Attività del Partito della Rifondazione Comunista Circolo "Raniero Amarugi" di Santa Fiora Visita la nostra pagina Facebook


Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

In evidenza

20/05/2022

da il Manifesto

 

Oggi è sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private «contro la guerra, l’economia di guerra e il governo della guerra». È stato proclamato dai sindacati di base Cobas, […]

 

Oggi è sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private «contro la guerra, l’economia di guerra e il governo della guerra».

 

È stato proclamato dai sindacati di base Cobas, Usb, Unicobas, Sgb, CUB, USI e Cobas Sardegna, tra gli altri. Ci saranno manifestazioni in diverse città tra le quali Milano, Torino, Venezia, Trieste, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo, Cagliari.

 

Lo slogan della protesta è «No alla guerra, sì a stipendi più adeguati». Secondo i promotori si tratta di coniugare la battaglia per il riconoscimento di salari adeguati per tutti con quella contro la guerra e contro qualsiasi forma di coinvolgimento dell’Italia nella vicenda russo-ucraina.

 

«Condanniamo l’invasione dell’Ucraina scatenata da Putin e ci mobilitiamo per l’immediato “cessate il fuoco”, il ritiro delle truppe russe e l’apertura delle trattative per una pace giusta e duratura». «Vogliamo un’Europa di pace e di accoglienza per tutti i popoli e il pieno sostegno ai profughi».

LAVORO E DIRITTI 

 

19/05/2022

di Stefano Porcari

da Contropiano

 

In materia di salari l’Italia è decisamente il paese peggiore a livello europeo. Da una proiezione sugli ultimi trenta anni emerge che solo nel nostro paese i salari sono calati nei 30 anni che vanno dal 1990 al 2020. Per l’esattezza le retribuzioni annuali medie hanno registrato una contrazione del 2,9%, percentuale che peraltro non tiene conto degli effetti della pandemia e della crisi geopolitica in corso. Il dato (calcolato dall’Ocse) viene misurato in dollari americani a prezzi costanti. Sul tema è tornata a scrivere oggi Milano Finanza con un articolo di Luca Gualtieri sottolineando che “dalla povertà relativa alla fuga dei cervelli molti problemi italiani passano dai salari”.

 

In Italia si è assistita ad una vera e proprio controtendenza. Tutti gli altri paesi dell’Eurozona infatti hanno registrato una dinamica positiva dei salari, a partire dalla Grecia che, tra il 1990 e il 2020, ha messo a segno un +30,5%, mentre la Spagna è cresciuta del 6,2%.

 

Non solo. Nell’Europa “periferica” come i paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) il salario medio annuale è più che triplicato negli ultimi 25 anni, mentre in alcuni paesi dell’Europa centrale (Ungheria, Slovacchia) è raddoppiato.  In Italia invece ad un periodo di crescita registrato tra il 1994 e il 2010 è seguita una fase di declino dei salri, culminata appunto con i dati del 2020, anno della pandemia Covid. La stagnazione salariale fa peraltro ovviamente il paio con quella del Pil.

 

Ed ora ci troveremo a fare i conti con l’approfondimento della recessione pre e post pandemica, dovuto all’aumento dei prezzi energetici, alle conseguenze delle sanzioni alla Russia e alla guerra. Sarebbe urgente avviare una “controtendenza” rispetto alla controtendenza italiana che ha visto precipitare i salari di lavoratrici e lavoratori italiani rispetto al resto dei paesi europei.

ECONOMIA E FINANZA 

 

16/05/2022

Coniare Rivolta 

 

Li avevamo lasciati così, mano nella mano, buttando una monetina nella Fontana di Trevi, e a lasciarsi andare a un profluvio di aggettivi enfatici: “accordo storico, che garantisce regole fiscali eque, moderne ed efficaci”, fine della “corsa verso il basso” nella competizione fiscale fra Stati, finalmente le multinazionali pagheranno tutte le tasse che devono, dove devono, etc.

 

Erano i leader dei paesi del G20, a Roma, lo scorso ottobre, che festeggiavano l’accordo politico raggiunto un paio di settimane prima (8 ottobre 2021) a livello di negoziati OCSE intitolato “Soluzione in 2 pilastri per rispondere alle sfide fiscali derivanti dalla digitalizzazione dell’economia”. Si trattava di definire, attraverso un accordo a livello internazionale fra 137 paesi, un nuovo sistema di tassazione per i gruppi multinazionali, cioè quei gruppi di imprese capaci di spostare le proprie attività e i propri profitti da un angolo all’altro del pianeta alla ricerca di vantaggi salariali, normativi e fiscali; una risposta in particolare (ma non solo) agli scandali degli anni precedenti dei giganti del digitale (Google, Apple, Facebook, etc.) che attraverso complessi schemi societari – il più celebre conosciuto con il nome di Double Irish with a Dutch Sandwich – riuscivano spesso a sottrarre completamente da imposizione una larga parte dei loro profitti.

 

  • L’accordo OCSE si compone di due parti, che di fatto viaggiano separate. Il primo pilastro riguarda il “dove”: per i gruppi multinazionali con fatturato superiore ai 20 miliardi di euro e una redditività pari almeno al 10%, l’accordo prevede una “redistribuzione dei diritti di tassazione” fra i vari paesi, basato essenzialmente sulle vendite effettuate in ogni paese; in altre parole, a prescindere dal paese dove risiede l’impresa (o dove artificialmente sposta i propri profitti), questa pagherebbe una quota delle proprie imposte nei vari paesi dove sviluppa il proprio fatturato.
  • Il secondo pilastro riguarda il “quanto”: i gruppi multinazionali (in questo caso con un fatturato consolidato superiore a 750 milioni di euro) devono verificare il livello di tassazione effettivo pagato dalle proprie imprese in ogni giurisdizione, assicurando che questo sia pari almeno al 15%; il riferimento come detto è al livello di tassazione effettivo, e non nominale, prendendo quindi in considerazione tutti gli sconti fiscali di cui le imprese possono usufruire; se tale livello è inferiore al 15% (calcolandolo separatamente per ogni paese), la capogruppo dovrà quindi pagare una imposta addizionale. La parte addizionale versata affluirebbe al fisco del paese ove risiede la società capogruppo.

Giova chiarire che né il primo né il secondo pilastro fanno emergere nuovo materiale imponibile: Pillar 1 lo redistribuisce fra diversi Stati, Pillar 2 assicura che abbia un livello di tassazione minimo; in ogni caso, si tratta di un qualcosa che almeno formalmente è già stato tassato

 

Se queste erano le premesse dell’accordo, cosa è successo ad oggi?

 

Per quanto riguarda il primo pilastro, si prevedeva di arrivare a un accordo definitivo entro la fine del 2022, che sarebbe entrato in vigore a tappe successive fra il 2023 e il 2024; le trattative però procedono con difficoltà, su aspetti essenziali che non permettono ad oggi una valutazione definitiva dell’accordo: la “redistribuzione dei diritti di tassazione” riguarderà infatti solamente una quota dei profitti del gruppo, definita “in eccesso” rispetto a un profitto “normale”, mentre il profitto “normale” continuerebbe ad essere colpito soltanto nel paese in cui la multinazionale ha sede. Proprio la definizione, la quantificazione e le modalità di calcolo di questo “eccesso” sono però ancora oggetto di negoziazione, così come le diverse clausole di salvaguardia che certamente ci saranno, e quindi è difficile ad oggi capire l’impatto reale. Ciò che è certo, è invece l’impegno assunto nel frattempo da quei paesi (fra cui l’Italia) che avevano istituito negli anni passati imposte nazionali sui servizi digitali che avevano la stessa finalità, e cioè tassare le impese che realizzano vendite nei confini domestici (e quindi generano dei profitti, che erano di fatto non imponibili in Italia in quanto realizzati da imprese non residenti e/o artificialmente trasferiti altrove); ebbene, le varie iniziative nazionali dovranno essere smantellate contestualmente all’avanzamento del nuovo accordo, come prontamente annunciato da questi paesi appena pochi giorni dopo l’accordo di ottobre. L’altra cosa certa, inoltre, è che parte del gettito che verrà dal primo pilastro è stato già “opzionato” dalla UE, e andrà a fare parte delle “risorse proprie” dell’Unione.

 

Per quanto riguarda il secondo pilastro, le cose sono andate più avanti: a fine dicembre sono state pubblicate le Model Rules, cioè le “regole” di funzionamento che gli Stati dovranno poi tradurre nelle legislazioni nazionali (l’OCSE infatti può solamente emanare delle linee guida, senza valore vincolante), e questo ci permette di capire meglio come funzionerà. Il sistema si basa su due regole, chiamate GloBE Rules: la norma primaria (Income Inclusion Rule – IIR) prevede che – una volta verificato il livello di tassazione effettivo (ETR – Effective Tax Rate) in ogni paese in cui sono presenti le società del gruppo – la capogruppo calcoli una Top-up Tax con un’aliquota pari alla differenza fra il 15% e l’ETR (tassazione effettiva) calcolato per ogni paese, versando la relativa imposta nel paese dove risiede la capogruppo. Qui però cominciano gli imbrogli: infatti tale imposta non andrà calcolata sull’intero reddito effettivamente realizzato nel paese a bassa (o nulla) tassazione, ma da questo andrà sottratta una quota (all’inizio del 10%, poi nel corso degli anni a scendere fino al 5%) di rendimento “standard” (chiamato carve-out) calcolato sul totale delle retribuzioni pagate in quel paese nonché sul valore dei beni materiali posseduti in quel paese. In altre parole (la matematica è un’opinione…) in quel 15%, quindici fa quindici, ma cento non fa cento! Detto in altri termini: la base imponibile su cui l’imposta verrebbe calcolata andrebbe ad abbassarsi drasticamente e con essa il valore totale dell’imposta stessa.

 

Ma cosa succede se la capogruppo risiede in un paese che non aderisce a questo accordo, e quindi non applica la norma prima Income Inclusion Rule? In questo caso entra in gioco la regola secondaria (UnderTaxed Profit Rule – UTPR): una volta calcolata la Top-up Tax complessivamente dovuta, questa sarà distribuita fra le varie società del gruppo che la verseranno nei rispettivi paesi di residenza; quanto dovrà essere effettivamente versato da ogni società (e quindi in ogni paese) dipenderà ancora una volta dalla quota di lavoratori e di beni materiali presenti in ogni paese, sul totale di quelli del gruppo multinazionale.

 

Ci sono poi altri due punti, volti a governare eventuali conflitti fra gli Stati sulla distribuzione dei proventi di questa maggiore imposta. Prima di tutto, si prevede di arrivare a un accordo multilaterale (Subject to tax Rule) per permettere ai paesi da cui avranno origine i flussi di tassazione di applicare delle ritenute, per trattenere “in casa” almeno parte del gettito; si tratta di una norma di garanzia per i paesi meno avanzati, con livelli di tassazione delle imprese bassi (ma non paradisi fiscali) che potrebbero avere contraccolpi negativi, in quanto è difficile che ospitino società “madri” di gruppi multinazionali.

Inoltre, tutti gli Stati hanno la facoltà (non l’obbligo) di istituire una “Domestic Minimum Tax”, cioè una norma che – nel caso la società del gruppo risulti sottotassata – permetta allo Stato di residenza di incassare direttamente l’imposta che altrimenti sarebbe dovuta nello stato di residenza della capogruppo.

 

Queste regole sarebbero dovute entrare in vigore dal 2023, ma per farlo, come detto, dovevano essere recepite dai vari ordinamenti. Ed anche su questo aspetto tutto pare bloccato, almeno nelle economie principali.

 

Da una parte ci sono gli Stati Uniti, dove dal 2017 c’è una imposta simile (denominata GILTI, cui le regole OCSE si sono in buona parte ispirati), che prevede che le multinazionali statunitensi tassino in patria anche i redditi prodotti dalle loro controllate estere. Il sistema del GILTI – molto complesso come tutta la normativa relativa alla fiscalità internazionale – differisce però su alcuni aspetti fondamentali dal secondo pilastro, e, per garantire l’equivalenza, l’amministrazione statunitense aveva preso l’impegno di apportare alcune modifiche che sono ad oggi invece lettera morta anche a causa della forte opposizione incontrata al Congresso (e rispetto alla quale l’amministrazione Biden, nonostante i ripetuti annunci, non pare intenzionata o essere in grado di forzare la mano).

 

L’altro attore importante è l’Unione Europea, dove è stata presentata una proposta di Direttiva per l’applicazione uniforme fra gli Stati membri; tale proposta ricalca fedelmente le regole internazionali, meno che su un punto, laddove si prevede che la tassazione minima si applichi non solamente ai gruppi multinazionali ma anche a quelli “puramente domestici”, cioè composti da più imprese ma tutte residenti nel medesimo stato (e sempre che il gruppo sviluppi un fatturato consolidato superiore ai 750 milioni di euro); la proposta però è attualmente bloccata per il veto espresso dalla Polonia durante l’ultimo consiglio ECOFIN dello scorso 5 aprile, ed è verosimilmente diventata oggetto di scambi più o meno espliciti fra i vari stati membri; intanto, l’Unione Europea ha già chiarito che la scadenza del 2023 (data prevista di entrata in vigore di queste regole) significa 31 dicembre 2023.

 

Infine, la Subject to Tax Rule (cioè la parte dell’accordo che doveva servire da garanzia per i paesi meno avanzati) è semplicemente sparita dai radar e non se ne sente più parlare.

 

Se insomma per il “risultato storico” occorrerà aspettare ancora un po’, è già possibile farsi un’idea della direzione verso cui si sta andando, per capire che non è quella di un sistema fiscale più giusto e – soprattutto – più calibrato sulle esigenze delle fasce sociali più deboli e dei lavoratori.

 

Prima di tutto c’è il livello minimo dell’imposizione, fissato al 15%, ben al di sotto delle aliquote medie cui è sottoposto il reddito di un lavoratore medio; inoltre, il meccanismo del carve-out come detto rende anche tale soglia puramente teorica. Diversi osservatori hanno evidenziato come tali numeri siano ben al di sotto di quanto necessario e possibile: il Tax Justice Network ad esempio aveva richiesto di applicare una aliquota minima del 25%, mentre l’EU Tax Observatory stima che solo il meccanismo del carve-out comporterà un’ulteriore riduzione del gettito previsto di circa il 13% per almeno 15 miliardi.

 

Del resto, la conferma più significativa della timidezza di tale approccio viene addirittura dalla stessa OCSE che stima in 150 miliardi di euro, a livello globale, il maggior gettito previsto dal secondo pilastro (e tali stime spesso peccano per eccesso, e pure di molto); una cifra certamente significativa per un singolo Stato, ma in fondo non così elevata se rapportata a livello globale, e in particolare alla perdita di gettito dovuta allo spostamento artificiale dei profitti che la stessa OCSE stima in circa 250 miliardi (prescindendo dunque dal fatto che il livello di tassazione delle imprese sia comunque inferiore a quello dei redditi dei lavoratori).

 

Inoltre, è tutto da verificare se le nuove regole effettivamente saranno capaci di porre fine alla “corsa verso il basso” nella concorrenza fiscale internazionale; la complessità delle nuove regole sembra lasciare parecchie vie di fuga per diminuire ancora al di sotto di quella soglia la pressione fiscale cui i gruppi multinazionali sono sottoposti, e questo prima ancora di confrontarci con i nuovi schemi elusivi che inevitabilmente nasceranno.

 

C’è poi un ulteriore aspetto, nascosto ma più insidioso: l’approccio scelto dall’OCSE isola il problema della “concorrenza fiscale” dalla concorrenza tout court fra le imprese. Isola cioè il processo di competizione fra Stati volto ad offrire agevolazioni fiscali da quello, parallelo, finalizzato a garantire tutta un’altra serie di misure gradite alle grandi imprese. E il tutto avviene senza mai toccare la pre-condizione essenziale per tale tipo di concorrenza, ovvero la possibilità di spostare liberamente, senza alcun ostacolo, capitali da un angolo all’altro del pianeta, in modo totalmente scollegato dai luoghi dove si produce effettivamente valore; la stessa scelta da parte dell’Unione Europea di applicare le regole anche ai gruppi interamente domestici è stata giustificata dall’esigenza di garantire all’interno dell’Unione la perfetta mobilità dei capitali e il rispetto del sacro principio della concorrenza.

 

Facile allora prevedere che la concorrenza basata sulla ricerca in giro per il mondo dell’aliquota fiscale (nominale) più bassa si trasformerà nella ricerca del paese con le condizioni migliori per minimizzare i costi delle imprese, incluso quello fiscale. Il meccanismo del carve-out (presentato come un modo per salvaguardare gli investimenti “veri” o – per usare la terminologia OCSE – dove c’è sostanza economica) da questo punto di vista lascia presagire questa dinamica: gli Stati potranno continuare a garantire sgravi fiscali che portino la tassazione effettiva al di sotto del 15%, e poi cercare di massimizzare l’effetto del carve-out rendendo il proprio paese gradito agli investimenti tramite condizioni salariali vantaggiose e normative di regolamentazione dei mercati e dell’ambiente più lassiste. In questo modo:

 

  1. le imprese, anche se dovessero scendere a un livello di imposizione inferiore al 15%, vedrebbero applicata la Top-up Tax su una quota minore dei propri profitti, in quanto la base imponibile sarebbe erosa dal meccanismo carve-out;
  2. Gli Stati, in caso di applicazione della UTPR, si garantirebbero una quota maggiore della Top-up Tax da distribuire.
  3.  

Un gioco, insomma, in cui gli unici a perdere sembrerebbero essere lavoratori e territori, diventati a loro insaputa strumento di ulteriore concorrenza fra le imprese anche ai fini fiscali.

 

Infine, un’ultima considerazione: il mondo delle imprese in Italia come in tutto il mondo e al di là di frasi di rito su quanto sia giusto porre fine alla concorrenza fiscale “dannosa”, ha dato avvio all’ennesimo pianto greco sulle difficoltà che ne deriveranno in tema di complessità amministrativa, rischi di doppia tassazione, fine degli incentivi fiscali “buoni” come quelli per ricerca e sviluppo o per la transizione ecologica, etc. Ma (vista che il livello dell’imposta minima è fissato al 15%, soglia che abbiamo detto essere più teorica che vera) tutta questa paura come si concilia con il fatto che le stesse imprese riempiono giornali e schermi con dichiarazioni sulla pressione fiscale “insopportabile” cui sarebbero sottoposte? Ecco, un effetto positivo di queste nuove regole è che ci apre gli occhi sul livello di tassazione “effettivo” (quindi al netto di sgravi fiscali, crediti di imposta, investimenti agevolati, quote di redditi esenti per i motivi più vari) delle imprese, almeno dei gruppi più grandi (ma spesso non solo questi). E si tratta di un fenomeno che riguarda non solamente i noti paradisi fiscali, ma anche e soprattutto le economie avanzate, Italia compresa. Anzi, è ancora l’OCSE a dirci che nella (poco nobile) classifica dei paesi con il maggior differenziale fra aliquota “teorica” e aliquota “effettiva” per le imprese, l’Italia si piazza al secondo posto dopo gli USA.

 

Per fare un esempio, il vicepresidente del gruppo PD alla Camera dei Deputati (Piero De Luca, figlio del rais della Campania) nel raccontare un proprio emendamento passato con l’ultima legge di bilancio in merito di Zone Economiche Speciali (ZES) nel Mezzogiorno d’Italia si compiace del fatto che “Con la nuova normativa, infatti, le Zone Economiche Speciali sono addirittura a oggi le più convenienti in tutta Europa, con una tassazione alle imprese che vogliono investire al 12%”.

 

In conclusione, la lotta per un sistema fiscale più equo e progressivo passa certamente anche (e soprattutto) per la capacità di colpire la grande evasione a livello internazionale, ma non ci riusciremo andando dietro alle sirene di quelle stesse istituzioni che hanno creato (e imposto) le condizioni che hanno reso possibile tale evasione. D’altra parte, l’obiettivo di un sistema fiscale più giusto non potrà essere raggiunto senza recuperare almeno in parte il controllo dei flussi di capitale e del sistema finanziario. E se la condizione per limitare la concorrenza fiscale è “offrire qualcosa in cambio” (ad esempio la concorrenza in ambito salariale), beh, noi non ci stiamo.

EDITORIALI E COMMENTI 

 

15/05/2022

da il Manifesto

Marco Revelli 

 

CONFLITTO UCRAINO. Siamo all’ambiguità delle proposte. A chi è rivolto il "cessate il fuoco" di Austin: a Putin o anche a Zelensky? Intanto il conflitto cambia natura, ma anche l’Italia invia armi pesanti

 


Finalmente alcune verità da qualcuno di noi ripetute fin dall’inizio di questa maledetta guerra ma a lungo segregate dietro il muro di propaganda bellica, iniziano faticosamente a filtrare persino nei Palazzi della politica. E cioè che la pace (non più parola proibita) è desiderabile hic et nunc e da perseguire come obiettivo prioritario sul terreno della diplomazia. Che la guerra, tanto più se si trasforma in “guerra d’attrito” come sta avvenendo, fa male a entrambe i contendenti e andrebbe fermata quanto prima.

 

Che fa male anche, e in misura crescente, all’Europa, la quale non ha gli stessi interessi degli Stati uniti, che quella guerra vorrebbero prolungarla, ma al contrario ne paga pesantemente il prezzo, in termini economici, politici e geopolitici, come ha fatto capire esplicitamente Macron e più timidamente (molto più timidamente) Draghi.

 

E POI QUELLO CHE sanno tutti fin dall’inizio ma non si poteva neppure accennare, e cioè che la tragedia ucraina potrebbe – anzi dovrebbe – essere fermata attraverso un colloquio diretto tra Biden e Putin (la fatidica telefonata evocata o invocata da Draghi) perché si tratta in realtà, dietro la velleità neocoloniale della Russia, di un confronto “di potenza”, o “tra potenze” che va oltre l’Ucraina. E che è tanto più pericoloso in quanto si tratta di potenze deboli, in declino (una già declinata, la Russia, l’altra declinante, gli Usa), atterrite dal rischio dell’impotenza e per questo incapaci di cedere qualcosa (quel di più di concessione all’altro per permettergli una via d’uscita nel compromesso).

 

SONO VERITÀ sfigurate dall’ambiguità. Segnate dall’ambivalenza, come accade in tempi di decadenza. A cominciare da quelle tre parole, pronunciate dal segretario alla Difesa americano Lloyd Austin al termine del colloquio di un’ora col suo parigrado russo Sergey Shoigu, e oggi unico piolo a cui appendere le residue speranze di tregua nel massacro: “Cessate il fuoco”. Che in italiano suona insieme come sostantivo (uno stato di fatto auspicato) e come voce verbale, un imperativo presente, indirizzato a chi? All’interlocutore diretto russo, Shoigu e dietro a lui Putin, che suonerebbe come minaccia da Signore a subalterno? All’alleato ucraino Zelensky, come intimazione a rispettare un limite che la comunità internazionale non è disposta a lasciar spostare all’infinito, fino al bordo dell’abisso? A entrambi, sapendo tuttavia che nessuno dei due è nella condizione di cedere neppure un millimetro all’altro, pena la proclamazione di una sconfitta senza rimedio: non Putin, che dopo il prezzo imposto al proprio paese con la guerra, ovvero lanciando il sasso e provocando il bagno di sangue che abbiamo sotto gli occhi, non può ritirare la mano (magari restituendo anche la Crimea).

 

MA NEMMENO Zelensky, che dopo le montagne di retorica nazionalista con cui è stato alimentato dall’intero Occidente a reti unificate, rischierebbe di essere travolto da quella stessa ondata se solo si arrischiasse a negoziare una “vittoria mutilata”, probabilmente da parte di quelle stesse milizie armate fino ai denti delle nostre armi. Così quella voce che viene dal cuore dell’amministrazione americana resta doppia, lingua biforcuta, contraddetta d’altra parte dai fatti, che parlano di altri 40 miliardi di dollari in aiuti e soprattutto in armi a chi dovrebbe cessare il fuoco, affermando una compattezza tra le due sponde dell’Atlantico che non c’è.

 

COSÌ COME LINGUA biforcuta appare quella del Presidente del Consiglio italiano, che da una parte afferma che “le persone pensano che cosa possiamo fare per portare la pace“ (e a ognuno viene in mente, finalmente, la diplomazia) ma poi, dall’altra, emana un ennesimo decreto per spedire sul campo di battaglia nuove “armi pesanti” (sic!). E ci chiede di credergli sulla parola quando dice che nel colloquio col leader massimo del nostro Occidente ha perorato la causa urgente della trattativa ed è stato ascoltato, ma lo dice da solo, nella conferenza stampa all’ambasciata italiana (nemmeno un briefing congiunto gli è stato concesso) mentre nel comunicato finale di tutto ciò non vi è traccia, e si parla solo di come il “nostro” abbia contribuito a unire Europa e Stati Uniti all’ombra della Nato in un tripudio di amorosi sensi. Abbiamo così la misura di quanto utile alla causa della nostra democrazia, anzi necessario, sarebbe stato un passaggio parlamentare che affidasse al nostro capo del governo un messaggio chiaro, non equivoco, autorevole per la fonte di provenienza, da consegnare all’alleato reticente.

 

TUTTO QUESTO AVVIENE nel pieno di un travolgente processo di decostruzione di tutti i dispositivi di intermediazione e di garanzia contro i rischi di una perdita di controllo dei conflitti pazientemente costruiti nei decenni della guerra fredda, per impedire che essa diventasse “calda”. Canali sottili, telefoni rossi, “zone cuscinetto”, accordi macro-regionali di dosaggio degli armamenti, fasce di neutralità, a cominciare da quei paesi simbolo come la Svezia e la Finlandia. Attenta elaborazione diplomatico-istituzionale di un’architettura complessa a supporto della sopravvivenza del pianeta, per neutralizzare la terrificante potenza distruttiva delle armi (atomiche) e le ricorrenti folate di pazzia degli uomini.

 

TUTTO QUESTO IN pochi anni, poi in pochi mesi, infine in poche settimane è stato lacerato, con una furia impressionante e un cupio dissolvi incomprensibile, fino a oggi, a quest’ultimo passaggio con la corsa degli ultimi due paesi neutrali sotto l’ombrello dell’Alleanza atlantica. Autogol di Putin, certo, che ha lavorato alla propria peggior condizione. Ma pessima notizia per chiunque trepidi per la sorte del pianeta, con la possibile ri-nuclearizzazione di quel residuo braccio di mar Baltico rimasto fino ad oggi “neutrale”. Svedesi e finlandesi si sentiranno più sicuri. Ma il mondo lo sarà sempre di meno.

POLITICA ESTERA      |   INTERNAZIONALE

 

14/05/2022

da Il Manifesto

Michele Giorgio

 

ISRAELE/TERRITORI OCCUPATI. Migliaia di palestinesi hanno partecipato ieri alle esequie della giornalista uccisa mercoledì. Un agente della polizia di frontiera israeliana è stato colpito a morte da fuoco palestinese in Cisgiordania

 


«I poliziotti ci colpivano con i manganelli e poi hanno lanciato granate assordanti solo perché qualcuno sventolava la bandiera palestinese. A un certo punto ho visto la bara vacillare, sul punto di cadere. Ho chiuso gli occhi temendo il peggio». Fares Attias ieri Sheikh Jarrah raccontava la carica degli agenti al corteo funebre di Shireen Abu Akleh, la giornalista palestinese della tv Al Jazeera uccisa mercoledì in Cisgiordania durante un’incursione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin. Scene che sui social hanno fatto il giro del mondo. Assieme a quelle delle ali di folla formate da decine di migliaia di persone che hanno accompagnato il feretro lungo tutto il tragitto da Sheikh Jarrah fino alla chiesa e poi al cimitero cristiano nella città vecchia di Gerusalemme. Immagini indelebili che dimostrano l’affetto sincero dei palestinesi nei confronti di una reporter che da oltre 20 anni, girando in lungo e in largo la Cisgiordania, riferiva la realtà dell’occupazione militare. Shireen Abu Akleh ormai è un simbolo e modello da seguire per tutti i palestinesi, donne e uomini.

 

Non si vedeva a Gerusalemme tanta partecipazione ai funerali di un palestinese dalla morte 21 anni fa di Faisal Husseini, storico leader di Gerusalemme e figlio dell’eroe nazionale Abdel Qader Husseini caduto in combattimento nel 1948. Le esequie di Shireen Abu Akleh sono state un raro momento di unità nazionale in cui i palestinesi si sono riscoperti un unico popolo e non più cristiani e musulmani, come invece vorrebbero le forze esterne, ma anche interne, che puntano a tenerli divisi. «Il tributo che una folla tanto ampia ha dato a Shireen è allo stesso tempo la celebrazione della sua vita e il motivo di una grande rabbia per il modo in cui è stata uccisa. Shireen è entrata in ogni singola casa palestinese. Ogni casa araba. Attraverso di lei il mondo ha capito cosa significa essere un palestinese», ripeteva ieri ai giornalisti l’esperta di diritto internazionale Diana Buttu.

 

Intanto proprio le indagini avviate dall’esercito israeliano cominciano a sgretolare la certezza assoluta espressa dal premier Naftali Bennett, da esponenti del governo e da rappresentanti diplomatici israeliani, che la responsabilità dell’uccisione di Abu Akleh sia da attribuire soltanto ai palestinesi che mercoledì avevano aperto il fuoco contro i reparti militari entrati a Jenin. Gli accertamenti svolti non offrono conclusioni definitive sull’origine dello sparo che ha colpito la giornalista, ma tra le ipotesi c’è che il proiettile possa essere partito dai militari israeliani. «Rimane la possibilità che sia stata colpita dagli spari delle forze armate contro i terroristi (i palestinesi, ndr)», è scritto nel rapporto preliminare secondo cui la giornalista era a circa 200 metri dai soldati. Questi risultati contemplano naturalmente la possibilità che uomini armati palestinesi impegnati «a colpire i mezzi delle forze israeliani con decine di proiettili in modo incontrollato, abbiamo sparato nella direzione in cui si dirigeva la giornalista». Israele vorrebbe sottoporre il bossolo a una perizia balistica ma i palestinesi hanno confermato di non voler consentire a Israele di esaminare il proiettile che ha ucciso la donna e respinto la richiesta del governo Bennett di indagini congiunte.

 

A Jenin e nell’area circostante, l’esercito e i reparti speciali della polizia ieri hanno portato a termine una nuova incursione, volta ad arrestare un palestinese ricercato dall’intelligence israeliana. L’uomo, un giovane, si è arresto quando l’abitazione in cui si trovava è stata presa di mira da razzi anticarro. Gli israeliani però hanno dovuto fare i conti con un intenso fuoco di sbarramento palestinese. Gli scambi di raffiche sono andati avanti per ore e un ufficiale dell’unità speciale della polizia Yamam, Naom Raz, 47 anni, è stato ucciso mentre con i suoi uomini stava effettuando incursioni in case palestinesi a Burqin. Almeno 13 palestinesi sono rimasti feriti – due sono in condizioni critiche -, tra i quali Daoud Zubeidi, fratello di Zakaria Zubeidi ex comandante delle Brigate di Al Aqsa a Jenin e protagonista lo scorso anno di una clamorosa fuga dal carcere israeliano di Gilboa. Diciannove israeliani sono stati uccisi in attacchi palestinesi nelle ultime settimane. Più di 30 invece sono i palestinesi uccisi dall’esercito israeliano, in prevalenza nell’area di Jenin: tra di essi una donna disarmata e almeno due passanti.

 

Intanto quindici paesi europei tra cui Italia, Francia, Germania, hanno chiesto a Israele di fermare il progetto appena annunciato per la costruzione di più di 4.000 case nei suoi insediamenti coloniali in Cisgiordania. «Occorre revocare questa decisione», hanno scritto chiedendo agli israeliani anche «di non procedere con le previste demolizioni o espulsioni (di 1300 palestinesi, ndr), in particolare a Masafer Yatta».

 

LAVORO E DIRITTI   

 

13/05/2022

da Left

Giulio Cavalli

 

Prima del 2020 un lavoratore su 8 era in povertà lavorativa. Nel 2019 l’11,8% dei lavoratori italiani era a rischio di povertà, oltre 2,5 punti percentuali sopra la media europea. I working poor sono passati dal 10,3% al 13,2% della forza lavoro di riferimento tra il 2006 e il 2017. Sono questi alcuni dati contenuti nel rapporto “Disuguitalia: ridare valore, potere e dignità al lavoro”.

 

In Italia si lavora e si rimane poveri, anche da lavoratori. Quasi un lavoratore su 5 percepiva nel 2017 una retribuzione bassa con il rischio più elevato per gli occupati in regime di part-time. Si conferma la maggiore vulnerabilità delle donne: il lavoro povero è più diffuso nel segmento femminile della forza lavoro con la quota delle lavoratrici con bassa retribuzione attestatasi al 27,8% nel 2017 a fronte del 16,5% tra i lavoratori uomini. Un lavoratore su otto vive in una famiglia con un reddito disponibile insufficiente a coprire i propri fabbisogni di base.

 

Il report scritto da Mikhail Maslennikov, policy advisor di Oxfam Italia, racconta che nel Paese esiste un serio problema di dignità del lavoro. Se un impiego non basta per sopravvivere significa che il mercato serve a una parte sola. È qualcosa che dovrebbe sollevare un dibattito politico enorme e invece rimarrà incagliato tra le pagine dei giornali e nella desolazione delle famiglie.

 

Oxfam critica anche il Pnrr, che «assomiglia più a una sommatoria di interventi che a un’organica agenda di sviluppo» e manca di una solida visione di politica industriale. I comparti su cui si punta sono costruzioni, edilizia, commercio: quelli in cui i posti di lavoro tendono ad essere poco qualificati, precari e scarsamente pagati. La maggior parte delle risorse in capo al ministero dello Sviluppo è destinata a incentivi alle imprese senza condizionalità in termini di innovazione, sostenibilità, tenuta dei livelli occupazionali e qualità del lavoro.

 

L’articolo 36 della Costituzione dice che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se’ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». L’articolo 36 dovrebbe campeggiare sui programmi elettorali dei partiti per le prossime elezioni.

 

Come ci si salva da un lavoro che non fa uscire dalla povertà? Oxfam propone di:

 

  • limitare l’uso di deroghe – da parte delle stazioni appaltanti che struttureranno i bandi del Pnrr e del Piano nazionale degli investimenti complementari (Pnc) – al vincolo imposto agli operatori economici aggiudicatari di destinare ai giovani sotto i 36 anni di età e alle donne almeno il 30% dell’occupazione aggiuntiva creata in esecuzione del contratto, per evitare il rischio di veder perpetuate vulnerabilità esistenti, soprattutto con riferimento alla nuova occupazione femminile;
  • garantire un robusto monitoraggio del rispetto della clausola occupazionale prevedendo flag specifici per le nuove assunzioni da parte degli aggiudicatori dei bandi del Pnrr e del Pnc all’interno del sistema delle comunicazioni obbligatorie;
  • ampliare le condizionalità alla qualità del nuovo lavoro creato -grazie ai bandi del Pnrr e del Pnc e agli incentivi pubblici alle imprese – per garantire una più equa condivisione, tra i fattori produttivi, dei benefici ricavati dalle nuove attività finanziate o supportate dall’operatore pubblico;
  • disincentivare l’utilizzo dei contratti a termine, con previsione di causali stringenti e circoscritte e introdurre limitazioni all’esternalizzazione del lavoro mediante appalti a imprese multiservizi;
  • previo accordo tra le parti sociali, sui criteri di misurazione della rappresentatività sindacale e datoriale, estendere per via legislativa l’efficacia erga omnes dei contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati tra soggetti maggiormente rappresentativi;
  • introdurre un salario minimo legale, per colmare gli ambiti di attività non coperti dai contratti collettivi e rafforzare il potere negoziale dei lavoratori autonomi che condividono alcune caratteristiche con i lavoratori subordinati. Per stabilire la definizione della retribuzione da assumere come soglia e l’ammontare della soglia stessa, è necessaria l’istituzione di un organo collegiale (con rappresentanza paritetica delle parti sociali), titolare anche della verifica e della definizione di criteri di aggiornamento periodico dell’ammontare della misura da attuare tenendo conto della congiuntura economica, dell’andamento dei salari contrattuali e dell’evoluzione del sistema tax-benefit.

 

EDITORIALI E COMMENTI 

 

12/05/2022

da il Manifesto

Alberto Negri

 

TEATRO DI GUERRA. Il premier italiano - che riferirà in Parlamento il 19 maggio per un question time (senza repliche) - vuole figurare come il miglior alleato possibile di Biden e allo stesso tempo tenere a bada una maggioranza di governo dove in molti sono contrari all’invio di altre armi

 

Con un totale di 40 miliardi di dollari di aiuti militari varati dal Congresso americano con l’Ukraine Democracy Defense Lend-Lease Act (una sorta di prestito) Kiev dovrà difendersi da Mosca e contrattaccare, diventando una sorta di Sparta d’Europa. Questa è la sostanza dei piani americani. Se poi vogliamo credere alle parole di Draghi nell’incontro con Biden a Washington e di Macron rimane anche lo spazio per tentare un negoziato ma sono, appunto, parole quelle pronunciate dal presidente del Consiglio italiano e dal leader francese. Macron ancora più di Draghi si è spinto avanti: «Non bisogna umiliare la Russia», ha detto.

 

Cosa significa? Che la guerra, dopo la svolta di Ramstein, ha preso una china pericolosa per Putin ma anche per la pace in Europa. E il capo dell’Eliseo, seguito in questo anche da Draghi, si è affrettato a dire, sia nel discorso di Strasburgo di lunedì che nel colloquio con il cinese Xi Jinping, che deve essere l’Ucraina, non altri, a indicare le condizioni di un negoziato con Mosca.
La dichiarazione di Macron più che un consiglio diplomatico appare come un avvertimento alla stessa Alleanza atlantica.

 

All’ultimo vertice della Nato – diventato con la partecipazione di altri 14 Paesi una sorta di alleanza dei “volenterosi” – si è passati da una prima fase del conflitto, che mirava soltanto a difendere l’Ucraina e limitare i danni dell’invasione russa, a una seconda fase, quella di indebolire la Russia e impegnarla in un lungo conflitto di logoramento e di attrito. Con l’espansione del sostegno all’Ucraina e nel ritenere legittimo, come dice Boris Johnson, colpire la catena logistica «anche in territorio russo», gli occidentali sembrano avviati ad accettare esplicitamente una escalation del conflitto.

 

Come scrive Tom Stevenson sul New York Times, qui non si tratta soltanto di inviare convogli di armi. Gli Usa e gli inglesi – ma anche l’Italia stando alle dichiarazioni di qualche ex generale – stanno fornendo agli ucraini intelligence e sorveglianza dei cieli, dando informazioni in tempo reale che sono servite a individuare le posizioni dei militari russi sul terreno, a eliminare una decina di generali e ad affondare il Moskva, ammiraglia russa nel Mar Nero. Se volessimo spingerci appena un passo più in là del giornale americano, la realtà è che la Nato ha insediato sui cieli dell’Ucraina una sorta di “no fly zone” elettronica e si prepara da affondare i colpi anche con la cyberwar, come fanno intuire i «misteriosi» incidenti avvenuti a siti di interesse militare in territorio russo.

 

L’escalation è nelle parole e nei fatti. Il segretario alla Difesa Usa Lloyd Austin, ha dichiarato che la Russia deve essere «indebolita». La ministra britannica degli esteri Liz Truss ha affermato che il conflitto si deve allargare alle zone dell’Ucraina occupate dalla Russia come la Crimea e che «l’obiettivo è espellere le truppe di Mosca dall’intera Ucraina». Questo significa, in sintesi, l’allargamento del campo di battaglia e la trasformazione della guerra. Ci sono segnali espliciti in questa direzione. Nelle prime settimane della guerra anche i leader più nazionalisti di Kiev discutevano della possibilità di dichiarare lo status di neutralità dell’Ucraina per fermare l’avanzata russa, ora si parla di «vittoria» e riconquista dei territori perduti.

 

Il Donbass, in guerra dal 2014 e lungamente ignorato dalla stragrande maggioranza dei politici europei, ora è diventato in poche settimane la nuova frontiera dell’Europa, la linea rossa tra la democrazia e l’autocrazia putiniana.

 

Ma vogliamo davvero questo? Draghi al bivio si mantiene nella sua ambiguità. «Molti in Europa – ha detto Draghi – condividono la nostra posizione unita nell’aiutare l’Ucraina e nel sanzionare la Russia. Ma si chiedono anche: come possiamo mettere fine a queste atrocità? Come possiamo arrivare a un cessate il fuoco? Come possiamo promuovere dei negoziati credibili per costruire una pace duratura?». E poi alla conferenza stampa all’ambasciata italiana ieri, ha dichiarato che La Russia «non è più Golia», non è più invincibile, ma tutte le parti devono fare uno sforzo per sedersi intorno a un tavolo «anche gli Usa»; accontando così il risultato dell’incontro con Biden: «Abbiamo concordato che occorre continuare a sostenere l’Ucraina e a fare pressione su Mosca ma anche cominciare a chiedersi come si costruisce la pace. Una pace che vuole l’Ucraina, non una pace imposta».

 

Il premier italiano – che riferirà in Parlamento il 19 maggio per un question time (senza repliche) – vuole la botte piena e la moglie ubriaca: ovvero figurare come il miglior alleato possibile di Biden, impegnato nella corsa elettorale di midterm, e allo stesso tempo tenere a bada una maggioranza di governo dove in molti – oltre che tanti nel Paese – sono contrari all’invio di altre armi in Ucraina per una guerra che ha cambiato di segno. Ma quasi sicuramente avverrà il contrario: faremo quel che ci chiedono gli americani e se servono i nostri droni daremo i droni.

 

Tra Biden e Draghi non è mancato un siparietto libico di involontaria comicità. Draghi ha chiesto a Biden un sostegno alla «stabilizzazione della Libia» che può essere «un enorme fornitore di gas e petrolio», visto che tra l’altro ci unisce, dal 2004, anche un gasdotto della portata di 30 miliardi di metri cubi. Se per il gas ci siamo sempre più legati alla Russia è anche per le perdite subite con le mancate forniture dalla Libia dovute alla decisione di Usa, Gran Bretagna e Francia di far fuori, con la Nato, Gheddafi nel 2011 abbandonando poi il Paese al suo destino.

 

Sono anni che le amministrazioni americane, democratiche o repubblicane, ci prendono in giro sulla questione della Libia dove promettono all’Italia un ruolo nella «cabina di regia» di un Paese che nel frattempo è stato occupato per metà dalla Turchia e dove non si vede ancora chi possa governarlo riunificando Tripolitania e Cirenaica. Ironia della sorte prima abbiamo pagato le guerre americane e dei nostri alleati e ora paghiamo anche quelle di Putin. Più irrilevanti di così si muore, quasi come muoiono tutti i giorni, ormai ignorati, i profughi nel Mediterraneo.

 

POLITICA NAZIONALE    |      POLITICA ITALIANA     |  SANITA'

A

11/05/2022

DA Il Manifesto 

Adriana Pollice

 

L 30% DELLE BORSE DI STUDIO NON ASSEGNATO, MANCANO 5MILA PROFESSIONISTI E I CONCORSI VANNO DESERTI. Nel 2024 le spese sanitarie saranno il 6,3% del Pil, meno di quando stanziato nel 2019. De Iaco (Simeu): «La nostra al Ps è un'attività davvero usurante ma non viene riconosciuta»

 

Il Pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Napoli invaso la scorsa settimana da pazienti in attesa di ricovero con 25 medici che firmano un preavviso di dimissioni per l’impossibile carico di lavoro e i concorsi che vanno deserti. Al Ps dell’ospedale Maggiore di Bologna, sempre la scorsa settimana, pazienti dirottati fuori provincia. San Camillo di Roma preso d’assalto. Piemonte e Sardegna coprono i turni con medici reclutati dalle coop. La gestione dell’emergenza è al collasso. «È la grande questione del personale – ha spiegato il ministro Speranza -. Abbiamo messo 17.400 borse di specializzazione, il triplo di tre anni fa e il doppio di due anni fa. Investimenti che avranno una ricaduta nei prossimi anni. Il più grande investimento lo dobbiamo fare sulle persone».

 

I CONTI PERÒ NON TORNANO. Raffaele Donini, assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna e coordinatore della commissione Salute della conferenza delle Regioni: «Per le spese militari c’è un significativo aumento del budget da parte del governo ma abbiamo 4 miliardi di spese Covid non rimborsate dallo Stato che le regioni hanno sostenuto, così non riusciamo a programmare. Tutte le regioni sanno che nel 2022 si prospetta un disavanzo. Nel Def si è passati dal 6,4% del 2019 di spese sanitarie sul Pil al 7,4% del 2020, torneremo nel 2022 al 7% e nel 2024 arretreremo al 6,3%, cioè meno del 2019».

 

IL 30% DELLE BORSE disponibili a livello nazionale per la specializzazione in emergenza-urgenza resta scoperta, una fuga dalla professione. «Sono circa 600 i medici del settore che nel 2022 hanno scelto di dimettersi dai pronto soccorso. Come se chiudessero 5 Ps al mese – la denuncia della Società italiana della medicina di emergenza-urgenza (Simeu) -. Sono 4.200 i colleghi che dagli ultimi mesi del 2021 mancano strutturalmente nei pronto soccorso d’Italia. La somma dei fattori ha implementato il valore stimato delle carenze, ormai prossimo alle 5mila unità». E Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici: «È il momento di investire sul personale non solo sulle strutture, come prevede il Pnrr». Strutture per la medicina territoriale che non si sa come far vivere visto che manca una voce di bilancio per le assunzioni e le regioni hanno le casse vuote.

 

IL PRESIDENTE SIMEU, Fabio De Iaco, racconta cosa non funzione nei reparti d’emergenza: «Il medico di pronto soccorso è trattato dal punto di vista economico come qualunque altro collega ospedaliero che magari fa 5 ore la mattina, va nel suo studio privato il pomeriggio e non è tenuto alle guardie notturne se non per la reperibilità. La nostra è un’attività usurante non riconosciuta: non possiamo rientrare nelle legge specifica ma basterebbe ammettere la nostra specificità attraverso la riduzione dell’orario o l’aumento delle ferie come, ad esempio, avviene per i radiologi». Non c’è avanzamento di carriera: «Gli incarichi a professionalità più alta dovrebbero essere maggiori – prosegue De Iaco -. Un’unità di medicina d’urgenza ha dentro il pronto soccorso, l’Obi, la terapia semi intensiva: potrebbero essere strutture semplici all’interno di una complessa dando la possibilità di progressione di carriera. Ho dei colleghi che lavorano da 25 anni in Ps e hanno avuto solo scatti d’anzianità».

 

E POI C’È LA DIGNITÀ professionale: «Il messaggio che sta passando è che chiunque può fare il nostro lavoro. Un neolaureato che aderisce a una cooperativa può fare lo stesso turno con me senza competenza specifica ma pagato 4 o 5 volte di più. La coop fa da intermediario con le aziende per assegnare turni e servizi, trattenendo una quota sulle singole prestazioni. Così il lavoro in team non esiste più. Come fa il direttore della struttura a garantirne il governo e l’aderenza alle linee guida? Come faccio a garantire che il medico che arriva a fare la notte, mai visto prima, sappia quali sono le disponibilità dell’ospedale? se c’è l’emodinamica per l’infarto o serve un iter per attivarla, se ho la cardiochirurgia o la neurochirurgia? Uno strutturato pesa nel capitolo personale ma la coop invece finisce alla voce beni e servizi come l’appalto per le pulizie, bypassano i tetti di spesa imposti per legge».

 

I MEDICI ASPETTANO RISPOSTE: «Al ministero abbiamo fatto posposte precise: valorizzazione economica, che non possono essere gli 80 o 100 euro di indennità al mese inserita in finanziaria, una mancetta; migliorare le condizioni di lavoro per bloccare l’emorragia di professionisti; smettere di utilizzare il medico di Ps per qualunque cosa inclusa la gestione del boarding, cioè l’attesa indefinita del ricovero con interi reparti di degenza che si creano per giorni». La nuova forze lavoro? Va presa dalle scuole di specializzazione: «Cambiamo lo status degli specializzandi: dal terzo anno in poi devono entrare negli ospedali, inquadrati come uno strutturato, assumendo responsabilità crescenti e concludendo l’iter formativo nel Servizio sanitario. In Gazzetta ufficiale c’è già la nuova versione del contratto formazione-lavoro dove queste cose sono presenti – conclude De Iaco – ma questo percorso è lasciato all’iniziativa dello studente che si presenta sua sponte al concorso, quando invece dovrebbe diventare l’iter ordinario, anche per superare resistenze che ancora esistono».

 

EDITORIALI E  COMMENTI     |      MANIFESTIAMO PER LA PACE 

 

10/05/2022

 

“Mentre Draghi sarà a Washington a prendere ordini dal Presidente Biden, con il concreto rischio di trascinare il nostro Paese attivamente nel conflitto, noi saremo in piazza per gridare insieme: NON IN NOSTRO NOME, NO ALLA GUERRA IN UCRAINA E SÌ ALLA PACE”.


Lo dichiarano in una nota le deputate di ManifestA, annunciando l’evento “LASCIAMO IL MONDO IN PACE. METTIAMOCI AL LAVORO, INSIEME”, che si terrà a Roma il prossimo 11 maggio alle ore 11:00 in piazza SS. Apostoli.

“L’iniziativa aperta a tutti e tutte a prescindere dal colore politico, che vuole unire e mobilitare la cittadinanza e tutte le persone che apertamente si stanno opponendo a questa guerra e all’invio di armamenti in Ucraina, sta registrando in queste ore il sostegno di molti volti conosciuti del mondo del giornalismo, della cultura e dello spettacolo, come: Moni Ovadia – Andrea Rivera – Vauro – Francesca Fornario – Angelo D’Orsi. Moltissime le adesioni dell’associazionismo, del mondo accademico e della cittadinanza attiva, tra cui: Alfio Nicotra di “Un ponte per” – Cesare Antetomaso di “Giuristi democratici” – Associazione dei palestinesi in Italia API – Giuliano Girlando di “Paese Reale” – Fabio Alberti della di “Rete Pace e Disarmo” – Sindacato dei Popoli Liberi – Cambiare Rotta – Organizzazione Studentesca di Opposizione OSA.

Presenti forze politiche che si oppongono all’invio di armi, quindi tutti i deputati e i senatori che hanno votato NO all’aumento della spesa militare. Tutta la costellazione della sinistra, attivamente impegnata da settimane nel chiedere un immediato cessate il fuoco e l’attivazione di canali diplomatici per trovare una soluzione pacifica al conflitto: Paolo Ferrero, vicepresidente del Partito della Sinistra Europea – Maurizio Acerbo segretario Partito della Rifondazione Comunista – Giuliano Granato e Giorgio Cremaschi di Potere al Popolo, Luigi de Magistris con DEMA – Sindacato Sifus Confali – il sindacato USB, che ha appena organizzato a Roma il Congresso della Federazione Sindacale Mondiale. Non saranno presenti in piazza ma aderiscono e sostengono attivamente la manifestazione: Ascanio Celestini e Vittorio Agnoletto”. Concludono le deputate.

POLITICA ESTERA

 

09/05/2022

da Contropiano

di Dante Barontini - Guido Salerno Aletta 

 

Per una volta bisogna quasi ringraziare il Segretario della Nato Jens Stoltenberg, marionetta in mano al Pentagono. In una intervista rilasciata ad un pool di giornali internazionali, tra cui i guerrafondai di Repubblica, ha chiarito definitivamente chi è che spinge perché la guerra diventi davvero mondiale.

 

Dobbiamo sempre prendere sul serio la minaccia di una guerra globale. Si tratta di minimizzare il più possibile il rischio. L’Ucraina deve vincere questa guerra perché sta difendendo il proprio paese”.

 

E in ogni caso “l’annessione illegale della Crimea non sarà mai accettata dai membri della Nato. Sosterremo l’Ucraina fino a quando il presidente Putin porterà avanti questa guerra. Saranno però il governo e il popolo ucraino a decidere in maniera sovrana su una possibile soluzione di pace”.

 

In tra sole frasi ha smontato tonnellate di propaganda sparata da due mesi e mezzo a reti unificate.

 

Primo punto: l’Ucraina non è considerata – dalla Nato e dunque dagli Usa – un paese “sovrano”, “libero di scegliere”.

 

La parola viene ancora usata, ma dentro un’affermazione completamente opposta. Se Zelenskij, due giorni fa, era sembrato aprire alla possibilità di trattare con Mosca sulla base della situazione sul terreno al 23 febbraio – con la Crimea federata alla Russia e gran parte del Donbass controllato dalle repubbliche di Lugansk e Donetsk – Stoltenberg ha escluso questa ipotesi.

 

Dunque Kiev non può affatto “decidere in maniera sovrana su una possibile soluzione di pace”, ma deve attenersi alle disposizioni emanate dal comando Nato. Ossia dagli interessi mutevoli di Washington.

 

Diventa così chiarissimo che questa è una guerra tra Nato e Russia, iniziata ben prima dell’attacco aperto all’Ucraina, e in cui il popolo ucraino è la carne da macello di cui si servono gli Usa per raggiungere i propri obiettivi.

Anche su questi obiettivi, con il passare dei giorni e l’aggravarsi dei segnali di crisi economica soprattutto in Europa, cominciano a trasparire analisi – o “confessioni” – da parte di osservatori che considerano non proprio una genialata il fatto di assecondare gli yankee in questa avventura. Anzi.

 

Vi avevamo proposto ieri un insospettabile – per la provenienza e per la data, un anno fa – articolo di Lucio Caracciolo, fondatore e direttore di Limes.

 

Oggi vi aggiungiamo l’illuminante articolo di Guido Salerno Aletta per Milano Finanza. Testata altrettanto insospettabile…

 

Anche qui, come nel caso di Caracciolo, si guarda alla guerra attuale come il prologo del vero confronto strategico dei prossimi anni: quello con la Cina. E per ragioni puramente economiche, senza fuorvianti travestimenti “ideali” (“libertà”, “difesa della democrazia”, ecc).

Gli Stati Uniti sono in condizioni praticamente disperate, con una economia ormai totalmente dipendete dalla “carta”, ossia dalla finanza speculativa. Quasi dieci anni di quantitative easing da parte delle banche centrali (Federal Reserve, Bce, Banca d’Inghilterra) hanno tenuto in piedi la finzione, il ruolo del dollaro e le quotazioni di borsa. Ma anche quel gioco è giunto alla fine.

 

Così il denaro in eccesso, in cerca di valorizzazione senza passare per la “noiosa e lenta” produzione di merci, si è scaricato sul mercato delle materie prime, soprattutto energetiche. L’inflazione ha preso il via molto prima della guerra in Ucraina, e non c’è un modo indolore di arrestarla (il rialzo dei tassi di interesse, se fatto secondo i manuali neoliberisti, trasformerà la stagnazione di questi anni in recessione conclamata).

 

Su MilanoFinanza non si può dire con la formula marxiana, ma la realtà è proprio questa. Per uscire dalla crisi sistemica il modo di produzione capitalistico (incarnato fin qui dall’imperialismo Usa) deve distruggere una massa gigantesca di capitale (quello di altri capitalisti) e “mettere a valore” risorse che sono attualmente a disposizione di altri.

 

Agli occhi di Washington la Russia appare come un nuovo West da conquistare (avevano cominciato a farlo con Eltsin, poi c’era stato un rinculo che ha portato al potere Putin), ricco di petrolio, gas, litio, uranio, minerali di ogni genere.

 

C’è solo il “problemino strategico” dell’armamento nucleare russo. E quindi l’offensiva della Nato si trova a dover cercare vie traverse, per “minimizzare il rischio”. Per ora usa gli ucraini come carne da macello e l’Europa come “alleato-competitor” da ridimensionare.

 

La Cina è ancora lontana, ma lo sguardo è puntato lì…

 

*****

La guerra in Ucraina sarà il prologo dello scontro finale Usa-Cina?

 

Guido Salerno Aletta – MilanoFinanza *

 

È lotta per la sopravvivenza, dopo tanti anni di ininterrotta repressione finanziaria, con i tassi di interesse a zero e così tanta liquidità da non sapere più dove impiegarla mentre l’economia reale da ultimo cedeva per gli effetti della crisi sanitaria: i prezzi delle materie prime alle stelle e il cambio col dollaro che penalizza le altre valute, dall’euro allo yen fino alla sterlina britannica, sono segnali di tens ioni, di mutamenti, di scontro globale.

 

Sul mercato delle materie prime si è riversata l’eccezionale liquidità ancora una volta immessa sui mercati finanziari dalle banche centrali durante il biennio pandemico: dopo aver esaurito tutti i margini di crescita sui listini azionari ed essendo penalizzati da tassi negativi sui prestiti, bond e titoli di Stato, ora si escutono margini dalle aziende e dai consumatori, intermediando tra offerta e domanda di beni primari.

 

Non si attinge più ai dividendi o agli interessi sui debiti, finanziando lo stato patrimoniale delle imprese, ma se ne aumentano i costi di funzionamento spostando il prelievo sul loro conto economico.

 

I listini dei prezzi vengono cancellati, non si fanno budget annuali, si vive alla giornata.
Siamo passati così, improvvisamente, dalla tanto temuta deflazione secolare alla più forte fiammata dei prezzi mai registrata dagli anni Settanta.

 

A partire dal 2009, sono stati dodici anni di preoccupazione per la tendenza dei prezzi a flettere sotto lo zero, ripetendo il collasso che colpi l’economia mondiale nella seconda metà dell’Ottocento quando i prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime calavano per l’ingresso sul mercato di sempre nuovi paesi produttori e per la generalizzata illusione di mantenere invariati i proventi aumentando la produzione, sortendo l’effetto esattamente opposto.

 

E’ cambiato profondamente il funzionamento dei mercati e dei prezzi, principalmente, ma non solo nel campo energetico: uno scenario delineatosi ben prima della guerra in Ucraina, fattore che rende ancora più convulsa la situazione.

 

L’andamento dei prezzi alla produzione, che precede quello al consumo, si era andato completamente ribaltando già dall’inizio del 2021: a livello europeo, fatti pari a 100 i prezzi del 2010, ancora a fine 2020 si rilevavano valori compresi tra 102 e 104.

 

Alla fine del 2021, e quindi ancora due mesi prima dell’inizio dell’invasione russa in Ucraina, l’indice dei prezzi per il complesso delle industrie europee era improvvisamente arrivato a 123,5. Una chiara speculazione sulla ripresa economica tanto attesa. A trainare tutto verso l’alto, in modo impressionante, erano stati i prezzi dei prodotti energetici, più che raddoppiati nel giro di diciotto mesi, passando da quota di 87 del maggio 2020 a 174,8 del dicembre 2021.

 

In Europa, la componente dei prezzi all’importazione è stata assai dinamica. In Italia, nell’anno compreso tra il febbraio 2021 e quello scorso, l’indice è passato da 96,1 a 126,5: +30,4%; in Germania, da 100,4 a 128,6: +28,2%. A marzo, l’indice tedesco ha avuto un’ulteriore impennata a 135,9: inarrestabile.

 

Negli Usa la variazione è stata praticamente la metà di quella tedesca e di quella italiana. La debolezza dell’euro nei confronti del dollaro ha inciso in modo decisivo sul differenziale dei prezzi all’importazione nelle due sponde dell’Atlantico: il rapporto di cambio, pari a 1,22 a febbraio 2021, era sceso a 1,13 a febbraio scorso, crollando a 1,05 in questi primi giorni di maggio.

 

La politica monetaria restrittiva americana sta spostando i capitali dall’area
dell’euro a quella del dollaro: rafforzandolo, ne peggiora la bilancia commerciale strutturalmente deficitaria nel settore delle merci, mai compensata dall’attivo nel comparto dei servizi.

 

A marzo, le esportazioni degli Usa sono ammontate nel complesso a 241,7 miliardi di dollari con un incremento di 12,9 miliardi rispetto a febbraio. Ma le importazioni sono arrivate a 351,5 miliardi, con un aumento di 32,9 miliardi rispetto a febbraio.

 

La scelta di deindustrializzare l’economia americana e di abbandonare completamente la manifattura, da demandare ai paesi cosiddetti arretrati come il Messico e la Cina, e che rimonta agli anni Ottanta, si è dimostrata perdente.

 

Nei confronti degli Usa, l’Europa assomiglia sempre più all’India dei tempi dell’Impero Britannico: con una moneta meno forte rispetto a quella aurea, tenuta ai margini dal punto di tecnologico, completamente dipendente dal punto di vista strategico e militare, fonda la propria economia sul mercantilismo e rifornisce di capitali il centro dell’Impero.

Questo determina costi economici, sociali e finanziari crescenti per l’Eurozona: per la maggiore inflazione delle merci comprate in dollari, per la caduta dei redditi reali e della maggiore disoccupazione, per i tassi di interesse asimmetrici sui titoli di Stato dei diversi Paesi.

 

Ma è la stessa forza del dollaro che aumenta lo squilibrio commerciale e finanziario degli Stati Uniti, divenuti in questi anni il più grande debitore del mondo. In tutto questo, la grande mutazione finanziaria intermedia sempre meno asset patrimoniali e sempre più merci.

 

Queste contraddizioni vanno proiettate all’esterno: la guerra in Ucraina anticipa il conflitto geopolitico più vasto, tra Usa e Cina, così come accadde per la Serbia e la Polonia che nelle due Guerre mondiali segnavano quello esistenziale tra Gran Bretagna e Germania.

 

La costituzione di un temibile blocco russo-cinese che dilaga in un Brics+, e prima ancora l’ambizione europea di emanciparsi dagli Stati Uniti, vanno scongiurate: nello scontro per il dominio continentale, e nonostante il collasso di tre Imperi Centrali nel 1918, la Gran Bretagna sempre più in affanno dovette cedere progressivamente le redini monetarie, economiche e militari agli Usa, anch’essi potenza marittima.

 

Ma adesso, dopo gli Usa, nessun’altra potenza marittima potrà prenderne l’eredità: la Storia si ripete, nello scontro finale tra il nomos del Mare e quello della Terra.

Pagine