Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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14/07/2019

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

L'imbucato speciale. Presente all’incontro, spiega a Repubblica che la trattativa sfumò. Nel 2014 Salvini definiva Savoini «mio rappresentante ufficiale». Possibile una rogatoria in Russia per verificare eventuali flussi di denaro

 

Almeno uno dei cinque anonimi, due italiani, tre russi, che chiacchieravano amabilmente di fonti di petrolio e milioni all’Hotel Metropol di Mosca il 18 ottobre scorso ha un nome. Si chiama Gianluca Meranda, ed è evidentemente il «Luca» che nella registrazione dell’incontro resa nota da Buzzfeed Newssembrava essere un banchiere. Invece è un avvocato internazionalista e si è fatto vivo lui, prima contattando i giornalisti di Repubblica che seguono il caso, poi con una lettera pubblicata ieri dallo stesso quotidiano. All’incontro – spiega nella lettera – partecipava in veste di General Counselor di una banca d’affari, e questo giustifica probabilmente l’equivoco sul «banchiere».

 

MERANDA CONFERMA che la riunione ci fu, e del resto sarebbe stato impossibile negarlo. Si parlò della ormai famosa compravendita di petrolio ma «come spesso accade in questo settore, e nonostante gli sforzi delle parti, la compravendita non si perfezionò». Insomma non se ne fece niente, sostiene. Meranda non fa nessuna allusione all’ipotetica «stecca» che sarebbe dovuta finire nei forzieri della Lega in vista della campagna elettorale per le europee. Spezza però una lancia a favore di Gianluca Savoini, avendone «apprezzato l’assoluto disinteresse personale», e si dice pronto a essere ascoltato dai magistrati, i pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro, che indagano sulla vicenda. Sarà certamente convocato e la procura di Milano non esclude affatto una possibile rogatoria in Russia, per accertare possibili movimenti di capitali.

 

IN REALTÀ, AD AFFARE non concluso, accertare le responsabilità del leader leghista è più o meno impossibile. Bisognerebbe dimostrare che Gianluca Savoini parlava a suo nome, e a fronte di una tangente che sarebbe rimasta virtuale non è impresa facile. Tuttavia il nervosismo della Lega è alle stelle, e lo dimostra il tentativo goffo e fallimentare di negare l’evidenza da parte di Matteo Salvini. Il leghista continua a fingere di non sapere cosa facesse all’incontro dell’ottobre scorso a Mosca con gli industriali russi l’uomo che lo ha accompagnato in almeno nove viaggi in Russia, quello che lui stesso definiva nel 2014, per iscritto e non in una chiacchiera rubata, suo «rappresentante ufficiale» insieme a Claudio D’Amico (la dichiarazione del leghista è stata ritrovata dal dem Flippo Sensi). Quello che lo Sputnik News, megafono di Vladimir Putin, chiamava «responsabile dei rapporti con la Russia per la Lega Nord». Senza contare gli incarichi per nulla secondari che, in veste di portavoce, Savoini ha ricoperto nella Lega.

 

Salvini, e con lui tutto lo stato maggiore del Carroccio, sospettano una trappola micidiale e non lo nascondono. In privato, anche tra gli altissimi ufficiali, c’è chi si dice certo che la manovra abbia come obiettivo la nascita di un governo sostenuto da tutti tranne che dalla Lega, che resterebbe in carica non per pochi mesi ma sino alla scadenza della legislatura. Secondo i 5 Stelle proprio la necessità di stornare l’attenzione dal guaio russo sarebbe all’origine della crisi sfiorata per finta sul decreto Sicurezza bis, una sceneggiata costruita ad arte quando i dissensi erano in realtà già chiaramente superabili.

 

IL PD, COME È OVVIO, non ci va leggero. L’accusa stavolta non è semplice corruzione ma alto tradimento, tanto che il tesoriere Luigi Zanda non esita a chiedere le dimissioni del ministro dell’Interno. Ma i pentastellati mantengono invece i toni bassi, consapevoli che in ballo, qualora alzassero il tiro, finirebbe per esserci la sorte del governo. Non è certo un caso se venerdì, dopo aver difeso il governo anche in momenti più tempestosi, Salvini ha per la prima volta fatto circolare voci su una possibile crisi. E’ un avvertimento rivolto prima di tutti proprio ai soci di governo. Non pensassero di farsi trascinare nella campagna del Fatto quotidiano, che spara a zero sul leader della Lega. Perché stavolta non ci sarebbero finestre chiuse o socchiuse di sorta: Salvini farebbe saltare il tavolo. Di Maio ne è consapevole e non ha alcuna intenzione di far saltare tutto per i rubli russi. Sempre che il caso non monti tanto da lasciarlo senza alternative.

11/07/2019

di Paolo Ciofi

 

Tra i tanti titolari di cazzullate che inondano la nostra vita, il Cazzullo doc, quello che scrive sul Corriere della sera, questa volta l’ha fatta davvero grossa. Addirittura spropositata. A sentir lui «l’anticomunismo e l’antifascismo dovrebbero essere come l’aria e l’acqua: valori condivisi da tutti, la premessa comune di qualsiasi confronto politico». Né più né meno. Dunque, fascismo e comunismo pari sono e come tali vanno trattati. Una cazzullata senza precedenti contro la storia e contro la verità, esposta a chiare lettere sul giornalone che a suo tempo non mancò di dare una mano a Mussolini, fino a diventarne un servizievole trombettiere.

 

Ma se le cose stanno come dice Cazzullo, che ne facciamo della Costituzione su cui si regge la democrazia repubblicana in questo Paese? Una Costituzione antifascista costruita con il contributo decisivo dei comunisti italiani (quelli del Pci di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, per intenderci), i quali sempre hanno lottato per difenderla e per attuarla nella vita quotidiana. Evidentemente, inaugurando la nuova era anticomunista cazzulliana, questa Costituzione è un intralcio e va buttata alle ortiche. Un’operazione molto pericolosa, che da più parti si è tentato e si tenta di mettere in atto con il contributo di chi sistematicamente storpia la tormentata e difficile lotta degli italiani per la democrazia e per la libertà. Nella quale il Pci ha avuto un ruolo insostituibile, cancellando il quale si abbatte un pilastro del sistema democratico e si apre la strada a nuove forme di autoritarismo e di dittatura del capitale.

 

Aldo Cazzullo, con un’operazione pseudoculturale gabellata come una necessità dei tempi nuovi, mette insieme esperienze storiche e concezioni del mondo completamente diverse. L’una – quella fascista – orientata all’oppressione e alla soppressione del diverso, sia esso ebreo, nero o comunista, in nome della presunta supremazia della razza ariana e del capitale sul lavoro. Un’esperienza tragicamente vissuta da milioni di esseri umani che ha generato la catastrofe della seconda guerra mondiale. L’altra – quella comunista – orientata invece alla liberazione dell’umanità da qualsiasi forma di oppressione e di sfruttamento. Un’idea di civiltà più avanzata oltre il capitalismo, allorché – secondo Marx – all’ordinamento imposto dal capitale «subentra un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti». Un livello di società e un’esperienza che finora l’umanità non ha raggiunto e sperimentato.

 

Altra cosa è il percorso storico concreto compiuto dai diversi partiti comunisti nei diversi Paesi del mondo, sul quale il giudizio critico deve esprimersi in piena obiettività e autonomia. In particolare sulla rivoluzione russa del 1917, sulle sue conquiste, le sue contraddizioni, le degenerazioni staliniane e tutto quello che è avvenuto dopo. Fino alla crisi e alla sconfitta storica di fronte al capitalismo vincente, che hanno cambiato l’assetto geopolitico del pianeta. Non dimentichiamoci però che senza i 20 e oltre milioni di morti dell’Unione Sovietica non ci sarebbe stata la vittoria sul nazifascismo, come opportunamente ha scritto Franco Venturini. Lo faccia sapere anche al suo collega Cazzullo, ossessionato da un anticomunismo viscerale.

 

Quanto ai comunisti italiani, l’anticomunismo viscerale cazzulliano dà il meglio di sé. Come bene mette in evidenza lo stesso titolare, quando afferma che Enrico Berlinguer era «un personaggio certo limpido, interessante, coraggioso (…) ma – aggiunge – pur sempre comunista». Se hai un dubbio questa è la risposta: comunista, tu sii maledetto. Non la storia, non la ricerca della verità. Basta la parola, e sei fuori dal confronto politico. Vale a dire, dal consorzio umano che regola la società. Da dove nasce questa irrazionalità viscerale? Questo anticomunismo postmoderno, pregiudiziale e illiberale, di chi proclama l’universalità del liberalismo?

 

Si possono fare due ipotesi. La prima è che Cazzullo Aldo da Alba non conosca la nostra storia di italiani, nonostante l’incetta di premi letterari di cui è uno specialista. E quindi non sia a conoscenza che il Pci è stato un fondatore capitale e un pilastro della Repubblica democratica e della Costituzione. Un partito che ha lottato per garantire tutte le libertà meno quella di «recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità della persona». E che ha progettato di cambiare la società secondo i principi costituzionali attraverso una democrazia progressiva in grado di realizzare – come disse ai suoi tempi Berlinguer – «un socialismo diverso da ogni modello esistente». Era un progetto non improvvisato che veniva da lontano. La lettura delle Lezioni sul fascismo di Palmiro Togliatti, pronunciate nel 1935, sarebbe in proposito molto utile.

 

Dovremmo allora concludere che Cazzullo sia un ignorante? E che un ignorante possa fare l’editorialista di punta del Corrierone? Difficile a dirsi. Non trascurerei però la seconda ipotesi. Vale a dire che l’anticomunismo postmoderno di conio cazzulliano, a fronte del fallimento clamoroso delle classi dirigenti, sia un pretesto ideologico per impedire il cambiamento reale dello stato di cose presente. O meglio, per rafforzare il potere delle forze economiche dominanti contro i diritti del lavoro, con l’obiettivo di smontare definitivamente la Costituzione in modo da eliminare ogni limite al dominio del profitto e della rendita. Comunque, la posta in gioco è molto alta: la manipolazione del passato serve per evitare la trasformazione del presente e la costruzione di un futuro più affabile, al servizio degli umani e dell’intera natura.

 

Veniamo da lontano per andare lontano. Al riguardo riprendo le parole di Francesco Barbagallo nel suo ultimo libro, L’Italia nel mondo contemporaneo. Sei lezioni di storia 1943-2018: «La Resistenza (…) diventa il più alto riferimento morale e il fondamento etico-politico del travagliato processo di ricostruzione e di riunificazione della comunità nazionale. Nell’Italia contemporanea irrompono (…) e svolgono ruoli centrali forze sociali nuove e correnti ideali rimaste ai margini del processo risorgimentale e dell’Italia monarchica. Nuovi protagonisti sono i contadini, gli operai, i cattolici, i comunisti, i democratici radicali, che volevano costruire un nuovo Stato, una società profondamente rinnovata».

 

Quest’opera è stata stroncata e arrovesciata nel suo contrario. Ma nel mondo di oggi, pervaso dalle nuove tecnologie, dal personalismo della politica intesa come pura gestione del potere e da diffuse spinte autoritarie, l’esigenza di un generale cambiamento e di un rivoluzionamento sociale si è fatta ancora più pressante. Riannodiamo perciò i fili del passato per tessere la tela del futuro. Nonostante l’imperversare dei molti Cazzulli. Passati, presenti e futuri.

05/07/2019

da il Manifesto

 

La tragedia al largo delle coste tunisine. Ricomincia lo scontro tra Viminale e ong: Mediterranea salva 54 migranti, Salvini: «Vada in Tunisia»

 

Mentre in Italia il governo gialloverde discute su quale sia il modo migliore per fermare le navi delle ong, nel Mediterraneo si continua a morire. Almeno 80 migranti risultano dispersi dalla notte scorsa dopo che la barca sulla quale stavano viaggiando è affondata al largo della città tunisina di Zarzis, nella costa sudorientale del Paese. A lanciare l’allarme – dopo l’intervento di alcuni pescatori locali che avevano trovato la barca vuota – è stato il servizio Alarm Phone che ha riportato le dichiarazioni rese da un volontario della Mezzaluna rossa tunisina secondo il quale uno dei soli cinque migranti sopravvissuti al naufragio, un uomo della Costa d’Avorio, sarebbe morto dopo essere stato ricoverato in ospedale. Mercoledì sempre Alar Phone aveva denunciato la presenza al largo delle coste libiche di un gommone con una sessantina di migranti – anche in questo caso a bordo c’erano donne e bambini – che si trovava in difficoltà e stava imbarcando acqua al largo delle coste libiche.

 

E’ andata meglio, invece, al un gruppo di 54 migranti intercettati e tratti i salvo ieri dalla nave Alex della piattaforma Mediterranea dopo che sempre Alarm Phone aveva lanciato l’allarme. «Tutti i naufraghi si trovano a bordo della nave – ha twittato nel pomeriggio Mediterranea – Tra loro undici donne (una incinta) e quattro bambini. Motovedetta della Guardia costiera libica arrivata tardi, prima ancora intima l’alt, poi si allontana dalle scena. Adesso serve subito un porto sicuro».

 

Appena il tempo di comunicare l’avvenuto salvataggio e dal ministro dell’Interno arriva la solita risposta anticipatrice di una nuovo, possibile scontro con un ong. «I migranti presi a bordo da Mediterranea sono i acque libiche e attualmente sono più vicini di decine di miglia alla Tunisia rispetto a Lampedusa», fa sapere Matteo Salvini. «Se questa ong ha davvero a cuore la salvezza degli immigrati faccia rotta nel porto sicuro più vicino, altrimenti sappia che attiveremo tutte le procedure per evitare che i traffico di esseri umani abbia l’Italia come punto di arrivo».

 

Il problema è che, seppure con le dovute differenze e per motivazioni differenti, come al Libia anche la Tunisia non può essere considerata un porto sicuro nel quale sbarcare i migranti. Da anni le autorità denunciano il pericolo che un forte afflusso di migranti rischierebbe di mettere in forse i già fragili equilibri politici del Paese, motivo per cui rifiutano di accogliere quanti vengono salvati nel Mediterraneo. Concetti ribadito proprio ieri dal premier Youssef Chahed partecipando all’inaugurazione dl secondo terminal del porto di Zarzis, la città al largo della quale è avvenuto l’ultimo naufragio:«La Tunisia non può permettersi un afflusso in massa di immigrati» ha detto Chahed chiedendo un piano per la regione e invitando tutti i Paesi «ad assumersi la responsabilità» di migranti e rifugiati. Difficile quindi che, seppure la Alex facesse rotta verso al Tunisia, avrebbe poi il permesso di sbarcare le 54 persone che ha a bordo.

 

A rendere più complicate le cose c’è il fatto che la nave di Mediterranea – impegnata prevalentemente in una missione di monitoraggio e attrezzata per i soli interventi di primo soccorso — non ha la possibilità di ospitare un numero così alto di persone. Dopo il salvataggio i migranti sono stati divisi: gli uomini a prua, donne e bambini a poppa. A rendere le cose più difficili per il ministro leghista c’è invece il fatto che al contrario della Sea Watch 3, che batteva bandiera olandese, la Alex è una nave italiana. E impedirle di entrare in un nostro porto sarà più difficile.

03/07/2019

da il Manifesto

Luigi Pandolfi

 

Italia/Ue. La correzione dei conti non è avvenuta con un provvedimento ad hoc, ma è stata sussunta nel disegno di legge di assestamento, adempimento ordinario nel ciclo di bilancio dello Stato. Con apposito decreto, invece, sono stati «congelati» i risparmi di Reddito di Cittadinanza e Quota 100, con implicazioni sulla rimodulazione della spesa per gli anni a venire

 

Sette miliardi e mezzo. È quanto il governo giallo-verde ha messo sul piatto per scongiurare la procedura di infrazione. Di fronte al rischio di una multa miliardaria (fino allo 0,5% del Pil), del blocco dei fondi strutturali e dell’esclusione dai programmi d’acquisto della Bce, ha scelto di venire a miti consigli con la Commissione, impegnandosi a tagliare di quattro decimali il deficit previsto per l’anno in corso nel Documento di economia e Finanza. Per pudore non la chiamano «manovra correttiva», ma di questo si tratta. La correzione dei conti non è avvenuta con un provvedimento ad hoc, ma è stata sussunta nel disegno di legge di assestamento, adempimento ordinario nel ciclo di bilancio dello Stato. Con apposito decreto, invece, sono stati «congelati» i risparmi di Reddito di Cittadinanza e Quota 100, con implicazioni sulla rimodulazione della spesa per gli anni a venire. Parliamo di maggiori entrate, fiscali e non fiscali, per 6,2 miliardi (fatturazione elettronica, dividendi di partecipate e Cassa Depositi e Prestiti) e di minori spese per un miliardo, compensate da un aumento di alcuni capitoli per un importo quasi equivalente. Confermato il blocco di 2 miliardi di spese per tutti i ministeri, per come previsto nella scorsa legge di bilancio. Probabilmente, questa manovra sposterà al prossimo autunno la partita tra Commissione e governo, quando con la nuova legge di bilancio bisognerà dare conto di «misure strutturali» per tenere i conti pubblici nei parametri fissati dalle vigenti regole europee.

 

Due terribili incombenze: sterilizzare le clausole di salvaguardia su Iva e accise e, nello stesso tempo, rispettare la tabella di marcia della riduzione del deficit, fino al pareggio di bilancio. Al netto di una eventuale riduzione delle tasse (flat tax), serviranno quasi 50 miliardi, visto l’andamento dell’economia e parametri che hanno confezionato per noi a Bruxelles. Tutto ruota intorno all’ «output gap», la distanza tra Pil reale e Pil potenziale, da cui dipende anche la quantificazione del «saldo strutturale» di bilancio, calcolato al netto delle misure una tantum e degli effetti del ciclo economico: un calcolo del deficit per uno stato immaginario dell’economia. Per l’Italia, la Commissione stima per il 2020 un Pil potenziale (condizione di ottimale impiego di capitale e lavoro) inferiore a quello reale (altro il calcolo Ocse, ognuno calcola a modo suo). Significa che l’Italia, nonostante sia in stagnazione e registri un tasso di disoccupazione tra i più alti d’Europa, per Bruxelles sarebbe addirittura al di sopra del suo potenziale produttivo e dovrebbe rallentare. Oppure, rimediare con «riforme strutturali»: altra flessibilità, precarietà, meno tutele per i lavoratori. Inimmaginabile, in questo contesto, una politica di bilancio espansiva per creare nuovi posti di lavoro e restringere la forbice sociale: creerebbe inflazione, quindi instabilità. Più austerità, allora. Nonostante l’indice dei prezzi al consumo continui a segnalare un problema di domanda (a giugno +0,8% su base annua, solo +0,3% il «carrello della spesa») e i disoccupati, quelli censiti, siano più di 2 milioni e mezzo (altrettanti quelli che un lavoro nemmeno lo cercano).

 

Follia. Ma il ministro Tria, nella lettera inviata alla Commissione lo scorso 31 maggio, si è limitato a chiedere «valori più coerenti di output gap», ma «comunque calcolati secondo la metodologia convenuta a livello europeo». Non solo. Si è dichiarato concorde «circa la necessità di conseguire avanzi primari più elevati», che significa allargare ancora di più la forbice tra quanto i cittadini versano allo Stato con le imposte e quanto lo Stato delle stesse restituisce ai cittadini sotto forma di spesa pubblica. Ma è chiaro: l’esecutivo giallo-verde ha avviato una «divisione del lavoro» al proprio interno, tra un’ala urlante incapace di proposte alternative, al netto di trovate estemporanee, come i minibot, smentite e derise nello stesso governo, e un’ala dialogante, sostanzialmente supina ai diktat della Commissione. Un gioco delle parti. Perché né l’una né l’altra parte intende andare al cuore del problema: l’incongruenza tra obiettivi «nobili» dell’Ue (solo declamati) e l’insieme delle regole e degli strumenti posti a base del suo funzionamento.

Tomaso Montanari e Francesco Pallante

 

Sea Watch. Il nostro ordinamento giuridico è costruito per gradi gerarchici. Al vertice sta la Carta. Le leggi e i decreti stanno sotto. E ciò che sta sotto non può contraddire ciò che sta sopra, pena il suo annullamento da parte della Corte costituzionale. Carola Rackete ha assunto apertamente il rischio di violare la legge, convinta della sua contrarietà alla nostra Costituzione

 

La battaglia legale intorno alla Sea Watch 3 si annuncia complicata. Non sarà facile districarsi tra diritto umanitario, trattati internazionali, normativa europea, diritto della navigazione, legislazione penale e amministrativa.

 

Un complesso normativo, oltretutto, che si sviluppa lungo un arco temporale lunghissimo, se è vero che ai divieti recentemente sanciti dal decreto Salvini bis si contrappongono doveri risalenti ai tempi in cui il Mediterraneo si chiamava Mare Nostrum. Non a caso, alla mente di tanti è istintivamente riaffiorata la tragedia di Antigone, il dramma – allora come oggi – di una giovane donna coraggiosa, costretta da un potere feroce a scegliere tra l’obbedienza alle leggi della città o alle leggi dell’umanità.

 

È UN TERRENO scivoloso. Farsi interpreti di cosa dicano le leggi dell’umanità o, come dicono i filosofi del diritto, di quale sia il contenuto del diritto naturale implica ricorrere a giudizi di valore soggettivi. Giudizi certamente argomentabili secondo ragione, ma pur sempre di parte. Un librino di Hans Kelsen – Il problema della giustizia (1960) – dimostra come qualsiasi principio di giustizia rimandi, in ultima istanza, a scelte di carattere soggettivo. «A ciascuno il suo», «non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te stesso», «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni», ecc.: sono tutti principi astratti, che necessitano di venire “riempiti” di contenuto. Cos’è il «suo» di ciascuno? Cos’è che non vorresti fosse fatto a te stesso? Quali sono le capacità di ciascuno, quali i suoi bisogni? Anche escludendo gli interlocutori in malafede, le risposte possibili restano tantissime: potenzialmente, tante quante le persone interrogate.

 

Dal 1948 in Italia c’è un modo più semplice per uscirne: nella sua famosa arringa per Danilo Dolci (1956), Piero Calamandrei scrive: «Anche qui il contrasto è come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi “non scritte”. (Perché, per chi non lo sapesse ancora, la nostra Costituzione è già stata scritta da dieci anni)».

 

E non è una mera dichiarazione di valori: il nostro ordinamento giuridico è costruito per gradi gerarchici. Al vertice sta la Costituzione. Le leggi e i decreti stanno sotto. E ciò che sta sotto non può contraddire ciò che sta sopra, pena il suo annullamento da parte della Corte costituzionale. Carola Rackete ha assunto apertamente il rischio di violare la legge, convinta della sua contrarietà alla Costituzione. Se venisse rinviata a giudizio, il giudice non potrà evitare di considerare l’obbligo di soccorrere i naufraghi e di condurli in un porto sicuro sancito dalle consuetudini internazionali sul diritto del mare e dai trattati internazionali che le specificano, ben sapendo che si tratta di fonti normative che – in quanto richiamate dagli articoli 10, co. 1, e 117, co. 1, della Costituzione – hanno rango superiore al decreto Salvini. Per questa via, sanzioni penali e amministrative potrebbero finire nel nulla.

 

OCCORRE, inoltre, ricordare che le stesse fonti di rango legislativo sono molteplici e, in alcuni casi, prevedono deroghe o scriminanti rispetto a quanto sancito dalla legislazione. È quanto verrebbe a verificarsi se – come pare ipotizzabile – alla comandante della Sea Watch 3 venisse riconosciuto di aver agito in stato di necessità, scriminante prevista dall’art. 54 del codice penale che non rende punibile chi, per salvare se stesso o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, non ha potuto agire altrimenti che violando la legge.

 

È ESATTAMENTE per questa ragione che la vicenda riguarda tutti noi, ed è una questione non (solo) giuridica, ma sostanzialmente politica. Se per salvare vite umane bisogna necessariamente violare delle leggi, che razza di leggi ci siamo dati? Quante delle nostre leggi – dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, dal decreto Minniti a quelli di Salvini – sono in larga parte incompatibili con l’articolo 2 della Costituzione, per cui la Repubblica italiana «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»? E che dire dell’intesa sul contrasto all’immigrazione firmata da Gentiloni con le milizie libiche? È grazie a quell’accordo che il governo poteva pretendere che la Sea Watch 3 riconsegnasse ai libici i naufraghi. In fondo, Matteo Salvini e i suoi sono coerenti: perché vorrebbero abbattere il progetto di libertà e giustizia che la Costituzione promette. Ma i deputati del Pd saliti su quella nave facevano anche loro propaganda sulla pelle dei migranti o hanno capito che le loro leggi stanno dalla parte di Creonte, e non da quella di Antigone, che in Italia si chiama Costituzione?

29/06/2019

da Il Manifesto

 

Sea Watch. Appello internazionale con oltre 700 firme

 

Chiediamo al governo italiano di cambiare politica e di far entrare in porto la Sea Watch 3 e di lasciare proseguire la sua missione in piena sicurezza.

 

Sono ormai 14 giorni – 14 giorni! – che la Sea Watch3, naviga al largo di Lampedusa con 42 uomini, donne e bambini, alla ricerca di un porto d’attracco. Si tratta dell’ultima imbarcazione che, per conto delle Ong umanitarie opera nel Mediterraneo per salvare profughi che a bordo di piccoli battelli fuggono dall’inferno della Libia e cercano di non essere catturati dai guardiacoste libici.

 

La capitana Carola Rackete ha lanciato tutte le richieste di soccorso contemplate. Ha aspettato il risultato della sua richiesta presso la Corte Europea dei Diritti Umani, che ha scaricato la responsabilità sui singoli governi, i quali a loro volta si sono nascosti gli uni dietro agli altri. La situazione si è fatta insostenibile e il suo compito è diventato chiaro: decidere di entrare nelle acque italiane e raggiungere Lampedusa dove l’intera popolazione continua a dar prova di una ammirevole e costante ospitalità.

 

Sono le autorità italiane che si mettono fuori legge.

 

Nel gergo marittimo questo si chiama “forzare il blocco”. Ma intendiamoci, la legge internazionale, i principi fondamentali del diritto umanitario e la tradizione della gente di mare sono dalla parte di Carola. Sono le autorità italiane che si mettono fuori legge. Eppure il ministro Matteo Salvini, il vero detentore del potere in Italia oggi, minaccia: avendo fatto votare un decreto che proibisce l’attracco alle coste italiane, vuole portare in tribunale parlamentari e associazioni che salvano vite e recensiscono i dispersi, bloccare nei porti le imbarcazioni delle organizzazioni umanitarie (cosi come lo fa anche la Francia) e minaccia di respingere con la forza la Sea Watch3 o di confiscarla.

Scatena l’opinione pubblica del suo paese contro gli “illegali”… .Bisogna respingerlo unendo le nostre forze a quelle delle militanti e dei militanti che dietro l’associazione “Mediterranea” ed altre, e con i fedeli della chiesa di Lampedusa, con l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano ed altri, resistono alla barbarie ed all’abuso di potere del loro governo.

 

Ma il signor Salvini non è solo. E l’Italia fa parte di un insieme: sono gli altri paesi dell’Unione Europea e la Commissione i quali hanno i mezzi di farlo indietreggiare in nome del diritto delle persone e dei principi fondatori dell’Unione e di emettere sanzioni, cosi come fanno con altri soggetti. Essi hanno i mezzi per dividersi i modesti pesi dell’accoglienza dei rifugiati e per cambiare i regolamenti che vietano l’organizzazione dei soccorsi e per contrastare le voci assurde di invasione e di minaccia contro la sicurezza dei propri cittadini. Hanno i mezzi per ristabilire, immediatamente, le operazioni di salvataggio in mare con equipaggi di marinai e di volontari. Invece stiamo assistendo ad una ignobile corsa verso vigliaccherie, ipocrisie e rifiuti di assistenza che sono altrettanti crimini di cui la storia ci chiamerà a rispondere.

 

È adesso che bisogna invertire la distruzione del diritto e dell’umanità che ci riguarda tutti. Lanciamo un appello al governo italiano affinché cambi politica e lasci la Sea Watch3 arrivare a buon porto e che possa proseguire la sua missione in sicurezza. Lanciamo un appello solenne ai governi europei – tra cui il governo francese che si vanta di essere all’avanguardia della lotta contro il “nazionalismo” e il “populismo” – ad adoperarsi singolarmente e collettivamente perché si cessi di morire in massa in queste acque ormai color vino. Il mare Mediterraneo che torni ad essere la culla della nostra civiltà. Vergogna a loro e a noi tutti, se una volta in più l’umanità dovesse affondare davanti al nostro porto.

 

Tra i primi firmatari:
Michel Agier, anthropologue (France); Pouria Amirshahi, éditeur de presse (France); Etienne Balibar, philosophe (France). E tra gli italiani Giacomo Marramao filosofo, Sandro Mezzadra politologo, Antonio Negri filosofo, Barbara Spinelli ex deputata europea.

28/06/2019

da il Manifesto

 

Rapporto Inail. L’anno scorso 704 incidenti certificati, tendenza in aumento nel 2019. Più 4% di decessi mentre il governo fa risparmiare le imprese e taglia sulla formazione

 

Aumentano gli incidenti mortali sul lavoro per la prima volta in tre anni. È stato così nel 2018 e ancor peggio dall’inizio dell’anno. L’inversione di tendenza è preoccupante: 704 morti (643 uomini e 61 donne) a fronte di 1.218 denunce di infortunio mortale, con un aumento del 4% rispetto al 2017. Ma l’aumento potrebbe crescere ancora, visto che 35 casi sono ancora in istruttoria.

 

I dati sono stati presentati dal presidente dell’Inail Massimo De Felice – in uscita a giorni per essere sostituiti con l’ex presidente Anmil (l’associazione degli invalidi da lavoro) Franco Bettoni in quota Lega – nella relazione dell’Istituto alla Camera.

 

Nel 2015 erano stati 773 mentre nel 2016 erano scesi a 684 e nel 2017 a 674. Nel 2018 quindi sono state accertate 30 morti in più sul lavoro. Quindici lavoratori morti sul lavoro avevano meno di 19 anni mentre 25 ne avevano più di 70. Aumentano anche le denunce: nel 2018 sono state 1.218 per i casi mortali a fronte delle 1.148 del 2017 mentre nei primi quattro mesi del 2019 sono state 303 con un aumento del 5,9% sullo stesso periodo del 2018. Sulle denunce ci sono state in questi quattro mesi «forti oscillazioni» – ha spiegato De Felice e comunque per fare un confronto corretto bisogna sempre tenere conto dei casi accertati come morti sul lavoro.

 

Gli infortuni complessivamente denunciati sono stati 645.000 (-0,3%) ma quelli riconosciuti per causa di lavoro sono stati poco più di 409.000, di cui circa il 19% fuori dall’azienda con un calo del 4,3% rispetto ai 427.000 del 2017. «Abbiamo un eccellente quadro normativo – ha detto De Felice – andrebbe rispettato con migliore devozione».

 

L’Inail ha diffuso anche i dati sui conti: le entrate di competenza nel 2018 sono state pari a 10 miliardi e 571 milioni di euro, a fronte di uscite di competenza dell’anno per 8 miliardi e 777 milioni di euro con un attivo di quasi 1,8 miliardi e riserve tecniche pari a 33 miliardi e 435 milioni di euro.

 

Nell’anno è stata varata la revisione delle tariffe per le imprese previste in legge di bilancio che porterà nel 2019 risparmi per le aziende nell’ordine del 6% medio per un totale di 502 milioni ma a scapito del taglio dei fondi per la formazione.

 

Il presidente del Civ dell’Istituto Giovanni Luciano (ex Cisl) ha sottolineato che di fronte a risultati di bilancio così positivi non bisognerebbe solo ridurre le tariffe alle aziende, ma aumentare le prestazioni per i pensionati oltre ad un maggiore impegno sulla prevenzione.

 

Gravissimi i dati sulle ispezioni, ridotte rispetto all’anno scorso a causa dell’inserimento degli ispettori nel ruolo ad esaurimento in vista del passaggio delle competenze all’Ispettorato nazionale del lavoro. Sono state controllate 15.828 aziende, ben il 5% in meno rispetto al 2017 e addirittura il 24% in meno sul 2016. L’89,35% di queste sono risultate irregolari. La forza dei controlli – ha detto De Felice «si sta depauperando» a causa della riduzione della forza disponibile: 284 ispettori a fronte dei 299 del 2017 e dei 350 del 2016.

 

«È assurdo e non più accettabile continuare a morire come cinquant’anni fa. Siamo dinanzi a un dramma: aumentano i morti sul lavoro, gli infortuni e le malattie professionali. La salute e la sicurezza è considerata ancora un costo e non si investe in termini pubblici sulla prevenzione», commenta il segretario generale della Cgil Maurizio Landini. «Purtroppo anche in questo campo c’è una carenza di investimenti, prevale l’idea che pur di lavorare va bene qualsiasi condizione. C’è bisogno di favorire una cultura della sicurezza, ostacolata oggi dalle condizioni precarie di lavoro».

 

Per il sindacato «lo sblocca – cantieri è l’esempio plastico: appalto libero e al massimo ribasso significa riportare la legge della giungla nell’edilizia, settore che detiene il triste primato in morti, incidenti e malattie», attacca il segretario generale Fillea Cgil Alessandro Genovesi.

23/06/2019

Giovanni Russo Spena

 

La Sinistra deve andare avanti. Con una fase di ascolto, dibattito, assemblee territoriali soprattutto. Ma senza arroccarsi su se stessa in un congresso permanente, autoconsolatorio o ” disperazionista” 

 

La Sinistra deve andare avanti. Con una fase di ascolto, dibattito, assemblee territoriali soprattutto. Ma senza arroccarsi su se stessa in un congresso permanente, autoconsolatorio o ” disperazionista” (sono due facce della stessa medaglia). Ha ragione Ferrero: “La Sinistra è quasi tutta fuori di sé.

 

Bisogna, con l’iniziativa e il conflitto, condurla con pazienza, umiltà, unità verso una soggettività politica meno fragile e verticistica. Partendo dalle potenzialità che vi sono. Pongo a me stesso qui solo due domande, che sono anche un’autocritica.

 

Io non penso, infatti, che possiamo crescere solo su noi stessi, con spirito arrogante. E’ mia convinzione che la lista, abborracciata in tempo appena utile, fosse fuori fase e non valorizzasse appieno il lavoro politico fatto nei mesi precedenti.

 

Mancava un impianto ideologico “forte”, mancavano priorità progettuali, mancava una visione di società “altra”, proprio in un momento storico in cui sfidiamo, controcorrente, la società disciplinare del governo, nato da un terremoto sociale e da una sconvolgente ridislocazione dei poteri capitalistici. Un ideologismo parafascista molto “forte”. E molto sottovalutato, a livello nazionale ed europeo.

 

Dovevamo, forse, alzare il tiro politico, azzardare. Siamo sinistra alternativa perché vogliamo cominciare a ricostruire segmenti di classiamo contemporaneo contro l’egemonia nazionalista sui proletariati.

 

La lista è apparsa, invece, a me pare, molto ”normale”, ”pulita”, precisina nei contenuti mentre attorno a noi vi erano caos, conflitti spuri, derive vandeane. La lista è apparsa come coazione a ripetere continuista. Incapace, quindi, ad affrontare il moto “rivoluzionario/reazionario” imposto dal postfascismo in atto. Sul piano sociale ma anche costituzionale.

 

Avremmo dovuto, forse, porre, come lista, una domanda apparentemente paradossale; e, invece, drammatica: esiste ancora la democrazia liberale, costituzionale? E la base sociale del regime reazionario di massa si è già sedimentata? Quale è la nostra analisi? Quale il nostro progetto alternativo?

 

Lo Stato costituzionale e sociale sono sempre più sfibrati. Cresce e diventa più pervasivo lo Stato penale, del controllo, di polizia. Ritorna di attualità l’analisi di Deleuze. E’ diventata reato la ” solidarietà”. Vengono messe fuorilegge le ONG (la “Mare Jonio” è nemica dello Stato). Contro papa Francesco Salvini ( e il suo mentore Bannon)agitano il rosario. Stiamo tentando di bloccare, con determinazione e argomenti giuridico/scientifici, la cosiddetta “autonomia differenziata” (la fine, cioè, della scuola laica repubblicana, del Servizio Sanitario Nazionale, del contratto collettivo nazionale di lavoro. Dello Stato unitario stesso.

 

E’ un modello di campagna di massa che dovremmo moltiplicare su altri tre o quattro temi prioritari, in relazione alle nostre forze. La repressione contenuta cinicamente e scientificamente nei ” pacchetti sicurezza” , di cui stiamo tentando di dimostrare l’incostituzionalità, imbavaglia e previene il conflitto, blocca (sia pur parzialmente, per fortuna)i movimenti territoriali.

 

I migranti sono capro espiatorio e metafora del “diritto del nemico”. Forse noi non abbiamo saputo comunicare questa asprezza, questa drammaticità. Cioè la posta in gioco. Qui si collega il secondo grande tema al quale brevemente accenno. E’ elemento fondamentale del cambio di fase. La nostra grave sconfitta parte da lontano perché abbiamo sottovalutato la regressione dei valori di civiltà all’interno del corpo sociale. Ne ha ben scritto Rino Malinconico nel suo contributo.

 

Gobetti, in giusta polemica con Croce, parlò di “autobiografia di una nazione”, parlando dello spaesamento, della privazione di senso, del conseguente rancore popolare, dello spirito autovittimistico ed insieme iroso di una parte cospicua della popolazione italiana che risponde all’impoverimento e al “tradimento” delle sinistre alimentando tendenze fascistiche e deleghe all’”uomo forte”, al ” capitano”.

 

Non amo confondere contesti storici diversi, ma i ” fasci di combattimento” nel 1919 nacquero così. Ma allora la grande impresa utilizzò il protomussolinismo impaurito dal “biennio rosso” gramsciano. Oggi vi è solo il paradigma “dell’invasione”, della ” sostituzione etnica”, dei “penultimi contro gli ultimi”. Miti fallaci dei sovranisti nazionalisti europei, certo.

 

Ma dovremo forse rileggere, per comprendere come reagire, le pagine gramsciane sui miti, sulla lotta per l’egemonia, sulla rivoluzione culturale e morale. Tempi lunghi. Ma dobbiamo stare in campo con consapevolezza dell’asprezza dei tempi. Essendo (ma anche apparendo) lontanissimi dall’ opposizione “dello spread”, come Brancaccio, con sarcasmo, parla di quella del PD. Contrapporre una “opposizione liberista” al nazionalismo non alimenta nessun “campo largo”, per usare il linguaggio solo metodologico di Zingaretti.

 

Anche perché il sovranismo nazionalista, in Europa, come negli USA, come in Brasile, non è una chimera ma una ideologia borghese “forte”. Non è “roba da straccioni”, come pensano le burocrazie europee, ma “roba da padroni”. La crisi della Sinistra Europea, la sconfitta del GUE, in quasi tutte le pur differenti articolazioni (penso a Tsipras da un lato, a Melenchon dall’altro) nasce anche da questa sottovalutazione.

 

Le sconfitte del Partito Comunista Francese, del Partito Comunista Portoghese ci dicono che dovremo approfondire il nostro punto di vista sul rapporto tra Trattati Europei e Costituzioni nazionali. Partendo dalle analisi di Roberto Musacchio. Ci si ripropone, in definitiva (e non è la prima volta dal ’68), il tema del rapporto tra sinistre anticapitaliste e rappresentanza. Crisi dei partiti, crisi dei movimenti; la resistenza sociale è diffusa ma è molecolare, segmentata, dispersa.

 

Ripensare la rappresentanza non ammette scorciatoie politiciste: non ci salverà un minifrontismo né alcuna operazione “alla Pisapia”. Il ” voto utile ” è una effimera canagliata. Non escludo, ovviamente (è nel DNA del PRC) forme di collaborazione, anche elettorale, in specifiche contingenze e su due o tre punti di programma a livello di elezioni amministrative. Non escludendo i Verdi. Ma l’assorbimento, l’omologazione nel ” campo largo” zingarettiano sarebbe la fine dell’autonomia, della nostra alterità. Cioè l’estinzione. Non ci salveranno, però, nemmeno arroccamenti, chiusure microidentitarie.

 

Allarghiamo politicamente il campo a tutte le forze antiliberiste ed anticapitaliste, a chi si è astenuto, a chi non ci ha votato. Ricostruiamo la nostra identità con pazienza, senza pretendere soluzioni miracolistiche né di mettere le braghe alla storia. Rinnoviamo le nostre strutture. Trasformiamo i circoli in “case del popolo”. Costruiamo ” confederazione sociale”, unendo partiti, movimenti, segmenti dell’associazionismo. Non frontismo, quindi, ma confederazione.

 

Mi convince la proposta di “rete rossa” che fa, nel suo intervento, Raul Mordenti. Mi pare, allora, che rese dei conti interne mascherate da congressi straordinari siano mortali. Ci terrebbero bloccati 5 mesi in una disperante autoreferenzialità. I congressi straordinari si fanno quando si vuole capovolgere la linea politica. io sono per adeguarla, aggiustarla, renderla più connessa con le trasformazioni strutturali, con la composizione dei proletariati, con gli stravolgimenti della Costituzione. Ma senza precipitare noi stessi nel fondo dell’abisso.

Elisabetta Tramonto

20/06/2019

da Valori

 

Persone con un titolo di studio basso, stranieri, famiglie numerose, con minorenni a carico, in particolare nel Mezzogiorno. Sono i poveri nel nostro Paese

 

La povertà in Italia c’è, eccome. E non migliora. Nel 2018 le famiglie povere (in condizioni di povertà assoluta) nel nostro Paese erano oltre 1,8 milioni (pari al 7% delle totale delle famiglie italiane), 5 milioni di individui poveri (l’8,4% del totale). Siamo ai livelli massimi dal 2005nessun miglioramento rispetto all’anno precedente, ma almeno la crescita della povertà si è fermata dopo tre anni.

 

La povertà si concentra soprattutto al Sud, tra le persone con un titolo di studio inferiore e tra gli stranieri. Colpisce in particolare le famiglie numerose, con minorenni a carico e quelle con un solo genitore

 

È questa la fotografia del nostro Paese scattata dall’Istat che ieri (18 giugno) ha pubblicato  Rapporto sulla povertà in Italia nel 2018.

 

 

Se la povertà colpisce bambini e adolescenti

 

Uno dei dati che colpisce di più è quello sui minorenni: sono 1 milione e 260 mila i minori in povertà assoluta, pari al 12,6%. L’incidenza dei minori in povertà va dal 10,1% nel Centro fino al 15,7% nel Mezzogiorno, sostanzialmente stabile rispetto al 2017. Le famiglie con minori in povertà assoluta sono oltre 725mila, con un’incidenza dell’11,3% (oltre quattro punti più alta del 7,0% medio nazionale).

 

Anche nel 2018, la povertà assoluta aumenta per le famiglie con figli conviventi, soprattutto se minori: si va dal 9,7% delle famiglie con un figlio minore al 19,7% di quelle con 3 o più figli minori. Tra le famiglie con un solo genitore la povertà è più diffusa rispetto alla media, con un’incidenza dell’11%, in aumento rispetto all’anno precedente, quando era pari a 9,1%.

 

Analizzando i dati in base all’età, l’incidenza della povertà assoluta fra i minori ha i valori più elevati per i ragazzi tra i 7 e i 13 anni (13,4%) e tra i 14 e i 17 anni (12,9%) rispetto alle classi 0-3 anni e 4-6 anni (11,5% circa).

 

In Lombardia quasi un bambino su tre a rischio povertà ed esclusione sociale

A rinforzare l’allarme dell’Istat sull’incidenza della povertà tra i minorenni (più che altro ad anticiparlo) è arrivato anche il rapporto “I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia: i dati regione per regione 2018, curato dal “Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”, presentato a Milano lo scorso 13 giugno (qualche girono prima del report dell’istituto statistico). Una pubblicazione che fotografa la situazione dei minori in Italia su base territoriale a partire dai dati disponibili dalle fonti ufficiali disaggregati su scala regionale, con particolare riferimento a: dati demografici; ambiente familiare e misure alternative; educazione, gioco e attività culturali; salute, disabilità e servizi di base; povertà e protezione.

In Lombardia, i minori che vivono in condizione di povertà relativa rappresentano il 14% dei residenti. Quelli a rischio povertà ed esclusione sociale sono il 22,8%. «Resta critica l’esigibilità del diritto allo studio e all’educazione per i bambini e i ragazzi con disabilità – sottolineano i ricercatori – e sono tuttora evidenti importanti difformità territoriali nell’offerta di servizi di tutela della salute, in particolare per maternità e prima infanzia. La Lombardia, inoltre, è la seconda regione italiana, per numero di presenze di minorenni migranti soli: il 7,8% del totale delle presenze (973 nel 2018)».

La geografia del disagio nello stivale

I poveri vivono soprattutto nel Sud Italia. L’stat rileva, infatti, come l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma notevolmente superiore nel Mezzogiorno (9,6% nel Sud e 10,8% nelle Isole) rispetto alle altre aree (6,1% nel Nord-Ovest e 5,3% nel Nord-est e del Centro). Rispetto al 2017, le famiglie in povertà relativa aumentano al Nord (salgono da 5,9% al 6,6%), mentre nel Mezzogiorno c’è una dinamica opposta (dal 24,7% nel 2017 al 22,1% nel 2018), con una riduzione dell’incidenza sia nel Sud (da 24,1% a 22,3%) sia nelle Isole (da 25,9% a 21,6%).

Anche in termini di individui, il maggior numero di poveri (oltre due milioni e 350mila, di cui due terzi nel Sud e un terzo nelle Isole) risiede nelle regioni del Mezzogiorno (46,7%), il 37,6% nelle regioni del Nord, circa 1 milione e 900mila individui (il 22,7% nel Nord-ovest e il 14,8% nel Nord-est). L’incidenza di povertà individuale è pari a 11,1% nel Sud, 12,0% nelle Isole, mentre nel Nord e nel Centro è molto più bassa e pari a 6,9% e 6,6% (nel Nord-ovest 7,2%, nel Nord-est 6,5%).

 

Più studi, meno sei povero

La diffusione della povertà diminuisce al crescere del titolo di studio. Tra chi ha conseguito un titolo almeno di scuola secondaria superiorel’incidenza della povertà assoluta è pari al 3,8%. Si attesta su valori attorno al 10% tra chi ha al massimo la licenza di scuola media.

 

Associata al titolo di studio è la condizione professionale e la posizione nella professione della persona di riferimento: se dirigente, quadro o impiegato, la famiglia è meno a rischio di povertà assoluta, con l’incidenza che si attesta intorno all’1,5%. Se la persona di riferimento è operaio o assimilato, la povertà riguarda il 12,3% delle famiglie. Tra le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione questa quota sale al 27,6%.

 

Gli stranieri

 

Si confermano le maggiori difficoltà per gli stranieri: oltre un milione e 500mila quelli in povertà assoluta, con una incidenza pari al 30,3% (tra gli italiani è il 6,4%). Le famiglie in povertà assoluta sono composte nel 68,9% dei casi da famiglie di soli italiani (1 milione e 250mila) e per il restante 31,1% da famiglie con stranieri (567mila) mentre le famiglie di soli italiani rappresentano il 91,3% delle famiglie nel loro complesso contro l’8,7% delle famiglie con stranieri. L’incidenza di povertà assoluta è pari al 25,1% per le famiglie con almeno uno straniero(27,8% per le famiglie composte esclusivamente da stranieri) e al 5,3% per le famiglie di soli italiani. La criticità per le famiglie con stranieri è maggiormente sentita nei comuni centro di area metropolitana, dove l’incidenza arriva al 26,2% (28,8% per le famiglie di soli stranieri).

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20/06/2019

Genova

da Il Manifesto

 

Porti di morte. Quattro coppie di centraline elettroniche e relativi generatori su ruote destinati a Jeddah non saranno caricati per l'annunciata protesta dei portuali

 

Niente imbarco per le armi saudite a Genova ma anche nessun presidio in banchina contro la nave saudita Bahri Jazan, in arrivo stamani. Ieri l’agenzia marittima Delta, che rappresenta l’armatore statale saudita Bahri, in accordo con lo spedizioniere, l’azienda armiera italiana Teknel, ha deciso di soprassedere al carico del materiale bellico stoccato nei depositi marittimi dallo 20 maggio quando i portuali genovesi si rifiutarono di caricarlo sulla nave Bahri Yanbu.

Si tratta di 4 coppie di centraline elettroniche e relativi generatori su ruote destinati a Jeddah. La decisione della Teknel prende atto della nuova protesta indetta dai portuali contro la fornitura di armi per la guerra in Yemen, e dice di voler ora trasportare le armi via terra.

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