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07.12.2017

 

COMUNICATO STAMPA

 

«In che paese vive Mattarella? Le parole del Presidente della Repubblica – ha dichiarato Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – sulla fine della crisi non possono che preoccupare.

La cosa che più inquieta è l’elogio del rispetto delle assurde e antisociali regole europee, che hanno prodotto danni immensi alla nostra economia e hanno impoverito milioni di persone.

Questa ottusa fedeltà a parametri che nulla hanno a che fare con la nostra Costituzione rende probabile che un eventuale “governo del Presidente” dopo le elezioni avrà la stessa linea di quello Monti.

Se questa è la visione del Presidente, c’è da aspettarsi che l’Italia accetti un quadro di regole europee ancor più rigido, come quello che si va profilando con l’introduzione del Fiscal Compact nei trattati e il ministro delle finanze europeo.

Come fa il Presidente a non vedere che, a fronte di una crescita impercettibile siamo di fronte a una disoccupazione altissima, alla crescita esponenziale del lavoro precario, sottopagato e sfruttato, a un aumento della povertà inaccettabile, all’emigrazione verso l’estero dei giovani, allo smantellamento della sanità pubblica?».

 

 

Pubblicato il 6 dic 2017 «In una democrazia contestare è un diritto, fare propaganda razzista e fascista no. L’azione intimidatoria di Forza nuova sotto la redazione di Repubblica e l’Espresso – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – dà l’idea di quanto l’estrema destra si senta legittimata dal discorso dominante sulla presunta emergenza immigrazione.Esprimiamo la nostra solidarietà ai giornalisti e al gruppo editoriale.Quanto ai gruppi neofascisti, da sempre chiediamo che siano perseguiti e messi fuorilegge, e che davvero ci sia tolleranza zero da parte delle istituzioni verso chi predica l’odio razziale e la xenofobia».

05.12.2017

 

Partiamo dai bisogni e dalle grandi battaglie, non dalla necessità spasmodica di un posto in Parlamento. Solo così è possibile superare il quorum e costruire una sinistra utile ai settori sociali colpiti dalla crisi e che non contratti la cancellazione di tutte le controriforme di questi anni dei governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni per un posto subalterno in futuro governo a guida PD o, peggio, di unità nazionale. Solo un programma popolare radicale è in grado di battere il populismo.

Se accetti questa sfida, ripartiamo insieme e costruiamo una lista popolare.

Per questo noi accettiamo la sfida lanciata dall'ex opg - je sò pazzo e raccolta dalla sinistra sociale e politica nell'assemblea nazionale del Teatro Italia e da migliaia di persone nelle assemblee di questi giorni.

Scriveteci le vostre idee e contributi e noi ne faremo un dibattito pubblico.

L'Italia delle lotte #accettalasfida #poterealpopolo

Quelle che vedete sulla cartina sono le città in cui si sono già definite o si faranno a breve - trovate tutti i link degli eventi - le assemblee territoriali per dare vita a una lista popolare per le prossime elezioni politiche!


E' incredibile vedere cosa è successo in una sola settimana, da quell'incredibile assemblea a Roma al Teatro Italia di sabato scorso. 
Tutto questo senza nomi illustri, senza copertura mediatica, senza soldi... Davvero c'è voglia di qualcosa di nuovo!
Per la prima volta non si parte da accrocchi o accordi tra dirigenze e ceto politico, ma da un protagonismo reale di territori e popolazione.
Per la prima volta dalle periferia d'Italia, dal Sud e dai quartieri popolari, si mette in moto un processo nuovo, radicale, aperto!


Altre città e province si stanno iniziando a mobilitare: Ravenna, Ferrara, Como, Lecco, Trapani, Siracusa, Cagliari, Fermo, Chieti, Avellino, Caserta, Treviso, Arezzo, L'Aquila, Pisa, Grosseto, Rimini, Lodi, Terni, Lucca, Brescia, Matera, Isernia, Modena...


Se state in queste zone, o anche se siete in territori diversi, contattateci! Vi metteremo in contatto con chi si sta muovendo... Anche pochi, ma organizzati, possono dare un segno diverso alla storia...
Uniamo le forze, riempiamo questa scommessa delle vertenze e delle lotte che ovunque sono diffuse nel paese. In questo paese esiste un esercito in potenza, ma ancora disgregato. Se lo facciamo finalmente vedere, se serriamo le fila, avremo ottenuto già un primo, incredibile, risultato.
Potere al Popolo!

Pubblicato il 4 dic 2017

 

Documento approvato dal Comitato Politico Nazionale del PRC del 2-3/12/2017
 
Il progetto politico che abbiamo perseguito in tutti questi anni e che continuiamo a perseguire, è la costruzione della sinistra antiliberista, autonoma e alternativa rispetto ai soggetti politici esistenti, fondata sulla democrazia e sulla partecipazione.
 
Con questa ispirazione abbiamo partecipato al “percorso del Brancaccio”, accogliendo l’idea di una lista che unificasse la sinistra sociale e politica e le tante forme di civismo e partecipazione, su un programma di attuazione della Costituzione e di netta alternativa al PD, le cui politiche da anni sono “indistinguibili da quelle della destra”.
Lo abbiamo fatto nella prima assemblea nazionale, lo abbiamo fatto lavorando in maniera determinante, assieme con L’Altra Europa, nella promozione delle tante assemblee territoriali che si sono svolte in questi mesi e che avrebbero dovuto portare, attraverso un percorso partecipato ed inclusivo, a determinare per le prossime elezioni la presenza di una lista unitaria di una sinistra nuova e radicale.
Abbiamo accettato la sfida con una disponibilità assai diversa da quella di altre formazioni politiche che al di fuori di quel luogo unitario hanno costruito un’aggregazione che va definendosi con caratteristiche assai distanti da quelle auspicate inizialmente dai promotori del Brancaccio.
Fin dall’inizio, e come ribadito nel documento approvato dalla Direzione Nazionale il 28 ottobre, abbiamo evidenziato che “un programma radicale e un profilo di netta discontinuità col passato” erano le condizioni che potevano determinare l’unità auspicata dalle assemblee del Brancaccio.
 
Per questo abbiamo giudicato negativamente l’interruzione del percorso e l’annullamento dell’assemblea convocata per il 18 novembre, assemblea che avrebbe dovuto, fare la sintesi programmatica del lavoro delle assemblee, e confrontarsi sulle condizioni politiche per una lista unitaria.
 
Per questo diamo una valutazione negativa sui contenuti e sul profilo politico dell’aggregazione che si è determinata tra MPD, SI e Possibile ha bloccato ogni ipotesi di costruzione democratica e dal basso di una sinistra nuova e radicale, come aveva invece proposto il Brancaccio. La riproposizione strategica del centro sinistra a cui si tratterebbe di costruire la gamba sinistra, è un errore. Se in questo paese sono cresciute la sfiducia verso la politica e all’interno di questa hanno ripreso piede proposte razziste e fasciste questo è dovuto proprio al disastro sociale determinato dalle politiche neoliberiste che sono state praticate dai governi di centro destra e di centro sinistra che si sono succeduti in questi anni. Il nodo è la costruzione di una sinistra di antiliberista che sappia mettere in discussione il complesso delle politiche liberiste, dal pareggio di Bilancio in Costituzione alla legge Fornero, dal pacchetto Treu al Jobs act, dalle privatizzazioni alla buona scuola.
 
Non vengono però meno le ragioni che avevano motivato il nostro impegno nel processo innescato dall’assemblea del Brancaccio né il patrimonio di relazioni che abbiamo costruito con migliaia di compagne e compagni della sinistra in tutto il paese con cui abbiamo discusso e ci siamo confrontati. A tutti questi compagni e compagne, alle forze che hanno partecipato a questo processo, rivolgiamo un forte appello affinché partecipino al processo di costruzione della lista della sinistra di alternativa.
 
Rifondazione Comunista non rinuncia alla costruzione di una proposta di sinistra per le prossime elezioni con una proposta che abbia le caratteristiche programmatiche delineate nel documento della Direzione Nazionale del 28 ottobre. Per questo continuiamo a lavorare per il coinvolgimento di tutte le persone, le compagne e i compagni, le aree e le soggettività della sinistra antiliberista e anticapitalista, dei movimenti, a partire dal movimento delle donne e a tal fine porta avanti un’interlocuzione larga con spirito inclusivo e unitario.
 
Il Comitato Politico Nazionale del PRC dà quindi mandato alla Direzione Nazionale e alla Segreteria di proseguire nel percorso avviato di costruzione di una lista della sinistra di alternativa mantenendo l’attitudine unitaria e avanzando una proposta aperta a tutti i soggetti che intendono lavorare per la costruzione di una lista della sinistra antiliberista: a partire da coloro che hanno partecipato e condiviso il percorso del Brancaccio, le esperienze civiche territoriali, l’associazionismo impegnato nella solidarietà e nelle pratiche mutualististiche,  i movimenti di lotta, i centri sociali, le organizzazioni politiche della sinistra antagonista.
 
Il CPN ritiene necessario avanzare una proposta credibile ed effettivamente alternativa al centrosinistra che faccia delle elezioni un passaggio verso la costruzione di una forza e di uno schieramento popolare che lavori per un’alternativa di società. Una proposta che unisca programmi, lotte, conflitti, pratiche sociali e mutualismo, che punti a costruire un’aggregazione su basi solide e credibili. Una proposta che tenga insieme le tante forme del fare politica oggi: partiti, movimenti, sindacati, centri sociali, una proposta radicale, che fondi il consenso sulla capacità di conflitto e trasformazione del senso comune, che valorizzi chi ogni giorno fa militanza con sacrificio e passione. Una proposta che si intrecci con il movimento delle donne, la mobilitazione per la scuola pubblica e le lotte sociali, a partire da quelle contro la precarietà e per l’abolizione della riforma Fornero che stanno attraversando il paese e che pongono con forza la necessità di uno sciopero generale contro le politiche del governo e dell’Unione Europea. L’unificazione e lo sviluppo di queste lotte, il dispiegarsi di un forte conflitto di classe e popolare nel paese è condizione essenziale per aprire concretamente la strada dell’alternativa e per sconfiggere la logica della guerra tra i poveri di cui si nutrono le destre fascistoidi e razziste.
 
In tale direzione va la nostra partecipazione all’assemblea del Teatro Italia svoltasi il 18 novembre u.s. a Roma, convocata dalle compagne e dai compagni dell’Ex-OPG – Je so pazzo, assemblea che valutiamo molto positivamente per la capacità di far esprimere – nonostante il tempo brevissimo della convocazione – esperienze di lotta, pratiche solidali, volontà di partecipazione, nuovo entusiasmo e di cui accettiamo la sfida. Una proposta che giudichiamo importante per quel lavoro di costruzione del blocco sociale, di riconnessione tra sociale e politico in cui rifondazione comunista è strategicamente impegnata.
 
Consideriamo positivo l’approccio proposto per costruire una proposta politica che unisca le forze politiche e sociali antiliberiste e anticapitaliste, ambientaliste, antisessiste, antirazziste per una alternativa di società. Riteniamo altresì necessario che questo processo si articoli e radichi in forme democratiche e partecipate sui territori, al fine di poter costruire dal basso una lista della sinistra antiliberista. Nella crisi della politica che caratterizza l’ora presente le forme democratiche e partecipate di costruzione della lista, lungi dall’essere una questione formale, sono essenziali al fine di ottenere un effettivo allargamento dei soggetti protagonisti della costruzione della lista e del carattere effettivamente sociale e popolare della stessa. Il Prc si impegna quindi a lavorare a una costruzione unitaria, con tutte le forze politiche e sociali interessate, e un percorso partecipato nei territori, in vista della presentazione alle prossime elezioni politiche di una lista antiliberista, popolare, del “basso contro l’alto”, quindi di sinistra. Una lista  contro la gabbia neoliberista dei trattati europei e i processi di militarizzazione dell’Unione Europea.
 
Il PRC conferma e rilancia la campagna contro la legge Fornero. La controriforma delle pensioni ha rappresentato il provvedimento più violento per la vita delle lavoratrici e dei lavoratori in produzione, ha colpito in particolar modo le donne, su cui continua inaccettabilmente a scaricarsi il doppio lavoro produttivo e riproduttivo, ha costruito un nuovo muro nell’accesso al mondo del lavoro per le giovani generazioni. E’ una delle maggiori ferite aperte nel paese, e la nostra iniziativa (la raccolta delle firme nei luoghi di lavoro e online, la costruzione di iniziative e assemblee) su questo terreno può e deve parlare alla rabbia che attraversa tanta parte del mondo del lavoro, come alla disoccupazione e alla precarietà, configurandosi come uno dei terreni di un processo di ricomposizione sociale. Allo stesso tempo ci poniamo in relazione con i processi di mobilitazione esistenti, che riteniamo debbano svilupparsi e avere uno sbocco con lo sciopero generale.

 

 02.12.2017

COMUNICATO STAMPA

 

Oggi e domani si riunisce a Roma il Comitato Politico Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea.

Acerbo (Prc-Se): «Non saremo nella lista di D’Alema e Bersani. Domani la nostra proposta»

Il segretario nazionale PRC Maurizio Acerbo incontrerà i giornalisti alle 11 di domani, domenica 3 dicembre presso il Roma scout center, in largo dello Scautismo 1.

 

«All’ordine del giorno – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – la decisione sulla presentazione alle prossime elezioni politiche di una lista della sinistra antiliberista che abbia un programma di netta rottura con le politiche dei governi degli ultimi 25 anni.


Non saremo nella lista di D’Alema e Bersani perchè riteniamo che rappresenti una minestra riscaldata, la riproposizione della vecchia classe dirigente che ha votato la legge Fornero e mille altre schifezze e ora pretende di rappresentare la sinistra per poi ricontrattare l’alleanza col PD dopo le elezioni.
Abbiamo lavorato per mesi nel percorso del Brancaccio per costruire un vasto schieramento capace di parlare a milioni di persone che non vanno più a votare o sono state dalla rabbia spinte verso il M5S.
Purtroppo MDP-Si-Possibile hanno preferito un accordo di vertice bloccando ogni ipotesi di costruzione democratica e dal basso di una sinistra «nuova e radicale».
Avremmo potuto contrattare anche noi qualche seggio ma riteniamo che mai come oggi in Italia ci sia bisogno di costruire un’alternativa credibile.


Lavoreremo quindi per una lista che dia voce alle classi popolari. Lavoriamo per aggregare la sinistra sociale e politica che fa cose di sinistra: nei conflitti sociali, nelle lotte, nei movimenti per la democrazia, i beni comuni, l’ambiente, la giustizia sociale, la solidarietà, la pace.


C’è una sinistra reale fatta di mille esperienze nei territori, di competenze, intelligenze, militanza, attivismo che può unirsi per costruire un processo nuovo.
Per questo ci siamo trovati in sintonia con la proposta venuta dal centro sociale napoletano Ex Opg Occupato Je so pazzo di una lista popolare per le prossime elezioni.


In tutta Europa i nostri compagni – Unidos Podemos, Melenchon, Syriza e tanti altri – hanno dimostrato che nuove aggregazioni, che uniscono sinistra radicale e esperienze di movimento , possono dare voce a chi oggi non è rappresentato da forze che portano avanti politiche che rendono i nostri paesi sempre più ingiusti e poveri».

 

Pubblicato

il 1 dic 2017

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

«Domani Rifondazione Comunista sarà in piazza al fianco della Cgil per la mobilitazione sulle pensioni, Noi pensiamo che la riforma Fornero vada abrogata e proprio per questo abbiamo avviato una petizione che ha già raccolto migliaia di adesioni.

 

Occorre un cambiamento radicale delle politiche economiche e sociali di questi anni, che continuano con l’attuale inaccettabile legge di bilancio. Occorre ripristinare i diritti del lavoro a partire dall’articolo 18. La legge Fornero e più complessivamente le riforme targate Pd stanno costringendo ultrasessantenni a occupare posti di lavoro che mancano per i più giovani, obbligati ad emigrare o disoccupati.

 

Serve la più larga partecipazione possibile, contro questo esecutivo che demolisce diritti peggio della peggiore destra».

Paolo Favilli

da il Manifesto

Sinistra. La maggioranza di quelle forze, o comunque quella che ha maggiore visibilità mediatica, non può tagliare il cordone ombelicale con la storia che ha costruito, con la storia di cui è stata consustanziale

 

«Il Pd era (…) quello di Bersani insieme a Sel (..) un Pd che non c’è più». Queste parole di Pietro Grasso (Huffington Post 9 novembre), questo rimpianto ed insieme speranza di una ricostruzione (in piccolo) di un’area politica derenzizzata, sono alla base, non da sole certo, ma in maniera determinante, del disastro di fronte a cui ci troviamo dopo il fallimento, anche se vogliamo sperare nella battuta d’arresto, dell’itinerario tracciato al Brancaccio. Dietro l’affermazione di Grasso ci sono le tracce solide e sotterranee. Del resto i D’Alema, i Bersani hanno trascorso da protagonisti di primo piano in questa storia un tempo assai maggiore di quello passato come giovani e promettenti dirigenti in una storia strutturata in tutt’altro contesto analitico. Insomma, meno di vent’anni per cercare di cambiare il mondo e quasi trenta per amministrarlo da maturi e responsabili uomini di governo.

 

L’abbandono della critica teorica e pratica sulle radici della disuguaglianza si è risolto nella scelta di uno dei lineamenti della modernità: quello neoliberista.

La cornice della valorizzazione della concorrenza e dell’impresa come forma generale della società è stata il riferimento primo di tutte le riforme all’indietro: dalla legislazione del lavoro a quella sull’istruzione, dalla regolamentazione monetarista alla costituzionalizzazione della teoria economica mainstream.

 

Anche se la diaspora dal Pd è recente, iniziata solo dopo la completa renzianizzazione del partito, non per questo il processo in corso deve essere sottovalutato. Credere però che da lì possa formarsi il nucleo di un soggetto politico davvero nuovo significa non avere nessuna idea dello spessore degli svolgimenti storici, delle diverse temporalità che li compongono.

Significa confondere la «discontinuità» con «l’inversione della direzione».

In un recente articolo su cui i dirigenti della sinistra farebbero bene a riflettere seriamente, Piero Bevilacqua, (il manifesto dell’ 11 novembre) si è chiesto perché le forze politiche della sinistra «hanno speso quasi un anno a traccheggiare con Giuliano Pisapia, fornendo al vasto pubblico quel desolante spettacolo della politica come trattativa tra capi, manovra tattica, fatta di dichiarazioni e smentite, pettegolezzi e litigi che (…) alimenta la diserzione di in massa dalle urne».

 

Ebbene il perché sta proprio nel fatto che la maggioranza di quelle forze, o comunque quella che ha maggiore visibilità mediatica, non può tagliare il cordone ombelicale con la storia che ha costruito, con la storia di cui è stata consustanziale.

 

In questi giorni non mancano le esortazioni a non confondere il momento elettorale che è indispensabile affrontare presentando una lista unitaria, con il più lungo e complesso percorso della formazione di un nuovo soggetto politico.

 

Si tratta di un’osservazione condivisibile, a patto, però, che i modi con cui si arriva a definire il primo momento non confliggano con la sostanza che deve essere la base del secondo. «La sinistra deve costruire una alternativa di sistema» ha affermato Michele Prospero (il manifesto del 17 novembre). Una prospettiva sulla quale non mi pare proprio che chi ragiona in termini della ricostruzione dello schieramento «di Bersani insieme a Sel» possa concordare.

 

La formazione di Mdp, infatti, non è stata considerata dalle forze di opposizione della sinistra presente in parlamento come sintomo di una crisi del Pd di fronte alla quale era necessario mantenere ben ferme, approfondire teoricamente e articolare politicamente, le ragioni dell’antitesi. Si è scelto invece di muoversi sulla base delle esigenze di Mdp, fidando soprattutto nell’effetto del trascinamento elettorale da parte di questo gruppo politico. Non so se le previste fortune elettorali si concretizzeranno, dubito che ci siano ragioni per convincere gli astenuti di sinistra a ritornare al voto sulla base della rinnovata formazione «di Bersani insieme a Sel», è certo invece il disastro sul percorso di un soggetto politico davvero nuovo. Eppure c’è stato in febbraio un importante congresso di Sinistra Italiana i cui risultati sembravano escludere esiti simili.

29 nov 2017

COMUNICATO STAMPA

 

ELEZIONE SINDACI – PRC: «INACCETTABILE ED ANTICOSTITUZIONALE ELEGGERE “SINDACI DI MINORANZA” AL PRIMO TURNO COL 40% DEI VOTI. PRESENTEREMO MOZIONI IN TUTTI I CONSIGLI COMUNALI, D’INTESA CON LA RETE DELLE CITA’ IN COMUNE, E CI MOBILITEREMO PER IL RITIRO DELLA PROPOSTA».

 

«Denunciamo la gravità del tentativo di blitz in atto in queste ore – dichiara Raffaele Tecce,Responsabile nazionale enti locali della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – alla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, di modificare in senso antidemocratico ed anticostituzionale la legge per l’elezione dei Sindaci e dei Consigli Comunali, prevedendo l’elezione del Sindaco al primo turno anche con il 40% più uno dei voti. Il Sindaco di minoranza, come è stato detto in queste ore.

 

Se questa legge fosse stata in vigore negli ultimi anni, Fassino sarebbe diventato Sindaco di Torino al primo turno, senza dover andare al ballottaggio che poi perse, e Accorinti non sarebbe mai diventato Sindaco di Messina, solo per ricordare due esempi clamorosi.

 

E’ stato, infatti, ieri sera adottato nella competente commissione della Camera un testo base di modifica al testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, relatore il verdiniano Parisi, che ha subito trovato l’entusiastica adesione del PD, con l’Onorevole Fiano, e della destra.

 

Sul modello dell’Italicum, pur bocciato dalla Corte, si continua, da parte della “grande coalizione di fatto“ fra PD e destre, a tentare di cambiare anche la legge elettorale per i Comuni per evitare ogni possibilità di vittoria nei ballottaggi alle liste di sinistra alternativa e civiche ed ai 5 stelle, come è avvenuto in molti comuni nella primavera scorsa. E addirittura, visti i tempi ristretti dovuti all’ imminente termine della legislatura, si vocifera il ricorso alla fiducia.

 

Rifondazione Comunista non ha mai condiviso e votato la legge 81/93 (e successive modificazioni) per l’elezione diretta dei Sindaci, basata su un principio di limitazione della rappresentanza proporzionale con un premio di maggioranza; a maggior ragione oggi denuncia il grave tentativo di modifica con l’abbassamento della soglia per l’elezione del Sindaco ed il conseguente aumento del premio di maggioranza.

 

Si tratta, infatti, di un attacco gravissimo al ruolo dei Comuni come possibili enti di prossimità vicini ai bisogni delle cittadine e dei cittadini e tenuti a garantire servizi diritti costituzionali universali.

 

Chiediamo all’ pposizione parlamentate di bloccare questa proposta di legge.

 

Nei prossimi giorni, d’ intesa con la rete delle Città in Comune, che unisce tutte le esperienze di liste civiche e di sinistra alternative al PD affermatesi in questi ultimi anni, promuoveremo mozioni in tutti i Consigli Comunali contro questo tentativo di blitz antidemocratico e costruiremo una mobilitazione di massa».

 

 

Riccardo Chiari

da il Manifesto

 

Diritti calpestati. Messa alla porta, dopo 17 anni di lavoro senza macchie, una impiegata del megastore milanese di Corsico. Separata con due figli, di cui uno disabile, era stata spostata in un reparto con entrata alle 7 del mattino. "Chiedevo solo più flessibilità negli orari". La Filcams Cgil impugna il licenziamento, ieri primo sciopero, caso già in Parlamento. La viceministro Bellanova pronta a incontro con azienda e sindacati.

 

Quando una multinazionale come Ikea minaccia di chiamare i carabinieri nel corso di uno sciopero, per una bruttissima storia di licenziamento individuale di una madre coraggio, caso subito finito in Parlamento, e con il governo che per bocca di Teresa Bellanova si dice pronto a intervenire, il segnale è chiaro: «La morale che se ne trae – osserva Marco Beretta della Filcams Cgil di Milano – è che le esigenze dell’azienda devono andare sopra ogni cosa, perfino sopra quelle di una madre con un figlio disabile che oggettivamente non può coprire un turno che inizia alle sette del mattino. Poi, più in generale, il fatto che dopo il jobs act le aziende si sentono più libere di poter licenziare, anche per chi conserva l’articolo 18 come questa lavoratrice, che è in Ikea da ben 17 anni».

 

Eppure Marica Ricutti 39 anni, laureata in scienze alimentari, impiegata nel megastore milanese di Corsico con una carriera inappuntabile («Mai ricevuto un richiamo, una contestazione, un appunto che sia uno»), è stata messa alla porta «per giusta causa». «Secondo l’azienda – ha raccontato all’Huff Post e all’edizione milanese web di Repubblica – era venuto meno il rapporto di fiducia, perché non ce la facevo a lavorare dalle 7 del mattino in un nuovo reparto, e allora avevo ripreso a fare i miei vecchi orari, iniziando alle 9».

 

LA DONNA, separata con due figli di 10 e 5 anni, quest’ultimo disabile («motivo per cui ho la 104»), era impiegata al bistrot ma da qualche mese era stata trasferita al ristorante del primo piano del grande punto vendita della multinazionale. Proprio questo cambio di reparto, con l’orario anticipato di due ore, l’ha messa per forza di cose in crisi: i bambini da portare a scuola, e soprattutto le cure per l’ultimogenito, non si conciliavano con l’entrata al lavoro all’alba. Le rassicurazioni avute prima del cambio di reparto in merito alla conciliabilità degli orari di entrata («all’inizio mi hanno detto di sì e che non ci sarebbero stati problemi, poi le cose sono cambiate») sono rimaste parole, portate via dal vento.

 

NELLA LETTERA di licenziamento, Ikea sottolinea che è venuto meno il rapporto di fiducia in due occasioni in cui la dipendente si sarebbe presentata al lavoro in orari diversi da quelli previsti: una volta due ore in anticipo, l’altra due ore in ritardo. Eppure la donna, che aveva chiesto a più riprese una maggiore flessibilità, si era detta pronta anche a nuovi sacrifici («ho spiegato che non volevo essere privilegiata, che ero disponibile a lavorare in tutti gli altri turni, compreso quello di chiusura, che per me non è agevole finendo a tarda sera, ma che comunque lo avrei fatto»). Ma la multinazionale non ha sentito ragioni.

 

IERI A CORSICO si è scioperato. «È andato benissimo – riepiloga Beretta – doveva essere di un’ora e lo abbiamo prolungato di un’altra ora. In questo lasso di tempo l’azienda si è presentata ai lavoratori in agitazione, invitandoli a parlare solo con il responsabile del personale invece che con i rappresentanti sindacali. Abbiamo chiesto chiarimenti, vista l’irritualità dal caso, ma non ci hanno ricevuto. Ora valuteremo se ci sono i presupposti per una vertenza per comportamento antisindacale. E il 5 dicembre prossimo faremo un presidio con volantinaggi davanti all’entrata di Ikea».

 

Da parte sua Marica Ricutti ha impugnato il licenziamento, assistita dalla Filcams Cgil. E il caso è già in Parlamento: «Abbiamo depositato una interrogazione per chiarire le motivazioni che hanno spinto Ikea a licenziare una madre separata con due figli piccoli, di cui uno disabile – annuncia Titti Di Salvo, vicepresidente dei deputati Pd – perché, proprio nel giorno in cui arrivano i dati sulla natalità, c’è questa vicenda su cui deve essere fatta chiarezza». Alle prese di posizione molto critiche di Mdp, Si e Rifondazione si aggiunge quella della Cisl, con una denuncia a chiare lettere della segreteria generale Anna Maria Furlan. Anche il governo è intervenuto, con la viceministra Teresa Bellanova che si è detta disponibile a un incontro con i sindacati e l’azienda. Un’Ikea che ora annuncia di stare «valutando» la situazione. Perché la figuraccia diventa, di ora in ora, sempre più grande.

 

COMUNICATO STAMPA DI RIFONDAZIONE 

IKEA – PRC: «SOLIDARIETA’ ALLA LAVORATRICE LICENZIATA. LA DISTRUZIONE DEI DIRITTI DEL LAVORO PORTA A QUESTE ABERRAZIONI”

Roberta Fantozzi, responsabile Politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

 

«L’episodio della lavoratrice licenziata perchè impossibilitata, con due bambini, a fare i turni come stabiliti all’Ikea di Corsico, è emblematico, purtroppo, della condizione del lavoro in questo Paese. La distruzione continua dei diritti del lavoro di questi decenni, ha creato un clima in cui le aziende si sentono legittimate a comportamenti inaccettabili per la vita delle persone. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà a questa lavoratrice e sosteniamo la mobilitazione dei colleghi che si sono subito schierati, scioperando, dalla parte della donna e del suo diritto ad avere una famiglia ed un posto di lavoro. Va riconquistato l’articolo 18 in tutta la sua pienezza, dopo le manomissioni operate dal governo Monti e dal governo Renzi. Per questo ci continuiamo a battere».

Alessandro Dal Lago

 

Che cosa è andato a fare in Tunisia il Presidente del Consiglio? Ecco la risposta sintetica di diversi quotidiani: «Portare aiuti alla Tunisia perché chiuda la rotta ai migranti». Gentiloni visiterà altri paesi africani, ma non andrà in Libia.

 

Comunque, già che era da quelle parti, si è espresso anche sulle relazioni sulla ex-colonia: dopo aver dichiarato che le condizioni dei migranti sub-sahariani in Libia sono «terrificanti» e «disumane», ha auspicato un miglior coordinamento con le «autorità libiche» per lottare contro «il traffico di essere umani». Gentiloni è uomo sensibile ai diritti umani e sociali, sembra. E allora perché rilasciare dichiarazioni tanto contraddittorie, al limite dell’insensatezza, per chi lo legge o lo ascolta? Se le condizioni dei migranti sono così atroci – come riportano i media di tutto il mondo, Ong varie e Nazioni Unite – perché accordarsi con i responsabili delle atrocità, cioè fazioni che non governano nulla, signori della guerra e capi delle milizie che imperversano in Libia? La risposta è semplice: al governo italiano importa solo che i migranti non partano per l’Italia, quale che sia il loro destino. E infatti proprio mentre Gentiloni parlava annegavano in mare e pure «dilaniati dagli squali» altri disperati fuggiti dalle coste libiche e i sopravvissuti al naufragi subito sono stati riportati nei centri di detenzione in Libia.

 

Ecco il senso dei famosi accordi di Minniti, il braccio poliziesco del governo Gentiloni, con il fantomatico governo Serraj e gli altri capi bastone. Non bisogna stancarsi di ripetere che si tratta di uno scambio orrendo, che copre di vergogna il nostro paese: l’Italia dà aiuti militari ai libici perché ci tengano lontano i migranti, perché insomma se ne occupino loro come preferiscono. La cosa è talmente ovvia che è stato lanciato dal governo italiano un bando perché le Ong gestiscano i centri di detenzione in Libia. Come dire: sappiamo che quelli li torturano, li derubano e un po’ li uccidono. Andate un po’ a vedere se riuscite a farli torturare e uccidere un po’ meno. Se mai una Ong accetterà, bisognerà denunciarla come connivente del governo italiano e quindi di quei libici che uccidono e torturano.

 

Il governo italiano ha talmente la coda di paglia in materia che la ministra Pinotti ha dichiarato che il «terrificante» trattamento dei migranti è precedente agli accordi di Minniti con i libici E allora, se lo si sapeva – e Minniti, con tutti i servizi segreti che frequenta da anni, non poteva non saperlo -, perché fare accordi con quelli? Non era ovvio, allora come oggi, che l’ossessione per il blocco delle rotte migratorie, nell’Africa sahariana e nel mar Mediterraneo, avrebbe causato una violazione di massa dei diritti umani, e cioè stragi per terra e per mare?

 

Tra quegli accordi ce n’era uno davvero letale: che sia la guardia costiera libica, dotata di navi italiane, a occuparsi di fermare i barconi in acque internazionali, impedendo i soccorsi alle navi delle Ong umanitarie. Le quali, di fatto, hanno dovuto fermare gli interventi (anche a questo e non altro è servita l’immonda campagna contro i salvataggi promossa dalla destra, da Salvini a Di Maio).

 

E così si moltiplicano le denunce dell’inazione italiana, come ha fatto ieri Sos Méditerranée e delle aggressioni della guardia costiera libica contro le navi umanitarie. E si moltiplicano nell’indifferenza generale gli annegamenti di uomini, donne e bambini. Naufragi e sbarchi sono ripresi alla faccia del nostro governo (quanto ad Alfano, il diretto interessato, chi l’ha visto?). Insomma, Minniti ha fallito l’obiettivo che si era posto, e cioè delegare tutta la faccenda agli africani.

Ma il fallimento non insegna nulla. Anzi. Oggi Gentiloni è ad Abidjan al vertice Europa-Africa con un po’ di imprenditori pubblici e privati al seguito.

 

Ci va, buon ultimo dopo Francia e Germania, per fare un po’ d’affari e soprattutto per generalizzare a tutta l’Africa la lotta contro «il traffico di esseri umani», cioè per bloccare le emigrazioni in partenza. Visti gli effetti degli accordi con La Libia, nuove stragi si annunciano.

ONG – ACERBO (PRC): «ECCO IL FRUTTO DELL’ACCORDO CON LA LIBIA. VOLONTARI BLOCCATI, MIGRANTI SEMPRE PIù A RISCHIO»

 

«Quanto denunciato oggi dalla Ong Sos Mediterranee – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – è l’ennesima conferma degli errori commessi dal governo italiano: Minniti che ha da dire? Invece di criminalizzare le Ong, il governo dovrebbe rispondere di episodi gravissimi in cui si conferma che le autorità libiche non sono in grado di fornire assistenza nè rappresentano una garanzia di rispetto dei diritti delle persone. Al contrario, i migranti sono sempre più a rischio, a rischio di morire senza poter essere salvati da nessuno. Noi continuiamo a stare dalla parte delle persone che purtroppo mettono in pericolo le loro vite per migrare ed esprimiamo il nostro pieno sostegno alle Ong e ai volontari che cercano di colmare le lacune di uno Stato corresponsabile di morti e torture nei lager libici».

 

 

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