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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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22.09.2018

di Stefano Porcari

Contropiano

 

I giornali e le agenzie riportano le dichiarazioni del vicepremier Di Maio in una intervista radiofonica secondo cui il reddito di cittadinanza deve andare solo agli italiani. “Abbiamo corretto la proposta di legge iniziale sul reddito di cittadinanza anni fa: è singolare che torni in auge una proposta di legge che non prevedeva ancora la platea” per l’assegnazione del reddito “ma è chiaro che è impossibile, con i flussi immigratori irregolari, non restringere la platea e assegnare il reddito di cittadinanza ai cittadini italiani”.

 

Una precisazione, quella di Di Maio, ovviamente apprezzata da Salvini ma in contrasto con quanto chiarito dal ministro dell’Economia Giovanni Tria giovedi scorso durante una audizione al Senato. Tria aveva logicamente specificato che la misura sarebbe stata rivolta anche agli stranieri con permesso di soggiorno di lungo periodo, esattamente come avviene per le altre prestazioni sociali.

 

Sulla materia esistono infatti precisi e specifici articoli della Costituzione – il 2 – 3 e 10 – che vietano trattamenti discriminatori (1) e direttive internazionali che l’Italia ha sottoscritto.

 

Una legge con queste caratteristiche andrebbe subito a sbattere contro l’incostituzionalità. In secondo luogo, negli anni scorsi, alcuni comuni, ed anche alcune sedi dell’Inps, avevano provato a “interpretare” in senso discriminatorio l’erogazione di alcune prestazioni sociali (bonus natalità, assegni familiari al terzo figlio etc.) ma erano stati battuti sia in sede di ricorso che nei tribunali. Ultima in ordine di tempo è la sentenza del Tribunale di Bergamo del 2 marzo 2018 che ha condannato l’Inps.

 

Inoltre l’art 12 della  direttiva 2011/98 prevede infatti che tutti i lavoratori non comunitari beneficiano dello stesso trattamento riservato ai cittadini dello Stato membro in cui soggiornano relativamente ai settori della sicurezza sociale di cui al regolamento CE 883/2004. Tale regolamento riguarda tutte le prestazioni assistenziali e previdenziali elencate nell’art 3 del regolamento stesso che comprendono, tra le altre,  le prestazioni di maternità o di paternità (lettera b), le prestazioni di vecchiaia (lettera d) e le prestazioni di familiari (lettera j). Il reddito di cittadinanza, così come venuto fuori, si configura come prestazione assistenziale.

 

La boutade di Di Maio, che parlava dalla Cina, sembra somigliare alla gestualità canina quando marca un territorio per far sapere agli altri che è passato di là. Un tentativo di inseguimento sul terreno leghista destinato a scontrarsi con un assetto costituzionale che molti vorrebbero smantellare – in Italia e a Bruxelles – ma che ancora esiste e fa testo come legge.

 

Di Maio e il suo movimento, farebbero meglio a dedicarsi all’allargamento delle risorse da distribuire nel welfare contro la logica della penuria, dei tagli continui, del rigore di bilancio. Se invece pensano di potere giocare con misure a somma zero (magari alimentando la caccia alle streghe quando questa diventa l’unica strada che è consentito percorrere dal Patto di Stabilità), ci si infila direttamente in un buco nero, ma nero nero.

 

E poi, se non dovesse bastare la Costituzione, c’è sempre la mobilitazione popolare per cercare di impedire la discriminazione razziale nelle leggi dello Stato.

 

(1) I tre articoli della Costituzione in materia

 

Articolo 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

 

Articolo 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali

 

Articolo 10. L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

 

Se volete aggiungere commenti, impressioni  potete scrivere a info@rifondazionesantafiora.it

 

 

20.09.2018

Ernesto Burgio

 

 

Vi proponiamo un articolo che fa il quadro sui dati relativamente all’incremento dei tumori e la connessione con fattori ambientali. Si tratta di una delle tante gravissime emergenze reali che sono cancellate da un dibattito pubblico – politico e mediatico – tutto concentrato sulla presunta “invasione” di immigrati. I dati evidenziano la centralità della questione ambientale e la necessità di rilanciare un movimento ambientalista popolare. Se questo dramma viene rimosso sta a noi lavorare per farlo emergere. (M.A.)

 

Generalmente si pensa al cancro come a una malattia della terza età e si sostiene che il trend continuo di incremento di tumori nel corso del XX secolo in tutti i paesi industrializzati possa essere spiegato mediante la teoria dell’accumulo progressivo di lesioni genetiche stocastiche e il miglioramento continuo delle nostre capacità diagnostiche. Troppo spesso si dimentica che l’aumento, dalla fine degli anni ’80 ad oggi, ha riguardato tutte le età e in particolare i giovani e, soprattutto, i bambini. L’incremento significativo di tumori infantili in Europa (ACCIS: Automated Childhood Cancer Information System) e specialmente in Italia negli anni ’90 ha destato apprensione, anche perché impone una riconsiderazione critica dei modelli di cancerogenesi.

 

Ancora pochi decenni fa i tumori infantili erano una patologia rara e la forma tumorale prevalente era la leucemia linfoblastica, anche nota come “common”, che è oggi curabile nella stragrande maggioranza dei casi. Oggi, invece, uno su 5-600 nuovi nati è destinato ad ammalarsi di cancro prima del compimento del quindicesimo anno d’età; nonostante i miglioramenti prognostici il cancro rappresenta la prima causa di morte per malattia nei bambini che hanno superato l’anno d’età; sono in continuo aumento le forme tumorali prima rare come linfomi, sarcomi, tumori del sistema nervoso e leucemie diverse dalla “common” (e in genere caratterizzate da prognosi molto più severa).

 

Tali dati provengono dal più grande studio europeo, lo studio ACCIS, coordinato dalla IARC (Agenzia Europea di Ricerca sul Cancro) e non devono essere sottovalutati per almeno quattro ragioni: le notevoli dimensioni del campione in studio (oltre 60 registri oncologici di 19 Paesi europei, per un totale di oltre 150 mila tumori di tutti i tipi); il tempo di osservazione sufficientemente protratto (25 anni); l’incremento massimo nel primo anno di età, che depone per un’origine transplacentare (da esposizione materno-fetale ad agenti pro-cancerogeni) o addirittura transgenerazionale (epigenetica/gametica); il concomitante incremento in tutto il Nord del mondo di tutta una serie di patologie cronico-degenerative (endocrino-metaboliche: obesità, diabete 2; immunomediate: allergie, malattie autoimmuni; del neuro sviluppo e neuro-degenerative: autismo, ADHD, malattia di Alzheimer), per le quali è stato ipotizzato un ruolo patogenetico significativo degli stessi meccanismi di disregolazione epigenetica precoce (fetal programming) a carico di vari organi e tessuti (Developmental Origins of Health and Diseases) e, quindi, in ultima analisi, un ruolo preponderante dell’ambiente (traffico veicolare, pesticidi, interferenti endocrini, radiazioni ionizzanti e, con sempre maggior evidenza, campi elettromagnetici).

 

È vero che non tutti gli esperti concordano con queste valutazioni, evidentemente preoccupanti. Alcuni hanno anche affermato che l’incremento massimo si era avuto negli anni ’90 e che i dati più recenti sembravano più confortanti. Purtroppo, l’ultima accurata e ampia revisione dei dati pubblicata recentemente su The Lancet conferma appieno le valutazioni precedenti.

 

Un’attenta riflessione su questi dati è necessaria e urgente: non soltanto perché nei bambini dovrebbero svolgere un ruolo minore l’esposizione ad agenti inquinanti legata alle cattive abitudini personali (in primis il fumo di sigaretta) e lo stress ma, soprattutto, perché non potrebbe realizzarsi in così breve tempo a partire dal concepimento l’accumulo di alterazioni genetiche tuttora considerate la causa prima di qualsiasi degenerazione tessutale in senso neoplastico.

 

È opportuno ricordare come, per quanto concerne i tumori della prima infanzia, le prime fasi del processo siano già presenti alla nascita. L’importanza degli eventi genetici insorti in utero è stata per molti anni sospettata sulla base di studi di concordanza su gemelli affetti da leucemia e poi confermata da studi genetici, che hanno trovato nei campioni di sangue calcaneare di neonati, che avrebbero in seguito sviluppato forme leucemiche, le traslocazioni e le sequenze geniche corrispondenti ai geni di fusione successivamente trovati nei blasti. Oggigiorno traslocazioni e cloni pre-leucemici si formano nel feto e nel sangue cordonale con grande frequenza.

 

Tutto questo è difficilmente accettabile per chi si attenga al paradigma tradizionale del cancro come incidente genetico da mutazioni stocastiche del DNA. È sempre più evidente che il cancro, soprattutto nella prima infanzia, deve essere considerato la conseguenza di una instabilità epigenetica secondaria all’esposizione sempre più precoce e massiccia ad agenti epi-mutageni: una sorta di processo evolutivo/adattativo, potenzialmente fallito o distorto.

 

Soltanto la riduzione dell’esposizione materno-fetale e infantile a questi fattori e agenti procancerogeni può aiutarci a ridurre l’incremento continuo non solo di tumori infantili e giovanili ma di tutte le patologie croniche – obesità, diabete 2 giovanile, malattie allergiche e autoimmuni, disturbi del neurosviluppo – che sembrano poter avere questa stessa origine.

 

*European Cancer and Environment Research Institute, Bruxelles

fonte Sole 24 ore 

Vincenzo Vita

 

Editoria. Il presidente ha dato prova nella sua vita politica e istituzionale di attenzione costante all’informazione. Nell’agosto del 1990, dopo l’approvazione della legge Mammì che legalizzava l’impero berlusconiano, si dimise dal governo per protesta

 

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel messaggio inviato all’amministratore delegato della società editrice Sud Spa, ribadisce con molta decisione che «L’incondizionata libertà di stampa costituisce elemento portante e fondamentale della democrazia e non può essere oggetto di insidie volte a fiaccarne la piena autonomia…». Non è una dichiarazione di routine, perché i tentativi di “fiaccare” l’informazione sono diventati una costante.

 

E il governo gialloverde non solo non ha innovato su di un terreno così delicato, che in Italia negli anni recenti ha conosciuto l’era berlusconiana e l’interventismo dell’ex premier Renzi, ma sta emulando i predecessori. Non è dato sapere se il presidente si riferisse a qualche episodio recente, tuttavia non è da escludere.

 

Non saranno sfuggite le esternazioni di Luigi Di Maio sui giornali troppo critici verso l’esecutivo, fino all’invito alle aziende a partecipazione pubblica a cessare le inserzioni pubblicitarie. Naturalmente Matteo Salvini non è da meno, anzi. Tra l’altro, il leader leghista sta insistendo al di là dell’immaginabile per la nomina del presidente della Rai, con un metodo che fa persino rimpiangere la vecchia lottizzazione. Un pressing continuo, dunque, finalizzato a delegittimare il potere dei media classici, a tutto vantaggio dei social. Trasformati questi ultimi da luogo di democrazia partecipata a pure bacheche elettroniche di propaganda.

 

Non solo. Non è da sottovalutare la recente intervista (Il Fatto Quotidiano di venerdì 14 settembre) del sottosegretario con delega all’editoria Vito Crimi. Si torna sul Fondo per il pluralismo (ex Fondo editoria) di cui viene annunciato un prossimo taglio, almeno della metà. Si confondono le risorse “indirette” (sconti telefonici, pagamento forfettario dell’Iva), con i contributi diretti dedicati alle testate cooperative, locali o di opinione. Stiamo parlando di 58 milioni di euro: meno del compenso annuale di Ronaldo, ad esempio.

 

Perché simile insistenza, a fronte della necessità ribadita nelle audizioni davanti alle commissioni parlamentari competenti di immaginare una riforma del settore? Se non si inserisce il tema del Fondo dentro un quadro di maggiore organicità, i tagli hanno un sapore censorio. Del resto, pure la “minaccia” di abbassare i limiti di affollamento di spot in televisione – che sta suscitando timori ad Arcore – sembra un pezzo di una trattativa in seno al centrodestra, piuttosto che una vera ipotesi.

 

Se si intende (e sarebbe augurabile) rivedere davvero i tetti, è indispensabile rimettere mano alla vecchia legge Gasparri, contenuta nel Testo unico sulla radiodiffusione del 2005. E allora qualcosa non torna. O si vuole una seria riforma, o si preferisce una linea di annunci provocatori. Il cui effetto, comunque, rischia di essere molto insidioso, vista la fragilità economica delle testate e data la prevalenza del lavoro precario. Meglio sarebbe, invece, ridiscutere con coraggio e senza conservatorismi o atteggiamenti corporativi i numerosi punti deboli della situazione: legame innaturale di diversi gruppi editoriali con società dipendenti da altri interessi dominanti; ridimensionamento della pubblicità della televisione generalista, che ha proporzioni innaturali figlie dell’antico accordo duopolistico; diminuzione delle vendite dei giornali; vorticoso calo occupazionale; assenza o debolezza di una strategia per l’età digitale. Insomma, la normativa attuale ha bisogno di una revisione sostanziale, non di proclami rischiosi.

 

Bene, quindi, ha fatto Sergio Mattarella a mettere il dito in una delle piaghe aperte della vita democratica. Il presidente ha dato prova nella sua vita politica e istituzionale di attenzione costante all’informazione. Nell’agosto del 1990, dopo l’approvazione della legge Mammì che legalizzava l’impero berlusconiano, si dimise dal governo per protesta. E non era, al tempo, così ovvio contrastare l’intesa che garantiva la Fininvest. Sempre Mattarella fu assai disponibile, nel ruolo di vice-presidente del consiglio nel 1999, a dare impulso all’iter parlamentare del disegno di legge n.1138, che toccava proprio il riassetto della Rai e la regolamentazione della pubblicità. Purtroppo, però, l’ostruzionismo della destra e le divisioni del centrosinistra bloccarono il tentativo riformatore.

 

Verrà ascoltato ora il Quirinale?

 

Tommaso Di Francesco

 

Delitto internazionale. L’iniziativa del nuovo Alto Commissario Onu dei diritti umani è, in questo momento, almeno una luce, flebile, che si accende. Sarà perché Michelle Bachelet è una donna, che ha subìto la tragedia di un golpe sulla sua pelle, che ha visto parte della famiglia massacrata dai militari golpisti, che è stata minacciata e sottoposta a torture; che è andata in esilio chiedendo asilo con lo strascico di dolore e terrore che deve averla accompagnata

 

 

Tra le tante care perdite umane dell’estate vale la pena ricordare, alla luce di quel che accade, quella di Danilo Zolo, l’aggiornatore incessante del valore dei diritti umani e del diritto internazionale che, sosteneva nelle sue ultime posizioni, «era stato seppellito», sia per effetto dell’ideologia della guerra “umanitaria” sia per la devastazione delle Nazioni unite diventate organismo di silenzi e legittimazioni di troppe ingiustizie. Siamo certi che di sicuro presterebbe attenzione a questo timido segnale, modesto ma importantissimo.

 

Non è quella rivoluzione necessaria del ruolo dell’Onu quella che arriva dalle parole del discorso inaugurale di Michelle Bachelet, l’ex presidente del Cile diventata proprio agli inizi di agosto Alto Commissario Onu per i diritti umani. Ma vista la reazione di Matteo Salvini dall’Italia, che praticamente invita le Nazioni unite a non impicciarsi di come tratta migranti e rom, si appalesa come un dirompente risveglio.
Michelle Bachelet, nel suo discorso «mondialista» a tutto tondo, dopo avere informato sulla commissione di inchiesta sui crimini commessi in Myanmar contro i Rohingya – dalla pulizia etnica ai massacri alla cacciata di centinaia di migliaia di persone, ai silenzi della Nobel per la pace Aung San Suu Kyi – ha annunciato due provvedimenti della sua gestione che richiamano subito il ruolo del governo italiano. L’’invio di osservatori dell’Onu in Austria e in Italia per indagare sul trattamento dei migranti e dei rom.

 

«Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e razzismo contro migranti, persone di origini africane e rom», ha dichiarato l’ex presidente cilena, aggiungendo che personale Onu sarà inviato anche in Austria perché «dare priorità al ritorno dei migranti dall’Europa, senza assicurare che gli obblighi internazionali in materia di diritti umani siano assicurati, non può essere considerata risposta di protezione». Dure le sue parole contro il ministro Salvini: «Il governo italiano sta negando l’ingresso alle navi da soccorso delle Ong. Questo tipo di atteggiamento politico… ha conseguenze devastanti per molti persone già vulnerabili»; e ancora senza sosta ha accusato: «Il numero dei migranti che attraversano il Mediterraneo è diminuito, ma il tasso di mortalità nei primi sei mesi di quest’anno è stato più alto del precedente»; per concludere senza fingimenti che le politiche sulle migrazioni dovrebbero essere «basate sulla realtà non sul panico.  Erigere muri, proiettare paura e rabbia sui migranti non offre soluzioni di lungo periodo per nessuno, solo più ostilità, miseria, sofferenza e caos». Il riferimento è più che esplicito alla vicenda Diciotti, a quella dell’Aquarius, ai tanti respingimenti verso le prigioni in Libia, alle fosse comuni nel Mediterraneo e ai troppi silenzi europei. Più chiaro di così c’è solo l’adesione alla manifestazione unitaria e di massa che il manifesto invita da due settimane a costruire al più presto.

 

E il ministro degli interni Salvini non è stato da meno. Colto con le mani nel sacco dei diritti umani, ha replicato proprio come sta facendo in queste ore John Bolton, il consigliere per la Sicurezza di Trump, impegnato a distruggere le Nazioni unite e la Corte penale internazionale. «Non accettiamo lezioni da nessuno -a dichiarato per reazione Salvini – tantomeno dall’Onu che si conferma prevenuta, inutilmente costosa e disinformata; e le forze dell’ordine smentiscono ci sia un allarme razzismo».

 

Di più. Michelle Bachelet ha chiesto all’Egitto del presidente golpista al Sisi di rivedere il processo farsa che sabato scorso ha condannato a morte 75 oppositori, anche per la mancanza assoluta di garanzie nella difesa individuale degli imputati in carcere da 5 anni. Anche questo appello chiama direttamente in causa l’Italia. Che per prima ha sdoganato, ad opera del governo di Matteo Renzi nel 2014 e nel 2105, il regime golpista che aveva preso il potere anche con il bagno di sangue del 15 agosto contro l’opposizione e che ora riempie le prigioni e controlla tutto, compresa quella magistratura inesistente e subalterna che non a caso non viene e capo dell’omicidio di Stato perpetrato contro Giulio Regeni.

 

Quell’Italia che, in questi giorni, con il nuovo governo M5S-Lega riattiva i «nostri» interessi italiani in nome degli affari che, a quanto pare, vengono prima dei diritti umani. A quando una politica estera che invece inverta i fattori: diplomazia e affari a condizione dei diritti umani?

 

L’iniziativa del nuovo Alto Commissario Onu dei diritti umani è, in questo momento, almeno una luce, flebile, che si accende. Sarà perché Michelle Bachelet è una donna, che ha subìto la tragedia di un golpe sulla sua pelle, che ha visto parte della famiglia massacrata dai militari golpisti, che è stata minacciata e sottoposta a torture; che è andata in esilio chiedendo asilo con lo strascico di dolore e terrore che deve averla accompagnata. Fin nel governo del Cile, una volta diventata presidente dopo la morte del sanguinario Pinochet; fin nelle non poche ambiguità e arretramenti – insieme a tante positività – che alla fine hanno riportato il Cile nelle mani della destra.

 

Sarà perché è smaccato l’attacco barbaro alla civiltà che le destre razziste nel mondo, a cominciare dal capofila Trump, stanno perpetrando grazie anche alla scia di guerre «umanitarie» condotte a partire dall’89 dalle “sinistre” di governo. Sarà per tutto questo… ma la novità c’è. Certo l’agenda internazionale la metterà alla prova. Ma per ora «benvenuta». Potrebbe diventare l’elemento mancante nel vuoto di civiltà che ci circonda.

 

 

09/09/2018

da Controlacrisi

Federico Giusti

 

L'intervista al Sole 24 è un capolavoro di captatio benevolentiae verso i poteri forti

 

Sulle pagine de Il Sole 24 ore di Sabato 8 Settembre (strane coincidenze, non trovate?) l' intervista a Di Maio a segnare una svolta nel Mov 5 Stelle, l'archiviazione del movimento di protesta per indossare i comodi abiti della forza di governo "amica delle imprese". L'intervista arriva poche ore dopo la sottoscrizione dell'accordo sull'Ilva con il pieno e convinto sostegno di Usb e Fiom, un accordo che lascia insolute tutte le questioni ambientali legate alla bonifica di un territorio devastato con numerose incognite occupazionali legate alle ditte appaltatrici . Si è persa per strada la volontà di riconvertire una azienda che in decenni ha prodotto non solo lavoro ma tumori e morte.
Ma focalizziamo la nostra attenzione sulle dichiarazioni di Di Maio augurandoci che i lavoratori votanti 5 Stelle aprano una seria riflessionesul consenso accordato nel segreto dell'urna.

 

Il Sole 24 Ore esulta davanti alla versione padronale del grillismo, non a caso riporta all'inizio dell'articolo la summa delle dichiarazioni di Di Maio.

 

Confermeremo Industria 4.0 e il taglio del cuneo si farà, è parte della riforma fiscale. Ora che non siamo più antagonisti, abbiamo lavorato dalla stessa parte del tavolo anche per cercare insieme soluzioni concrete alla massa di scadenze, reiterazioni e adempimenti. Per le agevolazioni favoriremo in particolare l’accesso delle piccole imprese

 

L'antagonismo sociale e politico non è identificabile con i vaffa day o le invettive dell'antipolitica ma agli occhi della pubblica opinione queste trasformazioni padronali, giusto per restituire significati pregnanti ai concetti collegandoli a pratiche reali e non a qualche post sui social network, vanno analizzate e discusse.

 

Di Maio conferma il sostegno a Industria 4.0 che si basa anche sul jobs act, sarebbe forse troppo aprire una riflessione sui processi alla base di Industria 4.0 per dare indirizzi ben precisi alle attività industriali. Nel programma di Governo la cancellazione della precarietà sta lentamente scomparendo e alla fine si riscoprono i vecchi ammortizzatori sociali (due anni di cigs per gli operai delle aziende che chiudono i battenti) per fronteggiare la crisi occupazionale. Dai primi mesi di Governo si capisce che la Fornero non sarà cancellata ma appena ritoccata (cosa intendano per superamento non è di facile comprensione) e compatibilmente con le regole di Bruxelles, l'art 18 non verrà ripristinato, le bonifiche ambientali rinviate sine die per mancanza di soldi, non ci sarà il ripristino delle Province , nessuna svolta in materia di tutela ambientale, ricostruzione delle aree terremotate e impulso alla manutenzione stradale, le pubblicizzazioni delle grandi imprese privatizzate possono attendere.
In un colpo solo le promesse elettorali del Grillismo crollano come un castello di carte spazzate via dal vento, quel vento confindustriale a cui la quercia pentastellata si piega assumendo le sembianze del salice piangente.

 

Ma torniamo alla intervista perchè dalla sua lettura si traggono spunti interessanti, per esempio il reddito di cittadinanza nella versione governativa si trasforma in un lavoro di 8 ore a settimana con il ritiro dell'assegno in caso di mancata accettazione (alla terza volta) di un lavoro (qualunque esso sia) proposto dai centri per l'impiego . Di Maio tiene a precisare che non si tratta di assistenzialismo, sia lungi dai pentastellati essere accomunati a quella immagine tanto ostile a Confindustria.

 

La svolta pentastellata arriva un anno dopo il viaggio di Di Maio in Usa, viaggio non di piacere ma per accreditarsi verso i padroni del mondo come forza responsabile, non a caso il Governo Trumpista italiano viene benedetto dall'amministrazione Usa.

 

Le parole del Gigino nazionale palesano l' evoluzione del linguaggio di questa forza politica, toni pacati e rassicuranti, non si parla piu' alla pancia del popolo ma per rassicurare i poteri forti, massima attenzione ai conti in ordine (ce lo chiede l'Europa, la fatidica frase ripetuta tante volte e oggi riproposta con termini diversi che non ne cambiano la sostanza)-

 

L'annunciata rivoluzione copernicana è scomparsa, si riparla del bonus Sud, dei finanziamenti alle imprese, si prende solo atto di ammortizzatori sociali impoveriti dalla Fornero e bisognosi di essere incrementati visto che le imprese continuano a chiudere a ritmi impressionanti gettando sul lastrico operai e famiglie (le decantate norme contro la delocalizzazione , incluse nel decreto dignità, ad oggi non hanno prodotto un solo atto)

 

Non mancano poi altri argomenti "forti", dalla semplificazione delle norme e delle leggi, un tema sempre caro ai padroni che vorrebbero eliminare ogni controllo sugli appalti, addolcire le normative anticorruzione e riscrivere le clausole sociali per favorire il primato di impresa. E infine l'intervista lancia l'idea di trasformare la Cassa depositi e prestiti sul modello francese nella grande banca per gli investimenti pubblici sognando che parte degli utili privati siano indirizzati alla innovazione tecnologica (dopo 30 anni nei quali il solo interesse era legato all'abbassamento del costo del lavoro e al saccheggio delle proprietà pubbliche)

 

L'intervista a Di Maio è un capolavoro dell'opportunismo politico , il camaleonte addomesticato dopo la salita al Governo e nelle sfere alte della politica.

 

Ma i rettili portati a vivere in famiglia si ammalano perchè subiscono stress, disidratazione e carenze vitaminiche, devono vivere nel loro ambiente naturale per riprodursi. Ma quale sarà l'ambiente ideale per i 5 Stelle? L'abbraccio mortale con la Lega e la salita al Governo hanno trasformato la forza dell'antipolitica in un partito giudizioso e attento agli andamenti della Borsa e alle regole di Maastricht.
Come i rettili, la trasformazione avvenuta sarà una ipoteca negativa sul futuro dei 5 Stelle , insomma dalle piazze dei vaffa e dei comizi di Grillo ai salotti dei poteri forti
A leggere Il Sole 24 ore di sicuro l'ambito privilegiato del Grillismo non è piu' la piazza e men che mai la piazza popolata da lavoratori e lavoratrici, speriamo solo che l'ubriacatura pentastellata sia in fase di esaurimento e siano propro i ceti popolari a capire che la sola strada da percorrere è quella del conflitto con il Governo trumpista

Andrea Colombo

da il Manifesto

 

Governo. Nuovo scontro tra Viminale e Eliseo. Salvini: Macron ipocrita, ne ha respinti 40mila. La risposta: crolla un ponte e danno la colpa all'Ue. Il premier, per l'ennesima volta nell'ombra, annuncia la sua presenza, ovvia, al vertice di Salisburgo dove si parlerà di migranti

 

 

Mentre l’Eliseo e il Viminale si scambiano bordate sempre più pesanti, palazzo Chigi si affanna per dimostrare che il suo inquilino non è affatto quel comprimario che i media dipingono. Certo l’ennesimo scambio al vetriolo tra un Macron ansioso di ripetere su scala europea il gioco riuscitogli in Francia, e dunque di proporsi come campione continentale dell’antipopulismo, e un Salvini che fa di mestiere il vicepremier ma si comporta e parla come capo del governo costringe per l’ennesima volta Giuseppe Conte nell’ombra.

 

Lo scambio di ieri, poi, è stato particolarmente violento, con Salvini che definisce «ipocrita e chiacchierone» Macron rinfacciandogli i 40mila profughi respinti sul confine italo-francese nel corso dell’ultimo anno e monsieur le president che lo rimbecca accusando il governo italiano di «prendersela con l’Europa, dimenticando quel che ci ha dato, anche se cade un ponte o arrivano profughi dall’Africa». In un certo senso è puro teatro, Salvini e Macron si accingono a spartirsi i resti dell’establishment che ha sin qui retto e sostenuto l’Ue, il primo ponendosi come ruggente nemico di Bruxelles, il secondo candidandosi al ruolo di nuovo paladino e soprattutto leader dell’Europa stessa. E’ campagna elettorale, ma il premier italiano inizia a soffrire sul serio per il ruolo almeno secondario al quale lo costringono i suoi due vice, che sono anche purtroppo per lui azionisti di maggioranza.

 

Irritatissimo per l’incontro tra Orbán e Salvini che, nonostante i goffi tentativi di smentita di M5S, ha avuto tutti i caratteri di un summit tra premier, indispettito dagli articoli che lo dipingono come al limite della sopportazione in quanto ostaggio dei medesimi due leader, ieri Conte ha ordinato a palazzo Chigi una controffensiva mediatica su vasta scala. Ha smentito le indiscrezioni contenute in un articolo di Repubblica su un vertice segreto del governo reclamato dallo stesso premier. Ha annunciato la sua presenza, del resto ovvia, al prevertice europeo di Salisburgo del 20 settembre, dove si parlerà soprattutto di migranti. Ha fatto ripetere che sul suo tavolo passano tutti i dossier, da quello sulla missione Sophia a quello sui migranti, tema sul quale un vertice si svolgerà davvero la settimana prossima.
Conte, insomma, avrebbe uno stile diverso da quello dei due superministri, ma nella sostanza non sarebbe affatto una comparsa. La stessa voce sulla prossima istituzione di una cabina di regia, che in questa cornice suonerebbe come derivata dalla necessità del premier di aver maggior voce in capitolo, è stata smentita con fermezza.

 

In parte l’insofferenza di Conte è giustificata. La campagna che per tutta l’estate lo ha dipinto come un prestanome privo di qualsivoglia ruolo e potere è certamente esagerata e tendenziosa. Nei limiti di un capo del governo scelto da altri e che quindi deve rispondere a chi lo ha insediato il premier cerca e a volte riesce a svolgere un ruolo centrale, ad esempio nel dirimere le tensioni latenti che ci sono, e non sono neppure poche, tra i due partiti di maggioranza. Il problema sono proprio quei limiti, che si rivelano particolarmente costrittivi in una fase delicata come quella che il governo si accinge ad affrontare.

 

L’impennata di ieri dello spread, che lambisce ormai quel confine dei 300 punti oltre il quale un attacco speculativo in grande stile sarebbe quasi inevitabile, richiederebbe un capo del governo in grado di rassicurare i mercati garantendo senza oscillazioni che il debito non crescerà e mettendo sul tavolo un’agenda sicura sia sul fronte delle riforme economiche promesse, sia, soprattutto, dei tempi di attuazione delle stesse. Sarebbe responsabilità diretta del premier, eventualmente, decidere di dare la priorità a un capitolo piuttosto che a un altro, per evitare forzature eccessive sui conti pubblici. Ma questo Conte non può farlo: i suoi due vice lo smentirebbero immediatamente. Se definirlo un comprimario è fuori luogo, di certo è un premier a sovranità limitata.

 

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Adriana Pollice

 

Il viaggio dei naufraghi. Il centro Mondo migliore dei Castelli romani sarà solo una tappa, la Caritas li smisterà tra le diocesi. La soluzione voluta dal Vaticano.

 

Il viaggio dei migranti sbarcati dalla Diciotti non si arresta: ieri sera sono arrivati a Rocca di Papa, sui colli romani, ma sarà solo una tappa in attesa di una destinazione finale, in una delle diocesi che hanno dato disponibilità alla Cei. Sono partiti ieri mattina da Messina, dove sono stati accolti per quarantotto ore nell’hotspot locale, dopo essere rimasti fermi cinque giorni nel porto di Catania. In cento hanno fatto circa 12 ore a bordo di due bus privati, scortati dalle pattuglie della polizia, per arrivare al centro Mondo Migliore.

 

MATTEO SALVINI, sabato scorso, aveva annunciato con tono vittorioso la soluzione al caso attraverso l’intervento dei vescovi, che avrebbero «messo mano al portafoglio». Una soluzione che, nei fatti, segna la sconfitta della linea del Viminale, riaffermando invece le idee di papa Bergoglio su una chiesa anti spinte xenofobe, impegnata sul fronte degli ultimi. Ieri sull’Avvenire le immagini dei migranti torturati nei campi libici: «Ho visto un filmato in cui si vede cosa succede a coloro che sono mandati indietro – ha spiegato il papa ai giornalisti -, le torture più sofisticate». Alla soluzione ha lavorato don Aldo Buonaiuto, della Comunità Papa Giovanni XXIII (che si occupa della liberazione delle donne vittime della prostituzione) ma poi si è messa in moto tutta la struttura della Chiesa, con il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Bassetti, e la Caritas, che valuterà le adesioni che stanno arrivando dalle diocesi.

 

A ROCCA DI PAPA però monta la protesta, in linea con il clima politico che alimenta la fobia contro il migrante. Lunedì sera a piazza Roma è apparso lo striscione «France’ portateli a San Pietro». Sui social gli attacchi si sono moltiplicati: «Portano malattie e criminalità», «danno fastidio alle donne», «la città ha già tanti problemi: se li tenga il Vaticano». In serata i migranti ancora non si vedono, un gruppo di residenti è arrivato all’ingresso del centro con i cartelli «welcome refugist», fronteggiati da esponenti di Casapound e Forza nuova al grido «siamo dalla parte degli italiani». La macchina dell’accoglienza comunque non si è fermata. La struttura può ospitare fino a 500 persone, e ieri mattina era piena a metà: «Si tratta di una situazione temporanea – spiega don Ivan Maffeis, portavoce della Cei – . Si fermeranno qualche giorno in più quelli che hanno problemi di salute. E ci sarà da effettuare la piena identificazione di tutti. Le spese sono a carico della Cei».

 

NELLA STRUTTURA c’è un presidio medico e un’equipe di psicologi: i migranti, reduci da torture e prigionia, avevano chiesto un sostegno post trauma già a bordo della Diciotti. Agli attacchi arrivati dalla popolazione ribatte don Aldo Buonaiuto: «Si tratta di polemiche inopportune. Parliamo di persone che sono debilitate ed è giusto vengano fatti i controlli ma non è giusto strumentalizzare problemi di salute. I cittadini si possono allarmare ma poi, spiegata la situazione, si tranquillizzino, non ci sarà nessuna invasione».

 

IL SINDACO di Rocca di Papa, Emanuele Crestini, prima ha attaccato: «È Salvini che li ha mandati, certamente non li ho chiamati io, la notizia l’ho appresa dai Tg». E poi ha smorzato i toni: «Molti di quelli che hanno protestato non sono residenti qui. Posso essere d’accordo con il loro disappunto ma il centro ne ha accolti molti di più. Devo garantire un giusto equilibrio tra l’accoglienza e la sicurezza dei cittadini. I media parlano di Castelli romani in rivolta, invece non abbiamo avuto alcun problema». L’ex sindaco Pd Pasquale Boccia rincara la dose: «Non è tollerabile. C’è rancore nei residenti, che si sta trasformando in odio. È un problema di numeri, non si può tenere un gruppo così massiccio di migranti senza fare nulla. Quello è un centro già fortemente compromesso».

 

COSÌ VANNO IN SCENA due film differenti. Da un lato la Chiesa con la politica dell’accoglienza contro il sovranismo del governo a trazione leghista (e addirittura si diffonde la voce che oggi potrebbe arrivare papa Bergoglio), dall’altro sui social si moltiplicano le proteste e Casapound annuncia per oggi una manifestazione in paese contro i migranti. Già a marzo Cp aveva inscenato un blitz anti-migranti durante il consiglio comunale di Grottaferrata, altro comune dei Castelli Romani, per manifestare contro il piano di accoglienza.

Mattia Guastafierro

MILANO

 

 

La Milano antirazzista. Più di 10mila persone rispondono all’appello dei Sentinelli e del comitato Insieme senza muri. Sugli striscioni «Salvini is not Italy». Sul palco migranti e rappresentanti delle Ong

 

Un universo di anime e bandiere della sinistra dopo anni di conflitti interni si è ricompattato ieri in piazza San Babila a Milano. Tutti uniti contro la deriva sovranista ed euroscettica promossa dall’asse Salvini-Orbán. I nemici esterni che conciliano le divergenze.

 

Mentre a palazzo Diotti, nella sede di una prefettura blindatissima, si incontravano il leader leghista e il premier ungherese, in piazza è scesa la Milano antirazzista. Dall’Anpi ai sindacati, dal Pd a Leu, dalle associazioni di richiedenti asilo al mondo cattolico, l’Ars e i centri sociali. Ci volevano Orbán e Salvini per riunire – come ai tempi delle proteste contro Berlusconi – un fronte spaccato.

 

La Milano dell’accoglienza ha risposto all’appello dell’associazione dei Sentinelli e del comitato Insieme senza muri. Le stesse realtà che proprio nel capoluogo lombardo hanno organizzato a giugno la grande tavolata multietnica a favore dell’integrazione. Oltre 10 mila persone si sono riunite per dire no all’idea di Europa e di Italia promossa dal ministro dell’Interno. «Salvini is not Italy, Orbán is not Europe», recitavano alcuni striscioni. Ma l’immagine simbolo è stata il manifesto della Diciotti: la nave messa in salvo da due grandi mani, alzata su 500 cartelli alla fine della manifestazione. Luca Paladini, il portavoce dei Sentinelli, più volte minacciato per le sue battaglie sui diritti civili, ha voluto dedicare la giornata ai migranti bloccati per giorni nel porto di Catania.

 

Si temevano disordini tra forze dell’ordine e antagonisti, come già successo in altre contestazioni al leader leghista. Ma così non è stato. Unico «fuori programma», quando gli attivisti del centro sociale Il Cantiere hanno protestato in via Fieno, ricoprendo i muri della sede del Consolato ungherese con le impronte di mani rosse di vernice. Un corteo varipinto, formato da giovani, anziani, bambini, ha poi sfilato lungo corso Venezia, scortato dagli agenti in tenuta antisommossa.

 

Ma prima, gli interventi in piazza San Babila, mentre i calciatori della Fc St. Ambroeus, la prima squadra di rifugiati iscritta alla Figc, improvvisavano un allenamento.
Sul palco, anche i rappresentanti del principale bersaglio del governo: le Ong che operano nel Mediterraneo. «Siamo stati chiamati taxi del mare e vicetrafficanti», ha ricordato Riccardo Gatti, comandante delle navi di Proactiva openarms. «Il governo sta dando altre imbarcazioni alla guardia costiera libica, noi abbiamo visto cosa fanno, come trattano i migranti, calpestando i diritti. Nessuno dice più quanta gente sta morendo in mare, vogliono distruggere l’umanità, vedendo questa piazza credo che non ce la faranno».

 

«Un’Europa senza confini» il messaggio lanciato ai due leader barricati a poche centinaia di metri nella sede della Prefettura. «Stiamo assistendo a una situazione di pericolosa regressione dove sforzi della nostra Marina Militare e delle Ong sono stati cancellati in pochi mesi di scellerato governo», ha affermato l’assessore milanese al Welfare Pierfrancesco Majorino. «A Salvini diciamo che non ci faremo portare da lui nel Medioevo».
Ma la scena è stata dei tanti profughi e richiedenti asilo che hanno preso il microfono e parlato alla piazza. «Non ho paura solo per me. Ho paura anche per voi italiani», è stato il commento di uno dei giocatori della Fc St. Ambroeus. La squadra e gli altri migranti, come quelli della comunità di Sant’Egidio, hanno poi guidato il corteo in prima fila, fino a sera.

 

Tra gli ultimi a parlare anche l’ex presidente della Camera Laura Boldrini: «Voglio dire a Salvini che noi in questa piazza non abbiamo paura del futuro. Noi non abbiamo paura degli altri, di chi è diverso da noi, anzi questa diversità ci arricchisce. Non possiamo permetterci di disperdere le energie di questa piazza. Dobbiamo fornire un’alternativa, un’iniziativa politica innovativa, mai fatta prima».

 

Un appello rivolto a una sinistra che da tempo non si ritrovava così unita.

27.08.2018

Antonio Bianco

 

Io non ci sto e non ho votato i razzisti e non faccio parte dei “sessanta milioni di italiani” che, secondo l’affermazione di Salvini, si aspettano qualcosa dalla Lega e dal M5S. Non ci sto ad essere identificato con questo Governo fatto solo di parolai capaci di gridare contro il passato Governo ed i suoi inquisiti ed oggi chiede che Salvini, inquisito, resti al suo posto. Sia ben chiaro, non ho votato nemmeno PD, ma non accetto due pesi e due misure. Il M5S dovrebbe essere conseguenziale e mostrare responsabilità Istituzionale. In passato ha chiesto le dimissioni degli indagati presenti nel Governo, lo stesso dovrebbe fare oggi. Nulla è cambiato salvo che Di Maio è Ministro mentre ieri era un semplice peones in cerca di un posto al sole. Oltretutto, sarebbe almeno ipotizzabile il rifiuto della solidarietà offerta al Governo, per una presunta invasione di campo da parte della Magistratura, da un pluri indagato e condannato qual è Berlusconi.

 


La vicenda della nave Diciotti mette in mostra tutta la pochezza di un Governo incapace di affrontare le tematiche del momento, sia pur considerando l’inconsistente aiuto offerto dell’U. E. sull’accoglienza dei migranti che non può gravare unicamente sull’Italia. Mentre tutte le Istituzioni tacciono, interviene la Santa Sede per sbloccare lo stallo dei migranti. Mi chiedo se è in carica ancora il Governo e il Parlamento italiano, se, e quando, quest’ultimo si riunirà per discutere e definire il tema dei migranti e la loro accoglienza, atto indispensabile per tracciare una strada sicura che non appaia solo come la volontà espressa dal tandem Salvini – Di Maio.

 

Insomma, il Governo mette in campo una linea politica ad inversione di marcia sul tema degli inquisiti e poco o niente dice su come affrontare con l’Europa il tema della migrazione.

 

Solo minacce ma nessun tentativo di mediazione.

 

Oltretutto, dopo il confronto a muso duro con l’U. E., si dovrà, gioco forza, dare slancio ad una trattativa che coniughi solidarietà e reale integrazione dei migranti con la loro redistribuzione nel resto dell’Europa, non potendo, si ripete, essere accolti tutti nel nostro paese. Né posso immaginare, forse senza essere smentito, che l’unica Istituzione capace di far politica è la Chiesa. In effetti, ha tolto le castagne dal fuoco a Mattarella sulla nave Diciotti e messo nell’angolo il duo Salvini – Di Maio che monopolizza solo l’audience e mortifica la figura di Conte relegato a semplice spettatore.

 


Ormai è’ tempo che i partiti dell’opposizione battano un colpo e chiedano l’urgente riunione del Parlamento sul tema dei migranti. Non possiamo assistere alla riproposizione di uno scenario simile a quello della nave Diciotti. Non mi sento rappresentato dal Governo Lega – M5S che calpesta la Costituzione, fondata sulla solidarietà e l’antifascismo.


Restiamo umani.

27.08.2018

da Contropiano

di Dante Barontini

 

Si era infilato in una via senza uscita, e non ne è uscito. Salvini si è arreso alla stupidità della sua politica, provando però a capitalizzare anche la sconfitta. Ma è la prima serissima botta che rischia di incrinare la corazza di “consenso” che l’ha fin qui immeritatamente protetto.

 

Ieri pomeriggio ha ricevuto l’avviso di garanzia per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio, che non è proprio il massimo della gloria per un ministro dell’interno (teoricamente dovrebbe far rispettare la legge, che evidentemente non conosce…).

 

Nelle stesse ore migliaia di siciliani indignati protestava nel porto di Catania, subendo cariche di polizia, ma arrivando persino a mettere gente in mare per cercare di raggiungere la nave. Una realtà che contrasta ad alzo zero con la narrazione tossica di un ministro che confonde per abitudine il 17% dei voti presi con il 30% che gli attribuiscono per ora i sondaggi e quindi con i “60 milioni di italiani”.

 

Poche ore dopo, intorno alle 21, ha disposto lo sbarco dei naufraghi da dieci giorni a bordo della Diciotti, nave della guardia costiera – ossia militare – che ha subito l’onta di non poter attraccare nel paese che è istituzionalmente incaricata di difendere.

 

Un tempismo più che sospetto, ma anche il segno dei molti limiti che sono stati superati in questa vicenda e che lasciano uno sbrego profondissimo nell’equilibrio dei poteri dello Stato.

 

Poche note veloci. Salvini ha dovuto cedere alla realtà delle cose. L’Unione Europea è un mostro senza testa di interessi economici in conflitto tra loro, uniti nello spolpare popolazioni e diritti del lavoro, ma incapaci di delineare una qualsiasi linea di gestione di problemi non affrontabili a colpi di “prescrizioni” favorite dai “mercati”. Il vertice convocato d’urgenza, ma limitato al livello degli “sherpa” (ossia non un vertice politico, ma tra “esperti”), non poteva produrre e non ha prodotto alcun risultato.

 

Solo Albania (paese extra-Ue) e Irlanda hanno accettato di prendersi 20 persone a testa. Il resto resterà in Italia. 

 

Su questo punto decisivo governo e media di regime stanno in queste ore lavorando per cercare di nasconderlo. La Cei (Conferenza episcopale italiana) non è infatti un paese straniero, ma l’organizzazione dei vescovi. Il che significa una sola cosa: quei 130 profughi (tra minori, sbarcati prima perché gravemente malati, e infine tutti) verrà disperso nelle parrocchie italiane e utilizzati/accuditi dalle strutture locali della Chiesa. Ma dentro questo paese, contrariamente a quanto affermato per dieci giorni dallo scombiccherato leghista approdato al Viminale. Un punto per noi, uno in meno per lui.

 

Figura di m… a parte, restano i problemi. La magistratura svillaneggiata e minacciata (“se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa… occhio!!!“, il deputato abruzzese Giuseppe Bellachioma); il presidente della Repubblica indicato preventivamente come responsabile dell’eventuale sbarco dei profughi; polizia e marina militare sempre più in imbarazzo, perché usate come strumenti della propaganda personale di un ministro in cui avevano persino “sperato”; grillini sempre più spaccati tra il democristianissimo opportunismo di Di Maio e quel tanto di valori generici rappresentato dall’immaginario Cinque Stelle.

 

Quello che secondo il felpoleghista sbraitante doveva essere un trampolino di lancio per un’ulteriore crescita dei consensi personali si è trasformato in uno scontro all’interno dello Stato, tra istituzioni che – pur agendo autonomamente e separatamente – dovrebbero in teoria convergere “nell’interesse del paese”.

 

Il Matteo Secondo è così arrivato in pochi passi (meno di tre mesi) allo stesso punto in cui era finito impiombato – dal voto referendario – il Matteo Primo, detto Renzi: il limite della Costituzione.

 

Sia il primo che il secondo, davanti al non riuscire a imporre la propria volontà su tutta una serie di questioni, si sono messi a re-interpretare la democrazia come “potere della maggioranza”, senza contrappesi istituzionali (i governi passano, lo Stato resta…), cancellando il ruolo dell’opposizione parlamentare (che pure non c’è, a parte quanche dichiarazione pro forma sui media) e soprattutto la complessità di una società frammentata e in conflitto, continuamente illusa con promesse e delusa dagli atti concreti di governo.

 


Sia il primo che il secondo, dunque, si sono trasformati in eversori dell’ordine costituito, puntando dritti a una prassi di governo anti-costituzionale. Per lucido calcolo il primo, per manifesta assenza di soluzioni credibili il secondo. Nulla di quello che Salvini aveva presentato come “il suo programma”, infatti, è realizzabile senza mettere in discussione totale i trattati internazionali che hanno tolto ai governi nazionali la titolarità della politica monetaria, economica, industriale, fiscale (in qualche misura).

 

Dunque, nessuna flat tax per i ricchi è possibile; nessuna revisione radicale della “legge Fornero” è seriamente presentabile in sede di legge di stabilità a fine anno; nessun mega-piano di assunzioni nella pubblica amministrazione è realizzabile. Così come non lo è – in questo quadro – il “reddito di cittadinanza” promesso dai temporanei alleati di governo. Se ne è avuta la prova con il “decreto dignità”, letteralmente una scatola vuota, dal punto di vista dei lavoratori in genere.

 

Le uniche cose che possono fare questi dilettanti allo sbaraglio, avevamo scritto subito, sono misure a costo zero. Dunque qualche sgombero di occupazioni storiche, e soprattutto ma “mano dura” con gli ultimi: migranti, rom, mendicanti, ecc, che non hanno protettori né lobby..

 

Qui era difficile fare peggio del predecessore, il “dem” Marco Minniti. Dunque a Salvini non è rimasta che la scartina: fare di ogni nave impegnata nei salvataggi un “caso da prima pagina”, per dimostrare che lui fa sul serio mentre “l’Europa” e gli altri “buonisti” non fanno nulla, o se la fanno sotto.

 

Strada lì per lì “popolare”, ma con controindicazioni serissime, come si è visto: la violazione della legislazione esistente (che non è quella che ha in testa lui), la conseguente esposizione all’intervento della magistratura, i rapporti tra i diversi poteri dello Stato, e finanche tra le diverse “catene di comando” di diverse istituzioni.

 

Al contrario di Matteo Primo, il Secondo non ha alcuna possibilità di proporre a breve una revisione golpista della Costituzione. Perciò punta apertamente a massimizzare la propria “popolarità” prima di aprire la crisi di governo ed andare ad elezioni anticipate ( “Ci metto un attimo a portare tutti ad elezioni e diventare presidente del Consiglio“). Lì ricucirebbe – se mai si sono lacerati – i rapporti col resto del centrodestra, e da posizioni di estrema forza, per assicurarsi una maggioranza finalmente blindata e senza contrattazioni quotidiane.

 

Anche questa strada, comunque, appare in salita. Molti interessi e molti poteri si metteranno sicuramente di traverso. Per primi (ma sono i più fragili) i Cinque Stelle, che rischiano a breve conflitti interni facilmente devastanti, nonostante o a causa dell’iper-opportunismo di Gigino da Pomigliano

 

Più seriamente, il “terzo governo” presente in questo esecutivo – l’Unione Europea e i suoi “garanti: Moavero Milanesi, Tria, lo stesso Mattarella) – non lascerà via libera tanto facilmente a un disegno personale tanto ambizioso quanto insensato. Se il “lavorìo ai fianchi” sarà lungo e ben strutturato, anche l’indice dei sondaggi potrebbe ben presto invertire il trend.

 

In fondo, mica si può governare per cinque anni inseguendo qualche nave con pochi disperati a bordo e basta…


 

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