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Il Manifesto

Alessandra Pigliaru

da il Manifesto

22.11.2017

 

25 novembre. Verso la manifestazione di sabato, a Roma e in altre piazze. Presentata la sintesi «contro tutte le forme di violenza di genere». I punti principali: centri antiviolenza, educazione, formazione, reddito garantito.

 

In contemporanea a Roma e Milano, ieri sera Non Una Di Meno ha presentato il primo «Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere». Si tratta di una sintesi articolata in numerosi punti di cui conosceremo la più articolata stesura il 25 di novembre. In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Non Una Di Meno – oltre ad aver annunciato la manifestazione di piazza (forte del grande riscontro dell’anno scorso) – renderà nota la versione completa.

 

SAREBBE tuttavia ingeneroso leggere questa primo confronto pubblico avvenuto ieri come una mera anticipazione poiché dal testo si evincono già, e si chiariscono, molti dei punti programmatici del progetto politico originario, inteso come articolata scommessa di tenere insieme più linguaggi, più pratiche politiche e – soprattutto – più esperienze intergenerazionali. Il focus, oggi come allora, ruota intorno ai centri antiviolenza, «luoghi di elaborazione politica, autonomi, laici e femministi al cui interno operano esclusivamente donne e il cui obiettivo principale è attivare processi di trasformazione culturale e politica e intervenire sulle dinamiche strutturali da cui origina la violenza maschile e di genere sulle donne».

 

Tutto, già allora, disposto in modo da sperimentare questo genere di scrittura collettiva (le mani si sentono diverse dalla elaborazione dei punti) che tuttavia è una delle forze del soggetto politico di Non Una Di Meno. Se negli ultimi mesi vi sono state delle frizioni, spesso virtuali, ciò che ha resistito in questo lungo anno di lavoro sono state le decine di assemblee in più di 70 città, i 5 incontri nazionali, lo sciopero globale dello scorso 8 marzo, l’ostinazione di tenere tra le mani gli esiti dei tavoli tematici. È infatti da questi ultimi che emergono i nove punti, ciascuno dei quali è preceduto da un hashtag eloquente: #LIBERE DI. La sintesi si apre con alcune considerazioni su femminismo e scuola, luogo d’elezione – insieme all’Università – in cui primariamente si può attivare quel processo educativo di contrasto alla violenza maschile contro le donne; insieme all’ «abolizione della Legge 107/15 e della riforma Gelmini e apertura di un processo dal basso di scrittura delle riforme di scuola e università, che preveda anche la rimodulazione dei contenuti e dei programmi». Uno spazio anche per ricordare quanto siano importanti i finanziamenti pubblici e strutturali.

 

IL DOCUMENTO prosegue con la formazione «permanente e multidisciplinare» interna ai centri antiviolenza (figure professionali e qualsiasi elemento coinvolto dagli avvocati agli insegnanti eccetera). La formazione si allarga ad altre professioni, «dai media all’industria culturale», per cominciare a decostruire «narrazioni tossiche» e analfabetismi discriminatori altrettanto noti. Del resto anche la rappresentazione dello stesso modo di narrare è dirimente; lo sa anche Non Una Di Meno che infatti poco dopo ritorna sulla parola «tossica» per definire alcune storture produttrici di storie a sfondo sessista quando non addirittura del tutto incidentali (pensiamo ai casi di femminicidio). La violenza, specificano, è invece strutturale perché «nasce dalla disparità di potere, non è amore, è trasversale e avviene principalmente in famiglia e nelle relazioni di prossimità. (…) La violenza non divide tra “donne per bene” e “donne per male”, e gli uomini che agiscono violenza non sono mostri, belve, pazzi, depressi. Questi ed altri principi confluiranno in una carta deontologica rivolta agli operatori ed operatrici del sistema informativo e mediatico». Il terzo punto si concentra invece sulla libertà di autodeterminarsi e di disporre della propria salute, sia psichica che fisica, sessuale e sociale. Dopo un necessario focus sulla piaga dell’obiezione di coscienza che ancora imperversa nel servizio sanitario nazionale, la seconda questione è relativa alla violenza ostetrica come una delle forme di violenza contro le donne. Sfruttamento e precarietà rappresentano invece i due poli dello sguardo sulla violenza economica; si leggono richieste tipo: «Chiediamo salario minimo europeo e reddito di base incondizionato e universale come strumenti di liberazione dalla violenza, dalle molestie e dalla precarietà» e ancora «Vogliamo un welfare universale, garantito e accessibile, politiche a sostegno della maternità e della genitorialità condivisa».

 

QUALCHE importante riga, di carattere più teorico, è dedicata alla violenza biocida, ovvero quella ambientale e contro i viventi. L’adeguamento alle varie direttive europee in tema di violenza o la possibilità di accedere – per le donne che hanno subito violenza e stanno facendo un percorso di fuoriuscita – alla casa o a corsie preferenziali per i procedimenti civili o penali, è un altro punto. Appuntamento al 25 novembre per sapere il resto.

 

 

 

 

20 nov 2017

 

Pubblichiamo il documento politico e l’odg approvati dalla direzione nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea domenica 19 novembre 2017.

 

Rifondazione Comunista da anni lavora per aggregare la sinistra antiliberista nel nostro paese. Abbiamo partecipato al “percorso del Brancaccio” accogliendo l’idea di una lista che unificasse la sinistra sociale e politica e le tante forme di civismo e partecipazione su un programma di attuazione della Costituzione e di netta alternativa al PD le cui politiche da anni sono “indistinguibili da quelle della destra”.

 

Lo abbiamo fatto nella prima assemblea nazionale, lo abbiamo fatto lavorando in maniera determinante, assieme con L’Altra Europa, nella promozione delle tante assemblee territoriali che si sono svolte in questi mesi e che avrebbero dovuto portare, attraverso un percorso partecipato ed inclusivo, a determinare per le prossime elezioni politiche la presenza di una lista unitaria di una sinistra nuova e radicale.

 

Abbiamo accettato la sfida con una disponibilità assai diversa da quella di altre formazioni politiche che al di fuori di quel luogo unitario hanno costruito un’aggregazione che va definendosi con caratteristiche assai distanti da quelle auspicate inizialmente dai promotori del Brancaccio.

 

Fin dall’inizio, e come ribadito nel documento approvato dalla direzione il 28 ottobre, abbiamo evidenziato che “un programma radicale e un profilo di netta discontinuità col passato” erano le condizioni che potevano determinare l’unità auspicata dalle assemblee del Brancaccio.

 

Giudichiamo negativamente l’interruzione del percorso e l’annullamento dell’assemblea convocata per il 18 novembre, assemblea che avrebbe dovuto fare la sintesi programmatica del lavoro delle assemblee e confrontarsi sulle condizioni politiche per una lista unitaria.

 

Non vengono però meno le ragioni che avevano motivato il nostro impegno né il patrimonio di relazioni che abbiamo costruito con migliaia di compagne e compagni della sinistra in tutto il paese con cui abbiamo discusso e ci siamo confrontati.

 

Rifondazione Comunista non rinuncia alla costruzione di una proposta di sinistra per le prossime elezioni che abbia le caratteristiche programmatiche che abbiamo delineato nel documento del 28 ottobre e continua a lavorare per il coinvolgimento di tutte le persone, le compagne e i compagni, le aree e le soggettività della sinistra anticapitalista e antiliberista e dei movimenti e a tal fine porta avanti un’interlocuzione larga con spirito inclusivo e unitario.

 

In tale direzione va la nostra partecipazione e l’intervento del segretario nazionale all’assemblea del Teatro Italia, assemblea che valutiamo molto positivamente per la capacità di far esprimere – nonostante il tempo brevissimo della convocazione – esperienze di lotta, pratiche solidali, volontà di partecipazione, nuovo entusiasmo.

 

La direzione nazionale dà mandato alla segreteria di proseguire nel percorso avviato mantenendo l’attitudine unitaria e le porte aperte a tutti i soggetti che hanno partecipato e condiviso il percorso del Brancaccio e a tutti coloro che intendono lavorare alla ricostruzione di una sinistra di alternativa.

 

Bisogna avanzare una proposta credibile ed effettivamente alternativa al centrosinistra che faccia delle elezioni un passaggio verso la costruzione di una forza e di uno schieramento popolare che lavori per un’alternativa di società: una sinistra antiliberista, antirazzista, antisessista, democratica e ambientalista che si batta per l’attuazione della Costituzione.

 

 

Ordine del giorno;

 

La Direzione Nazionale del Prc esprime una valutazione ampiamente positiva sulla assemblea svoltasi ieri 18 novembre 2017 a Roma convocata dalle compagne e dai compagni dell’Ex- OPg – Je so pazzo. Consideriamo positivo l’approccio proposto per costruire una proposta politica che unisca le forze politiche e sociali antiliberiste e anticapitaliste, ambientaliste, antisessiste, antirazziste per una alternativa di società.

 

Invitiamo tutte le donne e gli uomini che hanno partecipato alle assemblee del Brancaccio a essere protagoniste del percorso che si sta avviando dopo che l’accordo di vertice Mdp-Si-Possibile ha bloccato ogni ipotesi di costruzione democratica e dal basso di una sinistra «nuova e radicale».

 

Il Prc si impegna a lavorare a una costruzione unitaria, con tutte le forze politiche e sociali interessate, e un percorso partecipato nei territori, in vista della presentazione di una lista di sinistra, popolare di alternativa per le prossime elezioni politiche.

 

 

Alfonso Gianni

da il Manifesto

19.11.2017

 

 

Com’era ampiamente prevedibile, l’incontro di ieri tra governo e sindacati è stato un flop, se lo si guarda dal punto di vista dei pensionati e dei pensionandi. Ciò che il governo ha messo sul tavolo è peggio che insufficiente.

 

È uno schiaffo all’intero paese, persino se lo si raffronta con gli impegni assunti nel settembre del 2016. Su cui i sindacati avevano evidentemente riposto eccessiva e non innocente fiducia, quando invece esso più che altro serviva, nelle intenzioni di Renzi poi travolte dai fatti, a conquistare credibilità e consensi anche in vista della prova referendaria del 4 dicembre.

 

Arrivati al dunque, alla cosiddetta fase due prevista in quell’accordo, tutto evapora. E i ritocchi rispetto alle proposte avanzate dall’Esecutivo nel precedente incontro appaiono miserevoli. Né il nuovo incontro fissato per martedì prossimo cambierà la situazione, visto che si tratterà solo di «approfondimenti» entro «un perimetro» di proposte già fissate. Anche le chiacchiere preelettorali del segretario del Pd si arrestano di fronte ai vincoli cui è sottoposta la legge di bilancio.

 

Che peraltro deve ancora ricevere il via libera da parte delle autorità europee. La Renzinomics basata sui bonus, sugli sgravi e gli incentivi alle imprese, è totalmente priva di qualunque, fosse anche flebile, afflato sociale. L’estensione del blocco dell’età pensionabile anche per le pensioni di anzianità e l’istituzione di un fondo per mettere a regime l’Ape sociale non risolvono nessuno dei problemi di fondo che stanno di fronte al nostro sistema previdenziale dopo i disastri provocati dalla legge Fornero. Che non sono sanabili con qualche aggiustamento dell’ultimo momento, ma richiedono l’abrogazione di quella controriforma, la peggiore eredità avvelenata del governo Monti, e la ricostruzione di una nuova normativa previdenziale basata sulla solidarietà fra generazioni. Impensabile con questo governo e con questo quadro politico. Ma anche se si volesse restare in un’ottica puramente minimalistica, è ben chiaro che la platea dei beneficiari del blocco dell’aumento dell’età della pensioni, lo scatto dei cinque mesi, rimane troppo ristretta. Mentre per quanto riguarda donne (del lavoro di cura neanche a parlarne) e giovani (meno che mai) la chiusura del governo è completa. Malgrado questo un risultato il governo lo porta a casa: la divisione del sindacalismo confederale. Se Susanna Camusso dichiara insufficienti le proposte del governo, e annuncia che la Cgil si prepara a un piano di mobilitazioni, la Uil traccheggia, rovistando alla disperata ricerca di aspetti positivi ed altri da approfondire, apparecchiando così il tavolo per il governo in vista di martedì prossimo. Mentre la Cisl si sdraia completamente sulla linea governativa, abboccando con piacere agli ami lanciati da Gentiloni, definendo importanti le «nuove» proposte e soprattutto prefigurando nel prossimo futuro un collateralismo di lungo corso con i prossimi governi, visto che il dialogo con l’Esecutivo viene definito proficuo ad onta della comprovata totale insincerità da parte governativa.

 

L’approccio che, rispetto ai tempi del governo Renzi, era stato definito meno ruvido e autoritario da parte di Gentiloni nei confronti del movimento sindacale, si rivela nei fatti per quello che è: una strategia di divisione, che Padoan ipocritamente cerca di mascherare con un rammarico di circostanza. La parola e gli atti devono dunque tornare alle lavoratrici e ai lavoratori. Alle donne e ai giovani. Ai disoccupati e ai precari. La mobilitazione annunciata dovrà essere intensa ed ampia. Proprio ora avremmo bisogno di quella coalizione sociale troppo presto abbandonata anche dalla parte migliore del movimento sindacale.

 

18.11.2017

 

"Confermiamo quella valutazione di grande insufficienza che avevamo anticipato. Non siamo di fronte a un quadro che risponde alle nostre richieste e agli impegni assunti. Confermiamo necessita' che si risponda con la mobilitazione che la mia organizzazione nelle prossime ore decidera'".

Così la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso al termine dell'incontro con Gentiloni, Padoa e Poletti a palazzo Chigi sulle pensioni. 
Al termine dell'incontro la leader della Cisl, Annamaria Furlan ha parlato di ''proposte coerenti'' e il segretario della Uil, Carmelo Barbagallo ha visto nelle proposte ''alcuni punti positivi e altri da correggere''.

C' è da dire che martedì prossimo è in programma un'altro incontro. L'esecutivo portando a casa una differenza di posizioni tra Cgil, Cisl e Uil ha pensato bene di buttare lì uno stucchevole gioco delle parti - con Padoan che ha parlato di possibili modifiche ma rimanendo nei criteri di bilancio e Gentiloni che diceva più o meno la stessa cosa ma serrando un po' di più i cordoni della borsa - e dare un'altra possibilità di "capitolazione a Corso d'Italia.

Delle due novità presentate dal governo la prima riguarda l'estensione delle esenzioni dall'aumento di cinque mesi delle categorie definite gravose anche alle pensioni di anzianità (e non solo alle pensioni di vecchiaia); la seconda l'istituzione di un fondo per i potenziali risparmi di spesa con l'obiettivo di consentire la proroga e la messa a regime dell'Ape Sociale.

18.11.2017


“Ex-Opg  Je so pazzo”
COMUNICATO CIRCOLO PRC CHE GUEVARA FOLLONICA

Comunicato Stampa di Rifondazione Comunista sulle prossime elezioni politiche.
L’assemblea degli iscritti del circolo di Rifondazione Comunista di Follonica si è riunita per valutare la situazione politica nazionale in vista delle prossime elezioni.

 


Ribadiamo la necessità di costruire una lista di sinistra, alternativa alle politiche del PD e ai progetti della Destra e del 5Stelle. Non consideriamo esaurite le speranze di recuperare Sinistra Italiana al percorso di alternativa e osserviamo con attenzione il suo dibattito interno. 

 


Due anni fa, la Toscana è stata un laboratorio interessante e di successo con la lista “Sì Toscana a Sinistra”, che ha eletto i consiglieri regionali Tommaso Fattori e Paolo Sarti, ai quali rinnoviamo il nostro sostegno e il nostro plauso per il lavoro svolto. La lista vide l’unificazione di tutta la sinistra, in alternativa al PD e al suo candidato presidente Enrico Rossi, adesso membro di MDP. 

 


Per il percorso nazionale, vogliamo una lista che dia voce a chi non vota. Pensiamo infatti che gli astenuti siano largamente recuperabili, in quanto chi è di destra oggi ha ampia possibilità di scelta elettorale, per tutti i gusti. L’appello dei ragazzi dell’ “Ex-Opg  Je so pazzo” di Napoli è una speranza. Dà forza a chi in Italia vuole che il lavoro smetta di essere sfruttamento e vuole abolire la MalaScuola, reintrodurre l’Articolo 18, ridurre le spese militari, alzare le tasse sulle grandi ricchezze patrimoniali, investire nel sociale, lanciare una grande campagna di tutela del territorio. 

 


Per questo una nostra delegazione oggi parteciperà all’assemblea convocata al Teatro Italia a Roma, sperando di poter costruire insieme una lista elettorale di alternativa. 

 


L’Assemblea degli Iscritti del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Circolo Che Guevara

Pubblicato il 17 nov 2017

 

Segnaliamo l’assemblea promossa a Roma da Ex Opg  Occupato – Je so pazzo 

 

SABATO 18 NOVEMBRE – ORE 11 – ROMA, TEATRO ITALIA (via Bari, 18)

 

Noi non facciamo i politici di mestiere, non abbiamo niente da perdere, quindi scusateci se parleremo schietto. Ci rivolgiamo a tutta l’Italia, a questo paese che sta scivolando nel risentimento, nell’imbroglio e nella violenza, nel cinismo e nella tristezza, e che però è pieno di gente degna, che resiste ogni giorno, che mantiene dei valori.

 

Ci chiediamo: perché non possiamo sognare? Perché noi giovani, donne, precari, lavoratori, disoccupati, emigrati ed immigrati, pensionati, perché noi che siamo la maggioranza di questo paese dobbiamo essere rassegnati, ingannati dalla politica, costretti ad astenerci o votare il meno peggio?

 

Perché dobbiamo emigrare, perché dobbiamo accettare di essere umiliati per un lavoro, perché dobbiamo farci venire l’ansia per far quadrare i conti della famiglia, perché ci dobbiamo nascondere se pensiamo cose diverse da quelle razziste e inumane urlate ogni giorno in TV? E perché se siamo donne dobbiamo accettare disuguaglianze ed umiliazioni ancora più gravi, molestie, violenza verbale e fisica? 

 

Perché non possiamo sognare di migliorare tutti insieme la nostra condizione, di prenderci diritti e salari decenti, di poter vivere una vita collaborando con il prossimo?

 

Noi dopo aver subito dieci anni di crisi siamo stufi, non ce la facciamo più. Dopo anni, ed evidenti prove, abbiamo la piena consapevolezza che nessuna delle forze politiche attuali ci può rappresentare. Le loro differenze sono tutte un teatrino. Sembrano litigare ma poi in fondo sono tutti d’accordo, e nei fatti per noi non cambia niente. Anche perché non vivono le nostre condizioni.

 

Nessuna delle forze politiche dice: la gente ha fame, prendiamo i soldi dai ricchi che in questi anni se ne sono messi in tasca tanti, facciamo una vera patrimoniale, recuperiamo la grande evasione. Oppure: togliamo soldi alle spese militari e assumiamo giovani da mettere a lavoro per sistemare scuole, ospedali, territori, visto che abbiamo un paese che cade a pezzi. Aboliamo Jobs Act e contratti precari, lanciamo un programma di investimenti pubblici, disobbediamo a Fiscal Compact e ai tagli dei servizi…
Non lo dicono e quando pure un po’ lo dicono non lo possono fare, perché hanno tutti dei buoni rapporti da salvare, con le banche e con Confindustria. Per questo parlano, parlano. Solo noi non possiamo parlare mai. A noi ci hanno chiuso fuori dal teatrino. Ma se noi che siamo esclusi ci organizzassimo? Se saltassimo sul palco?
È una cosa da pazzi, però, visto che nessuno ci rappresenta, rappresentiamoci direttamente!

 

Inutile aspettare che qualcuno ci venga a “salvare”. L’ultimo tentativo del genere è stato quello iniziato a giugno da Falcone e Montanari, sostenuti da diverse forze partitiche. Tentativo che ha ripetuto tutti gli schemi fallimentari della sinistra degli ultimi dieci anni, anzi peggio. È iniziato facendo parlare Gotor di MDP, cacciando dal teatro chi osava contestare D’Alema, ed è continuato in una marea di chiacchiere sterili, inseguendo Pisapia e vedendosi in segrete stanze, finché da quel teatro non sono stati cacciati proprio tutti. Perché rischiavano di decidere troppo. Rischiavano di fare una cosa troppo a sinistra.

 

Ecco, siamo stanchi di tutte le cose “un poco” a sinistra, di ambiguità, di mezze parole. Bisogna parlare chiaro, anche perché non c’è tempo. Dobbiamo organizzarci e usare questi mesi di campagna elettorale per parlare fra di noi, per parlare di noi, per gridare tutti insieme, per far esistere un messaggio di riscossa agli occhi di milioni di persone, perché noi esistiamo già, nei territori, nei quartieri popolari, nelle università e quotidianamente mettiamo a disposizione tempo ed energia per provare a costruire qualcosa di nuovo dal basso. E magari anche per divertirci, perché la situazione è tragica, ma lottare è bello, ti fa progettare, ti ridà un futuro, ti regala momenti di gioia.

 

Ci hanno detto che per fare le cose ci vogliono raccomandazioni, soldi, mezzi. Ma ce l’hanno detto per scoraggiarci, o per farci andare con loro… Non è vero! Anche una persona da sola può fare la differenza, può salvare delle vite, può rendere il suo quartiere migliore. E mille persone pulite e determinate possono cambiare un paese.
Quindi iniziamo da qualche parte. E iniziamo per non smettere, per costruire qualcosa che vada da qui a cinque, a dieci anni. Ricominciamo a pensare di poter fare la storia! Perché non possiamo sognare, e realizzare un poco alla volta questo sogno?
Ci vediamo a Roma sabato 18 novembre, alle 11, al Teatro Italia. Bisogna sognare!

16.11.2017 

Fabrizio Salvatori

 

 

"Abbiamo deciso di convocarla noi l'assemblea che doveva tenersi sabato a Roma". E' uno dei passaggi del video dei ragazzi di "Je so pazzo". E in poche ore quello che era il retropensiero diffuso nel popolo della sinistra all'indomani della cancellazione della data da parte di Tomaso Montanari sta diventando una realtà concreta. L'appuntamento è alle 11 presso il Teatro Italia, il 18 novembre ovviamente. 
Il ragionamento degli "Ex-Opg" è molto semplice. A marzo, con le elezioni politiche una larga fetta di popolazione di questo paese, giovani, disoccupati, lavoratori precari, classe media in declino, pensionati poveri, studenti disperati, rischia di vedersi calare addosso una pietra tombale, stretta tra populismo leghista e rigore socialdemocratico. "Nessuno si farà carico dei nostri bisogni". E quindi, quel "ci rappresentiamo da soli" ha riacceso gli animi anche di quelli che al Brancaccio credevano al "percorso dal basso". 

Tra i primi ad annunciare la propria partecipazione c'è Maurizio Acerbo, segretario del Prc. "Sarò all'assemblea - dichiara a Controlacrisi - al fianco di una sinistra popolare che ha deciso di rialzare la testa per difendere i propri bisogni". "Una buona iniziativa", aggiunge Acerbo. Tra l'altro organizzata proprio da quelli, "Ex-Opg" che al Brancaccio non hanno potuto parlare.

Dall'altra parte, in area sinistra-fuori-dal-Pd ci sono altri gruppi che non si rassegnano alla morsa dei vertici SI-Possibile-Mdp e cespuglietti vari del Brancaccio. E così in vista dei vari passaggi tra la terza decade di novembre e i primi di dicembre hanno deciso di far girare un documento (a firma di Edoardo Mentrasti, Sinistra italiana e Sergio Zampini, Altraeuropa) in cui si legge: "Non sono accettabili ipotesi di definizione- spartizione delle medesime attraverso l’assemblea di delegati nazionali che rappresentano l’ennesima foglia di fico dietro la quale si mascherano i gruppi dirigenti nazionali per perpetuare il loro potere di decisione. Resta fermo in ogni caso il principio che tutti coloro che hanno fatto parte di esperienze di Governo negli anni passati, utili se a disposizione del progetto, non saranno candidati nelle liste.Su tali presepposti va convocata l’Assemblea Nazionale aperta a tutte/i la quale poi disporrà una celere verifica, nel confronto con tutti gli interlocutori, della sussistenza delle condizioni richiamate e dunque della praticabilità e dell’esito più larghi possibili della lista alle prossime elezioni politiche".

Domenico Moro 15/11/2017

 

Il percorso partito dal teatro Brancaccio e che avrebbe dovuto dar luogo a una lista di sinistra alternativa al Pd, mettendo insieme la società civile e un ampio spettro di forze da Mdp a Sinistra italiana, Possibile e Partito della rifondazione comunista, è fallito. Mdp, Si e Possibile si sono riuniti per elaborare un loro documento escludendo Rifondazione, la quale ha valutato i contenuti del suddetto documento non coerenti con la formazione di una lista alternativa al Pd. A questo punto, Anna Falcone e Tomaso Montanari, i due promotori della assemblea del Brancaccio, hanno annullato l’assemblea prevista per il 18 novembre.

 

L’impasse era tutt’altro che imprevedibile. Ma quali ne sono le ragioni? Tomaso Montanari le rintraccia nella contrapposizione tra la forma partito e la società civile. In pratica i partiti, tutti i partiti che hanno partecipato al Brancaccio, avrebbero schiacciato le esigenze e la spontaneità della società civile. Si tratta di una posizione tutt’altro che nuova. Sono più di due decenni che si contrappongono i partiti alla società civile. In modo alquanto schematico, i primi sono identificati con il male, la seconda con il bene. I primi sono il vecchio, la “casta”, sempre corrotta e da rottamare, la seconda il nuovo da far emergere. Tuttavia, in questi anni, abbiamo visto come sono andate le cose e quale prova di sé abbiano dato la società civile e il nuovo (di solito rapidamente divenuto obsoleto) allorché si siano trasformati in classe politica.
Secondo Montanari, il punto sarebbe quello di non versare “vino nuovo in otri vecchi e compromessi”. A questo scopo si proponeva una lista organizzata con quote che garantissero “otri nuovi”: 50% di donne, 30% di under 40 e un 50% di candidati mai stati in Parlamento. La questione in realtà andrebbe rovesciata: siamo sicuri che al di là degli otri il vino sia veramente nuovo?

 

C’è un problema di contenuti che viene molto prima dei nomi, del genere, della generazione e delle esperienza pregresse dei candidati. Dietro il fallimento del Brancaccio ci sono differenze di più ampia portata che ben difficilmente si sarebbe potuto ricomporre. Ad ogni modo, si sarebbe dovuto parlare di nomi e di candidature solamente dopo avere chiarito l’orientamento di fondo e definito un programma preciso, come del resto si dovrebbe fare sempre, legando le persone a obiettivi e posizioni politiche. In effetti, si preferisce fare altrimenti, lasciando i programmi e l’orientamento generale nel vago.


Se l’Arcobaleno e Rivoluzione civile hanno clamorosamente fallito, non è stato certo per colpa della forma partito, ma per altre ragioni, spesso opposte. Tra di esse ci sono il fallimento dei governi di centro-sinistra e l’incapacità di fare chiarezza sull’orientamento di fondo, illudendosi che la deideologizzazione e il superamento della forma partito organizzata e di massa o l’intervento della società civile potessero colmare la mancanza di un profilo e di un posizionamento chiari e adeguati alla realtà che si trasforma.
Il punto di fondo sta nel fatto che Mdp è una forza che ha una provenienza e un posizionamento sociale e politico preciso.

 

Il settore dei transfughi dal Pd che gli ha dato vita non è certamente reduce da un lungo percorso di posizioni di sinistra e di battaglie a favore del mondo del lavoro salariato e della democrazia, che sarebbero state vanificate soltanto dall’avvento del marziano Renzi. Chi oggi fa parte di Mdp ha giocato per vent’anni un ruolo di protagonista nella ideazione e nella applicazione delle controriforme neoliberiste: precarizzazione del lavoro (da Treu in poi), privatizzazioni, esternalizzazioni dei servizi pubblici, aumento dell’età pensionabile, senza contare la partecipazione a operazioni di guerra all’estero, compreso il bombardamento della Serbia. Soprattutto il settore ora in Mdp è stato tra i maggiori interpreti della integrazione e dei trattati europei, applicando in modo rigido l’austerity e la disciplina di bilancio, che hanno strozzato l’economia italiana. Il governo di Monti, con cui l’Europa del capitale finanziario ha commissariato il nostro Paese e che è stato tra i peggiori (se non il peggiore) della storia repubblicana, è stato sostenuto dal Pd quando il segretario era Bersani, cioè chi ha fondato Mdp. Insomma la bandiera della sinistra è stata abbandonata ben prima che arrivasse Renzi. Invece, sembra che il problema per Mdp (e per una parte della sinistra fuori dal Pd) sia soprattutto Renzi. Però, Renzi non cade dal cielo e, se si è affermato in così breve tempo, è solo perché ha potuto inserirsi all’interno di un solco già tracciato.

 


Dunque, come è possibile pensare a una alleanza con un forza del genere mantenendosi al contempo coerenti con una impostazione non dico anticapitalista, ma almeno antiliberista, non dico di uscita dall’euro, ma almeno di critica ai trattati europei, di superamento dei vincoli di bilancio? Come è possibile mantenere una credibilità e quindi avere una capacità di attrazione verso milioni di lavoratori, molti dei quali astenutisi nelle ultime elezioni? Ma soprattutto, come è possibile pensare di porre le basi per la ricostruzione della sinistra in Italia, che sicuramente va ben oltre le prossime elezioni, se si riproducono per l’ennesima volta alleanze che sono un pateracchio?

 


Il documento Mdp-Si-Possibile è volutamente vago, con l’uso di frasi genericamente di sinistra che non individuano alcun nodo preciso, come, ad esempio, l’abolizione della legge Fornero e dell’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, e la revisione dei trattati europei, in particolare nell’aspetto dei vincoli al deficit e al debito. In effetti, l’obiettivo dell’Mdp non è l’alternatività al Pd, per quello che rappresenta dalla sua fondazione, ma l’alternatività a Renzi. La stessa scissione di Mdp è un modo per modificare dall’esterno i rapporti di forza all’interno del gruppo dirigente del Pd, vista l’impossibilità di farlo dall’interno. L’orientamento strategico di Mdp è di rieditare, in una forma o nella altra, il vecchio centro-sinistra. Inoltre, si sta lavorando su accordi elettorali (nell’uninominale) e sono possibili anche alleanze post-elettorali con il Pd di Renzi, che potrebbe essere ricondotto a più miti consigli dalla perdita di consensi e dalla doppia minaccia grillina e berlusconiana. Per questa ragione un percorso come quello del Brancaccio, con la presenza di Rifondazione e di altre realtà associative, non si confaceva ai progetti di Mdp, che, con il miraggio di poter rientrare in Parlamento, è riuscito a portare sulle sue posizioni Si e Possibile.


I ragionamenti machiavellici di certi sottili ingegni, però, fanno i conti senza l’oste, rappresentato nel nostro caso dalla realtà sociale e economica. Le elezioni siciliane in questo senso sono state significative della debolezza del progetto di Mdp in un contesto di forte mobilità elettorale e astensionismo. Non solo la Sicilia, anche l’Italia e l’Europa di oggi non sono quelle degli anni ’90 e neanche quelle del 2006, quando il centro-sinistra vinse le elezioni. Già allora quella formula si rivelò incapace di rappresentare le istanze delle classi subalterne. Ora, è ancora più assurdo riproporla. La crisi strutturale del capitale e il modo in cui le istituzioni europee hanno scelto di affrontarla hanno devastato la società europea, recidendo i legami tra una parte crescente delle classi subalterne e i tradizionali partiti di sinistra. Milioni di lavoratori, precari e disoccupati europei si astengono o votano per forze di destra, o di estrema destra. La tradizionale sinistra del Partito socialista europeo, fedele sostenitrice dell’integrazione europea, ne è uscita distrutta o duramente ridimensionata. Partiti con una lunga tradizione, come il Partito socialista francese o greco, non esistono più, altri, come i socialisti spagnoli e i socialdemocratici tedeschi, sono stati drasticamente ridimensionati.

 


I nodi del Brancaccio ora sono venuti al pettine, e questo è un bene. Purché si traggano le necessarie conseguenze da quanto accaduto. Non si può prescindere dai contenuti, e cioè da un posizionamento e da un orientamento generale adeguato a una realtà nuova e difficile. Non bisogna perdere altro tempo né con alchimie politiche né con alleanze innaturali, che minerebbero definitivamente la credibilità di chi continua a lottare per una alternativa all’esistente, pregiudicando la possibilità di intraprendere un percorso di ricostruzione della rappresentanza politica del lavoro salariato e dei subalterni, che di necessità sarà lungo, e che non permette scorciatoie solo apparentemente facili e promettenti di risultati.

 


Bisogna, al contrario, costruire una rete di relazioni, tra forze politiche, associazioni, movimenti, che porti a una coalizione effettivamente di sinistra, unificata non sull’obiettivo di superare uno sbarramento elettorale, ma sulla condivisione di un orientamento generale e di pochi punti programmatici chiari e precisi: il lavoro in primo luogo e poi la sanità, le pensioni, la pace e l’opposizione alla guerra. E, soprattutto, l’alternatività al primato del capitale e del mercato autoregolato. Ma non è possibile parlare di lavoro, di difesa del welfare, di nuovo intervento statale in economia e, quindi, di applicazione della Costituzione senza riconoscere che questa è stata quantomeno intaccata ed ora è ingabbiata dai trattati e dal processo di integrazione europea, che ha svolto un ruolo del tutto funzionale al grande capitale europeo, incluso quello italiano. È, dunque, tra le forze che individuano questo discrimine – il superamento dei trattati e dell’attuale assetto europeo - che bisogna cercare gli interlocutori per costruire una alternativa al Pd e alla destra.

 

componente del Comitato politico nazionale del Prc

Pubblicato il 14 nov 2017

COMUNICATO STAMPA

Roberta Fantozzi, responsabile nazionale Politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

 

«L’1% di super-ricchi possiede oltre il 50% della ricchezza complessiva (ne aveva il 42,5% nel 2008). Se si guarda al 10% più ricco, la quota di ricchezza detenuta è pari all’88%. Invece il 50% più povero della popolazione mondiale non possiede nemmeno l’1% della ricchezza totale. La ricchezza globale è cresciuta, in maniera particolare nell’ultimo anno, ma si concentra sempre di più in poche mani. 

 

Sono i dati dell’ottava edizione del Global Wealth Report di Credit Suisse.

 

E’ l’ennesima conferma delle disuguaglianze abissali prodotte dalle politiche neoliberiste, di un mondo talmente iniquo da essere insostenibile: tale da incorporare strutturalmente la tendenza alla guerra e alla crisi di civiltà.

 

Ed è per questo motivo che vanno costruite alternative nette e radicali, in ogni ambito e ad ogni livello. Quando diciamo che è necessario anche nel nostro paese costruire una sinistra antiliberista, radicalmente alternativa alle politiche degli ultimi anni e a chi le ha portate avanti, stiamo solo parlando di questo.

 

Non è possibile che le parole più radicali sullo stato di cose presenti, vengano dai rapporti di una banca svizzera!».

13.11.2017

«Con grande amarezza – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – stamattina abbiamo preso atto dell’annullamento dell’assemblea che avrebbe dovuto rilanciare il percorso del Brancaccio.

 

Tomaso Montanari ha ricostruito le circostanze che hanno portato alla decisione.

 

Invece di investire sul Brancaccio, cioè la creazione di una lista unica a sinistra davvero innovativa e non solo partitica, MDP-SI-Possibile hanno preferito un accordo di vertice su un profilo politico ambiguo che prelude a liste che riprodurranno gli attuali gruppi parlamentari.

 

Noi abbiamo sempre pubblicamente condiviso i criteri proposti da Tomaso e Anna per costruire liste innovative e aperte e che dessero il segno di una rottura con i governi del centrosinistra e gli errori del passato. Non condividiamo la scelta di annullare assemblea perchè riteniamo che il Brancaccio abbia tutto il diritto di proporre contenuti e metodi per costruire lista unitaria.

 

Comprendiamo il momento e non ce la prendiamo con l’ingenerosa simmetria tra il comportamento di MDP-SI-Possibile e la nostra coerente partecipazione al percorso.

 

Noi fin dal primo momento abbiamo detto che solo sul terreno di una “sinistra nuova e radicale” come quella proposta al Brancaccio a giugno avremmo partecipato a una lista “unica” ed è per questo che non ci siamo seduti ai tavoli tra partiti.

 

Eravamo e siamo convinti, come Tomaso Montanari e Anna Falcone hanno ripetuto mille volte, che unità, radicalità, partecipazione e rinnovamento delle liste siano elementi indispensabili per costruire una proposta credibile per milioni di persone di sinistra che non votano più o si sono rivolti verso il M5S.

 

Tomaso Montanari lo attesta scrivendo che il nostro è “l’unico partito” rimasto nel percorso che lui e Anna Falcone hanno promosso.

 

Continueremo a lavorare nello spirito del Brancaccio e delle cento assemblee che si sono svolte: per una lista unitaria della sinistra antiliberista, alternativa al Pd e alle altre destre, che si batta per un programma di attuazione della Costituzione, costruita con la democrazia e la partecipazione dal basso».

 

 

 

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