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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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02/04/2020

 

Noi di Rifondazione Comunista proponiamo la patrimoniale da decenni scontrandoci col rifiuto di tutti, dal centrodestra al centrosinistra fino al M5S.


L'ultima campagna l'abbiamo fatta tra novembre e gennaio distribuendo in Italia un milione di volantini.
C'è voluta una pandemia mondiale per superare il tabù. Ora persino Beppe Grillo e Casini la propongono.


Sulla patrimoniale è stato costruito un muro di disinformazione nel corso degli anni simile a quella che negli USA è stato eretto contro un servizio sanitario per tutti.
La maggior parte degli italiani non dovrebbe pagare nulla con una patrimoniale che colpisca le grandi ricchezze e anche il peso sul ceto medio alto sarebbe irrisorio.


Chiediamo a governo e parlamento di procedere immediatamente all'introduzione della patrimoniale e a introdurre una progressività fiscale come imporrebbe la Costituzione.
Per difendere gli interessi del 10% più ricco della popolazione nel corso degli anni avete massacrato la sanità, lo stato sociale, la ricerca, l'università e le politiche per l'occupazione.

Far pagare più tasse ai ricchi significa semplicemente applicare la #Costituzione.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

01/04/2020

 

I pazienti delle Rsa in Lombardia, 60 mila persone “muoiono come mosche” lontani dai cari e senza cure adeguate. Lo ha denunciato Luca Degani presidente dell’Uneba, Associazione delle cooperative sociosanitarie, elencando le morti e soprattutto le inadempienze e gli errori di una gestione regionale irresponsabile.

 

Il riferimento è alla strage di anziani nelle case di riposo, dalla Residenza Anni azzurri di Lambrate, al Polo geriatrico e riabilitativo di Via San Faustino di Milano, alla Borromea di Mediglia, alla Fondazione Santa Chiara di Lodi, a Crema , a Vimercate e a tutte quelle di cui ancora non sono chiari i decessi. Tutto ciò ha inizio con l’assurda delibera del 6 marzo, con cui Regione Lombardia decide che in alcune RSA vengano accolti pazienti di coronavirus con sintomi non gravi.

 

 Si è incredibilmente deciso di portare il contagio proprio dove vivono soggetti anziani più fragili, spesso con pluripatologie, proprio quelli per i quali andava previsto un aumento delle tutele! Non solo nei confronti delle RSA non si è organizzato per tempo un serio piano di prevenzione e difesa dal contagio come sarebbe stato necessario, ma sono state trasformate, come all’inizio i Pronto Soccorso degli ospedali, in luoghi del massimo pericolo, con la conseguenza prevedibile del più alto numero di morti. 

 

E’ questa l’eccellenza della sanità lombarda tanto decantata dalle destre al governo della regione da 30 anni? Il tempo è passato e non sono arrivati i DPI (anzi è stata teorizzata una precedenza agli ospedali e sottratto materiale destinato alle RSA) o non sono quelli professionali.

 

Non è stato steso un protocollo generale su come comportarsi in caso di contagio sia all’interno della struttura, sia in rapporto al ricovero ospedaliero. Se i posti in ospedale non ci sono, i pazienti nelle RSA hanno diritto ad essere curati bene con tamponi che facciano le diagnosi per permettere di separare i contagiati dai sani, con ossigeno, respiratori fino alla terapia sub-intensiva, farmaci adeguati.

 

Va attuato un piano immediato di isolamento dei contagiati e di verifica dei loro contatti. Per cure e isolamento si proceda alla requisizione di cliniche private e alberghi se non c’è posto negli ospedali. 

 

Il personale deve essere tutelato con tutti i DPI necessari e formato alla nuova emergenza, anche prevedendo il supporto di altre figure professionali mandate dall’ATS (pneumologi, cardiologi, etc.) 

Ci uniamo alla mobilitazione dei familiari, dei medici e degli operatori delle RSA per denunciare questo scandalo che mette in pericolo di vita 60 mila persone, i loro famigliari e il personale che li cura. Ma una tragedia di questa portata non può e non sarà dimenticata e, a tempo debito i responsabili saranno chiamati a risponderne.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale

Antonello Patta, segretario Regionale Lombardia

Giovanna Capelli, responsabile Sanità Lombardia

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

01/04/2020

da Controlacrisi

Fabio Sebastiani

 

Ad oggi sono deceduti 66 medici e 9.518 è il totale degli operatori sanitari i contagiati. Decisamente troppi. "Se come dichiarato nelle recenti conferenze stampa della Protezione Civile l’obiettivo per i sanitari dovrebbe essere Zero Positivi, risulta veramente inaccettabile – commenta la Commissione Emergenza-Urgenza Anaao Assomed - che lo stesso ISS, con un atteggiamento ambivalente, pubblicizzi ancora come valido nelle ultime linee guida del 28 marzo l’impiego di mascherine chirurgiche per l’assistenza a casi COVID-19 confermati".


Secondo l'Anaao l'ISS, nel recepire ancora indicazioni provvisorie ormai già vecchie promulgate dall’OMS su larga scala, in febbraio promulga in questo momento drammatico per la sanità pubblica disposizioni la cui “razionalità” è inspiegabile, poiché limitano gravemente la sicurezza del personale non potendo ritenersi né desiderabili né raccomandabili, compresa la sicurezza dei pazienti, esposti a possibili contagi da parte del personale sanitario non adeguatamente protetto e tutelato.

 

Come Anaao Assomed ha evidenziato in una recente nota tecnica, nel 2014 la stessa OMS aveva già sollevato una serie di problematiche sull’inadeguatezza delle mascherine chirurgiche per proteggere le vie respiratorie specie se da nuovi patogeni, l’INAIL non considera le mascherine chirurgiche come DPI.

 

“È inoltre evidente – sottolinea la Commissione - che laddove non vi possano essere garanzie di adeguata separazione di aree “sporche/pulite” nell’assistenza ai pazienti COVID-19, con apposite aree filtro e sistemi di ventilazione a pressione negativa, disponibilità di sovracamici/tute Classe III, numero minimo di set di DPI, la mancanza di maschere filtranti aggrava ulteriormente il rischio di contagio”.

 

Pertanto la Commissione di Anaao chiede:

 

l’immediata rettifica delle linee guida dell’ISS prevedendo nella stanza dei pazienti Covid solo l’utilizzo di maschere filtranti FFP2 per ogni turno di lavoro e NON di mascherine chirurgiche, e l’utilizzo di FFP3 per le procedure invasive;

 

in considerazione dell’imprevedibilità dell’evoluzione del quadro epidemiologico intra ed extraospedaliero, è opportuno che tutto il personale sanitario che abbia un rapporto frontale diretto coi pazienti (degenze, ambulatori, radiodiagnostica, farmacie) venga dotato di maschere filtranti FFP2 per ogni turno di lavoro in quanto unica misura idonea a garantire uno standard minimo attendibile di protezione.

 

Proteggere il personale sanitario è di prioritaria importanza e nell’interesse di tutta la collettività. Invitiamo quindi i tecnici dell’ISS, se ancora convinti delle loro decisioni, a recarsi a curare i malati per verificare sul campo la presunta bontà e razionalità delle loro decisioni.

31/03/2020

 

Abbiamo seguito sempre con passione, come da anni facciamo, la dinamica del "dis-Servizio" Postale attraverso gli occhi e i sentimenti dei tanti Sindaci dei nostri Comuni, che proprio in questi giorni sono stati protagonisti di un ennesimo episodio che testimonia la realtà variopinta e controversa del Bene Postale collettivo.

 

In pratica è bastata una loro presa di posizione, comunque in linea con il Decreto Ministeriale (DPCM Covid19) che vieta spostamenti e assembramenti, che contestava la decisione di chiudere tutti gli uffici periferici, azione adottata da Poste Spa senza alcun confronto con le Amministrazioni locali, violando così la legge 158/17 che impone un confronto paritario e costruttivo, per alzare un polverone non indifferente.

 

I Sindaci sostengono che lasciare aperto solo un ufficio in un territorio obblighi evitabili spostamenti e concentrazioni di utenza, quindi un comportamento improprio. Nulla di male a parere nostro. Ma si sa, se il dialogo manca, vince chi tira più forte, anche se nessuno, tanto meno i Sindaci in questione, avrebbero potuto immaginare che l'eterno scontro tra i rappresentanti delle piccole comunità contro il gigante delle telecomunicazioni, si potesse allargare ad una mischia a tre.

 

Per noi di Rifondazione Comunista e anche per tantissimi lavoratori non è una novità, forse lo sarà per i nostri Primi Cittadini, che, a ragione, non hanno proprio digerito sentirsi dire che le loro posizioni sul tema risultano essere "sterili" e  "polemiche".

Ci uniamo senz'altro ai tanti e tanti pareri emersi sui social in difesa delle Amministrazioni, e condividiamo la lettera che collettivamente i Sindaci hanno redatto in risposta al "nuovo" antagonista. Ma certo è un colpo basso, che più basso di così non si può, quello che hanno ricevuto le comunità locali, nell'apprendere che il terzo contendente della singolar tenzone, è proprio colui che si vanta degli "storici collegamenti" con le vere esigenze delle comunità.

 

Per noi di Rifondazione come detto non è una novità, piuttosto una conferma sciagurata di quanto perpetrato da anni, e che oggi si svela finalmente e pubblicamente, e cioè: Il vero ruolo che in Azienda Poste Spa ricoprono i Sindacati Confederali  e Autonomi.

Si perché sono stati proprio questi rappresentanti del mondo del lavoro a dire in pratica ai Sindaci di essere incompetenti e rompiscatole (sterili polemiche); e alla fine e in tal modo, cade al suolo in un attimo la combine che da anni giocano parallelamente al tavolo con l'azienda.

D'altronde se il servizio postale si è ridotto solo alla conta dei tagli, chiusure di uffici, giorni alterni per la distribuzione della posta, se da 230.000 dipendenti nel 1998 oggi sono 123.000, se il profitto e la privatizzazione si è mangiata un ennesimo Bene Comune, ecco dobbiamo ringraziare CGIL, CISL, UIl ecc..

 

Senza stupirsi più di tanto se l'avvocato difensore per eccellenza del gruppo dirigenziale di Poste Spa siano proprio diventati i tradizionali sindacati, ex difensori dei lavoratori. Comunque vogliamo ricordare anche ai Sindaci e ai vari partiti, per rendere giustizia dialettica al ragionamento sopra esposto, che tutto ciò è avvenuto e avviene anche grazie alla politica, ai tanti governi che si sono succeduti, i quali hanno contribuito a questo sfacelo, proprio perché posti di fronte agli utili che Poste Spa realizza.

 

Per la Segreteria del Partito della Rifondazione Comunista di Santa Fiora

30/03/2020

Locatelli (Prc-Se)

 

Con i soldi di un F35 (150 milioni di euro ) quanti respiratori si potrebbero acquistare?

 

E’ una domanda che non interessa a quanti hanno deciso di dare continuità alla linea produttiva degli F35 alla Leonardo di Cameri in provincia di Novara” sostiene Ezio Locatelli, segretario provinciale di Torino e componente la direzione nazionale Prc-Se.

 

Dopo una breve sospensione delle attività per i casi registrati di lavoratori infettati da coronavirus è ripartita oggi la produzione degli F35 con l’impiego di circa 200 lavoratori. “Una oscenità intollerabile. Un affronto nei confronti di milioni di persone che in questo momento stanno facendo immani sacrifici per fronteggiare l’emergenza sanitaria da Covid19”, sostiene ancora Locatelli.

 

Per l’esponente di Rifondazione Comunista “la produzione di caccia da combattimento non ha nulla a che vedere con lo svolgimento di attività essenziali in campo sanitario, agroalimentare, dell’energia, della logistica e dei trasporti.

 

Questa produzione è solo una vergognosa concessione all’industria militare che contraddice clamorosamente l’impegno a rivolgere tutti gli sforzi per la difesa della salute delle persone e dei lavoratori oltre che per far fronte all’impatto sociale di una crisi senza precedenti.

 

Chiediamo a gran voce che tutte le industrie militari presenti sul nostro territorio sospendano le loro attività. Invece che tagliare ospedali, posti letto, servizi pubblici come governi vari hanno fatto in questi anni siano tagliate le spese militari!

 

Creiamo occupazione buona. Riconvertiamo l’industri bellica in una industria di pace a servizio del benessere collettivo”.

26/03/2020

 

Non ci uniamo al coro di esaltazione di Mario Draghi. Non ci entusiasma il suo intervento sul Financial Times nè la proposta della Lega e della destra di metterlo alla guida di un governo di unità nazionale. Draghi – come tutto il capitalismo europeo – chiede ora agli stati di indebitarsi ma si guarda bene dal dire che dovrebbe essere la Bce come la FEd negli USA a finanziare la tenuta dell’economia e del welfare europeo. Draghi ha perseguito per anni l’obiettivo dello smantellamento del modello sociale europeo e gran parte delle nefandezze subite dagli italiani (legge Fornero, tagli sanità, abolizione articolo 18) erano contenute nelle sue letterine. Lo ricordiamo come quello che usò un vero e proprio terrorismo economico con il blocco dei bancomat per piegare la Grecia di Tsipras e Varoufakis.

 

Che l’uomo del Britannia, di Goldman Sachs, della troika venga indicato come possibile Presidente del Consiglio o peggio della Repubblica dà l’idea che in questo paese si sono perse da anni le coordinate del buon senso e della Costituzione. Se oggi noi siamo in difficoltà è anche a causa del massacro della sanità pubblica e ora il killer Draghi in altra veste torna sul luogo del delitto.

 

Fummo gli unici a scendere in piazza contro Monti e non abbocchiamo alle dichiarazioni furbesche di Draghi.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

26/03/2020

da il Manifesto

Luigi Pandolfi 

 

Governo/Ue. Forse sarebbe venuto il momento di prendere in considerazione una qualche forma di finanziamento monetario a lungo termine dei deficit di bilancio, senza creare nuovo debito e, per questo, dipendere dagli umori e dai calcoli del mercato dei capitali

 

Nell’ultima riunione dei ministri finanziari dell’Unione Europea non si è deciso di mandare in soffitta il fiscal compact. Agli Stati membri, soprattutto quelli più colpiti dalle complicazioni economiche e finanziarie della pandemia, è stata solo concessa una maggiore «flessibilità di bilancio».

 

Più generosa che in passato, ma temporanea e sulla parola.

 

In sostanza, i Paesi membri possono espandere i propri bilanci ricorrendo al mercato con l’emissione di nuovo debito, ma con un grosso rischio: passata la bufera, chi avrà speso molto si ritroverà solo ed impotente di fronte ad eventuali assalti della speculazione e con il cappio al collo del vincolo esterno che nel frattempo verrà ripristinato. Nessuna decisione, infatti, è stata assunta sulla condivisione di questo debito aggiuntivo.

 

Gli Eurobond o la garanzia illimitata sulle emissioni eccezionali dei singoli Paesi rimangono ancora nella sfera della discussione mass-mediatica, mentre il presidente della Bce Lagarde, dopo il disastro comunicativo dei giorni scorsi, sull’ipotesi dei coronabonds ancora parla di un’eventuale «esplorazione a tempo determinato».

 

L’unica certezza rimane il Fondo Salva Stati (Mes), ovvero la concessione di prestiti agli Stati in difficoltà previa sottoscrizione di protocolli per il rientro dal debito a suon di riforme lacrime e sangue.

 

La verità è che questa crisi sta riproponendo la storica divaricazione tra alcuni Paesi del nord (Germania e Olanda in testa), fermi nella loro contrarietà a qualsiasi forma di mutualizzazione del debito europeo o di una parte di esso, e i Paesi mediterranei con l’aggiunta dell’Irlanda (i vecchi PIIGS) ed ora di altri ancora (Slovenia, Lussemburgo, Belgio, Francia), che, con terrore, vedono nel proprio futuro uno scenario che, per forza evocativa, si potrebbe definire «ellenico».

 

Con una differenza non da poco rispetto a qualche anno fa. Gli stessi Paesi che nel 2015 fecero blocco con l’asse del nord per dare una lezione alla Grecia, oggi si ritrovano, insieme alla stessa Grecia, ad invocare «misure solidali» nella gestione di questa crisi. E nessuno di questi, a cominciare da chi li ha già sperimentati sulla propria pelle, è disposto a sottoscrivere «memorandum d’intesa» per salvare le proprie finanze pubbliche. Il coronavirus è riuscito dove non riuscirono fame, miseria e disoccupazione dopo il crack finanziario del 2007-2008, che in Europa sfociò nella cosiddetta «crisi dei debiti sovrani».

 

E’ il fatto politico più importante di queste ore: nove Paesi dell’Unione, trainati dal premier italiano Conte, hanno preso carta e penna ed hanno scritto una lettera-appello al presidente del Consiglio europeo Charles Michel, chiedendo non solo «misure eccezionali» data l’eccezionalità della situazione, ma che la politica monetaria della Bce venga affiancata da «audaci» decisioni di politica fiscale, che tradotto significa più spesa pubblica, oggi per l’emergenza, domani per rimettere in piedi l’economia.

 

Con quali soldi? Su questo punto il documento è molto chiaro: con uno «strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’Ue». I famosi Eurobond, che consentirebbero di raccogliere risorse sul mercato per il «finanziamento stabile e a lungo termine» delle politiche economiche necessarie a contrastare la crisi.

 

Un passo avanti notevole, soprattutto per la considerazione del «lungo termine». Ma si potrebbe osare di più. La formula del «debito europeo» contenuta nella lettera dei nove capi di governo si basa su due aspetti chiave: l’approvvigionamento delle risorse avviene sul mercato; il rischio viene condiviso in solido e proporzionalmente dagli Stati membri.

 

Debito europeo e condiviso, certo, ma pur sempre di debito si tratta.

 

Forse sarebbe venuto il momento di prendere in considerazione una qualche forma di finanziamento monetario a lungo termine dei deficit di bilancio, senza creare nuovo debito e, per questo, dipendere dagli umori e dai calcoli del mercato dei capitali. Gli strumenti ci sono. Non si capisce perché quello che è stato possibile per tanti decenni nei principali Paesi del mondo non possa essere possibile oggi con una crisi alle porte che si annuncia devastante.

25/03/2020

da il Manifesto

Mao Valpiana*, Francesco Vignarca **

 

Governo e virus. È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme.

 

La pubblicazione del Decreto della Presidenza del Consiglio relativo alle più recenti (e dure) limitazioni a causa del coronavirus, in particolare per le attività produttive, ha riservato una sorpresa non gradita a chi si occupa di disarmo. Tra le pieghe delle norme approvate viene infatti prevista la possibilità per l’industria della difesa di rimanere operativa, mentre invece la grande maggioranza delle aziende deve rimanere chiusa.

 

Sembra davvero che l’industria militare sia intoccabile, e che il governo Conte consideri la produzione di sistemi d’arma tra le attività strategiche e necessarie. Immediata la risposta di chi (come Sbilanciamoci, Rete Disarmo e Rete Pace) ha sottolineato l’insensatezza di mettere a rischio la salute di migliaia di lavoratori con pericolo di ulteriore diffusione del contagio solo per non intaccare i profitti dell’industria delle armi.

 

È incomprensibile come il governo non abbia il coraggio di ordinare questo stop, se addirittura il presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, ha dichiarato: «Fino a poco tempo fa era considerata strategica l’industria bellica, adesso abbiamo capito che non ce ne frega niente, meglio avere una provetta, un respiratore».

 

Positive sono state le immediate reazioni dei sindacati, che hanno condotto a diversi scioperi spontanei anche in aziende a produzione militare, a testimonianza del fatto che sempre più spesso sono lavoratori e lavoratrici i primi a vedere chiaramente quali dovrebbero essere le scelte più utili per il Paese. Perché da questa tragica emergenza dobbiamo uscire con prospettive e scelte che si allontanino dalle logiche che hanno determinato la riduzione degli investimenti sanitari (passati dal 7% del Pil al 6,5%) mentre lievitava una spesa militare ormai stabilmente oltre l’1,4%.

 

Abbiamo bisogno di una reale alternativa, che non può essere che nonviolenta (e quindi di disarmo). Ma cosa c’entra la nonviolenza con l’emergenza sanitaria da Covid-19? C’entra, eccome, perché è scelta non solo etica e morale. La politica della nonviolenza ha senso pieno proprio oggi; «altrimenti non so che farmene», diceva Gandhi, che la pensava come strumento per trovare il pane per gli affamati, come oggi dobbiamo trovare posti letto per i malati.

 

È una nonviolenza che ha radici antiche. Pensiamo a Raoul Follerau che chiedeva a gran voce «il costo di un giorno di guerra per la pace» o ad Albert Schweitzer che già all’inizio del Novecento comprese il legame stretto tra spese militari e investimenti in salute. Fino a ieri sembravano due sognatori utili solo per farne santini da parrocchia, ma hanno invece anticipato di un secolo quel che oggi, messi al muro dall’evidenza, anche governanti europei sovranisti sono costretti ad ammettere: meglio avere un respiratore automatico in più, e una bomba o un missile in meno.

 

È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme. L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie).

 

Per la prima volta, forse, con il nuovo mondo nato dopo il conflitto mondiale che ha sconfitto il nazismo, e fatto nascere l’Onu, ci si rende conto che persino l’economia mondiale, viene dopo la salute individuale.
È una rivoluzione impensabile fino a qualche settimana fa. E tutti capiscono che per tutelare la salute propria e delle persone care, figli, nipoti, amici, è assolutamente indispensabile avere un sistema sanitario pubblico che funzioni. In Europa, nel bene e nel male, ce l’abbiamo, con pregi e difetti; là dove, invece, la sanità è considerata una merce come altre l’impatto della pandemia sarà ancora più devastante.

 

Per questo l’impegno delle reti e movimenti italiani per la Pace e il Disarmo si basa da tempo sulla richiesta di una drastica riduzione delle spese militari, a favore di quelle sociali. Si tratta dell’obiettivo politico principale della Campagna per la «Difesa civile, non armata e nonviolenta». Quando diciamo: «Un’altra difesa è possibile», significa che è necessario e ormai inderogabile invertire la rotta. Finché non sarà a disposizione delle nostre istituzioni anche una scelta possibile di azione non armata e nonviolenta sarà facile il ricatto di chi chiede soldi per le strutture militari e per le armi.

* Presidente del Movimento Nonviolento

** Coordinatore Rete Italiana per il Disarmo

24/03/2020

 

l Partito della Rifondazione Comunista sostiene gli scioperi indetti per domani dall’USB, dai metalmeccanici lombardi di Cgil, Cisl e Uil più in generale di tutte le mobilitazioni dei lavoratori in corso per la modifica del decreto farsa emanato dal governo.

 

E’ solo in nome dei profitti e della complice irresponsabilità di chi ci governa che più della metà dei lavoratori e lavoratrici continuano a lavorare rischiando la salute e la vita e diventando incolpevoli diffusori del virus.

 

Questa follia disumana va fermata! Ogni ulteriore attesa è criminale: Bergamo non ha insegnato nulla?

 

Se si vuole salvaguardare la salute dei lavoratori e delle lavoratrici, contenere la diffusione dei contagi e fermare la strage di un’intera fascia della popolazione, devono assolutamente rimanere aperte solo le aziende che svolgono attività davvero indispensabili per la salute e l’esistenza materiale delle persone.

Tutto il resto deve essere fermato senza trucchi o furberie. Di fronte a tanta irresponsabile sordità consideriamo le mobilitazioni già annunciate per domani una risposta utile per tenere alta la mobilitazione, ma, temiamo, insufficiente se il confronto in corso col governo non produrrà risultati.

 

Solo una grande e unitaria astensione dal lavoro di tutte le lavoratrici e lavoratori sembra oggi l’arma in grado di battere lo sconsiderato coagulo di interessi economici e politici che continua ad anteporre gli affari ai diritti costituzionali alla salute e alla vita. . Tutto il resto deve essere fermato senza trucchi o furberie. Confindustria ha fatto più danni del virus.

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