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08/11/2019

Rifondazione 

Maurizio Acerbo

Antonello Patta

 

Nell’incontro col governo si svela il gioco di Arcelor Mittal che prosegue nel suo ricatto alzando la posta con richieste durissime tra cui quella di 5 mila esuberi.

 

Prima il problema era lo scudo penale, poi è diventato quello del calo della domanda, poi quello dei tempi troppo stretti per la messa in sicurezza dell’altoforno 2, quindi viene messo sul tavolo come se niente fosse che la stessa difficoltà si potrebbe porre sugli altri altoforni.

 

Tutte questioni che, a parte quello dello scudo penale sulla cui costituzionalità ci sarebbe da dire,  erano già note da tempo

 

Era chiaro che non si poteva lasciare che l’altoforno uccidesse ancora ed erano già stati ottenuti tre mesi di proroga per la messa in sicurezza, come in generale avrebbe dovuto essere chiaro che un paese civile non può permettere che si produca senza le garanzie di sicurezza per i lavoratori.

 

Ma soprattutto era cosa nota a tutto il mondo economico, già al momento della firma del contratto da parte di Arcelor Mittal, che conflitti  e fibrillazioni internazionali nei mercati avrebbero determinato crisi e calo della domanda di acciaio.

 

Allora sembra purtroppo confermarsi il sospetto che abbiamo già avanzato  ieri, che Arcelor Mittal, già presente in Europa, con stabilimenti a rischio di sovraccapacità produttiva, abbia alzato l’offerta di acquisto dell’Ilva per evitare l’ingresso di altri concorrenti nel mercato del continente.

 

Appare ora in tutta la sua gravità la scelta di consegnare l’ilva a una società già gravata da questi sospetti, per di più  escludendo l’altra cordata che, al contrario di Arcelor Mittal, prevedeva la decarbonizzazione degli impianti.

 

Ora non è più il momento di rinvii. Il governo  deve prendere atto e dire con forza che è Arcelor Mittal a non essere affidabile  e procedere sulla strada di un intervento pubblico diretto che garantisca rinnovamento e messa a norma degli impianti, tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente e garanzia di mantenimento dei livelli occupazionali.

 

Se il governo ha paura della parola “nazionalizzazione” usi quella che gli pare ma intervenga.

05/11/2019

Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

L’annuncio di Arcelor Mittal di rescindere il contratto di acquisizione dell’Ilva suona come un ricatto inaccettabile.

 

Rischiamo di trovarci di fronte all’ennesimo atto di una lunga saga che a suon di ristrutturazioni, delocalizzazioni, acquisizioni ai fini di speculazioni finanziarie ha continuato a impoverire il tessuto produttivo industriale del nostro paese, con la perdita di intere filiere produttive e  di settori strategici con gravi ricadute occupazionali.

 

Grave è la responsabilità dei governi succedutisi fin qui che, diversamente da quanto avviene in altri paesi europei, hanno lasciato campo libero alle scelte di un capitalismo poco propenso a investire e innovare, favorendone invece la propensione a speculare sulle privatizzazioni prima e a puntare su bassi salari e contributi pubblici poi.

 

Fiumi di miliardi, tra agevolazioni fiscali e contributi diretti, sono stati erogati alle imprese senza uno straccio di programmazione e pianificazione fiscale in grado di indirizzare verso la tenuta e il rilancio di settori strategici per il futuro industriale del paese.

 

Con l’Ilva questo governo deve decidere se continuare sulla stessa strada o cambiare rotta; si trova di fronte alla gravissima responsabilità di decidere se l’Italia avrà ancora una siderurgia, un settore che è stato decisivo per l’industria nazionale e lo sarà ancora in futuro.

 

La svolta rispetto ai governi precedenti di fronte all’interesse nazionale in gioco va mostrata nei fatti: il governo si presenti al confronto con  Arcelor Mittal respingendo i ricatti e mettendo sul tavolo tutti gli strumenti a disposizione compresa l’opzione della nazionalizzazione. L’intervento pubblico non può continuare a essere un tabù italiano: smettiamola con il neoliberismo degli straccioni.

 

Ci sono ragioni di interesse pubblico che ampiamente giustificano la nazionalizzazione: garantire una produzione strategica, l’occupazione in un meridione desertificato dalla crisi e il diritto alla salute e a un ambiente non contaminato.

 

Se c’è chi pensa di chiudere Taranto per eliminare un concorrente  in Europa  compito della Repubblica è garantire che la più grande acciaieria del continente non chiuda e restituire all’Italia e ai tarantini un’Ilva rinnovata nei suoi impianti e risanata nel rispetto della salute dei cittadini, dell’ambiente e dei livelli occupazionali.

Massimo Franchi

 

Acciaio e Ambiente. Annuncio dell’ad Morselli: impossibile portare avanti il piano. Ma le ragioni sono solo economiche. Entro 30 giorni tutta l’azienda torna alla gestione commissariale. Oggi Conte ha convocato i vertici a palazzo Chigi Ma gli indiani saranno a Londra per i conti annuali

 

Tutti lo temevano, in pochi credevano succedesse veramente. Arcelor Mittal ha deciso: lascia Taranto e «la più grande acciaieria d’Europa, lascia l’Italia «entro 30 giorni». Lo fa usando come scusa la revoca dello scudo penale, lo fa sfruttando le clausole del contratto sottoscritto l’anno scorso come cordata AmInvestCo.

 

I VERTICI GLOBALI DEL PIÙ GROSSO gruppo mondiale dell’acciaio hanno deciso che l’acquisto dell’Ilva non ha più senso: conviene lasciare, pur avendo già speso centinaia di milioni – si stima oltre i 300, sebbene gran parte dei fondi usati per gli interventi ambientali sono figli del sequestro da oltre un miliardo dei soldi della famiglia Riva, padrona dell’Ilva.

 

Chi ancora pensa ad un ricatto per ottenere il ripristino della «immunità penale» si illude. Il calcolo è cinicamente economico: 2 milioni di euro al giorno in un contesto globale di calo della domanda.
Di controprove ce ne sono parecchie. La prima è che oggi a rispondere alla «convocazione immediata dei vertici Mittal» a palazzo Chigi dal premier Conte – «Faremo di tutto per tutelare investimenti produttivi, livelli occupazionali e per proseguire il piano ambientale» ha detto dopo un vertice con Patuanelli, Gualtieri, Provenzano e Speranza – non sarà nessuno della famiglia Mittal, riuniti invece a Londra per la presentazione dei conti del gruppo.

 

La seconda è che prima di imboccare la strada senza ritorno dell’addio all’Italia, Arcelor Mittal ha chiesto pareri legali ad altissimo livello – lo studio Cleary Gottlieb – che garantiscono sulla possibilità di recesso dal contratto in caso di «provvedimento che rende impossibile l’attuazione del piano industriale»: non solo la revoca dello scudo penale ma anche «i provvedimenti emessi dal Tribunale penale di Taranto sull’altoforno numero 2», il più grande e inquinante.

 

LA NOMINA DI LUCIA MORSELLI a Ceo proprio il giorno dopo la messa in onda della prima intervista televisiva – a Presa Diretta – in cui Matthieu Jehl dava garanzie sul piano ambientale è stato un chiaro segnale. Si sperava che la tagliatrice di teste – dalla Berco all’Ast di Terni – si limitasse a spegnere l’altoforno e invece è stata chiamata per chiudere definitivamente.

 

Nella lettera che accompagna lo scarno comunicato stampa proveniente da Londra con l’annuncio dell’addio, Morselli parla di «notizia difficile per tutti i dipendenti», fa giochi di equilibrismo per motivare il «piano di ordinata sospensione di tutte le attività produttive a partire dall’area a caldo» sostenendo che «non è possibile gestire lo stabilimento senza queste protezioni e non è possibile esporre dipendenti e collaboratori a potenziali azioni penali».

 

LE POLEMICHE POLITICHE DI IERI rasentano il ridicolo. L’emendamento incriminato che secondo l’azienda toglie nuovamente la «tutela legale» è stato sì proposto dal M5s ma votato da tutta la maggioranza, Pd e renziani di Italia Viva compresi. Il precedente balletto sul tema è indicativo della coerenza della politica nostrana. Anche Salvini – che ieri senza mai essere andato a Taranto ha fatto becera propaganda dicendo «un lavoratore dell’Ilva vale dieci Balotelli» – ad aprile votò a favore del decreto Crescita che toglieva «lo scudo penale». Poi le proteste di Arcelor Mittal sortirono effetto e ad agosto il ministro Di Maio reintrodusse una forma di tutela nel decreto Imprese, una tutela «a scadenza» che avrebbe sterilizzato le azioni giudiziarie prima della scadenza del 6 settembre. Una norma poi cancellata il 22 ottobre con un emendamento figlio di un accordo della nuova maggioranza.

 

Il M5s ha pagato a Taranto la scelta di non chiudere l’Ilva, come invece aveva sempre sostenuto in campagna elettorale – l’attuale ministro dell’Istruzione e allora ministro dell’Economia in pectore Lorenzo Fioramenti lo confermò dopo le elezioni in un’intervista al manifesto. Poi per recuperare ha cercato almeno di togliere l’immunità penale, mettendo una toppa peggiore del buco.

 

LE CONSEGUENZE DELLA SCELTA di Arcelor Mittal sono pesantissime sotto l’aspetto occupazionale. Ilva non è solo Taranto con i suoi 8.200 dipendenti, di cui 1.200 sono già in cassa integrazione. Vi sono acciaierie e fabbriche in dieci regioni, a partire da Genova Cornigliano con altri 2.500 dipendenti. Senza dimenticare un indotto variegato che porta il totale delle persone dipendenti da Ilva a quota 20mila.

 

SECONDO LA LETTERA DI MITTAL i dipendenti diretti – tutti i 10.700 sono con contratti a tempo determinato fino all’acquisizione definitiva – entro 30 giorni dovrebbero tornare nella gestione commissariale – che dà ancora lavoro a circa mille dipendenti nelle bonifiche dei siti – ma è probabile che partirà una guerra di carte bollate dall’esito incerto.

 

Dal punto di vista ambientale il piano è stato diluito nel tempo e andava avanti a rilento, sebbene la copertura dei parchi minerari sia un fatto incontestabile.

 

QUASI IMPOSSIBILE ORA SPERARE nel ritorno di Jindal. La cordata battuta da Mittal nel 2016 era formata dai rivali indiani – che poi si accontentarono di Piombino – da Cassa depositi e prestiti e avevano l’idea di decarbonizzare Taranto. Sarebbe proprio quello che servirebbe ora. Ma Carlo Calenda – all’epoca ministro che continua a strombazzare i 4,2 miliardi di investimenti tutti sulla carta – non ascoltò ragione e scelse i soldi di Mittal: 1,8 miliardi per l’acquisto.

 

L’unica alternativa ora è quindi un intervento diretto dello stato. Il governo Conte avrà il coraggio di portarlo avanti?

01/11/2019

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il caso. L’astensione delle destre sulla commissione contro l’odio, il razzismo e l’antisemitismo proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre preoccupa la comunità ebraica: «Pericolosa». E il Vaticano: «Sui valori fondamentali dovremmo essere tutti uniti». Lo scontro politico è durissimo. La senatrice: «Non pensavo fossero possibili distinguo contro l’odio»

 

La legge di bilancio, e altri decreti, hanno disseminato un tappeto di spine sulla strada del governo. Sulla scuola e le pensioni, ad esempio. La mini rivalutazione del reddito da pensione tra tre e quattro volte il minimo (tra 1.522 a 2.029 euro al mese) è «un’elemosina» per il segretario dei pensionati Spi Cgil Ivan Pedretti. L’importo deciso dal governo per 2,8 milioni di pensionati è stato calcolato dai sindacati in poco più di tre euro l’anno, ovvero 25 centesimi al mese. In questo consiste il passaggio della rivalutazione per questi assegni dal 97% al 100%, a fronte di un’inflazione allo 0,3%, previsto in una nuova bozza della legge di bilancio stabilita dopo un’intesa nella maggioranza che ha rivisto le norme dal regime forfettario delle partite Iva a quelle su Radio Radicale.

 

«NEGLI ULTIMI SETTE ANNI di blocco della perequazione i pensionati – ha sottolineato Pedretti – hanno lasciato allo Stato 44 miliardi. Ci sarebbe bisogno d’altro. Bisognerebbe dare la rivalutazione piena almeno fino alle pensioni tra le sei e le sette volte il minimo (3.044 euro al mese quelle fino a sei volte il minimo). E bisognerebbe dare risposte sulla quattordicesima allargandola anche a coloro che hanno redditi da pensione tra i 1.000 e i 1.500 euro al mese».
«È UNA RIVALUTAZIONE imbarazzante – sottolinea Domenico Proietti (Uil – Sono pochissimi euro all’anno. Abbiamo chiesto di tornare alla rivalutazione pre-riforma Monti-Fornero e l’estensione della 14esima. Ci batteremo durante l’iter parlamentare». «Il governo deve garantire il potere d’acquisto a tutte le pensioni anche se in materia decrescente in base all’importo della pensione. Quello che c’è in manovra è un’elemosina. Noi meritiamo rispetto» ha incalzato Patrizia Volponi (Fnp Cisl). Un’altra ragione che spingerà i pensionati a confermare la manifestazione di protesta già organizzata il prossimo 16 novembre.

 

LUNEDÌ 4 NOVEMBRE sarà una giornata decisiva di incontri a tutti i livelli tra il governo e i sindacati confederali. Alle 19 è previsto l’incontro a palazzo Chigi tra il premier Conte e i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil Landini Furlan e Barbagallo. Lo stesso giorno la ministra del lavoro Nunzia Catalfo incontrerà le categorie dei pensionati. Il nodo di una rivalutazione degna delle pensioni sta accompagnando da mesi la turbolenta legislatura iniziata nel marzo 2018. Le prime proteste sono iniziate quando Conte definì il blocco dell’indicizzazione per gli assegni sopra i 1.500 euro lordi, un «taglio quasi impercettibile, parliamo di qualche euro al mese, forse non se ne accorgerebbe nemmeno l’avaro di Molière». La protesta si fece sentire già allora.

 

L’ALTRA GRANA del governo è scoppiata nella scuola. La pubblicazione del decreto sui precari ha provocato ieri una rottura clamorosa, e inaspettata. Per i sindacati della scuola il governo ha disatteso gli impegni assunti da Giuseppe Conte il 25 aprile scorso quando a palazzo Chigi guidava un altro esecutivo. Impegni rinnovati nell’accordo del primo ottobre scorso con il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti. Si tratta di due concorsi attesi da molto tempo che riguardano 48 mila docenti della scuola secondaria.

 

IL TESTO è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale ed è entrato in vigore. È noto come «Salva precari bis». In queste ore sarà trasmesso alle camere per la conversione che si vorrebbe veloce. Prevista la revisione del reclutamento dei dirigenti scolastici, e quella per le assunzioni dei lavoratori negli appalti delle pulizie. Tra l’altro è stato indetto un concorso riservato a cui saranno ammessi i docenti delle scuole paritarie. Ma l’accesso, questa è la novità, non servirà per acquisire l’abilitazione per l’insegnamento. Disgiungere concorso e abilitazione «è inaccettabile» per Flc Cgil, Cisl e Uil scuola, Snals e Gilda. Dal concorso per i posti da direttori dei servizi generali ed amministrativi (Dsga) è stato inoltre escluso il personale amministrativo che ha ricoperto l’incarico per almeno tre anni: «Una scelta politica inammissibile» che «fa venire meno la parola data e scritta». Per i sindacati «non basta certo il concorso in via di svolgimento a colmare il vuoto di vent’anni di mancati concorsi» anche perché sono molti i casi di persone che hanno ricoperto il ruolo per più di otto anni. Per questo protesteranno contro il governo l’11 novembre, con un’iniziativa a Roma nel pomeriggio. E sono stati convocati presìdi concomitanti in altre città.

31/10/2019

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il caso. Il Senato approva la «Commissione Segre» sull’odio razziale e l’antisemitismo. Le destre si sono astenute. È polemica

 

Non ha ottenuto l’unanimità la mozione che ha istituito la commissione straordinaria contro odio, razzismo e antisemitismo proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre. L’aula del Senato l’ha approvata ieri con 151 voti e 98 astensioni di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Il voto è stato salutato da un lungo applauso. I senatori si sono alzati in piedi in segno di tributo alla senatrice presente a Palazzo Madama. Le cospicue astensioni delle destre hanno scatenato polemiche sia nel rinnovato raggruppamento a guida salviniana, sia tra gli ex alleati Cinque Stelle e Lega. «La mia Forza Italia non si sarebbe mai astenuta in un voto sull’antisemitismo – ha detto la vicepresidente della Camera Mara Carfagna – Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle».

 

«La storia di Forza Italia – ha aggiunto Sandra Savino (FI) – è una storia di lotta alle discriminazioni e di vicinanza alla comunità ebraica: per queste ragioni oggi i senatori avrebbero dovuto non limitarsi ad applaudire la senatrice Segre». Alle accuse di avere votato con l’estrema destra ha replicato Il vice-capogruppo vicario di Forza Italia al Senato Lucio Malan. «Sul piano dei contenuti riteniamo troppo ambiguo il passaggio sul contrasto ai nazionalismi – ha spiegato il senatore – e la necessità di colpire anche dichiarazioni “sgradite”, anche quando non siano lesive della dignità della persona. Per noi prevalgono sempre i principi della libertà di espressione sanciti dalla nostra Costituzione, nei limiti previsti dalla legge» ha detto assicurando che il partito collaborerà nella Commissione.

 

«È un violento attacco ai valori fondanti della Repubblica nata dalla Resistenza dopo la drammatica dittatura dell’epoca nazifascista e l’immane tragedia dell’Olocausto». Così i deputati dei 5 Stelle in commissione Cultura hanno attaccato i loro ex alleati della Lega che si sono astenuti. «Siamo contro razzismo, ma non vorremmo che qualcuno a sinistra spacciasse per razzismo quello che per noi è convinzione e diritto ovvero il “prima gli italiani”. Siamo al fianco di chi vuole combattere pacificamente idee fuori dal mondo, però non vogliamo bavagli e stato di polizia che ci riportano a Orwell» ha risposto Matteo Salvini (Lega). La «Lega sbandiera un becero fanatismo» ha risposto Alessandra Maiorino, capogruppo vicario del M5s. Per Laura Boldrini è «una scelta vergognosa». «Un’occasione persa. La destra ha provato a piantare le sue bandierine e non è stato possibile, neanche su un argomento come questo, trovare una condivisione senza se e senza ma» ha detto la vicepresidente del Senato Anna Rossomando (Pd). «È il segno della deriva di una destra che si consegna all’estremismo e lo difende» ha scritto Franco Mirabelli (Pd). Per Giovanbattista Fazzolari (Fratelli d’Italia) «non è una commissione sull’antisemitismo, come volevano far credere, ma una commissione volta alla censura politica».

Stefano Lugli

28/10/2019

Segretario regionale PRC Emilia-Romagna

 

L’esito del voto in Umbria manda due avvisi per la sinistra dell’Emilia-Romagna.
1) Non ha senso per la sinistra fare le ruote di scorta di un Pd che propone politiche liberiste e antipopolari: il risultato insufficiente della lista unitaria di sinistra alleata col Pd umbro sta lì a dimostrarlo.
2) Non ha senso moltiplicare liste a sinistra del Pd facendo la gara a chi è più comunista con il risultato di presentare agli elettori incomprensibili divisioni.

 

In Umbria Rifondazione Comunista, prendendo atto della desolante situazione, non era presente alle elezioni regionali. In Emilia-Romagna Rifondazione Comunista partecipa da cinque anni all’esperienza de L’Altra Emilia-Romagna con cui siamo all’opposizione delle politiche con cui Bonaccini ha mercificato sanità, ambiente e territorio e si è messo all’inseguimento della Lega con un pericolosissimo progetto di autonomia regionale.

 

Lo abbiamo detto nei mesi e nelle settimane precedenti e lo ribadiamo oggi alla luce del voto umbro: in vista delle elezioni regionali del 26 gennaio 2020 invitiamo a un ripensamento sia chi, come Potere al Popolo, pensa ad una presentazione solitaria, sia chi come Sinistra Italiana e le forze della sinistra riunite attorno ad Elly Schlein pensano a liste ecologiste con un Pd che per l’Emilia-Romagna prevede progetti autostradali nemici dell’ambiente.

 

Rifondazione Comunista lavora alla ripresentazione de L’Altra Emilia-Romagna come casa della sinistra autonoma e alternativa agli altri poli politici, e invita nuovamente tutte le forze della sinistra ad aderirvi per presentare alle elezioni regionali una sola lista della sinistra.

25/10/2019

Partito della Sinistra Europea

 

I ministri della Difesa della NATO si incontrano a Bruxelles per continuare i preparativi per il prossimo vertice NATO a Londra. Il gruppo di lavoro sulla pace della Sinistra Europea è profondamente preoccupato per gli sforzi in corso dei ministri della NATO per aumentare drasticamente le spese militari ad almeno il due percento del PIL in ciascun paese.

 

Allo stesso tempo, i membri della NATO stanno discutendo ulteriori schieramenti militari pericolosi delle loro truppe. A seguito di una proposta del ministro della difesa tedesco Kramp-Karrenbauer, è in discussione una zona militare nella Siria settentrionale controllata dagli alleati europei della NATO.

 

Questo è uno sviluppo preoccupante. Invece di inviare più truppe in Siria, è necessaria una soluzione politica che includa una forte pressione politica sul governo di Erdogan e una chiara condanna dell’invasione turca nel territorio siriano.

 

La Sinistra Europea si oppone categoricamente alle politiche di guerra della NATO, non importa se riguardano l’Afghanistan, il Golfo Persico, la Siria o l’Europa. Per sottolineare la nostra lotta per soluzioni politiche, civili e diplomatiche e per il disarmo, la Sinistra Europea aderisce alle proteste contro il vertice della NATO a Londra.

 

23/10/2019

da Il Manifesto

Chiara Cruciati

 

Rojava. Accordo turco-russo a Sochi: il ràis incassa un quarto di zona cuscinetto e il ritiro curdo. Damasco lo accusa di furto, ma Mosca negozia. Ospedali fuori uso e mezzo milione di persone senza acqua: il Rojava è al collasso

 

A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum turco alle unità di difesa curde e alle Forze democratiche siriane, mentre il presidente Erdogan incontrava Putin nel palazzo presidenziale di Sochi, nel Rojava proseguiva la conta delle vittime. «Oltre 500mila persone sono da più di una settimana senza acqua – scrive in una nota la Mezzaluna rossa curda – Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco abbiamo documentato l’uccisione di 21 civili e il ferimento di 27. Senza contare quelli che sono sotto le macerie degli edifici bombardati, i rapiti e i giustiziati dagli alleati della Turchia. Nove i soccorritori uccisi finora».

 

Con l’avvicinarsi della deadline turca (le 22 di ieri, ora locale), le comunità provavano ad organizzarsi, coprendo con il nylon i centri di Derik e Tel Temer per impedire ai droni di colpire. In giornata 500 soldati governativi siriani hanno attraversato Tel Temer sull’autostrada M4 per mettere in sicurezza l’arteria.

 

Ma il fuoco non cessa: secondo l’agenzia curda Anf, che riportava voci da Serekaniye (Ras al-Ain), cecchini islamisti sui tetti della città ormai occupata dalle milizie filo-turche hanno sparato sui passanti, ferendone due.

 

L’operazione «Fonte di pace» non è mai stata sospesa e ha provocato, in questi cinque giorni di falsa tregua, un ulteriore collasso della capacità dell’amministrazione autonoma di fornire sostegno alla gente: «Non ci sono rifugi, non c’è abbastanza cibo né medicine – continua la Mezzaluna – Non siamo più in grado di assicurare i servizi essenziali. Cinque ospedali sono fuori uso, quelli di Kobane e Tel Temer sono vuoti e non possiamo più rifornire Manbij e Kobane di medicine. Dopo il ritiro delle organizzazioni umanitarie, il numero delle vittime è cresciuto in modo drammatico».

 

Nelle stesse ore sul Mar Nero i due alleati-rivali, il turco Erdogan e il russo Putin, discutevano di Siria. Un vertice dirimente, anticipato prima dalla notizia (apparsa sul russo Kommersant) dell’arrivo nell’ex base aerea Usa di Tabqa, a Raqqa, di elicotteri militari di Mosca, e poi dalle dichiarazioni del ràis: Ankara riprenderà l’offensiva «con maggiore determinazione» se i combattenti curdi non si ritireranno dalla frontiera.

 

Alla fine dell’incontro-fiume (sette ore), mentre uscivano le foto dei due seduti in poltrona con in mano una mappa della Siria, ecco l’annuncio: c’è l’accordo. Integrità territoriale della Siria, zona cuscinetto di 32 km da Tal Abyad a Ras al Ain, ingresso (dalle 12 di oggi) di truppe russe e siriane a est e ovest della safe zone per garantire l’uscita delle forze curde entro 150 ore, ritiro delle Ypg/Ypj da Manbij e Tel Rifat e pattugliamento congiunto russo-turco.

 

Erdogan sorride : salva la faccia, caccia le forze curde e ottiene il controllo di almeno un quarto della safe zone desiderata, 100 km dove «sarà mantenuto l’attuale status quo». Già nel pomeriggio il capo delle Forze democratiche siriane, Mazlum Abdi, in una lettera al vicepresidente Pence aveva confermato «il ritiro di tutte le forze Ypg» dalla safe zone.

 

Chi non se ne va sono le truppe governative siriane, arrivate su richiesta curda. Ieri il presidente Assad è stato chiaro in merito al territorio oggi in mano alla Turchia (secondo il ràis, 2.200 km quadrati e 160 villaggi), per essere smentito dall’accordo con Putin: «Erdogan è un ladro, ruba la nostra terra – ha detto in una visita ai soldati a Idlib, la provincia nord-ovest dove è in corso da aprile uno scontro indiretto tra Damasco e Ankara – Ha rubato fabbriche, grano, carburante e oggi ruba terra. Ci stiamo preparando a sostenere ogni gruppo che porterà avanti resistenza popolare contro l’aggressione turca. Non è una decisione politica, ma un dovere costituzionale».

 

Dall’altro lato della frontiera, a parlare era il governo di Baghdad. Le truppe americane ritirate dalla Siria del nord ed entrate in Iraq, si legge in una nota governativa, «non hanno il permesso di restare». Un messaggio in aperta contraddizione con quello del Pentagono secondo cui i mille marines (che lunedì si sono presi sassi e pomodori marci della gente di Qamishlo, capitale del Rojava) si sarebbero fermati in Iraq per proseguire – non si sa bene come – la campagna anti-Isis.

17/10/2019

da Il Manifesto

Guido Rampoldi

 

E così Siria. Nessuno può condannare una minoranza oppressa se con l’indipendenza vuol sottrarsi agli artigli della tirannide. Ma contro le modifiche dei confini vanno incalzati i regimi

 

La diplomazia ventriloqua che circonda premurosamente Di Maio gli aveva fatto dire una cosa sensata, perfino intellegibile: l’Europa affronti Erdogan con una voce sola. Ma il passaggio successivo – cosa dire con una voce sola – si è rivelato un obiettivo troppo ambizioso per quell’Europa irrisolta, casuale come la vogliono i governi sovranisti dell’Unione. Quel che è peggio anche il nucleo storico della Ue pare incapace di produrre una proposta, un concetto strategico, una visione d’insieme con la quale affrontare non solo la guerra del Rojava ma più in generale i grandiosi sommovimenti che stanno terremotando il mondo ex ottomano.

Dal Maghreb al Golfo tramonta il vecchio ordine e non si intravede il nuovo, se somiglierà all’Isis o piuttosto a quanto di meglio mostrarono le primavere arabe, se accoglierà l’opposizione nei parlamenti oppure nelle mai dismesse camere di tortura. Ma due cose sin d’ora sono perfettamente chiare. La prima: stanno tornando in discussioni molti confini. Si discute sottovoce se tripartire la Libia, lo Yemen è una poltiglia di territori, Il Sudan è stato spaccato, la destra israeliana vuole prendersi gran parte della West Bank, i tuareg ambiscono ad uno stato, la nuova frontiera tra Siria e Turchia sarà la linea del fronte: e siamo solo all’inizio di un’onda lunga che pare arrivata perfino nei Balcani, dove Croazia e Serbia già tramano per squartare definitivamente la Bosnia nel santo nome dell’autodeterminazione dei popoli.

 

Qui sarà il caso di ricordare le parole con le quali il Segretario di Stato Robert Lansing tentò di distogliere il presidente Wilson dall’insano proposito di applicare intensivamente l’autodeterminazione dei popoli nei negoziati di pace del 1919-1920: quel principio, avvertì Lansing, “è caricato con la dinamite”. Lo è tuttora. Tra le varie colpe degli occidentali una tra le più gravi è l’aver continuato a giocherellare col vecchio progetto lanciato un secolo fa dal trattato di Sevres: una patria per i curdi. Per costruirla occorrerebbe smontare quattro stati (Siria, Turchia, Iraq, Iran) e ove mai riuscisse a nascere, quel Kurdistan rischierebbe la fine del Sud Sudan, l’ultima ‘autodeterminazione dei popoli’ che appassionò le opinioni pubbliche occidentali. Pareva che laggiù l’esercito dell’islamica Khartoum macellasse la popolazione cristiana, ma al solito le cose erano più complicate, come dimostrò il seguito: dall’anno dell’indipendenza (2011) il Sud Sudan è devastato dalla guerra civile tra due grandi milizie ‘cristiane’ che si contendono i giacimenti petroliferi con una ferocia senza pari.

 

Questo ed altri disastri hanno da tempo suggerito alla diplomazia europea di ripiegare sull’idea di ‘autodeterminazione interna’, cioè una larga autonomia che non metta in discussione i confini nazionali. Ma dove l’entità autonoma si attribuisce prerogative statuali, i risultati non sono molto migliori.

 

Due anni fa la regione autonoma del Kurdistan iracheno pensò di annettersi mediante referendum la provincia petrolifera di Kirkuk, turcomanna in epoca ottomana, poi mista, quindi arabizzata da Saddam mediante ingegneria demografica, infine curda o curdizzata dopo l’invasione americana. Di conseguenza Baghdad mandò l’esercito a ricondurre, sparando, Kirkuk sotto la sovranità irachena. Una milizia curda si oppose a quel corpo di spedizione e un altro lo spalleggiò, mentre gruppi di turcomanni e arabi invadevano abitati curdi per riprendersi le case da cui a loro dire erano stati espulsi – insomma una bolgia tuttora irrisolta, non avendo la regione curda mollato la presa sul petrolio iracheno di Kirkuk, che vende in proprio alla Turchia.

 

Se i secessionismi hanno una relazione forte con le risorse del territorio, ancor più li motiva la brutalità degli stati centrali. E questa è l’altra cosa definitivamente chiara nella grande crisi che indirizzerà la storia di questo secolo. Nessuno può condannare una minoranza oppressa se persegue l’indipendenza per sottrarsi agli artigli di una tirannide. Di conseguenza un’Europa che saggiamente rifiutasse come destabilizzanti le modifiche dei confini dovrebbe impegnarsi con altrettanta determinazione ad incalzare i regimi dispotici del Medio Oriente e del Nord Africa, in primis quelli che ci piace chiamare ‘filo-occidentali’ malgrado siano i più grandi produttori di terrorismi e secessionismi.

 

In sostanza si tratterebbe di riaffermare i due principi che fondarono gli accordi di Helsinki (1975) fino ai disastrosi riconoscimenti di Slovenia e Croazia (1991) – e allo stesso tempo offrire alle opposizioni democratiche quel che l’Europa ha stupidamente negato: protezione e strumenti. Se avessimo posto il giornalismo turco in esilio nella condizione di raggiungere la propria opinione pubblica con tv satellitari e quotidiani online, forse oggi Erdogan non sarebbe così spavaldo. Se avessimo sostenuto il Free syrian army con un quinto dei mezzi che i sauditi riversarono sui guerrieri salafiti, forse oggi l’alternativa ad Assad non sarebbero i guerrieri fondamentalisti.

 

E se sperimentazioni laiche, incluso il Communitarism curdo-americano in gestazione nel Rojava, avessero trovato attenzione presso i governi europei, forse questi ultimi avrebbero avuto qualche possibilità di prevenire eventi che oggi sono costretti a rincorrere. Dunque vanno bene gli appelli, i cortei, la commozione, lo sdegno, le sanzioni o sanzioncine, ma rendiamoci conto che tutto questo serve a poco: è troppo tardi.

 

Non è troppo tardi, invece, per dotarsi di una strumentazione politica, diplomatica e concettuale adeguata ad affrontare le crisi prossime. Ma occorrerebbe un’altra Unione europea, o almeno un suo nucleo centrale finalmente consapevole che affrontare questa grande crisi senza un’idea-guida, un concetto strategico, comporta rischi enormi. Non ultimo il pericolo di convincere le popolazioni mediorientali, e soprattutto quel 60% in età inferiore ai 25 anni, che l’Europa sia quel che appare: un vecchio piagnucoloso e rimbambito che ciabatta ai margini della Storia.

15/10/2019

da il manifesto

Manlio Dinucci

 

Germania, Francia, Italia e altri paesi, che in veste di membri della Ue condannano la Turchia per l’attacco in Siria, sono insieme alla Turchia membri della Nato, la quale, mentre era già in corso l’attacco,  ha ribadito il suo sostegno ad Ankara. Lo ha fatto ufficialmente il segretario generale della Nato Jean Stoltenberg, incontrando l’11 ottobre  in Turchia il presidente Erdoğan e il ministro degli esteri Çavuşoğlu.

 

«La Turchia è in prima linea in questa regione molto volatile, nessun altro Alleato ha subito più attacchi terroristici della Turchia, nessun altro è più esposto alla violenza e alla turbolenza  proveniente dal Medioriente», ha esordito Stoltenberg, riconoscendo che la Turchia ha «legittime preoccupazioni per la propria sicurezza». 

 

Dopo averle diplomaticamente consigliato di «agire con moderazione», Stoltenberg ha sottolineato che la Turchia è «un forte Alleato Nato, importante per la nostra difesa collettiva», e che la Nato è «fortemente impegnata a difendere la sua sicurezza». 

 

A tal fine – ha specificato – la Nato ha accresciuto la sua presenza aerea e navale in Turchia e vi ha investito oltre 5 miliardi di dollari in basi e infrastrutture militari. Oltre a queste, vi ha dislocato un importante comando (non ricordato da Stoltenberg): il LandCom, responsabile del coordinamento di tutte le forze terrestri dell’Alleanza

 

Stoltenberg ha evidenziato l’importanza dei «sistemi di difesa missilistica» dispiegati dalla Nato per «proteggere il confine meridionale della Turchia», forniti a rotazione dagli Alleati. A tale proposito il ministro degli esteri Çavuşoğlu ha ringraziato in particolare l’Italia. E’ dal giugno 2016 che l’Italia ha dispiegato nella provincia turca sudorientale di Kahramanmaraş  il «sistema di difesa aerea» Samp-T, coprodotto con la Francia. 

 

Una unità Samp-T comprende un veicolo di comando e controllo e sei veicoli lanciatori armati ciascuno di otto missili. Situati a ridosso della Siria, essi possono abbattere qualsiasi velivolo all’interno dello spazio aereo siriano. La loro funzione, quindi, è tutt’altro che difensiva. 

 

Lo scorso luglio la Camera e il Senato, in base a quanto deciso dalle commissioni estere congiunte, hanno deliberato di estendere fino al 31 dicembre la presenza dell’unità missilistica italiana in Turchia. 

 

Stoltenberg ha inoltre informato che sono in corso colloqui tra Italia e Francia, coproduttrici del sistema missilistico Samp-T, e la Turchia che lo vuole acquistare. 

 

A questo punto, in base al decreto annunciato dal ministro degli Esteri Di Maio di bloccare l’export di armamenti verso la Turchia, l’Italia dovrebbe ritirare immediatamente il sistema missilistico Samp-T dal territorio turco e impegnarsi a non venderlo alla Turchia.

 

Continua così il tragico teatrino della politica, mentre in Siria continua a scorrere sangue. Coloro che oggi inorridiscono di fronte alle nuove stragi e chiedono di bloccare l’export di armi alla Turchia, sono gli stessi che voltavano la testa dall’altra parte quando lo stesso New York Times pubblicava una dettagliata inchiesta sulla rete Cia attraverso cui arrivavano in Turchia, anche dalla Croazia, fiumi di armi per la guerra coperta in Siria (il manifesto, 27 marzo 2013). 

 

Dopo aver demolito la Federazione Jugoslava e la Libia, la Nato tentava la stessa operazione in Siria. La forza d’urto era costituita da una raccogliticcia armata di gruppi islamici (fino a poco prima bollati da Washington come terroristi) provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri paesi. 

 

Essi affluivano nelle province turche di Adana e Hatai, confinante con la Siria, dove la Cia aveva aperto centri di formazione militare. Il comando delle operazioni era a bordo di navi Nato nel porto di Alessandretta. 

 

Tutto questo viene cancellato e la Turchia viene presentata dal segretario generale della Nato come l’Alleato «più esposto alla violenza e alla turbolenza  proveniente dal Medioriente».

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