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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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04/08/2021

articolo estratto dal

Resto del Carlino di Modena

 

Ancora una volta in questo tragico inizio 2021, dobbiamo registrare l'ennesimo incidente mortale sul posto di lavoro. Ritenaimo, come Partito della Rifondazione comunista, che anche questa morte non può che essere riconducibile al modello ideologico che il sistema legato al capitale e alla spietata concorrenza, impone alla produzione delle merci e alla riproduzione della vita sociale.  

Laila El Harim, 41 anni, è rimasta incastrata in una fustellatrice alla ’Bombonette’ di Camposanto. Era stata assunta due mesi fa.

 

 

Ha dato un bacio alla sua bambina e al suo compagno per poi recarsi al lavoro, entusiasta come sempre. Da due mesi, infatti, era stata assunta nell’azienda specializzata nella produzione di scatole per dolci, vassoi, pirottini, incarti e shopper Bombonette in via Panaria Est a Camposanto, per occuparsi della gestione delle macchine. Vista la maggiore responsabilità, era fiera del suo ruolo. Qualcosa, però, durante il controllo ad un macchinario, ieri mattina, non ha funzionato come avrebbe dovuto.

 

E’ morta schiacciata da una fustellatrice Laila El Harim, 41 anni ancora da compiere, originaria del Marocco ma da oltre 20 anni in Italia, paese che amava. La donna viveva a Bastiglia insieme al compagno, Manuele Altiero e alla sua bambina di quattro anni. Si erano conosciuti sul lavoro, dieci anni fa, e da allora non si erano più lasciati. Proprio un mese e mezzo fa, infatti, l’uomo si era inginocchiato davanti alla mamma della sua bambina chiedendole di sposarsi. Ma la coppia, di progetti, ne aveva tanti ed ora l’uomo, disperato, chiede che venga fatta piena luce su quanto accaduto; sull’ennesimo infortunio mortale che vede vittima una donna. Laila, come Luana D’Orazio, la giovanissima mamma di Prato morta a 22 anni dopo essere rimasta incastrata negli ingranaggi di un orditoio, è stata uccisa infatti da un macchinario che avrebbe dovuto essere posto in sicurezza: una grande pressa che l’ha schiacciata senza lasciarle scampo. Probabilmente neppure la possibilità di chiedere aiuto. A dare l’allarme sono stati i colleghi della quarantenne (avrebbe compiuto 41 anni tra pochi giorni), che l’hanno trovata riversa sulla fustellatrice con spalle e testa incastrati all’interno. Non è chiaro se al momento della tragedia fosse presente anche un collega della vittima: quello che è certo è che purtroppo, all’arrivo dei sanitari del 118, per Laila non c’era più nulla da fare nonostante i disperati tentativi di salvarla: la donna è morta sul colpo. Sono stati i pompieri, giunti sul posto con una squadra a liberare la salma della giovane mamma. Sul posto sono poi accorsi i carabinieri da Carpi e San Felice, l’ispettorato del lavoro ed il personale dell’ufficio prevenzione e sicurezza dell’Ausl che si stanno occupando degli accertamenti. La procura, infatti, ha disposto il sequestro del macchinario ed ha aperto un’inchiesta con l’ipotesi di reato di omicidio colposo: sarà fondamentale, infatti, individuare eventuali responsabilità sull’ennesima morte bianca e, soprattutto, far luce su eventuali ‘problematiche’ relative alle misure di sicurezza adottate nell’azienda. Erano circa le otto di ieri mattina quando la 40enne ha raggiunto il capannone dove era in azione il macchinario; pare per effettuare un controllo e pochi attimi dopo ne è stata risucchiata e dilaniata. C’erano barriere protettive? Come mai i blocchi di sicurezza della pressa che taglia il cartone non si sono azionati? Sulla salma della donna sarà anche disposta nelle prossime ore l’autopsia al fine di individuare le esatte cause del decesso. Il compagno della 40enne fa presente come Laila fosse una lavoratrice esperta, con oltre 15 anni di esperienza alle spalle. Sapeva, in sostanza, ciò che faceva eppure il ‘macchinario infernale’ le ha strappato la vita in pochi istanti.

 

Sotto choc i colleghi dello scatoloficio, nessun commento ufficiale da parte del datore di lavoro che ha collaborato tutta la giornata con gli inquirenti per chiarire le cause della disgrazia. La disperazione, ieri mattina alla Bombonette, era palpabile. Poca voglia di parlare, nell’aria solo il dolore di una grande perdita, una tragedia per ora inspiegabile ma che troverà luce nelle indagini, probabilmente dagli accertamenti disposti sulla fustellatrice.

 

 

 

 

03/08/2021

Il manifesto

Giovanni Stinco

 

Mentre la ministra Cartabia presenzia alle celebrazioni, Draghi dispone la desecretazione degli atti su Gladio e Loggia P2. Viene ampliata la «direttiva Renzi» del 2014 riguardo i maggiori eventi stragisti italiani. Mattarella: «Non tutte le ombre sono dissipate ed è ancora forte l’impegno di ricerca della completa verità»

 

«Se non adeguano la Procura generale, la parte inquirente della Procura generale, succederà che verranno bloccate le indagini e si bloccheranno i processi. Se capiterà, il nostro giudizio sarà pesantissimo, altrimenti le istituzioni avranno fatto il loro dovere». Va dritto al punto il presidente dell’associazione delle vittime della strage del 2 agosto 1980, Paolo Bolognesi.

 

«Se non adeguano la Procura generale, la parte inquirente della Procura generale, succederà che verranno bloccate le indagini e i processi. Se capiterà il nostro giudizio sarà pesantissimo, altrimenti le istituzioni avranno fatto il loro dovere». Va dritto al punto il presidente dell’associazione delle vittime della strage del 2 agosto 1980, Paolo Bolognesi. Il giorno del 41 esimo anniversario della strage alla stazione di Bologna, di fronte ai giornalisti la prima richiesta è che i magistrati siano messi in grado di fare il loro lavoro. Poi Bolognesi loda la presenza della ministra della Giustizia Cartabia, ospite «eccezionale e molto gradita», ma aggiunge: «Giudicheremo dai fatti».

 

LEI, MARTA CARTABIA, arriva subito dopo, ricorda la riforma della giustizia in approvazione in Parlamento, e nel suo discorso di fronte ai familiari delle vittime promette «tutto il sostegno necessario nel lavoro di accertamento delle responsabilità». Ne serviranno di risorse alla Procura di Bologna per non rallentare i processi sui mandanti della strage del 2 agosto.
In corso c’è il processo di primo grado a Paolo Bellini, presunto quinto uomo della strage e per l’accusa il corriere che portò in città i 23 kg di esplosivo che fecero 85 morti e 200 feriti. Ma ci sarà anche il processo di appello per Gilberto Cavallini, già condannato all’ergastolo per aver dato supporto logistico agli esecutori materiali. E ci sarebbe anche una nuova «delicatissima indagine in corso», aggiunge Bolognesi. Di fronte a questo ci sono magistrati che andranno in pensione a breve e uffici già stracarichi di lavoro. Eppure, come ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, «non tutte le ombre sono state dissipate e forte è, ancora, l’impegno di ricerca di una completa verità».

 

Marta Cartabia ieri a Bologna foto di Aleandro Biagianti

 

COME SEMPRE succede da 41 anni, a Bologna sono migliaia i cittadini che scendono in piazza per chiedere verità e giustizia sulla strage del 2 agosto 1980. Mano fascista, mandanti piduisti, appoggi che arrivano ai vertici dello Stato. Questo il pensiero di chi sfila per le strade della città, il corteo aperto dal grande striscione «Bologna non dimentica». L’attesa è tutta sul processo a Bellini, con la sentenza che potrebbe arrivare entro l’inverno. Ma i familiari delle vittime già rilanciano: «Bisognerebbe sentire il Consiglio dei Ministri che nel 1978 nominò i vertici dei servizi segreti. Tra quei nomi c’è chi ancora potrebbe avere molto da dire».

 

SUL PALCO DI PIAZZA Medaglie d’Oro, di fronte alla stazione che fu per metà demolita dall’esplosione, Bolognesi dettaglia: «C’è un filo nero che parte dalla strage di Portella della Ginestra nel 1947 e arriva fino alle stragi del ’92 e ’93 e alla trattativa Stato-mafia. Il rapporto oscuro tra organizzazioni criminali e istituzioni dello Stato si sviluppa lungo tutta la storia italiana. Con una costante: i depistaggi. Gli apparati dello Stato entrano puntualmente in azione per creare false piste, sottrarre prove, far sparire testimoni. E non c’è una sola persona, tra i condannati e gli indagati per l’eccidio del 2 agosto ’80, che non sia riconducibile alle parti dei Servizi Segreti infedeli».

 

UN FATTO ORMAI assodato, grazie anche al lavoro dei familiari delle vittime che hanno ottenuto la completa digitalizzazione degli atti e da sempre spingono per la completa desecretazione di tutte le carte riservate che potrebbero in qualche modo illuminare gli anni della strategia della tensione, e magari indirettamente fornire nuove informazioni su Bologna e altre stragi che hanno insanguinato la storia d’Italia.

 

SULLA QUESTIONE nel frattempo interviene direttamente il Presidente del Consiglio Mario Draghi che ieri avrebbe firmato una direttiva per declassificare e rendere così disponibili nell’Archivio centrale dello Stato nuovi documenti sull’organizzazione Gladio e sulla loggia massonica P2. Una sorta di ampliamento della cosiddetta «direttiva Renzi» del 2014, che riguarderebbe i maggiori eventi stragisti italiani, da Piazza Fontana a Milano a Piazza della Loggia a Brescia, per finire con le stragi di Ustica e di Bologna del 1980. «Spero non sia un’operazione di facciata», commenta freddo Bolognesi. «Già nel 2014 accogliemmo con ottimismo la direttiva Renzi, invece ci arrivarono documenti con intere parti cancellate. Questa volta ci daranno i nomi o affideranno la desecretazione ai soliti elementi imbarcati con la P2 o con i servizi segreti “strani”?».

 

SUL TEMA desecretazione si muovono anche alcuni parlamentari della destra, che provano a cavalcare per l’ennesima volta la pista medio-orientale chiedendo di rendere pubbliche le carte segrete della Commissione Moro. «Ma in quei 200 documenti su Bologna non c’è nulla», replica lo stesso Bolognesi, che quei faldoni li ha letti da parlamentare. Mentre gli avvocati di parte civile ricordano che «non c’è segreto di Stato quando il processo è per strage», e che la «Procura generale di Bologna ha avuto dal governo Conte una serie di atti estremamente significativi che sono ora al vaglio della corte d’Assise».

 

Left

29/luglio/2021

Simona Maggiorelli

 

Abbiamo un po’ provocatoriamente intitolato “Diritto all’ozio” questa nostra nuova storia di copertina dedicata al lavoro, pensando all’otium letterario dei latini, a quel diritto ad avere tempo per leggere, studiare, creare che dovrebbe essere di tutti e non solo di chi può permetterselo.

 

Tempo libero, tempo liberato. C’è bisogno di tempo per riprendere in mano la propria vita, per rigenerarsi, dedicando tempo agli affetti, alla qualità delle relazioni, alla socialità. Lo sanno bene i lavoratori del settore sanitario, della logistica, delle fabbriche, dei supermercati che durante la pandemia non si sono mai fermati.

 

L’ideologia della produttività a tutti i costi, che dopo la fine del lockdown si è tradotta nella corsa forsennata al recupero del profitto perduto, si è rivelata criminale come hanno reso evidente fatti drammatici come la strage del Mottarone e la morte sul lavoro della giovane Luana D’Orazio.

 

Due casi tristemente emblematici dietro ai quali ce ne sono centinaia di altri, uno stillicidio quotidiano di morti sul lavoro che troppo spesso non fanno neanche notizia. Manomissione dei freni per accelerare l’attività e accogliere più turisti in un caso. Manomissione dei dispositivi di sicurezza dell’orditoio per accelerare la produttività e tenere il passo con la concorrenza internazionale nell’altro. Queste le ipotesi degli inquirenti. Nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva ma non rifletteremo mai abbastanza sulla crudele insensatezza di quanto è avvenuto. Così come sulla uccisione del sindacalista Adil Belakhdim investito da un camionista che doveva consegnare a tutti i costi entro i tempi stabiliti.

 

Non sono purtroppo eventi casuali ed eccezionali se come ci dice l’indagine dell’Inail le morti sul lavoro sono aumentate dell’11% rispetto al 2019.

 

C’è bisogno di una riflessione radicale sul senso, sulla sicurezza e sulla qualità del lavoro in questa Italia che attende ancora di vedere segnali di ripresa, nonostante i primi stanziamenti dei fondi del Pnrr, in questa Italia dove lo sblocco dei licenziamenti ha sdoganato i tagli e le scelte dissennate e selvagge delle multinazionali come Whirlpool e Gkn che hanno mandato a casa centinaia di lavoratori dall’oggi al domani, dopo aver goduto di finanziamenti pubblici e non soffrendo di una crisi di settore.

 

C’è bisogno di un piano industriale per creare posti di lavoro, ma anche di un ripensamento complessivo del sistema capitalistico che impone turni di lavoro estenuanti a lavoratori sfruttati (a livello di schiavismo come è emerso dal blitz anti caporalato presso la più grande azienda di stampa italiana, la Grafica Veneta) mentre la disoccupazione è schizzata a livelli altissimi. C’è bisogno di quella riforma degli ammortizzatori sociali che andava portata a termine prima dello sblocco dei licenziamenti (come aveva proposto il ministro Orlando) ma c’è bisogno anche di un sistema più generalizzato di reddito di sostegno, perché troppi sono rimasti esclusi dai ristori. «Dove sta la tanto invocata “coesione sociale” che dovrebbe caratterizzare la transizione ecologico-digitale-infrastrutturale sospinta dalle enormi risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza?» si domanda giustamente l’ex ministro del lavoro e sindacalista Cesare Damiano in questo sfoglio di copertina.

 

Sui media mainstream veri approfondimenti su questi temi trovano pochissimo spazio, mentre molto ne ottengono ex presidenti del Consiglio che inneggiano al sistema lavorativo schiavistico dell’Arabia Saudita e, insieme alle destre, non trovano di meglio da fare che proporre un referendum abrogativo del reddito di cittadinanza. Beninteso non che sia una misura senza difetti (a cominciare dalla questione dei navigator, precari impiegati per trovare un lavoro ad altri). Ma in tempi in cui è aumentata a dismisura la povertà abolirlo non sarebbe certo d’aiuto.

 

Semmai sarebbe molto proficuo seguire l’esempio della Germania e di molta parte d’Europa riguardo a misure come il salario minimo. A questo riguardo è interessante quanto sta accadendo a Bruxelles dove è in discussione una direttiva che promuove una soglia retributiva minima al di sotto della quale non si può scendere. L’obiettivo è la lotta alle disuguaglianze e al lavoro povero, come scrive su Left il presidente del Partito della sinistra europea Heinz Bierbaum, approfondendo la scelta del governo tedesco di aumentare il salario minimo. Tema, purtroppo, quasi del tutto sparito nel dibattito italiano. Ancor più coraggioso e lungimirante è la proposta che viene da alcuni Paesi nordici (ma non solo) di sperimentare la riduzione di lavoro a parità di salario. Lavorare meno e lavorare tutti, sarebbe l’auspicio in un quadro di difesa del settore pubblico e dei servizi sociali. Un esponente politico di primo piano come la premier finlandese Sanna Marin ha rilanciato il dibattito su questo tema più di un anno fa. Una proposta diventata esperimento concreto in Islanda come ricostruisce su questo numero l’inchiesta di Leonardo Filippi, raccontando anche di analoghi tentativi in Spagna e della discussione che ha preso forza ora anche in Giappone.

 

Abbiamo un po’ provocatoriamente intitolato “Diritto all’ozio” questa nostra nuova storia di copertina dedicata al lavoro, pensando all’otium letterario dei latini, a quel diritto ad avere tempo per leggere, studiare, creare che dovrebbe essere di tutti e non solo di chi può permetterselo. Ricordando quel che diceva Marx riguardo al tempo liberato dal lavoro che ognuno dovrebbe poter dedicare all’arte e proprie passioni. Ma l’ozio si sa è sempre stato il demonio per la religione cristiana alleata al capitalismo che predica il lavoro, come fatica, come espiazione. Invece questa parola potrebbe essere degnamente rispolverata in un progetto di riorganizzazione radicale della società e del mondo del lavoro che metta al centro la dimensione umana, l’individuo con i suoi bisogni ed esigenze di realizzazione di sé nel rapporto con gli altri, il potenziale creativo della collettività. Tema affascinante e ancora tutto da esplorare per mettere in moto processi di trasformazione che non distruggano il pianeta e modelli di sviluppo non più basati sullo sfruttamento.

 

28/07/2021

da Left

G. Cavalli

 

Dalle indagini per caporalato su Grafica veneta emerge la fotografia di un'imprenditoria che fa la morale agli altri ma ha un'enorme questione morale che finge di non vedere

 

Sempre a proposito dei lavoratori-schiavi che secondo la Procura di Padova sarebbero stati presi in subappalto da Grafica veneta (l’azienda che tutto il Veneto elogiava come punta di diamante dell’imprenditoria dalle parti di Zaia) sono usciti alcuni particolari dell’indagine che tornano molto utili non tanto a farsi un’idea su questa vicenda (ci sarà un processo, deciderà un giudice) ma almeno a capire come sia avvenuta la graduale distruzione dei diritti sul lavoro e quindi, di conseguenza, il crollo dei salari.

 

Il 7 luglio del 2020 i carabinieri si presentano nella sede dell’azienda a Trebaseleghe per sequestrare alcuni documenti che regolano i rapporti tra Grafica veneta e Bm service (l’azienda pagata per reclutare gli schiavi, controllarli e nel caso punirli). Nei mesi precedenti cinque persone di nazionalità pachistana erano state ritrovate pestate e legate ai bordi delle strade e altre cinque si erano presentate al Pronto soccorso lamentando botte e sevizie. I lavoratori lavoravano 10, 12, 16 ore al giorno per uno stipendio di 1.100 euro che veniva decurtato di 120 euro per l’affitto e ulteriori 200, 300 o 400 euro.

 

L’azienda veneta si difende dicendo di non saperne niente (come se fosse comunque normale subappaltare la manodopera fottendosene delle condizioni in cui lavora) ma il gip la pensa diversamente: «Grafica veneta è perfettamente consapevole del numero di ore necessarie per svolgere il lavoro che appalta e non a caso, disponendo delle timbrature dei dipendenti Bm Service, ha fatto di tutto per non consegnarle alla Polizia giudiziaria», scrive nell’ordinanza.

 

Il procuratore di Padova, Antonino Cappelleri, ha spiegato bene il sistema durante la conferenza stampa seguita al blitz: «La particolarità di questo caso di caporalato è la complicità, che credo siamo riusciti a dimostrare in pieno, dell’azienda italiana con quella gestita dai pakistani, nonostante le solide condizioni economiche e la possibilità di operare in maniera regolare. Sono riusciti a delocalizzare un settore nella loro stessa sede, appaltando manodopera a prezzi bassissimi».

 

Secondo il gip, «è l’amministratore delegato che indica il numero di persone da assumere, soffermandosi anche sulle tipologie di contratto da utilizzare e sull’attività di vigilanza che pretende sia fatta sui dipendenti». Inoltre, il giorno dell’arrivo dei carabinieri, l’analisi delle telefonate tra Bertan e Pinton (amministratore delegato e dirigente di Grafica veneta) relative agli ingressi e alle presenze degli operai, «dimostra che i due fanno di tutto per non comunicare quei dati in quanto avrebbero provato il loro pieno coinvolgimento nello sfruttamento dei lavoratori». Il gip scrive: «Addirittura, vi sono state telefonate in cui i dirigenti della Grafica hanno detto al proprio tecnico di non consegnare nulla e cancellare i dati, disperandosi una volta appreso che la Polizia giudiziaria era comunque riuscita ad acquisire un dato parziale». Bertan a Pinton: «Mi raccomando con le timbrature». Bertan invita il titolare pakistano di Bm service a parlare «ai suoi operai affinché rispondano bene». Bertan chiede a Pinton: «Noi gli abbiamo dato le timbrature?». E si sente rispondere: «No…se le sono prese loro dal computer per quanto riguarda gli ingressi e le uscite. Nell’aprire il programma hanno visto tutto». A quel punto Bertan non usa mezze parole: «Ci siamo inculati da soli».

 

Quegli schiavi ci riguardano. Quegli schiavi sono la fotografia di un modo di fare impresa che subappalta i diritti al migliore offerente che per stare nel prezzo i diritti li maciulla senza troppe cortesie. Dietro quegli schiavi c’è quella stessa imprenditoria che si lamenta di non trovare altri schiavi puntando il dito sui sussidi e sul reddito di cittadinanza. Dietro quegli schiavi c’è la riflessione che manca a un pezzo dell’imprenditoria italiana che fa la morale agli altri ma ha un enorme questione morale che finge di non vedere.

Sbilanciamoci

23 luglio 2021

Andrea Barolini

 

Da Genova ai giorni nostri: genesi, contesto, repressione e eredità del movimento dei movimenti. Una riflessione a vent’anni di distanza tramite l’intervista all’economista Mario Pianta. Da Valori.it

 

 

Due decenni fa il “movimento dei movimenti” espresse critiche radicali al sistema economico e finanziario globale. I no-global erano stati capaci di individuarne i punti deboli e di prevedere le crisi che tale modello di sviluppo avrebbe partorito. Mario Pianta, docente di Politica economica alla Scuola Normale Superiore di Firenze, analizza la genesi di quel movimento (da Seattle a Porto Alegre), la repressione che ha subito al G8 di Genova e l’eredità che ha lasciato.

 

Le analisi, le denunce e le previsioni avanzate dal movimento no-global al G8 di Genova furono trattate come estremismi e represse. Eppure, a 20 anni di distanza, le critiche al sistema sono più che mai attuali.

 

È esattamente così. Il G8 di Genova nasce all’indomani del lancio del forum sociale mondiale a Porto Alegre come un tentativo di contrastare il progetto di globalizzazione neoliberista che era stato lanciato negli anni Ottanta e che ha avuto un’accelerazione negli anni Novanta, con la globalizzazione del commercio e la finanziarizzazione del sistema economico. Di fronte a tutto ciò, quel movimento chiedeva impegni sulla tutela dell’ambiente. Sul lavoro. Si batteva contro la corsa al ribasso. Contro la concorrenza basata sull’impoverimento dei lavoratori.

 


Che periodo era quello, dal punto di vista economico e politico?

Quei movimenti nascevano alla fine del 1999 con la protesta di Seattle. Il contesto era costituito da un’agenda di neoliberismo “duro” imposta dai poteri economici e dagli stati più forti. C’era stata un timida opposizione di alcuni governi europei, che proponevano un’opzione più socialdemocratica che apriva alla globalizzazione, ma con tutele per l’ambiente, il lavoro, i salari. Questa seconda strada fu sconfitta. A quel punto, l’unica possibilità era una “globalizzazione dal basso”, l’alternativa avanzata dai movimenti. E proprio quello è il titolo del mio libro del 2001, pubblicato da Manifestolibri.

 

Che da Seattle passò per Porto Alegre e poi arrivò a Genova nel 2001. 

Il 2001 fu un momento importante, poiché l’agenda di quel modello di globalizzazione si consolidò. La Cina entrava nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e ebbe un ruolo decisivo con un aumento della capacità produttiva in campo industriale, assieme ad altre nazioni asiatiche. Oggi è l’area che cresce di più al mondo, anche nell’alta tecnologia.

 

Cosa ha comportato quel tipo di globalizzazione?

Innanzitutto una forte concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Il potere è appannaggio dei Paesi più avanzati, e il fronte cinese non ha indebolito più di tanto le potenze occidentali. Inoltre, l’accelerazione della finanziarizzazione ha imposto un distacco sempre più marcato tra finanza ed economie reali. Ciò rappresenta la radice di tutti i problemi. La crisi finanziaria del 2008, l’accelerazione dei cambiamenti climatici e l’aumento delle diseguaglianze. Reso ancor più evidente con la pandemia.

 

26/07/2021

il Manifesto

Alfonso Gianni

 

Altro che «sblocco». La chiusura di un’azienda che produce componentistica per l’80 per la Fca e il resto per prestigiose marche tedesche, nonché per Ferrari e Maserati, mette a nudo l’assenza di una qualunque politica industriale nel Pnrr, che ci rende indifesi di fronte alle scelte delle multinazionali. Ma ieri è successo qualcosa di nuovo.

 

Un’unica parola secca e determinata, compare in campo rosso: insorgiamo. Senza la retorica dei punti esclamativi. Infatti non è un auspicio, è una comunicazione di un dato di fatto. Come a dire: sta a voi decidere ora cosa fare.

 

Gli operai della Gkn, licenziati via mail – a sua volta la modernizzazione del vecchio ad nutum – in 422 della fabbrica madre e in 80 delle ditte in appalto, dettaglio non secondario, hanno deciso di insorgere contro la decisione della proprietà, il fondo britannico Melrose, che rincorre i fasti della globalizzazione in crisi: chiudere qui per aprire altrove. Non si sa dove. Si conosce invece l’intenzione di fare gravare interamente sul costo del lavoro, azzerando gli occupati e cancellando uno stabilimento, le conseguenze della contrazione mondiale in atto nel settore automobilistico.

La chiusura a Campi Bisenzio viene presentata come “indifferibile” e l’utilizzo degli ammortizzatori sociali impossibile. Chi voleva le prove che l’avviso comune tra Governo e Sindacati, con l’intervento determinante di Confindustria, non avrebbe tappato il vaso di pandora dei licenziamenti, ne ha avute fin troppe. Il paragone con il caso Bekaert, l’azienda belga che produceva rivestimenti in acciaio per pneumatici e che tre anni fa ha trasferito la produzione da Figline Valdarno nell’Europa dell’Est, è d’obbligo. E si teme che così possa finire anche per la Vitesco, azienda tedesca di iniettori per motori termici, 950 lavoratori in quel di Pisa, 750 dei quali già considerati come esuberi.

 

Intanto la riforma degli ammortizzatori sociali attesa per il 31 luglio, cui pareva appeso l’avviso comune e che è prevista dallo stesso Pnrr, seppure non vincolata a termini perentori, sembra scivolare all’autunno, quando si discuterà la legge di bilancio, visto che allo stato attuale mancano le risorse nonché le modalità per utilizzare gli ammortizzatori nelle imprese con meno di cinque addetti, uno dei tratti più innovativi dell’intervento legislativo.

 

La chiusura di un’azienda che produce componentistica per l’80 per la Fca e il resto per prestigiose marche tedesche, nonché per Ferrari e Maserati, mette a nudo l’assenza di una qualunque politica industriale nel Pnrr, che ci rende indifesi di fronte alle scelte delle multinazionali.
Ma ieri è successo qualcosa di nuovo. Migliaia di persone di sono mosse dallo stabilimento di Campi Bisenzio per toccare le altre realtà produttive.

 

Ha ragione la segretaria generale della Fiom: «Non è uno sciopero, ma una manifestazione che dà il senso che questa sta diventando una vertenza simbolo». L’hanno compreso in molti. Altrimenti non avremmo assistito al dispiegarsi in modo tangibile di una viva e orgogliosa solidarietà. Al grande corteo erano presenti lavoratori della Whirlpool di Napoli, di aziende di Milano e di Bologna, esponenti di primo piano delle istituzioni comunali e regionali. Dopo diverso tempo si è riacceso attorno ad una lotta operaia il senso della partecipazione di tanti giovani e di intellettuali. Valga per tutti l’opera grafica che Zerocalcare ha voluto dedicare a questo conflitto.

 

Si percepisce che quando sei di fronte a un muro, fatto dalla decisione autodefinentesi irremovibile della multinazionale, alla non volontà del governo di continuare il blocco dei licenziamenti, all’assenza della politica dal conflitto sociale, solo l’allargamento a livello sociale e popolare del sostegno e della solidarietà, può permettere di incrinare se non abbattere del tutto quel muro.
Il successo della manifestazione di ieri non è un caso isolato.

 

Questa volta la miccia è stata accesa forse dai meno attesi, i lavoratori della logistica, invisibili quanto determinanti nel processo di circolazione delle merci.Con le loro lotte necessariamente aspre, che sono costate dolore, sangue e morte hanno riaperto il conflitto sociale nei luoghi più strategici del moderno sistema capitalistico.

 

Ora abbiamo non solo la difesa primaria del posto di lavoro dai licenziamenti avvenuti e minacciati, ma la volontà di ritessere una tela strappata. Un fatto nuovo, che ha il profumo dell’antico, quando quelli che erano considerati gli ultimi sapevano legare attorno a sé le forze più vive della società. E creare un popolo.

24/07/2021

da Left

G. Cavalli

 

Cuba come simbolo di mancanza di libertà è un concetto che si pensava superato almeno dopo avere frequentato le scuole medie e invece evidentemente funziona ancora

 

In fondo Cuba continuerà a pagare pegno per essere un vessillo e come tutti i vessilli rischia di finire schiacciata da chi la usa semplicemente come clava contro il suo avversario oppure come inno sterile per le proprie convinzioni. In parte c’è una buona notizia: Cuba è viva, l’idea che si porta dietro con la sua storia è qualcosa ancora in grado di spaccare e di fare discutere e come tutti i progetti dalle aspirazioni rivoluzionarie riesce a evidenziare l’ipocrisia e lo snobismo di chi lo affronta con l’ideologia avversa. Le proteste di Cuba sono state utilissime per vedere riaffiorare quel sentimento anticubano che altro non è che una (ignorante) avversione al comunismo, superficialmente sparso in giro come se la storia non facesse il proprio corso.

A gennaio di quest’anno (per citare un esempio paradigmatico) fu il celebre Burioni a dare un fulgido esempio della superficialità in cui in questo Paese si parla di Cuba. È significativo che proprio Burioni, quello che da mesi professa il dovere di parlare delle cose solo con una base di competenza decente, si sia esibito in cotanta arrogante superficialità: «A me va benissimo anche il vaccino cubano, a patto che venga sperimentato in un luogo dove uno scienziato che dice che non funziona non viene messo in galera. In altre parole, in una bella democrazia occidentale», scrisse Burioni a gennaio in un tweet con tanto di faccina sorridente al seguito, quella che si pone alla fine della frase con la disperata speranza di risultare simpatico. Cuba come simbolo di mancanza di libertà è un concetto che si pensava superato almeno dopo avere frequentato le scuole medie e invece evidentemente funziona ancora.

 

In quel caso fu Fabrizio Chiodo, professore di Chimica all’Avana e ricercatore dal 2014 presso l’Insituto Finlay dove ha collaborato alla sperimentazione di Soberana 01 e 02, a confutare le affermazioni di Burioni (e uno smacco ulteriore è arrivato a fine primavera quando Soberana 02 ha superato gli standard richiesti dall’Oms per essere dichiarato un vaccino) Finita? No, no. Burioni affonda ancora il colpo: «Non voglio entrare in diatribe politiche, ma nessun farmaco è stato sviluppato a Cuba negli ultimi 50 anni». 

 

È falso e la frase ci torna utilissima per raccontare della strumentalizzazione di Cuba nel dibattito pubblico: c’è dentro la finzione maldestra di non voler fare nessun discorso politico nonostante il pregiudizio sia tutto politico e c’è la disinformazione che serve per descrivere un’isola arretrata.

 

I bambini di tutto il mondo curati con vaccini cubani, i pazienti da tutto il mondo curati con prodotti unici della Biotech Cubana (pubblica) a Burioni sfuggono: vuoi mettere la soddisfazione di delegittimare Cuba? Tanto, come sempre succede, la voce amplificata è sempre quella del più forte, del più potente. È successo con il mediatico virologo ma il meccanismo è sempre lo stesso: l’accusa (falsa) fa il giro del mondo e la difesa rimane sterile tra i soliti noti.

 

Qualche giorno fa, sempre a proposito delle proteste a Cuba, hanno fatto il giro del mondo le immagini trasmesse da Fox news, il gigantesco network conservatore Usa visibile in tutto il pianeta, che mostra le proteste ritoccando il video e coprendo le scritte dei cartelli in mano ai manifestanti. Sapete cosa dicevano quei cartelli? Il primo cartello dice: “Le strade sono dei rivoluzionari”, la frase pronunciata dal presidente cubano Díaz-Canel pochi giorni fa, il secondo cartello dice: “Viva la Rivoluzione Cubana”. Non vi basta? Roberto Saviano pubblica la foto di una donna urlante scrivendo: “Cuba finalmente insorge contro la dittatura del partito comunista cubano e contro l’embargo. Cuba merita democrazia e la conquisterà”. Tutto giusto, per carità, peccato che quella donna sia Betty Pairol, sostenitrice del governo e attivista, che ha intimato ai social di correggere l’evidente manipolazione. Ovviamente non ha ottenuto risposta.

 

Ma gli esempi di disinformazione e bufale sono svariati, come ricostruisce Leonardo Filippi in queste pagine: immagini delle proteste in Egitto nel 2011 spacciate per foto di Cuba dieci anni dopo; immagini di cortei a Miami trasformate in foto di manifestazioni a L’Avana; immagini di manganellate in altre nazioni attribuite a Cuba; la folla del Primo Maggio cubano scambiata per manifestazione contro il governo; bandiere del movimento filo-castrista 26 luglio confuse con vessilli di associazione anti-castriste. Allora prima di esprimere qualsiasi giudizio e approfondire con le giuste analisi sarebbe il caso di trovare il coraggio di svestirsi una volta per tutte di questi pregiudizi tossici sulla pelle dei cubani. Mica solo per loro ma anche per noi, per rispetto della nostra intelligenza.

23/07/2021

da il Manifesto

Paolo Cacciari

 

Neanche a farlo apposta, il disastro in Germania è giunto il giorno dopo che il vicepresidente della Commissione Ue, responsabile per il clima, Timmermans, aveva presentato al Consiglio e al Parlamento le sue proposte. Insufficienti (per gli scienziati del clima) a contrastare il riscaldamento globale.

 

Così il pacchetto di misure battezzato Fit for 55 (come tagliare il 55% delle emissioni climalteranti entro il 2030), ha coinciso con la depressione Bernd, le catastrofiche alluvioni tra Germania, Belgio, Francia e Olanda. Ma neppure queste hanno spento il fuoco incrociato dei lobbisti dei combustibili fossili, degli industriali dell’auto e di molti governi (tra cui l’Italia con le dichiarazioni bipartisan dei ministri Cingolani, Giorgetti e Di Maio) contrari alle misure delle Ue.

 

Dopo la ingloriosa dipartita del campione negazionista The Donald, le preoccupazioni dei politici sono ora volte alla possibilità che le nuove misure verdi (tipo le tasse sulle emissioni) possano portare degli aumenti dei prezzi dell’energia, dei materiali da costruzione, dei fertilizzanti, dell’alluminio e di materie prime che a cascata si riverserebbero sui generi di prima necessità mettendo in difficoltà famiglie e imprese tanto da scatenare rivolte sociali in stile gilet gialli. Ricordate il loro slogan? «Voi pensate alla fine del mondo, noi alla fine del mese».

 

Ma ora, che i tempi della catastrofe ecologica (comprese le pandemie endemiche di origine zoonotica) e quelli della sicurezza quotidiana della vita delle persone si sono talmente accorciati da sovrapporsi (pensiamo alle case bruciate in California o alla metropolitana di Zhengzhou), bisognerebbe, una buona volta, avere il coraggio e la forza di uscire dal dilemma economia o vita, lavoro o salute, Pil o Natura. Anche accettando di entrare nella logica del calcolo costi/benefici, andrebbero correttamente conteggiati i danni di un modello di sviluppo suicida, che, per di più, non colpisce tutti allo stesso modo. Ma questa verità, presa come pretesto per non cambiare nulla, nella bocca di chi ha responsabilità di governo, suona come falsa e offensiva. Altra giustificazione farlocca che circola tra politici e commentatori: l’Europa contribuisce «solo» per l’8% delle emissioni di gas serra.

 

Ma si tace sulla responsabilità storica accumulata nel tempo dagli stati della Ue (secondi solo agli Stati Uniti) e sul fatto che il Pil della Ue è pur sempre il 20% di quello mondiale. Inoltre, nel conto del bilancio delle emissioni andrebbero inserite le merci che consumiamo noi, ma che sono fabbricate in altre parti del mondo. A Napoli, nel G20 sull’ambiente in questi giorni e soprattutto a fine anno a Glasgow nella Cop 26 si dovrà discutere proprio di «giustizia ambientale» e sugli strumenti per realizzarla.

 

Ben venga quindi, a scala planetaria e all’interno dell’Europa, una discussione sulla equa distribuzione dei «costi» della necessaria riconversione economica, degli apparati energetici ed industriali, dei sistemi logistici e infrastrutturali, dell’uso del suolo e delle filiere agroalimentari, dell’edilizia e così via, reinventando un’economia capace di futuro. Ottima l’idea di un «fondo sociale» per la transizione energetica proposto dal commissario Gentiloni.

Suggeriamo: meglio ancora un reddito di cittadinanza universale incondizionato (finanziato dai profitti di quelle multinazionali che dalla digitalizzazione, dai farmaci, dalla green economy stanno facendo affari a palate) che metta al riparo permanentemente chi è sotto ricatto occupazionale. Sicurezza ambientale ed economica sono due facce di una stessa politica.

 

Questione ecologica e questione sociale non vanno disgiunte. Ma non si tratta di «mediare» e trovare «una via di mezzo» meno peggio: un po’ di alluvionati e un po’ di ammortizzatori sociali.

 

L’unico modo per uscire dalla catastrofe ecologica e umana è rispettare un semplice principio logico e scientifico: è l’organizzazione sociale ed economica che deve adeguarsi alle leggi geo-bio-fisiche e termodinamiche che regolano la vita sulla Terra. Se le attività umane non rientrano urgentemente nei confini della capacità di carico della biosfera, i disastri ambientali, semplicemente, si sommeranno a quelli sociali.

22/07/2021

da il Manifesto

Eleonora Martini

 

La ministra di Giustizia riferisce in Parlamento sui fatti di Santa Maria Capua Vetere. Non una parola però sui codici identificativi. Mentre a Torino il pm chiede il rinvio a giudizio per tortura nel carcere delle Vallette

 

A Santa Maria Capua Vetere, così come vent’anni fa, nei giorni del G8 di Genova, sono stati consumati, per mano di servitori dello Stato, «atti di violenza inaudita». «Sono spie di qualcosa che non va». Forse mai prima d’ora un ministro di Giustizia aveva pronunciato in Parlamento parole di condanna tanto chiare e dure nei confronti delle divise violente. Ci ha messo del tempo, la Guardasigilli Marta Cartabia, a decidere di presentarsi alla Camera e al Senato per riferire sui fatti già noti da un anno, sui quali il deputato di +Europa Riccardo Magi aveva già presentato un’interrogazione parlamentare, e diventati uno scandalo pubblico mondiale con la diffusione dei video a fine giugno.

 

Cartabia lo ricorda, ma c’erano indagini in corso, spiega stendendo un velo pietoso sulla totale copertura ministeriale concessa agli aguzzini, a caldo, dal suo predecessore, il pentastellato Bonafede. Questa volta però la ministra non usa, per riferire in Parlamento, la ricostruzione fatta dal Dap ma quella del Gip che ha emesso 52 ordinanze di misure cautelari per 51 agenti e per il provveditore regionale della Campania. «In totale – riferisce Cartabia – sono 75 le unità di personale sospese dal Dap», compresi il direttore reggente e la vicedirettrice del carcere. Poi ci sono «altri indagati» sui quali «attendiamo gli sviluppi dell’indagine». Mentre «tutti i detenuti coinvolti sono stati trasferiti».

 

LA MINISTRA NON SA ancora, mentre parla a Montecitorio e più tardi a Palazzo Madama, che la procura di Torino proprio ieri ha chiesto il rinvio a giudizio di 25 operatori del carcere “Le Vallette”, compresi l’allora direttore e il capo della polizia penitenziaria, accusati a vario titolo delle violenze perpetrate su una decina di detenuti tra l’aprile 2017 e il novembre 2018. Tra i reati contestati, per la prima volta in un carcere, anche quello di tortura.

 

Dunque si potrebbe dire che il ritardo con cui Cartabia si è presentata in Parlamento è quasi un punto a suo favore. Perché, «bisogna aver visto», dice citando il costituente Calamandrei e invitando deputati e senatori ad entrare nelle carceri (loro che possono farlo con facilità). «Visitate un’articolazione mentale: è un’esperienza davvero indimenticabile», raccomanda spostando subito lo sguardo sulle carenze strutturali del sistema. Forse troppo presto.

 

ANCHE SE NON FA SCONTI: «Nessuna giustificazione, nessun attenuante». È «una ferita e un tradimento della Costituzione e della divisa», ripete. Come si evince anche dalle immagini, dice, «non vi era alcuna una sommossa in atto, non si trattava di una reazione necessitata da una situazione di rivolta. Si è trattato di violenza a freddo». «La perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020 sarebbe stata disposta al di fuori dei casi consentiti dalla legge, eseguita senza alcun provvedimento del Direttore», se non un «dispositivo orale» emanato «a scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere e appagare presunte aspettative del personale di Polizia». La ricostruzione è ancora presa in prestito dal Gip, Sergio Enea. Durante il suo sopralluogo con il premier Draghi, Cartabia ha poi appreso che «molti degli agenti coinvolti normalmente non erano addetti alla sorveglianza, avevano altre funzioni».

 

La Guardasigilli riferisce anche del caso «di Lamine Hakimi, affetto da schizofrenia, morto il 4 maggio nella sezione Danubio del carcere» dopo essere stato vittima di violenza inaudita. Anche se il Gip non ha visto connessioni tra le botte e il decesso, da ricondurre invece secondo il giudice «all’assunzione di medicinali che, combinandosi con i farmaci assunti dal detenuto in ragione della terapia a lui prescritta, ha comportato un arresto cardiaco». Purtroppo su questa assurda morte del detenuto algerino il cui corpo è stato rinviato in patria ma non si sa dove, la ministra non va oltre il minimo sindacale.

 

COSÌ COME NON VA molto oltre quando individua «tre linee di priorità»: «strutture materiali, personale e formazione». Cartabia vuole più posti letto ma anche più «spazi di socialità», maggiore «videosorveglianza», più agenti, più operatori e più direttori (il testo completo del suo intervento). Giustamente, pone un accento particolare sulla formazione, «non solo quella iniziale, ma permanente». Perciò annuncia «un gruppo di lavoro impegnato ad elaborare un modello di formazione innovativo e moderno». «Mai più violenza», è il motto.

 

Peccato che non abbia pronunciato una parola riguardo ai codici identificativi per gli agenti, unico modo per agevolare il corso della giustizia, in questo e in altri casi. Peccato che, pur parlando di sovraffollamento, non abbia neppure accennato ad un provvedimento di condono di piccole pene (indulto) o, come chiede il neopresidente di +Europa Magi, a «una riforma della normativa a partire dai “fatti di lieve entità” che nel nostro Paese in sette casi su dieci portano in carcere» (nel testo della riforma Cartabia infatti solo un riferimento alla “tenuità del fatto”). Perché è per reati di lieve entità, come il piccolo spaccio, e in generale in violazione del testo unico sugli stupefacenti, che è in cella un terzo dei detenuti.

21/07/2021

da il Manifesto

Mario Pierro

 

La protesta. Gkn (Campi Bisenzio, Firenze), Whirlpool (Napoli), Timken (Villa Carcina, Brescia), Gianetti Ruote (Ceriano Laghetto, Monza), Rotork Gears (Cusago, Milano). Dopo i licenziamenti le Rsu si attivano contro le decisioni delle multinazionali «di carattere speculativo o di delocalizzazione. È un comportamento inaccettabile». Re David (Fiom): «Continueremo, vanno bloccati».. Gli operai Whirlpool occupano i binari della stazione di Napoli, domani saranno in corteo a Roma

 

Dopo centinaia di licenziamenti voluti dalle multinazionali Gkn (Campi Bisenzio, Firenze), Whirlpool (Napoli), Timken (Villa Carcina, Brescia), Gianetti Ruote (Ceriano Laghetto, Monza), Rotork Gears (Cusago, Milano) nelle prime tre settimane di luglio Cgil, Cisl e Uil si sono resi conto che l’avviso comune per bloccare i licenziamenti e l’uso degli ammortizzatori sociale sottoscritto con il governo e i sindacati è stato disatteso e hanno promosso un’ondata di scioperi di due ore al giorno nelle fabbriche che durerà fino a fine mese.


LE RAPPRESENTANZE sindacali unitarie (Rsu) li stanno organizzando da lunedì 19 luglio e ieri si sono visti i primi effetti già in Lombardia, a cominciare da Ceriano Laghetto in Brianza dove c’è stata un’alta adesione allo sciopero e alla manifestazione indetta per difendere i 152 operai licenziati dalla Gianetti Ruote il 5 luglio scorso. Per questa vertenza il 22 luglio è stato convocato un tavolo tecnico a Roma presso il Ministero dello Sviluppo. «Deve individuare urgentemente una soluzione industriale per la ripresa delle attività e il ritorno al lavoro di tutte le lavoratrici e i lavoratori» hanno sostenuto Simone Marinelli (coordinatore nazionale automotive Fiom Cgil) e Pietro Occhiuto (segretario generale Fiom Cgil Monza e Brianza).

 

ALL’ORIZZONTE sarebbe spuntato un compratore. Secondo i sindacati l’interesse di questa azienda, sembra padovana che lavorerebbe in un settore affine a quello della Gianetti Ruote, sarebbe concreto. Al ministro dello sviluppo economico, il leghista Giancarlo Giorgetti, spetta ora sondare le reali intenzioni e arrivare a una mediazione.

 

PER FIM, FIOM E UILM, «occorre mobilitarsi e chiedere al governo di intervenire presso la confindustria per bloccare i licenziamenti, rispettare l’avviso comune sull’utilizzo degli ammortizzatori sociali». Molto criticata dai sindacati è anche la scelta del governo di non presentare e adottare di conseguenza la riforma degli ammortizzatori sociali più volte annunciata dal ministro del lavoro Andrea Orlando che, forse, «arriverà entro l’estate». Dunque, in un periodo non determinabile tra oggi e il 21 settembre. In più i sindacati chiedono che gli investimenti del Piano di ripresa e «resilienza» siano vincolati «a una occupazione stabile e a un lavoro in salute e sicurezza». Bisogna «impedire alle multinazionali e ai fondi di investimento di speculare e distruggere l’industria e il lavoro».

 

«GLI SCIOPERI dei metalmeccanici contro i licenziamenti non si fermano. Vogliamo risposte, che il governo lo sappia» ha detto Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil all’indomani della mobilitazione che ha portato in piazza a Firenze diecimila persone contro la Gnk. Ieri a Napoli gli operai della Whirlpool ieri hanno occupato i binari della stazione e hanno cantato «Bella Ciao» in piazza Garibaldi. Domani saranno in corteo a Roma. «I metalmeccanici difendono i diritti dei lavoratori e il sistema industriale del paese, le multinazionali fanno solo i propri interessi. Stiamo assistendo – ha aggiunto – a una violenta corsa da parte di molte aziende ad aprire procedure di licenziamento, dettate da scelte esclusivamente di carattere speculativo o di delocalizzazione. È un comportamento inaccettabile, lesivo della dignità di centinaia di lavoratori e irrispettoso nei confronti delle istituzioni, del governo con cui Cgil, Cisl e Uil insieme a Confindustria hanno sottoscritto poche settimane fa un avviso comune». Per la sindacalista vanno bloccati i licenziamenti, il governo deve fare rispettare gli accordi e vanno avviati i tavoli per politiche industriali.

 

IL CONSIGLIO regionale della Toscana ieri si è schierato unanimemente a sostegno dei licenziati della Gkn. Una mozione è stata sottoscritta da tutti i capigruppo dopo un’intesa in commissione Sviluppo economico. «Non è una battaglia dei soli lavoratori, ma di tutte le istituzioni – ha detto il presidente del Consiglio regionale della Toscana, Antonio Mazzeo, in apertura dei lavori in aula – È davvero inaccettabile scappare la notte senza guardare negli occhi quei lavoratori che chiedono solo dignità. Un’azienda che non aveva perdite, in grado di stare sul mercato, che decide dalla sera alla mattina di lasciare per strada oltre 400 lavoratori con le proprie famiglie, compie un gesto ignobile».

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