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15.08.2018

da Controlacrisi

 

Sarebbero serviti 40 milioni per sistemare il ponte ma Benetton ne aveva messi nel piatto la metà. Eppure Autostrade si prende i pedaggi più alti d'Europa! Prc: "È ora di affrontare l'emergenza della sicurezza delle nostre infrastrutture e di fare un bilancio delle privatizzazioni”

 

"I responsabili hanno un nome e un cognome e sono Autostrade per l'Italia" ha dichiarato Di Maio a Radio Radicale. "Dopo anni che si è detto che le cose dai privati sarebbero state gestite molto meglio, ci troviamo con uno dei più gradi concessionari europei che ci dice che quel ponte era in sicurezza. Queste sono scuse. Autostrade deve fare la manutenzione e non l'ha fatta. Prima di tutto si dimettano i vertici", ha concluso.
Ovviamente non si dimetterà nessuno. Il titolo di Atlantia perderà in borsa qualche punto percentuale. Il procedimento per la revoca entrerà nel labirinto di ricorsi e controricorsi. 
Vanno dette un paio di cose sul carrozzone Benetton, soprattutto per quel che riguarda il settore autostradale della holding. Ad Autostrade paghiamo i pedaggi più alti d'Europa e loro pagano tasse bassissime perché sono posseduti da una finanziaria, la Benetton appunto, che ha residenza in Lussemburgo. Un paio di anni fa, dopo che alcuni degli "stralli", ora sotto accusa, erano stati “rivestiti” era stata discussa l’eventualità di una completa sostituzione. Un intervento che aveva un costo alto: 35 milioni di euro. A maggio di qust'anno il bando per 20 milioni. Peccato che gli stralli su cui intervenire fossero quelli sbagliati! 



Antonio Occhiuzzi Direttore dell'Istituto di tecnologia delle costruzioni del Consiglio nazionale delle ricerche ha un’idea molto precisa: “Gli stralli in calcestruzzo armato precompresso, realizzati anche per altri viadotti analoghi (sul lago di Maracaibo in Venezuela, ma anche in Basilicata, per esempio), hanno mostrato una durabilità relativamente ridotta. E la statica di un ponte di questo tipo dipende fondamentalmente dal comportamento e dallo “stato di salute” degli stralli.Nel caso in questione, in particolare, una parte degli stralli è stata oggetto di un importante e chiaramente visibile intervento di rinforzo, ma il tratto crollato è un altro. È necessario capire perché, in presenza di elementi che hanno indotto a rinforzare alcuni stralli, non siano state operate le medesime cure sugli altri, gemelli e coevi”.

Il giochino del profitto lor signori lo conoscono bene. Qualche morto in più o in meno non peserà certo sulla loro coscienza. Vogliamo andare a vedere a cosa il nome di Benetton è legato in Argentina, ai morti provocati dalle proteste contro le deforestazioni e le espropriazioni dei terreni alle comunità locali?

Meglio stare sul merito. Diceva un vecchio professore di cemento armato: “Esiste un santo per le strutture, e il santo oggi ha fatto crollare una torre, la più lontana dalle abitazioni, per fortuna". Inutile dire, che se bisogna “affidarsi” ai santi e non alla affidabilità delle costruzioni, un problema serio in questo Paese esiste.
Vari esperti sono stati interpellati riguardo il crollo del Ponte Morandi, professori ordinari di Costruzioni Idrauliche e Marittime e Idrologia, ingegneri architetti di fama. In molti ritengono di poter escludere cause idrauliche: "Non è colpa del fiume, nel senso che la pila non è stata scalzata. Il crollo del Ponte Morandi non è dovuto all’erosione o a una ragione idraulica. Costruire in quel modo il ponte era l’unico modo per passare in quota, a un’altezza di 50 metri, su un fiume che è largo 100 metri per evitare di mettere i piloni in mezzo al fiume. Un fiume che nel 1970 esondò e fece un sacco di morti. Dice l’accademico Renzo Rosso ai microfoni del Fatto quotidiano.



Fino a pochi giorni fa il primo tratto, quello rimasto in piedi, era chiuso per "manutenzione e consolidamento". Evidentemente dei palliativi rispetto a quanto poi si è realmente verificato. Sono stati diversi gli interventi su una infrastruttura datata (terminata a fine anni 60) e trafficatissima, visto che si tratta della via d'accesso principale da Nord (chi scende in Riviera da Milano, per esempio, passa da lì) e cruciale anche per il porto e in direzione Francia.
Si ripropone il problema della manutenzione degli investimenti da destinare alle grandi opere. L’Italia per la manutenzione delle strade e la messa in sicurezza spende 5 volte in meno di quanto dovrebbe, 2 miliardi e mezzo l’anno servirebbero e la spesa è della metà, nonostante l’invecchiamento progressivo delle nostre grandi infrastrutture che risalgano agli anni del boom, gli investimenti sono più sbilanciati sulla sicurezza a discapito delle infrastrutture. Inoltre lentezze, ritardi, lungaggini burocratiche complicano le procedure per i finanziamenti di opere pubbliche. Conflitti tra enti locali e corruzione rallentano i processi di manutenzione. 61mila sono i ponti e i viadotti in Italia da gestire. Il contratto di programma 2016-2020 per la manutenzione straordinaria prevede finanziamenti di 10 miliardi ma finora sono solo sulla carta.



Nel frattempo sollecitazioni di vario tipo, sismiche, atmosferiche, meccaniche (Il calcestruzzo viene sottoposto a erosione per la presenza di cloruri e solfati presenti nell’atmosfera che raggiungono il ferro al suo interno che si ossida) affaticano le strutture, opere datate 50-60 anni fa che andrebbero rinforzate o demolite e sostituite. Occorre un programma d’intervento a lunga scadenza. 
Nonostante, probabilmente, anni di manutenzioni per cui l’Italia arriva a spendere quasi l’80% del costo di costruzione iniziale.



Questo del viadotto Morandi è l’ultimo di un elenco di crolli dovuti a cedimenti strutturali.



9/03/2017 sulla A14 Adriatica crolla un ponte e sotto un ponte provvisorio, 2 morti
28/10 /2016 sulla Provinciale in Brianza cavalcavia crolla al passaggio di un tir e schiaccia un auto, un morto
18/04/2017 crollo di viadotto provinciale di Cuneo, salvi per miracolo
10/04/15 cade un pilone sull’autostrada A19 Palermo Catania
Sulla Palermo Agrigento crolla viadotto inaugurato 10 giorni prima, nessuna vittima
Liguria 2018 nubifragio fa crollare un ponte a Carasco, due morti.


Bruxelles intanto ricorda che per il nostro Paese sono stati stanziati "2,5 miliardi di euro nel periodo 2014-2020 in fondi strutturali e di investimento europei per infrastrutture di rete, come strade o ferrovie". E che lo scorso aprile la Commissione ha approvato un piano di investimenti per le autostrade italiane, che "consentirà di portare avanti circa 8,5 miliardi di euro di investimenti, anche in Liguria".
Si chiedono interventi urgenti attraverso comunicati stampa, da una parte il cordoglio, dall’altra la richiesta di interventi urgenti. Non è solo il momento del cordoglio però, ma è anche l’ occasione per ripetere che la politica di austerità in questi anni ha prodotto tagli alla protezione civile, ai vigili del fuoco, alle assunzioni di personale tecnico specializzato, tagli alle analisi tecniche di controllo e di monitoraggio. Non possiamo dimenticare che per anni si è raschiato il fondo del barile proprio nel tempo dei grandi disastri, e questo dimostra che non c’è stato un oculato utilizzo dei soldi e che ciò abbia determinato un aumento di infortuni e di morti. Tale sottovalutazione dei problemi produce effetti che esplodono inevitabilmente con così tanta veemeza.
Toppe su toppe si sono messe su opere come il gigante dell’ ingegneria moderna, il viadotto Morandi minato dal tempo da problemi strutturali e da cedimenti. Perchè non si fa una radiografia del rischio una diagnosi scientifica puntuale dello stato di salute di queste infrastrutture? 

 


“Di fronte a questa tragedia non si può che esprimere cordoglio per le vittime e vicinanza e solidarietà ai loro cari - si legge in una nota firmata da Maurizio Acerbo, segretario nazionale Partito della Rifondazione Comunista e Maurizio Natale, segretario provinciale Prc Genova -. Ma è forte la rabbia di fronte a una strage di queste dimensioni. Era davvero imprevedibile questa tragedia? Chi doveva vigilare? Le autostrade sono state privatizzate dal 1999 e dal 2002 l'A10 è in concessione alla società "Autostrade per l'Italia" (gruppo Atlantis - Benetton) che controlla 3.200 km in tutta la penisola. I privati hanno fatto il loro dovere? E il ministero ha esercitato la doverosa vigilanza? Gli allarmi sono stati verificati adeguatamente? Come mai Autostrade per l'Italia rassicuro' i consiglieri comunali sostenendo che il ponte sarebbe stato in piedi per cento anni? Le opere di manutenzione e messa in sicurezza del ponte sono state evidentemente insufficienti. È doveroso fare chiarezza evitando di depistare l'attenzione attribuendo la responsabilità ai comitati NoGronda visto che il progetto non prevedeva la dismissione del ponte Morandi. È ora di affrontare l'emergenza della sicurezza delle nostre infrastrutture e di fare un bilancio delle privatizzazioni”.

 

 

Paolo Berdini

 

Città e territorio. Da 7,3 a 2,2 euro a km la spesa per la manutenzione

 

Infrastrutture. La manutenzione della rete capillare che fa vivere il sistema Italia è stata cancellata dalle politiche dei tagli di bilancio. Non c’è comune italiano che abbia le risorse per la cura ordinaria e straordinaria del proprio patrimonio infrastrutturale

 

Le città e i territori costano. Bisogna costruire infrastrutture, ponti, servizi. Bisogna poi tenere in vita e in sicurezza quelle opere. Servono risorse umane ed economiche. Nella storia delle nostre città e dei territori questa legge ineludibile è stata sempre rispettata. Il sistema della manutenzione era un elemento prioritario della vita nazionale e c’erano le istituzioni pubbliche che presidiavano quella fondamentale funzione. L’Upi, Unione provincie italiane afferma che la spesa per chilometro (ci sono 152 mila chilometri di strade regionali e provinciali) in pochi anni è passata da 7,3 a 2,2 euro a chilometro. Nulla.

 

La manutenzione della rete capillare che fa vivere il sistema Italia è stata cancellata dalle politiche dei tagli di bilancio. Non c’è comune italiano – si può’ affermare con certezza – che abbia le risorse per la manutenzione ordinaria e straordinaria del proprio patrimonio infrastrutturale. Servirebbero somme imponenti. Lo sviluppo lineare della rete stradale comunale supera il milione di chilometri. Sicurezza e decoro della vita di tutti i cittadini necessiterebbero di alcune centinaia di miliardi di euro. Ci sono soltanto tagli.

 

Il ponte di Genova non era un’opera minore. Era un’infrastruttura nevralgica del sistema paese. Evidentemente la follia liberista non si è fermata alle opere minute. E’ dilagata in ogni settore, comprese le opere affidate in concessione, come il sistema autostradale italiano. E mentre l’imponente sistema nazionale va in rovina continua l’assedio per costruire altre opere stradali. Domina una cultura imprenditoriale che comprende solo i processi incrementali e non si occupa del tema della manutenzione gettando il paese intero in un pericolosissimo vicolo cieco. E’ la stessa logica perversa che sta facendo marcire un immenso patrimonio immobiliare pubblico in ogni luogo urbano poiché non ci sono risorse per rimetterlo in vita. Evidentemente qualche potentato immobiliare o finanziario vuole acquisirlo a poco prezzo impoverendo tutti i cittadini.

 

La manutenzione attiva viene disprezzata a confronto della cultura del “nuovo”. Un tragico errore. Non c’è giorno in cui un chiacchiericcio insopportabile ci dice che il futuro è in concetti fumosi come le smart city. Penso con dolore di fronte a tante vite umane distrutte, a quali prospettive per le più innovative aziende e per i giovani potrebbero diventare realtà avviando l’istallazione di sensori che tengano sotto osservazione tutti i ponti stradali esistenti ponendoli a sistema attraverso tecnologie satellitari. Anas ha in programma di realizzare un tale sistema sui suoi 12 mila viadotti ma bisogna passare all’immenso patrimonio diffuso di 50 mila viadotti, molti di vecchia concezione. Servono centinaia di miliardi.

 

Facile a dirsi. Difficile a farsi in tempi di scomparsa del concetto di Stato e di assenza di risorse pubbliche.

 

Solo tre esempi. Un decreto ministeriale del 2001 prevedeva la costituzione del catasto della rete stradale italiana, opera prioritaria per poter programmare. Non è stato fatto nulla e per sapere qualcosa dobbiamo ricorrere a studi di Unioncamere.

 

Dopo ogni terremoto si sentono le solite chiacchiere. Intanto non è ancora avviato un concreto piano di messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente e il recente terremoto dei monti Sibillini ha finanziamenti modesti. Un intero territorio montano è abbandonato da due anni. Frane e smottamenti sono una costante in un territorio giovane e tormentato come il nostro. Manca ancora di essere completata la carta geologica e il censimento delle frane e il loro monitoraggio.

 

Il tragico crollo di Genova può essere uno spartiacque per avviare il paese sull’unica prospettiva di crescita, quella della messa in sicurezza e della manutenzione specialistica che apra al settore produttivo italiano la prospettiva di un salto culturale e tecnologico. Spiace che di fronte a questo scenario ci siano importanti forze imprenditoriali che hanno preso a pretesto questa immane tragedia per portare acqua alla realizzazione di grandi opere.

 

L’Italia ha certo bisogno di alcune opere che rendano moderno il sistema infrastrutturale. A patto di discuterne in modo maturo e trasparente con le comunità cittadine e – soprattutto – riversare ogni risorsa umana, progettuale e economica pubblica sulla prospettiva del salto tecnologico e culturale che il paese attende.

 

Se volete aggiungere commenti, impressioni  potete scrivere a info@rifondazionesantafiora.it

11/08/2018

Da Contropiano

 

Sono almeno 39 i bambini morti, mentre altre 50 persone sono rimaste ferite ieri nel nord dello Yemen in seguito a raid aerei sauditi che hanno colpito uno scuolabus e un affollato mercato nella provincia di Saada. La morte dei bambini sembra aver colpito l’attenzione dei mass media, ma purtroppo non sono i primi nella sporca guerra dello Yemen, solo che fino ad oggi in ben pochi avevano avuto il coraggio di accendervi sopra i riflettori. Troppi “amici” scomodi (Arabia Saudita), troppi interessi che coinvolgono anche l’Italia (la vendita di armi italiani all’Arabia Saudita).

 

L’attacco, secondo fonti locali, è stato sferrato dalla coalizione a guida saudita che utilizza piloti e mercenari israeliani e colombiani in una guerra di aggressione che dura ormai da quattro anni.

 

La guerra tra i ribelli Houthi del movimento sciita “Ansar Allah” contro il governo filosaudita guidato dal presidente Abdrabbuh Mansur Hadi continua in Yemen dal 2014. Sotto il controllo dei ribelli si trova diverse regioni del Paese, compresa la capitale Sana’a.

 

Per reprimere la ribellioni degli Houthi (accusati da Riad di essere sostenuti dall’Iran), l’Arabia Saudita ha creato una coalizione di nove paesi arabi sunniti (Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar) e sostenuta apertamente dagli Stati Uniti.

 

La coalizione saudita ha bloccato l’arrivo di qualsiasi rifornimento e medicinale e sta portando circa 7 milioni di yemeniti alla fame, con un’epidemia di colera che soltanto negli ultimi tre mesi del 2017 ha provocato 2.000 morti, mentre sulla popolazione civile incombe ormai una emergenza umanitaria.

 

La crisi yemenita esplode in realtà nel 2012 con delle rivolte nella parte meridionale del paese. L’allora presidente in carica Saleh rassegnò le sue dimissioni e al suo posto era arrivato il sunnita Abd Rabbuh Mansur Hadi, con il compito di guidare per due anni lo Yemen fino a nuove elezioni.

 

Ma di elezioni, dopo due anni, non si era vista traccia e nel febbraio 2015 gli Houthi, proveniente dal Nord del paese, conquistarono la capitale Sana’a e costringendo alle dimissioni il presidente Hadi che si è rifugiato a Sud nella città portuale di Aden, ed ha invocato l’intervento armato del suo protettore, l’Arabia Saudita.

 

Sulla guerra sporca nello Yemen si assiste ad una vergognosa indifferenza generale anche delle Nazioni Unite che nulla hanno fatto finora per salvare la popolazione civile da questa atroce fine.

 

L’Italia, dal canto suo, ha continuato a vendere bombe e armamenti all’Arabia Saudita in grandi quantità, ben sapendo che queste vengono utilizzate nella guerra in Yemen.

Sebastiano Canetta

da Berlino

il Manifesto

 

Blocco delle partenze. Circa 250 viaggi soppressi negli scali tedeschi con ben 42mila persone coinvolte: il peggior risultato in Europa.

 

Prima il fermo appoggio alla rivendicazione degli «equipaggi riuniti» del sindacato-piloti Vereinigung Cockpit e dei Ver.Di. Poi la dura condanna dello sciopero del ministro dei trasporti del Nordreno-Vestfalia: «Una lotteria dei voli fatta sulla pelle di viaggiatori e lavoratori». Il cielo sopra Berlino per Ryanair è una cortina di nubi nere.

 

Da ieri fino alle tre del mattino di oggi la compagnia aerea è rimasta paralizzata dal blocco delle partenze e degli arrivi. Circa 250 i voli cancellati negli scali tedeschi con ben 42mila persone coinvolte: il peggior risultato in Europa. Tradotto, significa la valanga di risarcimenti (fino 600 euro a biglietto) paventata in Germania da Laura Kauczynski di AirHelp, con Vereinigung Cockpit che minaccia di replicare lo sciopero nelle prossime settimane: «Valuteremo se continuare l’azione con iniziative a ripetizione» spiega il portavoce in riferimento alla cosiddetta astensione “a singhiozzo”. Prima del chiarimento del presidente Martin Locher. «Siamo dispiaciuti per i passeggeri ma la responsabilità è solo di Ryanair».

 

Sul piede di guerra anche il ministro del Nordreno-Vestfalia, Hendrik Wüst, della Cdu. Se la prende con la compagnia che ha dovuto abortire 90 voli nel suo Land di cui 28 (su 55) dall’aeroporto di Köln-Bonn. «Le cause di ritardi e cancellazioni sono di Ryanair. Deve stabilizzare il processo operativo in modo che a pagare non siano i clienti. Volare non può essere una lotteria. Lo sciopero di Ryanair è il risultato del suo modello di business, fatto sulla schiena dei dipendenti».

 

Tutto mentre la stampa in Germania resta appesa alla “scomparsa” di Angela Merkel, che si trova in vacanza in un luogo non precisato. Da giorni Bild, SpiegelKölner Express chiedono: «Aiuto, dove è la nostra cancelliera?»

08.08.2018

E' partito dal ghetto di San Severo, in provincia di Foggia, il corteo di protesta dei berretti rossi organizzato dopo la morte di sedici lavoratori migranti avvenuta in due diversi e tragici incidenti stradali in pochi giorni sulle strade della provincia Dauna. La manifestazione e lo sciopero dei braccianti sono stati indetti dall'Unione sindacale di base (USB).  

 

"Schiavi mai", "Niente pomodori senza lavoratori": questi alcuni degli slogan gridati dai partecipanti , in gran parte migranti africani che si trovano in Puglia per le raccolte stagionali nei campi, in particolare quella del pomodoro. Il corteo si concluderà a Foggia, davanti alla Prefettura dove, nel pomeriggio, ci sarà un'iniziativa convocata da Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil insieme a Migrantes, Arci, Acli, Anpi, Libera, Caritas,Cittadinanzattiva e Rifondazione Comunista 

 

Roberto Ciccarelli

 

Palazzo Madama. Il decreto varato ieri dal Senato. Il quadro non cambia, cifre modeste e voucher estesi. Surreale scenetta dei senatori Pd con cartelli «meno 8 mila contratti», la stima di Boeri.

 

Con 155 sì, 125 no e un astenuto il Senato ha approvato in maniera definitiva un provvedimento dal titolo simbolicamente evocativo e politicamente contraddittorio: il «Decreto dignità». Avrebbe dovuto «riscrivere» («licenziare») il Jobs Act, mentre si limita a una manutenzione dei contratti a termine dagli esiti incerti. Avrebbe potuto cambiare le norme sul demansionamento o sul controllo a distanza, ripristinare (e aggiornare) l’articolo 18, ma continua a monetizzare i diritti dei lavoratori aumentando gli indennizzi per i licenziamenti illegittimi finanziati con una manovra sul «prelievo unico sui giochi» (Preu). Il “cambiamento” avviene nel quadro stabilito dal Pd nella scorsa legislatura.

 

Ieri in aula al Senato c’è stato un siparietto, una scena surreale. Dai banchi del Pd i senatori mostravano cartelli che indicavano «meno 8 mila contratti» che, secondo una stima prudenziale dell’Inps di Tito Boeri, potrebbero essere non rinnovati ogni anno a causa della stretta sui contratti a termine.

 

Il vicepremier Luigi Di Maio, presente alla votazione con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha ribadito la cifra della Ragioneria di Stato secondo la quale il prolungamento di un bonus istituito dal Pd per i neo-assunti under 35 porterebbe all’assunzione di 31.200 persone per due anni. Sono valutazioni che colgono una parte della realtà, ma il risultato potrebbe essere un saldo in equilibrio tra «accensioni» e «cessazioni» dei contratti.

 

Colpisce la modestia delle cifre. A giugno i contratti a termine erano oltre 3 milioni (dati Istat). La polemica sollevata dalle rappresentanze d’impresa contro la causale dopo 12 mesi – misura introdotta con la riduzione dei rinnovi da 5 a 4 e della durata da 36 a 24 mesi – è strumentale. Va ricordato che almeno più di un terzo dei contratti a termine – segmento cospicuo ma non unico del precariato in Italia – non dura 12 o 24 mesi, ma un mese. Secondo l’Inps il 35,4 per cento.

 

All’interno di questo aggregato i contratti di un solo giorno sono il 42 per cento, quelli di 2-3 giorni il 14 per cento (dati contenuti nel rapporto annuale 2018, riferiti al 2015). Le nuove norme sui contratti a termine entreranno in vigore dal primo novembre. Fino al 31 ottobre è prevista una «fase transitoria» che esclude le proroghe e i rinnovi dei contratti a termine in essere al 14 luglio scorso.

 

In un mercato del lavoro strutturato sulle attività occasionali, più incisiva sembra l’estensione dei voucher in agricoltura e nel turismo: se non nei numeri, ancora da verificare, certamente nella qualità del lavoro e per i diritti dei lavoratori. La norma sostenuta dalla Lega, e accettata dai Cinque Stelle, modifica i voucher previsti dalla legge 96 (esistono, non sono «reintrodotti», come dice la propaganda) ed è una deregolamentazione del contratto di lavoro agricolo che prevede forme ultra-brevi che contribuiscono alle richieste di disoccupazione degli stagionali.

 

Nel bilancino delle mediazioni gialloverdi questa misura è stata concepita per riequilibrare il malumore delle imprese sui contratti a termine. Se questi ultimi possono essere pur sempre intesi come una tutela limitata del lavoratore, per Cgil, Cisl e Uil i voucher sono il «salvacondotto del lavoro nero». La contraddizione è palese se si considera che i Cinque Stelle erano contrari ai voucher quando a Palazzo Chigi c’era Renzi e hanno appoggiato il referendum Cgil mentre Gentiloni lo ha aggirato con la nuova legge. Oggi che sono al governo, li estendono. Di queste giravolte si nutre un decreto pieno di «interventi parziali che non porteranno benefici se non sostenuti da un intervento serio e generale di contrasto alla precarietà» sostiene Tania Scacchetti (Cgil).

 

Tra le altre misure c’è l’obbligo della tessera sanitaria sulle slot machine, lo stop agli spot sul gioco d’azzardo, le sanzioni per le imprese che delocalizzano dopo aver ricevuto contributi pubblici, l’abolizione dello split payment per i professionisti e dello spesometro per i produttori agricoli con Iva agevolata, estesa al 2018 la compensazione delle cartelle esattoriali per imprese con crediti con la Pubblica amministrazione. È passata la norma contestata dai diplomati magistrali: le associazioni denunciano il rischio del licenziamento di migliaia di precari. Un emendamento di Liberi e Uguali al decreto Milleproroghe, approvato in prima lettura con il decreto dignità, è stato criticato dalla maggioranza. Dopo una prima bozza del «Decreto Dignità» è scomparsa la norma che estendeva il criterio della subordinazione ai lavoratori digitali. Avrebbe potuto dare una risposta alle lotte per i diritti dei riders.

 

 

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Gianmario Leone

da il Manifesto

 

Incidente tra Tir e pullmino stracarico, stessa dinamica di sabato, altri 12 morti. Si indaga per caporalato.

 

È una strage che sembra senza fine quella che nelle ultime 48 ore ha colpito la provincia di Foggia e i braccianti agricoli che lavorano nella campagne della Capitanata. Dopo il drammatico incidente di sabato scorso sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri, nel quale hanno perso la vita quattro giovani braccianti agricoli, tutti migranti, e altri quattro sono rimasti gravemente feriti, ieri pomeriggio sulla statale 16, al bivio per Ripalta, vicino Lesina e ai confini con Termoli, un altro furgone è stato centrato in pieno da un tir lasciando sul selciato altri 12 migranti senza vita e tre feriti, anche loro di ritorno dalle campagne dopo una giornata di lavoro.

 

La modalità dei due incidenti appare identica: sia sabato che ieri infatti, entrambi i furgoni sono stati travolti da altrettanti tir che trasportavano un carico, il primo di pomodori, il secondo di prodotti farinacei. Ancora da chiarire l’esatta dinamica dei due sinistri alla base dei quali oltre alla tragica fatalità, ci sono strade provinciali da sempre pericolosissime, e probabilmente stanchezza e distrazione.

 

Resta il fatto che quei due furgoni erano strapieni di migranti, braccianti agricoli che durante tutta l’anno vivono nei famosi «ghetti» della provincia di Foggia, e d’estate lavorano come stagionali nella raccolta dei pomodori. Ecco perché al di là dell’incidente stradale in sé, resta protagonista lo sfruttamento . Come ha detto il Vescovo di Foggia Pelvi, sono stati «uccisi dal frutto del loro lavoro».

 

Per questo è importante che le indagini in corso su i due incidenti porti a galla dirette responsabilità. «Non ci sono al momento novità di rilievo ed è ancora presto per poter avere un quadro preciso della situazione», ha detto ieri il dirigente della squadra mobile della questura di Foggia che indaga, insieme con la polizia stradale, sulle cause dei due sinistri. Del primo, quello avvenuto sabato pomeriggio sulla statale 105, si è riusciti a conoscere le generalità delle vittime: Amadou Balde (Guinea Bissau) di 20 anni; Aladjie Ceesay (Gambia) di 23, Moussa Kande (Guinea Bissau) di 27, Ali Dembele (Mali), il più «vecchio», 30 anni. Si indaga per caporalato, per verificare se vi sia stato sfruttamento di lavoratori in condizioni di sicurezza precaria. I quattro braccianti venivano tutti dal ghetto di Rignano Garganico, che venne sgomberato nel 2017 e dove in realtà ne è già sorto un altro, con circa 600 roulotte. Alcuni di loro frequentavano gli sportelli della Flai Cgil.

 

Di certo non è un caso se i due incidenti sono avvenuti nel foggiano. La Capitanata, con le sue enormi distese di campi – come ricordano i dati diffusi ieri dalla Uila Uil – è la provincia italiana con il più alto numero di lavoratori agricoli stagionali regolari, iscritti negli elenchi anagrafici dell’Inps. Sono 50.185. La maggior parte italiani (28.225, pari al 56,2%), gli stranieri (21.960 pari al 43,8%) rappresentano l’8% della popolazione residente (contro una media nazionale dell’1,6%). Di questi, la maggior parte sono rumeni (9.759) e bulgari (3.879). Dall’Africa vengono 4.960 persone, principalmente dal Marocco (1.102). Da Mali, Gambia e Guinea, paesi d’origine delle vittime della strage di sabato scorso provengono, rispettivamente 1.090, 430 e 239 lavoratori.

 

Lo sfruttamento del lavoro si può misurare anche dal numero di giornate dichiarate. Oltre un terzo della manodopera (18.515 persone) è impiegata per meno di 30 giornate l’anno, un livello che non dà accesso alle tutele contrattuali. Di questi lavoratori, 5.675 sono italiani e ben 12.840 stranieri.

 

Per ricordare le vittime di sabato e di ieri, è stata indetta per domani mattina dall’Usb – con partenza da San Severo e arrivo a Foggia – una «marcia dei berretti rossi», come i cappellini che i quattro braccianti agricoli morti sabato scorso indossavano per proteggersi dal solleone: la decisione è stata prese domenica sera, al termine di un’affollata assemblea alla quale hanno partecipato centinaia di braccianti nell’ex ghetto di Rignano Garganico.

 

Una manifestazione unitaria che vedrà invece coinvolte tutte le sigle sindacali di categoria, le associazioni datoriali e altre come Libera, si svolgerà domani pomeriggio alle 18. Sempre domani è stato proclamato uno sciopero per rivendicare «diritti e dignità». I sindacati hanno chiesto che venga convocato immediatamente il tavolo interministeriale con prefetto, istituzioni e organizzazioni sindacali. Mentre il governo, tramite il vicepremier Di Maio, ha dichiarato che riferirà in Parlamento.

 

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Andrea Fabozzi

da il Manifesto

 

Il leghista Fontana. Salvini lo copre, Conte deve smentirlo, M5S in imbarazzo. E allora «non è prioritario»

 

«In questi strani anni», sostiene Lorenzo Fontana che a forza di sparate omofobe e integraliste è diventato ministro della Repubblica – per quanto senza portafoglio e incapace fin qui di muovere un atto – «la legge Mancino si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano». Per questo vuole abolirla, e il desiderio era noto visto che Salvini lo ha ripetuto in tutti i comizi della campagna elettorale e la Lega ha anche tentato, invano, di raccogliere le firme per un referendum abrogativo contro la Mancino quattro anni fa. Ora però i leghisti sono al governo, e via social – Fontana ha scritto su facebook e Salvini ha reagito su twitter – dettano l’agenda se non delle iniziative concrete almeno della propaganda

Il ministro della famiglia, in questo modo, conquista l’audience del pomeriggio estivo, anche più di quanto era riuscito a fare con le sue precedenti uscite anti gay.

 

In realtà dovessero contare solo sulla legge Mancino, i «globalisti» odiati da Fontana sarebbero spacciati. La legge che dal 1993 sanziona chi compie atti di violenza «per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi» o diffonde «idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale» o infine «incita a commettere atti di discriminazione», è stata applicata dai giudici con mano assai leggera. Tanto che anche atti chiaramente riferiti all’ideologia neofascista – come il saluto romano e o l’esibizione della croce celtica – sono stati fatti rientrare nella più generale tutela della libertà di espressione. Anche le disposizioni che prevedono lo scioglimento delle formazioni neofascite – principio previsto dalla Costituzione e diventato applicabile con la legge Scelba nel 1952 – sono state messe in pratica assai raramente (un paio di casi) perché richiedono una sentenza di condanna passata in giudicato. La legge Mancino ha introdotto anche la possibilità di una «sospensione cautelare» di queste formazioni neofasciste prima della sentenza (mediante un richiamo alla legge Anselmi sulle logge segrete e solo in caso di episodi di violenza razzista), ma anche qui la scelta politica è stata quella di evitare di regalare il comodo ruolo di vittima ai gruppi dell’estrema destra con un seguito scarso.

 

Poi questi gruppi o i loro amici leghisti sono arrivati al governo. E non si sono dimenticati la battaglia per abolire la legge Mancino. Anche se per il momento resterà un desiderio.

 

Poco dopo l’uscita del ministro Fontana, infatti, al presidente del Consiglio Conte è stato spiegato che era indispensabile uno stop immediato. Preceduto di pochi minuti dal vicepresidente del Consiglio Di Maio – «l’abolizione della legge Mancino non nel contratto di governo» -, Conte ha detto che «gli strumenti legislativi che contrastano la propaganda e l’incitazione alla violenza e qualsiasi forma di discriminazione razziale, etnica e religiosa sono sacrosanti», chiudendo – almeno per il momento – il discorso. Matteo Salvini, che nel frattempo si era spinto a coprire il suo fedelissimo Fontana, confermando l’obiettivo leghista dell’abolizione «perché alle idee, anche le più strane, si risponde con le idee e non con le manette», è stato costretto a ripiegare sull’argomento che «l’abolizione della legge Mancino non è una priorità».

 

Lo stesso ministro dell’interno, del resto, per le sue uscite anti migranti è stato denunciato almeno in un caso recente per violazione della Mancino (da Roberto Speranza), mentre in passato era stato sottoposto a indagine per violazione di quella legge proprio su iniziativa di un ufficio del Viminale, che adesso guida. Se dal M5S sono arrivati chiari segnali di insofferenza verso l’iniziativa leghista – il presidente della camera Fico ha detto che la legge non si tocca, il sottosegretario Spadafora ha aggiunto che andrebbe casomai allargata contro l’omofobia – il capo leghista si è parimenti mostrato irritato per aver dovuto mordere il freno. E ai suoi ha dato indicazione di insistere. E così Fontana, in chiusura di giornata, con un video ha confermato tutto: «Non è una priorità del governo ma una riflessione sulla Mancino va fatta, non è uno strumento per combattere il razzismo ma per fare propaganda ideologica». Propaganda senz’altro. 

Roberto Ciccarelli

da il Manifesto

 

 

Lo chiamavano dignità. La Camera approva il decreto Di Maio. Il Senato lo farà la settimana prossima. Stretta sui contratti a termine, ma voucher estesi in agricoltura, turismo e enti locali. Un mese di proteste dei sindacati del lavoro agricolo, del turismo e della funzione pubblica. L'ultimo appello della Cgil. Camusso: "Un testo nato con l’ambizione di chiamarsi «Decreto dignità» e produce precarietà, non ha nessun titolo per chiamarsi cosi. Se sarà convertito in legge ricominceremo a contrastarlo come abbiamo fatto negli anni scorsi"

 

Un decreto nato con l’ambizione di ridare la «dignità ai lavoratori e alle imprese» ha finito per estendere la precarietà in agricoltura, nel turismo, negli enti locali e riaffermare la centralità dell’impresa. È la breve storia, non ancora conclusa, del decreto dignità approvato ieri sera dalla Camera. Entro il 7 agosto è prevista quella sprint al Senato.

 

DAL 2 LUGLIO SCORSO, quando il consiglio dei ministri ha licenziato urgentemente il provvedimento, il testo è cambiato di senso e prospettiva. Caricato dal legittimo intestatario, il vicepremier e ministro del lavoro e sviluppo Luigi Di Maio, di grandi aspettative salvifiche e morali (la «dignità» dei lavoratori); militari (la «Waterloo del precariato»); politiche («licenzieremo il Jobs Act»), oggi il primo provvedimento del governo Conte sul lavoro risalta per la modestia delle ambizioni e l’incertezza legata agli esiti delle norme sui contratti a termine: previsti il ritorno della causale dopo 12 mesi; il taglio di rinnovi (da 5 a 4) e durata (da 36 a 24); l’obbligo all’assunzione in caso di mancata comunicazione della causale.

 

QUESTA MANUTENZIONE delle norme dei contratti resta nel quadro del Jobs Act che, in sede elettorale, il Movimento 5 Stelle aveva promesso di abolire e che, invece, permane. A cominciare dal mancato ripristino dell’articolo 18, richiesto dall’emendamento Epifani (Liberi e Uguali) e bocciato dalla Lega e dagli stessi Cinque Stelle. Al suo posto è previsto un aumento degli indennizzi. Come spesso in passato, non ultima la stagione del renzismo, anche nel «decreto dignità» il nome di un provvedimento non coincide con il contenuto. In compenso può essere descritto come un caso di «bipensiero». Per George Orwell è la capacità di affermare qualcosa e il suo opposto. Si dirà che combatte il precariato. Ma è vero anche il contrario: lo estende. E non si occupa della precarietà che non passa, solo, dal contratto a termine ma talvolta li attraversa e permane in una zona grigia senza tutele, né reddito.

 

LA MOBILITAZIONE DEI SINDACATI del lavoro agricolo, del turismo, della funzione pubblica della Cgil, Cisl e Uil ha permesso di riconoscere la contraddizione diffusa nel ragionamento cosiddetto «populista» che aspira a mantenere un equilibrio neocorporativo tra imprese e aziende. Il punto di rottura sono stati i voucher, già al centro della stagione referendaria lanciata dalla Cgil che costrinse il governo Gentiloni a ritirarli e fare una nuova legge. Il primo provvedimento del governo pentaleghista li ha estesi e rompe l’equilibrio auspicato dal titolo del decreto.

 

NELL’ULTIMO MESE una «manina» esperta, sensibile alle ragioni della Lega, ha cucito un vestito che calza a pennello per un uso esterno ai contratti dei settori che già prevedono misure per i lavori ultra-brevi, e quindi tutele e garanzia per la disoccupazione o la malattia. Resta il limite di utilizzo alle categorie specifiche stabilite dalla normativa attuale (pensionati, studenti, disoccupati e cassaintegrati). Fissato il limite di utilizzo alle aziende con massimo 8 dipendenti. Cresce la durata da 3 a 10 giorni dal momento dell’«attivazione» per l’agricoltura che per turismo ed enti locali. I voucher potranno essere usati in agricoltura, enti locali e turismo, limitatamente, in questo caso, alle sole strutture alberghiere. Si è stabilito che il lavoratore potrà percepire il compenso, dopo 15 giorni dalla prestazione, negli uffici postali.

 

IL MINISTRO dell’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega), ieri in un question time alla Camera, ha rappresentato questa estensione come una risposta alle esigenze avanzate dagli imprenditori, «ma anche dei lavoratori». E ha sostenuto che è anche una misura «per contrastare le forme di illegalità» e ha assciurato che non intende intaccare la legge sul caporalato.

 

I SINDACATI ritengono, invece, che i voucher così concepiti avranno un esito molto diverso. L’ultimo appello al parlamento è stato rivolto ieri dalla Cgil nel corso di un flash-mob al Pantheon a Roma. «Abbia un sussulto di orgoglio, non voti forme di precarietà – ha detto la segretaria della Cgil Susanna Camusso – Quella sui voucher è una scelta di ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro, tradisce le numerose promesse fatte dalla politica. Un decreto che nasce con l’ambizione di chiamarsi “Decreto dignità”, ma che ha come effetto la precarizzazione, non ha nessun titolo per chiamarsi cosi».

 

CAMUSSO HA RIBADITO che, in caso di traduzione in legge del decreto, «ricominceremo a contrastarla esattamente come abbiamo fatto negli anni scorsi». Negli ultimi giorni la Cgil non ha escluso anche il referendum. Per il momento le categorie della Flai Cgil, Fai Cisl e Uila-Uil hanno annunciato una mobilitazione già da settembre.

 

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02.08.2018

 

Cittadinanza “limitata” perché mancano o sono carenti diritti fondamentali, dall’ambiente ai servizi sanitari. Un disagio sociale che si amplia fra famiglie in povertà assoluta – sono 600 mila quelle in cui non lavora nessuno – e lavoratori poveri. Quasi due milioni di persone via negli ultimi due 16 anni, la metà giovani. Sono i numeri diffusi da Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorni, nelle anticipazioni del rapporto Svimez 2018.

 

La ripresa economica non riesce a risolvere e ad affrontare le emergenze del Sud. “Il ritmo di crescita è del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area – dice Svimez – Anche nella ripresa si allargano le disuguaglianze: aumenta l’occupazione, ma vi è una ridefinizione al ribasso della sua struttura e della sua qualità: i giovani sono tagliati fuori, aumentano le occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione, pertanto la crescita dei salari risulta “frenata” e non in grado di incidere su livelli di povertà crescenti”.


L’economia si sta muovendo ma c’è una quota crescente di cittadini che rimane fuori dal mercato del lavoro. E c’è preoccupazione per i working poors. “Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”, evidenzia Svimez. È aumentato anche il numero di famiglie senza alcun occupato, che nel 2016 e nel 2017 è cresciuto in media del 2% l’anno nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, e questo conferma il “ consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane. Si tratta di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”.


C’è poi una fetta crescente di lavoratori poveri. “Preoccupante la crescita del fenomeno dei working poors: la crescita del lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario, è una delle cause, in particolare nel Mezzogiorno, per cui la crescita occupazionale nella ripresa non è stata in grado di incidere su un quadro di emergenza sociale sempre più allarmante”.
Da questo Mezzogiorno dunque si va via. “Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa trai 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”.



Altra denuncia forte che arriva da Svimez è quella di una cittadinanza “limitata” nel diritto alla salute, all’assistenza, all’istruzione. Nonostante una pressione fiscale pari o addirittura superiore, al cittadino del Sud “mancano (o sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia”.
I dati sulla mobilità ospedaliera dicono che le regioni col maggior flusso di emigrazione sono Calabria, Campania e Sicilia, mentre attraggono malati soprattutto la Lombardia e l’Emilia Romagna. Le liste di attesa fanno crescere la spesa in salute della famiglie. E se un componente si ammala, la famiglia si impoverisce. Denuncia Svimez: “Strettamente collegato è il fenomeno della “povertà sanitaria”, secondo il quale sempre più frequentemente l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud: nelle regioni meridionali sono il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria, il 2,7% in Sicilia; all’estremo opposto troviamo la Lombardia con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana”.



"I dati Svimez - dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea - confermano le drammatiche conseguenze delle politiche di destra neoliberiste portate avanti dal Pd come dal centrodestra. Cresce la povertà e il Sud ne paga le conseguenze con emigrazione di massa e crescente impoverimento. Il nuovo governo grilloleghista soffia sul fuoco della demagogia anti-immigrati ma nasconde la vera emergenza del paese e continua sulla strada dei governi precedenti che hanno favorito disuguaglianze. La flat-tax è un'offesa alla povertà e ai principi della Costituzione. Invece di diminuire le tasse ai ricchi bisogna anche con una patrimoniale investire su un grande piano per il lavoro e introdurre il reddito minimo garantito, dire basta a grandi opere dannose al nord e rilanciare investimenti infrastrutturali necessari al sud, bonificare il territorio e valorizzare patrimonio storico-naturalistico. Invece il governo continua a essere orientato a favore delle regioni più ricche. Infatti nella distrazione generale, Lombardia e Veneto si stanno contrattando l'autonomia con il governo dei loro compari leghisti e pentastellati".

 

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