Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

Mario Pianta

 

Con il nuovo governo M5 Stelle-Lega il ‘populismo all’italiana’ sembra arrivato al potere. Non è così. La Lega ha governato per nove anni con Berlusconi votando ogni politica neoliberista che ha favorito finanza, imprese e modello di integrazione europea che ora critica.

 

I 5 Stelle sono pronti a scendere a compromessi su tutto con chiunque – Washington, Bruxelles, imprese, finanza, militari – pur di avere il loro turno al potere, sapendo che il loro grande consenso è nel migliore dei casi temporaneo. Il risultato è che – retorica a parte – il programma di governo è dominato da politiche neoliberali a favore dei ricchi e delle imprese, con una verniciata di populismo: dure misure contro i migranti e piccole mance ai più poveri. Potremmo chiamarla ‘politica lib-pop’.

 

IL VINCITORE di questa fase politica è il capo della Lega, Matteo Salvini, che ha trasformato la Lega da partito ‘separatista’ del Nord in un partito nazionalista e reazionario sul modello del Front National francese. Ha quadruplicato i voti della Lega (nel 2013 erano il 4%) e nel Nord ha oltre un terzo dei voti; soprattutto è diventato il leader di una coalizione di centro-destra (superando il 14% di Forza Italia) che a marzo ha avuto il 37% dei voti ed è vicina a una maggioranza dei seggi alle prossime elezioni.

 

SALVINI ha tenuto insieme la coalizione – nonostante i litigi – e ha avuto il via libera per il governo dai partner di centro-destra che hanno promesso un’opposizione morbida e il sostegno parlamentare per le (molte) politiche su cui saranno d’accordo. Salvini è così nella posizione di guidare dall’estrema destra una larga coalizione di centro-destra che comprende i moderati e l’élite; una situazione inedita in Europa.

 

LA CRESCITA POLITICA di Salvini si è rafforzata con le elezioni in Valle d’Aosta di domenica scorsa, in Molise e in Friuli di un mese fa. I sondaggi confermano l’immagine di una Lega in crescita e un sostegno stabile per il partito di Luigi Di Maio; quando il consenso ai 5 Stelle si indebolisce – come per le periferie di Roma e Torino, governate dai 5 Stelle – la Lega riesce a intercettare gran parte dei loro elettori delusi. Lo scenario politico vede così Matteo Salvini probabile vincitore di una maggioranza assoluta dei seggi per il centro-destra alle prossime elezioni, dando così a Salvini una posizione di forza nelle trattative di governo. Infine, la capacità egemonica della Lega viene anche dalla sua capacità di unire gestione del potere e voto di protesta: è stata a lungo al potere in tutti i governi Berlusconi e guida molte regioni-chiave, ma non è percepita come responsabile della crisi attuale. Allo stesso tempo, la Lega cavalca la protesta sociale con la sua retorica contro l’Europa, le tasse, la burocrazia e i migranti.

 

TRA LE CINQUE STELLE del movimento fondato da Beppe Grillo manca ancora una ‘stella polare’ che ne caratterizzi il progetto politico; l’unica priorità sembra ora la rivendicazione del potere, indipendentemente dal tipo di alleanza e programma. L’anti-corruzione e la democrazia dal basso sono poco più di un rumore di fondo; il 94% dei sostenitori dei 5 Stelle ha approvato il programma di governo in una consultazione elettronica tenuta in un pomeriggio; le decisioni dall’alto su priorità lontane dai temi tradizionali dei 5 Stelle non sono state messe in discussione dalla base; solo il ‘candidato a ministro del lavoro’ Pasquale Tridico si è ‘dimesso’ dopo l’annuncio del programma. La difficile ricerca di un Presidente del consiglio diverso da Luigi Di Maio riflette la fragilità di una gestione dall’alto del movimento che impedisce l’emergere di un più ampio gruppo dirigente.

 

LA DEBOLEZZA di fondo dei 5 Stelle è nella loro stessa visione ‘post-ideologica’; con la ‘casta’ come nemico principale e l’illusione di superare la divisione destra-sinistra, sembra che non abbiano ancora imparato come usare il potere politico per affrontare interessi di classe contrastanti e come costruire politiche capaci di sostenere il loro consenso elettorale. Al contrario, la Lega ha rafforzato le sue radici ideologiche di destra, dando ai suoi elettori forte identità e visione del mondo. Nessuna sorpresa quindi che molti tra gli italiani più poveri – classe operaia e senza lavoro nel Mezzogiorno – dopo aver scelto i 5 Stelle come anti-sistema, finiscano per votare Lega.

 

L’ASIMMETRIA tra una Lega con priorità chiare – in termini di classe e nazione – e i 5 Stelle con l’unica preoccupazione di arrivare a un accordo, ha prodotto un programma di governo che comprende alcuni temi generali dei 5 Stelle – anti-corruzione, legalità e reddito minimo – e molte misure concrete volute dalla Lega – su tasse e migranti soprattutto. Le richieste di rinegoziare i trattati europei e tornare alla sovranità nazionale in alcuni ambiti sono abbastanza rumorose per aprire uno scontro retorico con Bruxelles – e avere molta attenzione mediatica – ma hanno finora poco contenuto concreto.

 

LA MISURA più importante che verrà introdotta dal nuovo governo è la versione italiana della ‘flat tax’; persone e imprese pagheranno un’imposta sul reddito del 15 o del 20%, contro l’attuale 43% per la fascia di reddito più alta. Nel programma si dichiara che non verrà introdotta alcuna imposta sul patrimonio (l’Italia è stata spesso criticata dall’Ue per aver abolito le tasse immobiliari sulla prima casa). I controlli fiscali su piccole imprese e lavoratori autonomi saranno ridimensionati, legalizzando in sostanza l’evasione fiscale per un gran numero di elettori di centro-destra con redditi medio-alti. Per la finanza e le banche non verrà introdotto alcun controllo o limite alle loro attività. Tutto questo farà dell’Italia un paradiso fiscale per le imprese, in competizione con l’Irlanda nella ‘rincorsa verso il basso’ a chi riduce più le tasse. Un ‘neoliberismo da sogno’ che, in pratica, offrirà un po’ di margini di sopravvivenza alle piccole imprese italiane drammaticamente colpite da un decennio di crisi, ma che non ha prospettive di sviluppo. Con questo programma, il trasferimento di reddito al 20% più ricco degli italiani sarà enorme, con i ricchissimi a beneficiarne di più. Berlusconi non sarebbe mai stato in grado, con le sue maggioranze precedenti, di introdurre un programma così favorevole ai più ricchi e alle imprese.

 

QUESTE MISURE sono le più facili da realizzare: riducono semplicemente la redistribuzione attraverso l’azione dello stato, ‘lasciando fare’ al mercato – e aprendo una falla enorme nei conti pubblici. Costosa, ma in una direzione ragionevole, è invece la correzione di rotta sulle pensioni. Più difficile è l’attuazione dell’unica misura ‘a favore dei poveri’, cavallo di battaglia dei 5 Stelle, il ‘reddito di cittadinanza’. Nel programma è ridotto ad un sostegno al reddito di 780 euro al mese per un massimo di due anni per gli italiani disoccupati (nessun residente con cittadinanza straniera potrà ottenerlo) pronti ad accettare qualsiasi offerta di lavoro; nessuna cifra sui potenziali beneficiari e sui finanziamenti necessari per la sua attuazione è fornita dal programma.

 

MA IL SUCCESSO più oscuro della Lega nel programma di governo è il capitolo sui migranti, che prevede di bloccare i flussi di rifugiati, cambiamenti nelle norme europee su asilo e libera circolazione e propone il rimpatrio dei 500 mila immigrati con status irregolare ora presenti in Italia. Insieme alle altre misure su legittima difesa, legge e ordine, queste politiche offrono una risposta all’‘effetto paura’ che sta dietro alla crescita del voto della Lega. In parallelo, il voto ai 5 Stelle si basava su un ‘effetto povertà’, specialmente al Sud. La tragedia è che gli italiani più poveri hanno votato in modo larghissimo per due forze politiche che, al governo, faranno i regali più grossi ai più ricchi e alle imprese. Peggio ancora, questa ‘politica lib-pop’ potrebbe essere l’anticipazione di un futuro politico all’insegna della destra più estrema.

19.05.2018

 

Si impone una visione ideologica e culturale di destra radicale, parte di origine Lega e fatta propria dal Movimento 5 Stelle -pensiamo all’immigrazione- e parte patrimonio comune, in relazione ad esempio alla concezione delle Istituzioni.

Della politica fiscale si è detto molto. Salvini ottiene l’introduzione della cosiddetta ‘flat tax’ ossia una riduzione delle aliquote fiscali a due, la prima al 15 per cento per i redditi più bassi, la seconda al 20 per cento. E’ una misura iniqua, che favorisce i ricchi che pagheranno molte meno tasse di oggi, e penalizza i poveri, che avranno vantaggi marginali e rischiano di vedersi smantellati i servizi che con quelle tasse sono finanziati. I ricchi vincono, i poveri perdono.

 

Altri capitoli del programma delineano una impostazione autoritaria e razzista.

 

Gli immigrati sono discriminati rispetto agli italiani. Non avranno diritto alle misure di sostegno al reddito. Il cosiddetto ‘reddito di cittadinanza’ e che in realtà è un sussidio di disoccupazione è riservato agli italiani. Lo stesso vale per le integrazioni alle pensioni più basse. E gli asili nido gratuiti? Solo per le famiglie italiane. Sottolineato italiane, sottolineato famiglie.

 

Passa il ‘prima gli italiani’ di Salvini e il Movimento 5 Stelle lo accetta.

 

E per la prima volta un programma elettorale mette nero su bianco il numero di immigrati da espellere: 500mila. Per le persone da cacciare, Lega e 5 Stelle pensano di istituire dei centri di detenzione, uno in ogni regione italiana.

 

Le norme per la richiesta dell’asilo vengono rese molto più dure, di fatto impossibili se si pensa all’idea di costringere il richiedente asilo a fare domanda nel proprio Paese. Tu scappi da un regime autoritario e ti devi rivolgere a quel regime per chiedere di ottenere asilo in Italia.

 

E ancora, procedure di espulsione rapide e un trattamento giuridico speciale. “Occorre poi prevedere specifiche fattispecie di reato che comportino, qualora commessi da richiedenti asilo, il loro immediato allontanamento dal territorio nazionale” è scritto.

 

La concezione della politica, dello Stato, della democrazia. Il semplice fatto che Lega e Movimento 5 Stelle abbiano scritto non un programma ma un ‘contratto’, che dovrà essere firmato dai leader dei due partiti davanti a un pubblico ufficiale che autenticherà le firme -così è previsto- denota una concezione privatistica della politica.

 

Ma questa forse potrebbe ancora essere considerata questione astratta. Molto più concreta, drammaticamente concreta, la prospettiva della riforma della Costituzione per introdurre il vincolo di mandato dei Parlamentari. La Costituzione figlia della Resistenza al fascismo fa della libertà del Parlamentare da qualsiasi vincolo di mandato uno dei suoi capisaldi per garantire libertà e democrazia. La ragione dovrebbe essere intuibile. Un deputato il cui destino fosse legato alla fedeltà al partito con cui è stato eletto, si ridurrebbe a essere un mero esecutore delle scelte di chi quel partito comanda.

 

Del resto, quali libertà di azione avrebbe un Parlamentare a cui venisse imposto, se volesse presentare un disegno di legge, di ottenere il consenso congiunto dei capigruppo dei due partiti? Fantasie? No, lo prevede il ‘contratto’.

 

Del ‘comitato di conciliazione’ nella bozza definitiva si dice poco. Il ‘contratto’ prevede, dopo le polemiche dei giorni scorsi, non un passo indietro ma un semplice rinvio a successivi accordi per la definizione della sua composizione. Rimane inalterato il principio: sui temi di interesse principale e ogni volta che ci saranno contrasti, sarebbero i partiti a decidere. 

 

Il Governo e il Parlamento sarebbero svuotati delle loro prerogative, ridotti a esecutori di volontà altrui.

 

 

Norma Rangeri

da Il Manifesto

 

Non c’è ancora un presidente del consiglio, non conosciamo i ministri e non sono dettagli di secondaria importanza.

Ma se questo è il programma, avremo un governo segnato da una forte impronta culturale. Vedremo all’opera una politica della giustizia, dell’ordine pubblico, dell’immigrazione e delle libertà civili che in Europa è già al governo in Ungheria.

Ci fosse una sinistra starebbe all’opposizione anche se con qualche problema a trovare ancora posti liberi.

Tanto affollamento nell’area dei contrari è perlomeno sospetto, a meno di sostenere che il fascismo è alle porte.

Una sinistra starebbe all’opposizione ma distinta e distante da quelli che si siedono affranti sulle poltroncine di Porta a Porta perché stanno arrivando i barbari e si parla di debito pubblico. Oltretutto, come si sa, i barbari furono capaci di rinvigorire la radice romana.

Il primo attore di questo teatro delle opposizioni è Berlusconi che si candida a sentinella dell’Unione europea e ci rassicura sull’inesistenza dei complotti. Come se non fosse stato proprio lui a parlare di quattro o cinque colpi di stato durante il suo governo.

Della compagnia di giro fa parte anche il quasi ex ministro Calenda, che sprona il Pd a scendere in piazza: potrebbe essere l’occasione per scoprire quali folle risponderebbero all’appello.

I giornali sono schierati come un sol partito dietro il Financial Times.

E Bruxelles difende l’indifendibile senza rendersi conto che, se non cambia rotta, alle prossime elezioni europee avrà contro la maggioranza dei paesi membri.

Questa è la ricca compagnia. Verrebbe voglia di andare controcorrente.

Un’opposizione di sinistra ai 16 milioni di elettori che il 4 marzo hanno votato Lega e 5Stelle è una bella sfida.

Perché l’esperimento del laboratorio politico giallo-verde ci metterà di fronte a scenari inediti.

Se non sono solo e tutte chiacchiere (come sembra con il dietro-front sulla Tav), non ci vorrà molto a scoprirlo.

Se invece sul fronte delle politiche sociali e ambientali si metteranno in campo cambiamenti veri, su quel terreno la sinistra già lottava quando di Di Maio e compagnia non v’era traccia.

17.05.2018


Stamattina siamo stati ospiti a Coffee Break La7, ascoltate Viola Carofalo su nuovo governo, Europa, debito pubblico e lavoro. Non ascolterete niente di simile da nessun'altra forza politica!

 

"Cosa pensa Potere al Popolo questo contratto fra Lega e 5 Stelle?" "Va benissimo ridiscutere i trattati, ma non per fare la flat tax, non per continuare ad avvantaggiare i ricchi, ma per andare verso la redistribuzione della ricchezza. C'è un'ingerenza dell'Europa, ma bisogna contestarla per fare gli interessi delle classi popolari. Di Sud poi nel contratto se ne parla solo una volta, e questo è assurdo rispetto alla situazione che denunciano anche i dati ISTAT usciti ieri. Di lavoro non si parla, di Sud non si parla e non si parla di questione sociale!"

 

17.05.2018

 

COMUNICATO STAMPA

 

ILVA – PRC: “Morti sul lavoro: numeri di una mattanza. Serve lo sciopero generale.

 

Maurizio Acerbo e Enrico Flamini, segretario nazionale e responsabile Lavoro di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano:

Questa mattina all’Ilva di Taranto si è verificato l’ennesimo incidente mortale ai danni di un lavoratore. Angelo Fuggiano, di 28 anni, dipendente della ditta Ferplast, è morto travolto da un’enorme fune d’acciaio.

E’ la quarta morte sul lavoro in pochi giorni – dopo quelle di Carrara, Monfalcone e La Spezia, e senza contare i lavoratori delle Acciaierie Venete di Padova che lottano per rimanere in vita. Sono i numeri di una mattanza; un bollettino di guerra che ci dice una cosa inequivocabile: nell’Italia di oggi, nell’Italia del Jobs Act e della precarietà di massa, la vita di lavoratori e lavoratrici vale meno del denaro che le imprese devono spendere per garantire condizioni di sicurezza.


All’Ilva si tratta – come accade molto spesso – della cronaca di una morte annunciata: lavoratori delle ditte degli appalti esterni che lavorano fino a 12 ore, non si investe su sicurezza e manutenzione, i sindacati avevano scioperato poco tempo fa proprio denunciando la situazione.


Questo è il volto feroce della nuova lotta di classe: quella che i ricchi stanno portando avanti contro la gente che lavora. Per contrastare questa offensiva è necessaria la più ampia mobilitazione, in tutto il paese, fuori e dentro i luoghi di lavoro.


Rifondazione Comunista si stringe accanto alla famiglia di Angelo Fuggiano e sostiene ogni iniziativa di lotta che verrà messa in campo dalle rappresentanze dei lavoratori.
Per i governi e le imprese salvare la vita di lavoratrici e lavoratori non è un’emergenza da affrontare.
Ci vuole uno sciopero generale per pretendere che il prossimo governo ponga fra le sue priorità la sicurezza nei luoghi di lavoro e il ripristino e l’estensione dei diritti cancellati negli ultimi anni”.

 

16.05.2018

Paolo Ferrero 

 

Lega e 5 stelle stanno continuando a trattare sul governo. Gli speculatori e l’Unione Europea stanno facendo un po’ di terrorismo per condizionare tutta la questione. Mi pare che non ne abbiano bisogno….
Sull’Europa solo propaganda. Chiedere di cambiare i trattati e che la BCE ci regali 250 miliardi è pura propaganda. La vera decisione politica riguarda il cosa dire e cosa fare una volta che ti ridono in faccia. La retorica del “battere i pugni sul tavolo” è già stata usata una volta e non sposta un millimetro. La strada dovrebbe essere il disobbedire ai trattati, ma di questo non se ne parla perchè un conto è raccontare balle e un conto è scontrarsi sul serio con i ricchi e i poteri forti (che hanno ampiamente votato Lega e M5S).
Sulla distribuzione del reddito viene prevista la flat tax e cioè un favore ai ricchi che togliendo entrate allo stato apre la strada ad ulteriori privatizzazioni del welfare.
Un bel po’ di politiche securitarie contro i poveri e i migranti, come ogni governo di destra che si rispetti..
Poi ci sono un bel po’ di promesse su pensioni, reddito minimo, etc etc. Quando ci diranno dove trovano i soldi visto che ne vogliono regalare un bel po’ ai ricchi e l’Unione Europea non scucirà un quattrino, potremo discuterene seriamente. Prima è solo la prosecuzione di una campagna elettorale che comincia ad essere un po’ troppo lunga (mentre i padroni del vapore continuano a fare i loro comodi).

 

Ci troviamo quindi di fronte ad un governo con un profilo di destra a cui i giornali main stream con PD e Berlusconi contrappongono un impianto di destra tradizionalmente liberista. Uno scontro interno alle classi dominanti, non un terreno di alternativa.

 

Di fronte a questa situazione chi è destinato a deludere di più il suo elettorato è il Movimento 5 stelle. La Lega il suo elettorato lo sta tutelando..
Per uscire da questa situazione non servono governi tra PD e 5 stelle: difficile dire se sarebbe peggio o meglio dell’attuale visto che le critiche che il PD ha fatto alle indiscrezioni sul programma sono quasi tutte da destra… Con buona pace di Tomaso Montanari, attendere le palingenesi del PD, come se il problema fosse Matteo Renzi, costituisce un desiderio dotato di scarsi fondamenti, tecnicamente un miraggio.

 

Il punto è che è impossibile costruire l’alternativa se non si capisce che senza drastica redistribuzione del reddito dai ricchi ai poveri e un forte intervento pubblico in economia – dal welfare alla riconversione ambientale delle produzioni – non vi sarà alcuna alternativa ma solo la prosecuzione e l’accentuazione della guerra tra i poveri.
Per questo serve un soggetto politico e sociale dell’alternativa che sia in grado di dialogare positivamente con la delusione che stanno vivendo molti cittadini che avevano votato M5S “per cambiare”. Un soggetto completamente alternativo alle due destre – tanto quelle populiste come quelle liberiste – ma popolare, a bassa soglia d’ingresso, fondato sulla condivisione di pochi punti programmatici fondamentali e di una pratica sociale conflittuale e solidale. Potere al Popolo è nato su questa ipotesi politica e il cul de sac in cui si è infilato il M5S ci chiede di fare un salto di qualità proprio nel carattere ampio, popolare, plurale e inclusivo del nostro progetto. Non un nuovo partito ma una strumento dell’organizzazione solidale e conflittuale del popolo.

Tommaso Di Francesco

 

I settant’anni dello Stato d’Israele sono anche i settant’anni della Nakba, la «Catastrofe» del popolo palestinese, la cacciata nel 1948 di centinaia di migliaia di palestinesi (da 700mila a un milione) in una operazione di preordinata pulizia etnica che li ha trasformati nel popolo profugho dei campi. A confermare laa doppiezza strabica degli eventi nel rapporto di causa ed effetto, è arrivato lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, la festa della «grande riunificazione» di Netanyahu; proprio mentre la promessa elettorale mantenuta di Trump provocava la rivolta e la strage di 60 giovani nel tiro al piccione a Gaza. Secondo i versi del poeta palestinese Mahmud Darwish: «Prigionieri di questo tempo indolente!/ non trovammo ultimo sembiante, altro che il nostro sangue».

 

Invece sulla descrizione in atto del massacro si esercitano gli «stregoni della notizia»: così abbiamo letto di «ordini dalle moschee di andare correndo contro i proiettili», di «scontri», di «battaglia» e «guerriglia». Avremmo dunque dovuto vedere cecchini, carri armati e cacciabombardieri palestinesi fronteggiare cecchini, tank e jet israeliani, con assalti di uomini armati. Niente di tutto questo è avvenuto e avviene. Invece, nella più completa impunità, la prepotenza dell’esercito israeliano sta schiacciando una protesta armata di sassi, fionde e copertoni incendiati. Per Netanyahu poi si tratterebbe di «azioni terroristiche».

 

Ma la verità è che un popolo oppresso che manifesta contro un’occupazione militare ricorda solo la nostra Liberazione e il diritto dei palestinesi sancito da ben tre risoluzioni dell’Onu (una del 1948 proprio sul «diritto al ritorno»). Sì, la festa triste di un popolo, guidato da Netanyahu e dal nuovo «re d’Israele» Trump, vive della catastrofe di un altro popolo. Che si allunga all’infinito con la proclamazione di Gerusalemme «unica e storica capitale indivisibile di Israele». Altro che due Stati per due popoli: nemmeno due capitali. Intanto per lo Stato d’Israele il «diritto al ritorno» è costitutivo della natura esclusiva di Stato ebraico.

 

Ai palestinesi al contrario è permesso solo di vivere a milioni nei campi profughi di un Medio Oriente stravolto dalle guerre occidentali e come migranti nei propri territori occupati (Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est); di sopravvivere alla fame nel ghetto della Striscia di Gaza. Questa è la condizione palestinese, con il muro di Sharon che ruba terre alla Palestina e taglia in due famiglie e comunità; posti di blocco che sospendono nell’attesa le vite umane; lo sradicamento di colture agricole e le fonti d’acqua sequestrate; le uccisioni quotidiane; e una miriade di insediamenti colonici ebraici che hanno ormai cancellato la continuità territoriale dello Stato di Palestina. Dopo tante chiacchiere di Obama che nel 2009 dal Cairo dichiarava: «Sento il dolore dei palestinesi senza terra e senza Stato». E dopo i voltafaccia dell’Ue che si barcamena sull’equidistanza impossibile e tace, mentre ogni governo occidentale fa affari in armi e tecnologia, e con patti militari – come l’Italia – con Israele, che è da settant’anni in guerra e che occupa terre di un altro popolo.

 

Allora o si rompe il silenzio complice e si prefigura una soluzione di pace che esca dall’ambiguità di stare al di sopra delle parti – come se Israele e Palestina avessero la stessa forza e rappresentatività, quando invece da una parte c’è lo Stato d’Israele, potente e armato fino ai denti, potenza nucleare e con l’esercito tra i più forti al mondo, mentre dall’altra lo Stato palestinese semplicemente non esiste – oppure sarà troppo tardi. Il nodo mai sciolto – Rabin a parte, non a caso assassinato da un integralista ebreo – da tutti i governi israeliani resta quello del diritto dei palestinesi di avere una terra e uno Stato, fermo restando il diritto eguale d’Israele. Che se però non lo riconosce per la Palestina perché dovrebbe pretenderlo per sé? I due termini ormai si sostengono a vicenda oppure insieme si cancellano. Tanto più che la demografia ormai racconta che le popolazioni arabe hanno oltrepassato la misura di quelle ebraiche. O si avvia una trasformazione democratica dello Stato d’Israele che decide di perdere la sua natura etnico-religiosa di «Stato ebraico», con la pretesa arrogante che i palestinesi occupati lo riconoscano come tale; oppure si conferma la dimensione acclarata di Stato di apartheid come in Sudafrica; con i territori occupati come riserve per i «nativi» nemici.

 

Scriveva Franco Lattes Fortini nella sua Lettera aperta agli ebrei italiani nel maggio 1989, nella la fase più acuta della Prima intifada: «Con ogni casa che gli israeliani distruggono, con ogni vita che quotidianamente uccidono e perfino con ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e per la cultura occidentale, è stato accumulato dalle generazioni della diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea e cristiana, Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere». Provate a rileggere la grande lezione morale di S. Yizhar (Yzhar Smilansky), il fondatore della letteratura israeliana, che in un piccolo romanzo del 1949 Khirbet Khiza – significativamente un titolo in arabo, conosciuto da noi come La rabbia del vento, che aprì un dibattito sulle basi etiche del nuovo Stato – racconta la storia di una brigata dell’esercito israeliano impegnata con la violenza a cacciare famiglie palestinesi.

 

Il romanzo finisce con queste parole di dolore e rammarico: «I campi saranno seminati e mietuti e verranno compiute grandi opere. Evviva la città ebraica di Khiza! Chi penserà mai che prima qui ci fosse una certa Khirbet Khiza la cui popolazione era stata cacciata e di cui noi ci eravamo impadroniti? Eravamo venuti, avevamo sparato, bruciato, fatto esplodere, bandito ed esiliato (…) Finché le lacrime di un bambino che camminava con la madre non avessero brillato, e lei non avesse trattenuto un tacito pianto di rabbia, io non avrei potuto rassegnarmi. E quel bambino andava in esilio portando con sé il ruggito di un torto ricevuto, ed era impossibile che non ci fosse al mondo nessuno disposto a raccogliere un urlo talmente grande. Allora dissi: non abbiamo alcun diritto a mandarli via da qui!».

14.05.2018

 

Scienziati e medici italiani ed inglesi hanno pubblicato questa lettera dal titolo The Maiming Fields of Gaza (I campi dei mutilati di Gaza) sul British Medical Journal  https://www.bmj.com/content/34 9/bmj.g6644/rr.  A Roma convocato un sit in urgente sotto Montecitorio alle ore 17.30 di martedi 15 maggio.

 

La traduzione in italiano

 

Dal 30 marzo 2018, i civili palestinesi che vivevano come profughi ed esiliati a Gaza da quando erano stati cacciati dalla Palestina si sono radunati in manifestazioni disarmate di massa sul loro diritto al ritorno nella patria che hanno perso nel 1948. Affrontati dall’esercito israeliano, inclusi 100 cecchini, il bilancio dei morti e feriti civili palestinesi sta crescendo a un ritmo scioccante mentre scriviamo.
C’è uno sfondo per questo. In primo luogo, vi è l’impatto in atto del blocco israeliano di Gaza durato 12 anni circa la cura e la salute della sua gente e il degrado dei suoi servizi sanitari. La violenza e la distruzione inflitte dall’azione militare israeliana in Operazione Protective Edge nel 2014 e Operazione Cast Lead nel 2008-9 hanno segnato un netto punto di svolta nella pauperizzazione di Gaza, sullo sfondo di un blocco sempre più serrato dal 2006. Questo assalto nel 2014 è stato ucciso oltre 2.200 civili, un quarto dei quali erano bambini, feriti 11.000, distrutto 15 ospedali, 45 cliniche e 80.000 case. (1)

 

Dal 2014 Israele ha ulteriormente ristretto il passaggio di medicinali e attrezzature essenziali a Gaza e l’ingresso di medici ed esperti stranieri che offrono competenze tecniche non disponibili a livello locale. Gli ospedali di Gaza si sono impoveriti di antibiotici, agenti anestetici, antidolorifici, altri farmaci essenziali, articoli usa e getta e carburante per gestire i teatri chirurgici. (2) I pazienti muoiono mentre aspettano il permesso di andare in terapia specialistica fuori da Gaza. Tutti gli interventi di chirurgia elettiva sono stati annullati dallo scorso gennaio 2018 e 3 ospedali sono stati chiusi a causa di farmaci, attrezzature e scarsità di carburante (3). Il personale medico ha lavorato a stipendi ridotti. I professionisti della sanità di Gaza trovano quasi impossibile ottenere il permesso israeliano di recarsi all’estero per migliorare la loro formazione. I regolari episodi di assalto militare a Gaza e l’attuale attacco di manifestanti disarmati fanno parte di un modello di emergenze periodicamente indotte dalla politica israeliana. Gli effetti cumulativi dell’impatto sull’assistenza sanitaria per la popolazione generale sono stati documentati in più rapporti da ONG, agenzie delle Nazioni Unite e OMS. (4). Questa sembra essere una strategia per il de-sviluppo dei servizi sanitari e sociali che colpiscono tutta la popolazione di Gaza.

 

L’attuale uso sistematico di una forza eccessiva nei confronti di civili disarmati, compresi bambini e giornalisti, sta provocando un’ulteriore crisi per il popolo di Gaza. Dal 30 marzo 2018, i cecchini che sparano munizioni di grado militare hanno causato ferite paralizzanti a dimostranti disarmati. (5) A partire dal 23 aprile 2018, 5511 palestinesi, inclusi almeno 454 bambini, sono stati feriti dalle forze israeliane, inclusi 1.739 da munizioni vere secondo il Ministero della Sanità palestinese a Gaza. A partire dal 27 aprile, il bilancio delle vittime ha raggiunto i 48 (a cui si aggiungono i 55 del massacro di oggi lunedi 14 maggio, ndr) e altre centinaia di feriti.

 

Persino la BBC ha mostrato film sulle deliberate sparatorie di persone che stavano in piedi inoffensive o che stavano scappando, compresi bambini e giornalisti (6). Il fuoco da cecchino è per lo più non alla testa, con la maggior parte delle ferite alla parte inferiore del tronco e alle gambe. Dozzine hanno avuto bisogno dell’amputazione di emergenza di una o di entrambe le gambe, e altre 1.300 hanno richiesto fissazioni esterne immediate che comporteranno circa 7.800 ore di chirurgia ricostruttiva complessa successiva se si vogliono salvare gli arti. Questo è calcolato maiming. Altre persone potrebbero morire o incorrere in invalidità per tutta la vita a causa del degradato stato di salute del paese, il divieto da parte di Israele del trasferimento per i feriti gravi (7). In che modo Gaza sopravvive a questa situazione? E nel frattempo, ai molti che hanno perso l’assistenza sanitaria non di emergenza a causa della continua mancanza di medicine ed energia, si aggiungeranno molti altri, ora che tutte le scarse risorse vanno a sostenere gli sforzi per cercare di salvare gli arti colpiti.

 

Mentre varie agenzie delle Nazioni Unite e dell’OMS hanno condannato le azioni israeliane, i governi occidentali non hanno fiatato e quindi rafforzano l’impunità che Israele sembra sempre godere nelle azioni sostenute verso la società palestinese. Altri che cercano di documentare e attirare l’attenzione su eventi come questo, anche su riviste mediche, sono spesso soggetti a denigrazioni e attacchi ad hominem, così come gli editori di riviste (8). Sono questioni di vergogna internazionale.

14.05.2018

 

Quattro lavoratori delle Acciaierie Venete sono stati investiti da una colata di acciaio. Due di loro sono in condizioni gravissime con ustioni sul 100% del corpo. Un terzo lavoratore presenta ustioni al 70% del corpo. Un quarto, meno grave, è all'ospedale Sant'Antonio di Padova. Secondo le prime ricostruzioni di ieri, l'incidente si sarebbe verificato a causa della rottura di alcuni supporti che sostengono i tubi nei quali scorre l'acciaio allo stato liquido. Terribile il racconto dei sopravvissuti, come Simone Vivian, 34 anni, residente a Vigonovo: «E' stato un inferno di fuoco, ma sono vivo» è il messaggio inviato subito al padre. E' stato dimesso ieri notte con una prognosi di 15 giorni.
Stabili, anche se ancora molto gravi, le condizioni dei tre operai rimasti feriti con ustioni in gran parte del corpo e ricoverati negli ospedali di Padova, Cesena e Verona. Sergio Todita, 39 anni, moldavo, Marian Bratu, 43 anni, di origine rumene sono i più gravi. Colpito dall'esplosione anche David Frederic Gerard Di Natale, 39 anni, italo-francese.



"Nessuno parli di fatalità. Il ripetersi quotidiano di gravissimi incidenti sul lavoro, spesso mortali - si legge in una nota del Prc del Veneto - ci parla di altro. Ci parla del mancato rispetto delle norme di sicurezza e dello sfruttamento sempre più intenso del lavoro. E' il risultato di anni di politiche di devastazione delle tutele e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori".
Per il Prc, c'è solo una strada da percorrere: quella della lotta "per difendere le nostre vite e per il nostro futuro. La sola risposta è lo sciopero generale, almeno nel Veneto, dove i grassi profitti dei padroni vengono pagati da noi con i bassi salari, la precarietà e la catena infinita di infortuni che si ripetono quotidianamente".



Sono in corso da questa mattina 24 ore di sciopero nei 6 stabilimenti del gruppo Acciaierie Venete. Sempre per oggi è previsto, presso il sito di via Silvio Pellico a Padova, un "presidio di solidarietà" per i lavoratori feriti. Ricordiamo, inoltre, che lo stabilimento di riviera Francia è stato posto sotto sequestro e tutte le attività produttive e lavorative sono naturalmente ferme fino a data da destinarsi. Anche i lavoratori di altre aziende siderurgiche del Veneto aderiranno allo sciopero di domani.

 

Dopo questa indegna giornata per il mondo del lavoro, Loris Scarpa, segretario della Fiom Cgil di Padova, ha dichiarato: "Basta è ora di fermarsi e di ripristinare le priorità! Il lavoro e il come si lavora sono l'unica priorità! Non possiamo permetterci più altre tragedie, non possiamo più contare solo i morti, i feriti e gli invalidi. È necessario fermarci e ripensare profondamente a quali sono le priorità di un Paese evoluto e che vuole progredire. Perché dobbiamo lavorare in queste condizioni? A noi non interessano i costi né i profitti, ma vogliamo lavorare solo per costruire un futuro dignitoso per noi e i nostri figli. Il lavoro, e non il mero contenimento dei costi, dovrebbe essere il segno del vero progresso. Questi fatti non riguardano più solo i sindacati e le imprese, ma devono riguardare chi governa e chi vuole governare questo Paese."

 

Subito dopo l’incidente la Cgil nazionale ha diffuso una nota: “Siamo di fronte ad una drammatica emergenza nazionale che ci interroga sul legame tra condizioni di lavoro e modello di sviluppo e innovazione”.‘Nella lotta contro gli infortuni - prosegue la Cgil, che esprime vicinanza ai lavoratori vittime degli infortuni e alle loro famiglie -siamo tra due fuochi: da un lato il vecchio modo di lavorare, specie nei settori più colpiti, in cui si continua a morire esattamente come mezzo secolo fa; dall’altro, il nuovo che avanza, il futuro 4.0, portatore di nuovi fattori di rischio e malattie professionali, in parte ancora non indagati” . Per la Cgil, “occorre, dunque, potenziare i controlli per rendere esigibili le leggi esistenti, da implementare e modellare anche sulla base delle nuove esigenze” .

13.05.2018

Giorgio Cremaschi

 

 

Io non ho dubbi che il governo Salvini Di Maio sarà un governo di destra, nel senso sociale e politico che questa parola ha nella storia d'Italia.

Credo che la flat tax, cioè la riduzione delle tasse ai ricchi sperando che con i soldi così intascati facciano girare l'economia, sia il segno più chiaro che questo sarà un governo di destra. È bene ricordare che questa misura fu introdotta negli USA dal super reazionario Ronald Reagan e produsse una valanga di poveri. Una finta abolizione della Fornero e un finto reddito di cittadinanza dovrebbero riequilibrare la flat tax dal lato sinistro, ma secondo me non cambieranno la sostanza.


A questo governo nascente di destra oggi il presidente della Repubblica ha dato un altolà. Nel nome dell'eguaglianza sociale e dei diritti dei lavoratori? Ma neanche per sogno.

Mattarella ha fatto capire che non accetterebbe senza discutere ciò che avessero concordato Cinquestelle e Lega. E per essere più chiaro ha usato l'esempio del presidente Einaudi che nel 1953 nominò capo del governo Giuseppe Pella contro il volere di gran parte della DC.

È bene allora ricordare che il liberale Einaudi nel dopoguerra fu il primo sostenitore delle terribili politiche economiche liberiste, ferocemente antisociali e antioperaie, che non solo le sinistre comuniste e socialiste, ma anche una parte della DC combattevano.

Giuseppe Pella era un democristiano di estrema destra, clerico fascista si diceva allora, che come ministro economico aveva sostenuto politiche rispetto alle quali quelle di Monti Fornero potrebbero sembrare progressiste.

Nel 1953 per far dispetto a De Gasperi, troppo a sinistra per lui, Einaudi nominò capo del governo Pella, che ebbe la fiducia grazie al voto determinante dei monarchici, allora presenti in parlamento con una certa forza. Anche il fascista MSI guardò a Pella con benevolenza. Che da critica divenne entusiasta quando il capo del governo mobilitò l'esercito alla frontiera orientale minacciando la guerra alla Jugoslavia per Trieste, ancora sotto amministrazione angloamericana.

Per fortuna la sua stessa follia guerrafondaia mise in crisi il governo e Pella si dimise. Rimanendo però per anni una figura di riferimento per tutte le peggiori destre.
Ora questo reazionario patentato sarebbe diventato un esempio rispetto al governo che stanno preparando Salvini e Di Maio. E la sinistra riformista guidata da La Repubblica si esalta. Quanto sia trasmigrata a destra tutta la politica italiana lo dimostra proprio l'uso di Pella come esempio positivo.

Di questa catastrofe politica e culturale sono primi responsabili il PD e il centrosinistra. Che per venticinque anni hanno fatto politiche di destra, e arrivano oggi a sostenere idee e persone che la vera sinistra ha sempre ripudiato.

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