Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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26.09.2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Gregorio Piccin, responsabile pace del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Negli anni ’80 con Berlinguer e Pio La Torre costruimmo un enorme movimento pacifista contro l’installazione dei missili Cruise a Comiso che veniva incoraggiato da Pertini contro Craxi. Ora li installeranno Draghi e il Pd. Non c’è freno al riarmo in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione.


In meno di un mese il governo Draghi ha confermato ufficialmente il proseguimento del programma F35, l’acquisto di 679 nuovi carri armati e la decisione di armare i propri droni.

Ora lanotizia che la Marina militare intende imbarcare sul proprio naviglio, prima sui sommergibili poi anche sulle fregate, i missili Cruise in grado di colpire obiettivi nel raggio di oltre mille chilometri.
La chiamano “Naval Diplomacy”, e parlano chiaramente di presidio degli interessi nazionali nel così detto Mediterraneo allargato.


Hanno persino dismesso la retorica della “guerra umanitaria” che negli anni novanta e duemila è servita a mascherare la nostra belligeranza e farla digerire all’opinione pubblica.


L’Italia è un Paese che in ossequio alla Nato ed ai fatturati della propria industria bellica nazionale ha già accumulato pesantissime responsabilità diguerra.
Non solo riduzione delle spese militari: in questa situazione, si deve imporre un dibattito sul Modello di Difesa apertamente belligerante che l’Italia si è data, divoratore di risorse e guerrafondaio.

 

Il partito trasversale dei bombardieri, oggi brillantemente rappresentato dal governo Draghi, merita un’opposizione senza se e senza ma.

25/09/2021

da il Manifesto

Serena Tarabini

 

Ambiente. «Cambiare il sistema, non il clima». Due anni di pandemia non hanno intaccato la forza del movimento. Molte le critiche rivolte a Cingolani, definito dai manifestanti «ministro della finzione ecologica». Draghi all’Onu: «Ascoltare chi chiede il cambiamento»

 

Milano, Roma, Genova, Venezia, Bolzano, Bari, ma anche Londra, New York, Melbourne, Città del Capo, Nuova Delhi, a grande scala o piccola scala, venerdi 24 settembre 2021 ha visto nelle piazze di ogni città fiumi colorati di giovani in marcia a scuotere il tavolo dove i grandi della terra discutono e decidono come se di tempo ce ne fosse a sufficienza.

UN APPUNTAMENTO e un successo planetario il ritorno in piazza dei Fridays For Future: due anni di pandemia non ne hanno intaccato l’energia, la creatività, la determinazione, l’entusiasmo: gli slogan quelli di sempre «Non abbiamo un pianeta B», «Cambiare il sistema, non il clima» ma anche dei nuovi «Fate pagare la crisi ai ricchi», «Giustizia climatica e giustizia sociale» a indicare quel salto di consapevolezza che hanno fatto in questi tanti mesi che li hanno tolti dalle piazze e li hanno costretti alle scrivanie: un tempo durante il quale non hanno evidentemente smesso di comunicare, confrontarsi e osservare un mondo che non divide in parti uguali responsabilità e conseguenze della crisi climatica.

LA PAGINA WEB del movimento riporta i numeri di questo appuntamento: 97 paesi, 1155 città, incontabili i partecipanti totali, e che abbiano superato o no il mezzo milione previsto, poco importa.

Nella sola Germania che si appresta al voto federale in due giorni i manifestanti sono stati centinaia di migliaia, e nella capitale Berlino è arrivata anche Greta Thumberg, secondo la quale nessun partito ha fatto veramente qualcosa per il clima.

A LONDRA A DARE MANFORTE ai giovanissimi manifestanti che si sono radunati in piazza del parlamento e hanno marciato verso la cattedrale di Westminster c’era anche il leader radicale Jeremy Corbyn che ha affibbiato alla 26 esima Conferenza delle parti sul Clima che si terrà nel Regno Unito, la definizione di “Festival del Greenwashing”. A Glasgow, la città scozzese sede del vertice, i manifestanti si sono diretti sotto il Parlamento.

PIENE DI STUDENTI LE PIAZZE e le strade di molte altre capitali europee quali Vienna, Praga, Varsavia, dove i giovani manifestanti si sono gettati a terra a simulare la fine del pianeta.

«Siamo qui perché stiamo dicendo un forte ‘no’ a ciò che sta accadendo in Polonia, il regno del carbone», ha detto l’attivista di 19 anni Dominika Lasota, «Il nostro governo ha bloccato per anni qualsiasi tipo di politica climatica e ignora le nostre richieste per un futuro sicuro». Nel continente Africano le manifestazioni più corpose si sono svolte in Uganda dove l’attivista Hilda Flavia Nakabuye, dopo aver capito che la crisi climatica era responsabile delle alluvioni che hanno costretto la sua famiglia ad abbandonare la propria terra, ha fondato Fridays for Future Uganda nel 2019, che nel giro di pochi anni è diventato il più grande movimento giovanile dell’Africa. In Sudafrica si sono svolte manifestazioni in 12 città nell’ambito di uno sciopero di tre giorni per chiedere al governo di supervisionare una giusta transizione dai combustibili fossili.

NELL’AMERICA DEL NORD sconvolta da uragani e incendi si sono svolti quasi 200 eventi, 168 solo negli USA e le proteste più grandi si sono viste a New York City and Los Angeles; in Canada, in particolare in Quebec, più di 100 mila studenti hanno puntato il dito contro un’azione politica non altezza della crisi. In Messico, i manifestanti si sono radunati davanti al Palazzo Nazionale di Città del Messico per chiedere alla compagnia petrolifera statale Pemex di presentare un piano per la decarbonizzazione.

Grandi manifestazioni anche in Brasile e Argentina. In Bangladesh gli attivisti hanno chiesto la demolizione delle nuove centrali elettriche a carbone e gas, mentre in Pakistan Yusuf Baluch, 17 anni, un giovane attivista nella provincia del Belucistan, ha affermato che il ritorno agli eventi di persona è fondamentale per costringere i leader ad affrontare la crisi planetaria.

A PROPOSITO DI CLASSE POLITICA, nelle tantissime e partecipate manifestazioni che si sono svolte in Italia e che hanno visto partecipare migliaia di studenti, il ministro per la Transizione Ecologica Cingolani è stato frequentemente bersaglio di slogan e dichiarazioni.

 

Fridays for Future a Roma, foto Simona Granati

 

A Milano, città fulcro delle mobilitazioni dovendo ospitare a breve la pre-COP 26, è stato definito «Ministro della finzione ecologica» per i pochi fatti messi in fila e le tante parole anche sgradite, come quelle sui radical chic del clima e sul nucleare.

Non si fanno buttare fumo negli occhi i Fridays italiani, anche se recentemente il ministro sembra essere stato riportato a più miti consigli dal premier Draghi che, almeno a parole, non perde occasione per rimarcare la gravità della crisi climatica e l’urgenza di un’azione radicale.

L’ultimo intervento ieri all’Assemblea generale dell’Onu, è stato un vero assist nei confronti dei giovani attivisti per il clima, «portatori di cambiamento che è un dovere ascoltare»: il premier ha dichiarato che «in qualità di Presidenza del G20 e partner del Regno Unito nella Cop 26», l’Italia intende raggiungere obiettivi ambiziosi, riducendo il più possibile, nel prossimo decennio, la CO2 prodotta da combustibili fossili e gli altri gas clima-alteranti, incluso il metano e di voler raggiungere un’intesa globale per interrompere al più presto l’uso del carbone e bloccare il finanziamento di progetti di questo tipo. E’ proprio il caso di dire «bentornati Fridays».

24/09/2021

Alfonso Gianni

da il Manifesto

 

Confindustria/governo. Era già accaduto dieci anni fa, come ha ricordato Bonomi, quando “l’uomo della necessità”, secondo lo stesso capo di Confindustria, era presidente della Bce. Ma questa volta l’accoglienza a Draghi ha significato un salto di qualità nei rapporti fra Confindustria e governo. Non erano così caldi all’inizio

 

Non avendo un applausometro è difficile stabilire se la standing ovation che i 1170 invitati alla Assemblea nazionale della Confindustria hanno tributato a Mario Draghi, abbia superato o meno, per durata e intensità, gli applausi riservati ad altri presidenti del consiglio in occasioni passate. Come, per esempio, quelli che hanno accompagnato l’affermazione di Berlusconi nel 2017 al convegno dei giovani industriali a Capri, quando definì gli imprenditori “eroi”. Non è la prima volta che i partecipanti alle assisi confindustriali applaudono Draghi. Era già accaduto dieci anni fa, come ha ricordato Bonomi, quando “l’uomo della necessità”, secondo lo stesso capo di Confindustria, era presidente della Bce.

 

Ma questa volta l’accoglienza a Draghi ha significato un salto di qualità nei rapporti fra Confindustria e governo. Non erano così caldi all’inizio. L’associazione padronale aveva adottato una tattica più insidiosa, cercando di disarticolare la nuova maggioranza, ministero per ministero, quasi a costruirsi una propria interfaccia governativa. Risultò evidente quando gli strali confindustriali si concentrarono con successo sul timido tentativo del ministero del lavoro di prorogare il blocco dei licenziamenti. Il gioco diventò scoperto quando Confindustria riuscì a modificare il testo dell’”avviso comune” fra governo e sindacati al punto da toglierne qualsiasi efficacia.

 

Il fatto che l’ovazione nei confronti di Draghi sia partita prima ancora che il Presidente del Consiglio prendesse la parola mostra appunto che non si è trattato di un fatto emozionale, ma politicamente orchestrato.
Il discorso di Draghi si è limitato, nella sua prima parte, a riprendere elementi noti, cavalcando la corsa del Pil previsto al 6% a fine anno, ma con minore enfasi rispetto ad altri. Ha ricordato che si tratta di un rimbalzo dalla situazione molto grave (-8,9%) del 2020 e che per parlare di ripresa bisogna aspettare l’anno che viene, sapendo che “tra i dipendenti, tre quarti dei nuovi occupati” sono con contratto a termine e che “nel 2020, più di due milioni di famiglie erano ancora in condizione di povertà assoluta”. Ma “il rafforzamento dell’economia passa attraverso l’apertura dei mercati”, confermando un’impronta ordoliberista per cui l’intervento pubblico, non eccessivo, deve soprattutto accogliere le logiche private della profittabilità. Con conseguente esaltazione del ruolo delle imprese.

 

Ha certamente ragione Landini nel lamentare che su questioni cruciali il Presidente del Consiglio non abbia speso parola o quando lo ha fatto, di sfuggita, l’abbia fatto male. Sulla scottante questione delle multinazionali: silenzio. Sull’aumento delle bollette energetiche solo l’impegno ad eliminare per l’ultimo trimestre gli oneri di sistema. Parole di circostanza sulla transizione ecologica. Sul Mezzogiorno ci si accontenta del 40% degli investimenti e a un semplice cenno alle aree interne. Sulla riforma fiscale, il cui testo ancora non c’è, Draghi ha confermato che il governo non intende alzare le tasse, il che equivale a rassicurare sull’assenza di qualsiasi patrimoniale.

 

Ma il senso politico del suo discorso arriva alla fine. In cauda venenum. Draghi proclama l’esigenza di “una prospettiva economica condivisa” che subito identifica con quella di “patto sociale” lanciata da Bonomi. Il che raccoglie le perplessità di Landini nel dopo assemblea, visto che il “patto” non è sostanziato da proposte precise, e diversamente l’entusiasmo del segretario della Cisl fautore del ritorno della concertazione.

 

Per farlo Draghi rovescia letteralmente il senso della storia sociale e politica del paese. Per lui la ricostruzione post bellica era dovuta alle buone relazioni tra le parti sociali, cancellando le lotte durissime, i reparti confino, i corpi di operai e contadini lasciati inerti sul terreno dopo le cariche della polizia. Mentre considera la stagione che diede vita allo Statuto dei diritti dei lavoratori e alle uniche riforme che il paese ha conosciuto, come quella in cui “col finire degli anni ’60” avremmo assistito “alla totale distruzione delle relazioni industriali”. Il protagonista della ricostruzione di allora, il conflitto sociale e politico, non solo viene fatto sparire, ma colpevolizzato di un degrado sociale che, al contrario, ha tutt’altri tempi e cause. Invece levatrice di una nuova narrazione sarebbe “la virtù dell’impresa … di cui l’Italia andrà fiera”.

 

Quella virtù, come invece ben sappiamo, che è causa delle basse retribuzioni, della precarietà, del divario crescente Nord-Sud, dell’aumento della povertà, della insistenza di avere tutti al lavoro in piena pandemia, malgrado sia stata e tutt’ora venga ampiamente foraggiata dal denaro pubblico. Che distanza fra i Campi Bisenzio della Gkn e l’Eur della Confindustria. Realtà antagoniste. Nella seconda vincono Draghi e Bonomi. Nella prima no.

23/09/2021

 

Riproponiamo dal sito dell'associazione Attuare la Costituzione l'intervento del professor Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale.

 

 

 

La stampa odierna pone in risalto l’inizio delle assunzioni di ITA (Italia trasporto aereo) secondo una libera scelta del Presidente Altavilla e dell’Amministratore delegato Lazzerini senza rispettare lo statuto dei lavoratori e il contratto collettivo nazionale di lavoro.

 

Inoltre è stato annunciato che, a cose fatte, sarà emanato in modo autonomo dai dirigenti della S.p.A. ITA un regolamento aziendale dal quale risulterà la disciplina del rapporto di lavoro dei dipendenti assunti, in barba alle disposizioni legislative vigenti e soprattutto in palese contrasto con i principi e i diritti fondamentali della nostra Costituzione.

 

Si tratta di un atto esecrabile che ha tutti i connotati della prepotenza e della decisa volontà di violare i principi essenziali della democrazia.

 

Probabilmente Altavilla e Lazzerini si sentono forti della protezione dell’Unione europea e di Draghi in questo processo di distruzione totale del nostro trasporto aereo, evidenziato soprattutto dalla riduzione governativa del contributo iniziale da 3 miliardi a un miliardo e 300 milioni, in modo da creare una compagnia di piccole dimensioni appetibile da altre compagnie aeree. E si pensi che circa due anni fa Lufthansa si disse disponibile a comprare Alitalia solo limitatamente al personale di volo, escluso il personale di terra e della manutenzione, con la metà degli aerei e con un numero di dipendenti non superiore ai 3000, con contratti indipendenti dagli obblighi del contratto nazionale di lavoro. Esattamente quello che è stato fatto.

 

E si deve sottolineare in proposito che Mario Draghi, nel discorso di insediamento, pronunciò testualmente le seguenti parole “Sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi, dobbiamo spostarci gradualmente da un approccio generalizzato a misure di supporto più mirate, che distinguano tra imprese sostenibili e non sostenibili, non tutte le imprese in crisi dovrebbero ricevere supporto pubblico e le risorse non dovrebbero essere sprecate per aziende destinate al fallimento bensì mirare a favorire la “distruzione creatrice”“.

 

Cosa voglia dire distruzione creatrice è agevole capire: si tratta di eseguire la volontà dei mercati, di considerare i lavoratori (che pure si dice di voler proteggere) una pura merce e significa, soprattutto, violare i principi fondamentali della nostra Costituzione e disinteressarsi delle sorti del Popolo italiano, in modo da renderlo schiavo dei Paesi più potenti d’Europa.

 

Con queste premesse mantener ferma Alitalia e chiedere con forza la sua ritrasformazione in azienda di Stato, sottratta alle leggi di mercato e tenuta a svolgere un servizio pubblico essenziale da coprire con i costi dei biglietti in modo da avere sempre un pareggio di bilancio, diventa la linea del Piave sulla quale devono disporsi le forze attive del Popolo italiano, facendo ricorso al diritto di resistenza ad esso garantito dagli articoli 2, 40, 101, 118, comma 4 e 134 della nostra Costituzione.

 

In sostanza occorre una mobilitazione di tutti i lavoratori italiani che facciano ricorso alle norme costituzionali che li proteggono dagli errori governativi o legislativi, utilizzando lo sciopero generale, di cui all’articolo 40 della Costituzione, e il ricorso al giudice per la remissione delle leggi incostituzionale alla Corte costituzionale ai fini del loro annullamento, come previsto dagli citati articoli 101 e 134 della nostra Costituzione repubblicana e democratica.

 

Professor Paolo Maddalena

Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”

Riccardo Chiari

da il Manifesto

 

Multinazionali e finanza. All'ennesima, irrituale richiesta della multinazionale di un incontro in un hotel, Rsu e sindacati replicano: "Disponibili ma in sede istituzionale. Ci convochi il Mise". In alto mare la pur pallida norma Todde-Orlando, che non piace a Palazzo Chigi e, per motivi opposti, all'assemblea di fabbrica. Che ha dato mandato agli avvocati e giuristi progressisti, dopo l'appello con i principi base, per elaborare un pdl anti-delocalizzazioni curato nei dettagli.

 

Ma cosa vogliono questi operai? A giudicare dall’ennesimo, irrituale incontro proposto da Gkn ai sindacati in un hotel di Firenze, la multinazionale sembra proprio non voler capire la portata, e le conseguenze, del decreto del giudice del lavoro sul caso della fabbrica di componentistica auto di Campi Bisenzio. Soprattutto nel metodo, vista la condanna per comportamento antisindacale, e il conseguente azzeramento della procedura di licenziamento collettivo per 500 tute blu. Di conseguenza la Rsu e i sindacati metalmeccanici hanno declinato l’invito. E la Fiom Cgil ha puntualizzato: “Siamo disponibili al confronto, ma in sede istituzionale, e chiediamo che sia il Mise a convocare gli incontri”.

 

Nel merito invece i vertici di Gkn, e il fondo finanziario Melrose che la controlla, continuano ad avere il coltello dalla parte del manico, vista l’assenza di norme (a partire da quelle comunitarie) che blocchino o penalizzino le delocalizzazioni interne all’Ue. Ben lo sanno gli operai in via Fratelli Cervi, che hanno festeggiato il momentaneo stop alle lettere di licenziamento ma subito hanno sintetizzato lo stato delle cose: “Abbiamo preso tempo, ma la partita è ancora da giocare. Noi andiamo da una parte, chiedendo di riavviare al più presto l’attività produttiva, e l’azienda dall’altra, visto che farà ricorso al decreto del giudice e ha già ribadito che lo stabilimento non riaprirà più. Per questo vogliamo una legge che intervenga sulle delocalizzazioni”.

 

Una posizione, quella dell’assemblea permanente Gkn, sposata anche da Maurizio Landini, ieri ad una iniziativa della Camera del lavoro di Lucca: “Dopo il giudice, adesso c’è bisogno di un intervento del governo, oltre che del territorio, perché bisogna evitare che l’azienda ribadisca che la sua strada è quella di chiudere, di andarsene”. Sul punto il segretario generale della Cgil insiste: “Abbiamo bisogno che il governo intervenga perché bisogna dare una prospettiva a quei lavoratori. E vanno anche fatti quei provvedimenti legislativi che possono favorire questo processo”.

 

Le notizie che arrivano dall’esecutivo “dei migliori” non sono però incoraggianti. Sul provvedimento anti-delocalizzazioni c’è stato un incontro fra i tecnici del ministero del lavoro e il consigliere economico di Mario Draghi, Francesco Giavazzi. E sia il prof bocconiano che lo stesso premier non appaiono intenzionati a seguire la, pur pallida, impostazione data dal ministro Orlando e dalla viceministra Todde.

 

Questo nonostante le pressioni delle forze politiche interne alla maggioranza. Eccetto la Lega del ministro Giorgetti, i cui silenzi stanno facendo disperare fra i tanti anche Rocco Palombella che guida la Uilm. Intervengono invece Francesco Laforgia di Leu (“Occorre una legge contro le delocalizzazioni selvagge”; e il leader del M5s, Giuseppe Conte, (“Adottare subito delle norme per favorire il salvataggio dei lavoratori, perché è l’unico modo per assicurare reale, effettiva continuità aziendale”. Anche il Pd, dopo le parole di Enrico Letta, trova compatto il “partitone” toscano, da Eugenio Giani a Simona Bonafè, nel ribadire il sostegno alle richieste operaie di una riapertura dello stabilimento.

 

Quanto alle opposizioni, Nicola Fratoianni di Sinistra italiana, che stasera è a Campi Bisenzio a una festa del partito, è chiaro: “Se ai lavoratori della Gkn fosse arrivato il licenziamento in forme più gentili, non cambiava la sostanza. Lo Stato deve tornare a svolgere una funzione, si chiama responsabilità della politica”. Analogo il ragionamento del Prc: “Si arrivi a una legge contro le delocalizzazioni seria e concreta”. Per evitare una lista di chiusure (Embraco, Gianetti, Whirlpool, Riello ecc) che si allunga di giorno in giorno.

 

Proprio su questo fronte, anche per rispondere all’interrogativo retorico di Andrea Calosi che guida la Fiom fiorentina (“Avremmo evitato i problemi con Gkn grazie a una multa del 2%?”), dopo l’appello (pubblicato qui sotto, ndr) degli avvocati e giuristi progressisti con i principi base di una legge anti-delocalizzazioni realmente efficace, gli stessi giuristi hanno avuto un secondo mandato dell’assemblea operaia, per approntare un progetto di legge curato nei particolari. Un pdl che il senatore Mantero di Pap si dice fin d’ora pronto a portare in Parlamento.
Nel mentre, da Birmingham, si rinnova il gemellaggio fra le tute blu inglesi di Gkn, anch’esse condannate al licenziamento l’anno prossimo, e quelle italiane: “We tried to transition to green jobs, but the bosses are closing our car factory down”, annota Frank Duffy del sindacato, denunciando l’ “offshoring” della multinazionale che affosserà ancor di più quel che resta dell’industria automobilistica britannica. Con l’appello “Back us don’t sack us”. Tornare indietro e non licenziare.

21/09/2021

Giulio Cavalli

da Left

 

l Tribunale del lavoro di Firenze ha accolto il ricorso della Fiom e ha revocato l'apertura dei licenziamenti collettivi. È una prima vittoria, ma che sia stato un giudice a ribadire alcuni diritti fondamentali dei lavoratori dà l'idea dell'assenza della politica e di una visione politica del mondo del lavoro

 

Intanto ci è arrivato il tribunale. Il Tribunale del Lavoro di Firenze ha revocato l’apertura dei licenziamenti collettivi dei 422 dipendenti della Gkn di Campi Bisenzio, la multinazionale controllata dal fondo finanziario Melrose. Il Tribunale certifica che l’azienda ha provato a scavalcare il sindacato tenendo all’oscuro i lavoratori delle reali intenzioni programmando una finta chiusura temporanea lo scorso 9 luglio adducendo inesistenti motivazioni legati alla produzione quando sapevano che i dipendenti non sarebbero più rientrati. Secondo il giudice la multinazionale ha violato l’articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori mettendo in atto comportamenti anti sindacali e perfino l’accordo del giugno 2020 tra le Rsu e l’azienda. Dopo la sentenza l’azienda ha comunicato di aver dato «immediata esecuzione» a quanto stabilito dal giudice revocando la procedura «senza che ciò possa considerarsi acquiescenza» e «con ogni più ampia riserva di impugnazione».

 

Addirittura, secondo la ricostruzione del tribunale, la decisione sarebbe stata presa l’8 luglio in un consiglio di amministrazione in cui si era deciso di delocalizzare la produzione di assi e semiassi (l’attività che si svolgeva nel sito fiorentino) in Polonia. Per il giudice, nel comunicare i licenziamenti collettivi con una email, il 9 luglio scorso, la Gkn è venuta meno al «democratico e costruttivo confronto che dovrebbe caratterizzare le posizioni delle parti». «Pur non essendo in discussione la discrezionalità dell’imprenditore rispetto alla decisione di cessare l’attività di impresa (espressione della libertà garantita dall’art. 41 Cost. ), nondimeno la scelta imprenditoriale deve essere attuata con modalità  rispettose dei principi di buona fede e correttezza contrattuale, nonché del ruolo e delle prerogative del sindacato», scrive il giudice del Lavoro di Firenze, Anita Maria Brigida Davia. Gkn «nel decidere l’immediata cessazione della produzione – si legge nel decreto –  ha contestualmente deciso di rifiutare la prestazione lavorativa dei 422 dipendenti (il cui rapporto di lavoro prosegue per legge fino alla chiusura della procedura di licenziamento collettivo), senza addurre una specifica ragione che imponesse o comunque rendesse opportuno il suddetto rifiuto, il che sicuramente contrario a buona fede e rende plausibile la volontà di limitare l’attività del sindacato». «Quanto al rispetto del ruolo del sindacato stesso – chiarisce il giudice – appare significativa la chiusura di 24 ore per “par collettivo” (permesso annuo retribuito), concordata con motivazione rivelatasi successivamente pretestuosa e artatamente programmata per il giorno successivo a quello fissato per decidere la cessazione di attività, in modo da poter comunicare la suddetta cessazione ai lavoratori e al sindacato con lo stabilimento già chiuso».

 

È una prima vittoria, certo, ma che sia stato un tribunale a ribadire alcuni diritti fondamentali dei lavoratori (grazie anche a quello Statuto dei lavoratori che molti vorrebbero smantellare) su un ricorso della Fiom dà l’idea dell’assenza della politica, di una visione politica del mondo del lavoro e di una chiara interpretazione del mondo. Enrico Letta ieri twittava: «Avevano ragione i lavoratori, avevano ragione i sindacati e avevamo ragione noi ad accusare la #GKN di aver violato ogni regola. Il Tribunale di Firenze l’ha sancito. Ora si fermino e si volti pagina». Benissimo certo ma per voltare pagina basterebbe che il partito di Letta (che sta al governo) decida di prendere in mano ad esempio il documento che proprio i lavoratori della Gkn con l’aiuto dei Giuristi democratici hanno scritto in otto punti per la stesura di una legge contro le delocalizzazioni. Un documento che parte dalla considerazione che «delocalizzare un’azienda in buona salute, trasferirne la produzione all’estero al solo scopo di aumentare il profitto degli azionisti, non costituisce libero esercizio dell’iniziativa economica privata, ma un atto in contrasto con il diritto al lavoro, tutelato dall’art. 4 della Costituzione».

 

Come scriveva ieri Deborah Lucchetti su Il Manifesto: «L’idea che la contesa si gioca sulle regole e sulla capacità dello Stato di tornare ad essere protagonista e regolatore dell’economia: la chiamata dei giuristi a scrivere la legge contro le delocalizzazioni selvagge davanti ai cancelli insieme agli operai, sovverte la prassi di un diritto sempre più ammorbidito, scritto per le imprese e il mercato sotto la pressione di migliaia di lobbisti, lontano dal dettato costituzionale e dal bene comune, secondo il fallimentare principio neoliberista dello Stato minimo in un mercato autoregolato».

 

In tutto questo tra l’altro, come fa notare Marta Fana, «il Fondo Melrose – i proprietari della Gkn- perde in meno di tre ore il 4,3%. A conferma che questi fondi non sono altro che entità finanziarie che speculano sulla morte dell’attività produttiva e sui licenziamenti di massa».

 

Per questo la lotta della Gkn riguarda tutti: si tratta di decidere che priorità dare ai diritti dei lavoratori, se davvero c’è la voglia di rimettere in equilibrio il lavoro inteso come diritto dei lavoratori e non solo fatturato e utili. Vale la pena leggere con attenzione il comunicato del collettivo di lavoratori del sito di Campi Bisenzio: «Ci dicono che abbiamo vinto il ricorso per condotta antisindacale. Vedremo le conseguenze pratiche. La palla ripassa ancora più pesante al governo. Non osate far ripartire quelle lettere. Cambiate la legge subito», scrivono i lavoratori su Facebook. «La mobilitazione continua perché non c’è salvezza fuori dalla mobilitazione. E perché ci sono trent’anni di attacchi al mondo del lavoro da cancellare. Stiamo imparando tante cose in questa lotta. Iniziamo anche a masticare qualcosa di finanza. E quindi, fossimo un azionista Plc Melrose, inizieremmo a pensare che forse i nostri soldi non sono proprio in buone mani. Inizieremmo a diversificare il portafoglio. È una semplice opinione, sia chiaro. Noi non siamo azionisti del resto. Siamo gli operai Gkn. E questo è quanto. Noi non giochiamo in Borsa. Facciamo semiassi. E insieme a tutti voi, noi #insorgiamo».

20/09/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Antonello Patta, responsabile lavoro
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea

 

La decisione della Gkn di chiudere lo stabilimento di Campi Bisenzio e licenziare tutti i lavoratori è stata annullata. Lo ha stabilito il tribunale di Firenze accogliendo il ricorso della Fiom contro la multinazionale per comportamento antisindacale e dichiarando illegittima la brutale decisione di chiudere la fabbrica e licenziare i lavoratori senza nessun preavviso né confronto.

 

È una prima sconfitta del pensiero unico neoliberista, di quanti nell’economia e nella politica sostengono la totale libertà della finanza, delle imprese e del mercato nell’indifferenza più totale per il lavoro, i diritti, le economie dei territori.

 

La grande manifestazione nazionale promossa dal collettivo di fabbrica aveva già dato un fortissimo segnale non solo in difesa della GKN, ma contro la strage di lavoro e diritti cui si rischia di andare incontro se multinazionali e imprese saranno lasciate libere di delocalizzare o ristrutturare le aziende con soldi pubblici senza piani nazionali che mettano al primo posto il lavoro e la cura delle persone e dell’ambiente.

 

I due fatti, la scommessa vinta con la manifestazione di sabato e la decisione del tribunale, mettono ancor più a nudo la scandalosa latitanza del governo che dopo il colpevole sblocco dei licenziamenti ha saputo solo scrivere bozze di decreto sulle delocalizzazioni di cui è ignoto l’iter e già svuotate di ogni efficacia perché dettate in gran parte da Confindustria.

 

Cos’altro occorre perché il ministro del lavoro Orlando porti all’approvazione del parlamento una vera legge antidelocalizzazioni accogliendo la proposta nata dal basso nell’assemblea promossa dal collettivo della Gkn con i giuristi democratici?

 

Ora occorre il massimo impegno per continuare ed estendere la lotta a tutto il mondo del lavoro per costruire una grande opposizione alle politiche di questo governo, rimettere al centro il lavoro, i diritti e la cura delle persone e dell’ambiente.

 

Sosteniamo la proposta approvata dall’assemblea della Gkn, aderendo alla raccolta firme lanciata dal collettivo di fabbrica, da giuristi democratici e da noti accademici firmando la petizione a questo link.

20/08/2021

di Roberto Musacchio

 

La questione aumenti (fortissimi) delle bollette energetiche (non solo italiana ma europea) è un altro banco di prova della cosiddetta transizione che poi è in realtà una nuova ristrutturazione capitalistica.

 

È una ristrutturazione capitalistica e non una transizione perché ha come capisaldi intoccabili i rapporti sociali dati. Più precisamente quelli che hanno stabilito il dominio totale dei soggetti economici forti. E lo hanno fatto attraverso la centralità del mercato e delle imprese e tramite i giganteschi processi di liberalizzazione e di privatizzazione.

 

Questi processi sono stati spacciati come “dalla parte dei consumatori” perché attraverso la “concorrenza” si sarebbero abbassati i prezzi di accesso.

 

Falso. Si sono semplicemente accresciuti il potere e i profitti dei predatori. Di quelli che prendano l’energia che essendo “natura” dovrebbe essere un bene comune per eccellenza. Moltiplicati impianti e reti moltiplicato il potere dei proprietari e non certo dei cittadini.

 

Gli Stati si sono tenuti un po’ di strumento fiscale. Ed ora contro le tasse sulle emissioni si scatena la guerra tariffaria. Pretestuosa perché ben al di sopra delle tasse stesse. E di potere. Chi paga e chi comanda è il cuore della ristrutturazione capitalistica e la classe predatrice è molto chiara:

 

voi pagate noi comandiamo.

 

È lo stesso che accade sui vaccini e i brevetti farmaceutici. Poi c’è qualche nostalgico nuclearista che ancora pensa che il nucleare sia pubblico e economico e non porti invece ulteriori elementi di dominio. Ma questa è una variante secondaria per i Cingolani. Il grande Risiko è energia e ristrutturazione capitalistica. Diceva Enrico Berlinguer che bisogna lottare sul cosa, come e chi produce.

 

Oggi gli adoratori delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni come gli Enrico Letta smentiti dalla realtà non sanno che proporre riduzioni di tasse per gli Stati. Che le bollette non aumentino è necessario. Bisogna anche riproporre le tariffe sociali. Ma poi bisogna andare al cuore e riappropriare il pubblico di un bene pubblico come l’energia e magari farlo a livello europeo.

 

 * Transform Italia

 

Segnaliamo che in Spagna è stata approvata la proposta di legge avanzata da nostre/i compagne/i di Unidas Podemos che blocca, anzi riduce bollette. In questo la risposta della ministra comunista Yolanda Diaz all’attacco delle destre che ovviamente difendono le multinazionali dell’energia:

19/09/2021

Da il Manifesto

Riccardo Chiari

 

Catena umana. In 20 mila sfilano al fianco dei 422 lavoratori licenziati dal fondo finanziario Melrose. Un fiume di donne e uomini, molti giovani. Poi gli operai delle altre fabbriche in crisi

 

Doveva piovere e non è piovuto. Ma almeno 25mila gocce sono cadute ugualmente, sotto il sole settembrino, sulle strade di Firenze. E se ogni tempesta, come ricordava Lorenzo ‘Tekoser’ Orsetti, nasce da una singola goccia, per la resistenza operaia delle tute blu Gkn c’è ancora speranza. Nonostante la chiusura totale da parte della multinazionale controllata dal fondo finanziario Melrose, che ha avviato la liquidazione della fabbrica di Campi Bisenzio. Nonostante il silenzio del governo Draghi su questa e tante altre chiusure di stabilimenti industriali. Nonostante l’abulia della politica «ufficiale», incapace di dar corpo a leggi che contrastino il dumping del lavoro (e delle regole fiscali, solo per fare un altro esempio) all’interno dell’Ue. Ma, come evidenziato sulla t-shirt di uno dei manifestanti che hanno pacificamente invaso la città, «Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.

 

IL CORTEO AUTORGANIZZATO dalla Rsu e dal Collettivo di fabbrica è diventato strada facendo sempre più imponente, tanto che ci sono voluti tre quarti d’ora per vederlo sfilare fra piazza Indipendenza e piazza San Marco. In testa le bandiere partigiane della Brigata Sinigaglia e dell’Anpi Oltrarno e di Campi Bisenzio, protagoniste della liberazione della città dal nazifascismo nel 1944. Come a cementare il legame fra chi contribuì alla riconquista della democrazia, e chi sta lottando per vederne confermati i cardini costituzionali.

 

SUBITO DIETRO L’ORMAI celebre striscione «Insorgiamo». E poi un fiume di donne e uomini di ogni età. Con una larga prevalenza di giovani; poi di lavoratori delle altre fabbriche che rischiano la chiusura; delle formazioni politiche della variegata, frantumata, litigiosa eppure ancora vitale sinistra del paese; di un sindacato confederale presente con la Cgil e la Uil, e di un sindacato di base anch’esso sparso in tanti rivoli ma compattamente in corteo, dai Cobas all’Usb, dalla Cub all’Sgb.

 

«Sono qui perché bisogna ripartire dal lavoro e dai lavoratori – spiega Milena che si è fatta 200 chilometri di strada per venire a Firenze – il lavoro è la questione fondamentale oggi in Italia». Il marito Gianluca, che sta vivendo sulla sua pelle con la chiusura della Sol il dramma senza fine delle Acciaierie di Piombino, puntualizza: «La solidarietà generalizzata, quella del ‘toccano uno toccano tutti’, è l’unica arma che abbiamo. Quando manca questo legame fra la città e i lavoratori, allora perdiamo».

 

«FINO A CHE CE NE SARÀ», canta il corteo circumnavigando la Fortezza da Basso, mentre il servizio d’ordine degli stessi operai Gkn cerca di evitare la tracimazione dei manifestanti fuori dal percorso stabilito, tanto è massiccia la partecipazione. L’organizzazione è comunque impeccabile, anche grazie agli sforzi congiunti dell’amministrazione comunale, delle stesse forze dell’ordine e delle forze sindacali, Fiom Cgil di Firenze in testa.

 

SOTTO GLI OCCHI di Francesca Re David passano i primi striscioni delle Rsu Fiom, in testa – non per caso – l’Embraco di Torino e la Whirlpool di Napoli. «Lottiamo da quattro anni – ricorda Ugo Bolognesi della Embraco – la multinazionale giapponese che ci ha comprato e chiuso ci ha anche boicottato un progetto alternativo per continuare a lavorare. Un progetto poi affossato dal ministro Giorgetti, dopo patti firmati con gli enti locali e la stessa prefettura. Ecco perché siamo qui». Come Raffaele Romano e le altre tute blu della Whirlpool di Napoli: «Siamo nella stessa situazione dei compagni della Gkn – aggiunge – e quando il lavoro diventa un privilegio e non un diritto, vuol dire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo paese».

 

FRA I CENTO STRISCIONI Fiom delle fabbriche (bergamasche e bresciane in evidenza, e la Sammontana di Empoli e la Nuovo Pignone a far gli onori da casa), spicca quello della «Rimaflow, fabbrica recuperata». E a ritmare «Siamo tutti Gkn» ci sono anche quelli di Alitalia: «Siamo qui perché Firenze è una bella città, da vedere», spiega con ironia Eleonora, mentre al suo fianco Daniele è sicuro: «Solo unendo le lotte possiamo sperare di cambiare situazioni kafkiane come quella alla Gkn, e ora anche la nostra».

 

I DRAPPI ROSSI CON SCRITTO «Insorgiamo» sono ovunque, anche alle finestre delle case. Anita, sei anni, lo mostra orgogliosa mentre passa il corteo: «E’ voluta venire lei qui – raccontano i genitori Chiara e Filippo – dopo aver visto nei giorni scorsi i ragazzi che volantinavano per la manifestazione. E’ la sua prima volta, ed è un battesimo splendido».

 

I FIATI SPRECATI BEN contrappuntano il passaggio degli insorgenti, e le magliette del Collettivo di fabbrica vengono acquistate e subito indossate da migliaia di persone. Un clima di festa, interrotto solo dal minuto di silenzio per ricordare l’ultimo caduto sul lavoro, Giuseppe Siino. Sorridono soddisfatti Nicola Fratoianni e Alessia Petraglia nello spezzone di Sinistra italiana. Mentre poco avanti, dopo la Federazione anarchica italiana, il blocco di Rifondazione comunista ha in Maurizio Acerbo un instancabile protagonista. La freschezza della Rete degli studenti medi e dei collettivi universitari è la stessa dei giovani attivisti di Potere al popolo, e gli «Studenti per Gkn» esibiscono un «Dalle fabbriche alla scuole, la Martinella suona», che fa ulteriormente capire la compattezza dietro la resistenza operaia. «O ci si unisce ora o non ci si unisce più», tira le somme Pietro.

11/09/2021

 

SOSTENIAMO I LAVORATORI DELLA GKN

 

"E oggi noi siamo chiamati a dire che per questa vertenza un altro finale è possibile". Il finale lo vogliono scrivere loro, lavoratori e lavoratrici Gkn, che scenderanno in piazza un'altra volta, a Firenze. I cancelli dello stabilimento di Campi Bisenzio, dove sono in presidio permanente, li hanno varcati tante volte da quel 9 luglio in cui sono stati annunciati i licenziamenti. Sono appena tornati da un giro di assemblee in città come Napoli, Roma e Torino, e ora si preparano ad un altro corteo a Firenze.


La data è quella di sabato 18 settembre: una manifestazione con concentramento alla Fortezza alle 15.

 

"Abbiamo chiesto un percorso che passi per i viali - spiega il Collettivo di fabbrica - E se questo a chi è fuori di Firenze, forse dice poco, basti dire che i viali sono stati chiesti circa 20 anni fa. Quando in campo c'era un movimento internazionale che diceva che un altro mondo è possibile. E oggi noi siamo chiamati a dire che per questa vertenza un altro finale è possibile. Che questa volta no, questa volta no, questa volta no. Non osate far partire quelle lettere e ritirate i licenziamenti".
 

"Nè permetteremo alle istituzioni di deresponsabilizzarsi dalla distruzione di 500 posti di lavoro. Nè di fare un dl delocalizzazioni finto per fare uno spot elettorale. Nè di distruggere questa fabbrica con le finte promesse di reindustrializzazione o con la lenta agonia degli ammortizzatori".

 

"Noi non abbiamo scelta. Stiamo facendo serenamente tutto ciò che possiamo per difendere la nostra famiglia. Dove per famiglia non vanno intesi solo i nostri parenti, le nostre figlie e figli, i nostri partner. Per noi è famiglia tutta questa fabbrica e il territorio attorno. Sono famiglia i disoccupati, precari, le finte partite iva. E' famiglia chi ha un lavoro ma non un vero stipendio e chi per raggiungere uno stipendio decente deve ammazzarsi di lavoro. La nostra famiglia l'ha capito ed è insorta a nostra difesa".


"E noi vi continuiamo a chiamare a insorgere. Ognuno con le proprie istanze, le proprie cause, le proprie vertenze, le proprie crisi, le proprie rivendicazioni, consapevoli che per vincere qua bisogna cambiare i rapporti di forza nel paese. E se i rapporti di forza cambiano, cambiano per tutti. Noi non abbiamo scelta, voi sì. Voi tutti avete una scelta: potete vivere questa nostra vertenza come una delle tante crisi che ci sono e che ci saranno o decidere che questa volta la misura è colma per tutti. Che questa volta no".
 

"E allora, noi resistiamo se voi spingete. E se voi spingete, noi resistiamo. Preparate i pullman, contate le macchine, annullate qualsiasi impegno. Fate girare la parola, condividete i messaggi. Diventate un fiume in piena e che i viali di Firenze ne siano gli argini. Di sabati ce ne saranno tanti, di cose da fare ce ne saranno tante, di metalmeccanici licenziati ce ne sono stati tanti e purtroppo tanti ancora ce ne saranno. Ma di occasioni per scrivere un pezzetto di storia, ne capitano poche nella vita".


"E se alla fine di tutto questo nostro percorso, l'unica cosa che avremo ottenuto sarà fargli tornare la paura di toccare la nostra famiglia, avremo comunque ottenuto qualcosa". 

                 

C’E’ LA POSSIBILITA’ DI FAR PARTIRE UN PULLMAN DA SANTA FIORA CHI VOLESSE PARTECIPARE PUO’ PRENOTARSI AI NN.:

338 7889972 (Aldo)

335 1350524 (Carlo)

339 2699307 (Dario)

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