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Non è ,ovviamente, solo un problema italiano. La disoccupazione giovanile rimane alta a livello globale e i dati sembrano indicare che sia destinata a crescere ulteriormente. Lo dice un rapporto recentemente pubblicato dall'internazional Labor Organization (ILO), che mette anche in guardia sul fatto che pure i giovani che lavorano si trovano spesso in situazioni di semi-povertà a causa di lavori precari e malpagati e che la percentuale di giovani che vogliono emigrare per sempre dal proprio paese è in costante crescita.

I dati dell'ILO ci dicono che a livello globale il tasso di disoccupazione dei giovani fra i 15 i 24 anni è salito dal 12.9 al 13.1 per cento, molto vicino quindi al picco toccato nel 2013 (13.2 per cento). Si noti che l'Italia è ben sopra questa media, visto che il suo tasso è attorno al 40 per cento (dati Istat).

Un risultato trainato dal brusco arresto della crescita del fenomeno nei paesi emergenti come Russia, Brasile e Argentina, ma anche i paesi occidentali non vanno tanto meglio, visto che ci si aspetta che la disoccupazione cresca nel 2016 per poi diminuire solo dello 0.2 per cento nel 2017.

Il rapporto sottolinea poi che anche per i giovani che lavorano la situazione non è molto migliore. Essi si trovano spesso bloccati in situazioni contrattuali ultra precarie e malpagate, col risultato che a livello globale ben il 38 per cento dei giovani che lavora si trova in una situazione di povertà.
Il problema è drammatico nell'Africa Sub-sahariana (70 per cento), Asia meridionale (49 per cento) e nei paesi arabi (39 per cento), ma anche nei paesi occidentali la situazione non è affatto positiva. Ad esempio nel 2014 nell'Unione Europea il 12.9 per cento dei giovani lavoratori si trovava a rischio di povertà.

Non sorprendentemente cresce dunque il numero dei NEET, i giovani che “non studiano, non lavorano e non guardano la TV”, come cantavano i CCCP.
L'evidenza empirica disponibile per 28 paesi in tutto il mondo ci dice infatti che circa un quarto dei giovani fra i 15 e i 29 anni non studia né lavora, una percentuale enorme. Secondo uno studio dell'Università di Milano, l'Italia con il suo 26 per cento si trova al primo posto in Europa.

Gli ennesimi segnali di un'economia globale che ormai si trova in una situazione permanente di stagnazione, e di come uno degli aspetti di questa crisi sia stato un attacco globale senza precedenti alle fasce giovanili della società.

Inutile stupirsi se l'ultimo aspetto sottolineato dal rapporto dell'ILO è che in questa situazione cresce il desiderio dei giovani di emigrare.
Nel 2015 quasi 51 milioni di migranti avevano fra i 15 e i 29 anni, e più della metà di essi risiedeva originariamente in paesi contraddistinti da economie “sviluppate”. Complessivamente nel 2015 un quinto dei giovani in questa fascia d'età mostrava la volontà di emigrare permanentemente dal proprio paese. Un risultato strettamente collegato alle condizioni del mercato del (non) lavoro: ad un incremento dell'1 per cento del tasso di disoccupazione giovanile si collega infatti un incremento dello 0.5 per cento della volontà di emigrare.

Da sottolineare, infine, che anche fra i giovani persistono grandi diseguaglianze di genere, il che suggerisce che queste diseguaglianze rischiano di restare radicate anche in futuro. Basti pensare che, a livello globale, solo il 37.3 per cento delle donne lavora o è attivamente in cerca di lavoro, a fronte del 53.9 per cento degli uomini.

Pubblicato il 29 ago 2016
“Il TTIP è fallito”: così il Ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel
Stop TTIP Italia: “importante risultato, ma non abbassiamo la guardia. E prossimo Consiglio Europeo di Bratislava metta la parola fine su TTIP e CETA”

C’è voluta la dichiarazione del vice cancelliere tedesco e ministro dell’Economia, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, per mettere la parola fine ai negoziati sul TTIP, l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, di cui si è concluso nel luglio scorso a Bruxelles il 14° round negoziale.
In un’intervista alla rete ZDF Gabriel ha dichiarato che i negoziati sul TTIP sono «di fatto falliti perché noi europei non possiamo accettare supinamente le richiesta americane». Un colpo pesante a quei Paesi membri, Italia in testa, che del Trattato Transatlantico era sostenitori in prima persona.
“Una dichiarazione importante perché fa proprie le preoccupazioni della società civile europea e statunitense” dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia.“Ma c’è comunque da tenere gli occhi aperti: se Sigmar Gabriel sottolinea ciò che da anni hanno sostenuto Stop TTIP Italia e le altre campagne europee, questo non significa che non possa trattarsi di tattica negoziale. Capiremo cosa accade al Consiglio Europeo di Bratislava di settembre dove, tra l’altro, si parlerà anche del preoccupante Accordo con il Canada, il CETA, già approvato ma che grazie alle pressioni dal basso abbiamo ottenuto che venga ratificato anche dai Parlamenti nazionali, senza esautorare i nostri Parlamentari da una decisione così importante per l’economia del nostro Paese. Da Bratislava dovrà uscire un secco stop al TTIP e al CETA, come richiesto dalla maggioranza dei cittadini europei”.
“La dichiarazione di Sigmar Gabriel dovrebbe aprire un serio dibattito interno all’Europa e al nostro Governo su come vengano decise le priorità politiche ed economiche” sottolinea Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia. “Ma l’eventuale e auspicato blocco del negoziato TTIP non risolve il problema: l’accordo con il Canada ormai approvato va bloccato in sede parlamentare, facendo mancare la ratifica da parte di alcuni Paesi membri. Hanno sempre presentato il CETA come precursore del TTIP: una sua approvazione presenterebbe molti dei problemi che il TTIP portava con sé, a cominciare dal dispositivo di tutela degli investimenti, la cui riforma non ci rassicura per nulla sulla tenuta dei diritti sociali e ambientali”.
“Una buona notizia, emersa grazie a milioni di persone che si sono opposte e a una pressione dal basso che ha chiesto a gran voce di non derogare sui diritti e sulla qualità” dichiara Marco Bersani, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia. “Ma un risultato così importante per la società civile non deve farci dimenticare che serve un vero e proprio ribaltamento della politica commerciale europea, ad oggi basata troppo sulla spinta verso la liberalizzazione dei mercati e l’austerità, e troppo poco verso un processo realmente rispettoso delle persone e dell’ambiente”.

da il Manifesto
Norma Rangeri
25.08.2016

Le parole di cordoglio – «l’Italia piange», «il cuore grande dei volontari», «con il cuore in mano voglio dire che non lasceremo da solo nessuno» – pronunciate dal presidente del consiglio ieri mattina in televisione a poche ore dalla tragedia, avrebbero dovuto suscitare condivisione se non le avessimo già sentite ripetere troppe volte per non provare, invece, insofferenza, rabbia, indignazione. Forse perché non c’è altro evento più del terremoto capace di mettere a nudo lo sgoverno del nostro paese, l’incapacità delle classi dirigenti di mettere in campo l’unica grande opera necessaria alla salvaguardia di un territorio nazionale abbandonato all’incuria, alla speculazione, alle ruberie (come i processi del post-terremoto dell’Aquila hanno purtroppo mostrato a tutti noi).

Nessun paese industriale, con un elevatissimo rischio sismico come il nostro, viene polverizzato ogni volta che la terra trema. Le cifre imbarazzanti stanziate un anno dopo l’altro per la sicurezza ambientale nelle leggi finanziarie danno la misura dell’inconsistenza delle politiche di intervento. Dal 2009 a oggi è stato messo in bilancio, ma solo perché in quel momento eravamo stati colpiti dallo spappolamento dell’Aquila, meno dell’1 per cento del fabbisogno necessario alla prevenzione. E’ la cifra di un fallimento storico, morale, politico.

Chiunque capisce che prima di abbassare le tasse alle imprese, prima di distribuire 10 miliardi divisi per 80 euro, bisognerebbe investire per costruire l’unica grande impresa che i vivi reclamano anche a nome dei morti.

Chi ci amministra ha costantemente lavorato alla dissipazione delle nostre risorse comuni. Il paese è allo stremo ma nessuno, nemmeno questo governo, cambia direzione. Con investimenti tecnologici, ripopolamento delle terre interne, salvaguardia del patrimonio culturale, paesistico. E finalmente lavoro per gli italiani, per gli immigrati. Finalmente progetti ambiziosi per uno sviluppo economico di qualità legato ai territori e alle loro istituzioni. Non ci sono soldi? E quanti ne spendiamo per il rattoppo delle voragini materiali e morali?

Purtroppo oltre a temere e piangere ogni volta le vittime della mancata prevenzione (andiamo verso l’autunno, pioverà, saremo esposti al pericolo di frane e alluvioni), dobbiamo aver paura anche della ricostruzione. Nelle pagine dedicate al terremoto pubblichiamo un pro-memoria dei cittadini dell’Aquila che riassume come meglio non si potrebbe i danni, i pericoli aggiunti con gli interventi edilizi post-terremoto. Perché accanto al simbolo della tragedia di sette anni fa, il monumentale palazzo della Prefettura del capoluogo abruzzese, oggi abbiamo l’ospedale di Amatrice colpito perché nemmeno questo edificio era costruito con criteri antisismici. E nessuno dimentica le macerie della scuola di San Giuliano di Puglia con i suoi piccoli rimasti sepolti, come i bambini morti ieri sull’Appennino.

Il numero delle vittime sale ogni ora, persone uccise dall’incuria di chi aveva il dovere di provvedere e non lo ha fatto, nemmeno per salvaguardare scuole, ospedali, edifici pubblici. Rivedremo le tendopoli, assisteremo allo sradicamento degli abitanti, alla desolazione dell new-town. Speriamo almeno di non dover riascoltare le risate fameliche di chi ora aspetta l’appalto.

È accaduto alla pagina dell’ex vicepresidente della Corte costituzionale Maddalena. Dopo una serie di post molto popolari in cui si criticava la riforma, al gestore sono state impedite le condivisioni. Il giurista ha criticato sul social network la ministra Boschi e polemizzato con l’articolo del Financial Times

Se parli male della riforma costituzionale Renzi-Boschi, se inviti i cittadini a votare No al prossimo referendum e lo fai attraverso facebook, può capitarti di essere fermato. È successo a uno dei giuristi italiani più conosciuti, Paolo Maddalena. Giudice costituzionale dal 2002 al 2011, Maddalena (80 anni) è stato anche vice presidente della Corte. Adesso è impegnato sul fronte del No al referendum, così come tanti altri costituzionalisti. Ha firmato più di un appello contro la riforma Renzi-Boschi – in particolare quello promosso da Onida firmato anche da 11 ex presidenti della Consulta – in questi giorni di campagna elettorale è spesso invitato nei dibattiti.

Da poco, da metà luglio, Maddalena ha aperto una pagina facebook dedicata a questi argomenti, l’ha chiamata «attuare la Costituzione». Dopo qualche settimana di rodaggio, la pagina ha cominciato ad essere conosciuta nella seconda settimana di agosto. E ha conosciuto un vero boom di visualizzazioni con due post. Il primo del 10 agosto scorso, a commento della «celebre» teoria della ministra Boschi, in base alla quale chi invita a votare No al referendum costituzionale «non rispetta il lavoro del parlamento». «Il parlamento è a servizio del popolo, del quale è rappresentante; è ovvio, quindi, che il rappresentato ha il potere-dovere di controllare l’attività del primo. Da sempre il referendum è stato ritenuto un atto sovrano del popolo, un’attività del tutto libera da qualsiasi condizionamento», ha scritto tra l’altro Maddalena.

Pochi giorni dopo, il 13 agosto, Maddalena ha deciso di rispondere alla serie di articoli pubblicati dalla stampa anglosassone, tutti preoccupatissimi di una eventuale vittoria del No. Il suo post merita di essere riportato per intero. «Secondo il Financial Times la vittoria del No al referendum costituzionale produrrebbe effetti disastrosi per la nostra economia. Sta di fatto invece che il nostro referendum non è la Brexit e non può produrre nessun effetto economico. Dunque si tratta di una grande sciocchezza. Se poi si volesse prendere sul serio quest’affermazione allora non si potrebbe negare che essa costituisce una minaccia per la libertà di voto degli Italiani garantita dall’articolo 48 della Costituzione, secondo il quale “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Sarebbe allora confermato che la riforma giova soltanto alla finanza come richiesto da una nota lettere della J.P. Morgan, e non agli interessi del popolo italiano. Un’altra ragione dunque per votare No con assoluta convinzione, nonostante il silenzio sull’argomento da parte dei nostri organi istituzionali».

Quest’ultimo post è stato visto da oltre 20mila persone. La pagina di Maddalena ha cominciato a essere conosciuta. Probabilmente troppo, per le regole di facebook, per i suoi algoritmi o per chissà quali altri criteri. Non è dato sapere di più perché al gestore della pagina è arrivata solo una breve e perentoria notifica: «Ti è stato temporaneamente impedito di pubblicare nei gruppi». Un blocco che dovrebbe scadere il prossimo 25 agosto. In questo tempo facebook farà le sue verifiche probabilmente indotte dalla improvvisa popolarità della pagina. Che però è una pagina. come abbiamo detto. recentissima. In questo modo è stata fermata sul nascere e ha dovuto immediatamente scontare un dimezzamento delle visualizzazioni.
La pagina «Attuare la Costituzione» continua però a essere raggiungibile e si possono leggere anche i nuovi post di Maddalena. Che così commenta questa disavventura: «Sono molto sorpreso, facebook non ci ha spiegato la ragione di questa interruzione e spero che la questione venga rapidamente risolta». «Sul reale contenuto delle riforma – aggiunge – ci vengono raccontate molte bugie. Secondo la ministra Boschi, addirittura, la vittoria del Sì aiuterebbe il nostro paese a combattere il terrorismo. C’è molto bisogno di spiegare bene le ragioni del No perché questa riforma costituzionale non persegue l’interesse dei cittadini italiani».
21.08.2016
da il Manifesto

Sergio Mattarella ha fatto il discorso di apertura al meeting di Comunione e Liberazione. Non varrebbe la pena di spendere parole per le banalità delle sue parole, che campeggiano sui titoli dei mass media.
Il fatto scandaloso su cui si dovrebbe discutere è che il Presidente della Repubblica sia andato lì. CL è un'impresa di affari e una organizzazione sempre politicamente schierata. Non è la Croce Rossa nè qualsiasi altra organizzazione almeno formalmente neutrale. CL è organizzazione dell'integralismo cattolico e nello stesso tempo una gigantesca holding di affari sul terreno dei bisogni sociali. Formigoni, Lupi, Buttiglione sono i suoi parlamentari piu conosciuti, ma CL è andata oltre loro, prima sostenendo gli anni ruggenti dei governi Berlusconi, poi facendo lo stesso con Renzi.

Il presidente Mattarella non avrebbe dovuto andare all'assemble di Rimini, avrebbe dovuto mandare un messaggio come normalmente fa con i congressi dei partiti, di sindacati, delle organizzazioni sociali, ambientali, del volontariato .
Non mi risulta che Mattarella abbia partecipato al recente congresso dell'Anpi, nè tantomeno ad una assemblea di Emergency o dell'Arci. Non sono queste organizzazioni meritorie di una sua prolusione? O davvero il presidente vuol farci credere che CL sia una istituzione della Repubblica, come il CSM o la Corte dei Conti?

Non c'è nulla che giustifichi l'atto del presidente se non una precisa scelta di campo e di parte che segna un altro degrado del nostro stato costituzionale. Tanto più grave perché non suscita alcuno scandalo in gran parte del sistema politico e dell'informazione.

Non c'è bisogno che Mattarella non dichiari formalmente quale sarà il suo voto al referendum sulla controriforma della Costituzione. I suoi comportamenti concreti dicono a tutti da quale parte egli stia. Da quella di Renzi e di CL che lo sostiene.

di Giorgio Cremaschi
20.08.2016

La partigiana dell'Anpi voterà No al referendum costituzionale e giovedì è a Trento con il presidente della Repubblica per ricordare De Gasperi

Partigiana combattente in Val d’Ossola («Grado di sottotenente» ricorda con una punta di orgoglio) e tuttora partigiana della Costituzione.
Lidia Menapace, 92 anni, ex professoressa e parlamentare, continua a girare l’Italia per le iniziative dell’Anpi, dei movimenti pacifisti e delle donne. E non dismette il suo stile garbato, quanto coerente e netto.
Anche sul “divieto” scattato nella Feste del Pd di Bologna sul referendum costituzionale nei confronti della propaganda a favore del “no” da parte dell’Associazione dei partigiani. Chiosa Menapace: «È una questione impostata male, perché nell’Anpi è passata con il 97% dei delegati votanti al congresso la posizione del “no” nei confronti della cosiddetta riforma costituzionale . Se mai, è il Pd di Renzi che crede ancora al pensiero unico. Ma l’epoca delle organizzazioni legate al Pci sempre a disposizione è tramontata. Quella dell’obbedienza fideistica è una cultura politica che appartiene al passato dell’unanimità di facciata».
E oggi Lidia Menapace riparte da Bolzano. La mèta è Pieve Tesino (Trento): alle 17.30 nella sede della Fondazione Alcide De Gasperi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella tiene la lectio magistralis dedicata ai 70 anni della Repubblica europea nella visione del leader Dc. È stata invitata anche lei e anticipa al manifesto il suo intervento, di nuovo in difesa della Costituzione originale.
«Il presidente Mattarella è noto per la sua discrezione, che spicca davvero rispetto all’interventismo incostituzionale di Napolitano È una novità: avendoli sentiti tutti da De Nicola ad oggi, tutti maschi…» sorride maliziosa.

«Tra i meriti della Costituzione dirò citando un bellissimo libro di Salvatore Settis spicca quello europeista: importantissimo, rappresenta uno di quei punti del testo costituzionale che ci fa dire che abbiamo un bellissima Costituzione» sostiene Menapace. In particolare, l’articolo 11 che al primo comma «ripudia la guerra» e che da pacifista evidenzia così: «È straordinario il fatto che affermi che rifiutiamo anche la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, nelle quali dunque il nostro diritto-dovere costituzionale di intervenire esclude l’uso delle armi. Più avanti cita (e infatti lo chiamavamo l’articolo “europeista”) il vincolo essenziale per essere o diventare una Repubblica d’ Europa, cioè il ricorso a reciproche limitazioni della sovranità nazionale per poter costruire l’Europa».
E nel solco di De Gasperi, di fronte al presidente Mattarella, c’è anche una riflessione “costituzionale” sul Trentino Alto Adige e il suo modello di autonomismo nato, di fatto, insieme alla Repubblica: «Nel territorio nel quale vivo, ho sempre pensato (e penso tuttora) che i confini degli Stati nazionali nella loro dimensione territoriale sono poco importanti. Cioé rappresentano poco territorio, però sono invece portatori di differenze linguistiche, culturali e storiche che davvero rappresentano la cifra d’Europa nel mondo. Una storia intrisa, dunque, delle differenze che la formano. Sicché sui confini gli Stati nazionali europei si incontrano, sommano affrontano, confondono nazionalità lingue e culture differenti: a Ventimiglia italiane e francesi, come in Val d’Aosta, in provincia di Novara con il Canton Ticino, al Brennero verso la Slovenia o in Friuli Venezia Giulia».
Conclusione di Lidia Menapace a beneficio non solo dei massimi vertici istituzionali: «Se non riusciamo, magari fondando territori franchi misti ai confini, a mantenere questa sorta di melting pot costitutivo, c’è davvero il rischio di involuzioni nazionaliste o di una crisi irreversibile nella costruzione dell’Europa».

di Ernesto Milanesi
del il Manifesto
18.08.2016

di Aldo Carra
17.08.2016
da "il Manifesto"

Toscana. Un sempre più ampio «distretto energetico» minaccia paesaggio e vigneti maremmani. Gli impianti industriali suscitano allarme per la salute e proteste. Nascono i comitati Sì Morellino

Il rapporto tra politiche energetiche e politiche del territorio è un tema cruciale per la politica e per lo sviluppo e la Toscana una sede importante di sperimentazione. Da appena due anni i “paesaggi vitivinicoli” delle Langhe del Piemonte sono entrati nella lista Unesco dei siti patrimonio dell’umanità, ma quelli della Maremma toscana rischiano di essere esclusi prima di essere presi in considerazione.

Qui, infatti, in aree che hanno fatto della bellezza della natura e del paesaggio una leva di sviluppo, si sta cercando di realizzare un sempre più ampio “distretto geotermico” che potrebbe modificarne l’aspetto e che sta provocando la nascita di Comitati «Si Morellino, No geotermico».

Questi territori hanno caratteristiche geologiche e naturali, in termini di risorse minerarie e termali che sono state, ed in parte ancora sono, fonte di benessere economico e di ricchezza. La loro storia è fortemente intrecciata con quella delle miniere ed è parte importante della storia industriale del nostro paese.

Ad essa sono legati fenomeni migratori interni di minatori che scendevano dalle montagne e che dopo la chiusura delle miniere hanno dovuto, a loro volta, migrare verso il nord del paese in cerca di un futuro che non c’era più.

Ha un grande valore simbolico il fatto che nella miniera di Baccinello, proprio quando essa si avviava alla chiusura, siano stati trovati i resti dell’ominide, scimmia antropomorfa della specie Oreopithecus bambolii. Quasi a ricordare che si spezzava un filo tra passato millenario dell’uomo che aveva abitato queste terre e futuro che spingeva a nuove migrazioni.

Ma le risorse del sottosuolo non sono le sole di questi territori e al declino della vecchia fase industriale le comunità locali hanno saputo reagire costruendo i germi di una nuova economia e utilizzando altre importanti risorse di cui sono dotati questi territori – clima, natura, paesaggio – risorse che già in passato avevano contrassegnato le fasi di sviluppo altalenante di queste comunità.

Si pensi che alla fine del 18° secolo fu addirittura regolamentato un fenomeno originale chiamato “estatatura” perché non solo persone, ma anche uffici pubblici del capoluogo Grosseto si trasferivano in estate a Scansano ed altre zone interne per sfuggire alla malaria ed al clima delle zone marine paludose.

Insomma la vita di questi territori nel corso del tempo è stata contrassegnata da alti e bassi, si è snodata in parallelo con quella economica dell’intero paese e, negli ultimi decenni, essi hanno saputo trovare la bussola per attivare un nuovo modello di sviluppo: il territorio ha accentuato la sua vocazione turistica, si sono sviluppate strutture ricettive diffuse e di piccole dimensioni, l’agricoltura ha saputo resistere alle spinte di un mercato difficile, la vocazione vinicola ha saputo consolidarsi e affermarsi. E il Morellino è oggi conosciuto in tutto il mondo.

In questo processo storico il paesaggio è stato l’infrastruttura primaria sulla quale la nuova economia è cresciuta e vive. La trasformazione di questi territori in un distretto geotermico è compatibile con questo tipo di sviluppo e con le caratteristiche dei luoghi?

Il geotermico è considerata un’energia rinnovabile che sfrutta il calore proveniente dalle profondità terrestri portando in superficie il vapore per generare energia. Ma la sua utilizzazione può variare da quella per uso domestico (proprio a Grosseto è stato di recente costruito un fabbricato residenziale autosufficiente) fino a quella industriale con centrali a forte impatto paesaggistico e ambientale (come quelle di S.Fiora sull’Amiata) che suscitano allarme per la salute e proteste.

Sono allo studio adesso centrali che reimmettono nel sottosuolo i vapori utilizzati, riducendo così l’impatto esterno nell’aria, ma i pareri sulle implicazioni di queste modalità di produzione sono contrastanti sia per quanto riguarda l’emissione di sostanze nocive e conseguenti malattie, sia per le conseguenze sulla staticità dei terreni ed eventuali scosse.

Comunque, anche scartando conseguenze sull'aria, sulle falde acquifere, sulla stabilità geologica e sulla salute (i pochi dati dell'Amiata mostrerebbero comunque tassi di mortalità superiore del 13% rispetto a quelli dei territori più distanti dalle centrali) non ci sono dubbi su un fatto: gli impianti di produzione geotermica industriale sono di per sé manufatti di notevoli dimensioni, che emettono nell’aria sostanze residue e che impattano pesantemente sul paesaggio.

Tanto che il sindaco di un comune contiguo ha dichiarato la sua contrarietà precisando che il suo era un «no politico» perché, a prescindere dagli aspetti tecnici, il suo territorio ha portato avanti una politica di sviluppo legata alla valorizzazione dell’ambiente, del paesaggio, dell’agricoltura, dell’enogastronomia, del turismo, del suo patrimonio storico, culturale ed archeologico, ed anche perché tali interventi sono stati in gran parte realizzati attraverso strumenti finanziari pubblici, di provenienza europea, nazionale e regionale.

Parole sante, verrebbe da dire, ma che non tutti pronunciano perché la legge non dà voce in capitolo ai comuni su queste scelte e perché quelli che accettano il geotermico ricevono benefici economici con i quali possono compensare i tagli che lo stesso governo fa.

Qui sta un problema, politico nel senso nobile della parola, che sarebbe il caso di sviscerare: scelte così importanti per la vita attuale e futura di un territorio possono essere sottratte al potere decisionale dei territori? Si può sollecitare l’interesse emergenziale immediato a risanare i bilanci vanificando politiche fatte nel passato con finanziamenti pubblici ed europei? Si può fare tutto questo trascurando il valore del paesaggio fondamentale per un paese come il nostro?

Pochi giorni fa il parlamento ha approvato la decisione di produrre ad ottobre un nuovo documento di bilancio che non farà riferimento solo al Pil, ma anche agli Indicatori di Benessere Equo e Sostenibile (Bes) e le Camere voteranno una risoluzione su ambiente, trasporti, servizi… Si tratta di una svolta importante perché le politiche pubbliche dovranno cominciare a misurarsi con obiettivi più precisi rispetto al generico Pil. Il paesaggio è uno dei più importanti aspetti del Benessere Equo e Sostenibile.

Perseguire a livello nazionale una politica di tutela e di valorizzazione per farne una leva di sviluppo sostenibile non può ridursi a vuote parole da scrivere nel documento di programmazione se poi, a livello territoriale, si impongono politiche che vanno in direzione opposta.

Si rischia, così, di fare una politica in cui parole e fatti non si incontrano e i cittadini si allontanano danneggiando anche il paesaggio democratico che è altrettanto prezioso di quello naturale.

12.08.2012

“Houston, abbiamo un problema…” Parafrasando, visto che la centrale di comando sul bilancio è la Commissione Europea, in queste ore il governo Renzi starà messaggiando un “Bruxelles, abbiamo un problema serio…”

La crescita s’è fermata. Prima era lenta e insufficiente a ridurre il debito pubblico (che infatti continua ad aumentare), pur in presenza di tagli straordinari alla spesa pubblica (sanità, pensioni, università scuola, ricerca, ecc). Ora, semplicemente, non c’è più.

I dati Istat diffusi stamattina fotografano uno stallo assoluto nel secondo trimestre dell’anno in corso (aprile-giugno) rispetto a quello precedente, mentre la crescita rispetto allo stesso periodo dello scorso anno si ridimensiona pesantemente: appena lo 0,7%, invece dell’1 e qualcosa, scritto nei documenti di previsione su cui si fonda la prossima legge di stabilità.

“La variazione congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dei servizi e di una diminuzione in quello dell’industria. Dal lato della domanda, vi è un lieve contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte), compensato da un apporto positivo della componente estera netta”. La traduzione è piuttosto semplice: ci tengono precariamente a galla l’agricoltura e i servizi, perché il settore industriale continua la marcia indietro (del resto tutte le imprese hanno ridotto mediamente gli investimenti e l’output). Anche la domanda interna è in calo (e come potrebbe aumentare se il salario medio si va riducendo di precarizzazione in precarizzazione?), e il pareggio viene raggiunto solo grazie a un po’ di export supplementare.

Si conferma insomma un andamento da “paese arretrato”, che comprime i consumi interni e cerca di guadagnare posizioni sui mercati esteri grazie a prezzi più contenuti. Ma anche un ignorante assoluto in materia economica considererebbe demenziale un “modello di sviluppo” che presuppone un arretramento drastico sulla via dello sviluppo.

Per il governo Renzi il dato è quasi mortale. Sul fronte interno, infatti, demolisce la narrazione relativa all'”efficacia” del Jobs Act nel rilanciare produzione e occupazione. Se il Pil si ferma, infatti, anche l’occupazione non può che peggiorare, qualsiasi siano le condizioni contrattuali (parola grossa, lo ammettiamo…) dei lavoratori e il grado di innovazione tecnologica medio. Insomma, difficile presentarsi all'appuntamento referendario potendo vantare “grandi successi”, “ripartenze”, ecc.

Ma diventa difficile anche promettere, in modo credibile, grandi “concessioni al popolo” se la controriforma costituzionale dovesse essere approvata. Con numeri del Pil così ridotto, infatti, buona parte della “flessibilità” sui conti strappata a Bruxelles viene vaporizzata prima ancora di poter essere utilizzata. Le maggiori spese allo studio (per anticipo pensionistico, ricongiunzioni, quattordicesime, ecc), miranti a comprare un po’ di consenso pre-elettorale, diventano improvvisamente fumo negli occhi per revisori dei conti della Troika (Bce, Ue, Fmi).

Il che crea un problema anche per i cerberi di Bruxelles: lasciar sforare i parametri di Maastricht per mantenere a galla il fedele esecutore di Palazzo Chigi oppure restare “inflessibili” e lasciarlo cadere a fondo?

24.07.2016
da il manifesto
di Massimo Villone

Un voto contro un governo oligarchico. Ora pensiamo al da farsi per il momento delle urne, quando farà comodo al governo

Prima o poi, per il referendum costituzionale voteremo. Forse. Giunge notizia di una tesi che potrebbe farci dubitare. La Cassazione ha dichiarato ammissibili le richieste referendarie presentate dai parlamentari in data 6 maggio 2016. Secondo la legge 352/1970 il referendum viene indetto entro i 60 giorni successivi. Quindi il termine, se dovesse farsi decorrere dal 6 maggio, sarebbe ampiamente scaduto. Dando luogo ad almeno due domande: può essere indetto un referendum oltre il termine di legge? E se non fosse più possibile indirlo, che ne sarebbe della legge Renzi-Boschi?

Una tesi insostenibile. Anzitutto, come ho già scritto su queste pagine, la presentazione da parte di un comitato promotore della richiesta di raccogliere 500 mila firme apre la via al termine di tre mesi per la raccolta. La richiesta è stata nella specie presentata prima che i parlamentari presentassero la propria. L’iniziativa dei parlamentari non incide sulla richiesta del comitato promotore. Le norme vigenti pongono sullo stesso piano le tre possibili richieste referendarie: popolo, parlamentari, consigli regionali. Non c’è alcun criterio di supremazia gerarchica o di priorità.

Se l’iniziativa dei parlamentari non azzera quella di un comitato promotore, tanto meno può produrre questo effetto la pronuncia della Cassazione sull’iniziativa medesima. La pronuncia della Corte è meramente strumentale al prosieguo del procedimento per quanto riguarda la specifica richiesta. Quello che conta è il diritto garantito ai soggetti promotori dalla Costituzione e dalla legge. E quindi per l’indizione del referendum non può non tenersi conto dei tre mesi previsti per la raccolta delle 500 mila firme.

D’altra parte, se volessimo ritenere perentorio e scaduto il termine per l’indizione del referendum, ne verrebbe l’impossibilità di indirlo. La mancanza del voto popolare avrebbe come conseguenza inevitabile che la legge Renzi-Boschi non vedrebbe mai la luce. Ai sensi dell’art. 138 Cost. la legge di revisione approvata a maggioranza assoluta dei componenti è promulgata ed entra in vigore, qualora venga chiesto il referendum, solo a seguito di un voto popolare positivo. Se il voto è negativo, questo effetto non si produce. Lo stesso ovviamente accadrebbe se il voto mancasse del tutto. Possiamo discutere sulla qualificazione giuridica, Ma la riforma non esisterebbe come tale.

Lasciamo perdere. E pensiamo al da farsi per il voto che ci sarà, quando farà comodo al governo. La raccolta delle firme sui referendum istituzionali – legge Renzi-Boschi e Italicum – non ha avuto successo, ma ha comunque mobilitato centinaia di migliaia di persone, e ha fatto nascere un gran numero di comitati locali in tutto il paese. È su queste forze che dovremo contare nella campagna che sta per iniziare.

Va detto però che una campagna per la raccolta delle firme è cosa ben diversa da quella per il voto referendario. La persona che viene a un banchetto per firmare è già almeno in parte informata, o è disposta ad ascoltare e informarsi. Si ha la possibilità di argomentare le proprie ragioni e di controbattere quelle degli avversari. C’è un contatto ravvicinato che si conclude con la firma. Tutto questo in larga misura viene meno nella campagna elettorale in senso stretto. Nel 2006 votarono sulla riforma del centrodestra oltre 25 milioni di italiani (il 53,84% degli aventi diritto), e i no furono oltre 15 milioni (61,64%). Con una platea così vasta già sappiamo che non è il fine argomento giuridico a dare la vittoria. Non illudiamoci che possa far presa oltre una cerchia comunque relativamente ristretta l’illustrazione delle aporie, delle contraddizioni, delle omissioni, degli errori tecnici e di scrittura. Soprattutto quando dall’altra parte vengono argomenti rozzi che strizzano l’occhio all’antipolitica.

E allora? Bisogna far passare il messaggio che difendere la Costituzione conviene, è utile nel vivere quotidiano. Difendere la Costituzione non per il ricordo di ieri, ma per i bisogni di oggi. Partendo dalla constatazione che l’attacco è già cominciato con la riduzione dei diritti che la Costituzione garantisce – lavoro, salute, istruzione, ambiente – e la crescita esponenziale delle diseguaglianze. Le riforme in campo sono volte a consolidare e perpetuare le fratture sociali, economiche, territoriali, mettendo il bavaglio al dissenso e riducendo oltre ogni ragionevole misura la rappresentatività delle assemblee elettive. Puntano a un governo oligarchico e autoreferenziale, espressione di una minoranza che non sarà certo dalla parte dei più deboli. La vittoria del no può capovolgere questo indirizzo e aprire vie nuove per la politica italiana. La domanda è: Volete esserci e contare, tutti i giorni, e non un solo giorno ogni cinque anni, in cui votate per mettere i vostri diritti di cittadinanza in mano a chi comanda?

di Carlo Smuraglia
Pubblicato il 22.05.2016

Quella che segue è la lettera che il presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, ha inviato all’Unità in risposta a quella di 70 senatori del Pd pubblicata dallo stesso giornale.

Cari Senatori,
ho letto la vostra lettera aperta e ne capisco le ragioni. Quando si approva più volte una legge, si finisce per affezionarsi. Per di più, siamo già in campagna referendaria e dunque bisogna fare un po’ di propaganda e cercare di mettere in difficoltà chi si colloca, in questo caso, dall’altro lato della barricata. Capisco anche l’esaltazione che fate della Riforma: a voi piace, l’avete votata e non avete ripensamenti. Come sapete, io la penso in un altro modo e, fortunatamente, non sono il solo.
Ma consentitemi però qualche osservazione: vi dichiarate tutti “iscritti e sostenitori dell’ANPI”; ma io non vi ho mai incontrato nel lungo cammino che abbiamo percorso su queste tematiche. Un cammino che è cominciato dal 29 marzo 2014 (Manifestazione al Teatro Eliseo – Roma), è continuato per due anni, giungendo ad un primo approdo, in Comitato nazionale, il 28 ottobre 2015, con una posizione già piuttosto evidente sulla legge di riforma e l’eventuale referendum ed è proseguito con la decisione del 21 gennaio 2016, adottata dal Comitato nazionale, di prendere posizione per il “NO”. Ma non basta: ci sono stati i Congressi delle Sezioni e dei Comitati provinciali e in tutti si è finito per discutere anche sul referendum, con libertà e ampiezza di idee; i documenti votati durante questi Congressi, sul tema specifico del referendum, parlano chiaro: 2501 favorevoli, 25 contrari e alcuni astenuti. Dunque, si è discusso, ci si è confrontati (circa 30.000 presenze nei vari Congressi), ma la linea adottata il 21 gennaio, ha raccolto ampi consensi. Mancava il traguardo finale, cioè il Congresso nazionale. Si è svolto dal 12 al 14 maggio, a Rimini, introdotto da una Relazione, ovviamente “schierata” sulla base delle decisioni adottate il 21 gennaio e confermate nei Congressi. Anche a Rimini si è discusso e chi ha voluto ha parlato, in un senso o nell’altro. Alla fine, come si fa in democrazia, si è votato: 347 voti a favore del Documento base e della Relazione introduttiva al Congresso nazionale, contro tre astensioni. Chiarissimo, mi pare. O no?

Anche nella Relazione generale, peraltro, avevo riconosciuto che erano emersi alcuni dissensi, minoritari. Ad essi ho attribuito piena cittadinanza, riconoscendo “non solo il diritto di pensarla diversamente, ma anche quello di non impegnarsi in una battaglia in cui non si crede”, aggiungendo, peraltro che non si poteva riconoscere il diritto a compiere atti contrari alle decisioni assunte, perché ci sono delle regole da rispettare, codificate nei nostri documenti fondamentali, secondo le quali gli iscritti devono rispettare lo Statuto, il Regolamento e le decisioni degli organismi dirigenti; e ovviamente (anche se non c’è una norma specifica ), non recar danno all’ANPI .Tutto qui. Questo gran parlare che si fa del dissenso e di un preteso autoritarismo non ha davvero fondamento e ragion d’essere. In democrazia la maggioranza ha il dovere di rispettare il pensiero di chi dissente, ma quest’ultimo, a sua volta, ha il dovere di rispettare il voto e le decisioni assunte dalla maggioranza. Altrimenti, sarebbe l’anarchia. E questo sarebbe davvero inconcepibile in un’Associazione come l’ANPI che è sempre stata pluralista, ma nella quale mai si sono posti dei problemi come quelli che oggi vengono prospettati, non solo dall’interno, ma addirittura dall’esterno, impartendoci autentiche “lezioni” (mi piacerebbe sapere se tutti quelli che si dicono iscritti all’ANPI, lo sono davvero, oppure lo affermano soltanto, naturalmente non per contestare il diritto di critica, ma per capire da quale parte essa proviene, visto che noi un grande dibattito interno lo abbiamo già avuto in questi mesi).

Voi dite che “molto potremmo discutere sull’opportunità e sulle modalità della scelta”. Discutete pure sull’opportunità, come appassionato esercizio dialettico, ma sulle modalità stento ad immaginare che cosa si sarebbe potuto e dovuto fare di più, per giungere ad una decisione, su cui si è formata una stragrande maggioranza.
Voi vi preoccupate che l’ANPI non diventi un partito; non c’è pericolo, ve lo assicuro perché siamo sempre stati gelosi della nostra identità e della nostra indipendenza. Schierarsi in difesa della Costituzione è un obbligo che ci deriva dallo Statuto in termini che spero voi ricordiate (“concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione italiana, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli”); e nessuno pensò che l’ANPI si trasformasse in partito quando scese in campo contro la “legge truffa”, nel 1953, o quando fece altrettanto contro il Governo di Tambroni, appoggiato dai fascisti, nel 1960. Sulla Costituzione è un dovere impegnarsi e battersi con ogni mezzo perché se ne conservino lo spirito ed i valori.

Ignorare tutto questo, significa conoscere poco l’ANPI e il suo modo di essere e cancellare il dibattito e il confronto di questi mesi che hanno condotto – democraticamente – alla presa di posizione che oggi si vorrebbe mettere in discussione.
Quanto poi al modo di affrontare la campagna referendaria, non siamo stati certo noi ( e non lo saremo mai) ad “alzare i toni”. Altri hanno provveduto a farlo, eccome.
Ho una vita alle spalle, cui nessuno dovrebbe mancare di rispetto: ma dal vostro giornale ho avuto, in pochi giorni, un attacco offensivo, una vignetta vergognosa ed ora un appello che non posso che considerare come rivolto a mettere in discussione un processo democratico che ha coinvolto tutta l’ANPI.
Mi spiace che vi siate scomodati per noi, vi ringrazio dei consigli, ma noi obbediremo alla linea consacrata in un democratico Congresso, procedendo diritti per la nostra strada e rispettando perfino chi non ci rispetta. Non accetteremo l’invito quasi perentorio a continuare, al nostro interno, la discussione, perché essa c’è già stata, nella sede competente, con il totale coinvolgimento dei nostri organismi e dei nostri iscritti. Forse sarebbe un esempio da seguire, per tutti, il metodo con cui ci siamo confrontati ed abbiamo preso le nostre decisioni.

In ogni caso, e per concludere: abbiate un po’ di fiducia in noi: abbiamo sempre fatto di tutto per mantenere l’unità dell’ANPI, e ci riusciremo anche questa volta.

Cordialmente,
Carlo Smuraglia

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