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SANITA' ED AMBIENTE  

 

31/01/2023

da Il Manifesto

Nina Valoti

 

Rapporto Legambiente: nel 2022 ben 72 città superavano i limiti di inquinamento dell’Oms, serve una svolta. Le proposte: limite a 30 km/h, piano di riqualificazione energetica per le case, piste ciclabili


Ben 72 su 95 capoluoghi di provincia italiani censiti superano i livelli di inquinamento fissati dall’Organizzazione mondiale della sanità. Allo stesso tempo, 29 città sono fuorilegge rispetto alla molto più lasca normativa italiana sulle polveri sottili. L’inquinamento atmosferico continua a essere molto forte, specie lungo la pianura Padana, producendo costi sociali e sanitari fortissimi.

 


IL QUADRO È MOSTRATO dai dati del rapporto annuale di Legambiente «Mal’Aria di città 2023: cambio di passo cercasi» che partono con una clamorosa constatazione che rende bene l’idea di quanto il nostro paese sia ambientalmente arretrato: «Non è stato possibile recuperare e analizzare i dati per le regioni Abruzzo, Basilicata e Campania».
A guidare la classifica delle città più inquinate superando il limite dei 35 giorni di sforamento previsti per le famigerate Pm10 è Torino (centralina Grassi) con 98 sforamenti, seguita da Milano (Senato) con 84, Asti (Baussano) 79, Modena (Giardini) 75, Padova (Arcella)e Venezia (Tagliamento) con 70, limitandosi solo a quelle che hanno doppiato il numero di sforamenti tollerati dalla norma.

 

Anche per le Pm2.5 – il cosiddetto «particolato fine» caratterizzato da lunghi tempi di permanenza in atmosfera e in grado di penetrare più in profondità nell’albero respiratorio umano – la situazione di criticità è analoga. Delle 85 città di cui si aveva a disposizione il dato, ben 71 (l’84% del campione) nel 2022 hanno registrato valori superiori a quelli previsti al 2030 dalla prossima direttiva europea. Monza (25 nanogrammi per metro cubo), Milano, Cremona, Padova e Vicenza (23), Alessandria, Bergamo, Piacenza e Torino (22), Como (21) sono le città che di fatto ad oggi doppiano quello che sarà il nuovo valore di legge (10 nano grammi per metro cubo).

 

Situazione molto negativa anche per quanto riguarda il biossido di azoto (NO2) – inquinante molto pericoloso prodotto dal traffico veicolare e dagli impianti di riscaldamento – : sono 57 su 94 (il 61%) le città che, pur non superando il limite attuale, nel 2030 saranno fuorilegge (20 nanogrammi per metro cubo), con le situazioni più critiche registrate a Milano (38 nanogrammi per metro cubo), Torino (37), Palermo e Como (35), Catania (34).

 

I DATI PORTANO LEGAMBIENTE a denunciare come «le città italiane sono lontane dagli obiettivi da raggiungere nel giro dei prossimi sette anni»: per il Pm10 le città più lontane dall’obiettivo sono Torino e Milano (43%), Cremona (42%), Andria (41%) e Alessandria (40%). Per il Pm2.5 sono lontanissime Monza (60%), Milano, Cremona, Padova e Vicenza (57%), Bergamo, Piacenza, Alessandria e Torino (55%), Como (52%), Brescia, Asti e Mantova (50%) che dovranno più che dimezzare le concentrazioni attuali. Per il biossido di azoto le città più indietro sono ancora Milano (47%) e Torino (46%), seguite da Palermo (44%), Como (43%), Catania (41%), Roma (39%), Monza, Genova Trento e Bolzano (34%) che dovranno ridurre di oltre un terzo le attuali concentrazioni. Stando «alle tendenze di riduzione registrate negli ultimi 10 anni, potrebbero impiegare mediamente altri 17 anni per raggiungerlo. Il 2040 anziché il 2030. E Città come Modena, Treviso e Vercelli potrebbero metterci oltre 30 anni!», denuncia Legambiente. Anche per «il biossido di azoto la situazione è analoga e una città come Catania impiegherebbe più di 40 anni a risanare l’aria».

 

PER «CAMBIARE PASSO» Legambiente lancia sei proposte. Si parte con il passaggio dalle attuali Ztl (zone a traffico limitato) alle Zez (zone a zero emissioni). La seconda riguarda i Lez (low emission zone, zone a bassa emissione) anche per il riscaldamento: «serve un grande piano di riqualificazione energetica dell’edilizia pubblica e privata, incentivare una drastica riconversione delle abitazioni grazie a misure strutturali, come il Superbonus, opportunamente corretto dagli errori del passato come gli incentivi alla sostituzione delle caldaie a gas». La terza guarda al «potenziamento del Trasporto pubblico e Trasporto rapido di massa (Trm) quadruplicando l’offerta di linea e la promozione di abbonamenti integrati. E ancora: sharing mobility (incentivare la mobilità elettrica condivisa e realizzare ulteriori 16mila km di percorsi ciclabili invece azzerati dall’ultima legge di bilancio); ridisegnare lo spazio pubblico urbano a misura d’uomo, «città dei 15 minuti», sicurezza stradale verso la «Vision Zero», «città 30» all’ora seguendo l’esempio di Cesena, Torino, Bologna e Milano; tutto elettrico in città, anche prima del 2035, grazie alla progressiva estensione delle Zez, alla triplicazione dell’immatricolazione di autobus elettrici e l’istituzione dei distretti Zed (Zero Emissions Distribution) lasciando entrare solo veicoli merci elettrici.

 

Un piano che, considerando la sensibilità ambientale della maggioranza di destra, appare una sfida politica totale che va supportata con la mobilitazione di tutti.

POLITICA ESTERA  UCRAINA    

 

30/01/2023

da Remo Contro

Piero Orteca

 

Zelensky ora vuole gli F-16 Usa, i caccia europei e dei sottomarini ma la Germania si rifiuta anche di parlarne. L’inverno, che doveva congelare tutto, nei campi di battaglia e nelle segrete stanze della diplomazia, dando almeno una tregua temporale per studiare qualche soluzione, è invece diventato un periodo di grandi sconvolgimenti.
L’intervista del cancelliere Scholz. La ministra che straparla di guerra alla Russia. Il WSJ sulla guerra di logoramento che vincerebbe la Russia.

***

Ucraina, superpotenza miscuglio

Dopo la tribolatissima questione dei carri armati da cedere a Kiev, risolta con molti mugugni e chiara diversità di posizioni da parte occidentale, ora Zelensky rilancia: vuole caccia di ultima generazione, in grado di garantirgli la superiorità aerea. Gradirebbe tanto gli F-35 (che costano troppo), ma si accontenterebbe anche degli F-16. La richiesta è arrivata dal viceministro degli Esteri ucraino, Andrii Melnyk, già ambasciatore a Berlino, il quale ha proposto la creazione di una speciale “coalizione di jet da combattimento”. Negli squadroni da formare, assieme agli aerei americani, dovrebbero esserci anche caccia europei, come i Rafale, gli Eurofighter e i Gripen svedesi. Il Ministro, però, non si è fermato a quella sorta di improbabile fiera aerea.

Il giornale Tagesspiegels riferisce che Zelenzky sarebbe arrivato a chiedere a Berlino, anche la cessione di un sottomarino HDW della classe 212A, “per cacciare la flotta russa fuori dal Mar Nero”.

Il No tedesco alla Nato d’avventura

Se le cose stanno così, questa volta (pensiamo), non ci sarà alcun vertice degli alleati che tenga, perché il Cancelliere tedesco, Olaf Scholz, già indispettito per l’affaire dei Leopard, ha risposto a stretto giro di posta. Con un “no” cubitale, pubblicato in una lunga intervista concessa a Tagesspiegels, il Primo ministro ha detto che una mossa del genere avrebbe buone probabilità di scatenare la Terza guerra mondiale. E lui sa benissimo che la Germania, oltre alle Repubbliche baltiche e alla Polonia, ne sarebbe il possibile campo di battaglia.

Europa campo di battaglia e la ministra fuori tutto

Scholz, evidentemente, non condivide non solo il merito, ma anche il metodo con cui l’Europa, affiancando acriticamente gli Stati Uniti, sta gestendo questa crisi. Tra le altre cose, nella stessa intervista, ha risolutamente escluso che anche un singolo soldato tedesco possa mai essere coinvolto, in futuro, sul suolo ucraino. Una sorta di “excusatio non pentita”, resasi necessaria dopo l’incredibile scivolone politico della Ministra degli Esteri, Annalena Baerbock, una “verde che non matura mai”, visto che, in un periodo in cui la tensione è altissima e nel quale è indispensabile misurare le parole, la signora Baerbock ha avuto la bella idea di parlare come se fosse alla testa di un corteo.

Esortando gli alleati occidentali a mostrare coesione e a cedere armi pesanti all’Ucraina, la Ministra ha aggiunto che c’è la necessità di farlo “perché stiamo conducendo una guerra contro la Russia”.

La guerra contro la Russia

Apriti cielo! Il Cremlino è subito andato all’attacco (diplomatico), mentre il povero Cancelliere Scholz ha cercato di metterci una pezza. I russi hanno detto che, evidentemente, il governo tedesco ritiene la Germania in conflitto con la Russia. A nulla sono servite le spiegazioni farfugliate dalla Baerbock. Per fortuna ieri Scholz, di gran corsa, ha messo un punto fermo all’accaduto e ha aggiunto che è indispensabile tenere aperti i canali di comunicazione con Vladimir Putin. Anche perché stanno cambiando molte cose, troppo velocemente e non proprio in meglio.

Troppi interessi diversi in casa Nato

Innanzitutto la strategia americana (occidentale). Adesso, come rivela il Wall Street Journal di ieri, in prima pagina, “la filosofia di logoramento della Russia non convince più nessuno”. O, almeno, coloro che al Dipartimento di Stato e al Pentagono pensavano che fosse questa la chiave giusta per condurre il conflitto. È aumentato il partito di quelli che ritengono che il tempo lavori a favore di Putin, perché, in effetti, la situazione dell’Ucraina è disperata e le sanzioni antirusse colpiscono, ma troppo lentamente. Senza avere comunque ricadute devastanti sul piano militare.

La guerra chi logora prima

In sostanza, come riporta il WSJ la Russia sembra avere risorse di uomini e mezzi che può gettare nella mischia, con frequenza e possibilità superiori a quelle di Kiev. Per non parlare di quello che si vede all’orizzonte, cioè le elezioni per la Casa Bianca nel 2024. C’è poi l’incognita delle opinioni pubbliche che, nelle democrazie occidentali, stanno cominciando a fare sentire il loro peso. Che si tramuta in una progressiva disaffezione per una guerra portata avanti troppo a lungo e con effetti collaterali devastanti.

L’Europa ha finito le munizioni

E a proposito di guerra senza fine, va anche valutato l’allarme lanciato da quasi tutti gli eserciti occidentali: l’Europa ha finito le munizioni. A forza di spedire proiettili, razzi, missili e quant’altro in Ucraina, i magazzini ora sono vuoti. Secondo Nico Lange (ex alto ufficiale del Ministero della Difesa tedesco), se ora qualcuno lo attaccasse, il Vecchio continente non avrebbe la forza di difendersi a lungo.

DA NON DIMENTICARE

 

29/01/2023

DA Remo Contro

Giovanni Punzo

 

Auschwitz-Birkenau, in Polonia, la struttura di maggiori dimensioni realizzata dai nazisti per lo sterminio, oggi luogo-simbolo dell’Olocausto. Ma non fu l’unica in Europa. Bergen-Belsen, Buchenwald, Dachau o Mauthausen, come è noto. Molto meno noti i campi di concentramento italiani, con sterminio meno organizzato ma con migliaia e migliaia di assassinii non solo di ebrei. Luoghi e storie troppo poco note, in un tentativo spesso inconscio di nasconderci dietro l’utile leggenda di noi italiani ’brava gente’. Dalla Risiera di San Saba, Trieste; a Fossoli, nel modenese; a Bolzano.

Gli orrori della Risiera

A partire all’incirca dall’ottobre 1943, a Trieste occupata dai nazisti, fu istituito in un vecchio magazzino un campo di detenzione di polizia destinato dalle SS alla raccolta dei prigionieri destinati ad essere trasferiti in Germania: in uno spazio ristretto furono internati migliaia di croati e sloveni, partigiani italiani e resistenti, Testimoni di Geova, ebrei e rom. Sebbene ufficialmente lo scopo fosse solo la detenzione temporanea prima della deportazione, a San Sabba si torturò e si uccise con mezzi più brutali quali il colpo alla nuca, l’impiccagione, l’immissione di monossido di carbonio – ottenuto dallo scarico dei motori – in una piccola stanza o spesso anche con violente percosse soprattutto al capo.
Nel campo fu attivo anche un forno crematorio (l’unico in un lager in Italia), ma sovente molti corpi delle vittime furono legati con fil di ferro ad oggetti pesanti e buttati in mare. In una macabra classificazione redatta da storici dell’Olocausto fu precisato che non si trattava di un campo di sterminio, ma tre le mura di mattoni della Risiera furono assassinate tra le tremila e le cinquemila persone. Nel 1965 il luogo fu proclamato ‘monumento nazionale’ e una decina di anni dopo a Trieste si svolse un drammatico processo ai responsabili. Il principale imputato, condannato in contumacia in via definiva nel 1978, morì tuttavia ancora in libertà l’anno successivo.

Fossoli e Bolzano

Dal maggio 1942 al settembre 1943, a Fossoli in provincia di Modena, fu attivo un campo di concentramento costruito dal regio esercito italiano per prigionieri di guerra inglesi, australiani e neozelandesi. Dopo l’occupazione nazista, per un breve periodo, il campo fu gestito dalla Repubblica Sociale Italiana come luogo di raccolta per gli ebrei in attesa della deportazione e dal febbraio 1944 fu posto sotto il comando tedesco. Per Fossoli transitarono circa cinquemila deportati – nella stragrande maggioranza ebrei – diretti ad Auschwitz-Birkenau, Bergen-Belsen, Buchenwald, Dachau o Mauthausen. Ad agosto dello stesso anno i tedeschi ne trasferirono però le funzioni a Bolzano che rimase attivo fino alla fine della guerra e tra le baracche di Fossoli furono allora rinchiusi i rastrellati del Nord Italia da inviare al lavoro coatto in Germania o in altri territori occupati.
Le vicende di Fossoli non finirono però nell’aprile 1945: furono internati in seguito collaborazionisti ed altri profughi e solo nel 1947 vi si insediò una comunità cattolica di assistenza ai giovani. A Fossoli non mancarono tuttavia casi di esecuzioni sommarie o violenze di altro tipo, come pure a Bolzano, dove vigeva un sistema del terrore simile a quello dei lager tedeschi. Nel dopoguerra le poche costruzioni in muratura furono comunque rase al suolo e negli anni Sessanta costruite abitazioni popolari. Nel 2019 è stato infine edificato un monumento con i nomi dei deportati ed inaugurato dai presidenti della repubblica austriaco e italiano.

Grandi e piccoli campi

Oltre ai due casi più noti di San Sabba e Fossoli, in realtà gli edifici legati alla memoria dell’Olocausto in Italia sono molti di più e comprendono scuole, caserme, carceri o altri edifici dove furono ammassati in attesa del trasporto in Germania ebrei o combattenti della Resistenza. Le strutture erano disseminate quasi ovunque e basti ricordare che solo nel Veneto ci furono almeno tre casi assai noti.
Nel dicembre 1943 gli ebrei veneziani rastrellati furono internati nella casa di riposo ebraica nel ghetto; a Vicenza – per pochi giorni – numerosi ebrei furono rinchiusi nel Teatro Olimpico di Andrea Palladio, mentre a Vo’, piccolo paese del Padovano, in una antica villa furono concentrati gli ebrei delle province di Padova e Rovigo: meta successiva per tutti fu Fossoli. Qualche edificio era stato occupato direttamente dai tedeschi, ma la maggior parte di essi erano stati messi a disposizione dalle solerti autorità delle Repubblica Sociale Italiana.
In questi luoghi minori non si conoscono vicende di barbari assassini o altre brutalità, ma si trattava comunque del primo atto di una deportazione drammatica che aveva poche speranze. Campi di transito o campi di detenzione temporanea, un Paese intero stava comunque assistendo ad uno dei crimini più orrendi del XX secolo la cui drammatica consapevolezza arrivò purtroppo molto tempo dopo.

POLITICA ESTERA  UCRAINA  

 

28/01/2023

da Remo Contro

Piero Orteca

 

Chi vuole alzare il livello (e il rischio) dello scontro diretto con la Russia. Rivelazioni New York Times

 

L’Occidente è in guerra anche se molti non erano d’accordo. Usa e Gb e una parte di Nato sono già dall’inizio dei cobelligeranti contro la Russia aggressore, con armi, droni, razzi, satelliti, intelligence e corpi speciali. Per appoggiare l’Ucraina a difendere una parte dei suoi territori, credevamo sino a ieri.
Adesso dalla Casa Bianca (il Pentagono sconsiglia), il contrordine: ora Kiev può attaccare la Crimea e per il Cremlino, direttamente il territorio russo con armi americane. Per estendere la guerra sino a dove? O per arrivare a trattare da una posizione di forza? E il rischio nucleare, svanito?

    

La Crimea che Kiev riconosce Russia come bersaglio

Per che cosa cercano, incessantemente, nuovi carri armati pesanti gli ucraini? Risposta più ovvia è “per contrastare efficacemente la Russia sul campo di battaglia”. Sembra troppo ovvio, ma non tanto. Perché i 300 tank (quando arriveranno e se saranno realmente tanti) potranno essere decisivi solo se utilizzati in massa, per sfondare in un unico punto. Di cosa stiamo parlando? Di un veloce cambiamento di strategia scaturito lungo l’asse che da Kiev porta alla Casa Bianca. In sostanza, le frenetiche consultazioni tra i funzionari americani e ucraini avrebbero portato a un nuovo e molto più azzardato salto di qualità della guerra: attaccare senza pietà la Crimea e, più specificamente, distruggere senza appello il Ponte di Kerch, la lunghissima bretella di collegamento che unisce la penisola alla Russia.

I Leopard 2 e i carri Abrams servirebbero egregiamente allo scopo, assieme alle batterie di missili a lunga gittata Himars, che ora Biden si accinge a cedere agli ucraini. Progetto militare che capovolge completamente la linea di ragionata cautela fin qui seguita da Washington.

Cautela addio con quali certezze? I dubbi militari

Lo zibaldone strategico è raccontato nei dettagli dal New York Times, che calca la mano su un fatto: al Consiglio per la sicurezza nazionale sono convinti che si tratti di una pericolosa escalation, anche se (forse) il rischio che Putin utilizzi armi nucleari tattiche potrebbe essere inferiore a quello che si pensava. Attenzione: potrebbe essere, perché, anche su tale questione, i pareri divergono. Il NYT non collega il trasferimento dei carri armati all’eventuale offensiva contro la Crimea, ma scrive che gli ucraini (e la coalizione occidentale) dovranno usare una potenza di fuoco notevole, per minacciare le forze russe. Da quello che si è riusciti a capire, l’attacco alla penisola-roccaforte di Putin dovrebbe avere lo scopo, in primis, di tenere sotto pressione la diplomazia moscovita in caso di negoziati. E qui la faccenda si fa ingarbugliata.

Contraddizioni e vecchie bugie

Finora, gli americani hanno sempre parlato di sostenere Zelensky, per aiutarlo a recuperare i territori che gli sono stati sottratti con l’invasione dell’anno scorso. Lo ha ribadito fino a tempi recenti il Segretario di Stato, Antony Blinken. Adesso spunta la Crimea, quasi improvvisamente, a sparigliare le carte della geopolitica internazionale. La sensazione è che Biden, come detto, voglia sfruttare questo nuovo canale strategico al tavolo dei negoziati, mentre per gli ucraini la risposta è più complessa. La governance del Paese, come dimostrano anche recenti incriminazioni ed arresti, probabilmente è più frammentata di quanto sembra. E anche sulla soluzione da dare alla crisi con Mosca, di sicuro esistono diverse posizioni. Tuttavia, è chiaro, anche se non realistico, come Zelensky e tutta la sua popolazione sperino di recuperare il controllo della Crimea, sottratta loro da Putin nel 2014.

Attacco con armi americane a Crimea e territorio Russo?

Il punto è che la mossa di attaccare la penisola, con armi americane di ultima generazione, potrebbe configurarsi, agli occhi del Cremlino, come un vero e proprio atto di cobelligeranza, condotto contro un territorio considerato giuridicamente russo. E questo in forza dei referendum di annessione, svoltisi nel 2014. Il New York Times sottolinea come questa valutazione abbia finora bloccato i rifornimenti di armi statunitensi ‘sensibili’. La Crimea e il territorio russo non dovevano essere attaccati, per timore di rappresaglie e di un’escalation della crisi. Ora, evidentemente, il vento è cambiato. Gli ucraini hanno spiegato agli americani che Putin utilizza la Crimea come una vera testa di ponte, capace di rifornire e assistere le sue truppe dalla regione di Odessa fino al Donbass meridionale. Sebastopoli, insomma, è una spina nel fianco di Kiev, che spesso costringe le brigate ucraine a combattere quasi su due fronti.

Ragioni contrapposte, ma il possibile reale?

Ognuno, come si vede, ha le sue ragioni e metterle assieme a quelle degli altri è straordinariamente difficile. Che dire, allora, di questa rivoluzione copernicana degli obiettivi militari, fissati però dal potere politico? La sensazione è quella di un’accelerata verso le trattative, ma da posizioni di forza. Questo implica che, prima della diplomazia, si intensifichi il ritmo della battaglia e, purtroppo, anche quello della perdita di vite umane. Colpire oggi e conquistare lembi di territorio, anche insignificanti, significa, domani, aumentare il proprio potere contrattuale. James Cleverly, il nuovo Ministro degli Esteri britannico, ha detto: “Non ci possiamo permettere che questo conflitto si trascini e si trasformi in uno stallo di logoramento, come nella prima guerra mondiale”. Giusto. Il problema, però, è che la pezza non dev’essere peggiore del buco. Attaccare la Crimea, per avere qualche vantaggio al tavolo delle trattative, potrebbe voler significare, invece, scatenare una guerra mondiale. Se non peggio.

Dubbi del Pentagono con correzioni

D’altro canto, è stato proprio il generale Mark Milley, Capo di Stato maggiore delle forze armate americane, a sentenziare, senza esitazione, nel novembre scorso, che gli ucraini, da soli, non sarebbero mai riusciti a cacciare i russi dai territori di cui si erano impossessati. Una settimana fa, però, a Ramstein, nelle dichiarazioni ufficiali ha cambiato idea. In verità, più che di una crisi bellica, pare che si stia parlando di una partita di poker.

EDITORIALI E COMMENTI 

 

27/01/2023

da Il Manifesto

Ascanio Celestini

 

SHOAH E NON SOLO. La memoria non si nasconde dietro a una corona di fiori, dietro a una targa di marmo, dietro al nome di una strada

 

Per la giornata della memoria di questo 2023 mi vengono in mente quattro cose. La prima è un’intervista che ho avuto l’opportunità di fare a Shlomo Venezia 17 anni fa a Auschwitz. La seconda riguarda Giulio Regeni. Il 25, due giorni fa, siamo andati a Fiumicello per ricordarlo nel giorno in cui fu rapito al Cairo. La terza è un articolo scritto da un celebre giornalista del Corriere della Sera. Questa cosa è legata alla precedente. L’ultima è la storiaccia della mattanza di Santa Maria Capua Vetere.

 

Dunque la prima cosa è l’intervista a Shlomo Venezia. Passeggiamo sull’erba del campo di Auschwitz e mi racconta del cugino di suo padre, Leone Venezia. Sta in fila per entrare nella camera a gas e gli chiede di salvargli la vita. «Allora io sono andato vicino ad un tedesco con cui si poteva anche parlare» dice Schlomo. Ma il tedesco risponde che «È tutto una merda, siamo tutti nella merda» e non si può fare niente. Dopo un quarto d’ora Leone è morto. I compagni di lavoro di Schlomo possono solo fargli il favore di non metterlo a estrarre i corpi dalle camere a gas.

 

La seconda cosa comincia con una frase della mamma di Giulio. Paola Deffendi parla dei poliziotti italiani che arrivano al Cairo dopo il ritrovamento del corpo di Giulio. Dice «La domanda che facevano era “Perché è andato qua? Come mai parla tante lingue?” Io volevo dire “perché è portato, è bravo, ha studiato”. Ogni domanda vedevo proprio tutto che si metteva contro Giulio. Che tutto quello che aveva fatto, sudato, diventava contro di lui».

 

A settembre del 2019 Paola e Claudio, i genitori, sono invitati all’anniversario di matrimonio di un’amica di Giulio. «Avevano studiato assieme e avevano fatto un anno accademico all’istituto linguistico al Cairo» dicono. «È stata una bellissima esperienza. Ci sembrava proprio un gesto di affetto nei nostri confronti e nei confronti di Giulio. Abbiamo conosciuto tante persone che erano ragazzi di tutto il mondo. E noi ci siamo trovati a nostro agio perché questi ragazzi assomigliavano moltissimo a Giulio. Parlavano tutti come minimo quattro cinque lingue e cambiavano in scioltezza da una lingua all’altra. No? E sentirli ragionare delle loro esperienze, delle loro aspettative, delle loro problematiche era un po’ come vivere di nuovo con Giulio e questo ci ha dato il conforto di sentirci normali, perché in un contesto diverso ti sembra quasi di non essere tanto normali. Invece in quel contesto ci siamo sentiti proprio bene. Io non mi ricordo se l’abbiamo scritto o se l’abbiamo solo pensato. È stato come rimettere a posto un puzzle. No?»

 

La terza cosa è l’articolo del giornalista Ernesto Galli della Loggia pubblicato sul Corriere della Sera il 12 luglio 2020. Scriveva che «dopo il primo doveroso richiamo del nostro ambasciatore, destinato naturalmente a non avere alcun esito apprezzabile – a qualunque persona con una minima conoscenza delle cose è apparso chiaro che la partita con il Cairo era una partita disperata. Per due ragioni evidenti. Innanzi tutto perché il potere di Al Sisi, il dittatore egiziano, ha nei servizi segreti un suo piedistallo essenziale». E poi «abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l’Eni possa continuare ad estrarre dal suo Paese l’ingentissima quantità d’idrocarburi e di gas». Perciò è un esercizio inutile chiedere giustizia per Giulio. Basta «intitolare al suo nome una via o una piazza in tutti i comuni della Penisola». Scrive proprio così. E purtroppo è di nuovo una storia di questi giorni. La petizione per mettere una pietra sopra il corpo di Giulio. Anzi metterci una strada intera con targa di marmo e corona di fiori.

 

L’ultima storia è quella della mattanza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Decine di guardie scendono in sezione e bastonano i detenuti. Tra di loro si dicono «li abbattiamo come vitelli» e «arrivano i lupi». Ci ricordiamo? È successo quasi tre anni fa.

 

Cosa hanno in comune queste quattro storie?

 

Il soldato tedesco di Auschwitz dice «È tutto una merda, siamo tutti nella merda», ma che ci vuoi fare? Il povero Leone muore e Schlomo ha la piccola fortuna di stare in disparte mentre portano il cadavere al crematorio. Eppure Schlomo sopravvive e racconta.

 

E Giulio? Galli della Loggia dice che «abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l’Eni possa continuare ad estrarre dal suo Paese l’ingentissima quantità d’idrocarburi e di gas». I genitori hanno la piccola fortuna di vedere «intitolare al suo nome una via o una piazza in tutti i comuni della Penisola». Eppure i genitori di Giulio quella strada non la vogliono. Si battono per avere verità e giustizia. Non è vero, come scrive il bravo giornalista, che le loro richieste sono «inevitabilmente destinate a farsi sempre più rituali, sempre più tenui e a finire in un nulla». Adesso abbiamo i nomi dei suoi probabili carnefici. Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Possiamo processarli.

 

Infine nel carcere di Santa Maria Capua Vetere le guardie scendono in sezione coi manganelli come lupi che si lanciano sul gregge di pecore. Eppure comincerà un processo. Anche per questa scandalosa vicenda. Le videocamere della galera erano accese e le immagini della mattanza sono online.

 

La memoria è fatta di nomi, di facce, di luoghi, di storie, di rabbia, di giustizia, di verità.

 

In questo giorno si dice sempre la stessa frase: « Per non dimenticare».

Ecco cosa significa. La memoria non si nasconde dietro a una corona di fiori, dietro a una targa di marmo, dietro al nome di una strada.

LAVORO E DIRITTI      

 

24/01/2023

Prc Follonica

 

Difendere i posti di lavoro? SÌ.

 

L’iniziativa di SABATO 28 GENNAIO , DIFENDERE I POSTI DI LAVORO IN TOSCANA, nasce dalla presentazione del Collettivo di Fabbrica della “Società operaia di Mutuo Soccorso” e dalla raccolta fondi indetta.

 

Ci siamo trovati subito in linea con gli intenti delle lavoratrici e dei lavoratori e, parlando tra noi, in primo luogo abbiamo deciso di attivare una raccolta fondi all’interno del Partito.   Abbiamo  anche pensato ad un’iniziativa pubblica dove “ufficializzare” la raccolta fondi  tramite  la  Cassa di Mutuo Sossorso

IBAN  IT 24 C 05018 02800 000017089491  Causale : Mutuo Soccorso

Il collegamento con le problematiche di alcune delle aziende del nostro territorio è venuto spontaneo, seguendo il filo logico della difesa del posto di lavoro, ovviamente nel rispetto dell’ambiente. Dobbiamo infatti respingere al mittente la logica del ricatto ambiente-lavoro messa in atto per troppo tempo da chi, alla fine, non interessa il rispetto né dell’una né dell’altra cosa.

 

E quindi ci siamo messi in contatto con i lavoratori di Agroittica Toscana di Piombino, direttamente coinvolti dalla sciagurata operazione del rigassificatore nel porto di Piombino, con il rischio della perdita di decine e decine di posti di lavoro. Così come abbiamo contattato i lavoratori della JSW, ex acciaierie di Piombino, da anni in cassa integrazione e senza, al momento, prospettive future certe sul rientro in azienda. Anche in quest’ultimo caso i lavoratori pagano le assurde scelte dei governi succedutesi, a partire dal governo Renzi che nel 2014 decise prima di mettere in standby l’Altoforno (24 aprile 2014) e poi di spengerlo definitivamente (4 novembre 2014).

 

Infine abbiamo preso contatti con le RSU Venator Scarlino. In questo caso i lavoratori e le lavoratrici sono in balia delle scelte della Regione Toscana, che chiamiamo ad assumersi le proprie responsabilità.

 

L’iniziativa si terrà sabato 28 gennaio alle 10.30 nella sala consiliare del Comune di Follonica e vedrà la partecipazione, oltre che dei lavoratori Agroittica-ex GKN-Venator-JSW, della consigliera comunale di Firenze Antonella Bundu, del consigliere comunale di Follonica a Sinistra / Rifondazione Comunista Enrico Calossi, del segretario di Rifondazione Comunista di Follonica Gianluca Quaglierini e del Sindaco di Follonica Andrea Benini.

 

Sarà possibile seguire l’iniziativa anche in diretta facebook sulla pagina “Follonica a Sinistra”.
L’evento FB, dove sono disponibili ulteriori info, è https://fb.me/e/3710cInUE

POLITICA ESTERA 

 

22/01/2023

da il Manifesto

Michele Giorgio, TEL AVIV  

 

 

ISRAELE. Tel Aviv, al terzo corteo anti-governo si parla di magistratura libera. Non di eguali diritti. Arabo israeliani riuniti a Haifa e nel Negev: «Non c’è democrazia se si discrimina»

 

Un fiume umano da piazza Habima ha inondato ieri la lunga e ampia via Kaplan fino a HaShalom. Oltre centomila israeliani, secondo le stime della polizia, forse 130mila, hanno affollato il centro di Tel Aviv rafforzando oltre ogni previsione la protesta contro le minacce del governo di estrema destra religiosa guidato da Benyamin Netanyahu all’indipendenza del sistema giudiziario e, in particolare, ai poteri della Corte suprema. «Vergogna, vergogna. Democrazia, democrazia» ha riecheggiato tutta la sera.

 

Altre migliaia di manifestanti si sono riuniti ad Haifa, Gerusalemme e per la prima volta Beersheva, a ridosso del Neghev che pure è una delle roccaforti elettorali della destra. In piazza Habima e a via Kaplan hanno parlato alla folla esponenti politici come l’ex premier Yair Lapid e l’ex ministro della difesa Moshe Yaalon e personaggi del mondo della cultura come lo scrittore David Grossman.

 

AD ACCRESCERE la partecipazione rispetto agli 80mila di una settimana fa, è stato il caso di Aryeh Deri, il ministro dell’interno e della sanità di cui la Corte suprema ha chiesto l’allontanamento immediato dal governo perché condannato in passato per gravi reati fiscali.

 

Sulle dimissioni di Deri insistono i partiti di opposizione e il Movimento per un governo di qualità (Mgq), divenuto il principale organizzatore delle manifestazioni a Tel Aviv a scapito del gruppo ebraico-arabo Standing Together che due settimane fa aveva portato in strada 15mila persone.

 

Ieri circa 200 israeliani, per lo più giovani, hanno scandito slogan in Via Kaplan e in via Leonardo da Vinci a sostegno dei diritti dei palestinesi in Israele e nei Territori occupati.

 

Ma lo spostamento in una posizione di secondo piano di Standing Together ha contribuito a tenere gli arabo israeliani (palestinesi con cittadinanza israeliana) lontano dalle manifestazioni contro lo scivolamento verso l’autoritarismo.

 

Pochi nelle ultime due settimane si sono posti domande sull’assenza da piazza Habima del segmento della società israeliana (21% della popolazione) che con ogni probabilità sarà tra i primi a finire sotto tiro dell’estrema destra al governo.

 

I PALESTINESI d’Israele spiegano che l’agenda della protesta non affronta i problemi più ampi del sistema. Difendere la democrazia, aggiungono, deve significare anche la fine della discriminazione aperta o strisciante contro i cittadini arabi e dell’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est.

 

«Gli israeliani ebrei, o la maggior parte di essi, vivono in una bolla. Persino molti di quelli che si considerano progressisti non sembrano porsi il problema centrale dei diritti della minoranza araba», ci dice Rana Bishara, un’artista nota nella sua comunità.

 

Un sondaggio pubblicato questa settimana dall’Israel Democracy Institute rivela che circa la metà degli ebrei in Israele pensa di dover avere più diritti rispetto ai cittadini arabi. «Gli ebrei – aggiunge Bishara – si stanno rendendo conto della deriva estremista che domina la politica in questo paese, noi lo denunciano da sempre».

 

Anche la Corte suprema, che la folla di piazza Habima difende dalla riforma della giustizia del ministro Yariv Levin, è vista in modo diverso da ebrei e arabi in Israele.

 

«NON NE SOTTOVALUTO l’importanza – spiega Bishara – ma questi giudici sono gli stessi che hanno sentenziato la legalità della legge fondamentale che (nel 2018) ha proclamato Israele come Stato degli ebrei e non anche dei suoi cittadini arabi, in cui la priorità è data allo sviluppo dell’insediamento ebraico».

 

Che le questioni dei diritti della minoranza araba e dell’occupazione dei Territori non siano parte dell’agenda delle proteste anti-Netanyahu lo ha confermato in interviste date a media locali il portavoce del Mgq, Nadav Lazare: «Ci occupiamo della natura del governo in Israele. Siamo un movimento centrista. L’occupazione non è l’oggetto delle manifestazioni».

 

Di fronte a ciò l’ex ministro arabo Issawi Frej, del partito sionista di sinistra Meretz, pur prendendo parte ai raduni a Tel Aviv, dice di capire i cittadini arabi: «Quando non parli di uguaglianza non aspettarti che venga il pubblico arabo. La democrazia non è solo rafforzare la Corte suprema».

 

Si lamenta Sally Abed di Standing Together. «Da una settimana all’altra è cambiato tutto – racconta – La prima volta c’erano quattro palestinesi (cittadini di Israele) su nove oratori, un religioso ortodosso e una donna transessuale. Ora è molto diverso».

 

POLITICA NAZIONALE  POLITICA ITALIANA 

 

22/01/2023

da La Notizia

Giulio Cavalli

 

Sulla Giustizia torna in onda lo stesso film del 2008. Bavaglio stampa e stretta sulle intercettazioni: riecco il piano di Silvio

 

C’è lo stesso odore del 2008, quelli sono sempre gli stessi ma forse siamo peggiorati noi. Il 7 giugno del 2008 Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, a Santa Margherita Ligure disponeva il divieto di ordinare ed eseguire intercettazioni, anche nell’ambito di indagini giudiziarie. Un provvedimento da cui avrebbero dovuto essere escluse, secondo Berlusconi, “solo le inchieste che riguardano la criminalità organizzata, la mafia, la camorra e il terrorismo”

Indietro tutta

Sembra tutto uguale a oggi, vero? Certo in quell’epoca i toni erano diversi: Berlusconi presidente del Consiglio aveva un’agibilità di manovra molto più ampia della sua attuale collega Giorgia Meloni, l’Ue pesava molto meno nei propositi politici dei governi e il berlusconismo sembrava un’onda inarrestabile.

 

A quel tempo Berlusconi prometteva “5 anni di carcere per chi le eseguirà e per chi le propagherà” promettendo anche “una forte penalizzazione economica per gli editori che le pubblicano”. La sostanza quindici anni dopo però è la stessa. Il giochino di lasciare intonse le indagini di criminalità è lo stesso.

 

“Guai a cancellare le intercettazioni L’apporto fornito nella cattura di Messina Denaro, per esempio, è indiscutibile. Di contro, guai a pensare che ci sia sempre uno scrupoloso rispetto delle leggi: in alcuni casi è emersa la ricerca dei reati ‘purchessia’ e ‘a ogni costo’. E questo non va”, ha detto ieri la presidente della commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno. Tradotto è lo stesso identico discorso.

 

Nell’occhio del ciclone ci sono, ancora, i giornalisti seppur con toni più furbi e apparentemente sfumati: “Bisogna intervenire da una parte con l’Ispettorato generale per verificare che non vi siano fuoriuscite di notizie dalle Procure stesse, dall’altra parte con una norma più stringente. E poi lo dico onestamente, sì, anche sui giornali” ha detto ieri Andrea Delmastro, parlamentare di Fratelli d’Italia e sottosegretario della Giustizia.

Tira una brutta aria

In quel 2008 dovette intervenire il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per frenare gli insaziabili appetiti di impunità. “Sulle intercettazioni servono soluzioni bipartisan”, disse il presidente della Repubblica. Il berlusconismo provò addirittura la strada del decreto legge, stoppato per intervento del Quirinale. C’è lo stesso odore del 2008 solo che in quel caso la sollevazione contro il vergognoso attacco alle indagini fu ampissima.

 

Non solo i partiti d’opposizione (che invece oggi tentennano) ma anche gran parte della stampa sottolineava come quel garantismo fosse solo un travestimento della voglia di impunità. Oggi il governo Meloni riesce a essere più liquido, apparentemente benevolo, e gli è più facile ottenere un appannamento della memoria.

POLITICA NAZIONALE  POLITICA ITALIANA   

 

20/01/2023

da Contropiano

 

Dopo che il Parlamento con un voto bipartisan ha approvato la proroga per inviare ulteriori armamenti all’Ucraina,il governo italiano sta lavorando a un sesto pacchetto che prevede l’invio di un sistema antimissile Samp-T con componenti italiane e francesi. Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani a “Rainews”. “Stiamo lavorando per fare in modo che possa essere inviato in tempi rapidi. Se l’Ucraina non è in grado di difendersi rischia di diventare un territorio facilmente occupabile dalla Russia”, ha detto Tajani.

 

Ma intanto i missili anticarro “Milan” di fabbricazione italiana “catturati al nemico aiutano i difensori della Repubblica popolare di Donetsk a combattere i neonazisti ucraini”. Questo è quanto afferma l’ambasciata russa in Italia sugli armamenti già forniti all’Ucraina. “Almeno quest’arma è in buone mani. Nel frattempo, secondo i dati dell’Europol, molte armi della Nato, fornite al regime di Kiev, finiscono sul mercato nero e vengono rivendute alle organizzazioni criminali in Europa e altrove”, si legge nel messaggio pubblicato sul profilo Telegram dell’ambasciata con alcune foto allegate.

 

“I post pubblicati oggi sui profili social dell’ambasciata russa in Italia non fanno altro che riprendere vecchi fermo immagine di un video datato giugno 2022 e rappresentano solo l’ennesimo tentativo di proseguire nella propaganda contro il nostro Paese e contro il nostro appoggio alla resistenza del popolo ucraino”, ha replicato stizzito il ministro della Difesa, Guido Crosetto. “L’Italia ha finora mandato aiuti militari all’Ucraina con 5 decreti”, ha spiegato, affermando che “il contenuto di questi cinque decreti è stato secretato dal governo precedente, che ha predisposto e realizzato quei decreti” – ha affermato Crosetto – “Decreti a cui il governo in carica continua e continuerà a dare esecuzione in piena sintonia con il nostro Parlamento”.

 

Nonostante la forte contrarietà dell’opinione pubblica italiana all’invio delle armi e al coinvolgimento nella guerra in Ucraina, finora sia il governo Draghi  che il governo Meloni non hanno saltato “una rata” nel pagamento delle cambiali alla guerra per procura della Nato contro la Russia.

 

Fino ad oggi l’Italia ha inviato all’Ucraina armamenti come semoventi da 155mm Pzh-2000 e M109, cingolati M113, veicoli 4×4 Lince, missili anticarro Milan, mitragliatrici MG e M2, mortai da 120 mm con relative munizioni ma anche obici da 155 mm FH-70.

 

Secondo l’Osservatorio Milex le forniture militari italiane all’Ucraina sono state pari a 450 milioni di euro fino a dicembre.

 

Per mettere fine al coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina, è stato lanciato nei giorni scorsi un appello dai portuali di Genova che hanno convocato per sabato 28 gennaio una assemblea nazionale al porto di Genova per discutere la convocazione di una manifestazione nazionale sabato 25 febbraio, primo anniversario della guerra.

POLITICA ESTERA 

 

19/01/2023

 

Sciopero generale contro la manovra sulla previdenza voluta da Macron. I sindacati uniti: “Una legge brutale”

 

Treni, aerei e metropolitane fermi. Scuole chiuse. Oggi, 19 gennaio, la Francia si ferma per lo sciopero generale contro la riforma delle pensioni annunciata dal governo la settimana scorsa. Lo stop riguarda tutti i settori, si annuncia partecipatissimo e troverà voce in manifestazioni in tutto il Paese, la principale a Parigi nel primo pomeriggio. La protesta è stata indetta unitariamente dalle maggiori sigle di rappresentanza: Cgt, Cfdt, Force Ouvrière, Cfe-Cgc, Unsa, Solidaires, Cftc, Fsu. Ma è solo l’inizio di una mobilitazione che potrebbe durare a lungo, visto che il governo non sembra voler fare marcia indietro. 

Le misure

Il provvedimento presentato dalla premier Elisabeth Borne innalza l’età pensionabile da 62 a 64 anni dal 2030. Gli anni minimi di contribuzione per ricevere l’intero assegno aumenteranno a 43 a partire dal 2027. Alcune categorie svantaggiate, tra cui i disabili, non sono toccate dalle modifiche: per loro la soglia resterà di 62 anni. Nel pubblico impiego, le categorie impiegate in lavori usuranti (infermieri, vigili del fuoco, forze dell’ordine) potranno andare in pensione a 54 oppure a 59 anni (contro i 52 e 57 attuali). Chi ha iniziato a lavorare prima dei 16 anni potrà andare in pensione a 58 anni, chi ha iniziato tra i 16 e i 18 potrà andarci a partire dai 60 anni, e i lavoratori che hanno cominciato tra i 18 e i 20 anni potranno ritirarsi dai 62 anni in poi. La maggior parte dei regimi previdenziali speciali sarà abolita. Le pensioni minime saranno portate a 1.200 euro. Una misura - fanno però notare i sindacati - già prevista nel diritto francese dalla riforma delle pensioni del 2003, però mai applicata.

Dopo il via libera del Consiglio dei ministri il prossimo 23 gennaio, il testo passerà al vaglio del Parlamento dal 6 febbraio. Il governo punta a farlo entrare in vigore dall'estate. Ma Renaissance (il partito di Macron) non avendo la maggioranza necessaria dovrà appoggiarsi alla destra dei Républicains, mentre l'alleanza delle sinistre Nupes promette battaglia e sostiene la protesta dei sindacati. Il ministro dell'Economia Bruno Le Maire ha spiegato che la riforma permetterà di far risparmiare al sistema pensionistico 17,7 miliardi di euro nel 2030. 


"Una riforma brutale"

Risparmio per il sistema ma certo non per i lavoratori, sostengono i sindacati, che già nel 2019 erano riusciti a bloccare il pacchetto previdenziale e adesso tornano a mobilitarsi contro una riforma che “colpirà frontalmente l'insieme dei lavoratori - si legge in un documento unitario -, in particolare quelli che hanno iniziato a lavorare presto, i più precari, la cui speranza di vita è inferiore al resto della popolazione, e coloro la cui gravosità del lavoro non è riconosciuta”. Un provvedimento, proseguono le centrali sindacali francesi, che “aggraverà la precarietà e rafforzerà le disparità di genere” e che viene deliberato nonostante il sistema pensionistico a ripartizione, coi vari regimi pensionistici speciali che il governo intende abolire, non sia in pericolo: “Nulla giustifica una riforma così brutale”. 

“Abbiamo partecipato alla concertazione, abbiamo fatto delle proposte, abbiamo illustrato i nostri punti di vista per quanto riguarda i lavori usuranti e non hanno cambiato nulla”, ha detto il segretario generale della Cgt, Philippe Martinez, ai microfoni di Bfm. Per il segretario generale della Cfdt, Laurent Berger, si tratta "di una delle riforme peggiori di questi ultimi 30 anni". 

 

Foto: Avalon/Sintesi

 

Manifestazioni in tutta la Francia

“L'unica richiesta di questa azione intersindacale, condivisa dall'insieme delle organizzazioni francesi, è l'abbandono della riforma delle pensioni presentata dal governo. Organizziamo scioperi e manifestazioni in tutta la Francia e in particolare nelle grande città”, spiega Branislav Rugani, segretario confederale di Force Ouvrière. La riforma, peraltro, è drasticamente respinta dalla maggioranza dei francesi: il 59% è contrario e il 60% si dice pronto a sostenere la mobilitazione indetta dai sindacati. Lo rivela un sondaggio pubblicato dall'emittente Bfm: quasi tutte le categorie socio-demografiche e professionali, in particolare i lavoratori (76%) e gli impiegati (67%), si dicono contrarie.

Perché il governo ci vuole riprovare?

Per Force Ouvrière “questa riforma è un'ennesima offensiva del governo contro l'attuale sistema pensionistico francese dopo il fallimento del progetto del 2019, a seguito dell'ampia mobilitazione di diverse organizzazioni sindacali francesi”. Dopo la “pausa” della pandemia, il presidente Macron e i suoi governi hanno ripreso a “invocare una futura riforma delle pensioni nel quadro del semestre europeo - ricostruisce Fo - e l'applicazione del Fondo per la ripresa e la resilienza (Frr, l’equivalente del nostro Pnrr, ndr) in particolare dal punto di vista del bilancio, a scapito dell'approccio basato sui diritti e sulla dignità previsto nel Pilastro europeo dei diritti sociali”.

Un regime unico per tutti

Il nuovo pacchetto previdenziale rilancia, anche se con più timidezza rispetto al 2019, una riforma complessiva che - come ricostruisce sempre la Fo in un approfondimento - prevede “la fusione dei 42 regimi esistenti (il primo e il secondo pilastro delle pensioni e i regimi speciali) in un regime unico che copra tutti coloro che lavorano in Francia, i lavoratori del settore pubblico e privato, i dipendenti pubblici, i lavoratori indipendenti, i liberi professionisti, gli agricoltori. Il regime unico previsto si baserà su un sistema a punti che abrogherà i sistemi pensionistici a ripartizione”. 

Il trattamento unico cancellerebbe le agevolazioni di molte categorie, tra cui ad esempio i lavoratori della Ratp (il sistema dei trasporti di Parigi), alzando la loro età pensionabile, oltre a cambiare il modo in cui gli assegni sono calcolati: il governo punta infatti a introdurre un sistema basato sugli effettivi contributi versati, mentre alcuni regimi vigenti permettono di calcolare la pensione sulla base degli anni di contribuzione in cui hanno versato di più.

La golden rule che preoccupa il sindacato

Il nuovo sistema stabilisce, come si è detto, un'età di pensionamento di "equilibrio" per una pensione completa a 64 anni. La riforma prevede anche una "golden rule" che impone la ricalibrazione del sistema pensionistico ogni 5 anni, all'interno della legge finanziaria sulla sicurezza sociale.

Tutto il potere al governo

Questo nuovo sistema "universale", osserva la Fo, “sarebbe interamente nelle mani dei governi attuali e futuri, con la soppressione del secondo pilastro in gestione congiunta attraverso la contrattazione collettiva delle parti sociali francesi, che coprirebbe 13 milioni di pensionati”. In questo modo il governo francese "sarebbe libero di proporre qualsiasi nuova riforma sulla sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico". Per la Fo “questo sistema pensionistico ‘più semplice ed equo’ porterebbe in realtà a un'ulteriore incertezza per i lavoratori e i pensionati, poiché il livello delle pensioni e l'età pensionabile potrebbero facilmente cambiare nel tempo con il pretesto della sostenibilità finanziaria”.

 

Acerbo (Prc-UP): sciopero in Francia esempio per l’Italia

Pubblicato il 19 gen 2023

Dovrebbe essere la prima notizia sulle prime pagine dei giornali e l’apertura dei tg. In Francia un milione di lavoratrici e lavoratori oggi è sceso in piazza con 200 manifestazioni per lo sciopero contro la riforma delle pensioni di Macron che già l’ha dovuta ritirare due anni fa.
Dalla Francia arriva di nuovo la dimostrazione che si può dire no alle controriforme neoliberiste.
Con i sindacati sono schierati i nostri compagni dei partiti della Nupes che hanno mandato la destra al terzo posto alle legislative. I francesi insorgono contro il tentativo di alzare a 64 anni l’età pensionabile e già si prepara il referendum se la riforma non sarà ritirata.
I sindacati francesi, come noi di Rifondazione Comunista e Unione Popolare, rivendicano il diritto di andare in pensione a 60 anni e difendono il sistema retributivo che a noi è stato rubato dalle riforme di centrosinistra e centrodestra. Nella piattaforma della CGT salario minimo di 15 euro l’ora e riduzione a 32 ore settimanali dell’orario di lavoro.
Le lotte francesi sono un esempio che va seguito in Italia qualunque sia il governo in carica.

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