.
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Tenterò di non scomodare per la gioia dei miei detrattori Lettera ad una professoressa di don Lorenzo Milani ma bastano questi numeri per farsi qualche domanda: perché Angela, figlia di un disoccupato e di una mamma che si arrabatta con qualche lavoro domiciliare, che a casa non ha nemmeno la libreria ma che di fronte ad una tavolozza sa dipingere meglio di tutti gli altri, non andrà al liceo classico? Perché quel liceo è rimasto lo stesso di quando lo frequentavo io, figlio d’operai bocciato perché raccoglievo le firme contro la figlia dell’avvocato che arrivava un’ora più tardi perché andava dall’estetista? Perché è rimasto lo stesso liceo del professor Rossi, dirigente che impettito diceva “Solo da qui uscirà la classe dirigente”? Forse dobbiamo pensare che i figli dei ricchi, dei dirigenti, dei professori abbiano un dna diverso da quello di chi nasce da una commessa del supermercato o di un operaio della Piaggio? Forse per loro ci sono solo “certe” scuole e altre sono riservate ai borghesi?
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Ai miei ragazzi faccio studiare l’articolo tre della Costituzione: “… E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” perché sappiano che anche se son figli di operai hanno gli stessi diritti di chi ha in casa babbo e mamma con due lauree appese alla parete a far bella mostra.
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Eppure i numeri di AlmaDiploma ci raccontano un’altra storia. Ci dicono che alla fine il figlio del dottore fa il dottore così come il figlio dell’avvocato farà l’avvocato. Il 43% dei laureati in Medicina proviene da classi sociali elevate e in generale il 34% degli iscritti a corsi di laurea magistrale a ciclo unico. I figli di operai e impiegati rappresentano solo il 15% dei laureati magistrali a ciclo unico contro un 34% costituito da figli della classe sociale più elevata. Secondo l’Annuario Statistico italiano nel 1963 fra gli studenti universitari i figli di papà erano l’86,5%. I figli dei lavoratori dipendenti il 13,5%. Fra i laureati: figli di papà 91,9%, figli di lavoratori dipendenti 8,1%. Fatte le giuste proporzioni possiamo dire che è cambiato ben poco.
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Una scuola che continua a dividere, a mettere i figli di papà da una parte e i figli degli operai dall'altra è una scuola che è fallita, che non ha saputo essere “aperta a tutti”, che non ha realizzato alcun miglioramento della società, che non ha puntato al progresso ma solo allo status quo. Appositamente non ho citato don Milani in questo periodo in cui tutti (persino Paola Mastrocola domenica scorsa sul Sole 24 ore) parlano di lui, anche a sproposito, ma dopo aver letto questi dati, riprendete in mano Lettera ad una professoressa.

Servirà a capire che la scuola ha davvero fallito il suo compito.

04.04.2017
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Abbandoni scolastici in aumento. Ogni anno, sono oltre 50mila gli studenti di scuola media e superiore che smettono di frequentare le lezioni scolastiche per dedicarsi ad altro. Ragazzini e ragazzi, sovente sotto l’obbligo scolastico, che marinano gli studi mettendo nei guai i genitori. E sulle cui tracce si dirigono le forze dell’ordine per capire cosa sia successo, nel tentativo di riportarli a scuola. Un fenomeno che, stando ai numeri estratti dai Rav (i Rapporti di autovalutazione delle scuole) pubblicati dal ministero dell’Istruzione, è in aumento. I dati, sempre poco diffusi, sono gli ultimi disponibili e si riferiscono a due anni scolastici consecutivi: il 2013/2014 e il 2014/2015. Raccontano di una fetta di popolazione scolastica che nelle aule non riesce proprio a stare e preferisce cercare un lavoretto per guadagnare qualcosa o cade nelle mani della criminalità.

Quella degli abbandoni è la parte più drammatica della cosiddetta dispersione scolastica, che raggruppa tutti gli insuccessi: bocciature e rimandature comprese. Alla scuola media, il fenomeno è abbastanza circoscritto ma in crescita di un decimo di punto in tutte le classi rispetto al 2013/2014: 0,3 per cento in prima, 0,5 in seconda e 0,6 in terza. In tutto, 7mila e 700 ragazzini che spariscono dalle classi senza più dare notizie e in alcune realtà del Sud Italia il fenomeno assume dimensioni macroscopiche da emergenza educativa. Come alla scuola media dell’istituto comprensivo Primo Levi/Ilaria Alpi di Napoli, nel popolare quartiere di Scampia, dove in prima classe le interruzioni di frequenza toccano addirittura quota 7,4 per cento. A contribuire di più sono gli istituti dei quartieri periferici e popolari delle grandi città. All’istituto comprensivo di via Tiburtina 25, nell’omonimo quartiere di Roma, hanno preferito dribblare compiti e interrogazioni 6,2 ragazzini ogni cento delle terze classi. Un record.

Passando alle superiori, gli abbandoni scolastici crescono rapidamente. Anche al liceo, che raccoglie sempre più iscritti, parecchi dei quali con tutta probabilità hanno sbagliato indirizzo scolastico. Alla secondaria, a lasciare gli studi a metà anno o dopo qualche settimana, optando per il primo lavoro che capita, sono quasi 2 studenti su cento, in tutto circa 45mila giovani, concentrati soprattutto negli istituti tecnici e nei professionali. Ma la cosa che sorprende maggiormente è che nei licei, le cui classi sono sempre più affollate, il fenomeno è in rapida crescita. Nel 2013/2014 interrompevano gli studi circa 9.150 ragazzi e ragazze che l’anno successivo diventano oltre 10mila e 300. Nel breve volgere di 12 mesi il fenomeno è cresciuto di 12 punti e mezzo. Un effetto collaterale di quella crescita abnorme di preferenze che negli ultimi anni ha dirottato parecchi studenti, che in passato avrebbero preso la strada di tecnici e professionali, proprio al liceo.

Il ministero visti i dati annuncia contromisure: “Il tema della dispersione è fra le priorità del piano in dieci azioni da 840 milioni lanciato dalla ministra Valeria Fedeli con i fondi del Piano operativo nazionale: attraverso i bandi del Pon sono stati finanziati
ad esempio, con 180 milioni il rafforzamento delle competenze di base e con 20 milioni la formazione per gli adulti. Nel frattempo al Ministero è stata costituita una cabina di regia alla quale partecipa come consulente sul tema della dispersione Marco Rossi Doria".
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Dati del Ministero istruzione,
dell'Università e Ricerca

02.04.2017
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Rifondazione comunista ha un nuovo segretario, Maurizio Acerbo. Lo ha eletto oggi pomeriggio il Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista, al termine del X congresso nazionale del partito, che si è concluso a Spoleto.
Pescarese, classe 1965, Maurizio Acerbo è stato deputato, consigliere regionale in Abruzzo e comunale a Pescara, componente della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista, ed è da sempre attivo nei movimenti e nelle lotte sociali e ambientaliste.

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Paolo Ferrero - segretario uscente di Rifondazione Comunista, vice presidente del Partito della Sinistra Europea - ha dichiarato: "Dopo aver fatto per nove anni il segretario di Rifondazione Comunista sono molto felice di poter passare il testimone a Maurizio Acerbo che con il suo entusiasmo, la sua intelligenza e la sua passione saprà dare un contributo decisivo allo sviluppo del partito, alla costruzione di una sinistra unitaria, al rilancio della lotta per l'alternativa."
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Intervenendo in tarda mattinata davanti alla platea di circa 400 delegati al Decimo Congresso, Acerbo aveva dichiarato: "Proporci in alternativa a tutti, perché rappresentiamo la maggioranza sociale di questo paese".
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Eleonora Forenza, rappresentante del secondo documento di opposizoine, intervenendo prima di lui aveva sottolineato l'importanza di tornare ad una gestione condivisa del Prc nel segno di "unire le lotte".

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