Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

In evidenza

30/09/2020

 

Comunichiamo con grande piacere che Domenica 4 ottobre 2020  si inaugura la sede dei COBAS AMIATA

ad  Abbadia San Salvatore in Viale Roma n. 5 con la partecipazione dei portavoci nazionali :

 

Piero Bernocchi

Vincenzo Miliucci

Domenico Teramo

 

 

 

 

28/09/2020

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Movimenti. Sotto la pioggia a Roma un’ampia alleanza sociale di genitori, docenti, studenti e sindacati raccolta dal movimento "Priorità alla scuola" ha criticato l’impreparazione del governo: «Un disastro annunciato». La versione del presidente del Consiglio Conte: la «ripartenza è avvenuta con ordine». La proposta del movimento: più spazi e fondi all'istruzione dal Recovery Fund (20 miliardi e 1% del Pil). E basta con le «classi pollaio» e la precarietà dei docenti e del personale Ata. Ora è il momento per ripensare didattica e saperi

 

Trentamila e 655 aule mancanti rispetto alle 406.424 necessarie per mantenere il distanziamento fisico tra gli studenti come stabilito dal protocollo del comitato tecnico scientifico sulla scuola. Quasi 550 mila studenti non hanno una postazione adeguata per fare lezione a due settimane dall’inizio dell’anno scolastico al tempo del Covid. Sulle 85 mila assunzioni dei docenti propagandati in questi mesi solo 22 mila posti sono stati coperti perché in Italia non ci sono più prof abilitati nelle graduatorie. Mancano 2.278 dirigenti del personale amministrativo, nonostante l’ultimo concorso. Al primo settembre avrebbe dovuto esserci un piano di assunzioni straordinario ma la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina non ha voluto mettere in cattedra i 32 mila docenti che saranno assunti nei prossimi mesi dopo il concorso che si terrà ad ottobre.

 

I DATI sono stati snocciolati ieri dalla segretaria nazionale della Flc Cgil Francesca Ruocco sotto una pioggia battente in Piazza del popolo a Roma nel corso della manifestazione indetta dal movimento «Priorità alla scuola» alla quale hanno aderito 80 associazioni e movimenti provenienti da trenta città e i sindacati Flc Cgil, Cisl e Uil scuola, Snals, Gilda e Cobas. «La ministra Azzolina vuole fare i concorsi in piena emergenza sanitaria senza rispettare i docenti fragili e chi potrebbe essere in quarantena. Sono anni che insegnamo, ci sono leggi e direttive Ue che dispongono l’assunzione di chi ha più di 3 anni di servizio – ha aggiunto Anita Pelaggi del Coordinamento Precari della Scuola Autoconvocati – E poi c’è lo scandalo dei 70 mila docenti e del personale “Covid” che sarà licenziabile senza indennizzo al primo lockdown».

 

«IN MOLTE SCUOLE si sta facendo in media un’ora e 45 minuti di lezione, dalle 11,25 alle 13,40 ad esempio, senza laboratori né insegnanti. Il resto con la didattica a distanza» sostiene Gloria Ghetti, docente e attivista di «Priorità alla scuola». «Il ritorno a scuola è stata pura propaganda ha detto Giammarco Manfreda (Rete studenti medi) – A Roma, durante il lockdown, il 56% degli studenti non ha potuto continuare a seguire le lezioni». «La pandemia ha fatto esplodere i problemi che assediamo la scuola già da anni» ha detto Alessandro Personè dell’Unione degli Studenti. «Il governo non ha fatto nulla di quello che doveva fare, ha avuto sette mesi di tempo, ma è arrivato totalmente impreparato. Stiamo come stavamo prima della chiusura. Per avere una scuola senza doppi turni, senza didattica online che è puro intrattenimento e senza precari bisogna ripartire con classi da 15 studenti» ha detto Piero Bernocchi dei Cobas.

 

LA CONDIZIONE dei docenti di sostegno in questa riapertura emergenziale della scuola è è stata raccontata da Maddalena Gissi, segretaria della Cisl Scuola: «Sono 21 mila i posti vacanti, ma è stata possibile l’assunzione di sole 1.657 persone, il tutto per mancanza di candidati». Nella scuola italiana ci sono «259.757 disabili, per loro ci sono quasi 200 mila insegnanti, il 52% sono precari». Mentre era in corso la manifestazione ieri il ministero dell’Istruzione ha ribadito che la nomina dei supplenti annuali sarà completata entro la prossima settimana. Tutt’altra versione hanno dato i sindacati: «È stato nominato il 30-40% fino a pochi giorni fa, secondo i nostri calcoli non si va oltre il 50%» ha detto Pino Turi (Uil Scuola). Oltre alle cattedre vuote ci sarebbero molte irregolarità nell’assegnazione dei punteggi delle Graduatorie provinciali per le supplenze, da quest’anno realizzate online. Per i sindacati ci sarà una valanga di ricorsi nei prossimi mesi.

 

PER SETTIMANE è stata raccontata l’epopea dei banchi, con e senza rotelle. Questa era l’urgenza del governo. I banchi, non i nuovi spazi per dimezzare le classi sovraffollate, non la stabilizzazione dei precari per assicurare il diritto allo studio e ai saperi agli studenti. Ad oggi sono 400 mila su oltre 2 milioni richiesti, in attesa dei nuovi dati. «La scuola ha riaperto solo grazie al sacrifico dei docenti e del personale. I problemi sono tutti ancora da risolvere» ha aggiunto Rino Di Meglio della Gilda.

 

L’INCHIESTA collettiva raccolta ieri dal palco della manifestazione romana è utile per decostruire la realtà parallela raccontata dal governo. Ancora ieri il presidente del consiglio Conte ha detto che «l’anno scolastico è ripreso in modo ordinato, nel rispetto delle regole, simbolo di un’Italia che si rialza e riprende a correre». A questo atletismo retorico Conte ha aggiunto dal festival dell’Economia di Trento: «In questo contesto chiedere di avere tutti supplenti il 14 settembre significa vivere nel mondo delle fiabe». Nessuno, a ben vedere, ha fatto questa ipotesi, semmai è stata chiesta la stabilizzazione e in prospettiva una riforma del reclutamento. «Il governo farebbe bene a non sottovalutare la protesta» ha osservato Annamaria Furlan (Cisl). Un’indicazione saggia, dato che ci sono milioni di persone che vivono una scuola dimezzata e subiscono la distanza tra gli annunci e la realtà.

 

NELLA PIATTAFORMA dell’ampia alleanza sociale creata da «Priorità alla scuola» c’è lo stanziamento di 20 miliardi del Recovery Fund e almeno l’ 1% del Pil per l’istruzione. «Stabile e costante» ha precisato Francesco Sinopoli (Flc Cgil) che ha ricordato la necessità di rinnovare il contratto della scuola per aumentare i salari più bassi d’Europa. «È il minimo dopo 20 anni di tagli» ha aggiunto Costanza Margiotta di «Priorità alla scuola». Il banco di prova sarà la prossima legge di bilancio. è il momento di aprire un vero confronto e pensare a una vera riforma» ha aiiunto Maurizio Landini (Cgil). «La vertenza è importante, ma lo è altrettanto l’immaginazione collettiva su cosa e su come insegnare e apprendere. Questo movimento ha iniziato a farlo» ha concluso Maddalena Fragnito di «Priorità alla scuola» .

27/09/2020

da Il Manifesto

 

Enti pubblici. Ad agosto un decreto per più che raddoppiare il compenso dell'economista vicino a Di Maio. Per l'opposizione di deve dimettere

 

Né Giuseppe Conte né Luigi Di Maio sapevano niente, dicono. Ma si informeranno, promettono. Il 7 agosto scorso, lo stesso giorno in cui un Dpcm dettava le ultime regole di contenimento del Covid-19, un altro decreto questa volta firmato dalla ministra del lavoro Catalfo con il concerto del ministro dell’economia Gualtieri alzava, fino a raddoppiarlo, lo stipendio del presidente dell’Inps, da 62 a150 mila euro lordi l’anno. La notizia dell’aumento per Pasquale Tridico, economista assai vicino a Di Maio, oltre che per la sua vice e per i consiglieri di amministrazione, allora non fu divulgata. Ma due giorni dopo, il 9 agosto scorso, l’Inps finì ugualmente al centro di una polemica, accadde quando Repubblica rivelò che cinque deputati avevano ottenuto il bonus Covid. Tridico dovette garantire di non essere stato lui ad aver fatto trapelare l’informazione, rivelatasi utilissima ai 5 Stelle ai fini della campagna elettorale per il Sì al referendum. Ieri è stata di nuovo Repubblica a raccontare dell’aumento riconosciuto a Tridico.

 

In realtà il decreto firmato Catalfo e Gualtieri prevede identico aumento (cifre più modeste sono previste per i vicepresidenti e i consiglieri di amministrazione, 40mila e 23mila euro) anche per la dirigenza dell’Inail – ma in questo caso nessuna polemica né richieste di dimissioni. Che invece arrivano puntuali per Tridico, da parte di tutto il centrodestra, il più scatenato ovviamente Salvini che non ricorda più di aver concorso alla nomina di Tridico ai tempi del governo gialloverde. Ma non attacca solo l’opposizione, anche Italia viva non perde l’occasione per polemizzare contro i 5 Stelle e l’uomo voluto da Di Maio. «La retorica anti casta – dice il capogruppo dei senatori renziani Faraone – è finita in farsa». Nemmeno il ministro degli esteri prende immediatamente le difese di Tridico: «Chiederò chiarimenti nelle prossime ore», dichiara. Nel silenzio del resto della maggioranza, anche Conte cerca di sfilarsi. «Non ero informato e ovviamente ho chiesto accertamenti», dice. Eppure a leggere il decreto che prevede l’aumento, la decisione sembra scaturire da un lavoro istruttorio (con tanto di videoconferenza a giugno) compiuto proprio dalla presidenza del Consiglio, che a sua volta veniva incontro a una richiesta partita dall’Inps.

 

Nel mirino delle polemiche di ieri soprattutto la retroattività dell’aumento. Che però, informa nel pomeriggio una nota della direzione risorse umane dell’Inps a parziale smentita di quanto scritto da Repubblica, non è prevista se non a far data dall’effettivo esercizio della funzione di presidente. Cioè dal 15 aprile scorso. La retroattività del decreto di agosto, vale a dire, c’è ma è solo di quattro mesi (aprile 2020) non di quindici (maggio 2019). Assai più consistente potrebbe essere invece la dimensione degli arretrati per l’Inail, dove il cda è stato nominato a dicembre 2019.

24/09/2020

Stefano Porcari

da Contropiano

 

Oggi giovedì 24 e domani venerdì 25 settembre, i sindacati Usb, Unicobas, Cub, Cobas Sardegna e gli studenti dell’Osa, con la parola d’ordine “Curiamo la scuola” hanno indetto due giorni di scioperi e mobilitazioni della scuola e del settore educativo e scolastico. Sono state convocate manifestazioni e presidi a Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Livorno, Pisa, Catania e in altre città..

 

Questo sciopero preoccupa non poco le istituzioni e il governo, al punto che la scorsa settimana  il presidente della Commissione di Garanzia, Giuseppe Santoro Passarelli, è intervenuto a gamba tesa da un lato riconoscendo la fondatezza delle motivazioni, dall’altro invocando la precettazione di tutto il personale della scuola.

 

L’Usb -Scuola in un comunicato fa sapere che nei mesi dell’emergenza Covid, ha monitorato le azioni del Ministero dell’Istruzione, ultime quelle per la riapertura degli istituti scolastici, e il risultato è stato miserevole: investimenti scorretti e inadeguati, interventi sull’edilizia scolastica praticamente nulli, complicazioni derivanti dalle innovazioni al sistema di reclutamento dei supplenti.

 

Abbiamo così classi pollaio, mancanza di banchi e DPI, decine di migliaia di cattedre vuote, precari in attesa, ATA insufficienti rispetto ai nuovi compiti, personale internalizzato spesso in regime di part-time perché i contratti full-time (che comunque scadranno il 31 dicembre) sono a macchia di leopardo. Il tutto senza mai avviare un vero confronto con lavoratori e studenti.

 

La propaganda governativa e dei sindacati concertativi dice invece che tutto va per il meglio, e su questa si fonda l’attacco alle organizzazioni che con noi hanno promulgato lo sciopero.

 

Gli studenti dell’Osa denunciano invece un tardivo e strumentale tentativo di cavalcare una protesta montante nelle scuole. La Rete degli Studenti Medi, organizzazione giovanile della CGIL legata a doppio filo al Partito Democratico, dopo aver ignorato le nostre richieste di confronto ha prima attaccato il 25 – provando a influenzare il movimento studentesco romano – per la “presenza di lavoratori e sindacati di base in piazza”.

 

Successivamente ha deciso di sabotare la piazza e di pacificarla rispetto allo scontro con le istituzioni, chiamando una piazza a Montecitorio in contemporanea (e in contrapposizione) a quella al MIUR, per dividere la lotta tra lavoratori e gli studenti stessi, in accordo con la Questura, la stessa questura che da due mesi ci negava la possibilità della piazza a Montecitorio per Venerdi 25 mattina e adesso l’ha regalata ai giovani della CGIL per sabotare  la mobilitazione del 25 settembre.

 

Infine, e non certo per importanza, venerdi 25 sciopereranno anche i lavoratori del trasporto pubblico chiamati alla mobilitazione dall’Usb proprio contro il totale venir meno delle misure di sicurezza antiCovid nei trasporti. Il distanziamento sociale – invocato e spesso imposto per legge – viene completamente meno sugli autobus ridotti a carri bestiame con la riapertura delle scuole, come era facilmente prevedibile.

 

Giovedì e venerdì saranno dunque due giorni di manifestazione comune del disagio di insegnanti, studenti e non docenti, della sofferenza personale e lavorativa, dell’ambizione di svolgere il proprio lavoro in sicurezza e stabilmente!

24/09/2020

Stefano Porcari

da Contropiano

 

Oggi giovedì 24 e domani venerdì 25 settembre, i sindacati Usb, Unicobas, Cub, Cobas Sardegna e gli studenti dell’Osa, con la parola d’ordine “Curiamo la scuola” hanno indetto due giorni di scioperi e mobilitazioni della scuola e del settore educativo e scolastico. Sono state convocate manifestazioni e presidi a Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Livorno, Pisa, Catania e in altre città..

 

Questo sciopero preoccupa non poco le istituzioni e il governo, al punto che la scorsa settimana  il presidente della Commissione di Garanzia, Giuseppe Santoro Passarelli, è intervenuto a gamba tesa da un lato riconoscendo la fondatezza delle motivazioni, dall’altro invocando la precettazione di tutto il personale della scuola.

 

L’Usb -Scuola in un comunicato fa sapere che nei mesi dell’emergenza Covid, ha monitorato le azioni del Ministero dell’Istruzione, ultime quelle per la riapertura degli istituti scolastici, e il risultato è stato miserevole: investimenti scorretti e inadeguati, interventi sull’edilizia scolastica praticamente nulli, complicazioni derivanti dalle innovazioni al sistema di reclutamento dei supplenti.

 

Abbiamo così classi pollaio, mancanza di banchi e DPI, decine di migliaia di cattedre vuote, precari in attesa, ATA insufficienti rispetto ai nuovi compiti, personale internalizzato spesso in regime di part-time perché i contratti full-time (che comunque scadranno il 31 dicembre) sono a macchia di leopardo. Il tutto senza mai avviare un vero confronto con lavoratori e studenti.

 

La propaganda governativa e dei sindacati concertativi dice invece che tutto va per il meglio, e su questa si fonda l’attacco alle organizzazioni che con noi hanno promulgato lo sciopero.

 

Gli studenti dell’Osa denunciano invece un tardivo e strumentale tentativo di cavalcare una protesta montante nelle scuole. La Rete degli Studenti Medi, organizzazione giovanile della CGIL legata a doppio filo al Partito Democratico, dopo aver ignorato le nostre richieste di confronto ha prima attaccato il 25 – provando a influenzare il movimento studentesco romano – per la “presenza di lavoratori e sindacati di base in piazza”.

 

Successivamente ha deciso di sabotare la piazza e di pacificarla rispetto allo scontro con le istituzioni, chiamando una piazza a Montecitorio in contemporanea (e in contrapposizione) a quella al MIUR, per dividere la lotta tra lavoratori e gli studenti stessi, in accordo con la Questura, la stessa questura che da due mesi ci negava la possibilità della piazza a Montecitorio per Venerdi 25 mattina e adesso l’ha regalata ai giovani della CGIL per sabotare  la mobilitazione del 25 settembre.

 

Infine, e non certo per importanza, venerdi 25 sciopereranno anche i lavoratori del trasporto pubblico chiamati alla mobilitazione dall’Usb proprio contro il totale venir meno delle misure di sicurezza antiCovid nei trasporti. Il distanziamento sociale – invocato e spesso imposto per legge – viene completamente meno sugli autobus ridotti a carri bestiame con la riapertura delle scuole, come era facilmente prevedibile.

 

Giovedì e venerdì saranno dunque due giorni di manifestazione comune del disagio di insegnanti, studenti e non docenti, della sofferenza personale e lavorativa, dell’ambizione di svolgere il proprio lavoro in sicurezza e stabilmente!

23/09/2020

da Il Manifesto

Norma Rangeri

 

Se fermiamo la riflessione sul voto alle prime e immediate impressioni, è fuori di dubbio che per chi si riconosce nell’area progressista e democratica, il voto regionale ha portato un buon risultato. Soprattutto perché imprevisto o per lo meno per nulla scontato.

 

C’era il timore concreto e diffuso che i candidati della Toscana e della Puglia non avessero la forza per vincere la partita nel confronto con il centrodestra che si presentava compatto e unito in tutte le Regioni, diversamente dal centrosinistra e dalle forze di governo che, Liguria a parte, marciavano in ordine sparso.

 

Il 3 a 3 è giunto dunque inaspettato consegnando tre messaggi sul piano strettamente politico:

 

  1. il consolidamento del rapporto a livello di governo, con un leader rafforzato, Giuseppe Conte;
  2. l’assestamento della leadership di Zingaretti che, dato per spacciato alla vigilia del voto, ha adesso puntellato la sua segreteria per i prossimi anni;
  3. un probabile rimescolamento delle carte tra i 5Stelle, con il reggente Crimi seduto sulla propria inconsistenza.

L’alleanza tra Pd e grillini andrà avanti a livello nazionale e forse troverà nuove strade di incontro con le prossime elezioni nelle grandi città, una sfida già iniziata, un appuntamento di grande rilievo nazionale.

 

Naturalmente i Di Battista, azzoppati per aver messo mille ostacoli ad un accordo con il Pd, e in particolare con Emiliano in Puglia, tenteranno in qualche modo di far saltare il tavolo.

 

Cosa poco probabile, la riduzione del numero dei parlamentari porterà quelli attuali a tenersi stretto il posto, finché dura.

 

Ma politicismi e calcoli a parte, a sinistra bisognerebbe capire di che vittoria stiamo parlando.

 

Perché due dei vincitori, De Luca ed Emiliano, giocano una partita politica in proprio, molto personale e personalistica, con le radici ben piantate nel populismo, alimentato da un consenso a maglie larghe.

 

Diversa la figura di Giani in Toscana, dato per morto in partenza e invece uscito stravincitore dalla battaglia elettorale.

 

L’unico candidato unitario Pd-M5S era in Liguria e ha perso male. In questo caso rispettando in pieno le previsioni della vigilia. L’elettorato 5S ha mal digerito un grillino critico come Sansa (che coraggiosamente ha dichiarato di votare No al referendum). Ed è stato inutile l’invito, stentato, di Grillo a sostenerlo.

 

L’unità su candidati comuni è da perseguire ma non vuol dire sceglierli alla vigilia del voto.

 

NEL QUADRO GENERALE, curiosamente la débacle nelle Marche è come messa tra parentesi mentre richiede qualche risposta: come è possibile che una Regione guidata dai partiti democratici per 25 anni, cambi cavallo, saltando su uno di stampo fascistoide? A che punto è arrivata la delusione dei marchigiani per sfociare in un cambiamento tanto radicale? Quali errori, e gravi, amministrativi sono stati compiuti negli ultimi anni?

 

E qui arriviamo al dunque, a una questione che riguarda la sinistra, le organizzazioni a sinistra del Partito democratico.

 

Perché se LiberieUguali e Sinistra italiana hanno un significativo, non marginale ruolo all’interno del governo, la presenza sui territori lascia sconcertati. Ma è una verifica da fare se si vuole mantenere viva un’area politica che, in teoria, potrebbe non essere marginale e invece, allo stato attuale delle cose, lo è.

 

Al punto che chiedere uno sbarramento al di sotto del 5 per cento in previsione di una nuova legge elettorale potrebbe essere del tutto inutile.

 

Ammesso e concesso che Zingaretti è il più felice di turno, sull’altro fronte, nel centrodestra, c’è uno sconfitto eccellente, Salvini, con la sua candidata toscana di una inconsistenza imbarazzante, tallonato, dentro la Lega, dallo strabordante successo di Zaia, e fuori dalla leader di Fratelli d’Italia, che ha malamente dissimulato la delusione per il suo Fitto, candidato uscito con le ossa rotte dalla sfida pugliese.

 

NULLA DI GRAVE in confronto all’atmosfera che si respira in un angolo del retropalco dove risiede il partito del Cavaliere, ridotto a pura testimonianza, nonostante la vittoria di Toti.

 

Nel complesso quello che si temeva non è avvenuto: il centro destra non solo non ha sfondato – come qualche inaffidabile sondaggio ha sostenuto – ma ha perso consensi. La marcia trionfale dei fascio leghisti è rinviata a data da destinarsi.

 

Sicuramente più semplice da interpretare, il risultato del referendum offre una buona uscita alle due opzioni.

 

Il No riceve un inaspettato 30 per cento, il Sì un 70 per cento che fa esultare il M5S, tenendo viva la loro «ragione sociale» di fondo, la battaglia contro la casta e i suoi privilegi. Si accontentano di poco visto lo sprofondo che hanno accolto le loro liste regionali, precipitandoli a percentuali da forza medio-piccola.

 

Contenti loro, il governo viaggerà più sereno.

 

Ma ora, chiuso il capitolo election day, c’è poco da esultare. Perché la crisi nella quale è sprofondata l’Italia (come gran parte del Mondo), a causa della pandemia, è dura, violenta, lunga, con l’incubo di un altro «blocco».

Non ci sono più scuse per nessuno.

21/09/2020

 

Non ci erano riusciti Gelli, Berlusconi e Renzi. Ci hanno pensato Di Maio e Zingaretti a dare l’ennesima mazzata alla democrazia costituzionale concretizzando un punto del programma della Lega fatto proprio dal M5S durante le trattative del governo Conte1.

 

È solo l’ultima puntata delle “riforme” fallimentari con cui da un trentennio si restringe la democrazia.

 

Praticamente tutti i partiti erano per il SI e hanno vinto.

Lo hanno fatto col voto dei cittadini che ce l’hanno con i partiti.

Noi di Rifondazione Comunista ci siamo schierati per il No dall’inizio pur sapendo che si trattava di una battaglia difficilissima e controcorrente.

 

Troppo forte il clima di rivalsa contro “la politica” che ha ragioni condivisibili ma che ancora una volta, come negli anni più bui, è stata abilmente indirizzata verso l’antiparlamentarismo.

Il risultato del NO è un miracolo di resistenza positivo e ora che il taglio è avvenuto va rilanciata la lotta per una legge elettorale proporzionale pura e la reintroduzione del voto di preferenza per impedire che le conseguenze siano nefaste.

La truffa per ora è riuscita: i privilegi e le liste bloccate rimangono.

Zingaretti aveva votato Si al referendum di Renzi. Oggi ha vinto con Di Maio, Meloni e Salvini.

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

17/09/2020

da il Manifesto

Massimo Villone

 

Referendum. Si può anche affermare che dopo il referendum si dovrà ripartire. Ma in ogni caso va sottolineato a chi pensa di dover ripartire che un parlamento tagliato determina condizioni certamente peggiori per la ripartenza.

 

 

 

Nel referendum sul taglio del parlamento si vota Sì o No?
Un’omissione non da poco, posto che il referendum è un momento che chiama forzosamente alla scelta tra opzioni nette. Ancor più se è un referendum senza quorum, in cui non ci si sottrae alla scelta e dunque non è dato cancellare dalla propria analisi la valutazione dell’impatto di un esito positivo o al contrario negativo del voto popolare. Impatto da valutare soprattutto quando la scelta incide su un’istituzione che nel dopo voto si assume centrale. In tal caso è davvero debole l’argomentazione costruita sulla formula “qualunque sia l’esito”.

 

Dell’ossessione per la governabilità si è scritto a iosa su queste pagine, da parte mia e di altri. Così anche per la necessità di tornare a un proporzionale che renda le assemblee elettive specchio effettivo e non caricaturale del paese; di ridare ai rappresentati la scelta dei rappresentanti; di riparare il danno prodotto dalla marginalizzazione del parlamento attraverso la concertazione tra esecutivi in sedi improprie come la conferenza stato-regioni, strumento principe dell’aumento esponenziale delle diseguaglianze territoriali, economiche e sociali; di ricostruire i partiti politici – anche disciplinandoli con legge – come strumento essenziale per la partecipazione democratica e la vitalità delle istituzioni. Da questi fondamenti, e da altri ancora, il No referendario viene come esito fisiologico e ineludibile, non frutto di improvvida drammatizzazione.

 

È ovvio e condivisibile che si impone un vasto programma di ricostruzione del sistema politico e delle istituzioni, per l’attuazione della Costituzione e il recupero delle garanzie per l’eguaglianza e i diritti. La domanda è: il taglio del parlamento aiuta o reca danno in vista di tale programma? Sarà più o meno facile dopo il taglio rilanciare “la battaglia per una democrazia costituzionale pluralista e conflittuale, che ponga al centro del sistema l’organo della rappresentanza politica e i soggetti del pluralismo”? O assicurare Il pluralismo politico “di chi oggi non trova rappresentanza alcuna, né nelle istituzioni né nelle formazioni politiche”? O affrontare “le grandi e reali questioni che hanno ridotto il Parlamento a zerbino del Governo” fin qui inevase? O approvare modifiche dei regolamenti parlamentari “in grado di assicurare un vero dibattito tra le forze politiche presenti in Parlamento e garantire un’effettiva autonomia dell’attività parlamentare dal Governo”?

 

Con il taglio l’ampia ricostruzione richiesta diventa più difficile, se non impossibile. Tra l’altro, proprio la sua vastità rende probabile che rimanga affidata non a questo parlamento, ma al prossimo, giàtagliato nel caso di vittoria del Sì. Nessuno può oggi dire quali saranno gli equilibri e le voci politiche presenti nelle future assemblee. Assumere che siano favorevoli – o dopo il taglio addirittura più favorevoli – agli obiettivi prima indicati sembra davvero incauto.

 

D’altronde, nemmeno possiamo pensare che il problema sia affrontato e risolto dal parlamento in carica e dall’attuale maggioranza, in quel che rimane – poco o molto che sia – della legislatura.
Con la delegittimazione sostanziale comunque derivante dalla vittoria del Sì, e nel contesto difficilissimo determinato dalla crisi Covid, da dove verrebbe la forza o la voglia di realizzare così ampie e impegnative innovazioni? Sopperirebbe forse a tutto il dibattito culturale – pur apprezzabilissimo – nei pensatoi della sinistra? Non basterebbe da solo. Mentre potrebbe invece trarre forza proprio da una vittoria del No.
Grandi organizzazioni come l’Anpi o l’Arci si sono espresse per il No.

 

È un’indicazione di voto che non guarda al passato, che pure molti di noi ritengono glorioso. Guarda al futuro. Si può anche affermare che dopo il referendum si dovrà ripartire. Forse non deve ripartire chi non si è mai fermato. Ma in ogni caso va sottolineato a chi pensa di dover ripartire che un parlamento tagliato determina condizioni certamente peggiori per la ripartenza.
E allora, senza incertezze o ambiguità, bisogna votare No. E bisogna dirlo.

 

* Presidente del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale e del Comitato per il No al taglio del Parlamento

Massimo Villone

da Il Manifesto

 

Il No cresce, rapidamente. Aumentano le voci contrarie al ritaglio del parlamento, come Saviano su La Stampa (10 settembre) con una intervista duramente critica.

 

Si rafforza la sensazione che il referendum sia diventato contendibile. Secondo un’opinione, perché cresce a destra la convinzione che la vittoria del No – in specie se insieme a una sconfitta delle forze di maggioranza nel voto regionale e locale – sarebbe per il governo una spallata insostenibile.

 

Certo, si consolida nei soggetti politici la consapevolezza che il taglio dei parlamentari è una bandiera – populistica e demagogica – solo per il M5S, che infatti la difende con le unghie e con i denti. Degli altri, nessuno è davvero in campo.

 

Zingaretti in direzione Pd ha difeso un accordo già disatteso dall’altro contraente. Ma sa bene che una parte significativa del gruppo dirigente e dei militanti non lo segue sulla via del Sì, e non lo seguirà.

 

Ribadiamo ancora che il No referendario è contro una cattiva riforma e per la Costituzione, non contro Palazzo Chigi. Nel caso, l’errore è stato fatto da chi ha reso il taglio una condizione per la nascita e la permanenza in carica del governo.

 

Qui può nascere nelle opposizioni l’interesse a usare il referendum per attaccare l’esecutivo. Per noi, pesa invece il peccato originale di aver consentito il baratto tra la Costituzione e un governo. Beni incomparabili.

 

La riforma va respinta perché è priva di validi argomenti, prospetta vantaggi ipotetici, provoca danni certi. Il risparmio – motivazione in sé miserabile – è ormai ridicolizzato. Le comparazioni con altri paesi sono false e fuorvianti.

 

L’aumento dell’efficienza è smentito quotidianamente dalla constatazione che il parlamento non funziona – in aula e nelle commissioni – quando la maggioranza litiga. Litigano oggi in molti, litigherebbero domani in pochi. Mentre è certificato il danno alla rappresentanza, in specie per regioni piccole e medie e le forze politiche minori.

 

A parte il M5S, tutti sanno – e ammettono – che si tratta di una cattiva riforma.

 

I «correttivi» di cui si parla per renderla meno inaccettabile sono lontani dal vedere la luce, e si crea un paradosso. Votare sì è come costruire una casa su fondamenta malferme, con la promessa di rafforzarle poi. Nemmeno l’ultimo capomastro o geometra – con ogni rispetto per la categoria – lo farebbe. Ma è proprio quello che i soi-disant riformatori intendono.

 

Tra l’altro, con correttivi che non correggono affatto.

 

Anche la più proporzionale delle leggi elettorali lascerebbe irrisolto il problema del bavaglio a forze politiche e territori. Lo stesso accadrebbe con la rimodulazione della base elettorale del senato – oggi regionale per l’art. 57 della Costituzione – in circoscrizioni pluriregionali. Per non parlare del mantenimento delle liste bloccate, tuttora previsto dal testo base di Brescia, e della polemica già partita sulla introduzione delle preferenze.

 

Lo stesso vale per Violante, che suggerisce una raccolta di firme per ulteriori riforme. Proprio Violante, ex presidente della Camera, sa quanto poco pesino le firme su una proposta, che il partito potrebbe scrivere e presentare nel giro di qualche ora con il sostegno di decine di parlamentari.

 

Perché non la presenta? Evidentemente pensa che il partner di governo non sia disponibile. E infatti M5S ha già chiuso la porta dicendo che intanto si vota Sì. E allora?

 

Qui la destra ha le idee più chiare. Ha capito che il Sì referendario si può bene iscrivere in una strategia volta a indebolire il parlamento in vista non di correttivi, ma di ulteriori stravolgimenti. Non è un caso che nella rinsaldata sintonia del centrodestra si ritrovi l’Italia delle repubblichette del regionalismo differenziato, riunita sotto l’egida del presidenzialismo e dell’uomo solo al comando.
Lo conferma da ultimo Toti, con un’intervista a La Stampa (10 settembre) in cui apre al referendum «se sarà il primo fiocco di neve che porterà a una valanga», che arrivi al semi-presidenzialismo alla francese, al senato delle regioni e all’autonomia differenziata. Qualifica quella da lui richiesta insieme ai separatisti del Nord come «blanda».

 

Non lo è affatto. Proprio il Covid dovrebbe averci insegnato – ad esempio da ultimo con la scuola – che il paese del fai da te localistico è debole.

 

Qui non si vuole correggere, ma stravolgere, non riformare, ma rottamare. No, grazie.

02/09/2020

Tommaso Fattori

 

Speciale Regionali 2020 TOSCANA – Un’alternativa di sinistra a Giani e Ceccardi, i due candidati fotocopia di Renzi e Salvini

 

Stiamo attraversando una grave recessione causata dalla pandemia e la vecchia politica, rappresentata da Pd e Lega, non è in grado di avanzare soluzioni all’altezza del problema. L’attuale classe dirigente vaneggia, a una sola voce, di grandi opere inutili e cemento, di Olimpiadi e Formula 1, addirittura di riaprire il centro storico di una città come Firenze al traffico per favorire il commercio. Stanno riproponendo, come un disco rotto, le solite, vecchie formule che ci hanno condotto al disastro economico e ambientale.
Se guardiamo alle principali materie di cui si occupa la Regione, il candidato di Renzi, Eugenio Giani, e la candidata di Salvini, Susanna Ceccardi, sono d’accordo pressoché su tutto: sul ruolo del privato in sanità, sulla cosiddetta “autonomia differenziata”, sulle mega-opere inutili e dannose come aeroporto di Peretola e nuove autostrade, sugli inceneritori o sui soldi alle scuole private.

 

Ma non ci troviamo davanti ad una realtà immodificabile, né è obbligatorio adattarci ad un falso bipolarismo. Noi rivendichiamo il nostro diritto alla speranza e diciamo che “un’altra scelta è possibile”. Lo facciamo con un progetto che si rivolge principalmente a chi è precario o non ha lavoro, al 50% di toscane e toscani che non vota più perché non si sente rappresentato dai principali blocchi politici, alle tante persone giovani e giovanissime che hanno già le idee molto chiare in tema di tutela dell’ambiente e della salute, diritti sociali e civili, difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici. E ci rivolgiamo alle donne, non a caso siamo il solo progetto politico ad aver scelto capolista femminili in tutti e 13 i collegi della Toscana.

 

Per superare la crisi senza tornare all’indesiderabile normalità pre Covid-19 è necessaria una radicale svolta verde e a favore della giustizia sociale, che significa prima di tutto creare posti di lavoro stabili e non precari. C’è dunque una prima dimensione immediata, volta a dare lavoro fin dall’autunno attraverso assunzioni di personale in settori pubblici strategici come la sanità e finanziando opere utili al territorio come gli interventi per il contrasto del dissesto idrogeologico, il raddoppio dei binari ferroviari unici, la manutenzione delle strade o dei ponti usati ogni giorno dai cittadini, prima che vengano giù.
Ma al di là dell’immediatezza, occorre dotarci di una nuova politica industriale verde, serve cioè – per parafrasare il celebre testo di Mariana Mazzucato – una Regione imprenditrice e…

*-*

L’autore: Tommaso Fattori è candidato presidente alle regionali toscane per la lista Toscana a sinistra. È stato uno dei leader del Forum sociale europeo ed ha combattuto in prima fila la lotta per l’acqua pubblica. Ora è capogruppo di Sì – Toscana a sinistra in Consiglio regionale. Il 12 settembre alle ore 15 a Massa presso il Bar Hermes di piazza Mercurio parteciperà alla presentazione della propria candidatura organizzata dal Laboratorio politico Left Massa-Carrara

Pagine