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29/07/2020

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Antonello Patta, responsabile lavoro

 

Oggi il falco Bonomi, presidente di Confindustria, sulle pagine del Corriere torna alla carica pretendendo per le imprese assistenzialismo incondizionato e attaccando a muso duro i contratti nazionali. Neanche la strage provocata in Lombardia induce il padronato ad atteggiamenti meno prepotenti. Dal governo ha la faccia tosta di esigere da una parte l’eliminazione dell’Irap e soldi alle imprese senza la pretesa che il pubblico entri nella gestione, dall’altra la fine dei sussidi “a pioggia” cioè a chi è senza reddito e la libertà di licenziare.

 

Ai sindacati manda a dire che non solo non ci sono aumenti per i contratti nazionali, ma che “in alcuni casi dovrebbero essere i dipendenti a restituire gli aumenti” e che il contratto nazionale deve essere superato da quello aziendale con aumenti solo sulla produttività. In sostanza Bonomi pretende una totale continuità con quelle politiche fallimentari che hanno impoverito il tessuto produttivo italiano, cancellato o quasi intere filiere e produzioni nonostante i salari tra i più bassi d’Europa, alta disoccupazione, libertà di licenziare, precarietà diffusa e lavoro nero. Se il governo continua ad assecondare Confindustria – le imprese hanno ricevuto i due terzi dei fondi erogati quest’anno – il paese andrà incontro a una regressione peggiore di quella vissuta dopo l’ultima crisi. E’ evidente che in mancanza di una forte iniziativa del mondo del lavoro continuerà a prevalere l’influenza dei poteri economici e finanziari. Solo con una decisa, larga e unitaria ripresa delle lotte che coniughino la difesa dei diritti, del welfare, dell’occupazione con la necessità inderogabile di una riconversione ambientale dell’economia sarà possibile rispondere alla crisi. Bonomi chiede al governo un piano di riforme? Ne indichiamo alcune noi:

 

- riduzione orario di lavoro a 32 ore a parità di salario,

 

- introduzione salario minimo orario di 9 euro,

 

- reintroduzione articolo 18 e abrogazione norme di precarizzaxione del lavoro,

 

- piano per il lavoro con assunzioni a tempo indeterminati nella scuola, nella sanità e nella PA che ci collochino almeno entro la media europea,

 

- garanzia reddito per tutte/i attraverso estensione del reddito di cittadinanza eliminando attuali condizionalità,

- tassazione patrimoni al di sopra di 1 milione di euro con aliquote più alte per grandi ricchezze,

- progressività imposizione fiscale secondo dettato costituzionale,

- accesso alla banca dati delle banche per Agenzie delle Entrate,

- ripubblicizzazione autostrade, servizi pubblici (acqua) e settori strategici a partire dalla siderurgia,

- stop al consumo di suolo, nuova legge urbanistica (quella di Eddyburg) e misure di riconversione ecologica,

- abrogazione modifiche titolo V e pareggio di bilancio dalla Costituzione.

Basta con i finanziamenti a pioggia alle grandi imprese!

30 anni di subalternità a Confindustria hanno reso più povero il paese, si riparta dagli interessi di lavoratrici e lavoratori.

 

28/07/2020

da Il Manifesto

Francesca Del Vecchio

 

NATO CON IL CAMICE. Le opposizioni si dicono disposte a utilizzare «tutti i mezzi a disposizione». Ma Italia Viva è contro la mozione di sfiducia

 

Attilio Fontana prova a difendersi nell’aula del consiglio regionale. In un discorso durato quasi un’ora, con la maggioranza che gli fa quadrato intorno – sventolando bandiere lombarde con la rosa camuna – ribadisce la correttezza delle sue azioni e attacca le «polemiche strumentali lesive della mia persona e del ruolo che ricopro».

 

DOPO IL TERREMOTO giudiziario del weekend, quando la procura di Milano gli aveva notificato l’avviso di garanzia per frode in pubblica fornitura nell’ambito della vicenda dei camici forniti da Dama spa ad Aria (società che controlla gli acquisti del Pirellone), il governatore leghista si è presentato in consiglio regionale per raccontare la sua verità. «Chiesi io a mio cognato di non accettare il pagamento» per i 75 mila camici forniti dalla sua società «proprio per evitare polemiche e strumentalizzazioni», dice il presidente della Regione che prova a smarcarsi dalle accuse.

 

«Ho saputo dei rapporti negoziali tra Dama e Aria solo il 12 maggio», continua Fontana ma nella sua ricostruzione qualcosa non torna, come ribadiscono le opposizioni: «Il mancato bonifico è del 19 maggio, mentre le dichiarazioni di Fontana di estraneità all’ordine di camici e kit sanitari è del 7 giugno», spiegano dalla minoranza.

 

MA NEL TARDO POMERIGGIO di ieri, diverse ore dopo la conclusione dell’intervento in aula, spunta fuori un dettaglio non da poco dall’interrogatorio di Filippo Bongiovanni, dirigente dimissionario di Aria, anche lui accusato dello stesso reato di Fontana. L’ex dg avrebbe infatti affermato davanti ai pm milanesi di aver riferito già il 10 maggio a Giulia Martinelli, capo della segreteria di Fontana, nonché ex moglie di Salvini, dell’esistenza di un contratto di affidamento diretto per la fornitura a Dama.

 

Versione che sembra scontrarsi con quella del governatore. Fontana, però, potrebbe decidere di presentarsi davanti ai magistrati per l’interrogatorio già a settembre, come ha spiegato il legale Jacopo Pensa che ha incontrato il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli per «uno scambio di vedute».

 

Il difensore sostiene che si tratti ancora «di accuse fumose e ipotetiche» e aggiunge che la Procura non ha apprezzato il mancato completamento della fornitura dei camici: «chi non ha rispettato il contratto è stato il cognato», puntualizza.

 

Alla ricostruzione dei fatti manca però anche la conversione della fornitura in donazione: passaggio che non fu mai registrato. I giudici di Milano comunque vogliono vederci chiaro e stanno estendendo le verifiche anche al conto in Svizzera da cui doveva partire il bonifico di 250 mila euro, su cui il governatore, nel 2015, avrebbe scudato i 5 milioni di euro di «eredità materna».

 

Una vicenda giudiziaria che ha investito a pieno titolo la politica con le accuse a Fontana di non poter più guidare la giunta lombarda. Non bastano le dichiarazioni di sostegno che il governatore leghista riceve dai colleghi Zaia e Toti: le opposizioni lombarde (Pd, M5s, + Europa Radicali, Azione e Lombardi Civici europeisti) si dicono pronte a utilizzare «tutti i mezzi a disposizione, compresa la mozione di sfiducia della quale il M5S si è fatto promotore, per metterlo davanti alle proprie responsabilità».

 

ITALIA VIVA, INVECE, con la consigliera Baffi si smarca e fa l’occhiolino alla maggioranza: «Non condivido la mozione, frutto di un’elencazione di fatti sommari. Fontana ha ripercorso le fasi della gestione dell’emergenza sanitaria in modo puntuale». Anche a Roma, i più agguerriti restano i 5 stelle che attaccano il «modello Lega» applicato alla sanità.

 

«Il problema intorno alla gestione degli ospedali in Lombardia resta, in perfetta continuità con Formigoni. Si è voluto trasformare un momento difficile in una spettacolarizzazione politica», ha detto il viceministro M5s allo Sviluppo economico Stefano Buffagni mentre dal leader pentastellato, Vito Crimi, arriva l’accusa a Fontana di essere «attaccato alla poltrona».

 

Il capo politico del Movimento non perde l’occasione per una bordata anche a Salvini, «principale sponsor: non stupisce che difenda a spada tratta il governatore arrivando a sbraitare contro chi indaga».

 

Intanto, arriva nel tardo pomeriggio di ieri la convocazione della commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid per il 7 settembre. La task force del consiglio regionale, che da mesi attende la nomina di un presidente tra le file dell’opposizione, era ostaggio del veto della Lega sul candidato del Pd, oltre che di divergenze interne all’opposizione.

26/07/2020

da il Manifesto

Voncenzo Scalia

 

Riforme. I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto

 

Da George Floyd a Piacenza, gli abusi commessi da parte delle forze dell’ordine hanno conquistato la ribalta pubblica. Il dibattito che ne è seguito si articola in due direzioni: alcuni insistono sull’integrità dell’operato di poliziotti e Cc, rifugiandosi nella formula delle poche mele marce.
Questa posizione mira a liquidare sbrigativamente un problema che si connota come un fiume carsico della vita pubblica italiana, e, per rimanere nella storia recente, da Carlo Giuliani a Riccardo Magherini, ha rivelato l’inadeguatezza delle forze di polizia italiana a rapportarsi con la complessità sociale contemporanea.

 

Altri, sull’onda di quanto è successo a Minneapolis, propongono di smantellare le forze di polizia. Anche questa posizione, per quanto prospetticamente valida, mostra le sue evidenti lacune. Innanzitutto, perché sorvola sulle specificità del contesto statunitense. In secondo luogo, perché i tagli alla polizia, in UK e negli Usa, sono parte del pacchetto neoliberista. Ad esempio, dal 2010, quando i Tories sono tornati al potere, i tagli alle forze di polizia si attestano al 30%, con la cancellazione di esperienze come le Female Units, vere e proprie unità di supporto per le donne vittime di violenze, composte da poliziotte, assistenti sociali e counsellors.
All’interno della cornice neoliberista, privatizzare la polizia significa affidarsi a gruppi equivoci, come è successo in Francia e in UK, con società che facevano capo ai neofascisti a gestire i centri di permanenza e gli hotspot. Come vorrebbe fare la Lega con le ronde padane.

 

La questione di una polizia all’altezza di una società democratica, multiculturale e, possibilmente, inclusiva, rimane in tutta la sua attualità. I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano, per dirla col criminologo inglese Maurice Punch, che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto. Da un lato, le forze di polizia non sono asettiche rispetto alla società in cui operano, bensì ne riflettono gli umori, le percezioni e le pulsioni.

 

In altre parole, il razzismo, il sessismo e il classismo, in una società che ha fatto della domanda di sicurezza la sua cifra politica, si pone come un elemento strutturale delle forze dell’ordine. Dall’altro lato, lo spirito di corpo, l’identità professionale, l’esercizio di funzioni repressive, rendono i poliziotti più lenti a recepire i mutamenti sociali.
È stato così nell’Inghilterra dei primi anni Ottanta, coi bobbies ad agire verso gli afrocaraibici sull’onda del pregiudizio verso i lavoratori ospiti, senza tenere conto che si trovavano di fronte a cittadini britannici di nascita e di cultura. È così nell’Italia di oggi, dove Ps e Cc si ostinano a utilizzare categorie moraliste come «drogato» nei confronti del popolo della notte, fino a provocare tragedie come quella di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini.

 

Nel caso italiano, inoltre, troviamo l’afflato etico delle polizie continentali, che pretendono di esercitare un presidio di tipo morale sui valori fondativi della vita associata, e si credono di conseguenza al di sopra della legge. È proprio questo il nodo da sciogliere, ovvero quello dell’accountability. Lo scarto tra le pratiche di polizia, ad orientamento contenitivo, e il flusso delle relazioni sociali, può essere colmato attraverso l’istituzione di meccanismi e procedure che tutelino i cittadini, e rendano le forze dell’ordine responsabili dei loro comportamenti.

 

Ad esempio, in UK esiste l’Independent Office for Police Conduct, a cui ci si può rivolgere nel caso si ritenga di essere stati vittime di abusi, che dispone del sostegno personale e legale a favore dei ricorrenti, e ogni anno presenta una relazione al Parlamento. Un organismo di questo tipo sostituirebbe le attuali procedure di inchiesta, che al momento, in Italia, sono interne alle singole forze di polizia. L’obbligatorietà del numero di matricola costituirebbe la seconda misura da implementare, in modo da rendere identificabili i poliziotti e di facilitare l’avvio di eventuali inchieste.

 

Altri aspetti riguardano la formazione e il reclutamento. A partire dalla rivolta afrocaraibica di Brixton del 1981, la polizia britannica si è adoperata per reclutare tra le sue fila membri delle minoranze razziali, fino ad espandere il discorso inclusivo verso il reclutamento di poliziotti Lgbtqi. Tali misure vanno di pari passo a una formazione orientata verso il rispetto delle diversità. Ovviamente, se i rapporti di forza rimarranno orientati a destra, queste misure non basteranno a cambiare positivamente l’operato delle forze di polizia. Costituirebbero comunque un passo avanti in un paese in cui nessuno, neppure la Lega, vuole smilitarizzare i Carabinieri.

25/07/2020

da Il Manifesto

Eleonora Martini

 

Nel 2018 la caserma Levante ha ricevuto una menzione speciale per la lotta allo spaccio. Sospesi il comandante provinciale di Piacenza, quello del reparto operativo e del nucleo investigativo

 

Correva l’anno 2018 quando un militante egiziano dei Si Cobas di Piacenza, arrestato e processato per direttissima per il possesso di tre grammi di marijuana (trasportati insieme ad una bandiera del sindacato), denunciava di «essere stato messo contro il muro da sei agenti e picchiato» all’interno della ormai famigerata caserma Levante. Quella che la procuratrice capo Grazia Pradella, dopo sei mesi di indagine, ha posto sotto sequestro due giorni fa, dopo aver incriminato l’intera squadra di carabinieri (tranne uno) che vi prestavano servizio, accusandoli di reati che vanno dal traffico di stupefacenti all’estorsione e alla tortura, commessi dal 2017 ad oggi. In quello stesso anno, numerosi attivisti di sinistra piacentini che avevano partecipato alle manifestazioni di piazza (a febbraio) contro l’apertura di una sede di CasaPound, subirono, oltre alle cariche della polizia, anche il fuoco incrociato di «denunce e repressioni».

 

PROPRIO A METÀ DEL 2018, nel corso della cerimonia per i 204 anni della fondazione dell’Arma, il comandante della legione carabinieri Emilia Romagna riconobbe ai carabinieri della Levante una menzione particolare «per essersi distinti per il ragguardevole impegno operativo e istituzionale e per i risultati conseguiti soprattutto nell’attività di contrasto al fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti».

 

E non c’era alcuna ironia. Nessuno evidentemente aveva notato nulla di strano, in quella caserma, o nel lusso ostentato da alcuni militari. Eppure Piacenza non era estranea a questo tipo di “scandali”: nel 2013, per esempio, sei poliziotti della Questura vennero arrestati insieme ad altre sette persone e accusati di traffico di stupefacenti, favoreggiamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina, falsificazione di atti d’ufficio per garantire l’impunità ai coindagati.

 

IERI PERÒ, MENTRE I PM piacentini Matteo Centini e Antonio Colonna iniziavano ad interrogare i primi due dei sei carabinieri arrestati, e mentre le indagini proseguono per scoprire se qualcuno, nella catena gerarchica militare, abbia volontariamente coperto i reati che si ipotizzano a carico dei loro sottoposti, il comando generale dell’Arma ha anticipato la magistratura e ha azzerato tutta la scala gerarchica sovrastante la caserma di via Caccialupo. Sono stati rimossi infatti il comandante provinciale Stefano Savo, che era arrivato a Piacenza nel novembre dell’anno scorso, il comandante del reparto operativo Marco Iannucci e il comandante del nucleo investigativo Giuseppe Pischedda, anche se nessuno dei tre al momento è sotto inchiesta. Poco prima, nel pomeriggio, la pm Pradella aveva ricevuto in procura il comandante della Legione carabinieri Emilia Romagna, Davide Angrisani.

 

DA VIALE ROMANIA fanno sapere che le rimozioni hanno «un duplice scopo: agevolare il sereno e regolare svolgimento delle attività di servizio di coloro che subentreranno nelle prossime ore ai vertici locali e agli otto militari mandati a sostituire quelli arrestati, e per recuperare il rapporto di fiducia con i cittadini», compromesso dalle rivelazioni dell’operazione «Odysseus». Una decisione che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini aveva in qualche modo preannunciato dicendo chiaramente che «non devono esserci spazi di ambiguità o scarsa chiarezza, e bisogna fare piena luce su quello che è accaduto».

 

Intanto i due militari ascoltati ieri in carcere per l’interrogatorio di garanzia hanno risposto alle domande dei pm ma si sono detti «estranei» ai fatti più gravi e, tra le lacrime, secondo quanto riportato dai loro legali di fiducia, si sono mostrati «provati» e timorosi. E hanno chiesto la liberazione. Oggi sarà la volta dell’appuntato, considerato il capo dell’organizzazione «criminale».

26/06/2020

 

L'emergenza Covid non ha insegnato niente e per l' Ospedale di Castel del Piano continua tutto come se non fosse successo niente.

 

Non si parla di riaprire il reparto "temporaneamente chiuso", il laboratorio analisi rimane sotto utilizzato mentre si fanno convenzioni con quelli privati e, per la popolazione dell'Amiata, continuano i viaggi verso Grosseto per gli esami diagnostici e verso gli altri Ospedali della Provincia a causa della carenza di posti letto.

Per questi motivi e per mettere in evidenza le problematiche legate ai nosocomi periferici e delle zone disagiate, sabato 11 luglio riprenderemo da dove, a causa del blocco dovuto alla pandemia, avevamo lasciato e cioè con la manifestazione davanti all'Ospedale di Castel del Piano.

25/06/2020

da Il Manifesto

Andrea Capocci

 

Il rapporto. Pubblicato il dossier dell’Osservatorio sulla salute diretto da Walter Ricciardi. La pandemia ha messo in luce un sistema frammentato e diseguale. La sola spesa sanitaria in aumento è quella privata. 33 mila posti letto persi in 8 anni

 

La pandemia ha rappresentato un evento eccezionale nella storia di questo paese. Ma sarebbe un errore, una volta superata l’emergenza, ridurla a un brutto sogno da dimenticare rapidamente. Il Covid-19 ha infattI portato alla luce le lacune del nostro sistema sanitario, per le quali adesso è urgente correre ai ripari. È il messaggio principale del corposo rapporto «Osservasalute. Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle regioni italiane»: quasi 600 pagine dense di tabelle e grafici curate dall’Osservatorio sulla salute dell’università Cattolica di Roma, sotto la direzione di Walter Ricciardi. Il rapporto è stato presentato ieri e, pur riferendosi al 2019, non può non risentire del contesto in cui è stato redatto e pubblicato.

 

SE IL SALTO DI SPECIE del coronavirus non poteva essere anticipato, alla luce dei numeri erano prevedibili i punti deboli della nostra sanità. O, come sarebbe meglio dire, delle nostre sanità. Uno degli aspetti critici messi in luce dalla pandemia è stata infatti la frammentazione del Servizio Sanitario Nazionale conseguente alla riforma del 2001 che ha affidato alle regioni il compito di organizzare la sanità. «L’esperienza vissuta ha dimostrato che il decentramento della sanità, oltre a mettere a rischio l’uguaglianza dei cittadini rispetto alla salute, non si è dimostrato efficace nel fronteggiare la pandemia» spiega il direttore scientifico dell’osservatorio Alessandro Solipaca.

 

«Le Regioni non hanno avuto le stesse performance, di conseguenza i cittadini non hanno potuto avere le stesse garanzie di cura. Il livello territoriale dell’assistenza si è rivelato in molti casi inefficace, le strategie per il monitoraggio della crisi e dei contagi particolarmente disomogenee, spesso imprecise e tardive nel comunicare le informazioni».

 

È ESEMPLARE IL CONFRONTO tra Lombardia e Veneto, le prime regioni a entrare in emergenza dopo i casi di Codogno e di Vo’ Euganeo che da quel momento hanno seguito strategie autonome, con risultati ben diversi.

 

L’abbandono della sanità territoriale da parte delle giunte di centro-destra lombarde ha riversato un enorme numero di malati sui pronto soccorsi e sulle terapie intensive degli ospedali della regione. La rete della medicina di comunità del Veneto – prudentemente tutelata dal governatore Zaia – ha invece permesso di curare in anticipo, e a casa propria, i malati. Risultato: in Veneto si è rilevata la quota più elevata di casi positivi in isolamento domiciliare, dal 70% dei primi giorni al 90% della fine dell’ultimo periodo. In Lombardia, i pazienti ospedalizzati sono stati tra il 50 e il 60% inizialmente, per poi arrivare al 70-80% nel picco.

 

D’altronde, è toccato alle regioni tenere in piedi un servizio sanitario mediamente impoverito dal governo centrale. Le cifre parlano chiaro: la spesa sanitaria pubblica è riuscita nell’impresa di crescere ancora più lentamente (+0,2% su base annua tra il 2010 e il 2018) del Pil italiano, aumentato al tasso dell’1,2% nello stesso periodo. Compensare il taglio effettivo della spesa sanitaria è toccato alle famiglie, che hanno visto lievitare la spesa sanitaria privata del 2,5% annuo. Alla fine del 2018, la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto i 153 miliardi di euro. Di questi, 38 miliardi (il 25% circa) sono stati pagati direttamente dai cittadini. Nel frattempo, è continuata l’opera di “razionalizzazione” della sanità, con 33 mila posti letto cancellati (-1,8%).

 

LE DISPARITÀ REGIONALI si sovrappongono a quelle che colpiscono le diverse classi sociali. La popolazione immigrata dai paesi più poveri, ad esempio, utilizza i servizi sanitari il 40% in meno degli italiani. Secondo il rapporto, «tale divario potrebbe essere la risultante di un mix di fattori, costituito da un lato dal migliore stato di salute della popolazione immigrata (effetto “migrante sano”), che opera come selettore naturale sulle persone al momento della partenza, e dall’altro dall’effetto di barriere burocratiche e linguistico-culturali all’accesso».

 

LA CARENZA NELLE ATTIVITÀ di prevenzione si misura anche nella bassa copertura vaccinale contro l’influenza: nessuna delle regioni italiane ha raggiunto l’obiettivo minimo fissato nel piano nazionale di prevenzione, cioè la vaccinazione del 75% degli ultrasessantacinquenni. Ci si avvicina (si fa per dire) la Basilicata con il 66%, mentre in provincia di Bolzano non si arriva al 40%. Innalzare queste percentuali entro l’autunno sarà fondamentale. Dato che i sintomi di Covid-19 e influenza nelle fasi iniziali si assomigliano, le procedure di isolamento e test saranno estesi in maniera precauzionale anche ai malati di influenza. Una maggiore copertura vaccinale consentirebbe di ridurre per quanto possibile la componente influenzale nella popolazione malata e concentrare le risorse sul coronavirus.

24/06/2020

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Sicurezza. Fase 3, lavoro cura e salute al tempo della pandemia a partire dai dati dell'Inail al 15 giugno. La categoria più colpita resta quella degli operatori sanitari, la regione più colpita è la Lombardia

 

Il 15 giugno scorso i casi di contagio da Covid 19 sul lavoro segnalati dal quinto rapporto del’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail) erano 49.021, 1.999 in più rispetto ai 47.022 già rilevati dal monitoraggio pubblicato il 31 maggio scorso. I decessi per contagio sul lavoro sono 236 (+28), circa il 40% dei casi mortali denunciati dall’inizio dell’anno.
Questo sistematico censimento dei contagi e delle morti per Covid permette di ricostruire una geografia del lavoro molto precisa delle attività più a rischio. Al primo posto resta la sanità: il 72,2% dei casi denunciati e il 26,3% dei decessi continua a concentrarsi in questo settore e in quello dell’ assistenza sociale che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche, policlinici universitari, residenze per anziani e disabili.

 

A questi si aggiungono gli organismi come le Asl che hanno portato all’81,3% la quota delle denunce in complesso e al 36,5% quella dei casi mortali. Dopo ci sono tutte le attività come la vigilanza, la pulizia, i call center, la lavorazione di prodotti chimici, farmaceutici, alimentari, le attività di alloggio e ristorazione e il commercio.

 

È importante continuare a ragionare anche a partire dai dati sull’età dei lavoratori colpiti, e sul genere. Il 71,7% dei lavoratori contagiati sono donne, il 28,3% uomini. Questo rapporto si presenta rovesciato nei casi di mortalità. I decessi degli uomini sono stati l’82,6% del totale. L’età media dei lavoratori che hanno contratto il virus è 47 anni per entrambi i sessi. Sale a 59 anni per i casi mortal: (57 per le donne e 59 per gli uomini. Il 70,3% dei decessi, in particolare, è concentrato nella fascia di età 50-64 anni, seguita da quelle over 64 anni (18,6%) mentre per la fascia 35-49 anni si registra il 9,4% dei decessi denunciati e l’1,7% tra gli under 34 anni.

 

Le categorie più contagiate nella sanità sono i tecnici della salute con il 40,9% delle denunce complessive. Seguono gli operatori socio-sanitari (21,3%), i medici (10,7%), gli operatori socio-assistenziali (8,5%) e gli ausiliari, i portantini, i barellieri (4,8%). I tecnici della salute sono anche la categoria più colpita dai decessi, con il 12,8% dei casi: il 61% sono infermieri, seguiti dai medici (9,9%) e dagli operatori socio-sanitari (7,8%).

 

E arriviamo alla distribuzione geografica dei contagi e delle morti. La zona più colpita del paese è il settentrione dove sono concentrare oOtto denunce su 10: il 56,1% nel Nord-Ovest (il 36,% in Lombardia) e il 24,2% nel Nord-Est (il 10,2% in Emilia Romagna). Il resto dei casi è distribuito tra Centro (11,8%), Sud (5,7%) e Isole (2,2%). Più di quattro decessi su 10 (43,2%), sono avvenuti nella sola Lombardia.

 

Quanto ai numeri generali ieri sono scesi ancora: le vittime del Covid sono state 18 nelle ultime 24 ore, 6 in Lombardia, 4 in Piemonte, 2 in Lazio e Puglia e 1 in Emilia-Romagna, Veneto, Toscana e Liguria. Nessuna vittima nelle altre regioni. 122 i tamponi positivi, 62 in Lombardia.  

20/06/2020

Segreteria 

Rifondazione Comunista di Santa Fiora 

 

Da circa metà marzo gli uffici postali "periferici" della nostra provincia, e per periferici intendiamo quegli uffici che rimanevano aperti prima della chiusura per Covid19 per almeno tre giorni alla settimana, non hanno più osservato aperture al pubblico sino alla data del 20 aprile scorso. Solo da allora si è visto il riattivarsi del servizio in molti di essi, ma per un solo giorno a settimana, non più tre. In questa condizione si ritrovano attualmente ben 36 uffici, di cui ancora ad oggi non è dato sapere il destino. 

 

E' d'obbligo ricordare che la decisione di chiusura provocò molti malumori, non solo tra i cittadini, ma anche tra i rappresentanti istituzionali locali: diversi Sindaci dimostrarono la loro contrarietà alle chiusure, decretate da Poste Spa senza un preventivo confronto, che mancò anche verso i sindacati postali.

 

Come Rifondazione Comunista evidenziammo questo aspetto in un comunicato stampa proprio di quei giorni: ossia che la partita eterna tra il gigante delle telecomunicazione e i piccoli Comuni si trasformava in una inedita mischia a tre, una zuffa all'interno della quale i Sindaci, ancora una volta, si ritrovarono paradossalmente soli, accusati dai sindacati di dar luogo a  "sterili  polemiche", nel momento in cui si dichiaravano contrari alle chiusure imposte a marzo agli uffici postali della provincia.

 

In realtà questo atteggiamento era rivelatore dei reali rapporti di forza istituzionali per cui, se ora seguiamo la linea di condotta per come si è sviluppata in passato, che riproduce il modello aziendalistico che si è affermato nel tempo e che delinea i reali ruoli "moderni" ricoperti dai giocatori in campo, è facile per noi, oggi come oggi, essere facili profeti sul futuro postale in provincia.

 

Quindi venendo al tema, è giusto dare l'allarme per quei 36 uffici postali periferici che mancano all'appello?

 

La pandemia che stiamo ancora vivendo, e che ha parzialmente giustificato le decisioni prese durante questo drammatico frangente, rappresenta senz'altro un momento di crisi e,  come ogni crisi, presenta da una parte negativi ma contemporaneamente pure possibili opportunità.

Il concetto è semplice: le possibili opportunità non possono di certo sfuggire ad una grande Azienda quale il colosso postale privatizzato.

 

Poste Spa da oltre un ventennio si è sempre mossa senza tanti riguardi sui territori, che per reazione hanno potuto maturare, è il caso di ribadirlo, un'esperienza vasta e consolidata sull'argomento; stanno a testimoniarlo i nostri notiziari locali che, se sfogliati a ritroso negli anni, riportano fedelmente lo stillicidio del servizio postale in tutto questo tempo e i vari interventi delle autorità e della cittadinanza.  All'interno di tale dinamica, si è plasmata un'esperienza che ha coinvolto sull'argomento specifico le molte Amministrazioni Locali succedutesi nel tempo, di qualsiasi coloro politico.

 

Sulla base di quanto sopra esposto non è difficile immaginare che le vicende del COVID 19 possano diventare un nuovo pretesto per Poste Spa per proseguire l’antico disegno di taglio ulteriore dei servizi postali nei piccoli comuni. E’ necessario che i lavoratori postali, i cittadini e le amministrazioni locali facciano nuovamente sentire la loro voce in difesa di un Bene Comune come il servizio postale universale. Noi, come sempre, ci impegneremo in queste mobilitazioni.

Davide Conti

 

Colonialismo. In un paese in cui i conti con la storia vengono di norma evitati, si criminalizza un collettivo di studenti universitari che ha «colpito» con vernice e spray la statua di Indro Montanelli a Milano.

 

Il proverbio cinese recita «Quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito». Il dibattito pubblico in Italia non ha mancato, nel pieno di un movimento che solleva a livello globale la vitale questione della lotta al razzismo, al compito di confermare la validità di questo adagio.

 

Si è avviato una dibattito sulle statue erette in onore di personalità pubbliche da conservare da una presunta «furia iconoclasta», eludendo del tutto il senso di fondo che azioni simboliche di questo genere comunicano. In sostanza si rovescia il senso semantico dell’atto che più che un attacco al simbolo si manifesta come un simbolico attacco.

 

In un paese in cui i conti con la storia vengono di norma evitati, si criminalizza un collettivo di studenti universitari che ha «colpito» con vernice e spray la statua di Indro Montanelli a Milano.

 

A quell’azione si dovrebbero applicare gli stessi criteri invocati dagli indignati difensori del politicamente corretto che invitano (loro sì in difesa dei simboli e della retorica celebrativa che li accompagna) a contestualizzare storicamente atti quali il commercio di schiavi (è il caso Edward Colston la cui statua è stata abbattuta a Bristol) o «l’acquisto» di una bambina dodicenne eritrea, raccontato dallo stesso Montanelli in Rai nel 1969.

 

Si discute del dito con cui i figli della Repubblica chiedono conto ai padri delle nefaste eredità del passato radicate nel nostro presente (il razzismo e il colonialismo) anziché della luna che ci viene indicata ovvero i conti con la nostra storia fatta anche di fascismo, aggressioni coloniali, leggi razziste e crimini di guerra. Dalle ceneri di quelle vicende mosse la transizione da cui è nata con fatica la nostra Repubblica e la figura sfaccettata e complessa di Montanelli ne diviene quasi un archetipo. Celebre fu la sua polemica con il più importante storico del nostro colonialismo Angelo Del Boca. Uno scontro pubblico in cui il giornalista affermò più volte un falso storico, smentito dai documenti e dallo stesso ministero della Difesa, ovvero che l’esercito italiano non avesse usato gas e armi chimiche vietate contro la popolazione etiope durante «la conquista dell’impero».

 

Meno noto ma non meno significativo lo scambio epistolare tra lui e l’ambasciatrice Usa a Roma Claire Booth Luce del 6 maggio 1954. Allora Montanelli, di fronte all’ipotesi di un accesso al governo da parte delle sinistre attraverso le elezioni democratiche, non ebbe scrupolo a indicare un colpo di Stato come soluzione ai problemi dell’Italia, un Paese in cui «le maggioranze – scrisse – non hanno mai contato, sono sempre state al rimorchio di questo pugno di uomini che ha fatto tutto con la violenza. Questa minoranza esiste ancora e non è comunista. È l’ unica nostra fortuna. Bisogna ricercarla, darle una bandiera, una organizzazione terroristica e segreta e un capo».

 

Quale «capo»? Montanelli lo indicò richiamando un altro pezzo oscuro della nostra storia: «Propongo il Maresciallo Messe Capi e gregari debbono essere tutti Personae Gratae ai carabinieri». Giovanni Messe fu uomo di vertice militare durante tutte le guerre fasciste: Africa 1935; Albania 1939; Grecia 1940; Russia, al fianco delle truppe naziste nel 1941. Inviato da Mussolini in Africa comandò, col generale Rommel, l’Armata italo-tedesca ad El Alamein. Arrestato dalle truppe Alleate e trasferito in Inghilterra insieme ad altri generali, accusati di crimini di guerra, venne rilasciato su richiesta del capo di governo Pietro Badoglio (criminale di guerra in Etiopia) e nominato capo di Stato maggiore generale per continuare il conflitto bellico contro la Germania.

 

Nel dopoguerra fu uno dei principali oppositori dell’epurazione in seno alle istituzioni dello Stato. Fondò l’Unione Patriottica Anticomunista e divenne capo dell’Armata Italiana di Liberazione, due strutture militari poi assorbite all’interno degli apparati di forza dello Stato durante gli anni duri della Guerra Fredda. Concluse la sua vita pubblica da senatore nelle liste della Dc e del Pli. Anche Messe ha il suo busto pronto ad essere collocato nella sua città natale di Mesagne.

 

«Chiamate eroe un assassino» scrissero con lo spray tre ragazzi di Affile sul mausoleo eretto in onore del criminale di guerra Rodolfo Graziani. Furono giustamente assolti, a differenza del sindaco di quella cittadina che la Corte d’Appello di Roma ha condannato per apologia di fascismo.

 

Grattando sotto la vernice di Affile o di Milano affiora la storia controversa del Paese. Forse è per questo che, più che la loro rimozione, è utile l’uso pedagogico antifascista e repubblicano di quei monumenti, che raccontano alle giovani generazioni un Paese incapace di guardarsi allo specchio e li incarica di un compito di cui chi li ha preceduti non è stato all’altezza.

11/06/2020

da il Manifesto

Pierluigi Ciocca

 

Pandemonio. Gli imprenditori hanno patrimoni privati di migliaia di miliardi. Devono essi per primi ricapitalizzare le aziende. Lo Stato può contribuire in seconda battuta

 

La crisi economica è di tipo nuovo. Idee chiarissime si può solo fingere di averle! I vecchi parametri econometrici saltano. Sta scendendo la stessa propensione al consumo, sembra. E vi sono più motivi di riflessione.

 

Cadono sia la domanda sia l’offerta. Non si sa quale cade di più. L’incertezza impedisce di investire là dove i prezzi relativi salgono e di disinvestire là dove essi flettono (durevolmente?).

 

La domanda va sostenuta con tanta spesa pubblica. Ma occorre anche gradualità. Se si eccede e l’offerta è anelastica, alla disoccupazione si unirebbe l’inflazione, per ora limitata agli alimentari. La Bce si volgerebbe alla restrizione monetaria, come è nei suoi statuti, se non nelle sue propensioni.

 

Gli ammortizzatori sociali sono doverosi, ma non per i molti che stanno incassando quanto avevano dichiarato al fisco l’anno prima. Il problema – che è amministrativo, non normativo – dell’evasione precede ogni ipotesi di riforma tributaria, da rinviare a tempi meno tristi.

 

Sono cruciali gli investimenti pubblici. Il loro moltiplicatore è almeno triplo rispetto a quelli della spesa corrente e della detassazione. Promuovono lo stesso investimento privato e la produttività, quindi anche l’offerta. Gli investimenti pubblici netti – al netto dell’ammortamento – dovrebbero andare ben oltre il recupero delle decine di miliardi in meno cumulate rispetto al picco del 2009. Le priorità sono ovvie, stringenti: sanità, sicurezza del territorio, infrastrutture fisiche e immateriali, ambiente, soprattutto al Sud. Si deve al più presto varare un piano concentrato su pochi obiettivi primari e quindi attuarlo nello scorcio della legislatura. Superata la recessione il governo Conte avrà molto di strutturale da fare affinché l’economia ritrovi la crescita di trend, necessaria anche per riassorbire il debito pubblico.

 

Nel 2020 la spesa della Pubblica Amministrazione va aumentata fino a 200 miliardi, se la Banca d’Italia arriva a temere una caduta del Pil del 13% (che implicherebbe un milione e mezzo di occupati in meno). Sinora ne sono stati messi in campo 75, con modesti effetti moltiplicativi perché non includevano investimenti.

 

I proprietari delle imprese hanno patrimoni privati di migliaia di miliardi. Devono essi per primi ricapitalizzare le proprie aziende. Lo Stato può contribuire in seconda battuta, spingendosi sino ad assumere il controllo in casi drammatici come l’Ilva, ma senza sognare l’Iri. L’Iri è irripetibile perché non vi sono né soldi, né Beneduce e Menichella, né grandi tecnici servitori dello Stato (come Sinigaglia, Bordoni, Cortesi, Obber, Reiss Romoli, Rocca). Se le imprese industriali continuano a non rispondere, e comprano banche o assicurazioni invece di fabbriche, la partita per l’economia italiana è persa.

 

Quanto alla copertura della spesa, gli investimenti pubblici si autofinanziano (come Keynes spiegò un secolo fa), anzi abbattono il rapporto debito/Pil (Blanchard). Per il resto è rischioso tentare di piazzare titoli a 50 anni o irredimibili, e non riuscirvi. Bisogna ricevere dall’Europa quanto l’Europa offre (Sure, Bei, Mes, Recovery Plan). Nel caso dell’Italia ammonterebbe a buona parte di ciò che occorre. Il solo Mes restituirebbe ampiamente alle strutture della sanità pubblica i 15-20 miliardi tagliati dal 2000, potenziandole ulteriormente: ricerca, posti letto, non più code, vite salvate.

 

I crediti a tasso zero e ancor più i sussidi europei sono vincolati a determinati utilizzi, dai governi italiani condivisi. I titoli della Repubblica – se collocati! – non hanno vincoli. Ma pagano, ai tassi attuali, interessi del 2%. Su un debito aggiuntivo che arrivasse a 200 miliardi l’onere sarebbe di 4 miliardi l’anno per svariati anni. Qualunque maggioranza governativa accorta li risparmierebbe. Il gran dibattito politico italiano su questo punto è davvero patetico, o grottesco: “Molto rumore per nulla”.

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