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POLITICA NAZIONALE   POLITICA ITALIANA 

 

27/06/2022

 

Documento politico approvato dal Comitato Politico Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista domenica 26 giugno. 

 

COSTRUIRE LA COALIZIONE POPOLARE CONTRO LA GUERRA

 

Le profonde contraddizioni del capitalismo dopo decenni di egemonia neoliberista continuano a produrre scenari di crisi e regressione. Un modo di produzione che pone al primo posto l’accumulazione di capitale e non i bisogni sociali sta producendo sempre più conseguenze catastrofiche.  Non avevamo ancora superato la crisi sanitaria, sociale e economica prodotta dalla pandemia che è esplosa la guerra in Ucraina. L’inflazione e il carovita colpiscono i redditi delle classi popolari che pagheranno le conseguenze della guerra, della crisi causata dal covid e della speculazione sull’energia resa possibile dalle “riforme” neoliberiste degli ultimi decenni. La crisi climatica assume dimensioni percepibili ormai anche in un paese come il nostro con la siccità e il PO senza acqua. Negli USA una sentenza cancella il diritto all’aborto riportando indietro di cinquanta anni i diritti delle donne. Guerre e militarismo, disastri ecologici, crescita delle disuguaglianze, svuotamento delle democrazie, risorgere di nazionalismi, razzismi, oppressione di genere e patriarcato non sono residui del passato, ma elementi costitutivi della “modernità” del capitalismo neoliberista. La strage di decine di migranti nell’enclave di Ceuta e Melilla è l’ennesimo orrore, che si aggiunge alle decine di migliaia di vittime dimenticate di leggi razziste e securitarie e dell’esternalizzazione delle frontiere della ‘Fortezza Europa’. 

 

La guerra in Ucraina prosegue confermando i pericoli che abbiamo denunciato fin dal primo momento. L’invio di armi sempre più potenti e l’inasprimento progressivo delle sanzioni non fermano il massacro e il popolo ucraino è la prima vittima della “guerra per procura” tra USA e Russia. La sciagurata invasione decisa da Putin ha dato occasione agli USA di rafforzare la subordinazione dell’Unione Europea attraverso il rilancio della NATO e di compattare tutto il blocco occidentale nelle scelte di riarmo e nuova “guerra fredda” contro la Cina. La scelta della pace e della trattativa è indispensabile se si vuole evitare il rischio di una terza guerra mondiale e di un conflitto nucleare, fermare la corsa agli armamenti e il proliferare di nuovi conflitti. La condanna dell’azione militare e del revanscismo nazionalista putiniano non comporta nessuna indulgenza verso l’espansionismo della NATO. La lotta per la pace passa attraverso la critica dell’ideologia occidentale che legittima le scelte di guerra e del ruolo della NATO come alleanza aggressiva e fattore di destabilizzazione. La globalizzazione ha messo in crisi l’unipolarismo degli Stati Uniti che cercano di mantenere il dominio globale unipolare sostituendo sempre più la concorrenza economica con la forza militare, secondo la dinamica più classica dell’imperialismo. I popoli europei debbono rifiutarsi di seguire gli Stati Uniti nella loro strategia che compensa il declino economico con l’impiego di una supremazia militare che a livello globale è senza rivali: la spesa militare USA è maggiore della somma degli altri nove paesi con la spesa più alta messi insieme, nessuna altra potenza conta più di 800 basi militari in tutto il mondo. L’opposizione all’aumento delle spese militari in Italia e in Europa è decisiva non solo per recuperare risorse da destinare ai bisogni sociali ma soprattutto per evitare ulteriori scenari di guerra anche nucleare. L’opposizione all’invio delle armi in Ucraina è un no al crescente coinvolgimento diretto dell’Italia nelle guerre USA che ha visto il nostro paese trasformarsi in una piattaforma militare e i nostri piloti addestrarsi al lancio di bombe atomiche nei programmi di nuclear sharing della NATO. Gli F35 pronti all’uso delle armi nucleari sono l’ennesima dimostrazione della sostanziale cancellazione bipartisan dell’articolo 11 della Costituzione.

 

L’UE appare sempre più incapace di affrontare l’intreccio delle crisi, finanziaria e poi economica e sociale, sanitaria, bellica e climatica, i cui effetti si cumulano. La BCE che ha come obiettivo fondamentale, da noi sempre criticato, il controllo della stabilità monetaria affronta una dinamica inflattiva che viaggia verso le due cifre. Rispetto al passato l’inflazione non può in alcun modo essere ricondotta a dinamiche di crescita dei salari o a eccessi espansivi. A trainare il fenomeno sono gli aumenti dei costi nei campi energetici, alimentari, farmaceutici spinti dalle dinamiche dei mercati borsistici e dagli extra profitti.

Ora la BCE insegue la FED degli USA pensando di raffreddare la tendenza con aumenti del costo del denaro. Verosimilmente questo al contrario determinerà ulteriori riduzioni delle aspettative di crescita e ulteriore indebitamento degli Stati chiamati a fare fronte agli effetti delle crisi senza potere e volere intervenire sulle cause.

L’altra misura presa dalla BCE di terminare l’acquisto dei titoli di debito sovrano ha già determinato effetti negativi sugli spread. La parziale correzione intervenuta in direzione di interventi mirati e selettivi per limitare gli spread stessi è apparsa riparativa a danni già fatti e non si è ancora per altro concretizzata. Come non c’è nulla di fatto in termini di controllo sui tetti dei costi energetici. D’altronde la UE ha già dimostrato sia in termini di vaccini che di acquisto di armi di operare come pura piattaforma di mercato subordinata al sistema delle multinazionali.

 

La situazione appare ancora più strutturalmente drammatica se si pensa a come la UE secondo i dati forniti dalla stessa Lagarde sia l’area che ha visto crescere enormemente la quota di Pil legato agli scambi commerciali cresciuta di oltre venti punti superando il 50% nello stesso periodo in cui negli USA cresceva di tre punti restando appena sopra il 30%. Non a caso la forza economica del Paese leader europeo, la Germania, sta nei surplus delle esportazioni. Laddove quella USA poggia sul controllo monetario della globalizzazione.

 

Mentre l’UE schiaccia se stessa nel neoatlantismo che unisce ai guasti della globalizzazione quelli di una sua rottura per linee geopolitiche, i BRICS pongono il tema di un multipolarismo della globalizzazione stessa. La dimensione della proposta avanzata nel loro recente incontro, in particolare per quanto concerne l’uso negli scambi commerciali di uno strumento monetario diverso dal dollaro, ha indubbiamente effetti dirompenti. Nessuno purtroppo pone però il tema di fondo di una critica radicale dell’economia capitalistica finanziarizzata e globalizzata e di un’alternativa sociale ed ambientale che passi attraverso la cooperazione e la giustizia sociale e climatica.

 

L’Italia in questo quadro sta moltiplicando più che sommando gli effetti delle varie crisi. L’UE e il governo Draghi rispondono con un ritorno all’austerità che colpisce pesantemente l’economia reale e le classi lavoratrici del nostro paese già tartassati dai precedenti aumenti delle bollette e dal carovita. Le conseguenze saranno pesanti con chiusure e/o acquisizioni di aziende da parte di gruppi esteri, licenziamenti e nuova disoccupazione, perdita di potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, crescita delle fasce sociali impoverite. E’ bene ricordare inoltre che la crisi in atto colpisce e colpirà ancora più duramente l’occupazione delle donne e sta già creando un aumento di ferite personali e sociali contro tutti i soggetti meno garantiti. Razzismo, odio contro le donne, omofobia e transfobia sono una realtà che va valutata insieme alle questioni dell’oppressione e immiserimento di lavoratrici e lavoratori.

 

Sul piano ambientale la guerra ha dato l’occasione per rinunciare definitivamente alla transizione ecologica con il ritorno del carbone, delle trivellazioni e l’inserimento di nucleare e gas nella tassonomia europea.

 

Dal governo Draghi non sono arrivate risposte all’emergenza sociale, al carovita, alla precarietà, ai bassi salari né alcun rilancio del ruolo pubblico. Anzi proseguono i tagli a scuola, sanità e spesa sociale mentre aumentano le spese militari e si elargiscono enormi risorse alle imprese attraverso il PNRR. La pandemia non ha indotto alcuna svolta sostanziale nell’orientamento del governo tanto che viene rilanciata persino l’autonomia differenziata nella versione più estrema con il ddl della ministra Gelmini, un colpo irreversibile all’unità nazionale e all’uguaglianza dei diritti che penalizza fortemente il mezzogiorno.

 

La guerra in corso, e le politiche del governo Draghi, confermano che il bipolarismo è un gioco truccato e che si procede verso una democratura con governi che teorizzano di non dover essere controllati dal Parlamento. Occorre lavorare per la costruzione di un’alternativa popolare e autenticamente di sinistra ai poli politici esistenti caratterizzati da un nuovo atlantismo militarizzato ed aggressivo che vede in prima fila PD e FdI. Questo lavoro va portato avanti a tutti i livelli, a livello di territori così come a livello nazionale, mantenendo in ogni dove una linearità di collocazione politica alternativa alle forze di sistema. Operando concretamente e coerentemente in questo senso.

 

La guerra ha reso ancor più evidente la necessità di proseguire sulla linea indicata nel congresso nazionale di costruzione di “uno schieramento, una soggettività, un’aggregazione che, per dimensioni e credibilità, possa rappresentare una alternativa allo stato di cose presente” e che lavori fin da subito per cacciare il governo Draghi, responsabile delle politiche antipopolari che scaricano sulle classi lavoratrici i costi della crisi. La maggioranza del paese non condivide le scelte dello schieramento guerrafondaio e atlantista ma quasi tutto il parlamento si è schierato per l’invio di armi e l’aumento delle spese militari con tardive e incoerenti prese di distanza di M5S e Lega.

C’è bisogno di una coerente proposta politica pacifista che parli a una maggioranza del paese oggi priva di rappresentanza, un programma sociale che parli alle classi lavoratrici e popolari, un programma ecologista conseguente all’altezza delle molteplici emergenze che risponda alla sensibilità sempre più diffusa tra le giovani generazioni, un programma di difesa dei beni comuni e rilancio del pubblico, un programma di libertà e diritti per tutt*.

 

Lavoriamo per una coalizione di unità popolare – con un profilo pacifista, di classe, ecologista, femminista, solidale, libertario e antifascista – che si proponga di aggregare un blocco sociale su un programma di attuazione della Costituzione, di radicale alternativa per il nostro Paese, per la pace e un eco-socialismo del XXI secolo. Lavoriamo per una proposta che metta al centro le questioni sociali (salari, precarietà, stato sociale, pensioni, fisco) e sia percepibile da larghi settori popolari come necessaria e diversa dalle ricette delle classi dirigenti neoliberiste di centrodestra e centrosinistra.

 

La proposta di unità popolare va costruita sulla base di un programma di rottura e cambiamento contrapposto alle politiche portate avanti dalle forze di maggioranza che sostiene Draghi e dal partito unico della guerra, della precarietà, della precarizzazione, delle privatizzazioni, della devastazione ambientale.

 

L’autonomia e l’alternatività rispetto ai poli esistenti – e in particolare al PD – è fondamentale per rendere evidente che proponiamo di ricostruire una sinistra popolare che propone politiche radicalmente diverse da quelle antipopolari che hanno caratterizzato il centrosinistra.

 

Per questo ribadiamo la nostra critica non settaria ma determinata alle posizioni di quelle formazioni di sinistra e ai verdi che perseverano nell’alleanza con un PD che si identifica con il governo Draghi. Le posizioni del PD sulla guerra e il riarmo, come sulle principali questioni ambientali e sociali, mostrano che quella della sinistra “coraggiosa” – che abbiamo definito “ornamentale” – è una scelta del tutto inefficace sul piano dei risultati e dannosa sul piano politico perché ostacola la costruzione e la prefigurazione di un’alternativa nel paese. Sono questioni da porre con spirito costruttivo alle aree di sinistra e di movimento che sono state egemonizzate negli ultimi anni dalla logica del “meno peggio” e catturate nella finta alternanza del bipolarismo.

 

Proprio l’esempio di Melenchon e della NUPES in Francia dimostra per l’ennesima volta che una sinistra radicale può tornare ad avere dimensioni elettorali di massa sulla base di un profilo di netta distinzione dalle classi dirigenti responsabili delle politiche neoliberiste al servizio delle oligarchie economiche. Troviamo contraddittorie le dichiarazioni di entusiasmo per i risultati di Melenchon e la reiterazione dell’alleanza subalterna con i partiti che hanno un evidente profilo macroniano. Né appare assimilabile al “campo largo” italiano l’esperienza delle nostre compagne e compagni di Unidas Podemos in Spagna che pur con grandi difficoltà hanno una dimensione e un potere contrattuale ben diverso dopo una stagione di movimenti come gli “indignados” che ha cambiato negli anni scorsi i rapporti di forza. 

 

La nostra proposta politica è rigorosamente antifascista, antisessista, contro ogni forma di discriminazione e razzismo, per la difesa della laicità dello stato e contro ogni attacco oscurantista e reazionario ai diritti e alle libertà.

 

Rifiutiamo l’uso strumentale dell’antifascismo a fini elettorali non solo per l’evidenza che il PD è riuscito a condividere governi con tutti i principali esponenti della destra (anche quelli che vengono da MSI-AN) ma soprattutto per la constatazione che proprio il bipolarismo e i governi di cui fa parte il PD hanno prodotto la crescita inedita nella storia repubblicana del partito della fiamma tricolore.

 

E’ una grave responsabilità del PD e del centrosinistra quella di aver concorso in maniera determinante allo svuotamento della democrazia costituzionale e persino a iniziative qualunquiste come il taglio del numero dei parlamentari. A tutti gli autentici democratici e antifascisti proponiamo di unirci in una lega per la proporzionale, ponendo fine alle distorsioni della rappresentanza e ai rischi autoritari e di stravolgimento costituzionale propri del maggioritario. 

 

Abbiamo consapevolezza che una proposta di alternativa dovrà affrontare enormi difficoltà come abbiamo riscontrato da anni nelle elezioni regionali (con l’eccezione della Calabria) e amministrative. Però proprio l’ultima tornata amministrativa – pur evidenziando la persistente rarefazione della presenza della sinistra radicale e del partito nei comuni – ha visto alcuni risultati assai positivi di coalizioni di sinistra e civiche alternative (Cuneo, Carrara, Fabriano, Pistoia e Molfetta per esempio). Il dato principale rimane quello della crescita dell’astensione che va indagato a fondo.

 

Non basta dunque la riaffermazione della nostra alterità rispetto al centrodestra e al centrosinistra. La crisi di sistema in termini di legittimità e di rappresentanza è un fatto oggettivo. Bisogna intercettare la rabbia e la disaffezione di una larga parte della popolazione senza rappresentanza, che non si riconosce nell’attuale sistema politico e a cui bisogna proporre una prospettiva democratica di cambiamento. Lo possiamo fare nel lungo periodo stando in relazione con i bisogni materiali (sussistenza, lavoro, casa, salute, ecc.) delle fasce sociali che più subiscono le conseguenze del neoliberismo. Dobbiamo saper parlare a questa parte della società oggi largamente esclusa dal sistema politico, dobbiamo farlo non dall’esterno ma stando all’interno delle tante situazioni di disagio, di protesta, di rabbia sociale. Soltanto stando dentro questo campo, non importa se impolitico, riorganizzando una linea critica del basso contro l’alto, contro un sistema oligarchico che concentra il potere e il denaro in poche mani, abbiamo la possibilità di ricostruire le basi di radicamento di una sinistra di alternativa. A tal fine abbiamo la necessità, come già enunciato in un passaggio del documento congressuale, di “operare un deciso salto di qualità sul livello centrale” oltre che a livello di territori, salto di qualità che si deve “sostanziare in un’attitudine all’innovazione in direzione di un maggior radicamento del partito nelle lotte sociali”. Nel breve periodo abbiamo bisogno di un discorso e di una proposta politica che riesca a parlare anche attraverso i media e a suscitare attenzione e interesse in questi settori sempre più vasti del paese. Senza una proposta politica di rottura la stessa crisi del Movimento 5 Stelle sarà in parte capitalizzata dalla destra o determinerà ulteriore crescita dell’astensione. Certo il draghismo non è la risposta alla volontà di cambiamento che si era espressa con l’enorme consenso al M5S soprattutto nelle regioni meridionali.

 

Se la Nuova Unione Popolare Ecologica e Sociale, guidata da Mèlenchon, ha dimostrato che un programma e un discorso coerentemente di sinistra e ambientalista non sono condannati in Europa al minoritarismo è evidente che nel nostro paese non ci sono stati i cicli di lotte di massa e gli scioperi che hanno in Francia contrastato le misure antipopolari e le “riforme” neoliberiste.

 

Senza una ripresa delle lotte non cambieranno i rapporti di forza e gli orientamenti di massa, ma una proposta politica di sinistra può aiutare a dare spinta anche sul terreno sociale.

 

Lavoriamo per la convergenza dei movimenti come abbiamo fatto con la Società della cura, il Forum dei movimenti, il rapporto con il collettivo di fabbrica e il gruppo di supporto Insorgiamo della Gkn, il sostegno agli scioperi dei sindacati di base, le tante campagne e le pratiche sociali in cui siamo impegnate/i.

 

Il partito deve prestare attenzione al dibattito in corso nelle grandi organizzazioni di massa. Ciò vale, in questa fase, in modo particolare per il prossimo congresso nazionale della CGIL, le cui scelte sono decisive per dare, a una battaglia di opposizione contro la guerra e per una svolta decisa contro le politiche liberiste del governo Draghi, una dimensione di massa. Invitiamo tutti i nostri compagni iscritti alla CGIL a partecipare al congresso portando il nostro contributo. E’ per noi fondamentale che la CGIL recuperi un indirizzo conflittuale di classe che nel tempo si è largamente smarrito a partire dalla lunga stagione della concertazione, quando il dilagare della precarietà del lavoro, la caduta dei salari e l’implosione della capacità contrattuale avrebbero richiesto una forte conflittualità sociale e un altrettanto robusta capacità di mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici. 

 

Il terreno sociale e la costruzione di una proposta politica non sono sovrapponibili ma neanche separate. La necessità della riapertura di un ciclo di lotte e la questione del ritorno della sinistra sul terreno della rappresentanza istituzionale non vanno contrapposte. L’assenza nello spazio della rappresentanza e quindi del dibattito pubblico di una sinistra anticapitalista e antiliberista, femminista, ambientalista e pacifista pesa anche sulla capacità di incidere dei movimenti e contribuisce alla passivizzazione e alla spoliticizzazione delle classi popolari.

 

In questi mesi abbiamo lavorato sul terreno sociale e politico per costruire interlocuzioni in direzione della concretizzazione di una proposta politica di alternativa. La guerra e l’urgenza della mobilitazione hanno in parte rallentato i percorsi in cui eravamo impegnate/i ma ne hanno rafforzato le ragioni.

 

Il percorso che stiamo avviando deve darsi l’obiettivo di coinvolgere la partecipazione di chi in questi anni si è allontanata/o da ogni prospettiva di politica organizzata.

 

Intorno all’appello “per la rinascita della sinistra”, promosso da Angelo d’Orsi, si sono raccolte adesioni significative in direzione di una costituente. L’appello rossoverde di Transform ha aperto la riflessione per il rilancio di un progetto e di una pratica ecosocialista di ambientalismo anticapitalista e antiliberista non subalterno. L’appello delle lavoratrici e dei lavoratori indica il bisogno di una proposta politica che sia chiaramente di classe con un programma incentrato sui temi del lavoro e del reddito.

 

Lavoriamo sui territori per costruire iniziative di partito e/o unitarie di discussione sul tema della guerra e la necessità di un’alternativa di pace, ecologia e giustizia sociale relazionandoci con i promotori degli appelli che aiutano a ricostruire una sfera pubblica di sinistra.

 

Giudichiamo assai positivo il percorso avviato con la nascita della componente unitaria ManifestA – PAP – PRC alla Camera e salutiamo con gioia la costituzione di analoga al Senato. Anche la ricostruzione di relazioni unitarie con Pap è un fatto positivo. Lavoriamo per la confluenza delle soggettività della sinistra antiliberista e anticapitalista in un progetto che però acquisterà forza e credibilità solo se riuscirà a diventare un movimento popolare ampio e popolare, partecipato e plurale.

 

Abbiamo registrato forte sintonia con Luigi De Magistris sul progetto di costruire una coalizione politica e sociale, una coalizione-movimento popolare, che coinvolga partiti e soggettività di diversa natura impegnate sul piano sociale e politico. A supporto di questo progetto si è aggregata per iniziativa di Piero Bevilacqua una rete di intellettuali e di competenze per un lavoro di elaborazione di un programma da proporre al paese. Si tratta di primi passi di una possibile riaggregazione di energie e intelligenze.

 

Riteniamo importante per lo sviluppo del movimento pacifista la scelta di molte realtà del mondo cattolico e cristiano di schierarsi contro la guerra e l’invio di armi. Per la forte sensibilità sui temi della pace, della giustizia sociale, dell’antirazzismo, della consapevolezza ecologica e della solidarietà con il sud del mondo costituiscono un interlocutore importante anche per una coalizione popolare.

 

Il comitato politico nazionale impegna la segreteria e la direzione a proseguire il percorso intrapreso con Luigi De Magistris, la componente ManifestA, in cui coinvolgere tutte le soggettività politiche e sociali, da quelle della sinistra anticapitalistica, sino alle associazioni cattoliche, pacifiste, ambientaliste, femministe, meridionaliste, sulla base della linea emersa al congresso, allargando e approfondendo tutte le interlocuzioni sociali e politiche, a partire dalle personalità che hanno promosso e aderito agli appelli citati e dalle esperienze territoriali, per definire il profilo e i contenuti della proposta e avviare un processo di partecipazione e discussione che attraversi il paese.

 

È necessario individuare rapidamente un percorso visibile e riconoscibile, un processo politico aperto a tutti i soggetti interessati: partiti, organizzazioni, movimenti, associazioni, istanze, vertenze territoriali e singole persone. Questo va sostanziato auspicabilmente in tempi brevi, definendo come base di partenza gli obiettivi politici e le regole di funzionamento collettivo per avviare un’ampia discussione – nei territori come a livello nazionale – e declinare a livello di massa il progetto politico. Occorre dare sostanza a una progettualità di lungo respiro, che non nega e non sottovaluta l’appuntamento elettorale, ma si prenda cura della nascita di alleanze strategiche, per essere strumento efficace dell’opposizione sociale. Per dirla con l’Insorgiamo della GKN: non contendersi gli spazi esistenti, ma replicarli, farli crescere, moltiplicarli.

 

Il CPN impegna la segreteria e la direzione nella prosecuzione dell’impegno per la definizione della coalizione popolare con il coinvolgimento di tutto il partito a cominciare dai suoi organismi dirigenti, anche territoriali, e dai gruppi di lavoro appositamente costituiti.

 

Il Comitato Politico Nazionale invita circoli, federazioni e regionali al massimo impegno anche durante i mesi estivi nelle campagne contro la guerra e il carovita, contro l’autonomia differenziata e nel rafforzamento del partito con le campagne di tesseramento e autofinanziamento.

EDITORIALI E COMMENTI 

 

26/06/2022

da il Manifesto

Norma Rangeri

 

IL MOMENTO DI REAGIRE. Negli undici Stati in cui l’aborto è già limitato o vietato vivono circa 70 milioni di persone e dunque è immensa la popolazione femminile che per ottenere un diritto dovrà ora rischiare la vita. Come accadeva in Italia con migliaia di donne uccise dai ferri di calza.

 


Negli anni ’70, in Italia, le donne che volevano abortire avevano due possibilità. O affidare la propria vita alle mammane che praticavano l’aborto clandestino, o prendere un aereo per pagarsi l’intervento nelle cliniche di Londra. Una condizione che selezionava il bisogno secondo la classe sociale di appartenenza.

 

La lunga, inarrestabile e alla fine vincente, battaglia per conquistare la libertà di scegliere se e quando avere un figlio, ha segnato uno spartiacque sociale (con la legge sull’aborto gratuito e assistito), politico (la divisione tra partiti pro e contro), antropologico (l’autodeterminazione del nuovo soggetto femminista, protagonista dell’unica rivoluzione italiana). Che nessuno potrà rimettere in discussione, anche se, alla luce dei fatti americani, c’è chi, anche nel nostro paese, plaude alla sentenza della Corte suprema americana, sfoderando vecchi arnesi della propaganda antiabortista.

 

Con tutte le differenze del caso, è la realtà che oggi attende le donne statunitensi, di colpo private della legge-ombrello federale. Dovranno ingaggiare una lunga lotta contro i governi degli Stati più retrivi e, nel frattempo, attraversare i confini per andare a interrompere la gravidanza dove le leggi lo consentono.

 

La battaglia sarà durissima perché se la violenza che subirono le donne italiane fu terribile, con il Movimento per la vita che esponeva nelle piazze i feti abortiti nei barattoli di vetro, quella che dovranno affrontare le americane sarà ancora più feroce e brutale, commisurata al livello di violenza di quella società, capace di uccidere i medici abortisti, di picchettare le cliniche negli Stati che praticano l’intervento. Le cronache di queste ore già raccontano episodi di inciviltà.

 

Negli undici Stati in cui l’aborto è già limitato o vietato vivono circa 70 milioni di persone e dunque è immensa la popolazione femminile che per ottenere un diritto dovrà ora rischiare la vita. Come accadeva in Italia con migliaia di donne uccise dai ferri di calza.

 

Ma si apre anche un’occasione storica, una fase di grande opportunità. Perché la decisione della Corte suprema non corrisponde agli equilibri esistenti nel paese, e dunque tutta la società americana sarà impegnata in uno scontro culturale senza quartiere, come rifletteva ieri su Repubblica, la scrittrice femminista, Erica Jong. Le donne e tutta la società dovranno costringere il Congresso ad approvare una legge nazionale.

 

Con il medioevale balzo all’America di cinquant’anni fa, i giudici ultraconservatori hanno acceso una miccia poderosa sotto la prossima campagna elettorale di metà mandato. Con la possibilità concreta di cambiarle il segno.

 

Assisteremo a uno scontro di enorme rilevanza politica, che spaccherà lo schieramento repubblicano e arriverà nelle contee più remote del paese, perché, come abbiamo imparato in Italia e in Europa, le donne, religiose o laiche, già madri o ancora ragazze non obbediranno né al padre, né al marito, né al prete. Scavalcheranno religioni e appartenenze sociali, partiti e chiese, per emanciparsi da chi pretende di decidere della loro vita.

 

Anche se il mondo sembra correre con la testa rivolta all’indietro, alla fine gli anticorpi della società democratica, e, soprattutto la forza delle donne, respingeranno i crociati della preistoria.

POLITICA ESTERA 

 

25/06/2022

da il manifesto

Marina Catucci, NEW YORK

 

AMERICA SPROFONDA. Cancellata la storica sentenza Roe v. Wade del ’73 che lo tutelava a livello costituzionale. La decisione della Corte suprema firmata dai sei giudici della supermaggioranza conservatrice

 

La Corte suprema ha revocato il diritto costituzionale all’aborto in vigore da mezzo secolo, ribaltando la storica sentenza del 1973, Roe vs Wade con un voto 5-4, e spianando così la strada al divieto di aborto agli Stati gestiti dal Gop.
I giudici conservatori Clarence Thomas, Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett si sono uniti all’opinione di Samuel Alito, che ha scritto l’opinione vincente, con il giudice capo John Roberts che ha presentato un’opinione concordante nel giudizio per sostenere la delibera, ma in disaccordo con il ragionamento alla base della decisione della maggioranza. Sfumature, quelle di Roberts, che non hanno cambiato la traiettoria di una sentenza che getta il Paese in un territorio inesplorato a livello politico, legale, sociale e sanitario.
Tutto è stato un terremoto al rallentatore.

 

LA SENTENZA della Corte Suprema riguarda la richiesta dello Stato del Mississippi di riconoscere la loro legge che vieta l’aborto dopo le 15 settimane. La sentenza del 1972 Planned Parenthood vs. Casey aveva stabilito, invece, che l’aborto è praticabile fino alla viabilità del feto, vale a dire quando è in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero. Il parere di Alito, poi condiviso dagli altri giudici, è stato diretto: «La sentenza Roe v.Wade è nata sbagliata».


La decisione della Corte Suprema di ieri è stata il frutto di una battaglia legale che il Mississippi, con i gruppi politici e religiosi che si oppongono al diritto all’aborto, hanno cominciato partendo dalla causa costituzionale intentata dalla Jackson Women’s Health Organization contro la legge delle 15 settimane varata nel 2018, con l’intento specifico di arrivare alla Corte suprema.
Il principio era abbastanza semplice: con una Corte super conservatrice e praticamente nominata da Trump, cancellare Roe vs Wade sarebbe stata una passeggiata, ma per arrivare là era necessario superare una serie di passaggi intermedi rappresentati dai verdetti delle corti minori, molto più liberal. L’esame della Corte era poi iniziato lo scorso autunno.
La decisione di ieri era stata anticipata a inizio maggio, quando il portale di notizie online Politico aveva fatto trapelare la bozza della decisione scritta da Alito.

 

IL LEAK aveva scatenato una tempesta di reazioni e un’ondata di manifestazioni dei sostenitori del diritto all’aborto che si sono svolte in tutto il Paese, inclusa una protesta di più giorni davanti alla Corte suprema a Washington DC che aveva riportato le transenne attorno al palazzo, come non se ne vedevano dai tempi delle manifestazioni di Black Lives Matter di due anni fa.
Appena diffusa la notizia della decisione della Corte Suprema, il Congressional Black Caucus, guidato dal democratico Joyce Beatty, ha chiesto al presidente Biden di dichiarare un’emergenza nazionale, sostenendo che la decisione di limitare l’accesso alle cure per l’aborto «metterà in pericolo in modo sproporzionato» la vita dei neri americani. «Abbiamo visto com’era la vita prima di Roe vs. Wade, e l’America non può permettersi di tornare indietro», ha scritto Beatty.

 

LA CASA BIANCA si stava preparando silenziosamente per questo momento da mesi, ma il presidente ha affermato che nessuna azione esecutiva può colmare il vuoto sul diritto all’aborto lasciato dalla decisione della Corte. «La Corte ha fatto ciò che non aveva mai fatto prima: togliere espressamente un diritto costituzionale fondamentale per tanti americani che era già stato riconosciuto», ha affermato Biden durante un discorso alla Nazione che è arrivato poche ore dopo la pubblicazione della sentenza. Il problema ora si allarga, e sono in pericolo anche i diritti all’accesso alla contraccezione: il presidente ha affermato di stare dirigendo il dipartimento della Salute e dei servizi umani per garantire che la contraccezione resti disponibile per tutti, anche se gli stati cercano di limitarla. «La maggioranza conservatrice della Corte suprema mostra quanto sia estremista – ha detto Biden – La mia amministrazione utilizzerà tutti i suoi poteri legali appropriati, ma il Congresso deve agire, e con il vostro voto anche voi potete agire». Questa decisione infatti è destinata a condizionare le elezioni, poiché governatori, procuratori generali e altri leader locali avranno il potere di decidere quando e se l’aborto sarà consentito.
Una serie di dichiarazioni sono arrivate dai democratici, da Obama a Kamala Harris, da Nancy Pelosi a Elizabeth Warren, e i politici degli Stati a guida Dem hanno rassicurato sulla forza delle loro posizioni in difesa del diritto all’aborto. Ma questo non può bastare.

 

«CERCHIAMO di essere chiari al 100% – ha sintetizzato in un tweet il senatore dem del Connecticut Chris Murphy – Se tra 2 anni i repubblicani prenderanno il controllo della Camera, del Senato e della Casa bianca, passeranno il divieto nazionale dell’aborto». E a prescindere dallo stato «donne e medici saranno incarcerati per il fatto di esercitare l’assistenza sanitaria» e questo è un attacco ai diritti delle donne, e sull'aborto cala la mannaia.

EDITORIALI E COMMENTI 

 

24/06/2022

da Left

Gabriella Nobile 

 

“Con tutti i problemi degli italiani che non arrivano a fine mese, dobbiamo pensare agli immigrati?”. Questa è la frase che come un mantra, tutta la destra, con odio, ripete ogni qualvolta un giornalista chiede loro un commento sulla legge di cittadinanza. Sono decenni che usano questa scusa per negare diritti sacrosanti a giovani che in questa Italia ci sono nati o ci sono arrivati da piccolissimi. Stiamo parlando di quasi un milione e mezzo di ragazzi e di ragazze che a stento conoscono la lingua dei loro genitori, che invece parlano i dialetti delle città in cui vivono, che dicono “ti amo” in italiano e mangiano la pizza e gli spaghetti col parmigiano (citazione da Tommy Kuti).


A loro, che sono gli amici dei nostri figli, i loro compagni di banco, il futuro di questo Paese, hanno strappato via non solo la dignità ma anche il senso di appartenenza. Spesso mi chiedono: “Da dove può iniziare il nostro Paese per diffondere una vera cultura antirazzista?”.
La mia risposta è sempre la stessa: “Da una vera legge di cittadinanza. Perché se lo Stato riconoscerà come suoi figli tutti questi giovani, sarà naturale e normale farlo, anche per la società civile. Allora nessuno penserà più, vedendo un nero, che è uno straniero e che, in quanto nero, non può essere italiano.
Il razzismo è cosi profondamente insito nella nostra cultura che solo una legge così potente potrebbe aiutare il lento processo di decolonizzazione culturale.


Mia figlia ha 11 anni, è nata in Etiopia ed è di nazionalità italiana. Nel suo saggio di musical, con un ben noto teatro milanese, tutte e quattro le insegnanti hanno pensato bene di farla recitare con un accento inglese. L’unica nera sul palco, l’unica con un accento non italiano.


Cosa voglio dire con questo piccolo esempio? Che l’Italia è ancora troppo bianco-centrica per poter anche solo immaginare che una ragazzina con il colore della pelle diverso dal bianco possa essere italiana.
Questo accade a tutti i nostri figli, ogni giorno, quando vengono sistematicamente fermati dalle forze dell’ordine che invece di chiedere loro la carta d’identità, esigono il “permesso di soggiorno”, quando vengono seguiti in un negozio perché potrebbero rubare, quando gli servono al bar il caffè in una tazzina di plastica, quando le signore sull’autobus, vedendoli salire, si spostano e stringono al petto le borsette, quando gli sguardi li trafiggono come una lama tagliente.


Queste micro aggressioni, che non sono “episodi rari” ma quotidianità, ci raccontano quanto sia pericoloso questo sentimento afrofobico che viene alimentato anche dallo Stato. Come? Mettendo in un angolo buio giovani vite che chiedono solo quello che gli spetta di diritto, essere considerati alla stregua dei loro compagni, con gli stessi diritti e le stesse opportunità.


Negli anni, lo ius soli e lo ius culturae sono stati raccontati male e, in fondo, neanche la sinistra ci ha mai creduto. Si è arrivati a pensare che l’unico modo per diventare cittadini italiani fosse meritarselo. Se sei bravo nello sport, se eccelli in qualche attività, se salvi delle vite, invece della medaglia, ti do un bel premio: la cittadinanza.


Per questo motivo, un anno fa, la mia associazione, Mamme per la pelle, insieme all’avvocato Hillary Sedu e ad Amin Nour ha pensato di scrivere una nuova legge che potesse accontentare tutti i partiti, proprio perché questa non fosse una lotta politica ma di civiltà. Dopo mesi di studio, è stato scritto lo ius scholae, che abbiamo presentato a molti partiti e che il deputato Giuseppe Brescia ha sposato in pieno e fatto suo. Ottenere la cittadinanza alla fine della terza media, per chi è nato qui o è arrivato da piccolo. Questo perché la scuola è il primo luogo che cerca disperatamente di includere e perché la cultura è diritto di tutti.
Il 24 giugno verrà discussa in Parlamento, dopo vari rinvii e dopo centinaia di stupidi emendamenti scritti dalla destra, forse durante una cena molto alcolica. I più divertenti? Quelli che, come requisito per la cittadinanza, richiedevano il conoscere i santi patroni, le ricette regionali, le sagre di paese.
Sappiamo da chi e come sarà osteggiata la norma ma vorrei fare un appello a tutte quelle forze politiche che credono ancora nell’essere umano e nella giustizia.


A tutte quelle forze politiche che sanno che non stiamo parlando di immigrazione, di “barconi”, di “cittadinanza facile per tutti”.


Questa legge non toglierà nulla a nessuno di noi, neanche a quegli italiani “che non arrivano a fine mese”, darà solo diritti, orgoglio e dignità a tutti quei bambini nati o arrivati qui in età prescolare, che sognano sin da piccoli di poter gridare forte quello che sono e che sentono già nel cuore: “Io sono Italiano”!

 

Gabriella Nobile è scrittrice, attivista e fondatrice dell’associazione Mamme per la pelle

 

EDITORIALI E  COMMENTI 

 

23/06/2022

Da il Manifesto

Massimo Villone

 

M5S. In un sistema democratico stabilità e governabilità dipendono dalla sostanza e dalla coesione della società che si esprime nelle istituzioni, più che dalla loro forma

 

Che nel M5S fosse da tempo in atto una guerra a bassa intensità era chiaro a tutti. La deflagrazione era inevitabile. L’occasione è arrivata in Senato con la risoluzione sulla guerra in Ucraina.
Che alla fine un cambiamento l’ha prodotto davvero. Non sulle armi, ma con la scissione.
Un passaggio del discorso di Pierferdinando Casini, pronunciato in aula, subito dopo quello del Presidente del consiglio Draghi, ha probabilmente suscitato qualche tenerezza tra i meno giovani. Quando ha ricordato che nel bel tempo antico il dibattito si sarebbe chiuso secondo prassi, con le parole: il Senato, udite le comunicazioni del governo, le approva e passa all’ordine del giorno. Citazione corretta. È un paradosso solo apparente che il parlamento in cui risuonava quella formula testualmente priva di qualsivoglia motivazione avesse un peso ben maggiore di quello che oggi ha espresso una verbosa risoluzione. Il cui punto focale pare sia stato nell’”ampio coinvolgimento” di se stesso nelle decisioni governative.

 

Un’aula parlamentare ha un peso che si misura con la sostanza politica che in essa si esprime. Il dibattito in assemblea è il momento terminale di un processo politico complesso che si svolge prima del voto e fuori dell’aula. Quale che sia l’esito, serve a rendere visibile al paese quel processo. Chi prende la parola lo fa non per convincere gli indecisi, ma per rappresentare pubblicamente una posizione, una scelta, un progetto. E se questa sostanza manca, il peso dell’istituzione crolla.

 

La crisi della democrazia parlamentare di cui molto si discute, in Italia e non solo, è crisi dei partiti. Nella versione italiana, viene in specie dalla crisi del maggiore soggetto politico uscito dal voto del 2018. Era probabilmente scritta nel Dna del Movimento, il non-partito che non ha mai avuto una vera organizzazione strutturata, un vero gruppo dirigente, un vero progetto politico per il paese. Non bastano certo a crearli le investiture dall’alto, le esternazioni sui blog, i voti plebiscitari assunti su piattaforma su quesiti più o meno orientati.

 

Questo ha permesso al Movimento, nato come contenitore indifferenziato di proteste, di rimanere a Palazzo Chigi con tre governi del tutto diversi. Ma non ha retto le pressioni delle scelte poste da drammi epocali come la guerra in Ucraina, o da vicende oggettivamente di ben più modesta portata ma di fatto parimenti decisive, come il limite dei due mandati.
Quali effetti possiamo aspettarci? Una crisi appare al momento improbabile. Ma i veleni scorrono, e lo scenario di un indebolimento di Draghi per la scissione M5S può portare a un nuovo mantra sulla governabilità/stabilità, con la richiesta di esecutivi forti eletti per la legislatura e annesse proposte di riforme istituzionali.

 

La risposta era ed è che l’ingegneria istituzionale alla fine non serve.
In un paese che voglia definirsi democratico la stabilità e la governabilità dipendono dalla sostanza – e in specie dalla coesione – della società che si esprime nelle istituzioni, assai più che dalla loro forma. E una società che in parti rilevanti attende risposte che non arrivano è per definizione instabile.
Un esempio è dato dalle ultime elezioni francesi. Non a caso, si legge sui giornali d’oltralpe che la Francia si è italianizzata. Una forma di governo pensata come iper-presidenziale consegna ora la prospettiva di governicchi e defatiganti trattative post-elettorali. Altro esempio viene dagli Stati Uniti, dove il presidenzialismo classico ha condotto alla radicalizzazione e alla spaccatura della società e del sistema politico. Che l’eletto sia presidente di tutti rimane un flatus vocis. Con buona pace di chi da noi vorrebbe il sindaco d’Italia.

 

Un altro effetto collaterale è dato da una più alta probabilità che Draghi, in presenza o in remoto, sia nel prossimo agone elettorale. In fondo, è stato proprio Draghi l’elemento catalizzatore del cambiamento. Lo è stato per la scissione M5S, potrebbe esserlo in futuro per la Lega, magari non in termini di scissione, ma di successione a Salvini e di restaurazione dell’originaria anima nordista. Come potrebbe essere riferimento della ristrutturazione del centro politico evocata da alcuni.

 

Draghi può piacere o no. Personalmente, ho sempre pensato che nel tecnico formalmente apolitico prima o poi affiori un’anima di destra. In ogni caso, è inutile fingere che Draghi non esista. Forse si potrebbe se fosse stato mandato al Quirinale. Ora, è improbabile che scompaia senza lasciare traccia. E dunque il problema è: la sinistra cosa farà per certificare la propria esistenza in vita?

POLITICA NAZIONALE - POLITICA ITALIANA  - LAVORO E DIRITTTI 

 

22/06/2022

da il Manifesto

Massimo Franchi 

 

SCIA DI SANGUE. Due morti nel Veronese (uno in edilizia, uno in agricoltura), un 72enne in un cantiere a Lecce, uno sulla ferrovia Firenze-Roma

La striscia di sangue sul lavoro ieri è proseguita alzandosi di poco dalla media giornaliera: quattro morti di cui si ha notizia, molto probabile che altri verranno scoperti solo dall’Inail fra settimane o mesi, compresi tre feriti gravi, due ustionati alla Bracco Imaging di Cesano Maderno, in Brianza, e uno a Livorno in un’officina nautica.

 

A far impressione sono altri numeri. A partire dai 72 anni che aveva Donato Marti, originario di Avetrana (Taranto), morto ieri mattina a Lecce, cadendo da cinque metri d’altezza mentre insieme ad altri operai era impegnato ad installare un montacarichi durante i lavori di ristrutturazione di un immobile in via Parini, cuore commerciale della città. È l’ennesimo morto over 70 nei cantieri edili. Ed è la terza vittima in provincia di Lecce negli ultimi 50 giorni dopo i casi di Salve (4 maggio) e Soleto (13 giugno). «Si pone una questione di vera e propria sopravvivenza per chi arriva alla pensione dopo 40 anni di duro lavoro – dice la segretaria generale della Cgil Lecce, Valentina Fragassi – . Una condizione che purtroppo riguarda molti a Lecce, dove gli assegni pensionistici sono tra i più bassi d’Italia. Molti pensionati sono quasi costretti a ricorrere a lavori extra. Serve con urgenza aumentare le pensioni, allargando per esempio la platea dei percettori della 14esima».

 

La seconda vittima è un operaio di 52 anni che ha perso la vita dopo esser stato colpito da una matassa di ferro caduta dall’alto mentre lavorava in un cantiere edile a Legnago. Sempre nel Veronese, a Fumane, è morto il 26enne Marco Accordini nel vigneto al quale stava lavorando. Il ragazzo, figlio del famoso enologo Daniele Accordini, direttore della Cantina sociale di Negrar, è rimasto schiacciato dal trattore che stava conducendo.

 

L’ultimo incidente mortale è avvenuto a Ponticelli di Città della Pieve (Perugia) lungo la linea ferroviaria “lenta” Firenze-Roma, un operaio 58 enne che stava lavorando sulle canaline a lato dei binari è stato travolto da un treno in transito. I sindacati dei ferrovieri denunciano la poca sicurezza.

 

POLITICA NAZIONALE - POLITICA ITALIANA 

 

19/06/2022

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Gregorio Piccin, responsabile pace del Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

 


L’Italia ha deciso di disertare la conferenza dell’ONU di Vienna che coinvolge gli Stati che hanno sottoscritto il Trattato per la proibizione delle armi nucleari approvato nel 2017.


Non solo il nostro paese non ha aderito al Trattato ONU, ma neanche partecipiamo come osservatori.
Questa decisione è gravissima e fotografa il carattere guerrafondaio del governo Draghi e il fatto che oggi in parlamento abbiamo un partito unico della guerra e della NATO, che va da Giorgia Meloni al PD.
L’arrivo a Ghedi del primo F35 abilitato per il lancio di ordigni nucleari di “first strike” segue anni di programmi di “nuclear sharing” della Nato in cui i nostri piloti sono stati addestrati all’uso di armi atomiche.

 

L’Italia è piena di bombe nucleari e i due poli fanno a gara in servilismo verso gli USA. Il silenzio e la complicità con la deportazione di Julian Assange sono parte di questa subalternità agli USA che guidano il blocco occidentale in una deriva neoimperialista e militarista che sta trascinando il mondo verso la guerra con Russia e Cina.

L’articolo 11 della Costituzione ormai è carta straccia per gran parte delle forze politiche che hanno trasformato il nostro paese in una piattaforma per le guerre occidentali.


E’ ora di costruire un’alternativa pacifista al partito unico della guerra.

EDITORIALI E COMMENTI

 

18/06/2022

da Il Manifesto

Alberto Negri 

 

Non c’è dubbio che la giornata di giovedì 16 giugno sia stata «storica», tutti hanno così definito la visita dei tre leader europei che ha spianato la strada alla candidatura dell’Ucraina all’ingresso nell’Unione europea.
Ma non rappresenta una svolta nella guerra: di armi non si è parlato e non lo si doveva fare, perché questa era la precondizione dell’incontro. Kiev è stata soprattutto una tappa che rinsalda un’unità europea più volte messa in dubbio.
Ma le differenze restano, eccome.

Nonostante sia stato sottolineato che Francia, Germania e Italia si siano allineate nel sostegno senza esitazioni per l’Ucraina chiesto da tempo dai paesi del fianco est dell’Unione.
Non è però la fine dello scarto evidente tra i protagonisti tradizionali dell’Unione e i membri orientali che si trovano in prima linea a causa della loro storia e della loro geografia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato ieri che l’Ucraina non avrà mai pace se l’obiettivo finale del conflitto nel Paese è «schiacciare la Russia». In un’intervista alla tv francese Bfmtv, ripresa da Cnn, Macron di ritorno da Kiev ha detto di aver sentito dire che «l’obiettivo di questa guerra è  schiacciare la Russia. 

Ed è  qui che dico che vi sbagliate. Se si fa così, non si otterrà mai una pace negoziata». Macron ha aggiunto che nemmeno Zelenski ha l’obiettivo di schiacciare la Russia. Il presidente Zelenski «difende la sua terra. E noi vogliamo aiutarlo a farlo. A volte abbiamo vinto la guerra e perso la pace». E non è certo un caso che a Macron abbia fatto eco il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov in un’intervista a Izvestia: «Apprezziamo molto queste qualità di Macron – ha detto – nonostante le differenze di fondo esistenti, Macron ha seguito coerentemente questa strada, che anche il presidente russo approva».

Ma a che punto siamo davvero di questa guerra? Putin ieri al Forum economico di San Pietroburgo (presenti diverse società italiane) ostentava sicurezza .«L’era del mondo unipolare è finito», un cambiamento «che è parte della storia» e «non è reversibile», ha detto Putin aggiungendo che gli Stati uniti «fanno finta di non notare che ci sono altri centri forti nel mondo». Un duro attacco all’America definita «il poliziotto del mondo». Ma la propaganda del Cremlino stenta comunque a incrociare la realtà dei fatti: se gli Stati uniti forse non sono più il poliziotto del mondo, lo sono certamente diventati – grazie a PutNon in – dell’Ucraina. Negli ultimi tre mesi il Congresso Usa ha approvato 54 miliardi di aiuti civili e militari a Kiev, più dell’80% del bilancio russo della difesa (secondo le cifre ufficiali).

Per raggiungere l’obiettivo di «indebolire la Russia» gli Usa non stanno risparmiando sui mezzi anche se la consegna di armi più offensive sta subendo dei ritardi e negli Stati uniti si avanzano dubbi sull’affidabilità degli ucraini e sull’opportunità di proseguire la guerra.
Ma allo stesso tempo l’idea degli Usa di «impantanare» Mosca – che da sola si è avventurata in una aggressione sconsiderata all’Ucraina – diventa sempre più concreta. Persino l’ombra pesantissima di un conflitto allargato e della minaccia terrificante del nucleare sembrano non preoccupare più di tanto gli strateghi occidentali. Questo obiettivo americano, la guerra di logoramento o di attrito, è sostenuto dalla Nato, visto che il segretario della Nato Jens Stoltenberg ha affermato, proprio il 16, che «gli alleati sono pronti a continuare a fornire all’Ucraina aiuti sostanziali e senza precedenti».

La scommessa, forse azzardata, è che il tempo giochi contro Mosca prosciugandone le risorse. Che cosa significa questo? Gli Usa, che conducono le danze, stanno approfittando di questa conflitto, senza rischiare neppure un soldato, per stendere al tappeto un avversario storico e mettere a segno alcuni vantaggi strategici: sfinire Mosca, mettere in difficoltà la Cina imbarazzata dagli insuccessi dei russi, rafforzare l’Alleanza Atlantica (Finlandia e Svezia sono sulla soglia della Nato osteggiate soltanto dalla Turchia) e non da ultimo portare a casa lucrosi contratti con le esportazioni di armi, cereali e gas.

 

Ma quali sono le conseguenze di un conflitto in cui in realtà non si vedono veri vincitori, almeno da questa parte dell’Atlantico? L’Unione europea, in attesa che divenga una potenza militare, non sembra uscirne così rafforzata: Germania e Italia, due delle tre maggiori economie, pagheranno pesantemente i tagli al gas russo e l’approvvigionamento di materie prime. Le alternative al gas russo sono ancora incerte come la transizione ecologica, mentre diventa sempre più concreto il rischio di una recessione dell’Europa più industrializzata da cui deriverebbero anche meno risorse per la stessa Ucraina. «Ricostruiremo tutto», hanno detto i tre leader a Kiev ben sapendo che non tutte le promesse saranno mantenute. E la crisi dei creali non può che diventare un altro elemento destabilizzante dei popoli del Mediterraneo e africani.

 

Ma soprattutto – ed questo che teme di più Macron ma anche la Germania e noi stessi – sono le conseguenze politiche ed economiche del conflitto: a Est c’era una volta una cortina di ferro che è diventata d’acciaio. Una gabbia dove resteremo sigillati per anni.

POLITICA NAZIONALE

 

17.06.2022

 

Maurizio Acerbo

 

Segnaliamo sul numero di Left che esce oggi in edicola un articolo di Gregorio Piccin, responsabile pace di Rifondazione Comunista.


Nell’articolo su Left Piccin riferisce gravi fatti su cui la nostra senatrice Paola Nugnes presenterà un’interrogazione parlamentare nelle prossime ore per chiedere al governo se davvero l’Italia ha inviato missili anti-carro radioattivi MILAN 

 

 

 

Il governo italiano ha secretato le informazioni relative all’invio di armi ma è trapelato che l’Italia avrebbe fornito tali missili a esercito ucraino.

Si tratterebbe di una scelta molto grave considerato che è ben nota la pericolosità a lungo termine per la salute e l’ambiente di tali ordigni. Infatti lo scorso 10 giugno, presso il tribunale di Cagliari, è iniziato il processo per disastro ambientale che vede imputati i cinque generali delle forze armate italiane Valotto, Graziano (attuale presidente di Fincantieri), Errico, Rossi e Santroni. Il disastro ambientale in questione, che riguarda il poligono NATO di Capo Teulada, è stato causato in particolare proprio dall’uso massiccio del missile portatile anti-carro MILAN.

 

 

 

 

 

 

E’ noto che le prime due versioni di quest’arma contengono torio altamente radioattivo nel sistema di puntamento. Tale metallo pesante viene rilasciato nell’ambiente circostante ad ogni utilizzo. Risulta ugualmente contaminata infatti anche l’area del poligono sperimentale di Salto di Quirra.

 

 

 

Ricordiamo che soldati italiani ancora si ammalano e muoiono a causa dell’uranio impoverito usato nelle precedenti guerre NATO.

 

L’Italia dovrebbe interrompere e ritirare la fornitura di armi così dannose e farsi promotrice di una iniziativa presso l’ONU per la messa al bando di ogni arma e sistema d’arma che impieghino metalli pesanti quali torio e uranio impoverito.

 

 

Invece di contaminare l’Ucraina il nostro paese dovrebbe farsi promotore di un’iniziativa umanitaria diretta alle parti in conflitto per chiedere la sospensione e/o non utilizzo di queste armi.

 

Ciao A 

Da ultimo ricordiamo la preoccupazione espressa dal segretario generale dell’Interpol Jurgen Stock sul fatto che armi inviate in Ucraina stanno finendo nel mercato internazionale illegale. Dobbiamo attenderci attentati all’uranio impoverito in futuro?

LAVORO E DIRITTI

 

16/06/2022

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

 

 

IL CASO. Istat: nel 2021 aumentate le persone che non riescono a soddisfare i bisogni fondamentali. I poveri assoluti erano già tornati al livello del 2020. L'anno prossimo, con la pandemia e la guerra, aumenteranno. Stranieri residenti da meno di 10 anni esclusi dal reddito, 1 lavoratore su 3 sotto i 10 mila euro. La necessità di una riforma del Welfare e di un allargamento del "reddito di cittadinanza", ora

 

Nel 2021, ha sostenuto ieri l’Istat, i «poveri assoluti» (le famiglie e le persone che non possono permettersi di soddisfare i bisogni fondamentali per condurre una vita dignitosa) erano 5 milioni e 600 mila persone distribuite in 1,9 milioni famiglie. Il dato va storicizzato. Dopo i primi dodici mesi della pandemia, dichiarata a partire da febbraio-marzo 2020, i poveri assoluti sono rimasti gli stessi, almeno statisticamente, del 2020. In attesa dei dati del 2022 – saranno resi noti l’anno prossimo e presumibilmente registreranno un aumento della povertà a causa della nuova crisi e dell’inflazione alle stelle – il 2021 ha confermato il massimo storico raggiunto da questo tipo di povertà l’anno precedente.

 

Questo significa che il cosiddetto «reddito di cittadinanza», e il suo effimero gemello chiamato «reddito di emergenza» deciso dal governo «Conte 2» per evitare l’estensione della misura principale verso un reddito di base incondizionato, non sono riusciti a diminuire il tasso di povertà. Senza contare il fatto che, ieri come oggi, il «reddito di cittadinanza» non raggiunge tutti i poveri assoluti censiti ufficialmente in Italia.

 

NEL 2021, infatti, questa misura ha raggiunto la massima estensione con 1,8 milioni di famiglie e 3,9 milioni di percettori complessivi. Ad aprile 2022, cioè nel momento della ricaduta in un’altra crisi, i percettori sono diminuiti: 1.522.879 famiglie e 3 milioni 362.180 persone coinvolte. Importo medio: 558,17 euro (dati Inps). La domanda è: se i poveri assoluti erano 5 milioni e 600 mila già nel 2021 perché ancora oggi sono solo poco più di 3 milioni a ricevere un sussidio che tenderà a essere sempre più ristretto, soprattutto per coloro che sono giudicati «abili al lavoro» (all’incirca 1,1 milioni)? Così ha deciso il governo Draghi nell’ultima legge di bilancio. Tutto questo accade a causa dei «paletti» fiscali e patrimoniali (tra i quali una soglia Isee a 9.360 euro e patrimonio immobiliare non superiore a 30 mila euro, esclusa la prima casa) imposti dalla legge voluta dal governo «Conte 1» (Cinque Stelle+Lega) che ha istituito la misura nel 2019.

 

SENZA CONTARE che esistono anche i «poveri relativi», cioè le persone che sono escluse di fatto dalle attività e modi di vita comuni e svolgono lavori poveri e attività intermittenti. Secondo l’Istat sono l’11,1% della popolazione attiva e nel 2021 erano già aumentate dal 10,1% del 2020. Le famiglie povere relativamente erano circa 2,9 milioni (2,6 milioni nel 2020). Riportiamo questi dati per dare un esempio della gravissima crisi sociale in cui versa questo paese e che nessuno, fino ad oggi, è riuscito a contenere. Anzi, i dati dicono che la crisi era già peggiorata tra i «poveri relativi» nel primo anno della pandemia nonostante gli «aiuti» erogati attraverso i bonus e gli incentivi occasionali e aleatori tipici dello stato sociale neoliberale e compassionevole, adottati dai due ultimi governi in Italia.

 

UN ESEMPIO è sufficiente per dimostrare l’inefficacia delle misure populiste adottate. Riguarda l’indennità per i lavoratori autonomi chiamata «Iscro». Secondo un rapporto della Cgil e dell’associazione Apiqa la misura festeggiata due anni fa sotto il governo «Conte 2» si è rivelata com’era ampiamente annunciato, un completo fallimento. Nel primo anno della «sperimentazione», il 2021 appunto, le domande accolte sono state inferiori alle attese: 3.471 su 9.443. Erano state previste 43.500. Parliamo del lavoro autonomo povero devastato dalla crisi innescata dalle misure prese per contenere la diffusione della pandemia. Avrebbe avuto bisogno, anche questa misura, di ben più ampi fondi (70,4 milioni per il 2021 a scalare fino ai 3,9 milioni per il 2024) per una platea di gran lunga più grande. Nonostante l’emergenza, un disastro politico.

 

È QUESTA LA REALTÀ messa sotto il tappeto dalla violenta, quanto surreale, contesa tra chi intende mantenere il «reddito di cittadinanza» perché sarebbe servito a contenere la povertà (non è vero, dato che nel 2021 è tornata al livello del 2020) e chi vuole abolirlo per regalare le risorse alle imprese che sfruttano il lavoro povero a cominciare da quello stagionale. Nella commedia degli equivoci si rimuove l’esigenza di un’estensione universale e incondizionata del Welfare, dunque anche del «reddito di cittadinanza».

 

E non va dimenticato la scandalo razzista sul quale è costruito il «reddito di cittadinanza». Lo ha denunciato Roberto Rossini dell’Alleanza contro la povertà: «I 10 anni ancora previsti per fare richiesta di accesso alla misura per gli stranieri extracomunitari sono uno scandalo». Nessuna giustizia per loro. Nessuna giustizia per «un lavoratore su tre che ha una retribuzione lorda annua inferiore a 10 mila euro» ha ricordato la Cgil. In compenso lo Stato sociale sarà più condizionato mentre le diseguaglianze cresceranno. Un mondo alla rovescia. Da ribaltare.

 

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