Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, è intervenuto  all’assemblea di apertura della campagna elettorale de La Sinistra, e ha dichiarato:

 

“Noi siamo l’unica lista che si pone in alternativa sia al Pd che alle destre, con chiarezza. La destra razzista e omofoba fa solo finta di difendere le classi popolari contro l’establishment. In realtà Bannon è un ex dirigente di Goldman Sachs, come Draghi.

 

Lega e destra hanno votato tutti i trattati europei. La canea contro immigrati serve a proteggere i super-ricchi che in Europa evadono 1000 miliardi l’anno.

 

Loro candidano un Mussolini, noi candidiamo Adelmo Cervi. Elette/i della nostra lista andranno nel gruppo GUE, nel quale ha lavorato egregiamente la nostra eurodeputata Eleonora Forenza, capolista nel collegio Sud, e nella Sinistra Europea, con la quale proponiamo alla presidenza della Commissione Europea un sindacalista metameccanico, figlio di un minatore, Nico Cue.

 

Per battere l’onda nera bisogna farla finita con politica antipopolare e costruire l’Europa delle lavoratrici e dei lavoratori, del disarmo, dei diritti per tutte e tutti.

 

E la Costituzione rimane la bussola per questa lotta.

 

Ringraziamo Mimmo Lucano per il saluto che ci ha mandato”.

14/04/23019

Da il manifesto

Daniela Preziosi

 

La sinistra. Al teatro Quirino di Roma il lancio della lista. Polemica con Zingaretti: nella crisi greca i socialisti schierati con Merkel.

 

«Quella di Zingaretti è pubblicità ingannevole, continua a dire che da Macron a Tsipras è già realtà. Poi però si aggiunge che nessun eletto del Pd andrà nel gruppo della Sinistra Europea dove sta Tsipras». A Nicola Fratoianni, uno degli amici di Alexis Tsipras in Italia, l’ultimo slogan del segretario dem non va giù. E nonostante l’espressione sia stata quasi avallata dallo stesso premier greco in un’intervista al francese Figaro, ora da Syriza arriva l’altolà. «Questo slogan è un alibi triste» attacca Argiris Panagopoulos, rappresentante del partito di Tsipras in Italia, «la verità è che a sinistra c’è Alexis, il primo ministro lasciato solo quando il socialismo europeo era al guinzaglio di Merkel. Tsipras ha dato la cittadinanza ai figli di genitori venuti a lavorare in Grecia da un altro paese, ha garantito la corrente e l’acqua a tutte le famiglie. Ha dato il reddito sociale a 350mila persone e aumentato il salario minimo. Non a caso Louka Katseli, la ministra socialista che ha protetto la prima casa delle famiglie popolari dalla Troika, sta con Tsipras. E il Pasok ce l’ha a morte con lui. A noi piacciono i socialisti» conclude, «ma quelli che hanno lasciato il neoliberismo per incontrare la sinistra, come in Portogallo e in Spagna».

 

È ANCHE PIÙ DURO Nico Cue, il candidato della Sinistra Europea a presidente della Commissione, in tandem con la slovena Violeta Tomic: «Da quando c’è Macron le lotte in Francia sono aumentate perché sta distruggendo il modello sociale che nasce dalla lotta di resistenza contro il nazifascismo. Zingaretti e gli altri social-liberisti hanno smontato, come Macron, il welfare. Zingaretti come immagina di fare sintesi tra programmi contrapposti?». Infine: «Tsipras ha lottato contro la Troika per allargare il welfare. Nella conferenza stampa che ho fatto con lui, Alexis ha detto che dopo il voto starà nel Partito della sinistra europea, non tra i socialisti. Che fanno le campagne elettorali a sinistra e poi governano a destra».

 

La corsa per le europee è iniziata, la polemica non finirà qui. Anche perché «il fronte da Tsipras a Macron» è uno slogan suggestivo che rischia di rubare qualche voto alla lista La Sinistra, composta da chi è stato sul serio dalla parte di Tsipras sin dall’inizio della crisi greca. Se ne parlerà oggi al Teatro Quirino di Roma dove alle 10 si aprirà la campagna elettorale per le europee di questa area. Che con la Grecia è legata a doppio filo tant’è che Luciana Castellina, fondatrice del manifesto, giornalista e storica dirigente della sinistra-sinistra è candidata nelle liste europee proprio di Syriza. E invece Panagopulos sarà nelle liste italiane.

 

CASTELLINA OGGI SARÀ al Quirino alla kermesse «Noi con te. Contro il liberismo, contro il razzismo». Con lei molti candidati. Soprattutto candidate. Saranno infatti tutte donne i capolista. L’europarlamentare uscente Eleonora Forenza al Sud, Eleonora Cirant (Nonunadimeno) al Nordovest, Silvia Prodi al Nordest, al centro Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno. Per le isole la scelta arriverà stamattina. Altri nomi: Paola Natalicchio, ex sindaca di Molfetta, Valentina Cera, del Treno della Memoria, lo storico Piero Bevilacqua, Sandro Fucito, presidente del consiglio comunale di Napoli, Paolo Narcisi, medico dei migranti a Bardonecchia. L’editrice e scrittrice Ginevra Bompiani offre il suo prestigio alla causa. Darà una mano anche Fratoianni, leader di Sinistra italiana. Non ci sarà invece l’attivista Luca Casarini: il capo della missione di Mediterranea non salirà sulla Mare Ionio che oggi riprende il mare («per rispetto verso l’inchiesta resto a disposizione della magistratura», spiega); ma seguirà i lavori da terra quindi niente corsa per le europee. Al Quirino, via video, arriverà il sostegno della scrittrice Michela Murgia e dell’attore Peppino Mazzotta, l’ispettore Fazio di Montalbano.

 

DAL PALCO FRA GLI ALTRI parlerà Cue, il suo vice Paolo Ferrero e Maurizio Acerbo (segretario Prc). Ma anche il senatore Francesco Laforgia, ultimo arrivato in famiglia, che ieri con il deputato Luca Pastorino (ex Possibile) ha varato a Firenze l’associazione «èViva» con gli autoconvocati di Leu (dopo la frammentazione di Leu Piero Grasso «ha preferito sottrarsi a ogni scelta di campo», viene riferito). «Ci siamo messi in cammino», dice Laforgia, «green New Deal, patrimoniale, riduzione dell’orario di lavoro, art. 18: facciamo appello a tutte le forze che condividono i nostri obiettivi di unirsi in un unico grande soggetto della sinistra». Appello già sentito più volte. Sempre finito male, fin qui. Per fortuna non è questo il collante della lista La sinistra, stavolta si tratta di una confluenza. Del resto si riparlerà dopo il 26 maggio. d.p.

10/04/2019

di Stefano Galieni

Left 

 

Il messaggio è chiaro e inequivocabile: «Una sola lista a sinistra del Pd e alternativa in Europa». Lo hanno spiegato con accenti diversi i partecipanti alla conferenza stampa dove è stato reso noto il simbolo con cui un fronte di forze antiliberiste, femministe, antirazziste ed ecologiste, si presenta alle prossime elezioni europee del 26 maggio.

 

Il progetto illustrato a Roma, presso l’Hotel Nazionale, in piazza Montecitorio, è semplice: mai come questa volta saremo costretti a parlare di Europa e il Parlamento di Strasburgo di fatto impone di riconoscersi in quelle che sono le fondamentali “famiglie europee”. Quella socialista, incarnata in Italia dal Pd, quella liberale dell’Alde, in cui confluiranno gli eventuali eletti di Più Europa, attenti ai diritti civili ma distanti anni luce dalla sinistra rispetto ai diritti sociali e alle tematiche ambientaliste spesso incompatibili con i grandi interessi. E poi i Verdi con cui in Europa spesso si sono condivise battaglie fondamentali per il futuro e per il presente del pianeta ma che spesso non arrivano a criticare alle radici il modello di sviluppo.

 

Tralasciando ovviamente le famiglie del centro destra (che nel continente hanno governato da decenni con le forze socialiste) restano il gruppo Gue/Ngl e il Partito della sinistra europea, European left per come è scritto sul simbolo, di cui la lista presentata oggi, “La Sinistra”, fa parte. I sondaggi danno questa sinistra in Europa in crescita, da noi si è riusciti oggi a definire un percorso che potrà portare nuova linfa ad un progetto e ad un gruppo peraltro nato proprio a Roma nel lontanissimo 2004. Una sinistra che prova a riunirsi, non per la sopravvivenza di ceti politici, come un pensiero populista dominante tende a raccontare, ma per un patrimonio di contenuti comuni, di battaglie sociali e politiche, per un simile approccio al mondo, al presente e al futuro, che le altre forze in campo non hanno.

 

Lo ha segnalato molto bene nel suo intervento Eleonora Forenza, europarlamentare uscente, disegnando le ragioni di questo “terzo spazio” incompatibile tanto con il liberismo sfrenato che ha accomunato con le politiche di austerity liberali, popolari e socialisti, quanto con il nazionalismo xenofobo e oscurantista delle destre sovraniste che governano anche in Italia. «I movimenti delle donne, quelli ambientalisti e antirazzisti che hanno riempito le piazze di primavera – ha sottolineato Forenza che si ricandiderà alle elezioni – sono la dimostrazione che c’è una parte di Paese che vuole avere un futuro diverso da quello che gli viene imposto oggi. Noi siamo e rivendichiamo di essere quelle e quelli dei porti aperti. Il governo italiano è quello che utilizza la parola “solidarietà” come richiesta da fare all’Europa per fermare i migranti; noi siamo invece solidali con i 49 richiedenti asilo della Mare Jonio, criminalizzati da Salvini e dal M5s».

 

Maurizio Acerbo, segretario del Prc-Se ha sottolineato come, a differenza di quanto affermato dalle sedicenti opposizioni in Italia, da noi il problema non sia risolvibile dando qualcosa ai poveri ma affrontando alla radice il tema delle diseguaglianze sociali. Una parola che ha accomunato tutti gli interventi è stata quella di una “patrimoniale” con cui ristabilire anche la logica per cui bisogna prendere da chi ha di più e non continuare a strozzare chi non ha più niente. L’Europa delle politiche neoliberiste volute da tutti, dei trattati votati da tutti, a cominciare da Maastricht, tranne che dalle forze che si riconoscono oggi in questa lista, ha prodotto in questi anni 110 milioni di poveri, una cifra enorme. «Venendo qui – ha concluso Acerbo – ho visto i manifesti di Fratelli d’Italia in cui si diceva di volere cambiare totalmente l’Europa. Quasi a voler far credere che siano stati gli ufo a votare le norme che ci hanno ridotto così. Se Salvini oggi rischia di raggiungere risultati enormi è colpa di un centro sinistra che non ha voluto ascoltare le nostre richieste e gli allarmi che lanciavamo».

 

Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana Si, partendo anche dalla fine di una esperienza come Liberi e uguali, delinea i tanti punti che rendono il progetto de “La Sinistra” diverso e non assimilabile ad altri. «Le nostre posizioni sui trattati, sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, sulla guerra, sul diritto d’asilo, sui diritti sociali – ha ribadito – non sono neanche “rivoluzionarie”, di patrimoniale parla anche il Partito democratico americano, lavorare meno è ormai pratica anche in alcuni Paesi europei e fa parte del dibattito politico normalmente. Da noi sembra impossibile». Entro la settimana verranno resi noti i nomi delle candidate e dei candidati, che si vogliono non solo come espressione dei partiti ma soprattutto della ricchezza del mondo associativo e dei movimenti con cui si è in relazione. Una lista quindi chiara e netta nei contenuti ma aperta al mondo ampio di chi si oppone ad un modello di vita considerato inaccettabile. Domenica 14 aprile si svolgerà una assemblea di lancio della lista a Roma, al teatro Quirino, in via delle Vergini 7 a partire dalle 10.

Piero Bevilacqua 

07/04/2019

 

Anche le parole, come i libri, hanno la loro fortuna e il loro destino. In Italia patrimoniale è fra quelle che si portano dietro un’aura di sventura tale da farla fuggire come la peste. Eppure è la parola chiave, l’idea-leva che potrebbe rovesciare la tendenza al declino del paese Italia. Perché uno dei meccanismi che bloccano il dinamismo economico e sociale è la sempre più squilibrata disuguagliana della ricchezza e la latitanza di un potere pubblico in grado di rovesciarla in tempi brevi, tramite un piano strategico di investimenti.

 

In Italia il fenomeno universale della disuguaglianza si intreccia a un’altra grave questione: un frattura crescente con le nuove generazioni. E’ in atto da anni una lotta di classe che la mia generazione muove contro la gioventù italiana. Dieci anni fa Massimo Livi Bacci documentò con ricchezza di dati gli svantaggi dei nostri giovani rispetto alle posizioni dei loro coetanei europei nei confronti dei loro padri: sul piano del reddito, dell’accesso al lavoro, dell’autonomia, godimento di servizi, ecc. (Avanti giovani, alla riscossa, il Mulino, 2008)

C’è ragione di credere che da allora le cose siano peggiorate. Tale sopraffazione si dispiega oggi non solo con leggi sul mercato del lavoro, con l’istituzione della precarietà anche nella PA, con la sottrazione di risorse alla scuola, all’università, alla ricerca, con la devastazione dell’ambiente. Alcune forme di sbarramento hanno del clamoroso.

 

Siamo al paradosso che imponiamo il numero chiuso all’accesso all’Università e mancano i medici per far funzionare gli ospedali. Quando il rettore della maggiore Università d’Italia difende il numero chiuso per l’iscrizione a medicina, con la motivazione che chi supera la selezione gode delle stutture didattiche in maniera ottimale, incarna l’immagine paradigmatica di una classe dirigente rassegnata allo status quo.

 

Ma c’è una sopraffazione di fondo che occorrerebbe mettere in luce. Come mostrano periodicamente le statistiche della Banca d’Italia, le famiglie abbienti aumentano costantemente i loro risparmi, mentre il paese non è in grado di fare investimenti significativi nella formazione e nella ricerca.

 

Nel 2016, nonostante il calo di valore degli immobili, nonostante le modeste prove dell’economia generale del Paese,a dispetto dell’aumento ben noto della povertà tra ampi strati di popolazione, la ricchezza totale delle famiglie italiane era ben 8,9 volta il reddito disponibile, fra le più alte dei paesi ricchi.Inoltre, degno di nota, << Nel confronto con gli altri paesi, il debito delle famiglie italiane rimane il più basso.>>. Ma nella Indagine del novembre 2018 è segnalato un dato che conferma la concentrazione della ricchezza tra le generazioni anziane e il loro connotato conservatore e difensivo: gli “strumenti assicurativi e pensionistici sono al massimo storico del 23 per cento della ricchezza finanziaria.”

 

Dunque mentre tantissime famiglie accumulano risparmi, i loro figli sono costretti a andare in giro per il mondo se vogliono laurearsi, trovare lavoro, fare ricerca. Mentre i rapporti asimmetrici nel lavoro e un sistema fiscale non progressivo perpetuano le disuguaglianze, accrescono un risparmio passivo sottratto agli investimenti utili alle nuove generazioni all’intero paese.


Ma come si rovescia tale tendenza? E’ evidente che quelli che continuiamo a chiamare partiti, ridotti ad agenzie di marketing elettorale, non si avventurano a propugnare una patrimoniale, perché è parola d’ordine che non porta voti: l’unica mira ideale del ceto politico contemporaneo.

 

Occorrebbe una mobilitazione di massa, rendere consapevoli le nuove generazioni che la posta in gioco è il loro avvenire e che gli avversari da persuadere sono i loro padri e i loro nonni, nella attuale configurazione polìtica e di classe.

 

Come stanno facendo gli studenti di tutto il mondo per riscaldamento climatico. Essi non persuaderanno nessuno se non irrompono sulla scena con una capacità intransigente di conflitto, con idee e proposte fattibili a cui piegare la volontà dei governi. Ma i giovani possono montare manifestazioni, non possiedono organizzazioni stabili che li supporti.

 

Per questo trovo di portata strategica l’irruzione del sindacato su tale terreno. La recente intervista a Landini (Repubblica, 3.4.2019) in cui si propone << un piano straordinario di investimenti pubblici e privati che si inserisca in una idea di Paese basata su un nuovo modello di sviluppo>>, va incoraggiata, anche per le modalità adombrate di realizzazione: << sperimentare veicoli finanziari alimentati da banche e Cdp finalizzati a investimenti>>.

 

Se il termine patrimoniale spaventa si potrebbe pensare ad un prestito forzoso a lunga scadenza con un bassisimo tasso d’interesse, destinando un massa cospicua di risorse agli obiettivi proposti da Landini.
Ma occorrerebbe una discussione seria nel paese.Persuadere i ceti dominanti dell’utilita generale di tale operazione. Chiamando la patrimoniale un “patto di coooperazione tra due generazioni”.

Riccardo Chiari

MILANO

 

Lavoro mortale. Due operai muoiono in una cantiere a Piave Emenuele nel milanese, un terzo a Brentino Belluno in Val d'Adige. Da inizio anno già 158 vittime, la Cgil denuncia: "In questo tragico scenario, il governo taglia mezzo miliardo delle tariffe Inail destinate alla prevenzione degli infortuni, alla formazione e alla sicurezza”.

 

Questa volta a non essere tornati a casa dopo il lavoro sono stati Salvatore Borriello, 47 anni, e Domenico Palumbo, 54, che dalla natìa Campania erano saliti al nord, a Pieve Emanuele nel milanese, per realizzare paratie divisorie tra i binari e i vicini terreni agricoli nei pressi della locale stazione ferroviaria. Il lavoro in appalto dato da Rfi alla Cefi srl di Casoria, ditta di cui i due operai erano dipendenti, era per giunta considerato inutile dal sindaco Paolo Festa, subito accorso al cantiere: “Rfi aveva iniziato a costruire questo muro di separazione, ma io avevo detto che non serviva, e avevo chiesto la costruzione di una ciclopedonale di collegamento fra la vecchia strada oggi chiusa e il sottopasso ferroviario”.

 

Per certo i due operai sono stati travolti da una cassaforma in metallo che, con una gru azionata da un terzo operaio, stava per essere posizionata. E’ stata già aperta una inchiesta, per omicidio colposo, dal dipartimento salute e sicurezza sui luoghi di lavoro della procura milanese, guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano.

 

Le segreterie provinciali di Fillea Cgil, Feneal Uil e Filca Cisl e Fillea Cgil hanno denunciato, per l’ennesima volta, i drammi e le tragedie dovuti all’insicurezza nel settore edile: “Con i primi segnali di ripresa del settore sono ripresi a crescere gli infortuni, segno che non si fa ancora abbastanza per formare adeguatamente i nostri lavoratori, e per mettere in atto tutte quelle azioni di prevenzione necessarie per garantire di tornare a casa la sera dai propri cari”.

 

Dalla Cgil di Milano anche un monito: “Oltre a ricostruire la dinamica dell’incidente mortale, confidiamo nelle indagini per individuare con certezza le responsabilità, per evitare come spesso accade di parlare di ‘tragica fatalità’. E’ necessario garantire la piena applicazione delle leggi, e applicare il protocollo di intesa sulla sicurezza in ambiti particolarmente a rischio, firmato in Prefettura il 20 aprile scorso. Non si può più aspettare”.

 

Sempre ieri un terzo omicidio bianco è avvenuto a Brentino Belluno, comune veronese in Val d’Adige, vittima un operaio rimasto schiacciato da un camion che trasportava bitume durante i lavori di asfaltatura di una strada. Sono diventati così ben 158 i morti nei luoghi di lavoro dall’inizio del 2019 in Italia, quasi due al giorno e senza considerare le vittime “in itinere”, che sono state ancor di più. “Un dato terribile – sottolinea l’Osservatorio indipendente di Bologna – ma rispetto al quale l’attenzione politica e mediatica si accende solo a intermittenza. Eppure il 2018 è stato un anno funesto: secondo i dati ufficiali dell’Inail ci sono state 1.133 vittime, in crescita del 10% rispetto al 2017. Ma sono anche gli infortuni denunciati a lievitare: 641.261, più 0,9%”.

 

Solo la settimana scorsa a Padova c’era stata una adesione pressoché totale allo sciopero di otto ore dei metalmeccanici della provincia, dopo gli ennesimi infortuni mortali che vedono, non per caso, ai primi posti della tragica classifica la Lombardia, l’Emilia Romagna e appunto il Veneto. Insomma l’ “operoso” nord del paese, Nell’occasione Fiom Fim e Uilm avevano detto forte e chiaro: “Nessuno può accettare condizioni di lavoro che mettano a repentaglio la propria vita”.

 

Eppure di fronte a questi numeri, denuncia la Cgil, appare sconcertante il recentissimo l’annuncio del ministro del lavoro Luigi Di Maio di un taglio delle imposte sul lavoro pagate dagli imprenditori, che in alcuni casi arriverà fino al 30%, senza specificare che questo sarà finanziato da un taglio di circa mezzo miliardo, in tre anni, ai fondi che servono a incentivare gli imprenditori a migliorare la sicurezza sul posto di lavoro. Sul punto Filt e Fillea Cgil insistono: “In questo tragico scenario non aiuta il taglio delle tariffe Inail destinate alla prevenzione degli infortuni, alla formazione e alla sicurezza”.

Eleonora Martini

ROMA

 

Periferie. L’amministrazione capitolina cede alle proteste e sposta le «famiglie fragili» in altri centri. La procura apre un’inchiesta sulle violenze scoppiate martedì sera nel quartiere romano.

 

Il bambino di cinque o sei anni trotterella dietro alla madre su via dei Codirossoni, a Torre Maura, finché non passa davanti al cancello del centro di accoglienza «Savi» dove da martedì sera sono asserragliate 77 persone di etnia Rom Khorakhané, compresi 33 bambini e alcune donne incinta. In un attimo, appena vede qualcuno uscire dalla struttura che fino a qualche mese fa accoglieva profughi africani, il bambino si ferma, fa la faccia cattiva, stende il braccio, punta l’indice e il dito medio uniti, il pollice dritto all’insù e… «pum». Qualcuno deve avergli insegnato il “gioco” dello sparare allo «zingaro».

 

Tute da ginnastica dai colori accecanti, ragazzini obesi, jeans strappati che mostrano calze a rete, nuche e tempie rasate, eloqui strascicati, croci celtiche e cristi sanguinanti tatuati in bella vista. «Questi da qui se ne devono anna’, sennò damo foco a tutto», ripetono davanti alla selva di microfoni e telecamere giunte sul posto dopo la rivolta di martedì sera. Le donne hanno piazzato alcune sedie davanti all’edificio – che cade a pezzi come tutti gli altri – per tenere d’occhio i nuovi “nemici”.

 

LA RABBIA È a fior di pelle ma non è uno stato d’animo passeggero. Ed è comodo credere che sale solo perché fomentata dai fascisti di Casa Pound e Forza Nuova, che pure sono accorsi immediatamente per inzuppare il pane in questo amaro brodo. La rabbia cresce insieme all’erba dei campi abbandonati tra questi stradoni di periferia dove la bella Roma è solo una cartolina esotica, si nutre del buio delle strade senza lampioni, della paura di attraversarle, degli autobus che non passano e della metropolitana appena aperta e già malfunzionante, del lavoro che non c’è, delle case popolari diroccate che nessuno ripara, dello spaccio che è l’unico sbocco, della scuola che è solo un vago e brutto ricordo, dell’eroina che lenisce i dolori. La rabbia è perciò l’unico orizzonte possibile.

 

E non si placa neppure quando i primi nove Rom vengono caricati sull’autobus del Comune per essere trasferiti di nuovo in qualche altro centro di accoglienza per persone fragili tenuto segreto. Calci al pullman, sputi, saluti romani e l’Inno d’Italia cantato a mo’ di coro da stadio. Esplode anche una bomba carta. A prendere l’iniziativa è solo una manciata di persone, una ventina di uomini, ma tutti gli altri assistono.

 

UNA DECISIONE, quella di spostare di nuovo queste «famiglie fragili», arrivata ieri mattina dopo un lungo vertice in Campidoglio durato fino a tarda notte. Mentre la procura apriva un’inchiesta sull’accaduto. Un provvedimento che cede ai ricatti dei rivoltosi anche se accompagnato da parole di condanna: «Non possiamo cedere all’odio razziale di chi continua a fomentare questo clima e continua a parlare alla pancia delle persone. E mi riferisco particolarmente a CasaPound e Forza Nuova – ha detto la sindaca Virginia Raggi – Sono intervenuta per evitare che la situazione degenerasse, per tutelare i tanti cittadini onesti di quel quartiere e i 33 bambini Rom che rischiavano la vita. C’era un clima molto pesante, di odio. La procura ha aperto un fascicolo proprio per odio razziale. Li stiamo ricollocando in altri centri di tutto il territorio cittadino perché il dovere dell’amministrazione è quello di tutelare la vita e l’incolumità delle persone».

 

A TORRE MAURA però si difendono come possono e sanno: «Questa è la discarica di tutto, e i razzisti siamo noi?», urla ai cronisti una donna. Eppure, anche se forse non ne sono consapevoli, xenofobi lo sono. Di sicuro, non adatti ad accogliere famiglie «fragili» da reinserire nella società. Malgrado ciò, in questo quadrante est di periferia romana, nel VI Municipio, – il più povero di Roma, con un reddito medio imponibile di 17 mila euro circa per ciascun residente, su una media di quasi 26 mila euro per ogni romano, secondo una recente indagine del Comune – sono stati dislocati 15 centri di accoglienza per richiedenti asilo sui 49 di tutta Roma.

 

In questo contesto, martedì sera l’estrema destra romana ha avuto gioco facile a far divampare le fiamme. La procura sta visionando i filmati girati dalla Digos quando alcuni presenti tra la folla hanno distrutto i pasti riservati ai Rom, hanno incendiato un paio di cassonetti, un camper parcheggiato nelle vicinanze appartenente ad un’altra famiglia Rom e l’auto di servizio della cooperativa che lavora all’interno della struttura d’accoglienza. «Se c’è un’indagine per istigazione all’odio razziale è una medaglia. Il razzismo qui è verso gli italiani», blatera Mauro Antonini, responsabile del Lazio per Casapound, arrivato sul posto nel pomeriggio.

 

IL PD INVECE attacca la sindaca: «Ancora una volta l’incapacità di governo del M5S ha messo a dura prova la tenuta sociale della nostra città. L’ennesima scelta calata dall’alto senza essere accompagnata e condivisa con il contesto sociale ha generato una giornata terribile per Roma», scrivono i dem romani in una nota dimenticando che una situazione simile si verificò anche nel 2014 nella vicina Tor Sapienza. Allora però, se non altro, il sindaco Ignazio Marino ebbe il coraggio di andare a prendersi gli insulti dei cittadini in rivolta, anche allora fomentati dai fascisti.

 

«I romani non sono intolleranti, né razzisti nei confronti dei Rom che, come ha opportunamente ricordato il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla, vivono numerosi in case private o alloggi di edilizia residenziale pubblica della zona – fa notare il deputato di +Europa Riccardo Magi – Quello che i romani non vogliono sono i campi e i “centri di raccolta Rom”: ghetti illegali e costosissimi che il Piano avviato dalla sindaca Raggi nel 2017 avrebbe dovuto chiudere e che invece vengono riproposti».

Eleonora Martini

ROMA

 

Periferie. L’amministrazione capitolina cede alle proteste e sposta le «famiglie fragili» in altri centri. La procura apre un’inchiesta sulle violenze scoppiate martedì sera nel quartiere romano.

 

Il bambino di cinque o sei anni trotterella dietro alla madre su via dei Codirossoni, a Torre Maura, finché non passa davanti al cancello del centro di accoglienza «Savi» dove da martedì sera sono asserragliate 77 persone di etnia Rom Khorakhané, compresi 33 bambini e alcune donne incinta. In un attimo, appena vede qualcuno uscire dalla struttura che fino a qualche mese fa accoglieva profughi africani, il bambino si ferma, fa la faccia cattiva, stende il braccio, punta l’indice e il dito medio uniti, il pollice dritto all’insù e… «pum». Qualcuno deve avergli insegnato il “gioco” dello sparare allo «zingaro».

 

Tute da ginnastica dai colori accecanti, ragazzini obesi, jeans strappati che mostrano calze a rete, nuche e tempie rasate, eloqui strascicati, croci celtiche e cristi sanguinanti tatuati in bella vista. «Questi da qui se ne devono anna’, sennò damo foco a tutto», ripetono davanti alla selva di microfoni e telecamere giunte sul posto dopo la rivolta di martedì sera. Le donne hanno piazzato alcune sedie davanti all’edificio – che cade a pezzi come tutti gli altri – per tenere d’occhio i nuovi “nemici”.

 

LA RABBIA È a fior di pelle ma non è uno stato d’animo passeggero. Ed è comodo credere che sale solo perché fomentata dai fascisti di Casa Pound e Forza Nuova, che pure sono accorsi immediatamente per inzuppare il pane in questo amaro brodo. La rabbia cresce insieme all’erba dei campi abbandonati tra questi stradoni di periferia dove la bella Roma è solo una cartolina esotica, si nutre del buio delle strade senza lampioni, della paura di attraversarle, degli autobus che non passano e della metropolitana appena aperta e già malfunzionante, del lavoro che non c’è, delle case popolari diroccate che nessuno ripara, dello spaccio che è l’unico sbocco, della scuola che è solo un vago e brutto ricordo, dell’eroina che lenisce i dolori. La rabbia è perciò l’unico orizzonte possibile.

 

E non si placa neppure quando i primi nove Rom vengono caricati sull’autobus del Comune per essere trasferiti di nuovo in qualche altro centro di accoglienza per persone fragili tenuto segreto. Calci al pullman, sputi, saluti romani e l’Inno d’Italia cantato a mo’ di coro da stadio. Esplode anche una bomba carta. A prendere l’iniziativa è solo una manciata di persone, una ventina di uomini, ma tutti gli altri assistono.

 

UNA DECISIONE, quella di spostare di nuovo queste «famiglie fragili», arrivata ieri mattina dopo un lungo vertice in Campidoglio durato fino a tarda notte. Mentre la procura apriva un’inchiesta sull’accaduto. Un provvedimento che cede ai ricatti dei rivoltosi anche se accompagnato da parole di condanna: «Non possiamo cedere all’odio razziale di chi continua a fomentare questo clima e continua a parlare alla pancia delle persone. E mi riferisco particolarmente a CasaPound e Forza Nuova – ha detto la sindaca Virginia Raggi – Sono intervenuta per evitare che la situazione degenerasse, per tutelare i tanti cittadini onesti di quel quartiere e i 33 bambini Rom che rischiavano la vita. C’era un clima molto pesante, di odio. La procura ha aperto un fascicolo proprio per odio razziale. Li stiamo ricollocando in altri centri di tutto il territorio cittadino perché il dovere dell’amministrazione è quello di tutelare la vita e l’incolumità delle persone».

 

A TORRE MAURA però si difendono come possono e sanno: «Questa è la discarica di tutto, e i razzisti siamo noi?», urla ai cronisti una donna. Eppure, anche se forse non ne sono consapevoli, xenofobi lo sono. Di sicuro, non adatti ad accogliere famiglie «fragili» da reinserire nella società. Malgrado ciò, in questo quadrante est di periferia romana, nel VI Municipio, – il più povero di Roma, con un reddito medio imponibile di 17 mila euro circa per ciascun residente, su una media di quasi 26 mila euro per ogni romano, secondo una recente indagine del Comune – sono stati dislocati 15 centri di accoglienza per richiedenti asilo sui 49 di tutta Roma.

 

In questo contesto, martedì sera l’estrema destra romana ha avuto gioco facile a far divampare le fiamme. La procura sta visionando i filmati girati dalla Digos quando alcuni presenti tra la folla hanno distrutto i pasti riservati ai Rom, hanno incendiato un paio di cassonetti, un camper parcheggiato nelle vicinanze appartenente ad un’altra famiglia Rom e l’auto di servizio della cooperativa che lavora all’interno della struttura d’accoglienza. «Se c’è un’indagine per istigazione all’odio razziale è una medaglia. Il razzismo qui è verso gli italiani», blatera Mauro Antonini, responsabile del Lazio per Casapound, arrivato sul posto nel pomeriggio.

 

IL PD INVECE attacca la sindaca: «Ancora una volta l’incapacità di governo del M5S ha messo a dura prova la tenuta sociale della nostra città. L’ennesima scelta calata dall’alto senza essere accompagnata e condivisa con il contesto sociale ha generato una giornata terribile per Roma», scrivono i dem romani in una nota dimenticando che una situazione simile si verificò anche nel 2014 nella vicina Tor Sapienza. Allora però, se non altro, il sindaco Ignazio Marino ebbe il coraggio di andare a prendersi gli insulti dei cittadini in rivolta, anche allora fomentati dai fascisti.

 

«I romani non sono intolleranti, né razzisti nei confronti dei Rom che, come ha opportunamente ricordato il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla, vivono numerosi in case private o alloggi di edilizia residenziale pubblica della zona – fa notare il deputato di +Europa Riccardo Magi – Quello che i romani non vogliono sono i campi e i “centri di raccolta Rom”: ghetti illegali e costosissimi che il Piano avviato dalla sindaca Raggi nel 2017 avrebbe dovuto chiudere e che invece vengono riproposti».

03/04/2019

da Il Manifesto

Carlo Lania

 

Nessuno deve sapere . L'sos lanciato da Alarm Phone: «I libici non hanno risposto». E intanto l’Olanda blocca con un pretesto la nave di Sea Watch.

 

L’ultima volta che è riuscito a contattare la piattaforma Alarm Phone è stato poco dopo le 22 di lunedì: «Ci hanno mandato la posizione Gps, ma la comunicazione si è interrotta», hanno spiegato ieri i volontari che lavorano al servizio telefonico di soccorso per i migranti. «Siamo riusciti a ricontattarli sono una volta, alle 22,02 e da quel momento nessun risponde al telefono».

 

L’allarme è per un gommone con bordo una cinquantina di persone, tra le quali anche donne e bambini, partito dalla Libia e del quale si sono perse le tracce quando si trovava a nord della città di Zuwara , ancora in acque territoriali libiche. Nonostante questo sarebbero però stati del tutti inutili, secondo Alarm Phone, i tentativi di allertare le autorità di Tripoli perché intervenissero in soccorso dei migranti. «Abbiamo cercato di contattare la cosiddetta Guardia costiera libica ininterrottamente, su diversi numeri di telefono e quando abbiamo informato l’Mrcc Roma della mancanza di risposta della Libia ci hanno passato un numero che avevamo già tentato diverse volte senza esito. La Guardia costiera italiana – è la conclusione di Alarm Phone – non ci fornisce né informazioni né ci dice se sono riusciti a contattare le autorità libiche.

 

Impossibile sapere che fine abbiano fatto le persone che si trovavano a bordo del gommone.

 

Da quando Alarm Phone ha twittato la notizia dell’imbarcazione in difficoltà l’unica nave di una ong ancora presente nel Mediterraneo centrale, l’Alan Kurdi della tedesca Sea Eye, ha cominciato le ricerche, rimaste però senza esito fino a ieri sera. «Succede sempre così: le notizie delle emergenze si sanno solo se a lanciare l’allarme è Alarm Phone oppure se c’è la nave di qualche ong pronta a intervenire. Altrimenti le autorità non dicono mai niente» accusa da Barcellona Riccardo Gatti, capo missione della ong spagnola Open Arms alla quale da mesi il governo di Madrid impedisce di riprendere il mare.

 

Solo nel pomeriggio di ieri una nota della Guardia costiera italiana ha reso noto di aver «immediatamente inoltrato» le informazioni ricevute al mattino da Alarm Phone alla Guardia costiera libica che – viene spiegato – ha assicurato l’avvenuta ricezione degli elementi forniti per le successive azioni di competenza».

 

A quanto pare, però, da Tripoli non sarebbe partita neanche una motovedetta alla ricerca del gommone. A chiarirlo è la stessa Guardia costiera libica che in serata rilascia a sua volta una nota in cui si polemizza con le ong senza dare nessuna informazione utile sulla sorte delle persone che si trovavano a bordo del gommone. «La segnalazione ricevuta era incompleta», ha detto l’ammiraglio Ayob Amr Ghassem, portavoce della Marina libica. «Abbiamo ricevuto un allerta da parte italiana in base al quale il gommone si sarebbe trovato 45 miglia a est di Zuwara e che gli italiani avevano ricevuto una richiesta di soccorso senza alcuna altra informazione. Abbiamo deciso di non rispondere a richieste illusorie e incomplete».

 

Solo quattro giorni fa Bruxelles ha ripetuto come la Libia non possa essere considerato un paese sicuro per i migranti, tanto che nessuna nave della missione europea Sophia vi ha mai riportato quelli tratti in salvo. Come se non bastasse, lo stesso concetto è stato ribadito ieri anche dall’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni che fa capo all’Onu, che ha definito le condizioni dei campi in cui vengono detenuti «in maniera arbitraria» i migranti come «inaccettabili e disumane».

 

E’ da un anno ormai, da quando è cominciata la campagna di delegittimazione delle organizzazioni umanitarie, che gli Stati membri dell’Ue fanno di tutto per impedire alle navi delle organizzazioni umanitarie di essere presenti e testimoniare quanto avviene nel Mediterraneo. Dopo gli spagnoli di Open Arms, adesso tocca alla nave Sea Watch 3 della ong tedesca Sea Watch ma battente bandiera olandese. Pur di tenerla ferma a Marsiglia, dove la nave si trovava per lavori di manutenzione finiti ormai da tempo, il ministero per le Infrastrutture olandese ha varato un provvedimento – entrato i vigore ieri – che impone alle navi impegnate nelle operazioni di ricerca e salvataggio di attrezzarsi nel caso debbano ospitare a bordo i migranti per periodi lunghi come conseguenza della chiusura dei porti. «Non possiamo essere ritenuti responsabili delle situazioni disumane dello stallo in mare deliberatamente create dagli Stati membri», ha spiegato ieri il presidente di Sea Watch, Johannes Bayer. «Bloccare la nostra nave giustificandolo con timori per la ’sicurezza’ è un argomento illogico quando l’alternativa è che le persone siano lasciate affogare».

da Controlacrisi

02/04/2019

 

Le statistiche aiutano ma solo se rapportiamo i numeri ad una analisi oggettiva della realtà. Il nostro paese vive da troppi anni una crisi salariale e occupazionale che ha indebolito il potere di acquisto di salari e pensioni prosciugando anche parte dei risparmi familiari che dal 2008 ad oggi hanno iniziato ad assottigliarsi.

 

Gli assegni previdenziali scontano oggi, e in futuro, le riforme pensionistiche degli ultimi 20 anni che hanno decretato la fine di ogni aggancio autonomatico al costo della vita, il calcolo secondo il sistema contributivo era finalizzato a ridurre la spesa pubblica ma allo stesso tempo ha avuto ripercussioni negative sulla capacità di spesa. I pensionati da tempo svolgono un ruolo determinante per la sopravvivenza di interi nuclei familiari, sono l'ammortizzatore sociale indispensabile in nuclei dove il lavoro è spesso part time o precario e le retribuzioni fin troppo basse.

 

Fin qui niente di nuovo, giorni fa abbiamo letto che gran parte dei salari prevedono una paga oraria inferiore a 9 euro l'ora, oggi scopriamo che anche le pensioni basse sono piu' diffuse di quanto pensavamo.

 

Superano dieci milioni le pensioni con un importo assai inferiore a quello indicato per il reddito di cittadinanza, sono dati dell'Inps che spiegano come quasi 11 milini di prestazioni, pari al 63% del totale, sono inferiori a 750 euro mensili. Se poi limitiamo la statistica alle sole donne si scopre che la percentuale arriva quasi al 75% del totale delle pensioni a confermare che proprio le donne vengono pagate meno e in vecchiaia , avendo meno contributi, percepiscono assegni previdenziali leggeri.

 

In un colpo solo scopriamo che la economia dei lavoretti riguarda soprattutto le donne come del resto la stragrande maggioranza dei part time, la questione salariale è del resto anche discriminazione di genere.

 

L'idea di mettere mano alle pensioni svela scenari preoccupanti, basti pensare che eliminando gli assegni di reversibilità o riducendo quelle di invalidità civile e per cause del lavoro avremmo assegni ancora piu' leggeri. Le pensioni calcolate con il sistema contributivo sono sempre piu' leggere e continueranno a calare in prospettiva futura, se poi pensiamo che innumerevoli prestazioni sanitarie sono escluse dalla gratuità della prestazione, è lecito pensare che dopo una vita magra, fatta di precarietà e lavoretti arriverà anche una vecchiaia in miseria.

 

La fragilità salariale e previdenziale sono il risultato delle riforme avvenute dagli anni novanta ai nostri giorni, tutte finalizzate a ridurre la spesa pensionistica, a sganciare le pensioni dalla rivalutazione, per non parlare poi dei contratti siglati con aumenti irrisori. Meno salario, contributi ridotti e calcoli dell'assegno svantaggiosi per la forza lavoro, è questa la emergenza taciuta in Italia, l'emergenza salariale che riguarda chi è ancora in produzione e quanti sono in pensione o vi andranno nei prossimi anni..

 

Fino ad oggi ha tenuto il pubblico impiego solo perchè i lavoratori avevano gran parte della pensione calcolata con il retributivo ma nei prossimi anni le cose cambieranno e in peggio. Se poi dovessimo guardare alle pensioni di anzianità o anticipate scopriremmo che nel 2018 gran parte delle liquidazioni ha riguardato gli uomini, circa il 73%, le donne sono entrate tardi nel mercato del lavoro e tardi ne usciranno con assegni previdenziali irrisori.


Numerose poi sono le pensioni assistenziali, oggi rappresentano il 22% di quelle esistenti se escludiamo i settori della Pubblica amministrazione. Fatti due calcoli, il Governo scopre che nei prossimi anni , anche e soprattutto per l'invecchiamento della popolazione, la spesa previdenziale aumenterà, da qui la necessità di abbassare ulteriormente gli assegni individuali tagliando anche alcuni assegni pensionistici.


Quest’anno si parla di circa 290mila nuove pensioni anticipate con la “quota 100”, praticamente il doppio delle pensioni di anzianità del 2018 e senza capire quale sarà la spesa delle nuove pensioni di cittadinanza, prestazioni che andranno ad integrare i trattamenti previdenziali inferiori ai 750 euro mensili.
Epoi sullo sfondo tornano a crescere le domande di cassa integrazione straordinaria, in un anno cresciute del 25%, e le domande di disoccupazione (piu' 13,5%), dati eloquenti a dimostrare come l'emergenza lavoro e quella salariale rappresentino ancora oggi la priorità, una priorità tuttavia disconosciuta dal Governo e occultata dalle parti sociali che continuano a sottoscrivere contratti con aumenti irrisori e con anni di ritardo compensati da irrisorie una tantum in piu' trances. E' emblematico quanto sta accadendo nelle cooperative sociali, l'ultimo contratto nazionale arriva dopo 8 anni e i sindacati se la cavano con 300 euro di una tantum in due trances, con nuovi tabellari inadeguati. Nessun recupero salariale e un ulteriore cedimento in materia di diritto di sciopero, ecco il risultato della intesa contrattuale per le cooperative sociali sbandierata come conquista da parte di cgil cisl uil. Ma ormai si chiamano conquiste e vittorie quelle che sono invece solo sconfitte e ignobili rese.

Aureliano Paradiso

Verona

 

World Congress of Families . Il ghota globale dell’oscurantismo si scatena al chiuso. Giornalisti confinati in gabbia. Al via il conclave funebre, tra chi dice che l’«aborto è un delitto» e le donne che lo praticano «cannibali»

 

Il figurante vestito da centurione romano, che solitamente si fa immortalare insieme alle turiste giapponesi davanti all’Arena di Verona, è appoggiato al muro di un edifico e si guarda attorno con un’espressione spaesata. Anche se sicuramente abituato, visto che piazza Bra è da sempre il cuore pulsante di una delle città più turistiche d’Italia, forse non si aspettava nemmeno lui tutto questo via vai di gente, fin dal primo giorno. Sono invece già tantissimi gli stranieri (ma non solo) scesi in città per il primo dei tre giorni del World Congress of Families e stiamo parlando di vere e proprie delegazioni che si aggirano a frotte, mischiandosi alle scolaresche in gita, per le vie del centro storico, rigorosamente con il loro badge al collo e una borsa di tela in mano. Borsa che contiene presumibilmente i vari documenti distribuiti all’interno del Palazzo della Gran Guardia, dove si sta svolgendo l’evento.

 

Fra i vari gadget che i partecipanti hanno ricevuto c’è, però, anche un lugubre feto di gomma, offerto da uno degli sponsor, «Notizie Pro Vita»: il gadget rappresenta un embrione spacciato di dieci settimane di vita, accompagnato dalla scritta «L’aborto ferma un cuore che batte!». Un macabro richiamo a quelle che sono le effettive intenzioni di questo Wcf: la lotta alla legge 194. Non a caso, nelle dichiarazioni del mattino, c’è chi come il vescovo di Verona Giuseppe Zenti, prima di entrare in «conclave», ha dichiarato senza mezzi termini che «l’aborto non solo non è un diritto, è un vero e proprio delitto». E se il buon giorno si vede dal mattino in questa kermesse se ne vedranno davvero delle belle. Nel frattempo, all’esterno del Palazzo, è tutto un brulicare di televisioni che cercano di raccontare anche cosa avviene fuori dalla sede del congresso, visto che i giornalisti accreditati sono stati rinchiusi in una sorta di «gabbia» nel loggiato del Palazzo, allestita con schermi che ribaltano la diretta dei lavori, ma senza la possibilità di accedere direttamente alla sala principale. Un modo come un altro per limitare la libertà di stampa.

 

Nel frattempo, verso le due del pomeriggio, osserviamo l’Arciprete Dmitrij Smirnov, Presidente della Commissione patriarcale per la Famiglia e la Maternità della Chiesa Ortodossa Russa e Membro del Consiglio Supremo della stessa Chiesa (noto per aver paragonato le donne che hanno abortito ai cannibali), uscire dalla Gran Guardia presumibilmente per raggiungere l’albergo o un luogo dove pranzare. Un’attivista del «Movimento SiAmo» ne approfitta per schiaffargli in mano un volantino che punta il dito sui vaccini e le case farmaceutiche, per difendere il diritto alla maternità e all’esonero vaccinale per motivi etico-religiosi. Ognuno tira acqua al suo mulino.

 

Le misure di sicurezza all’esterno appaiono imponenti, con un dispiegamento di forze di polizia che qui di solito si vede solo dalle parti del Bentegodi, lo stadio cittadino, quando l’Hellas gioca in casa. In realtà i poliziotti, anche se numerosi, appaiono piuttosto rilassati e non particolarmente sul chi va là, perché in fondo non è venerdì la giornata «calda». Sarà ovviamente quella di oggi, quando la Verona un po’ «sonnacchiosa» di ieri lascerà spazio ad una città più reattiva, con numerose iniziative organizzate per dare una risposta forte e concreta ai contenuti che stanno emergendo dal Palazzo della Gran Guardia.

 

Si comincerà la mattina alle 10 con il Convegno al cinema K2 dal titolo «Libere di scegliere» con la partecipazione, fra le altre, di Livia Turco, Susanna Camusso, Monica Cirinnà e Laura Boldrini. A seguire, dalle 13, sul trecentesco ponte di Castelvecchio si terrà un grande flash mob che coinvolgerà centinaia di persone, mentre alle 14.30 in Piazzale XXV aprile di fronte alla stazione partirà il grande corteo unitario di protesta dal titolo «Verona Città Transfemminista». Si attendono migliaia di persone, da tutta Italia, per una mobilitazione senza precedenti. Ricordiamo, infine, che domenica 31 marzo, a chiusura dei lavori del Wcf, è in programma la «Marcia della Famiglia», organizzata in risposta alle manifestazioni di protesta di sabato.

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