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Pubblicato il 11 lug 2017
COMUNICATO STAMPA

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Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
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«Che 307 mila famiglie detengano in Italia oltre il 20 per cento della ricchezza è un dato che ci parla di un Paese terribilmente ingiusto.
In un periodo di recessione come quello che stiamo vivendo non introdurre la patrimoniale – una misura che esiste in mezza Europa, non stiamo parlando di Unione Sovietica! – significa garantire e implementare la disuguaglianza.
Che i ricchi siano sempre più ricchi e i poveri più poveri è amorale e contro l’interesse generale. Infatti l’aumento della ricchezza di pochi si accompagna all'impoverimento progressivo della maggioranza del paese.
Proponiamo la patrimoniale da anni scontrandoci con tutte le forze politiche di centrodestra e centrosinistra che hanno concentrato la pressione fiscale su chi sta in basso, in forma diretta e indiretta».

11.07.2017

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Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta per capire chi ha vandalizzato l’opera-simbolo dedicata al magistrato ucciso dalla mafia. La testa e parte del busto sono stati poi usati come «ariete»: scagliati contro il muro dell’istituto scolastico. Già cinque anni fa il busto venne ricoperto di scritte da alcuni vandali.

Ma quello allo Zen non è stato l’unico atto di vandalismo. Un cartellone con una immagine di Giovanni Falcone posizionato davanti i cancelli della scuola Alcide De Gasperi, e che faceva parte di un gruppo di altri cartelloni che erano stati realizzati nei giorni scorsi dagli studenti della scuola di piazza Papa Giovanni Paolo II, è stato completamente bruciato.

La scuola intitolata a Giovanni Falcone si trova in via Pensabene. Il gesto arriva a poco più di una settimana dall'anniversario della strage di via D’Amelio, dove furono assassinati dalla mafia Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. Brutto colpo anche per il corpo insegnanti e per i dirigenti dell’istituto Falcone, che da anni proprio in nome del giudice-simbolo della lotta a Cosa nostra sono impegnati a diffondere la cultura della legalità tra i ragazzi del quartiere.

Tanti i commenti di condanna e sdegno per il gesto, reso ancora più doloroso dal fatto che è accaduto proprio davanti ad una scuola, luogo simbolo dell’educazione dei più giovani al rispetto e alla legalità. «Sono accanto agli studenti e ai cittadini del quartiere - dice Maria Falcone, sorella del giudice ucciso - che credono e si battono nel nome di Giovanni Falcone. Non ci arrenderemo mai e la statua risorgerà più bella di prima, ma chiedo alla autorità di pubblica sicurezza di garantire per il futuro un presidio adeguato a un monumento simbolo della nostra città». Per Valeria Fedeli, ministro dell’Istruzione «l’atto di vandalismo avvenuto alla scuola Falcone di Palermo è un episodio grave e vigliacco. Lo condanniamo con decisione e ribadiamo con forza che la scuola non si arrende». Poi assicura: «Faremo subito restaurare la statua». Anche il sindaco di Roma Virginia Raggi interviene con un tweet: «Distruggere la statua di #Falcone è stato un atto vile che fa male all’anima. Le sue idee continueranno a camminare sulle nostre gambe». E ancora il capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato: «Hanno distrutto la statua di Falcone a Palermo. Un gesto vigliacco, come sono i mafiosi, ma che non fermerà le sue idee». L’ex governatore della Campania Antonio Bassolino: «Distrutta a Palermo la statua di #Falcone: i vandali e i loro mandanti lo temono anche da morto».
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«Il danneggiamento e il vilipendio della statua dedicata a Giovanni Falcone sono atti gravissimi, ancor più grave perché rivolti anche a danneggiare una scuola che svolge da anni una importante opera di sensibilizzazione e formazione sociale». Lo ha detto il sindaco di Palermo Leoluca Orlando che ha aggiunto: «Appena informato mi sono messo in contatto sia con la Dirigente scolastica sia con le Forze dell’Ordine, auspicando che si possa risalire al più presto agli autori di questo gesto vile. Allo stesso tempo ho disposto che le maestranze comunali si adoperino per il pronto restauro della statua e un sopralluogo sarà svolto in questo senso domattina».

Tomaso Montanari
da il Manifesto
09.07.2017

Nella sua cruda parafrasi della slide di Renzi sui migranti da «aiutare a casa loro», Roberto Saviano ha detto una terribile verità: il Pd non solo guarda a destra, e fa politiche di destra. Ma parla con un linguaggio di destra: peggio, è parlato da una cultura di destra.
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E d’altra parte: considerare i lavoratori alla stregua di merce (Jobs act), la scuola come un’azienda (Buona Scuola), la cementificazione come l’unico sviluppo possibile (lo Sblocca Italia), il patrimonio culturale come un supermercato (riforme Franceschini), scrivere una riforma costituzionale che intendeva diminuire gli spazi di democrazia e partecipazione, approvare una legge sulla tortura concepita per non punire la tortura di Stato. Cos’è, tutto questo, se non l’attuazione concreta di una cultura di destra?
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Ma qua c’è di più.
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«Aiutarli a casa loro» non solo è orrendamente ipocrita sul piano dei fatti – perché facciamo tutto il contrario: dal mercato italiano delle armi di cui parla Saviano (aiutamoli a spararsi a casa loro) fino alla dolosa incapacità di invertire la marcia di una politica energetica che produce riscaldamento globale, e dunque la desertificazione che contribuisce ad innescare la migrazione di massa.
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Ma quello slogan è soprattutto devastante sul piano simbolico e culturale. Perché contraddice radicalmente il principio stesso dello ius soli (una legge di sinistra che non a caso arranca alla fine della legislatura, mentre tutte le riforme di destra che ho elencato sono andate speditissime alla meta) contrapponendo «casa» a «casa».
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«Questa è casa nostra», intende dire Matteo Renzi: e «padroni in casa nostra» è uno degli slogan più diffusi non solo nel vocabolario della Lega di Salvini (come si è ampiamente notato in queste ore), ma anche in quello delle peggiori destre xenofobe dell’est europeo. E se dobbiamo aiutarli a «casa loro» è perché ci rimangano; e perché questa «casa» rimanga nostra: senza confusioni, incontri, meticciato. Ognuno a casa propria.
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Qua non si tratta di politiche: si tratta di visione del mondo, di concezione del futuro. O meglio di una non-visione del mondo, di una non-concezione del futuro: della scelta disperata di chiudere rabbiosamente gli occhi di fronte a una realtà ineludibile che non si riesce ad accettare. Perché non ci sono, né ci potranno mai più essere, «case» recintate, nostre, esclusive.
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E invece quel «noi» opposto a quel «loro» è la chiave del discorso con cui Renzi parla alla pancia del Paese usando la lingua e la cultura di Salvini.
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Ora, come si fa a trovare un terreno comune con questo modo di pensare, con questa mentalità, vorrei dire con questa antropologia? In queste condizioni come si fa a continuare a parlare di «centrosinistra»?
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Se le parole hanno un senso, oggi in Italia l’unico «centro» con cui comporre un «centrosinistra» è questo Pd che ha rieletto trionfalmente Renzi, il quale è portatore della cultura che abbiamo appena descritto. Una cultura di destra.
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Il fatto che il Pd faccia politiche di destra e sia intriso di una cultura di destra non basta per dire, come invece ho detto aprendo l’assemblea del Brancaccio, che il Pd sia da considerare un partito di destra? Può darsi: ma certo non è nemmeno più un «centro» con cui poter costruire un centrosinistra che non sia solo una macchina per il potere, una scala per raggiungere il governo inteso come fine ultimo. Se ce ne fosse stato ancora bisogno, la slide sull’«aiutiamoli a casa loro» dimostra che in questo tempo la casa politica del Pd non può essere la stessa di una sinistra, comunque la si voglia intendere.
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C’è una via alternativa: più lunga, più erta e certo non capace di portare subito al governo. È quella che si potrebbe imboccare se ciò che esiste a sinistra del Pd sarà capace di unirsi, e di parlare un linguaggio tanto diverso e credibile da coinvolgere molti di coloro che non votano più. E che non votano perché pensano che una sinistra che pur di tornare al governo è disposta ad allearsi con chi pensa e parla come Salvini non potrà mai costruire eguaglianza e inclusione.

9.09.2017
Dimitri Bettoni

La marcia di 425 km iniziata ad Ankara si è conclusa con una grande manifestazione, organizzata dal partito di opposizione CHP del leader Kemal Kilicdaroglu.

La colonna in marcia compare oltre la curva dell’asfalto della superstrada D100, sotto il sole già bollente delle nove, mitigato appena dalla brezza che ha spazzato via l’afa asfissiante dei giorni scorsi.

In testa uno stuolo di mezzi della sicurezza, file interminabili di nere divise della polizia e tute mimetiche dell’esercito con fucili da combattimento imbracciati.

Ma prima di tutto c’è una bandiera, con i colori giallo e rosso di un’amatissima squadra di calcio di Istanbul, al cui centro campeggia l’immagine di Mustafa Kemal Ataturk, padre della repubblica turca.

È suo il volto che apre la strada ad una marcia di protesta che, superati i 400 chilometri di distanza dalla capitale Ankara, si appresta a consumare gli ultimi rimasugli di percorso e che oggi raggiungerà destinazione, il distretto di Maltepe.

LÀ SI TROVA LA PRIGIONE in cui è rinchiuso Enis Berberoglu, parlamentare del partito repubblicano finito in carcere con l’accusa di aver divulgato segreti di Stato, fotografie che provano il trasferimento di armi in Siria ad opera dei servizi segreti turchi. Il suo arresto ha dato il la a una marcia di protesta e rivendicazione della giustizia con pochi precedenti nel paese.

La folla sfila interminabile e ordinata, scorre come un placido fiume sotto i ponti e i cavalcavia da cui altri cittadini osservano incuriositi: lanciano grida di sostegno, applaudono, sventolano la bandiera nazionale o l’effigie di Ataturk.

Qualche individuo isolato invece ostenta il proprio disaccordo, inneggia al presidente Recep Tayyip Erdogan, mostra il segno dell’ultranazionalismo turco dei lupi grigi o quello a quattro dita dei Fratelli musulmani.

I MANIFESTANTI in marcia non si scompongono, l’ordine di non reagire alle provocazioni è ben recepito e in risposta giungono soltanto applausi e cori: l’inno nazionale, qualche canto della guerra di indipendenza, il mantra cadenzato che ripete «hak, hukuk, adalet», diritto, legge, giustizia.

Alla giustizia è infatti dedicata questa marcia che Kemal Kilicdaroglu, capo del partito repubblicano Chp, ha voluto per protestare contro l’appropriazione degli organi giudiziari da parte del governo.

Commenta il leader Kilicdaroglu: «Ci hanno tolto il parlamento», in riferimento al referendum del 16 aprile scorso che rafforzato la presidenza, «ora cerchiamo giustizia nelle strade».

LA FOLLA IN MARCIA è riunita sotto il colore bianco di magliette e cappelli che recitano adalet. Assenti bandiere e simboli di partito, banditi dagli organizzatori per svincolare l’iniziativa da logiche di appartenenza, «perché adalet, giustizia, è un bene comune», dicono gli uomini e le donne in marcia.

Eppure in questo fiume bianco convivono anime molto diverse tra loro, in un modo che per certi versi ricorda i più colorati e vibranti giorni di parco Gezi.

Spicca la folta barba e il viso segnato dalle rughe di Veysel «Amca» Kilic, personaggio lontano dal kemalismo secolare targato Chp, dato che è per sua stessa ammissione vicino a Milli Gorus, movimento politico islamista in cui Erdogan ha militato.

Il figlio di Kilic, Sebahattin, è tra i quasi 400 cadetti dell’aeronautica militare in carcere da quasi un anno. «Ma io non mi fido della supposta indipendenza di questa magistratura. Voglio adalet, giustizia, in questo paese; voglio vivere libero nella mia Turchia».

ACCANTO C’È AYTEN, madre di un altro di quei cadetto. I cartelli che porta chiedono giustizia anche per i soldati morti nel corso del tentato golpe e dimenticati da uno stato selettivo nella memoria: «Anche i nostri figli sono vittime di quanto accaduto un anno fa e per essi chiediamo adalet, giustizia».
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Ci sono gli elmetti bianchi dei lavoratori e le sigle sindacali, per i quali «adalet deve tornare anche sul lavoro», perché le purghe di Erdogan non riguardano solo il carcere in cui sono finiti in migliaia, ma anche gli innumerevoli posti di lavoro perduti e l’impossibilità di trovarne un altro.

CI SONO LE FAMIGLIE dei minatori di Soma, località simbolo di tragedia nel mondo del lavoro in attesa per i loro morti di adalet, giustizia. Lavoratori sono anche i giornalisti e marciano quelli del quotidiano Sozcu, chiedono che «il giornalismo non sia un crimine, perché senza giornalismo libero non c’è adalet».

Marcia chi dedica i propri passi a Semih Ozakca e Nuriyeh Gulmen, in carcere per aver iniziato uno sciopero della fame per riavere il loro posto di lavoro e che ha ormai oltrepassato i 110 giorni. Marciano i gruppi del tifo calcistico organizzato.

Marciano uomini in giacca e cravatta e ci ricordano «come non c’è adalet quando è in vigore lo stato di emergenza», che cancella la certezza del diritto e rende tutto confuso e arbitrario.

SORPRENDONO I NUMERI imponenti raggiunti dalla marcia che secondo la procura ha ormai superato i 100mila partecipanti, un successo se si considera che a partire da Ankara il 15 giugno erano poche migliaia.

Sorprende di più constatare l’assenza totale di incidenti, timore in principio più che plausibile e fortunatamente svanito chilometro dopo chilometro, in ossequio al principio di disobbedienza civile e pacifica che ha portato molti commentatori a paragonare la marcia a quelle di Gandhi in India.

Certo, quest’ultimo non camminava scortato da qualche decina di poliziotti come il redivivo Kilicdaroglu che oggi percorrerà gli ultimi tre chilometri verso la prigione da solo, capitolo finale di un’iniziativa da cui esce enormemente rafforzato dopo mesi di critiche alla sua passività.

La vera domanda è quale sarà il prossimo passo di Kilicdaroglu, quale il destino della marcia. Erdogan, dopo gli strali iniziali lanciati, ha consentito lo svolgimento dell’iniziativa mentre prepara le celebrazioni dell’anniversario del tentato golpe del 15 luglio, una probabile dimostrazione di forza a colpi di gente nelle strade.

CAPITALIZZERÀ su questa marcia, considerandola la dimostrazione che in Turchia vive ancora adalet, nonostante in oltre 100mila abbiano marciato dicendo il contrario. Quattro anni fa il vivace fuoco di Gezi è stato spento dagli idranti e i lacrimogeni della polizia. Può il lento fluire di questo fiume che invoca giustizia vedere un finale diverso?

09.07.2017

Eleonora Forenza ha dichiarato :sono stata fermata dalla polizia di Amburgo insieme ad altri compagni motivo siamo italiani perquisita e documenti sequestrati siamo ancora trattenuti.
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«Il motivo è perché siamo italiani»
Con tanto di foto e video l’europarlamentare documenta l’intervento della Polizia: «Siamo ancora - scrive - in stato di fermo. Motivazione: siamo italiani. Ormai siamo ad un punto in cui vestirsi di scuro rappresenta una sorta di reato».
«Vado per manifestare contro il vertice - aveva detto nei giorni scorsi - insieme a tante compagne e compagni da tutto il mondo e per vigilare da parlamentare europea contro il dispositivo globale di repressione del dissenso, già in atto in questi giorni ad Amburgo».
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L’europarlamentare italiana ha preso parte in questi giorni alle iniziative di protesta contro il G20 ad Amburgo. Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea, ha chiesto al Governo italiano di intervenire per «la tutela del diritto di manifestare».

Tommaso Di Francesco
da il Manifesto
07.07.2017

Unione europea. Dalla farsa sulla «solidarietà» a quella neocoloniale: il «Piano Merkel» vuol dire aiuti, sostegno vero, soccorso e riparazioni alle malefatte della nostra economia di rapina? No, stesso ed eguale coinvolgimento degli organismi finanziari internazionali che elargiscono fondi al Continente africano solo in cambio di ulteriori cessioni di sovranità.

Così inizia Il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte di Carl Marx: «Hegel osserva da qualche parte che tutti i grandi avvenimenti e grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa», e Friedrich Engels nella lettera a Marx che aveva ispirato la sua citazione, sottolineava «una farsa pidocchiosa».

Non ci sarà la «farsa pidocchiosa» di una nuova guerra austro-ungarica, l’invio di carri armati e soldati alla frontiera annunciati dal ministro della difesa austriaco. È evaporata al sole dell’estate la manovra elettorale di Vienna intesa a cavalcare, come in ogni capitale europea, la xenofobia che si vuole dilagante.

Il traballante premier austriaco Christian Kern, ha fatto marcia indietro, visto anche il fatto che dal Brennero purtroppo di migranti ne passano ormai sempre meno.

Le truppe austro-ungariche non metteranno a repentaglio i nostri confini. Diciamo austro-ungariche perché da almeno due anni Vienna è diventata capofila neo-imperiale dei «Quattro di Visegrad», Slovacchia, Polonia, Ungheria e Repubblica ceca, il fronte dei più refrattari contro i profughi e allo stesso tempo i Paesi europei che rimettono in discussione, non solo sui migranti, i legami con l’Ue cancellando diritti e principi democratici, contro le opposizioni e ogni minoranza.

Ma la marcia indietro non riesce a nascondere il disastro di quella che ci ostiniamo a chiamare Unione europea, naufraga e profuga di se stessa rispetto alle promesse con cui si è costituita. Perché ecco che s’avanza un’altra «farsa pidocchiosa», ben più pericolosa.

Quella neo-coloniale, ma presentata come svolta salvifica dal governo italiano e dal ministro Minniti: è l’«aiutiamoli a casa loro in Africa », già parola d’ordine delle destre razziste, ora programma di Bruxelles formalizzato nel «Piano Merkel», in discussione al vertice europeo che si è aperto ieri a Tallinn in Estonia, dove la proposta di regionalizzare gli approdi dei migranti viene respinta da Francia, Spagna e ora anche dalla Germania.

Il «Piano Merkel» vuol dire aiuti, sostegno vero, soccorso e riparazioni alle malefatte della nostra economia di rapina? No, stesso ed eguale coinvolgimento degli organismi finanziari internazionali che elargiscono fondi al Continente africano solo in cambio di ulteriori cessioni di sovranità (una sovranità che non c’è quasi mai stata), di privatizzazioni, di rinnovate concessioni alle multinazionali, di commerci di nuove sofisticate armi ad inasprire altri conflitti – come scriveva ieri sul manifesto Giulia Franchi di Re:Common – e a gravare i già smunti bilanci delle nazioni africane, proprio lì da dove fuggono i cosiddetti «migranti economici». Sarebbe stato sbagliato chiamare questo programma «piano Marshall».

Quello fu davvero il primo piano – strumentale durante la Guerra fredda – d’investimenti americani in Italia e in Europa. Ma in Africa i nostri investimenti di rapina ci sono già e aiutarli a casa loro dovrebbe voler dire cambiarne natura, mezzi e scopo. Ora Minniti lamenta il fatto che alla Turchia per tenerci i profughi in campi di concentramento, abbiamo dato due miliardi, «invece alla Libia le briciole».

Ma prima della guerra della Nato del 2011, la Libia era il principale Paese investitore in infrastrutture e opere civili dell’intera Africa e con il reddito più elevato del Continente nero, inoltre poneva all’ordine del giorno il problema del cambio denaro-materie prime non più solo in dollari ma in euro, con addirittura la possibilità che nascesse una divisa africana.

Ora che cos’è diventata la Libia? E soprattutto, a quale brandello della lacerata Libia dovremmo dare miliardi come per la Turchia del Sultano Erdogan? A Sarraj che conta meno del sindaco di Tripoli o a Khalifa Haftar sul trono a Bengasi all’ombra di Al-Sisi e Francia, alle milizie di Misurata o alle guardie petrolifere, o al figlio di Gheddafi, Seif al Islam?

Intanto continuiamo a pompare-rapinare per noi petrolio e gas dai preziosi pozzi libici. Intanto la frontiera dell’Europa «deve diventare il Niger», più a sud della Libia, «lì e prima dobbiamo fermarli», in Mali (dove la guerra continua) e in Ciad. Nessuno spiega come per 5mila chilometri di frontiera che delimita il sud del Sahara. Ma questa è la «nuova» idea.

E la Francia, che con il Bonaparte-Macron rompe la solidarietà con l’Italia e dice «no ai migranti economici», con questa «solidarietà» non a caso è d’accordo. Parigi ha semplicemente in mano le economie dell’area, detiene praticamente le chiavi delle banche centrali di questi Paesi e l’intera loro economia, controlla le ricchissime fonti minerarie.

Che c’è da aggiungere? Magari un prezioso commercio di armi (finché c’è guerra!), il rafforzamento delle già corrotte leadership e in più la disponibilità dei Paesi africani diventati il «nuovo confine europeo» a farsi «campo di concentramento» per chi fugge da guerre e da miseria. Non opere riparatrici e di bonifica dello sfruttamento, occidentale e dei Paesi sviluppati, delle risorse africane.

Guardate come le multinazionali occidentali del petrolio hanno ridotto il Delta del Niger, grande quasi un quarto dell’Italia: un pantano immenso di bitume e scarti del grezzo di prima estrazione che ha compromesso le falde acquifere costringendo alla fuga centinaia di migliaia di contadini nigeriani: e la Nigeria risulta non a caso al primo posto tra i paesi di provenienza dei profughi africani. Invece offriamo un altro scambio ineguale, un «piano» per allargare l’universo concentrazionario di un intero continente, nel disprezzo di quelli che vantiamo, ma solo per noi, come i beni più preziosi: i diritti umani e la democrazia.

05.07.2017
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Assemblea – domenica scorsa – della Rete delle Città in Comune: “Raccogliamo e rilanciamo il percorso aperto al Brancaccio, mettendo a disposizione il metodo e i contenuti che abbiamo prodotto e produrremo. Obbiettivo comune è ripartire dalla Costituzione per una decisa svolta superando – davvero – le politiche neoliberiste degli ultimi decenni”.
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5 luglio. Lo scorso 18 giugno al teatro Brancaccio Falcone e Montanari hanno proposto l’avvio di un percorso. L’assemblea delle “Rete delle Città in comune” – tenutasi a Roma – raccoglie l’invito e lo rilancia, a partire dalla propria esperienza nata ormai un anno fa, che ha messo insieme tante esperienze di associazioni e liste di cittadinanza di sinistra. In netta alternativa alle politiche neoliberiste portate avanti negli ultimi decenni, tanto dai governi di centro-destra quanto da quelli di centro-sinistra. Politiche responsabili della sempre più drammatica situazione del paese.

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Privatizzazioni dei servizi, drammatici tagli al welfare, svendita del patrimonio pubblico, attacco al ruolo e alla funzione degli enti locali sono alcune delle molle che hanno fatto nascere la Rete. Ormai è impellente la necessità di elaborare nuove politiche che coniughino locale e globale a partire dai diritti, dal lavoro, dai beni comuni, contro le disuguaglianze e per costruire una nuova giustizia sociale.
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Per questo l’appello di Falcone e Montanari, trova “naturalmente” nella nostra Rete una risposta. Crediamo che le nostre esperienze diffuse, senza per questo essere localistiche, siano di assoluta specificità e potenzialità, fatte di coloro che quotidianamente provano a attuare quei principi indicati dagli elettori il 4 dicembre col referendum.
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Vertenze, conflitti, proposte per un’alternativa ad un sistema economico che crea sempre più povertà, sono le pratiche che vogliamo mettere in gioco, insieme con la conoscenza acquisita in questi mesi e i metodi che stiamo sviluppando, per garantire la piena attivazione di quel patrimonio di idee e di persone che viene liberato quando davvero si garantisce la partecipazione.
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Anna Falcone è intervenuta nella nostra assemblea del 2 luglio mettendo decisamente l’accento sulla necessità di costruire uno spazio aperto, non proprietario e autenticamente democratico che porti alla costruzione di una reale e coerente alternativa per l’Italia, a partire da attuare la Costituzione. Condividiamo pienamente. Non c’è tempo da perdere. Non possiamo attardarsi su formule politiciste e ambigue, che di fatto si muovono nella continuità.
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Tenuto conto di questa nuova ottica di “accoglimento e rilancio del percorso del Brancaccio” la Rete ha deciso anche di continuare con la costruzione e rafforzamento delle interconnessioni che già esistono, l’ampliamento a ulteriori realtà territoriali, nuove tappe di coinvolgimento e costruzione programmatica attraverso la prosecuzione della Carovana “Le piazze dell’alternativa” sui temi dell’accoglienza, della militarizzazione del territorio, dell’antifascismo, della giustizia fiscale, contro il patto di stabilità e la mercificazione dei beni culturali.
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Un patrimonio di esperienze consolidate o appena nate che guarda agli stessi obbiettivi, allo stesso percorso e modalità della proposta di “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza” in una chiara unità d’intenti, di merito e di metodi: fare del consenso e della promozione di partecipazione vera e concreta la chiave per la credibilità della politica. Senza leaderismi e tattiche politiciste, e praticando poi quello che si afferma.
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La Rete delle Città in Comune

Fabrizio Salvatori
04.07.2017
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Si sono concluse le votazione dell’Aula della Camera sugli emendamenti del Ddl concorrenza. Il testo quindi è pronto a tornare per la quarta volta al Senato per l’approvazione definitiva. Le modifiche approvate dalle commissioni finanza e attività produttive maggiormente sotto la lente d’ingrandimento riguardano quattro settori in particolare: il mercato energetico, le assicurazioni, il telemarketing e gli odontoiatri.
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Per quanto riguarda il passaggio al mercato libero dell’energia, fissato al primo luglio 2019, sono cancellate le aste per i clienti ‘tutelatì che a quella data non avranno ancora scelto un nuovo fornitore. Torna inoltre la possibilità di rinnovo tacito per le polizze-danni. Via anche le limitazioni introdotte dal Senato nelle chiamate relative a offerte commerciali telefoniche. L’impronta generale, sull'energia, è quella di spingere i consumatori verso un aumento indiscriminato dei consumi elettrici: a danno dell’ambiente, del portafoglio e contro gli obiettivi internazionali di riduzione dei consumi mirata al contenimento dei cambiamenti climatici.
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Profonda delusione per il risultato ottenuto a seguito della votazione alla Camera è espresso dal mondo dell’associazionismo consumeristico con l’Unione Nazionale Consumatori che considera il ddl concorrenza “un testo pessimo, oltre che un’occasione perduta”. Il presidente dell’associazione, Massimiliano Dona, afferma: “Sarebbe bastato stare dalla parte dei consumatori invece che delle varie lobby, per ridurre, a costo zero per lo Stato, spese che mandano in rosso i bilanci delle famiglie”.
“Ma quello che è più inaccettabile”, continua Dona, “è che, in alcuni casi, si peggiori addirittura la normativa vigente, come è avvenuto eliminando il mercato tutelato nel settore dell’energia, nonostante, per la luce, i primi cinque operatori detengano l’87,8% del settore domestico e per il gas i primi tre gruppi controllino il 44,8% del mercato”.
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Con la riforma delle tariffe il Governo e l’Autorità per l’Energia colpiscono le fasce più deboli della popolazione: in milioni nel 2017 si troveranno a pagare un conto salatissimo.
Infatti, per chi consuma 1.000 kWh l'anno e ha 3 kW di potenza impegnata, i costi per la trasmissione, distribuzione e misura di energia elettrica raddoppieranno. Salendo fino a 90,59 euro invece delle 48,50 euro pagate nel 2016. L’aumento degli oneri dipende dalla scelta di cancellare il meccanismo variabile legato ai consumi, trasformandolo invece in un fisso relativo alla potenza impegnata col contatore.
Il gruppo M5S Senato ha presentato una mozione per impegnare il Governo a evitare ulteriori aumenti ingiustificati della bolletta elettrica per milioni di pensionati e studenti.
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“Ma la mozione dice anche altro: la riforma della tariffa – si legge in una nota del senatore Gianni Girotto - scoraggia la realizzazione di interventi di risparmio, efficientamento e autoconsumo di energia da fonti rinnovabili. In netta contraddizione con i principi contenuti nella direttiva comunitaria”.
In buona sostanza, sottolinea Girotto, la riforma aveva l’obiettivo di superare la struttura progressiva della tariffa rispetto ai consumi, non di rendere le tariffe elettriche totalmente indipendenti da questi.
Infatti il decreto attuativo dispone che l'adeguamento della struttura tariffaria deve essere tale “da stimolare comportamenti virtuosi da parte dei cittadini, favorendo il conseguimento degli obiettivi di efficienza energetica. Non certo di impattare sulle categorie di utenti con struttura tariffaria non progressiva”. “Nella mozione diciamo inoltre – continua Girotto - che nella segnalazione inviata al Governo, al Parlamento e all'allegasi il 26 luglio 2016, l'Autorità garante per la concorrenza e il mercato (AGCM) ha censurato la mancanza di concorrenza nella distribuzione elettrica e ha chiesto una revisione ed integrazione della disciplina normativa e regolamentare riguardante i sistemi di distribuzione chiusi, volti a consentire la realizzazione di nuovi reti elettriche private. Ma a tale richiesta dell’AGCM purtroppo non è stato dato ancora alcun seguito", continua il senatore”.
Girotto chiede al Governo di intervenire subito per adottare misure idonee a tutelare i consumatori dagli immotivati rincari determinati dalla riforma delle tariffe e dai meccanismi tariffari della distribuzione applicati ai consumatori domestici. “Questi siano conformi ai principi di equità sociale, ragionevolezza dei profitti dei concessionari esclusivi e di salvaguardia dell'efficienza energetica, tenendo conto dei principi di flessibilità e di premio verso i comportamenti responsabili recentemente stabiliti in sede europea. Deve infine consentire, anche attraverso l'adozione di misure di carattere normativo, la realizzazione di sistemi di distribuzione chiusi, al fine di garantire la concorrenza nel settore, così come indicato dall'AGCM”, conclude Girotto.

Claudio Conti
03.0.2017

Nonostante gli sforzi di fantasia scientifica di Eurostat – organismo europeo che ha deciso criteri di catalogazione dell’occupazione alquanto demenziali – e a dispetto degli sforzi estetici del presidente dell’Istat (Giorgio Alleva, renziano di ferro), l’occupazione in Italia cala. Soprattutto tra i giovani under-25 (37%, +1,8 in un solo mese).
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Fine della favoletta governativa-Pd, non appena gli effetti droga degli incentivi alle imprese sono terminati o andati in saturazione.
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Ma guardiamo i numeri, intanto. A maggio 2017 – scrive l’Istat – “la stima degli occupati cala dello 0,2% rispetto ad aprile (-51 mila unità) attestandosi, dopo il forte incremento registrato il mese precedente, ad un livello lievemente superiore a quello di marzo. Il tasso di occupazione si attesta al 57,7%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali”.
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Disaggregando per età, si scopre che “Il calo congiunturale dell’occupazione, che si rileva principalmente per gli uomini, interessa tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Diminuisce il numero di lavoratori indipendenti e dipendenti a tempo indeterminato mentre aumentano i dipendenti a termine”.
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Il quadro è insomma chiaro: lavorano soprattutto gli over-50 (+407.000), inchiodati dalla legge Fornero fino ai 67 anni, e calano tutti gli altri. Oltre alla variabile pensionistica, però, incide anche la professionalità: tranne che nei lavori di pura fatica, ovunque occorra una esperienza e un know how di medio livello, le aziende preferiscono tenersi un anziano esperto, anche se dal salario più alto, piuttosto che sostituirlo con un giovane (sarebbe facilissimo, vista l’abolizione dell’art. 18) a mezzo stipendio.
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In secondo luogo, le assunzioni a termine (90.000) superano ormai nettamente quelle a tempo indeterminato (64.000), certificando così la preferenza delle aziende per il contratto usa-e-getta, altamente ricattatorio e a bassissimo salario, per tutte le mansioni di basso livello (sia manuali che “cognitive”, o più precisamente “mentali”).
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Bisogna ricordare che i criteri Eurostat (e dunque anche Istat) sono decisamente generosi: si considerano “Occupate le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, o che hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente”. Com’è evidente, un’ora di salario alla settimana – o anche nulla, se si lavora nell’azienda di famiglia – non fa di una persona un “lavoratore in grado di sostentare sé e la propria famiglia”, quindi si tratta di un volgare trucco retorico e antiscientifico.
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Ma dove i criteri statistici danno il peggio di sé (il meglio, dal punto di vista capitalistico) è nella ripartizione tra “disoccupati” e “inattivi”. I primi sono le persone senza lavoro che ne stanno cercando uno, iscrivendosi alle agenzie del lavoro ufficiali. I secondi sono i senza lavoro che hanno smesso persino di cercarlo.
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Unendo, com’è necessario fare, le due categorie, lo spettro della disoccupazione è tutt’altro che rassicurante: il tasso ufficiale di disoccupazione, infatti, sale dello 0,2% attestandosi all’11,3; gli “inattivi”, invece, sono relativamente stabili ma sulla percentuale astronomica del 34,8%. Di fatto, i senza lavoro in Italia raggiungono la percentuale choc del 46,1%. Quasi un cittadino su due, tra i 15 e 66 anni. In termini assoluti, oltre 20 milioni di persone.
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Davanti a numeri così, anche se “abbelliti” da critesri statistici ufficiali, cìè persino chi osa scherzare dicendo che “la diminuzione degli occupati registrata a maggio non muta le tendenze di medio-lungo periodo dell’occupazione che continuano ad evidenziare, sia su base trimestrale che su base annuale, la crescita degli occupati e la diminuzione dei disoccupati”.
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Nessuno, sui media mainstream, si ferma un attimo a ricordare che dopo 25 anni di eliminazione dei diritti del lavoro per “favorire l’occupazione giovanile” il risultato sta tutto in quel 37% di disoccupati tra i 15 e i 24 anni. Solo Grecia e Spagna hanno percentuali leggermente peggiori, mentre la Germania non ha di che preoccuparsi, visto che solo il 6,7% dei giovani è a spasso.
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C’è da sottolineare come ad aumentare la disoccupazione giovanile concorreranno sicuramente due “misure” decise dal governo Renzi-Gentiloni: “l’alternanza scuola-lavoro”, che rifornisce le aziende di lavoro gratuito nelle mansioni più semplici (pulizie, fotocopie, lavapiatti, ecc, con rare e molto pubblicizzate eccezioni), e il “servizio civile”, altrettanto gratuito o quasi, che andrà a sostituire posti di lavoro in settori come i servizi alla persona, cura del territorio, ecc.
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Quando vi dicono che “stanno pensando ai giovani”, prendete la prima pietra che vi capita a tiro…
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Statistiche da ISTAT

OCCUPATI_DISOCCUPATI

Pubblicato il
30.06.2017

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«L’Europa nasce o muore nel Mediterraneo». Scriveva già decenni fa Alex Langer.
Con questa stessa frase nel 2015 si chiamarono a raccolta le forze sane di questo paese per fermare la strage di migranti in mare.Ma le stragi sono continuate, anche nell'indifferenza. Un naufragare continuo arginato in parte dall'intervento della Marina, della Guardia Costiera e, soprattutto delle Ong. Gli arrivi di questi ultimi giorni, in assenza di un sostegno reale anche nell'accoglienza da parte dell’UE, sono divenuti un alibi per il governo italiano che ha comunicato alla Commissione Europea l’intenzione di chiudere i propri porti alle navi delle organizzazioni umanitarie.
Un simile atto di barbarie non può essere accettato da nessuno, indipendentemente dalle singole posizioni politiche o ideologiche. Si condannerebbero con cinismo immorale a morte migliaia di persone sospese fra le persecuzioni subite nei paesi di origine, quelle patite in Libia e il diritto alla salvezza.
Occorre che l’UE si assuma responsabilità e che prenda decisioni coraggiose ma in linea con i principi morali che ispirano le loro costituzioni e le stesse fondamenta su cui poggia ciò che resta del sogno europeo.
Ma occorre anche che, nel frattempo, non si neghi a donne, bambini e uomini di trovare riparo nei nostri porti, in nome di calcoli elettorali o degli allarmi esasperati degli imprenditori della paura.
Ed è in nome di questo necessario sentimento di umanità che ci appelliamo a tutte e a tutti. Troviamo insieme forme e modi per far sentire nelle nostre città, davanti alle prefetture, ai porti, la voce troppo spesso rimasta isolata di chi non vuole essere ancora complice di ulteriori misfatti.
Verrà presto il tempo delle decisioni politiche, nazionali e dell’unione, verrà la necessità di uscire da un approccio emergenziale e proibizionista che porta soltanto a riempire ogni giorno sempre di più quella fossa comune che è oggi il Mediterraneo Centrale. Ma oggi, qui e ora, dobbiamo decidere, anche individualmente, da che parte stare.
Verrà il giorno che di questo immenso crimine si dovrà rendere conto e nessuno di noi potrà dire “io non sapevo”. Sappiamo e dobbiamo avere la dignità di decidere se restare umani o scivolare nella normalità della barbarie, quella che non fa più notizia e non smuove più alcuna coscienza.
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Hanno aderito già centinaia di persone oltre al nostro circolo
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Per adesioni: stefano.galieni60@gmail.com
glnigro@gmail.com

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