Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Comune di Santa Fiora

Controlacrisi

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rassegna Stampa

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

In evidenza

MIGRANTI – FERRERO E ACERBO (PRC): «FERMO, EMMANUEL AMMAZZATO DAL CLIMA DI XENOFOBIA E RAZZISMO CHE C’E' NEL PAESE»

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, e Maurizio Acerbo, della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista, dichiarano:

«Vogliamo esprimere il nostro cordoglio per Emmanuel, 36enne nigeriano ridotto in fin di vita da un italiano ieri a Fermo.
Di fronte all’orrore della violenza razzista non possiamo limitarci alla condanna dei balordi fascisti che hanno aggredito Emmanuel e sua moglie. Questo orrore è frutto di un clima di xenofobia che troppi nella comunicazione e nella politica alimentano spregiudicatamente in Italia e in Europa. La vera emergenza è questa, è la barbarie che sta crescendo nelle nostre città, non la ricerca di salvezza da fame e guerre da parte di esseri umani che hanno diritto all’accoglienza. Non ci stancheremo di ripetere che nostra patria è il mondo intero, che non si può essere complici nè strizzare l’occhio alle pulsioni razziste, non vi può essere alcuna concessione e giustificazione nei confronti di xenofobia e razzismo se vogliamo salvare democrazia e civiltà. C’è una lotta culturale, sociale e politica da portare avanti senza alcun calcolo di convenienza elettorale.

Siamo dalla parte dei rifugiati senza se e senza ma. Emmanuel è stato ucciso da dei balordi ma il loro odio insensato è stato nutrito dai troppi veleni che in questi anni sono stati diffusi contro l’immigrazione e gli immigrati».

6 luglio 2016

Titolo unico per tutte le prime pagine di oggi: “Banche, via libera Ue allo scudo da 150 miliardi”. Solo il giorno prima titolavano: “Merkel gela Renzi: “non si cambiano le regole ogni due anni”. Cos’è cambiato?

Niente: è propaganda pura o quasi. Si parla di salvataggi bancari e di soldi pubblici per salvarle. Le “regole” europee attuali (quelle in vigore da due anni) dicono che in caso di crisi di insolvenza di una banca (privatissima, sia chiaro), prima pagano azionisti e obbligazionisti (anche quelli truffati da Banca Etruria o Vicenza), eventualmente anche i normali correntisti se hanno più di 100.000 euro depositati, poi lo Stato nazionale può intervenire. Mettendo soldi pubblici, provenienti dalle tasse dei contribuenti. Il primo meccanismo si chiama bail in e in genovese ha un significato molto più aderente alla realtà.

E così resta. Quello su cui Renzi e Padoan hanno strappato “l’autorizzazione dell’Unione Europea” è semplicemente un’altra cosa: le banche in difficoltà con la liquidità – nonostante i massicci quantitative easing della Bce? strano, no? – possono emettere nuove obbigazioni che saranno “garantite” dallo Stato, fino a un massimo di 150 miliardi.

Cifra mostruosa, se dovesse essere versata realmente, perché corrisponde al 10% circa (un pelo meno) del prodotto interno lordo del paesee. E giustamente molti si chiedono: “ma come, non si riescono a trovare 7 miliardi per mandare in pensione chi sta a due-tre anni dalla scadenza folle fissata dall Fornero, o 3-4 per rinnovare i contratti del pubblico impiego (per poliziotti e militari li hanno trovati, tranquilli… ndr), e invece 150 per le banche escono fuori così, come fossero bruscolini?”

Sia l’Unione Europea che il ministero dell’economia precisano però che “non c’è alcuna aspettativa che debba essere usato”. Dunque è uno strumento virtuale, una garanzia che ci si augura non debba essere usata davvero mai… Un po’ come l’ipoteca sulla casa quando si chiede il mutuo: fa da garanzia per la banca, ma intanto te la tieni.

Quindi Renzi non ha ottenuto quello che chiedeva: mettere soldi pubblici veri – soldi nostri – per ricapitalizzare le banche italiane che hanno crediti “in sofferenza” o decisamente marciti (340 miliardi, in totale). Però viene “venduta” come una vittoria, nientepopodimeno che sulla Germania e Angela Merkel (su queste terreno, si dovrebbe dire su Wolfgang Schaeuble, figuriamoci…). Propaganda appunto.

Oltretutto è una mossa che mette ancor più sulla graticola quelle banche, perché se c’è necessità di una garanzia statale per emettere obbligazioni nuove (chiedere soldi sul mercato, a investitori o clienti), nonostante i prestiti a tasso zero che la Bce sta riservando proprio alle banche, significa che quelle banche stanno sull’orlo del fallimento e che nessuno è così pazzo da prestare loro altri soldi.

Prima ci togliamo da piedi questi squinternati, meglio è…
da Contropiano

Pubblicato il 29 giu 2016

di Paolo Ferrero

Voglio innanzitutto esprimere il mio cordoglio per le 39 vittime dell’attentato suicida avvenuto nell’aeroporto di Istanbul ed estenderlo a tutte le vittime sconosciute che la guerra del governo turco contro i Curdi semina quotidianamente. La scelta di colpire indiscriminatamente coloro che erano in aeroporto, con l’unico scopo di seminare la morte e il terrore, ci parla della totale barbarie di chi progetta e realizza un simile gesto terroristico. L’attentato non è stato rivendicato ma da più parti si ipotizza che dietro vi sia l’ISIS e la cosa pare abbastanza verosimile.
Innanzitutto perché il governo turco è stato uno dei principali sostenitori dell’ISIS ma negli ultimi mesi le pressioni statunitensi hanno portato la Turchia a ridurre il doppio gioco nei confronti dello stato islamico.
Il governo Erdogan è stato obbligato ad allinearsi alla politica USA in Siria dove – dopo aver abbondantemente foraggiato la nascita dell’ISIS – gli USA stanno ora combattendo a fianco della Russia per debellare lo stato islamico sfuggito al loro controllo. E’ quindi evidente che l’ISIS si sta vendicando del voltafaccia di Erdogan: da un lato semina il terrore, dall’altro spinge le forze integraliste presenti in Turchia ad agire per far pressioni sul governo. L’attentato ad Istanbul è uno degli effetti perversi della criminale politica di Erdogan.
La modifica di posizione della Turchia riguardo alla guerra in Siria e i criminali accordi tra Unione Europea e Turchia per bloccare i profughi dalla Siria hanno però un corrispettivo chiarissimo: la piena mano libera data ad Erdogan dagli USA e dall’occidente in generale nella repressione dei Curdi in territorio turco e delle istanze democratiche in Turchia in generale. L’esercito turco combatte una vera e propria guerra contro la popolazione curda nel sud est del paese e per questo non solo non viene condannato ma sui media occidentali non viene nemmeno data notizia di questi massacri. Che l’esercito turco utilizzi le armi che riceve in quanto membro della NATO contro il suo popolo e che addirittura vengano utilizzati gli aerei per bombardare la popolazione non viene nemmeno fatto rilevare dagli alleati occidentali di Erdogan.
Sono centinaia le vittime civili della guerra terroristica che il governo turco fa contro la sua popolazione. In questo stesso quadro va letta la repressione del pride di qualche giorno fa e il fatto che i parlamentari dell’HDP sono stati privati dell’immunità parlamentare.
Il cordoglio per le vittime dell’attentato all’aeroporto di Istanbul si accompagna quindi al cordoglio per le centinaia di vittime della guerra che Erdogan ha scatenato contro i Curdi con la piena corresponsabilità dei suoi alleati occidentali, a partire dal governo italiano.

Pubblicato il 17 giu 2016
DI Paolo Ferrero
«Esprimiamo nostro cordoglio per la deputata laburista Helen Joanne Cox, barbaramente uccisa a Birstall. Il liberismo economico produce la guerra tra i poveri: il nazionalismo e il fanatismo religioso ne sono la barbarica conseguenza. Sconfiggere le le destre populiste e i neoliberisti di ogni colore é il compito di chi vuole salvare la civiltá dalla barbarie, è il compito in cui siamo impegnati noi comunisti».

16 giugno 2016

Pubblicato il 7 giu 2016
di Paolo Ferrero

Queste elezioni amministrative hanno segnato alcuni elementi importanti.
In primo luogo la prosecuzione di una discesa nella partecipazione al voto che ora veleggia poco al di sopra del 60%. Segno evidente che la crisi del sistema politico e la sfiducia popolare nel fatto che la politica possa essere lo strumento attraverso cui risolvere i problemi quotidiani continua a crescere.
Nel voto si verifica una sonora sconfitta del PD che arretra pesantemente sia dalle percentuali conquistate nelle scorse elezioni europee che dalle scorse elezioni amministrative. Cinque anni fa il PD vinse al primo turno in dieci città, adesso è quasi sempre al ballottaggio. Si tratta di una sconfitta assai utile perché intacca la narrazione renziana dell’uomo solo al comando che in connessione con il proprio popolo opera per il bene della nazione. Coloro che sono contro il PD di Renzi sono molti di più di coloro che lo apprezzano e questo apre un varco su cui lavorare in vista del prossimo referendum sulla manomissione della Costituzione. Sul piano strategico questa sconfitta del PD ci parla di una difficoltà delle classi dominanti neoliberiste a stabilizzare sul piano politico la vittoria che hanno riportato sul piano sociale e della formazione del senso comune. Ci segnala quindi come il terreno politico/democratico sia un terreno di debolezza e non di forza del nostro avversario di classe, un terreno da praticare per scardinare il dominio neoliberista.
In secondo luogo assistiamo ad un grande successo del M5S che viene percepito come lo strumento più efficace per realizzare il cambio della classe dirigente e dei rappresentanti istituzionali. Nei comuni dove la domanda di cambiamento della classe dirigente è scarsa il M5S ha risultati limitati ma dove la domanda di cambio della classe dirigente è alta o altissima – il caso di Roma – il successo del M5S è grande. Da questo punto di vista gli elementi di ambiguità politica del M5S, lungi dall’essere un ostacolo, accentuano la possibilità di successo trasversale in un contesto in cui il senso comune di massa non coglie l’origine della crisi nelle politiche neoliberiste. Il M5S rappresenta la proposta politica più in sintonia con un corpo sociale che ha colto solo marginalmente le ragioni della crisi e quindi del malessere sociale, colonizzato com’è da decenni di propaganda liberista anticomunista e anticlassista. La ripresa del conflitto di classe, l’individuazione delle cause della crisi nel capitalismo neoliberista e la costruzione di un punto di riferimento chiaro a sinistra, sono condizioni necessarie per catalizzare da sinistra le attese di cambiamento oggi impersonate dai 5 stelle.
Per quanto riguarda la destra è del tutto evidente che ha buoni risultati dove si presenta unita mentre non è in grado di incidere dove si presenta divisa. L’ipotesi di Salvini di poter costruire una destra senza Berlusconi segna una battuta d’arresto perché dove la destra si presenta divisa il bipolarismo si ricrea tra PD e M5S, lasciando ai margini le destre. E’ quindi presumibile che al fine di riconquistare una centralità politica, e al fine di sfruttare le difficoltà di Renzi, nella prossima fase nel centro destra si riaprano percorsi di ricomposizione.
Per quanto riguarda Rifondazione Comunista e le forze di sinistra, abbiamo risultati assai diversificati che certamente premiano i percorsi unitari chiaramente alternativi al PD anche se non in misura soddisfacente. In questo contesto di alternativa al PD, i risultati sono migliori dove l’intreccio tra sinistra e forze civiche è stato più forte e dove il ricambio del personale politico proposto alla carica di sindaco, più netto. La tesi, sostenuta da alcuni, secondo cui i candidati sindaci avrebbero avuto un risultato migliore se provenienti dal PD, si è rivelata completamente infondata: c’è una difficoltà da parte di chi viene dal PD o da anni di alleanza col PD a diventare credibile punto di riferimento per chi subisce la crisi. Non a caso spicca su tutti il risultato di de Magistris a Napoli – oltre il 42% – che si accompagna ad un buon risultato della lista unitaria della sinistra all’interno della coalizione. Il dato napoletano indica che un’alternativa di sinistra al PD e alla destra può essere maggioritaria, che si possono coinvolgere in un progetto unitario anche soggettività della sinistra sociale che non parteciparono all’esperienza dell’Altra Europa con Tsipras, che l’unità plurale non è un’impresa impossibile e può produrre risultati molto oltre la sommatoria. Ottimi i risultati di Caserta e di Brindisi – rispettivamente il 17% e il 14% sui candidati sindaci – per poi scendere al 6,5% di Ravenna fino alle esperienze che hanno collezionato un risultato al di sotto del 2%. Nel contesto generale non possiamo non sottolineare il valore del risultato ottenuto a Milano nonostante SEL facesse parte della coalizione renziana. Il risultato complessivo, nella sua estrema diversificazione, evidenzia la presenza di uno spazio politico significativo a sinistra del PD ma segnala parimenti come – in assenza di un progetto politico nazionale chiaro e riconoscibile – questo spazio politico è destinato a non essere occupato dalla sinistra. Le elezioni segnalano una potenzialità che per essere realizzata chiede un salto di qualità chiaro in direzione della costruzione di un progetto politico unitario, con un programma ed un profilo politico chiaramente e stabilmente alternativo al PD. I limiti e le insufficienze registrate nel passaggio elettorale ci parlano infatti delle difficoltà dovute al ritardo nel far partire una proposta politica che è tutta da costruire. Queste elezioni amministrative, con la presentazione in quasi tutte le principali città italiane, di liste unitarie e candidature autonome della sinistra antiliberista rappresentano un piccolo ma significativo passo avanti. Il fatto che la sinistra antiliberista entri dentro le istituzioni sulla base del consenso conquistato autonomamente e in alternativa al PD è un fatto positivo che non va sottovalutato.
In questo quadro occorre operare per consolidare sul territorio le realtà unitarie che si sono costruite in vista di queste elezioni e parallelamente occorre riproporre con forza il tema della costruzione di una soggettività unitaria a livello nazionale. Come da anni non ci stanchiamo mai di ripetere, per costruire una presenza politica della sinistra antiliberista a livello popolare occorre dar vita ad un processo unitario reale che permetta l’aggregazione di forze nuove, rimotivi all’impegno i tanti delusi, e la definizione di un profilo politico chiaro che vada oltre la sommatoria dei vari spezzoni organizzati. E’ quindi il tema del progetto politico della sinistra antiliberista – nella sua inscindibile unità di forme e contenuti – che le elezioni ci consegnano come tema da affrontare e risolvere. Il patrimonio di esperienze unitarie nelle città, a partire dai candidati sindaci e consiglieri e dagli eletti, deve essere valorizzato e può svolgere un ruolo propulsivo fondamentale.
In questo quadro occorre parimenti rilanciare senza perdere un minuto la raccolta firme sui referendum, a partire da quello sulla legge elettorale, perché il ritardo nella raccolta firme è grande ed occorre un forte salto di qualità per raggiungere l’obiettivo.

Segreteria provinciale Rifondazione Comunista – Federazione di Firenze, 19 maggio 2016

Il Consiglio regionale si appresta a votare il prossimo lunedì la proposta di delibera relativa al recupero di fondi assegnati alle ASL e non utilizzati. Ci sono due elementi rilevanti in questo atto.

Il primo aspetto è che viene rimandato al mittente, dal MEF, il bilancio certificato della sanità toscana e la quantità dei fondi non spesi nell’anno 2015 (e precedenti).

È uno dei vanti ripetuti del Presidente Rossi quello di avere in sanità il primo Bilancio certificato del Paese. Ora il MEF lo contesta perché sono state messe a bilancio delle poste non certe e questo proprio non si può fare; l’importo è di circa 115 milioni. È verosimile che una cifra analoga entrerà effettivamente, ma allo stato attuale è una stima e se si vuole vantare il Bilancio certificato è necessario mettere dati certi. Eh no, così non si fa.

L’altra questione è per un verso assai più grave: sono stati sottratti servizi ai cittadini toscani per circa 50 milioni di euro. La delibera in approvazione infatti prevede che siano svincolati i fondi vincolati su molti e diversi progetti assegnati alle ASL e da queste non spesi. Si prevede che tali cifre “tornino ad essere considerati contributi sul Fondo Sanitario Indistinto”.

L’allegato alla Delibera riporta quindi, suddivisi per ASL, i progetti e le quote che vengono così reincamerate; da questo si vede che sul problema degli anziani non autosufficienti, che tanto grava sulle famiglie, non sono stati spesi circa 7 milioni di euro che invece stavano nella disponibilità del Bilancio; non va meglio al settore handicap che deve registrare oltre 2 milioni di euro non spesi, come la salute in carcere, gli interventi per la salute mentale, per le dipendenze, per il materno infantile….

Le cure odontoiatriche, che sembravano dover diventare un fiore all’occhiello anche per la ministro Lorenzin, hanno rinunciato a stanziamenti per oltre 2 milioni di euro.

I grandi impegni della nostra Regione: sull’accoglienza Careggi ha rinunciato a più di 1 milione (destinato alla promozione della salute dei migranti) ed il Mayer a 750.000 per iniziare la costruzione della clinica in Palestina.

Il sistema della Medicina di Iniziativa e delle Case della Salute, di cui è stato riempito il Piano sanitario regionale, rinuncia a oltre 3 milioni e mezzo.

La prevenzione oncologica (il centro ISPO) non ha saputo spendere 2 milioni.

Come si vede non si tratta di progetti campati in aria ma di settori di intervento in cui la richiesta da parte dei cittadini è pressante e quotidiana: nella sola ASL di Firenze i soldi non spesi per non autosufficienti (oltre 1.220.000 euro) avrebbero corrisposto la quota sanitaria a circa 70 persone, che invece sono in lista d’attesa e a carico delle famiglie.

C’è stata un’occupazione del Consiglio Regionale pochi mesi fa, che ha fatto scalpore: si trattava delle associazioni Vita Indipendente e Associazione Toscana Paraplegici, che dovevano far sentire la loro voce prima dell’approvazione del Bilancio, perché fosse aumentata la disponibilità delle risorse destinate alla vita indipendente. Quanti di loro avrebbero ottenuto quel contributo con gli oltre due milioni non spesi?

Siamo fra quelli che da anni denunciano il progressivo smantellamento della sanità pubblica: il fatto che in Toscana si proceda per vie diverse da altre Regioni non migliora la questione.

Questa direzione è destinata all’affossamento del sistema pubblico della sanità, i cittadini hanno il diritto e il dovere di conoscere la verità.

,

di Carlo Smuraglia
Pubblicato il 22.05.2016

Quella che segue è la lettera che il presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, ha inviato all’Unità in risposta a quella di 70 senatori del Pd pubblicata dallo stesso giornale.

Cari Senatori,
ho letto la vostra lettera aperta e ne capisco le ragioni. Quando si approva più volte una legge, si finisce per affezionarsi. Per di più, siamo già in campagna referendaria e dunque bisogna fare un po’ di propaganda e cercare di mettere in difficoltà chi si colloca, in questo caso, dall’altro lato della barricata. Capisco anche l’esaltazione che fate della Riforma: a voi piace, l’avete votata e non avete ripensamenti. Come sapete, io la penso in un altro modo e, fortunatamente, non sono il solo.
Ma consentitemi però qualche osservazione: vi dichiarate tutti “iscritti e sostenitori dell’ANPI”; ma io non vi ho mai incontrato nel lungo cammino che abbiamo percorso su queste tematiche. Un cammino che è cominciato dal 29 marzo 2014 (Manifestazione al Teatro Eliseo – Roma), è continuato per due anni, giungendo ad un primo approdo, in Comitato nazionale, il 28 ottobre 2015, con una posizione già piuttosto evidente sulla legge di riforma e l’eventuale referendum ed è proseguito con la decisione del 21 gennaio 2016, adottata dal Comitato nazionale, di prendere posizione per il “NO”. Ma non basta: ci sono stati i Congressi delle Sezioni e dei Comitati provinciali e in tutti si è finito per discutere anche sul referendum, con libertà e ampiezza di idee; i documenti votati durante questi Congressi, sul tema specifico del referendum, parlano chiaro: 2501 favorevoli, 25 contrari e alcuni astenuti. Dunque, si è discusso, ci si è confrontati (circa 30.000 presenze nei vari Congressi), ma la linea adottata il 21 gennaio, ha raccolto ampi consensi. Mancava il traguardo finale, cioè il Congresso nazionale. Si è svolto dal 12 al 14 maggio, a Rimini, introdotto da una Relazione, ovviamente “schierata” sulla base delle decisioni adottate il 21 gennaio e confermate nei Congressi. Anche a Rimini si è discusso e chi ha voluto ha parlato, in un senso o nell’altro. Alla fine, come si fa in democrazia, si è votato: 347 voti a favore del Documento base e della Relazione introduttiva al Congresso nazionale, contro tre astensioni. Chiarissimo, mi pare. O no?

Anche nella Relazione generale, peraltro, avevo riconosciuto che erano emersi alcuni dissensi, minoritari. Ad essi ho attribuito piena cittadinanza, riconoscendo “non solo il diritto di pensarla diversamente, ma anche quello di non impegnarsi in una battaglia in cui non si crede”, aggiungendo, peraltro che non si poteva riconoscere il diritto a compiere atti contrari alle decisioni assunte, perché ci sono delle regole da rispettare, codificate nei nostri documenti fondamentali, secondo le quali gli iscritti devono rispettare lo Statuto, il Regolamento e le decisioni degli organismi dirigenti; e ovviamente (anche se non c’è una norma specifica ), non recar danno all’ANPI .Tutto qui. Questo gran parlare che si fa del dissenso e di un preteso autoritarismo non ha davvero fondamento e ragion d’essere. In democrazia la maggioranza ha il dovere di rispettare il pensiero di chi dissente, ma quest’ultimo, a sua volta, ha il dovere di rispettare il voto e le decisioni assunte dalla maggioranza. Altrimenti, sarebbe l’anarchia. E questo sarebbe davvero inconcepibile in un’Associazione come l’ANPI che è sempre stata pluralista, ma nella quale mai si sono posti dei problemi come quelli che oggi vengono prospettati, non solo dall’interno, ma addirittura dall’esterno, impartendoci autentiche “lezioni” (mi piacerebbe sapere se tutti quelli che si dicono iscritti all’ANPI, lo sono davvero, oppure lo affermano soltanto, naturalmente non per contestare il diritto di critica, ma per capire da quale parte essa proviene, visto che noi un grande dibattito interno lo abbiamo già avuto in questi mesi).

Voi dite che “molto potremmo discutere sull’opportunità e sulle modalità della scelta”. Discutete pure sull’opportunità, come appassionato esercizio dialettico, ma sulle modalità stento ad immaginare che cosa si sarebbe potuto e dovuto fare di più, per giungere ad una decisione, su cui si è formata una stragrande maggioranza.
Voi vi preoccupate che l’ANPI non diventi un partito; non c’è pericolo, ve lo assicuro perché siamo sempre stati gelosi della nostra identità e della nostra indipendenza. Schierarsi in difesa della Costituzione è un obbligo che ci deriva dallo Statuto in termini che spero voi ricordiate (“concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione italiana, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli”); e nessuno pensò che l’ANPI si trasformasse in partito quando scese in campo contro la “legge truffa”, nel 1953, o quando fece altrettanto contro il Governo di Tambroni, appoggiato dai fascisti, nel 1960. Sulla Costituzione è un dovere impegnarsi e battersi con ogni mezzo perché se ne conservino lo spirito ed i valori.

Ignorare tutto questo, significa conoscere poco l’ANPI e il suo modo di essere e cancellare il dibattito e il confronto di questi mesi che hanno condotto – democraticamente – alla presa di posizione che oggi si vorrebbe mettere in discussione.
Quanto poi al modo di affrontare la campagna referendaria, non siamo stati certo noi ( e non lo saremo mai) ad “alzare i toni”. Altri hanno provveduto a farlo, eccome.
Ho una vita alle spalle, cui nessuno dovrebbe mancare di rispetto: ma dal vostro giornale ho avuto, in pochi giorni, un attacco offensivo, una vignetta vergognosa ed ora un appello che non posso che considerare come rivolto a mettere in discussione un processo democratico che ha coinvolto tutta l’ANPI.
Mi spiace che vi siate scomodati per noi, vi ringrazio dei consigli, ma noi obbediremo alla linea consacrata in un democratico Congresso, procedendo diritti per la nostra strada e rispettando perfino chi non ci rispetta. Non accetteremo l’invito quasi perentorio a continuare, al nostro interno, la discussione, perché essa c’è già stata, nella sede competente, con il totale coinvolgimento dei nostri organismi e dei nostri iscritti. Forse sarebbe un esempio da seguire, per tutti, il metodo con cui ci siamo confrontati ed abbiamo preso le nostre decisioni.

In ogni caso, e per concludere: abbiate un po’ di fiducia in noi: abbiamo sempre fatto di tutto per mantenere l’unità dell’ANPI, e ci riusciremo anche questa volta.

Cordialmente,
Carlo Smuraglia

Il Circolo PRC di Santa Fiora R. Amarugi ha depositato presso le case Comunali di
-Arcidosso
-Castel del Piano
-Santa Fiora
-Seggiano

gli stampati per la raccolta delle firme dei cittadini ,necessarie per la proposizione di diversi REFERENDUM.
Essi riguardano in particolare i seguenti temi:
1)istituzioni(legge elettorale e Costituzione)
2)società (scuola, inceneritori, trivelle e acqua bene comune

INVITIAMO TUTTI I CITTADINI A FIRMARE PER I REFERENDUM PRESSO LE SEGRETERIE COMUNALI.
Nei prossimi giorni indicheremo le piazze ed il calendario dove si potrà firmare per i quesiti referendari.

, ,

Pubblicato il 13 mag 2016
di Paolo Ferrero

Alcuni mesi fa Salvini mi querelò perché gli diedi del nazista. Avevo scritto che: «Salvini non è uno sciacallo. Gli sciacalli agiscono per istinto animale non per calcolo. Salvini al contrario usa i disastri e lo spaesamento prodotti dal neoliberismo per costruire scientificamente la guerra tra i poveri e la ricerca di capri espiatori nel diverso. Salvini non è uno sciacallo ma un nazista, come quelli che all’inizio degli anni ’30 gridavano al complotto giudaico massonico».

In questi giorni il Tribunale di Torino ha emesso la sentenza in cui dichiara di non doversi procedere nei miei confronti perché il fatto non costituisce reato.

Si tratta di una sentenza importante per più ragioni. In primo luogo questa sentenza riconosce la legittimità di denunciare come Salvini sia un nazista in quanto usa argomenti simili a quelli dei nazisti che all’inizio degli anni ’30 hanno fondato i loro consensi sulla costruzione della guerra tra i poveri e dei capri espiatori. Non è una cosa di poco conto. Se «historia magistra vitae», se cioè dalla storia si può e si deve imparare per non ripetere gli errori già commessi, troppo spesso le similitudini dei fascisti nostrani – che normalmente non si definiscono tali – con i movimenti fascisti e nazisti degli anni venti e trenta del secolo scorso vengono ostacolate da denunce e querele. Questo inibisce il dibattito politico e non permette di chiamare le cose con il loro nome e di far risaltare come dietro il nuovismo di molte destre populiste vi sia una grande quantità di ciarpame fascista e nazista già visto e purtroppo esperimentato.

In secondo luogo apre ad un diverso punto di vista sulle esperienze del fascismo e del nazismo, un punto di vista indispensabile ai fini della battaglia politica antifascista a livello popolare. In questi anni abbiamo giustamente denunciato come gli esisti del fascismo e del nazismo siano stati la guerra, l’olocausto, i campi di concentramento. Su questo abbiamo costruito un vero e proprio tabù e salvo pochi invasati non vi sono molti estimatori dei campi di concentramento. I nazisti e i fascisti nostrani hanno però messo in campo una strategia di depistaggio che si basa sul non definirsi tali. Varie organizzazioni e movimenti portatori di ideologie fasciste e naziste, a partire dalla costruzione sistematica del capro espiatorio – che sia zingaro o immigrato poco importa – si definiscono ne di destra ne di sinistra.

Questa politica che ricalca il fascismo e il nazismo allo stato nascente – weimariano, futurista, bundish, più da freikorps che da parate militari – non pone al centro i regimi nazisti o fascisti. Pone al centro gli elementi di «longue duree» – presenti nella cultura popolare – su cui i fascismi e i nazismi hanno appoggiato la loro politica: il sangue, la terra, il colore della pelle, la nazione, la religione. Ognuno di questi elementi viene sfigurato, assolutizzato e proposto – nella drammatica crisi sociale prodotta dalle politiche neoliberiste – come il punto di partenza per la difesa degli interessi materiali popolari, di costruzione di una comunità escludente, di un «noi contro di voi».

È bene che anche a livello popolare iniziamo a chiamare tutto questo con il suo nome: fascismo e nazionalsocialismo. Chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per potersi difendere da chi ripropone tesi che nel passato hanno portato ad una barbarie che l’umanità – con il contributo determinante dei comunisti e delle comuniste – ha sconfitto.
13 maggio 2016

Pubblicato il 11 mag 2016
di Massimo Villone
Riforme. Quante lezioni per un governo che le ignora
A sentire Renzi nell’ultima direzione Pd, sul referendum costituzionale è guerra totale. Chiama il partito alle armi, e propone una moratoria. Fino al voto sulla riforma tutti insieme appassionatamente. Il minuto dopo si scateni pure l’inferno, e si vada alla conta. Un principio di affanno? Timore che i guai giudiziari del Pd appannino l’appeal populistico del leader? Sull’attacco alla magistratura, avviato in stile berlusconiano, è sceso un improvviso silenzio. Che non potrà essere rotto perché i magistrati – com’è nel loro pieno diritto – si esprimono sulla riforma.
Ma rimane grande l’arroganza dell’occupante di Palazzo Chigi: un Renzi vale una Costituzione. Se volete Renzi, dovete volere anche la Costituzione di Renzi. È l’offerta speciale di autunno: due al prezzo di uno. La battuta della Boschi su Casa Pound non merita l’onore di una citazione. E l’esangue minoranza Pd perde un’occasione, e si allinea. Lo scambio è con il congresso, cui – prevedibilmente – seguirà la pulizia etnica dei dissenzienti, salvo pochi esponenti più rappresentativi da imbalsamare a scopo di studio come esemplari di una specie estinta.
Per il resto, siamo all’archeologia costituzionale.
Secondo il dizionario, l’archeologia “mira alla ricostruzione delle civiltà antiche attraverso la scavo e lo studio della varia documentazione”. Cosa troviamo nell’antica civiltà dell’Assemblea Costituente?
Anzitutto, un Governo che si tiene da parte. Nella Costituente i banchi dell’esecutivo rimasero vuoti. De Gasperi prese la parola per la prima volta sulla nuova Costituzione, come componente dell’Assemblea e non come Presidente del consiglio, il 25 marzo del 1947, quasi scusandosi, per sostenere l’inserimento nella carta fondamentale del rapporto tra Stato e Chiesa cattolica. Il 22 dicembre 1947, giorno del voto finale, commentò che i membri del governo avevano con “un certo senso di invidia” osservato il nascere della Costituzione, “mentre noi, dalle esigenze di tutti i giorni, eravamo costretti ad occuparci dei piccoli particolari”. Il 13 dicembre 1947 Scelba, ministro dell’interno, precisò che il governo aveva presentato una proposta di legge elettorale al solo fine di facilitare il lavoro “senza che questo potesse minimamente significare né impegno del Governo di decidere su quel determinato progetto, né menomazione dell’autorità dell’Assemblea Costituente”. Dunque l’esecutivo non sarebbe intervenuto nel merito delle votazioni, rimettendosi in ogni caso all’Aula.
Inoltre, vediamo l’obiettivo di un testo condiviso nel suo complesso, pur nel dissenso su singoli punti anche rilevanti. Ad esempio, sulla Parte II della Costituzione le sinistre ebbero un atteggiamento critico: in specie, gli interventi di Nenni, 10 marzo, e Togliatti, 11 marzo 1947. Ma si pervenne a un consenso unitario per la volontà di dare al paese una Costituzione ampiamente condivisa. Era cruciale, disse Togliatti, trovare un terreno comune abbastanza solido per costruire una Costituzione, andando “al di là anche di quelli che possono essere gli accordi politici contingenti dei singoli partiti che costituiscono, o possono costituire, una maggioranza parlamentare”. Tanto che, come affermò il 6 marzo 1947 Basso, se avvalendosi di “esigue maggioranze” qualcuno avesse voluto fare una Costituzione “di parte”, “avrete scritto sulla sabbia la vostra Costituzione e il vento disperderà la vostra inutile fatica”. Non è in questione il dissenso, che anzi va lodato, come disse V.E. Orlando il 22 dicembre 1947 “come il mezzo più idoneo per scoprire la verità o per avvicinarci ad essa il più che sia possibile”. Il fine era quello di costruire una Costituzione “proporzionata al corpo sociale” come affermò La Pira l’11 marzo 1947: “sia nella prima parte, quando definisce i rapporti dei singoli con lo Stato, ed i rapporti dei singoli fra di loro, sia nella seconda parte, quando, mediante la. struttura dello Stato, esso dispone in modo che questi diritti abbiano la tutela ed abbiano le garanzie”.
Sulla composizione del Senato l’Assemblea discusse il 24 e 25 settembre, e ancora il 10 ottobre 1947. Furono respinte la composizione mista, e l’elezione di secondo grado. Su questa, il 24 settembre Laconi sottolineò il pericolo di “veder trasformato il Senato in una Camera che rappresenti unicamente, e nel modo più ristretto, degli interessi locali di piccoli gruppi configurati territorialmente e politicamente”. Mentre Nitti si scagliò contro l’elezione di secondo grado, meccanismo inquinato e inquinante, perché “il nostro Paese non ha ancora una struttura politica, dopo tante vicende, che assicuri contro le cattive influenze e contro la corruzione”.
Certo, il breve spazio di un articolo consente solo poche ed emblematiche citazioni. Ma bastano a dirci che i costituenti di oggi avrebbero tutto da imparare dal metodo, e più ampiamente dal modo di pensare, dei costituenti di ieri. Quelli operarono in un paese devastato dalla guerra, e pure vediamo che la civiltà antica batte la moderna, di molte lunghezze. Anche allora i professori erano in campo, e Nenni li ringraziava, il 10 marzo 1947, per aver contribuito “a mettere tutta l’assemblea in condizioni di discutere i problemi costituzionali, e a mettere il paese in condizioni di apprezzare i risultati delle nostre deliberazioni “.
Altri tempi. Ma non ci spiace affatto la qualifica di archeologi costituzionali. Sempre che al duo Renzi-Boschi venga riconosciuta quella di tombaroli.

Pagine