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24/11/2020

Da il Manifesto

Alessandra Pigliaru

 

Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. In un lungo rapporto, ActionAid denuncia i fondi insufficienti e tardivi, Centri e Case rifugio in affanno; l'impegno politico-istitizionale è discontinuo, lo dichiara anche la rete Di.Re.

 

Il rapporto ActionAid diffuso ieri dal titolo Tra retorica e realtà. Dati e proposte sul sistema antiviolenza in Italia, fotografa la situazione della violenza maschile contro le donne prendendo in esame i fondi statali stanziati ai sensi della legge 93/2013 per l’implementazione del Piano triennale strategico adottato nel 2017 che si chiuderà con la fine del 2020. Lo stanziamento per il Piano antiviolenza prevede 132 milioni di euro; degli 84 destinati a protezione e supporto, 57,7 sono per le strutture di accoglienza, si tratta però di soldi – denuncia ActionAid – insufficienti e tardivi nell’arrivare a destinazione, non solo per ragioni burocratiche ma anche per l’impegno politico-istituzionale discontinuo.

 

OGNI ANNO, alla vigilia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, la difficoltà affrontata dai Centri antiviolenza viene evidenziata ma non ottiene risposte adeguate. «L’epidemia – dice Elisa Visconti, responsabile dei programmi ActionAid – ci ha dato lezioni che non dobbiamo dimenticare, prima tra tutte il ruolo essenziale dei Centri e delle case rifugio nel sostegno territoriale alle donne, che hanno dimostrato una grande capacità di adattamento nel reinventare un modello di intervento rapido che funziona solo con supporti adeguati».

 

Una prima azione sarebbe quella di rendere accessibili i fondi ma la lentezza è una prassi: al 15 ottobre del 2020, le Regioni avevano erogato il 72% dei fondi relativi all’annualità 2015-2016, il 67% per il 2017, il 39% per il 2018 e solo il 10% per il 2019. A questo affanno si aggiunge la pandemia il cui impatto, riguardo il lavoro dei Centri e delle Case rifugio (spazi che hanno proseguito a funzionare), è stato di moltiplicata avversità. Del resto, il quadro della violenza maschile, già preoccupante, durante il primo lockdown è peggiorato: già lo studio dell’Istat, pubblicato in agosto sulle chiamate al numero verde 1522 tra marzo e giugno, avvertiva dell’incremento di richieste di aiuto pari a +119% rispetto all’anno precedente per un totale di 15280 chiamate; altrettanto dicasi per le richieste tramite chat, passate da 417 a 2666 messaggi. Nelle 67 pagine di rapporto ActionAid, un focus è dedicato proprio al sistema di protezione italiano ai tempi del covid-19 che sottolinea come il primo confinamento abbia danneggiato i gruppi più vulnerabili (per esempio nella quasi sparizione di domande di aiuto da parte delle donne migranti).

 

IN LOMBARDIA, le operatrici dei Centri hanno evidenziato una contrazione del personale a causa o di contagi, o di fattori di rischio delle volontarie o di quarantena. I dispositivi di protezione individuale insufficienti ed estenuante tenuta psichica, le operatrici si sono avvalse dei sostegni psicologici delle colleghe dei Centri. La mancanza di linee guida e coordinamento con le istituzioni viene lamentata dalla Lombardia, che non ha attivato fondi regionali dedicati al lockdown, ma anche in Calabria dove la percezione è stata di «temporanea sospensione della giustizia».

 

In questa solitudine tuttavia, l’apprezzamento va a realtà come Di.Re. che con i propri centri antiviolenza ha contribuito anche al rapporto ActionAid. «Domani – anticipa al manifesto Antonella Veltri, presidente di Donne in rete contro la violenza – presenteremo i dati dei centri antiviolenza D.i.Re nel 2019, che confermano da un lato quanto essi siano – con oltre 20.000 donne accolte – un attore imprescindibile nel sistema antiviolenza, dall’altro come sia ancora difficile per le donne chiedere aiuto, come conferma il numero leggermente in calo rispetto al 2018 delle donne che si sono rivolte a uno dei nostri centri antiviolenza per la prima volta durante l’anno 2019, passato da 15.456 a 14.431.

 

I DATI CONFERMANO che il maltrattante è nella stragrande maggioranza dei casi un partner, ex o altro familiare: l’83,7% dei maltrattanti ha, o aveva, le chiavi di casa. Segno che non funziona – prosegue Veltri – come ha messo in evidenza anche il rapporto di Action Aid, la prevenzione, perché continua a non essere adottata la lettura femminista della violenza che ha identificato la natura strutturale di questo fenomeno. Per questo occorrono maggiori investimenti e una pianificazione delle campagne e iniziative con il pieno coinvolgimento dei centri antiviolenza».

22/11/2020

da Il fatto Quotidiano

Thomas Mackinson

 

L’allarme dei 50 medici costretti a decidere chi salvare dal Covid diventa una faida interna agli ospedali San Paolo e Carlo di Milano.

 

Il direttore generale ha rimosso la responsabile dei pronto soccorso cui aveva chiesto di difendere l’operato dell’azienda sanitaria sconfessando apertamente i colleghi. Ma un mese prima lei aveva comunicato il collasso e chiesto alla direzione di chiudere tutto. L’Asst promuove la controffensiva ai medici. Lo stato d’agitazione in corso culminerà in uno sciopero il 14 dicembre. Da Regione Lombardia solo silenzio.

 

“Né eroi né codardi”. Un infermiere sale sul tetto del Dipartimento emergenza-urgenza del San Carlo per appendere uno striscione e urlare la sua verità alzando le braccia, altri manifestano e protestano. È ciò che si vede fuori dal Santi Paolo e Carlo, i due ospedali milanesi dove giovedì è esploso il caso della lettera di 50 medici che denuncia la carenza di mezzi e di personale e racconta di scelte “né clinicamente né eticamente tollerabili” e di camici bianchi “forzati a dilazionare l’accesso a terapie e tecniche“. In pratica, a negare l’intubazione a pazienti che ne avrebbero avuto bisogno. I professionisti coinvolti hanno ricevuto la solidarietà dell’Unione sindacale italiana, che ha proclamato lo stato di agitazione del comparto per motivi legati alla sicurezza e al contratto integrativo aziendale, che culminerà con una giornata di sciopero il 14 dicembre. Ma anche dentro gli ospedali, a partire dai piani alti dell’Asst, c’è parecchia agitazione.

 

Dopo aver ridimensionato il problema, annunciato un audit interno e chiesto tutte le cartelle cliniche, il direttore generale Matteo Stocco nella notte ha rimosso il suo dirigente apicale dell’Unità Operativa Complessa DEA, il Dipartimento di Emergenza. La dottoressa Francesca Cortellaro da ieri non è più il direttore del dipartimento che si occupa della degenza breve e dei pronto soccorso, proprio le aree dove si è arrivati al collasso denunciato dai medici. Il tutto a emergenza ancora in corso, con 350 pazienti Covid da gestire.

 

La defenestrazione della primaria è un fatto grave e sorprendente anche per un altro motivo. Lo stesso direttore le aveva affidato una prima difesa d’ufficio dell’Asst e la Cortellaro non si era tirata indietro. Insieme al primario di rianimazione Stefano Muttini, aveva infatti sottoscritto una nota nella quale si dissociava dalle affermazioni dei colleghi rianimatori e infermieri, abbandonandoli così al timore di subire rappresaglie per l’iniziativa. L’indomani, replicava anche su Repubblica, bollando la loro lettera come “vergognosa”: “E’ falso quello che hanno scritto, al Pronto soccorso non sono mai state negate cure necessarie a salvare i pazienti Covid”.

 

Ma un documento che il Fatto.it ha potuto leggere dimostra il contrario. Il 26 ottobre, quasi un mese prima della lettera dei medici e rianimatori, la Cortellaro scriveva la stessa cosa in una mail inviata al direttore generale Stocco e in copia al direttore sanitario Nicola Vincenzo Orfeo: “Gent.mi, la situazione in entrambi i PS è esplosiva. Al San Paolo ci sono 40 pazienti in attesa di ricovero, su un totale di 77 pazienti presenti. Al San Carlo ci sono 77 pazienti dei quali 40 in attesa di ricovero in area Covid, senza alcuna possibilità di ricovero per almeno 24 ore. (…) In tale contesto non siamo in grado di garantire le cure ed assistenza adeguate ai pazienti”. La mail si conclude con una serie di richieste organizzative sul fronte del personale, tra cui quella di utilizzare un’area ex 118 per l’osservazione dei pazienti non Covid “al momento inutilizzata per mancanza di unità infermieristiche e di personale OSS dedicato”. Ultimo step, la non ricettività di entrambi i pronto soccorso per “almeno 24 ore”.

 

È un documento importante non solo perché fa della primaria defenestrata un capro espiatorio. La vicenda dei due ospedali milanesi sta assumendo connotati di rilevanza sanitaria e di salute pubblica in una Regione che si è presentata impreparata alla prova della seconda ondata tra tamponi, tracciamento, e vaccini. L’Asst dei Santi da due giorni tenta di ridimensionarla ma si scopre ora che il collasso era stato denunciato internamente da quasi un mese ai massimi i livelli. Le contromisure assunte dalla direzione non devono aver cambiato il quadro, se 23 giorni dopo la mail del primario 50 medici sono arrivati a firmare, col proprio numero di matricola, un documento che la inchioda alle sue responsabilità (e in qualche modo li solleva dalle loro). Non cercavano certo pubblicità. La lettera è stata mandata all’Asst come documento interno, non ai giornali. Al tempo stesso non era neppure clandestina, perché è stata affissa in guardiola per consentire a quanti lo ritenessero di firmarla. Diceva l’indicibile, questo è il punto. Ma solo una volta uscita dal cassetto e divenuta di pubblico dominio.

 

Nell’ingombrante silenzio di Regione Lombardia, la ricerca di una difesa d’ufficio ai piani alti dell’Asst non si mai è fermata. Da ieri tra i medici dei due ospedali gira una contro-lettera da firmare per sconfessare ulteriormente i colleghi e la loro denuncia. I primi firmatati sono i capi dipartimento, che sono i fiduciari del direttore Stocco. Tutti pronti a giurare che “le affermazioni (della lettera dei 50 colleghi, ndr) sono totalmente destituite da ogni fondamento” e “gravemente lesive della professionalità e dell’impegno” di tutti i medici dei due ospedali. E dunque la “massima solidarietà alla Direzione Strategica della ASST che si è sempre sforzata di organizzare al meglio i percorsi assistenziali e gestionali possibili senza mai far mancare al personale sanitario il supporto necessario in termini di attrezzature biomedicali, DPI, presidi terapeutici, sostegno logistico e reperimento delle risorse umane pur nelle attuali difficilissime contingenze”.

 

Tutte dichiarazioni che contrastano con una lunga serie di denunce, esposti, segnalazioni all’Ats di Regione Lombardia sulla carenza di personale e strumentazione nei reparti di PS che si sono susseguite negli ultimi due anni, senza trovare risposte. Tra le tante, la mancata convocazione del Comitato Aziendale sulla sicurezza, previsto dal decreto di aprile per la verifica dei protocolli di sicurezza a fronte di oltre 300 contagi tra i lavoratori dell’Asst. Tentativi di salvare se stessi e i pazienti che, all’apice della seconda ondata, sono culminati nella famosa lettera dei 50 medici. Forse chi ha firmato per sconfessare la loro denuncia non sapeva che quelle parole erano state anticipate, quasi un mese prima, proprio da chi gestiva le urgenze. A riprova dell’assoluta “spontaneità” dell’iniziativa, la contro-lettera viene anche diffusa dall’ufficio stampa dell’Asst che ha assecondato il tentativo di annegare la vicenda. Trasformandola in una sorta di referendum interno, con tanto di raccolta firme, sul potente direttore. E là fuori la scritta: “Né eroi né codardi”.

21/11/2020

 

Rai radio uno – Eresie – 20 novembre 2020 – La proposta del presidente dell’europarlamento di cancellare parte del debito pubblico posseduto dalla BCE è stata giudicata un’eresia impraticabile dai benpensanti fautori del libero mercato e dell’austerity. La verità, tuttavia, è che questa crisi farà esplodere il debito a livelli paragonabili solo a quelli del secondo dopoguerra. E come la storia insegna, un tale fardello potrà esser gestito solo con politiche ancor più eretiche, che tengano il tasso d’interesse sistematicamente al di sotto del tasso di crescita del Pil: dalla repressione della finanza all’inflazione salariale. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.

 

https://www.youtube.com/watch?v=0a0bKG7fjTE&feature=youtu.be

20/11/2020

da Il Manifesto

Andrea Capocci

 

Covid-19. Stabili contagi e decessi: 36 mila nuovi casi positivi e 653 morti registrati ieri. Il vaccino Pfizer sarà riservato a ospedali e case di riposo. Oggi nuove decisioni sulle zone rosse

 

Con oltre 36 mila nuovi casi positivi al coronavirus rilevati con 250 mila tamponi, nelle ultime 24 ore il contagio in Italia sembra essersi stabilizzato. Da circa una settimana i casi oscillano intorno agli stessi numeri e il rapporto tra casi positivi e persone testate, ritornato sotto il 30%, dimostra che l’effetto non è dovuto alla raggiunta saturazione della capacità diagnostica.

 

Non si ferma però l’ondata di decessi. I 653 registrati ieri sono un centinaio in meno rispetto a 24 ore prima, ma rimaniamo il paese con il più alto numero di vittime giornaliere in Europa. Il record si spiega in gran parte con fattori demografici. L’Italia ha una delle popolazioni più anziane del mondo, con un’età mediana di circa 47 anni contro i 44 dell’Unione Europea. Inoltre, i nostri anziani sono più longevi ma non godono di ottima salute. «Sono tante le patologie croniche che colpiscono la popolazione» spiega Giovanni Maga, virologo al Cnr. «Diabete, ipertensione, obesità, malattie cardiovascolari. Ma sappiamo che queste malattie, associate al Covid, possono aggravare il quadro clinico, fino purtroppo al decesso».

 

I numeri gli danno ragione. Mentre l’aspettativa di vita in Italia è di circa 83 anni, due in più del resto d’Europa e tra le più elevate al mondo, la classifica cambia se si contano gli anni in salute. Un anziano italiano, a 65 anni, può contare mediamente su altri dieci anni di vita senza disabilità, più o meno nella media europea: significa un anno meno dei francesi, due di tedeschi e spagnoli, addirittura sei meno che in Svezia. Il gran numero di anziani in cattive condizioni di salute fornisce dunque una parziale spiegazione al numero dei decessi del nostro paese. Conta poi la struttura sociale, secondo Maga: «Gli anziani da noi sono molto più coinvolti, stanno di più in famiglia, suppliscono alle carenze del welfare occupandosi dei nipoti. Questo chiaramente alza il livello di rischio».

 

Il numero dei decessi è quello che cresce più velocemente, secondo il report settimanale della fondazione Gimbe. I 4.134 morti dell’ultima settimana sono il 42% in più di quelli della settimana precedente. Nello stesso periodo, i nuovi casi sono cresciuti del 24% e i pazienti in terapia intensiva del 22%. «Tuttavia – puntualizza il presidente della fondazione Nino Cartabellotta – non conoscendo i flussi dei pazienti in entrata e in uscita, non si può escludere che questo dato sia influenzato dall’effetto saturazione dei posti letto che nelle terapie intensive purtroppo causano un incremento della letalità».

 

Per l’attesa rivalutazione del rischio delle regioni, più del numero dei decessi conta il tasso di saturazione dei reparti ospedalieri, che secondo l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ieri è calato al 41% (-2%) in terapia intensiva e al 50% (-1%) nell’area medica. Sono valori comunque elevati, entrambi al di sopra della soglia di allarme. Prima della pandemia, infatti, i reparti erano quotidianamente riempiti al 70% per le altre patologie. Se i pazienti Covid-19 richiedono più del 30% dei posti letto in terapia intensiva, la coperta diventa corta e altri pazienti devono rinunciare a cure potenzialmente salva-vita. Solo Friuli, Veneto, Molise e Sicilia non sforano la soglia.

 

Le attese valutazioni sulle nuove zone rosse, arancioni e gialle si baseranno sui dati della settimana 9-15 novembre a causa del ritardo dovuto alla comunicazione e all’elaborazione dei dati. In quella settimana, le regioni con la maggiore crescita dei nuovi casi sono state la Valle d’Aosta e l’Abruzzo (già zona rossa). Anche Puglia, Basilicata, Emilia-Romagna e Sicilia, ora arancioni, rischiano misure più restrittive a causa dei casi in aumento. Se l’indice Rt supererà il valore di 1,5, il declassamento sarà inevitabile.

 

Le regioni dovranno comunicare al commissario Arcuri entro lunedì gli ospedali e le Rsa in cui prevedono di somministrare le prime dosi del vaccino Pfizer, quello con la logistica più complicata per la bassa temperatura di conservazione. «Per gli altri vaccini in arrivo, destinati invece a tutte le altre categorie di cittadini – ha detto Arcuri – saranno previste modalità differenti di somministrazione, in linea con l’ordinaria gestione vaccinale attraverso una campagna su larga scala».

Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti

CATANZARO

 

Regioni. Gino Strada già operativo con 4 ospedali da campo anti-Covid. Non ancora ufficiale la nomina dell’ex colonnello delle Fiamme gialle

 

Tre commissari in dieci giorni che neanche in Perù. Ora però tocca trovare il quarto nome. Gli uffici di Catanzaro del commissario ad acta sono vacanti dal 5 novembre. Da quando il generale Antonio Cotticelli e la sua vice Maria Sacco sono andati via. Quella sedia è vuota e ora impazza il totonomi.

 

C’è il direttore sanitario di Roma 6 Narciso Mostarda, vicino al Pd, il giovane avvocato romano Jacopo Mezzetti, in orbita Forza Italia, l’illustre medico reggino Pellegrino Mancini, sponsorizzato da Matteo Salvini. Ma in pole c’è soprattutto Federico D’Andrea, ex colonnello delle Fiamme Gialle, giurista e, all’apparenza, senza etichettature politiche. Intanto, l’unica casella già occupata è quella del responsabile per l’Emergenza Covid-19. Emergency e Gino Strada sono già all’opera. Nella tarda serata di martedì, il medico di Sesto San Giovanni ha ufficializzato l’accordo assunto con la Protezione Civile. Un accordo già esecutivo.

 

È LO STESSO FONDATORE della Ong a sottolinearlo: “Da stamane abbiamo iniziato a lavorare con la Prociv a un progetto da far partire al più presto. Ringrazio il governo e tutti coloro che ci hanno dato sostegno in questi giorni”. Oltre ai punti triage e al supporto nei Covid Hotel, l’associazione gestirà i quattro ospedali da campo che stanno sorgendo a Cosenza, Crotone, Vibo e Locri, reimpiegando tende e strutture già utilizzate in Libano. Ospiteranno centinaia di malati Covid, nel tentativo di alleggerire la pressione sui reparti ospedalieri e i Pronto Soccorso, paralizzati dal flusso costante di pazienti sintomatici.

LA CARENZA DI POSTI LETTO è solo una delle recenti piaghe sanitarie calabresi. Il numero esiguo di tamponi, i tempi biblici nel processarli, la mancata attivazione di ospedali realizzati negli ultimi anni e mai resi operativi, l’omessa riapertura dei nosocomi minori tagliati a suo tempo dall’austerity imposta dal commissariamento, hanno portato al definitivo collasso un sistema già imploso molto prima della pandemia.

Gli attivisti che in questi giorni hanno riempito le piazze, picchettato gli ambulatori, presidiato i nosocomi, suonato i clacson per le strade, si chiedono se non fosse più utile riaprire gli ospedali chiusi. Ad esempio, l’ospedale di Siderno è da tempo inattivo e una sua riapertura avrebbe reso inutile quello da campo di Locri. Stesso discorso vale per il nosocomio di Mesoraca rispetto a Crotone.

A queste latitudini la sanità pubblica è stata depredata con interi reparti smantellati e depotenziati in questi decenni. Andrebbero poi riaperti presidi di quartiere e ripristinata la medicina territoriale. L’entrata in scena di Emergency è indubbiamente una garanzia. Che le cure e i ricoveri antivirus siano sotto la gestione dei volontari guidati da Strada è un successo frutto anche delle mobilitazioni dei clacson. Ma non basta. È il sistema che andrebbe rivoluzionato.

IL COMMISSARIO CHE VERRÀ nominato nei prossimi giorni, sarà diretta emanazione dei partiti e dei gruppi di potere che hanno contribuito a ridurre in queste condizioni questa terra. Comunque, Emergency a queste latitudini non parte da zero. Ha un’esperienza decennale in territori ostici come quelli della Piana di Gioia Tauro.

Al secondo piano di via Catena a Polistena, nel Palazzo Versace, confiscato alla potente e sanguinaria omonima ‘ndrina, sorge il poliambulatorio. Èun fiore all’occhiello di sanità pubblica e gratuita: quattro medici, sei mediatori culturali, dieci infermieri, migliaia di visite in sei anni, oltre 25mila prestazioni effettuate.

I VOLONTARI E I MEDICI della Ong milanese offrono gratuitamente servizi di medicina di base, supporto psicologico, educazione sanitaria e orientamento socio-sanitario per facilitare l’accesso al sistema sanitario a chi ne ha bisogno. Senza distinzione di razza, di etnie e di religione.

Da manuale della solidarietà è l’assistenza sanitaria per le centinaia di braccianti agricoli che popolano la Piana. Le patologie più comuni che soffrono i migranti sono la lombosciatalgia e più in generale i dolori muscolo-scheletrici, causati dal duro lavoro nei campi, nonché dermatiti e malattie gastrointestinali.

Questo accadeva sin dal 2011 con i pulmini mobili che prestavano soccorso soprattutto ai raccoglitori. Poi la nascita nel 2014 dell’ambulatorio. Tutto in collaborazione con Libera, la cooperativa Valle del Marro, la parrocchia Santa Marina Vergine e la Fondazione “Il cuore si scioglie” di Unicoop Firenze. Si scrive Emergency, si legge pubblica sanità.

17/11/2020

Maurizio Acerbo, segretario nazionale

Rosa Rinaldi, responsabile gruppo sanità

 

Si sta trasformando una questione terribilmente seria come la nomina di un commissario alla sanità in Calabria in una vera e propria farsa.

 

Bisognerebbe smetterla! Siamo al ridicolo del terzo commissario costretto alle dimissioni. Abbiamo già sostenuto che a fronte di una disponibilità richiesta dal governo e dichiarata da Gino Strada bisognerebbe semplicemente conferire l’incarico al presidente di Emergency, che ha dato prova delle capacità sanitarie e organizzative con interventi in tutto il mondo, oltre che in Italia e nella stessa Regione Calabria.


Chi ha paura di Gino Strada? Perchè il governo non lo nomina?


Si teme che sollevi il pentolone di un sistema di ruberie che ha visto lievitare i profitti della sanità privata mentre quella pubblica arranca?
Pare evidente che si vuole che Strada si occupi dell’emergenza senza disturbare il sistema che ha prodotto l’attuale emergenza.


Un dato è certo: le giunte di centrodestra e centrosinistra che si sono alternate al governo della Calabria hanno prodotto una situazione desolante.
La Repubblica Italiana dovrebbe ringraziare Gino Strada per il coraggio che dimostra nel dare la disponibilità ad assumere un ruolo così difficile.

17/11/2020

 

In Lombardia si sta superando ogni livello di indecenza. Mentre il personale della sanità pubblica è in trincea negli ospedali il San Raffaele offre assistenza domiciliare a pagamento. Questo accade perché governo e regioni non hanno il coraggio di imporre alla sanità privata di mettersi al servizio del paese. Strutture e personale della sanità privata vanno requisiti e precettati per affrontare l’emergenza”

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Rosa Rinaldi, responsabile gruppo sanità Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

ECCO A CHI CONVIENE CHE LA SANITA’ PUBBLICA NON FUNZIONI! INTERROMPERE LO SCANDALO DEL SAN RAFFAELE E DELLE CLINICHE PRIVATE

 

In Lombardia si sta consumando il peggio delle nostre relazioni civili, si fa ignobile speculazione sulla sofferenza e sulle vite delle persone: mentre la regione è zona rossa, i pronto soccorso sono sotto pressione per l’afflusso di malati di Covid e di altre patologie e decine di migliaia di altre persone sono invitate a stare a casa a curarsi da remoto, a fare decine di telefonate a medici, numeri verdi, a superare anche la difficoltà di trovare le bombole di ossigeno, soli e abbandonati a se stessi, il San Raffaele esce con la sua proposta a disposizione dei ricchi.

 

Un servizio di assistenza e diagnostica domiciliare Covid19, un consulto telefonico o video per 90 euro e poi un pacchetto di 4 prestazioni domiciliari di 450 euro. 540 euro per essere curati bene, come dovrebbe essere curato, gratuitamente ogni abitante di questo paese, grazie alla sua Costituzione e alle leggi in vigore (Il 67% dei pensionati ha un assegno pensionistico inferiore ai 750 Euro). Ma in Lombardia è possibile fare tutto il contrario senza che nessuna autorità intervenga.

 

Questa iniziativa del San Raffaele è scandalosa e va fermata. Mancano medici e personale per le USCA, per le terapie intensive, per il tracciamento, per difendere al meglio tutti e tutti dall’epidemia e il San Raffele si permette di impiegare il suo personale per un kit per i ricchi?

 

Si precettino medici e infermieri del San Raffaele per rafforzare l’assistenza pubblica domiciliare.

 

Fabrizio Baggi – segretario regionale Lombardia, Giovanna Capelli – responsabile regionale sanità Lombardia,
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Il sito del San Raffaele   : www.hsr.it/assistenza-sanitaria-diagnostica-domiciliare-covid0

 

14/11/2020

Rosa Rinaldi, Segreteria nazionale PRC-S.E.

Gruppo operativo nazionale sanità PRC-S.E.

 

L’ultimo drammatico appello sulla situazione drammatica degli ospedali a causa della pandemia che non rallenta, viene dalle società scientifiche dei medici e degli infermieri di area medica: “Gli ospedali sono ormai vicini al collasso, a causa di due fattori concomitanti: carenza di personale sanitario e mancanza dei posti letto a fronte dell’abnorme afflusso di malati per la rapida e vertiginosa diffusione dell’infezione virale……” I letti, continua la denuncia, sono vicini alla saturazione o l’hanno superata sia nelle Terapie Intensive sia nei reparti di area medica, e le possibilità di accesso agli ospedali si stanno riducendo, per cui non è più possibile garantire gli standard qualitativi per le cure a tutti i malati cronici e acuti. Oppure, aggiungiamo noi, li si trasferisce, come avviene ormai nella maggioranza delle regioni, nelle strutture private.

 

Non si è voluto spendere nei mesi precedenti per assumere il personale che serviva per gli ospedali e per il territorio, per le attività di tracciamento, ora spenderemo per pagare il privato, che guadagnerà da questa tragedia mentre il pubblico ne uscirà ancora più disastrato.

 

Ma anche territori hanno ormai ceduto e non sono più in grado di rispondere. Le persone vagano disorientate alla ricerca di un punto in cui fare un tampone, oppure aspettano a casa, i medici di base non sono più in grado di seguire i loro pazienti e tanti sono quelli che arrivano in ospedale quando ormai è troppo tardi. I tracciamenti sono saltati mentre regioni e governo forniscono dati di molto inferiori a quelli reali.

 

Perché le Regioni, non hanno predisposto i Piani sanitari nei sette mesi di tregua che hanno avuto a disposizione, come era loro dovere? Perché il Governo non ha aumentato i finanziamenti e il Ministro della Salute, non ha vigilato?

 

La pandemia si diffonde ormai in modo incontrollato, e sembra che nulla possa fermarla se non un lockdown totale, che porterebbe ad un nuovo crollo dell’economia,  alla perdita di posti di lavoro, ad un ulteriore forte aumento delle disuguaglianze. 

 

E mentre le cifre del contagio superano ormai, in proporzione, quelle degli Stati Uniti, persiste il conflitto tra Stato e le Regioni, alcune delle quali, le più forti, auspicano apertamente di uscire dalla pandemia e ricostruirsi attraverso l’Autonomia Differenziata. 

 

Siamo a questo punto anche a causa del regionalismo e della mancanza di un unico centro di comando. Per uscire da questa catastrofe è necessaria la ricomposizione del conflitto tra livelli istituzionali, che vedono perdenti i Comuni oltre che la popolazione – a Nord come a Sud – e l’unità del paese.

 

Ma è difficile che questo avvenga, sia perché il regionalismo e gli interessi sottesi sono forti, sia perché lo Stato è uscito da questi anni di “devoluzione” e di crisi sociale ed economica indebolito nel funzionamento dei suoi organi, della sua amministrazione e della stessa cultura istituzionale.

 

Ci appelliamo al mondo del lavoro e dell’associazionismo, ai settori delle istituzioni nazionali e locali, sensibili all’unità costituzionale, per un unico scopo: l’uscita da questa crisi con la ricostruzione di un Paese che ora sta affondando.

13/11/2020

da il Manifesto

Angelo d'Orsi

 

Stato e Titolo V. Le Regioni, creazioni astratte, prive di un sostrato culturale e di un fondamento storico, si sono rivelate semplicemente centri di distribuzione e distruzione di risorse, senza produrre alcun valore aggiunto alla macchina statale.

 

Grande è la confusione sotto il cielo d’Italia. Gli organi istituzionali pubblici in forte polemica tra di loro, come e assai più che in primavera, nella prima ondata del virus. Il contagio si diffonde quasi incontrollabile, gli esperti parlano a ruota libera, i tamponi latitano (e si possono fare a pagamento se non vuoi attendere le calende greche), il sistema ospedaliero in crisi, i medici e il personale paramedico chiede soccorso, i ministri a cominciare dal loro coordinatore (il presidente del Consiglio) balbettano, e i sedicenti “governatori” urlano, sgomitano, prima chiedono autonomia decisionale, poi la rigettano sulle spalle del governo – sempre più debole ed esangue, e Conte che ripete “l’obiettivo è arrivare a fine legislatura”.

 

Il quadro è stato tracciato efficacemente da Francesco Pallante (il manifesto, 8 novembre). Ma davvero si resta basiti davanti allo spettacolo a dir poco inverecondo cui stiamo assistendo, se possibile aggravato dalla sovraesposizione mediatica dei personaggi sulla scena: scienziati, tecnici, amministratori, politici e, immancabile, il corredo dei commentatori professionali da talk show.
Lasciamo stare i casi surreali come quello calabrese, con la doppia nomina di un commissario per la sanità (due personaggi ineffabili, bell’esempio di mancanza di professionalità loro e di totale assenza di serietà del governo); oppure la infame campagna pubblicitaria della Regione Lombardia battezzata con atroce arguzia “The covid dilemma”, che ha lo scopo di scaricare sulla cittadinanza le colossali inefficienze del ceto amministrativo locale e i turpi traffici del presidente Fontana (il manifesto mostra una scritta sovrapposta al volto di una ragazza con la finta domanda: “Indossare la mascherina o indossare il respiratore?”, e la risposta colpevolizzante: “La scelta è tua”); o infine il caso, di cui si sta occupando giustamente la magistratura, della Regione Sardegna, con la riapertura delle discoteche per Ferragosto, e la immediata chiusura finiti i festeggiamenti, ma con lo strascico di contagi procurato.

 

Al netto di tutto questo, rimane il problema principale che è l’ente Regione. Alla stregua dei fatti, oggi dobbiamo chiederci, seriamente, se l’introduzione della Regione nell’ordinamento della Repubblica non sia stato un errore dei Costituenti. Errore, se tale fu (come ritengo) compiuto in perfetta buona fede, nell’idea che un po’ di decentramento amministrativo sarebbe stata cosa buona e giusta. E le Regioni, creazioni astratte, prive di un sostrato culturale e di un fondamento storico, si sono rivelate semplicemente centri di distribuzione e distruzione di risorse, senza produrre alcun valore aggiunto alla macchina statale. Ma come ricordava Pallante, i guai sono poi arrivati a valanga, negli ultimi vent’anni, soprattutto gli effetti della manomissione del Titolo V della Carta Costituzionale, e la concessione di poteri enormi all’Ente Regione sulla sanità innanzi tutto, con gli strateghi del cosiddetto Centrosinistra, pronti a gettarsi all’inseguimento della Lega (che allora sbraitava sul “federalismo”) e a sacrificare poteri dello Stato.

 

Gli effetti eccoli qua. Impotenza dell’ente centrale, contenzioso incessante tra Stato e Regione, inefficienza totale della pubblica amministrazione, crollo del sistema sanitario e crisi di quello scolastico – l’uno e l’altro finora in piedi, benché a mal partito, solo per l’abnegazione del personale – e via seguitando. Allora, perché non prendere il toro per le corna? Lanciamo una campagna per una riforma della Costituzione: stavolta facciamola noi, dal basso, non aspettiamo che arrivino i guastatori, i Renzi, e i Salvini e compagnia cantante: perseguiamo due obiettivi.

 

Obiettivo minimo cancellazione delle modifiche al Titolo V del 2001, con recupero allo Stato di funzioni delegate alle Regioni; e se vogliamo esagerare diamoci come obiettivo massimo l’eliminazione dell’Ente Regione, e invece, piuttosto, rivitializziamo le Province, che d’altronde, nella storia d’Italia hanno un’antica e nobile tradizione, a differenza delle Regioni. E hanno una dimensione che effettivamente può avvicinare l’istituzione alla cittadinanza. Restituiamo loro competenze e prerogative, con juicio, naturalmente. Per porre fine al cosiddetto “regionalismo”, alla destrutturazione della Repubblica, alla distruzione della stessa unità nazionale.
Vogliamo tentare questa ragionevole follia?

12/11/2020

da il Manifesto

Massimo Franchi

 

Ex Ilva. Tensione davanti alla prefettura: poi i poliziotti si tolgono i caschi applauditi dagli operai. Domani tavolo a Roma

 

Volevano il ritiro di licenziamenti e sospensioni e, tranne due, sono arrivati. Volevano una risposta dal governo e hanno ottenuto un tavolo per domani. La protesta dei lavoratori Arcelor Mittal di Cornigliano ha riempito Genova con un corteo partecipato nonostante il momento e le mascherine (ben indossate).


Il licenziamento di tre iscritti Fiom (due accusati dall’azienda di aver attrezzato una sala-refettorio in uno stanzino accanto all’officina di pronto intervento e un terzo per un messaggio vocale inviato su un gruppo Whatsapp dove apostrofava in modo denigratorio il direttore dello stabilimento) di lunedì aveva fatto scattare il blocco dei varchi con l’azienda che aveva risposto con lettere di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per 250 lavoratori. Il corteo già in programma si è caricato dunque ancor più di rabbia contro il comportamento di Arcelor Mittal e del governo che a giorni dovrebbe entrare nel capitale dell’ex Ilva tramite Invitalia.


La tensione era palpabile anche alla conclusione del corteo sotto la prefettura. Dopo qualche contatto, i poliziotti schierati a difesa del portone di palazzo Spinola hanno deciso di togliersi i caschi in segno di distensione: una azione applaudita dai lavoratori. Una scena ancora più significativa nella città del G7 del 2001 e di Carlo Giuliani.


Nel frattempo da Roma arrivava la notizia della convocazione dei sindacati da parte del governo. Fim, Fiom e Uilm domani alle 15,30 incontreranno sia il ministro Stefano Patuanelli che Roberto Gualtieri e Nunzia Catalfo per essere aggiornati sulla vertenza. La richiesta era arrivata anche da Taranto dove un altro iscritto Fiom è stato licenziato e i sindacati denunciano la totale insicurezza dell’impianto.


L’incontro in prefettura si è concluso col ritiro da parte dell’azienda di tutte le 250 lettere di sospensione ed è stato reintegrato Luigi Guadagno, l’operaio che aveva ricevuto la lettera di licenziamento per aver denigrato il direttore su Whatsapp: per lui sanzione commutata in tre giorni di sospensione.


La Fiom ha così deciso la fine di scioperi e blocchi a varchi. «Questo è un risultato dei lavoratori dell’Ilva che hanno scioperato e sono scesi in piazza per difendere il lavoro – commenta soddisfatto il segretario genovese della Fiom Bruno Manganaro – . È una vittoria anche per i lavoratori di Leonardo, Fincantieri, Ansaldo energia – sottolinea – e di tutte le fabbriche che hanno manifestato con noi per difendere una parte di classe operaia che riguarda tutta Genova».


Nulla da fare al momento per il licenziamento degli altri due operai, accusati di aver arredato e gestito la cosiddetta sala relax: «Abbiamo chiesto all’azienda una mediazione e la mediazione non ci soddisfa del tutto ma pensiamo di aver portato a casa un risultato – aggiunge Manganaro -. Per loro l’azienda non ha voluto fare passi indietro visto che c’è una denuncia penale in corso, ma come Fiom li difenderemo con i nostri legali e continuiamo a sostenere che il licenziamento sia una sanzione esagerata», chiude Manganaro.

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