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27/11/2021

da il Manifesto

 

APPUNTAMENTO ALLE 14 IN PIAZZA DELLA REPUBBLICA. Ritorna in presenza la marea di attiviste, associazioni e soggettività politiche per dire no alla violenza maschile e di genere

 

L’appuntamento è oggi a Roma in Piazza della Repubblica, dove si aspettano manifestanti da tutta Italia. Il corteo di Non Una Di Meno partirà alle 14 e vede ancora una volta la sua centralità nella lotta alla violenza maschile e di genere; per questa ragione la testa sarà composta dai Centri antiviolenza che in questi anni hanno lavorato accanto alle donne, nei territori, con ostinazione e scarsi sostegni. E con il Piano nazionale antiviolenza in ritardo di un anno dalla scadenza dell’ultimo. Seguono i due carri predisposti da Nudm per comunicazioni, interventi e musica.

 

All’altezza di via Cavour le attiviste hanno domandato di condurre un’azione rumorosa, si legge nella scansione della giornata (cui domani sarà dedicato un approfondimento su queste pagine), agitando fra le mani un mazzo di chiavi per segnalare come l’assassino e il violento abbiano appunto le chiavi di casa.

 

Lo mostrano ancora una volta i dati dei Centri antiviolenza, il profilo di chi usa violenza contro le donne come di chi le uccide è lo stesso: partner o ex. In crescita, durante la pandemia, anche la violenza contro le persone lgbtqia+.

 

Alle 16.30 la seconda azione sarà in sintonia con le sorelle cilene, dunque si tratterà di sedersi per terra in un minuto di silenzio per poi gridare, tutte insieme. I temi sollevato dalle compagne di Nudm si intrecceranno a Piazza Esquilino tra sfruttamento e confini, muri e migrazione.

 

Il flashmob «Sensibili/Invisibili», servirà invece per denunciare quante malattie femminili e croniche non vengano riconosciute dal Sistema Sanitario Nazionale.

 

Il corteo si chiuderà a Piazza San Giovanni con la terza azione, cioè componendo il simbolo transfemminista con un numero di candele pari ai femminicidi, lesbicidi e transcidi avvenuti nel 2021.

Alfonso Gianni

 

Fisco. La riforma fiscale, nel 1974, prevedeva un sistema di 32 aliquote dal 10% al 72%. Da allora un lungo ma implacabile percorso di innovazioni legislative regressive

 

Un intervento sull’Irpef e sull’Irap che configura una manovra regressiva, peggiore di quanto ci si potesse aspettare, vista la discussione nelle commissioni parlamentari competenti .

 

Al Mef era attivo un tavolo di confronto con i partiti politici della maggioranza per definire il disegno di legge delega di riforma fiscale, che il governo aveva dichiarato nella Nadef essere uno dei ben 21 collegati alla manovra di bilancio. Erano pervenute, da parte del team di esperti nominato dal Ministro, diverse proposte. Alla fine della discussione è stata scelta la peggiore.

 

Ora verrà sottoposta all’approvazione di Draghi e dei segretari dei partiti della maggioranza e poi confluirà in un emendamento governativo al testo della manovra di bilancio in discussione al Senato. Ma l’accordo politico c’è, hanno tutti assicurato nelle dichiarazioni di ieri.
Un intervento criticato anche da Bankitalia dalla quale erano giunti moniti che sono stati tenuti in non cale. Degli 8 miliardi previsti 7 verrebbero utilizzati sull’Irpef e uno sull’Irap. L’Irpef verrebbe ridisegnata lungo 4 aliquote rispetto alle 5 attuali. Il che comporta un’ulteriore riduzione del criterio della progressività contenuto in Costituzione.

 

Si ricorderà che la riforma fiscale entrata in vigore nel 1974 prevedeva un sistema tributario di 32 aliquote dal 10% al 72%. Da allora si è snodato un lungo ma implacabile percorso, punteggiato da innovazioni legislative regressive, che hanno sorretto la lotta di classe condotta dalle classi e dai ceti dominanti lungo l’ultimo quarantennio e che ora troverebbe così la sua nuova epifania.

 

Le 4 aliquote sarebbero del 23%, del 25%, del 35% e del 43%. Mentre per la no-tax area si parla di minime e per ora imprecisate modifiche, la fascia di reddito fino a 15mila euro resta al 23%; quella tra i 15 e i 28mila euro scende dal 27% al 25%; la successiva dai 28mila ai 50mila euro (non più 55mila) diminuisce di tre punti dal 38% al 35%; oltre quella cifra, avendo cancellato l’aliquota del 41%, si applicherebbe quella del 43%. Il famoso salto dalla seconda alla terza aliquota che prima era di 11 punti verrebbe solo ritoccato portandolo a 10.

 

L’effetto di questo ridisegno di scaglioni e aliquote favorisce i redditi medi ed anche quelli con un alto imponibile. Basta guardare al terzo scaglione per rendersene conto. La riduzione di tre punti dell’aliquota favorisce proporzionalmente di più coloro che si trovano nella parte alta dello scaglione, ovvero vicino ai 50 mila euro, che non quelli che stanno vicini ai 28 mila, poiché per questi ultimi la riduzione agirebbe solo su una componente minimale del loro reddito che verrebbe per il restante investito da una riduzione inferiore dell’aliquota. Nel contempo l’aliquota del 43% rimane il tetto del sistema tributario, molto lontano da quel 72% di quaranta anni fa, e lascerebbe indifferenti gli strati più ricchi della popolazione.

 

Altro che riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente e sui pensionati, soprattutto quelli con gli assegni più bassi. Come aveva avvertito la stessa Bankitalia, la scelta di agire in modo orizzontale sulle aliquote, per giunta riducendone il numero, finisce per favorire maggiormente redditi ben diversi di quelli del lavoro dipendente. Alla faccia della recente elaborazione di Openpolis su dati Ocse, che mostra come i salari italiani siano gli unici nel quadro europeo ad essere diminuiti (del 2,9%) dal 1990 ad oggi.

 

Ma la scelta e l’obiettivo erano altri, cioè quelli di venire incontro ai mitici ceti medi. Lo si vede anche dall’intervento sull’Irap, ove peraltro le cose appaiono più confuse. Non solo l’intervento complessivo rientra negli otto miliardi previsti, mentre ne servivano ben di più per una misura che avesse una qualche efficacia sullo scarso reddito dei lavoratori dipendenti. Ma un miliardo se ne va per la riduzione della tassa che svolge un ruolo fondamentale nel finanziamento del sistema sanitario nazionale, scegliendo irresponsabilmente il momento meno indicato di fare ciò che è pur sempre una cosa sbagliata. Un contentino alla Lega, dopo il braccio di ferro sulle misure anti-Covid? Sarà, sta di fatto che l’eliminazione dell’Irap per ditte individuali si aggiunge ai diversi tagli che hanno più che dimezzato il gettito fiscale di questa imposta dal 2,7% del Pil nel 2007 all’1,2% nel 2020.

 

L’accordo politico è quindi pessimo, i suoi dettagli se confermati lo dimostrano. C’è poco da sperare in questo Parlamento la cui composizione è essenzialmente frutto delle scelte dei vertici dei partiti. Eppure sarebbe un errore considerare chiusa la vicenda. Chi l’ha condotta afferma trionfante che si tratta di misure strutturali e non per il solo 2022. Non è solo la Cgil a mostrare contrarietà. Ma non è cosa che può essere lasciata a mobilitazioni locali. E’ proprio il caso in cui non è necessario essere tardivi seguaci di Sorel per chiedere uno sciopero generale.

25/11/2021

da il Manifesto

Alberto Leiss

 

Maschile Plurale. La violenza contro le donne sarà vinta, o almeno ridotta, solo quando cambierà sul serio la mentalità e la cultura maschile che la produce. Ogni tanto si affaccia la domanda: ma gli uomini dove sono? Che cosa dicono, fanno, pensano a proposito della violenza che agiscono?

 

Intorno al 25 novembre i media si riempiono di notizie, servizi, interventi che riguardano lo scandalo sempre più insopportabile della violenza agita contro le donne. Rimbalzano i numeri sui femminicidi, le persecuzioni sotto casa, le botte, la violenza psicologica e economica. La furia omicida che si abbatte anche sui figli. La cronaca alimenta questo museo di orrori perpetrati per lo più da mariti, compagni, padri, fratelli, amici di famiglia, e da qualche sconosciuto per la strada…

 

E poi i buoni propositi delle istituzioni, della politica: si parla di finanziamenti, di sempre nuove norme contro chi agisce la violenza, e per la tutela delle vittime. (Meno si chiarisce perché il «piano nazionale antiviolenza» è stato un anno bloccato tra un governo e l’altro, o perché i finanziamenti delle Regioni impieghino tanto tempo per arrivare – se arrivano – a chi della violenza si occupa quotidianamente).

 

Ma il punto è un altro. La violenza contro le donne sarà vinta, o almeno ridotta, solo quando cambierà sul serio la mentalità e la cultura maschile che la produce. Ogni tanto si affaccia la domanda: ma gli uomini dove sono? Che cosa dicono, fanno, pensano a proposito della violenza che agiscono?

 

La giornata del 25 novembre può essere un termometro della consapevolezza maschile? In parte, ma solo in parte, credo di sì. E quest’anno si annunciano iniziative forse più numerose che in passato. In alcune città gruppi maschili metteranno nei fiumi, laghi, in mare, barchette che ricordano le donne uccise. Un gesto per non dimenticare e per «cambiare rotta». Si moltiplicheranno cortei e flash mob con maschi che indossano scarpe rosse. Colorata assunzione di responsabilità, voglia di esserci, di cambiare?

 

Con altri amici della rete di Maschile plurale ho firmato un testo che registra la crescita in Italia di «gruppi che promuovono pratiche di liberazione maschile contro stereotipi e sessismo», ne disegna una prima «mappa» da integrare in progress, e rilancia il desiderio di «Prendere parola, adesso». Unendo le differenze dei punti di vista, delle esperienze, alla capacità di rafforzare il messaggio, di andare oltre la solidarietà – pur apprezzabile – dichiarata una volta all’anno.

 

«La giornata internazionale contro la violenza sulle donne, afferma il testo (integrale sul sito di Maschile plurale) ci riguarda non solo perché siamo noi maschi a esercitare queste aggressioni – e tutti in qualche modo siamo attraversati dalla cultura patriarcale che produce la violenza – ma perché mettere in discussione questa cultura sarebbe un grande vantaggio per noi stessi e le nostre vite».

 

È questa – credo – la scommessa fondamentale. La emancipazione e la libertà delle donne conquistate dalla rivolta femminile e femminista dell’ultimo mezzo secolo – a cui si è aggiunta la critica all’ordine patriarcale del mondo glbtqia+ – hanno messo e continuino a mettere in discussione privilegi, vantaggi, «dividendi patriarcali», come li ha chiamati R.W. Connell. Ne risentiamo tutti, anche i maschi più indietro nella scala sociale. Una «crisi» e un disagio che restano spesso muti, o invece si traducono proprio nella riaffermazione violenta di un potere che comincia a vacillare. In famiglia, nella società, nella politica. Chi non condivide questa reazione brutale sì, dovrebbe alzare la voce, riflettere su di sé, sulle proprie relazioni con l’altro sesso, le altre identità sessuali e di genere, e – forse ancor di più – sulle complicità, le gerarchie, i pregiudizi e i conflitti che definiscono le relazioni tra uomini.

 

L’esperienza di Maschile plurale, aperta da circa un trentennio, mi dice che provare a mettere in parola questo disagio può farci bene. E che è venuto il tempo di condividere di più e meglio questa ricerca con le donne che fossero interessate a farlo. Con le persone che si ribellano ai codici normativi patriarcali. Da qui la proposta di costruire insieme un incontro pubblico annuale sul nodo delle relazioni tra i sessi. Riscoprendone, in un mondo tanto cambiato, tutte le dimensioni di ricchezza vitale. Un luogo quindi di scambio, discussione, ricerca e creatività permanente.

 

Spezzare le catene che pretendiamo di imporre alle donne, e a chi ci appare troppo «diverso» secondo imperativi simbolici che non reggono più – direi riadattando un famoso slogan – aprirebbe un mondo di sentimenti migliori prima di tutto a noi stessi.

24/11/2021

da il Manifesto

Massimo Villone

 

Eutanasia. Non c’è dubbio che una persona in piena salute possa decidere di porre fine alla propria vita. Potrà violare un precetto religioso, ma non incontra ostacoli di ordine giuridico

 

Con la sentenza 242 del 2019 la Corte costituzionale si pronunciò sul suicidio assistito, dopo aver inutilmente atteso che il parlamento si occupasse in un modo o nell’altro della questione.

 

Fu una pronuncia cauta per un verso, e per l’altro dirompente. Cauta perché si fermò a una illegittimità costituzionale parziale, per di più assoggettata a condizioni stringenti, dell’art. 580 del codice penale per la parte in cui «non esclude la punibilità» di chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio. Dirompente, perché con una pronuncia additiva costruì un percorso che ora nemmeno il legislatore, volendo, potrebbe sbarrare.

 

NON PUÒ ESSERE PUNIBILE l’assistenza al suicida nel caso di persona «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli». Inoltre, è necessario che «le condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente».

 

Nel caso di specie, per la Corte la decisione ultima sul se e come si muore non spetta alla persona interessata, ma alla struttura pubblica e al comitato etico (con accentuazioni diverse in ragione del diverso ruolo). È comunque su questa base che ad Ancona fa un passo avanti, dopo mesi di battaglia anche nella sede giudiziaria, una richiesta di accedere al suicidio assistito. Il parere del comitato etico ha aperto la via. Ma la vicenda non sembra conclusa, se – come leggiamo – si discute ancora sulle modalità da seguire per la somministrazione del farmaco che porrà eventualmente fine alla vita del malato.

 

Emerge una aporia. Non c’è dubbio che una persona in piena salute fisica e mentale possa decidere di porre fine alla propria vita in uno di mille modi diversi, tra cui l’assunzione di farmaci che producano il risultato voluto. Potrà violare un precetto religioso, ma non incontra ostacoli di ordine giuridico. Nemmeno è dubbio che una persona, tenuta in vita con mezzi artificiali ma capace di intendere e di volere e di esprimere la propria volontà, possa decidere di suicidarsi semplicemente rifiutando il trattamento sanitario salvavita. Trova in questo il supporto dell’art. 32 della Costituzione.

 

Quindi, un diritto di morire sembra indubbiamente riconosciuto. Nessuno può obbligarmi a vivere, se decido di voler morire. Ma è un diritto da esercitare in solitudine. Si richiede cautela, se qualcun altro mi porge il flacone che contiene le pillole al fine necessarie. Questo può accadere senza conseguenze di ordine penale per chi mi assiste nei soli casi previsti dalla Corte e sulla base di un accertamento della struttura pubblica e del parere del comitato etico territorialmente competente. Che potrebbero anche ritenere che la mia decisione non risponde ai canoni restrittivi disegnati dal giudice. Se venisse un diniego, potrei certo ribadire la mia decisione. Praticandola però in solitudine, se in grado di farlo.

 

ALLORA, PER UNA PERSONA in perfetta salute la decisione di morire è più agevole che per una persona in condizioni disperate. È un paradosso? Certamente sì, per un verso. Ma va compreso che le cautele costruite intorno a casi estremi come quelli del DJ Fabo, o quello cui assistiamo ad Ancona, vogliono anche garantire che intorno al suicidio non si crei un’area melmosa in cui potrebbero giocare interessi non trasparenti. Questo però suggerisce ai soggetti pubblici coinvolti che le garanzie predisposte dalla Corte debbano essere intese nel senso non già di ostacolare o impedire la volontà di porre fine alla propria vita, ma di verificare che tale volontà sia liberamente formata, e che sia portata al fine voluto nel modo migliore per la persona interessata.

 

Nella sentenza 242 la Corte avrebbe potuto orientarsi per una decisione più radicale, con una mera dichiarazione di illegittimità della fattispecie di cui all’art. 580 del codice penale. Disegnando un percorso complesso, ha supplito a una intollerabile inerzia del parlamento, che dovrebbe essere un tempio non solo della democrazia – come dice Mattarella – ma anche e soprattutto dei diritti. E che invece con il suo silenzio ci ha portato ad avere sì il diritto di morire, ma da soli.

23/11/2021

da Left

Gulio Cavalli

 

Dopo l'assalto squadrista alla sede della Cgil quasi tutte le forze politiche si dissero d'accordo nel chiudere i partiti di matrice fascista. Ma non è accaduto. Il presidente dell'Anpi Pagliarulo l'ha detto chiaro e tondo: «Non è successo assolutamente nulla, solo parole. È giunto il momento di assumere una decisione urgente»

 

Il 9 ottobre scorso dei fascisti travestiti da no green pass assaltavano la sede della Cgil e infiammavano le piazze per creare il disordine di cui hanno bisogno per racimolare rabbia e convertirla in voti. Quello stesso giorno un rappresentante di spicco di Forza Nuova (in cui non è propriamente difficile spiccare visto che sono quattro topi) Giuliano Castellino addirittura arringava la piazza discettando di libertà e di dittature mentre avrebbe dovuto essere in casa come aveva deciso un tribunale. Su quella giornata ci fu un acceso scontro politico ma quasi tutti (incredibile a dirsi) si dissero d’accordo nel chiudere i partiti di matrice fascista (alcuni a destra preferirono chiamarli “violenti” per non autodenunciarsi). Era facile immaginare che un governo che in poche ore è riuscito a discutere e approvare un gravoso impegno come il Pnrr in men che non si dica sarebbe riuscito a sciogliere le formazioni fasciste come lo stesso Parlamento chiedeva.

 

È accaduto? No. Il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo, con altri membri del Forum delle associazioni antifasciste e della Resistenza, in una conferenza stampa l’ha detto chiaro e tondo: «Da quando sono state approvate le mozioni alla Camera e al Senato per lo scioglimento di Forza Nuova, non è successo assolutamente nulla, solo parole. È giunto il momento di assumere una decisione urgente. La democrazia si difende applicando la legge, in questo caso la legge Scelba».

 

In realtà il governo Draghi ha preso la sua solita decisione di non decidere e di fingere qualcosa per prendere tempo. Anche in questo caso ha scelto di nominare un fumoso comitato di esperti (ma come? ma mica tutti si lamentavano degli esperti del governo precedente?) che dovrebbe valutare il da farsi. È curioso che Draghi abbia bisogno di presunti esperti per dare seguito a un atto parlamentare. Monica Cirinnà infatti dice: «Il gruppo di esperti? Dal governo non poteva venire scelta peggiore, è una perdita di tempo, serve solo il decreto. C’è un atto parlamentare, il governo risponda al Parlamento e faccia questo decreto. Se questo è il governo dei migliori ha fatto la scelta peggiore, il gruppo di esperti non serva a niente».

 

Proprio in questo momento in cui gli episodi di violenza nelle piazza durante le manifestazioni no green pass stanno monopolizzando il dibattito è singolare che non ci si muova a rimuovere sacche conosciute di violenza. Eppure sarebbe una decisione che accontenterebbe tutti, da quelli che condannano i violenti senza volerli chiamare fascisti, agli antifascisti che chiedono il rispetto della Costituzione e perfino ai no green pass che certo non saranno felici di vedere le proprie legittime motivazioni strumentalizzate per fini politici.

 

E quindi perché non si scioglie Forza Nuova?

21/11/2021

 

Rifondaziobne Comunista 

Invita tutti quelli che conosci a firmare la proposta legislativa ufficiale alla Commissione Europea: www.noprofitonpandemic.eu


Non condividere un brevetto comporta che gli impianti di produzione che possono produrre vaccini Covid-19 non sono autorizzati a farlo.

 

Produrre vaccini mRNA in una fabbrica esistente in un solo paese africano potrebbe creare una capacità di produzione annuale fino a 100 milioni di dosi di vaccino entro 10 mesi.


I vaccini mRNA sono più economici, più veloci e più semplici da produrre rispetto ai vaccini tradizionali. Le strutture esistenti possono essere (e sono state) facilmente riconvertite per produrre vaccini mRNA.
I paesi che attualmente dipendono dalle importazioni e dalle donazioni di vaccini hanno un accesso limitato e ritardato. Permettere la produzione di vaccini in questi paesi moltiplicherà il loro accesso ai vaccini.

 

E’ possibile: cosa stiamo aspettando

 

18/11/2021

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

Il Partito Democratico ha sostenuto un referendum che tagliava il numero dei parlamentari promettendo che avrebbe in seguito riequilibrato con l’introduzione di una legge proporzionale.
Ora Letta, e la direzione Pd, si mettono d’accordo con Giorgia Meloni per mantenere una legge vergognosa come quella in vigore.


Il Pd tradisce elettrici e elettori e continua con una linea di picconamento della democrazia costituzionale che lo ha contraddistinto con e senza Renzi.
Emerge l’ipocrisia di chi prospera sulla paura della destra ma poi mantiene in campo una legge che consentirebbe a Salvini e Meloni di stravincere.


È evidente che il Pd è il miglior alleato della destra. Chi ha partecipato alla battaglia per il No nel referendum renziano non può che opporsi al melonlettismo.

 

18/11/2021

da il Manifesto

Filippo Miraglia

 

Crisi migratoria . Da condannare sia l’uso strumentale dei migranti da parte bielorussa, sia il violento il respingimento polacco vietato dalle leggi internazionali e dalle Direttive europee

 

Al confine tra Bielorussia e Polonia si confrontano due comportamenti illegali. Da un lato un dittatore che usa migliaia di persone per ottenere un obiettivo favorevole al suo regime: l’azzeramento delle sanzioni; dall’altro il governo polacco, sostenuto dall’Unione europea, che cancella il diritto d’asilo e i diritti umani, in nome della difesa della frontiera.L’attacco all’Europa arriva niente di meno che da poche migliaia di profughi, non armati né pericolosi, ma bisognosi di protezione.

 

Uomini, donne, bambini e bambine, provenienti in gran parte da quell’Afghanistan, la cui sorte disastrosa ci ha tanto commossi ad agosto, e dalla Siria, dove una tregua nella guerra non c’è mai stata e non sono finite le persecuzioni e le violenze.

 

I GOVERNI EUROPEI, anche quelli che si professano a parole contrari al sovranismo e ai muri, si indignano per il cinismo di Lukashenko, ma sorvolano sulle violenze dei militari polacchi e, anzi, intervengono a sostegno del governo di Varsavia, come se i getti d’acqua fredda o le manganellate europee le prendesse il dittatore bielorusso e non persone inermi alle quali l’Unione europea dovrebbe garantire, per legge, il diritto d’asilo. Tra l’uso strumentale dei profughi, sottoposti a violenze dalla polizia bielorussa, e il respingimento vietato dalle leggi internazionali e dalle Direttive europee, attuato con violenza dall’esercito polacco, non è possibile fare una graduatoria e bisognerebbe condannare entrambi senza se e senza ma.

 

L’Unione europea si trova sotto ricatto, come è già successo peraltro nel recente passato con Erdogan, e rischia di restare schiacciata dalle sue stesse contraddizioni, perché ha scelto l’ideologia dei muri e non i principi del diritto internazionale ed europeo.

 

IL PATTO EUROPEO immigrazione e asilo, una vergognosa resa alla xenofobia della destra europea, è costruito intorno all’idea che bisogna impedire di arrivare in Europa, finanziando sistemi di controllo e strumenti per respingere le persone. Se Lukashenko accettasse l’aiuto europeo, come ha fatto la Turchia, per bloccare i richiedenti asilo lontano dalla frontiera europea, i governi sarebbero disponibili a dimenticare non solo la sorte dei profughi, ma anche quella dei diritti umani e della democrazia in quel Paese.

 

È bene ricordare che le poche migliaia di persone che oggi sono bloccate alla frontiera bielorussa sono disposte a rischiare la vita per arrivare in Europa e mettersi in salvo, per l’assenza di altre vie di fuga dalla violenza e dalla morte: la loro è una scelta obbligata, determinata dalla ideologia proibizionista degli Stati dell’UE che impediscono a chi vorrebbe cercare protezione di farlo viaggiando in sicurezza e legalità.

 

Il protocollo per i corridoi umanitari per gli afghani e le afghane, che come Arci abbiamo firmato il 4 novembre scorso, insieme a Comunità di S.Egidio, CEI/Caritas Italiana e FCEI, con il nostro governo, è una goccia nel mare della disperazione che oggi ci vede inermi di fronte a chi rischia ogni giorno la vita in quel Paese per mano dei talebani o dell’ISIS, con un progressivo disinteresse della comunità internazionale.

 

CI SIAMO IMPEGNATI a nostre spese, con il contributo determinante dei circoli rifugio Arci, ad accogliere un primo nucleo di persone, in particolare donne, che oggi vivono nascoste in case protette e rischiano ogni giorno che passa di diventare vittime dell’oscurantismo violento che ha preso il potere in Afghanistan.

 

Non vorremmo farlo, anche se pensiamo che sia giusto fare qualsiasi cosa per salvare degli esseri umani abbandonati dalla comunità internazionale, e vorremmo che queste persone fossero tratte in salvo dai governi e che l’Unione europea mettesse in campo una straordinaria operazione di evacuazione di tutti coloro che rischiano la vita. Ma a mobilitarsi in questi mesi, dopo la crisi di agosto, è stata soprattutto la società civile, le organizzazioni sociali e le reti associative, senza le quali non sarebbe possibile costruire una via di fuga.

 

La responsabilità che i governi non mostrano di volersi assumere deve spingere chi come noi opera nella società a scelte straordinarie, che rappresentino da un lato un esempio, come i corridoi umanitari, mostrando che si può fare, e dall’altro obblighino i decisori politici a confrontarsi con quella parte di società che non intende arrendersi alla violenza dei muri e alla violazione dei diritti umani in Paesi dell’Unione europea.

 

MA NON VOGLIAMO fermarci a questo. La cultura dei diritti nella quale crediamo, va difesa anche con azioni dirette. Nelle prossime settimane l’Europa dei diritti e dell’accoglienza, le associazioni, le reti e i movimenti, si mobiliteranno per prendere la parola e fare arrivare un messaggio da un lato ai governi e dall’altro ai profughi: noi non ci stiamo, non ci arrendiamo alla violazione dei diritti umani e non ci fermeremo finché non verrà ripristinata la legalità anche alle frontiere.

17/11/2021

da il Manifesto

Carlo Lania

 

Cortina di ferro. Polizia ed esercito polacchi respingono con la forza alcune centinaia di uomini che cercano di passare la frontiera. E l’Ue non dice niente

 

Sembra uno dei quei giochi in cui bisogna individuare le differenze tra due situazioni che sembrano uguali. Solo che la domanda questa volta è: chi, tra Bielorussia e Polonia, usa le maniere più forti contro migranti affamati e infreddoliti per essere stati ammassati al confine tra i due Paesi? Persone alle quali due eserciti contrapposti impediscono sia di andare avanti riuscendo così a entrare in Europa – e la Ue assiste senza dire niente – ma anche di tornare indietro, verso Minsk, fermate dalle forze speciali bielorusse che le usano per fare pressione nei confronti di Bruxelles.

 

A giudicare dalle notizie e dalle immagini arrivate ieri da quella frontiera, è davvero difficile trovare qualche differenza. Stremati, sicuramente stufi di essere usati come merce di scambio, alcune centinaia di migranti hanno preso d’assalto il confine al valico di Kuznica-Bruzgi cercando di superare le recinzioni di metallo e filo spinato e tirando contro la polizia e i soldati polacchi pietre, bottiglie, bastoni e qualunque cosa gli capitasse tra le mani. Secondo Varsavia tra gli assalitori, quasi tutti uomini e giovani, ci sarebbero stati anche degli infiltrati bielorussi messi lì da Minsk per alzare a tensione e organizzare l’attacco. Comunque sia la risposta non si è fatta attendere. Dal lato polacco sono entrati in azione i cannoni ad acqua ma polizia ed esercito hanno sparato anche lacrimogeni e – stando ad alcune fonti – granate assordanti riuscendo così a disperdere chi protestava. Nella sassaiola un agente di polizia polacco è rimasto ferito alla testa. Ma nel caso in futuro dovessero ripresentarsi situazioni analoghe la risposta potrebbe essere anche più pesante, come anticipato ieri da una portavoce della polizia di frontiera polacca: «Non vogliamo usare le armi, ma se necessario lo faremo», ha avvertito.

 

Sul fronte opposto, quello bielorusso, le cose non vanno in modo diverso. Un profugo che ha preferito rimanere anonimo ha rivelato ieri che le forze speciali d Minsk hanno picchiato e trasportato al confine con la Lituania un gruppo di migranti che tentava di tornare nella capitale. Tra loro anche alcune famiglie con bambini, che non sono state risparmiate dalla violenza dei soldati. Una volta al confine, tutti sono stati costretti a entrare nelle acque gelate del fiume Neman per avvicinarsi alla recinzione che separa i due Paesi. «La cosa essenziale oggi è difendere il nostro Paese, il nostro popolo ed evitare gli scontri», ha detto il presidente bielorusso Alexandr Lukashenko.

 

Ieri sera una parte dei migranti sarebbe stata trasferita in un centro di accoglienza situato al valico di Brudgi, Se la notizia verrà confermata sarebbe la prima volta che verrebbero messi a loro disposizione un letto e delle coperte. Ma sono mesi che la Bielorussia non si fa scrupolo di usare uomini, donne e bambini contro l’Unione europea come ritorsione per le prime sanzioni adottate contro il regime. In alcuni video visibili in rete si sentono i soldati di Minsk impartire comandi secchi ai migranti incolonnati, imponendo loro di fermarsi o di ripartire a comando. Le nuove sanzioni adottate lunedì nel vertice dei ministri degli Esteri saranno in vigore dai prossimi giorni e colpiranno tra gli altri direttamente Lukashenko, mentre per dicembre dovrebbero arrivare anche le restrizioni annunciate dagli Stati uniti. Al momento, però, non sembra che la nuova stretta dell’Ue abbia provocato qualche effetto su dittatore bielorusso, che si fa forte della protezione della Russia.

 

Anche per questo il lavoro diplomatico si svolge soprattutto facendo riferimento a Mosca. Parlando due giorni fa al telefono con la cancelliera tedesca Angela Merkel, Lukashenko avrebbe indicato una serie di opzioni per uscire dalla crisi alla frontiera con la Polonia, ma è chiaro che qualunque soluzione passa anche il via libera dato da Putin. Ed è a lui infatti che anche ieri si è rivolto il presidente francese Emmanuel Macron chiedendogli di usare la sua influenza sul dittatore bielorusso.
Intanto ieri si è tenuto il vertice dei ministri della Difesa Ue al quale ha partecipato anche il segretari generale della Nato Jens Stoltenberg. E i Paesi dell’Alleanza hanno ribadito alla Polonia di essere pronti a offrire assistenza in caso di necessità.

16/11/2021

da il Manifesto

Anna Maria Merlo

 

Terra terra. L’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi è un passo positivo del «patto» ma rischia di restare carta straccia

 

La Terra riscaldata dall’azione umana potrebbe riprendere la frase attribuita alla contessa du Barry, sul patibolo prima di essere ghigliottinata nel 1793: «Ancora un momento, vi prego, signor boia». I 196 paesi (più la Ue) presenti alla Cop26 si sono concessi, per il momento, un anno di tempo per rispondere davvero alla sfida climatica: le vere decisioni dovranno essere prese a Sharm el-Sheikh, in Egitto, nel novembre 2022, alla Cop27.

La Cop26 piange brinda solo la potente lobby del carbone


 

INTANTO, STANDO AL TESTO del Patto Climatico di Glasgow, l’obiettivo di mantenere il riscaldamento entro 1,5 gradi per fine secolo «è stato mantenuto in vita» ha detto il presidente Alok Sharma, «ma il polso è debole e sopravviverà solo se gli impegni saranno rapidamente tradotti in atti». Anche il primo ministro britannico, Boris Johnson, ha ammesso «delusione» per il cambiamento del testo di accordo all’ultimo minuto sotto pressione di India e Cina, ma considera che i passi avanti possano «cambiare» la situazione.

 

«QUANDO GUARDIAMO i nuovi impegni, francamente, è la montagna che ha partorito il topolino», secondo Inger Andersen, direttrice del Pnue (programma Onu per l’Energia): se si calcolano le promesse fatte nei più di 150 piani nazionali (Nationnaly Determined Contributions, Ndc) sui 196 stati presenti, il probabile riscaldamento a fine secolo sarà di +2,7 gradi. E’ un piccolo passo avanti – precedentemente il Nue aveva calcolato +3,2 gradi – ma sempre lontano dall’impegno di +1,5 gradi. I Ndc presentati porteranno a un aumento delle emissioni di Co2 del 14% nel 2030 (sul 2010), mentre per rispettare 1,5 gradi sarebbe necessaria una diminuzione del 45%.

 

LA DIFFICOLTÀ DIPENDE dal fatto che una serie di paesi, gradi produttori di carbone e energie fossili, hanno presentato piani che non contengono i necessari miglioramenti. L’azione dei 503 lobbisti del carbone presenti a Glasgow è stata efficace. Il giorno dopo le conclusioni di Glasgow, Climate Action Tracker sostiene che il riscaldamento sarà di 2,4 gradi, stando ai Ndc presentati per il 2030, gli «impegni sono totalmente insufficienti», «la realizzazione sul terreno avanza a passo di tartaruga».

 

TRA I PRINCIPALI PASSI avanti c’è la menzione del «carbone» e delle «energie fossili», il riferimento alla necessità di mettere fine alle sovvenzioni per queste energie responsabili del 90% delle emissioni di Co2, assenti dall’Accordo di Parigi. Inoltre, sono state completate le regole per l’applicazione dell’Accordo di Parigi, concluso 6 anni fa (in particolare sull’articolo 6 sul funzionamento del mercato del carbone). Resta il problema che molte promesse riguardano un orizzonte lontano, la neutralità carbone è auspicata per «metà secolo» (significa tra il 2040 e il 2070, a seconda dei paesi) e «molte promesse rimandano gli sforzi a dopo il 2030» afferma Inger Andersen. In più, manca la trasparenza: non ci sono controlli sul ritmo di realizzazione dei piani, né sanzioni per chi non li rispetta. Molti Ndc, poi, mancano di precisione.

 

L’ALTRO GRANDE PUNTO nero del risultato è lo scontro Nord-Sud. I paesi ricchi, primi responsabili del riscaldamento climatico, non hanno ceduto alla domanda di compensazioni per «perdite e danni» subiti dai poveri, che sono le prime vittime degli effetti del cambiamento climatico (temono ripercussioni giuridiche). Lo ha ammesso Boris Johnson: «quelli per cui il cambiamento climatico è già questione di vita o di morte, che vedono le loro isole sommerse, le terre arabili diventare deserte, le case travolte dalle tempeste, chiedevano un’alta ambizione. Molti volevano prendere questa strada, ma non tutti. E’ triste, ma è la natura della diplomazia». C’è la promessa di raddoppiare gli aiuti, i famosi 100 miliardi l’anno promessi nel 2009 ma mai mantenuti, quando in realtà ci vorrebbero molti più soldi.

 

OGGI, IL 75% DEI FONDI devoluti ai paesi poveri per far fronte alla transizione e all’adattamento lo sono sotto forma di prestiti e non di sovvenzioni, cioè si traducono per un aumento del debito (e solo il 20% di questi fondi sono destinati all’adattamento). I paesi insulari hanno espresso profonda delusione, ma alla fine hanno sottoscritto il testo, anche se ridimensionato all’ultimo minuto, con l’abbandono dell’ «eliminazione progressiva del carbone» per sostituirlo con una più blanda «diminuzione».

 

LA COP26 HA DIMOSTRATO che anche il metodo di negoziato non funziona. Per un accordo, ci vuole l’unanimità, difficile se non impossibile da raggiungere. Ci sono invece stati risultati parziali, a livello di gruppi di volontari: un accordo Usa-Cina, che ha grande importanza simbolica, cento paesi per lo stop alla deforestazione entro il 2030, un altro centinaio per ridurre il metano del 30% entro quella data, 40 paesi impegnati a uscire dal carbone (ma non ci sono Usa e Cina) e un altro a non finanziare investimenti nei combustibili fossili all’estero; c’è l’alleanza Boga (Beyond oil and gas) che fa balenare l’uscita dai carburanti fossili. 450 istituzioni finanziarie, che gestiscono centinaia di miliardi di capitale, hanno promesso di investire in energie pulite.

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