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18/11/2018

da Contropiano

 

Ancora non si sono spenti gli echi del voto sul Decreto Genova (che aveva in pancia anche il condono su Ischia) che emerge un altro episodio inquietante sulla componente “condonista” dentro il M5S. In questo caso la vicenda riguarda Roma e l’esplosiva questione dei Piani di Zona, un esempio di distrazione di fondi pubblici a costruttori privati, incluse le cooperative, su cui è in corso da anni un durissimo scontro politico (con giunte di destra, sinistra ed ora pentastellata), sociale (con picchetti antisfratto per evitare che le famiglie vengano buttate fuori dalle loro stesse case), legale (con sentenze e inchieste della magistratura che stanno portando alla luce il verminaio dei Piani di Zona).

L’Asia-Usb è impegnata frontalmente in questo scontro contro la speculazione e il malaffare sui Piani di Zona a Roma senza aver mai fatto sconti a nessuno, adesso neanche al M5S che pure conosce bene tutta la vicenda e in passato ha contributo a questa battaglia.

Nella ricostruzione che pubblichiamo, l’avvocato dell’Asia-Usb, Perticaro mette nero su bianco il progetto di condono di provenienza M5S che punta a salvare i costruttori che hanno speculato sui Piani di Zona. Leggetelo con attenzione.

*********

Pronto un nuovo condono. La storia di un emendamento

Dopo che il Tar del Lazio con oltre 40 sentenze, il Consiglio di Stato con qualcuna di meno, la Suprema Corte di Cassazione anche a sezione unite con addirittura con tre (3) diverse sentenze:

  1. A) nel 2011;

B)nel 2015;

  1. C) nel 2018;

sentenze che tutte hanno stabilito in modo pacifico che erano state violate le norme sull’edilizia residenziale pubblica, nonostante tutto ecco la soluzione: un EMENDAMENTO/CONDONO SALVA COSTRUTTORI il tutto per bloccare i contenziosi nati e che stanno nascendo per aver violato le leggi sull’edilizia residenziale pubblica.

Pertanto dopo tutti i Tribunali suindicati non da meno le decine di filoni di inchieste della Procura della Repubblica di Roma che ha contestato a coop. e soc. costruttrici, nella vicenda dell’edilizia residenziale pubblica, reati quali truffe ai danni degli inquilini e dello Stato, truffe aggravate, abusi di ufficio, omissioni di ufficio e estorsioni, qualcuno imperterrito, per giustificare la responsabilità degli Uffici comunali, cerca di sostenere che, visto che le norme erano contraddittorie e loro erano in buona fede, bisogna fare un condono.

Leggete l’emendamento e capirete!

 

Scusate ma il danneggiato è solo chi ha venduto una casa a 400 mila euro che per legge ha un valore di 100 mila oppure chi ha comprato la casa a 400 mila euro e ne vale 100 mila??

Perché molti che hanno comprato hanno i mutui per 400 mila euro ma la casa vale 100 mila e come risolverà il genio dell’emendamento questo problema ?

Ma per quei soldi pubblici che erano destinati all’edilizia residenziale pubblica come la mettete?

Si comprende che chi ha scritto quella norma ha poca dimestichezza con il

1) diritto costituzionale,

2) diritto penale,

3) diritto amministrativo,

4) diritto pubblico ecc

Perché non solo è anticostituzionale ma assolutamente inutilizzabile come emendamento.

E mi fermo qui.

CHI HA PRESENTATO L’EMENDAMENTO?

CONDONO/SANATORIA SUI PIANI DI ZONA.

Finalmente abbiamo il nome dell’autore dell’emendamento/condono sui piani di zona:

è il commercialista EMILIANO FENU senatore del 5 stelle eletto nella circoscrizione Sardegna – collegio Nuoro.

E se al peggio non c’è mai un limite …ecco l’ultima bozza di emendamento del commercialista Fenu che, mai prima d’ora si era occupato di edilizia residenziale pubblica.

E si vede direbbe qualcuno ..

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2428928813790238&id=19787913...

CHI C’È DIETRO?

UN PARTICOLARE IMPORTANTE SUI PIANI DI ZONA.

Era il 7 maggio del 2018 quando presso il consiglio notarile di Roma veniva organizzato un incontro di formazione così denominato: ” …problematiche P.E.E.P. Prospettive di risoluzione…”

 

L’incontro è stato presieduto dal presidente del consiglio notarile di Roma.

Era presente l’assessore all’urbanistica del Comune di Roma architetto Montuori che, secondo l’articolo, sosteneva che era necessaria un’interpretazione univoca della legge.

Tra i vari notai e luminari del diritto intervenuti ( potete leggere i nomi nell’articolo allegato) era presente il prof avv. Scaccia.

La posizione assunta dal prof Scaccia, sempre secondo l’articolo allegato è stata quella di: “…evidenziare i profili di incostituzionalità della interpretazione data dalla cassazione nella nota sentenza del 2015…”

La nota sentenza di cui si parla è quella del 16 settembre 2015 n. 18135.

Oggi il professore Scaccia occupa il ruolo di capo di gabinetto del ministero delle infrastrutture. (http://trasparenza.mit.gov.it/archivio3_personale-ente_0_44064_68_1.html)

Un appunto che vorrei ricordare solo a me stesso che, le sentenze della Cassazione importanti sul punto sono ben 3 :

1) una del 2011,

2) una del 2015

3) l’ultima del maggio del 2018.

15/11/2018

Massimo Franchi 

da Il Manifesto

 

Vertenze Infinite. È il nome dato all’assemblea dagli operai della Menarini di Bologna a rischio fallimento. Anche a Flumeri si chiede che lo stipendio sia pagato e l’ingresso di Bus Italia (Fs)

 

Un Vaffa-day nella fabbrica che Di Maio ha trionfalmente visitato per una vertenza – quella di Industria Italiana Autobus (Iia) – che da ministro non ha ancora risolto. I 154 lavoratori della ex Breda Menarini di Bologna – storica fabbrica che sfornava bus – oggi saranno in sciopero perché non hanno ancora visto lo stipendio di ottobre e da anni vanno avanti senza certezze.

 

L’IDEA DI CHIAMARE l’assemblea pubblica che si terrà questa mattina «Vaffa day» è venuta al segretario della Fiom dell’Emilia Romagna (ed ex dipendente Breda Menarini) Bruno Papignani. Il 23 giugno c’era lui a far da cicerone al leader M5s che visitava il presidio di operai. Le critiche al sindacato arrivarono subito: «Siete diventati tutti grillini», era l’accusa. A quattro mesi di distanza tutto sembra cambiato. «C’è frustrazione per una situazione che va avanti da mesi con la promessa di una ricapitalizzazione che non si concretizza mai. Avevamo apprezzato il linguaggio insolito e gli impegni del ministro ma da un mese siamo bloccati e la pazienza è finita», spiega Papignani.

 

A SCIOPERARE SARANNO anche i 390 operai di Valle Ufita (Avellino), dello stabilimento ex Irisbus chiuso dalla Fiat nel 2011, che a dicembre rischiano di dare addio anche alla cassa integrazione. Dal 2013 loro e Bologna fanno parte di Industria Italiana Autobus, creatura partorita dal manager Stefano Del Rosso e da Invitalia – la costola del ministero dello sviluppo che dovrebbe rilanciare le aziende – ma da subito rivelatasi non in grado di mantenere le promesse. Dopo anni di ammortizzatori sociali e produzione che rimane in Turchia (la Karsan detiene il 5 per cento delle azioni), appena insediatosi, Di Maio aveva imposto la svolta. Prima la ricapitalizzazione e a ottobre l’annuncio che sarebbe stata Fs – tramite la controllata Bus Italia – a comprarsi Iia per rilanciarla.
Il 4 novembre al Mise era arrivato il via libera perfino da Leonardo. L’ex Finmeccanica era proprietaria di Breda Menarini, poi l’epoca Moretti aveva portato al solo settore difesa come core business con la vendita di tutte le aziende del settore civile. Il governo gialloverde aveva convinto Profumo a fare marcia indietro e rientrare nella produzione di autobus.
Ma le settimane passano e l’ulteriore tavolo al Mise di martedì non ha portato alcuna novità. Del Rosso da tempo ha pronta la richiesta di fallimento e la consegna dei libri in tribunale per la sua Iia. Il «ricatto» è semplice: Del Rosso rivuole i soldi che ha buttato in questi anni, diversamente farà fallire l’azienda o magari la venderà ai turchi di Karsan: la dead line è fissata per il 21 novembre quando si terrà la nuova assemblea degli azionisti di Industria Italiana Autobus.

 

PER QUESTO IL FATTORE TEMPO è decisivo. Martedì rispondendo all’interrogazione urgente di Vasco Errani (Leu), il sottosegretario Davide Cioffi (M5s) ha annunciato un investimento massiccio per nuovo parco mezzi del trasporto pubblico nazionale. Settecento milioni dal 2019 al 2022 e altri 250 milioni nei dieci anni successivi e l’ingresso di Bus Italia e Leonardo per ricapitalizzare Iia.

 

Ma i lavoratori non si sono affatto tranquillizzati, confermando lo sciopero di oggi. Le loro richieste sono semplici: «Per prima cosa lo sblocco del pagamento degli stipendi, poi l’ingresso immediato nel capitale di Bus Italia e Leonardo perché diversamente c’è il fallimento o il rischio che il primo che ricapitalizza si prende tutto, mentre per ripartire con la produzione servono almeno sei mesi», spiega Papignani.

 

07.11.2018

Stefano Galieni*

 

Mancano 3 giorni alla prima manifestazione nazionale indetta contro questo governo e contro le sue politiche razziste, che colpiscono i più deboli, chi si oppone, chi non accetta un ritorno ad una società patriarcale prenovecentesca, e all’apartheid diffuso. Una manifestazione nata timidamente, attorno a compagne e compagni diversi nelle loro appartenenze politiche e con storie spesso entrate in conflitto ma che, di fronte al governo Salvini, perché di questo si tratta, stanno trovando la forza di unire gli sforzi.

 

Di questo mondo frammentario e plurale, che dovrà sicuramente compiere dei passi in avanti in termini di analisi e di riflessioni politiche, ma che ritiene importante riprendere la parola qui ed ora, Rifondazione Comunista è parte integrante e considerata preziosa. La mobilitazione è cresciuta e sta crescendo di ora in ora. Nonostante i costi proibitivi si registrano pullman da almeno 60 città italiane, sono più di 400 le organizzazioni nazionali e territoriali che hanno aderito e non si contano gli artisti, gli intellettuali, gli uomini e le donne che ci hanno contattato per dire “ci sarò”. Il Dl Salvini è appena stato approvato in Senato tramite il solito voto di fiducia e ora prosegue il suo iter alla Camera ma chi si oppone non si arrende. E a non arrendersi con noi ci saranno le tante vertenze che in questo momento stanno mostrando un paese diverso, da Lodi a Macerata e sarà con noi anche Mimmo Lucano, sindaco di Riace, fra i primi a subire la stretta repressiva perché obbedisce ai doveri dell’accoglienza.

 

Per questo, sabato 10 novembre a Roma, (Partenza alle ore 14.00 da Piazza della repubblica e arrivo a Piazza S.Giovanni), devono essere tante e tanti le compagne e i compagni di Rifondazione comunista a costruire un unico grande spezzone con le nostre bandiere. Cominceremo a trovarci dalle ore 13, in piazza, di fronte alla Basilica di S. Maria degli Angeli. La nostra presenza non vuole essere una semplice affermazione di identità e non si realizza solo per ritrovarci finalmente in un momento comune di mobilitazione. Ma perché la nostra coerente storia antirazzista ci rende indispensabili alla crescita di un movimento aperto, capace di contaminare e contaminarsi, in grado di stabilire le nette connessioni fra razzismo, xenofobia e sfruttamento. Saremo in piazza per portare le nostre parole contro le diseguaglianze sociali prodotte dalle politiche neoliberiste di cui la condizione di subalternità che si impone a migranti e rifugiati è la cartina di tornasole per definire l’impianto sociale imposto dalle classi dominanti. Una gerarchia rigida che separa radicalmente chi ha il diritto di prendersi tutto da chi non deve aver diritto a nulla. Chi deve continuamente temere di essere sottoposto a sgomberi, provvedimenti repressivi come i Daspo, condanne per disobbedienza civile e sociale da chi commette nell’ impunità più assoluta crimini contro l’umanità, rimandando profughi nei lager libici o sottraendo risorse della collettività per fini privati. Una manifestazione che nel voler rappresentare l’opposizione alle 80 pagine di odio puro del Decreto Salvini, intende mettere sullo stesso piano sfruttate e sfruttati a partire da condizioni individuali e sociali, da discriminazioni subite sul posto di lavoro o nella ricerca di un alloggio, di un reddito, del diritto ad un futuro. La storia stessa di Rifondazione Comunista, di cui dovremo sovente essere più orgogliosi, racconta di come spesso siamo stati fra i pochi a tentare di interpretare i bisogni degli oppressi, senza voler costruire divisioni, gerarchie, senza accettare la religione neoliberista che ci vuole perennemente divisi. Occorre allora e anche in tempi brevi un nostro scatto d’orgoglio. Portiamola in piazza insieme questa nostra storia il 10 novembre, portiamola pensando al presente e al futuro di questo paese, di questa Europa ma anche di questo nostro prezioso partito. Portiamola sapendo di non essere autosufficienti, volendo continuare a batterci per una alleanza concreta di tutte le forze antiliberiste e anticapitaliste, ma senza rinunciare alle nostre prerogative, al nostro ruolo. Che per una volta si abbandonino le ritrosie, si rinunci agli impegni personali e ci si faccia forza nonostante la stanchezza. Che ci si impegni insieme, per la riuscita tanto del corteo quanto della nostra presenza in piazza. Ne usciremo rafforzati tutti e tutte.

*Resp Pace, Movimenti e Immigrazione (PRC-S.E.)

 

Andrea Fabozzi

 

Giustizia. Ministri contro. Giulia Bongiorno smonta la «riforma epocale» grillina piovuta per emendamento. Dai leghisti una pioggia di proposte provocatorie per smontare la legge anticorruzione. Il Guardasigilli Bonafede insiste e rivendica, mentre i grillini attaccano gli alleati e adesso possono minacciare la legittima difesa

 

Ministri contro sulla prescrizione. L’avvocata Giulia Bongiorno, ministra leghista della pubblica amministrazione, demolisce l’emendamento dei 5 Stelle al disegno di legge anti corruzione, quello che interrompe definitivamente la prescrizione dopo il giudizio di primo grado. «È una bomba atomica sul processo penale», dice. L’avvocato Alfonso Bonafede, ministro grillino della giustizia, autore dell’emendamento (presentato alla camera dai relatori, anche loro grillini), risponde in modo ugualmente detonante: «Si sbaglia, la vera bomba che rischia di esplodere è la rabbia dei cittadini».

 

Tra leghisti e grillini non mancano tensioni sui diversi dossier del «contratto di governo», ma fin qui a scontrarsi pubblicamente erano state le seconde file. E così l’emendamento sulla prescrizione diventa un problema enorme per la maggioranza. Domani non sarà più possibile risolverlo mettendoci una pezza tecnica, quella dichiarazione di non ammissibilità che sarebbe assai fondata ma è ormai politicamente ingestibile per i 5 Stelle. A decidere saranno i presidenti della prima e seconda commissione della camera, anche loro grillini. Lunedì si dovranno pronunciare sui 305 emendamenti presentati da tutti i gruppi, ma tutta l’attenzione sarà per quell’1.100 che è l’unico firmato dai relatori.

 

«Questo emendamento è una novità dell’ultima ora – ha detto Bongiorno a SkyTg24 – mentre il disegno di legge anti corruzione è passato in Consiglio dei ministri. Così com’è scritto oggi non posso accettarlo, è una bomba che rischia di cancellare i gradi di giudizio successivi al primo, è una correzione che incide sull’intero sistema penale». Parole che confermano come non ci fosse alcun accordo tra alleati, quando il ministro Bonafede decise di procedere ugualmente, attaccando il vagone della prescrizione al treno dell’anticorruzione. Facendosi forza del «contratto di governo», che però sulla prescrizione contiene solo un riferimento generico: «È necessaria una efficace riforma della prescrizione… per ottenere un processo giusto e tempestivo».

 

Chi contesta l’emendamento spiega che sarà proprio l’abolizione della prescrizione dopo il primo grado (si parla di sospensione, ma senza termine) a rendere i processi eterni. Lo hanno detto gli avvocati, qualche magistrato – come l’ex presidente dell’Anm Eugenio Albamonte che ha fatto notare come, contemporaneamente, la maggioranza stia riducendo il ricorso ai riti abbreviati, ingolfando ulteriormente i tribunali – e ieri anche la ministra Bongiorno. «Oggi il calendario delle udienze – ha detto – viene fissato in base alla prescrizione. Così non ci sarebbero più appello e Cassazione, un innocente non avrebbe diritto a un secondo processo».

 

Bonafede, che proprio ieri mattina alla Stampa garantiva che con la Lega «lavoriamo assieme su tutto», ha reagito duramente alle parole della collega, confermando però che si tratta di una «riforma epocale della giustizia penale». Introdotta con un emendamento a un disegno di legge che tratta solo di corruzione. Quella del ministro grillino è stata solo la prima pietra, dietro di lui molti esponenti dei 5 Stelle hanno reagito attaccando il partito di Salvini. Il leitmotiv suggerito dai comunicatori è stato quello delle nostalgie berlusconiane dei leghisti. Un vecchio argomento polemico, dismesso quando con Berlusconi l’intera maggioranza ha marciato a braccetto, come sulle nomine Rai e sul decreto Genova. La frattura fra alleati si è allargata.

 

Anche perché l’attacco leghista all’anticorruzione è ad alzo zero. I deputati di Salvini hanno presentato più emendamenti soppressivi di interi articoli (otto) di tutte le opposizioni messe assieme (quattro, e nessuno dal Pd). E hanno aggiunto anche qualche proposta di modifica puramente provocatoria, tipo l’obbligo di far certifica le votazioni online da un notaio, o l’obbligo di statuto per presentarsi alle elezioni (alle ultime i 5 Stelle si sono limitati alla «dichiarazione di trasparenza»).
Senza i voti della Lega la riforma della prescrizione non passerebbe nelle commissioni. Ma la clamorosa rottura metterebbe in discussione il governo. Nel gioco del pendolo tra interessi contrapposti, costretti a marciare uniti, in commissione giustizia il prossimo provvedimento è tutto in quota Lega: legittima difesa. Al senato i 5 Stelle ritirarono tutti gli emendamenti.

 

Nina Valoti

01.11.2018

 

Rapporto Istat. L’occupazione cala soprattutto a causa della performance negativa del lavoro dipendente a tempo indeterminato. Sale ancora la disoccupazione giovanile. Gentiloni: stavolta nessuno a balcone di palazzo Chigi. Di Maio: è la coda avvelenata del Jobsact

 

 

 

Nel su e giù dei decimali la disoccupazione a settembre è tornata ad un aumentare: di 0,3 punti su agosto risalendo al 10,1% e oltrepassando nuovamente la soglia psicologica della decina. Se la politica si accapiglia sui possibili effetti del decreto Dignità – in realtà inesistenti: ci saranno da novembre -, più interessanti sono le tendenze di lungo periodo. L’occupazione è diminuita (al 58,8%) soprattutto a causa della performance negativa registrata dal lavoro dipendente a tempo indeterminato.

 

La situazione del mercato del lavoro resta improntata a una grande incertezza con il lavoro dipendente a tempo indeterminato che crolla (- 77.000 occupati fissi su agosto, -184.000 in un anno) e quello a termine che avanza a grandi passi (+368.000 rispetto a settembre 2017, si supera quota 3,18 milioni). In pratica la percentuale di coloro che hanno un contratto a termine è passato in un solo anno dal 15,8% al 17,7% del totale dei lavoratori dipendenti. Negli ultimi due anni i lavoratori a termine sono aumentati di oltre 750.000 unità mentre quelli stabili sono diminuiti di oltre 150.000 unità. Gli indipendenti crescono lievemente e sono 5.342.000 a fronte di 23,3 milioni di occupati totali.

 

Torna a salire anche il tasso di disoccupazione giovanile (al 31,6%) anche se resta più basso di tre punti percentuali rispetto all’anno scorso. Questo dato è ancora più brutto perché coincide con una diminuzione del tasso di inattività dello 0,2%: settembre è mese di riattivazione per chi cerca lavoro.

 

Gli occupati in questa fascia di età sono sostanzialmente stabili a 1.019.000. La fascia di età che perde più occupati è quella tra i 35 e i 49 anni (-154.000 unità rispetto a settembre 2017) soprattutto a causa del passaggio nella fascia più anziana senza adeguati «rimpiazzi» da quella più giovane. Fra i generi a settembre il calo si distribuisce più sulle donne (-24mila) che sui maschi (10 mila).

 

La popolazione lavorativa invecchia sia a causa del cambiamento demografico, con la generazione dei baby boomers che ormai è nella fascia over 50 sia della stretta sull’accesso alla pensione. Nel 2018 si è concluso il percorso di avvicinamento dell’età di vecchiaia tra uomini e donne (a 66 anni e sette mesi) mentre l’anno prossimo dovrebbe scattare il nuovo scalino di cinque mesi portandola a 67 anni. I lavoratori over 50 a settembre sono cresciuti sia sul mese che sull’anno (+333.000) arrivando alla quota record di 8.546.000 unità (quasi tre milioni in più rispetto a 10 anni fa).

 

«È l’ultimo colpo di coda del Jobs act – attacca Di Maio – , da domani (oggi, ndr) entra in vigore la nostra norma». Il decreto dignità infatti dal primo novembre finisce il periodo transitorio che permetteva alle aziende di non modificare la normativa attuale.

 

Da oggi invece la durata massima complessiva dei contratti a tempo determinato scende da 36 a 24 mesi; il numero dei rinnovi possibili passa da 5 a 4 in 2 anni; compare l’obbligo, per il datore, di indicare dopo i primi 12 mesi una causale di lavoro specifica per giustificare il rinnovo del rapporto.

 

E proprio da oggi si hanno notizia dei primi licenziamenti a causa del decreto Dignità. A Taranto il Nidil Cgil denuncia come sessanta lavoratori somministrati del call center Teleperformance perderanno il posto. Un numero che può salire fino a trecento persone se contiamo tutti i contratti in scadenza. E le ripercussioni potrebbero allargarsi fino a mettere in discussione la commessa Enel.
Nelle intenzioni di Di Maio invece il limite ai rinnovi dei contratti precari incentiverà il tempo indeterminato. Ma per adesso in alcuni casi, come quello della multinazionale francese con sede in Puglia, si ottiene l’effetto opposto.

 

La risposta arriverà con i dati di novembre dell’Istat e quindi fra due mesi. Anche se sarà il lungo periodo a dire la verità. «Se la produzione industriale si ferma e il Pil stagna è normale si fermi la crescita occupazionale», spiega Di Maio. Ma l’ex premier Paolo Gentiloni twitta: «Istat, l’aumento della disoccupazione è allarmante. La crescita zero è grave. Il balcone di Palazzo Chigi è tristemente vuoto».

 

Maurizio Pagliassotti

da il Manifesto

 

 

Doveva essere un voto per calmare le acque tra le fila del movimento NoTav, quello espresso ieri dalla maggioranza pentastellata che governa il comune di Torino. Calendarizzato da tempo, per volontà dei cinque consiglieri che avevano già fatto traballare la maggioranza sulle Olimpiadi. Ma l’esito della vicenda Tap, distruttivo per il M5s, ha trasformato un voto prettamente simbolico – il consiglio comunale di Torino non decide alcunché sul Tav – in un’ipoteca sull’orientamento del governo sul Tav.

 

Luigi Di Maio ieri gioiva per il modo in cui si è spostata l’attenzione in un momento drammatico per il suo partito: «La rinegoziazione del progetto Tav è dentro al contratto di governo, lo abbiamo firmato e lo abbiamo fatto votare ai nostri iscritti». Se questo significhi la cancellazione del tunnel di base, ovvero il cuore del progetto Tav, non è ancora chiaro. Perché il suo collega e alleato di governo, il leghista Giancarlo Giorgetti, appena dopo il voto del consiglio comunale torinese si affrettava a sottolineare che «bisogna avere il coraggio di fare tutte le grandi opere». Giorgetti, e l’intera componente leghista di governo, vogliono la costruzione del tunnel di base, non l’ammodernamento della linea storica.
I conti si faranno quando verrà pubblicata, entro la fine dell’anno, la valutazione costi benefici, che dovrebbe scaricare su un piano tecnico una decisione politica del M5s. Torino quindi da ieri è una città ufficialmente NoTav, anche se lo era già in parte da due anni, ovvero da quando i pentastellati decisero di far uscire i rappresentanti istituzionali dall’Osservatorio tecnico.

 

Ventitrè voti favorevoli, due contrari, dodici espulsi dall’aula del consiglio comunale. Cioè l’intero gruppo del Pd, colpevole di aver protestato esponendo cartelli inneggianti al Tav. Espulso, per la prima volta nella sua quarantennale carriera politica anche Piero Fassino. Compatta la maggioranza cinquestelle, contrari i due consiglieri leghisti, proconsoli di Salvini. Assente la sindaca Appendino, volata a Dubai presso il Forum Economico finanziario degli Emirati Arabi, a caccia di investimenti su Torino. Assenza che nel pomeriggio aveva portato tutte le categorie produttive torinesi, industriali e sindacali, a chiedere di rimandare il voto a un giorno in cui lei fosse stata presente. Richiesta rifiutata. Al voto si è giunti con solo qualche minuto di ritardo.

 

Ai Cinque Stelle si sono uniti Eleonora Artesio di Torino in Comune, e la fuoriuscita dalla dalla maggioranza Deborah Montalbano. Lapidario il commento di quest’ultima: «I miei ex colleghi giocano con le parole, ovvero la ragione per cui sono uscita dal M5s. Il voto di oggi non impegna nessuno, semplicemente chiede la sospensione dei lavori per un mese, ovvero fino alla presentazione della valutazione costi benefici. Cosa verrà deciso dopo è un mistero. Io di proclami come quello di oggi, quando ero in maggioranza, ne ho sentiti a decine. Si concludevano con un nulla di fatto. È innegabile che l’assenza della sindaca sia voluta e politica, questo depotenzia il voto». Concetto ripreso da Fassino: «La sindaca ha la coda di paglia, per quello non era presente».

 

Il mondo produttivo torinese ieri si è dato appuntamento davanti al Comune, dove sotto un cielo di piombo che riversava acqua a secchiate si è confrontato duramente con i militanti del movimento NoTav. I quali, forse per la prima volta, erano in minoranza. Tra i favorevoli al tunnel di base della Torino-Lione sventolavano bandiere di ogni appartenenza politica: due di Forza Italia, una del Pd, decine di Cisl e Uil, una della Cgil Fillea. Qualcuna dei radicali, il cui rappresentante in piazza, Silvio Viale, si sgolava sotto il diluvio chiedendo un referendum per far esprimere i torinesi sulla più controversa della grandi opere. Favorevoli e contrari venivano fisicamente separati dalle forze di polizia presenti in massa, ma per lunghi minuti da entrambe le parti di alzavano cori e insulti, anche molto pesanti. L’apice si raggiungeva quando i favorevoli al Tav accusavano i NoTav di essere «fascisti». E questi, come risposta intonavano «Bella Ciao» e alzando il pugno chiuso.

 

28/10/2018

da il Manifesto

Gianmario Leone

 

Polvere di stelle. Attivisti inferociti con la ministra Lezzi e con i 5 Stelle: «Siete come tutti gli altri, dimostrate l’esistenza delle penali o dimettetevi». L’ennesima promessa non mantenuta spacca i grillini pugliesi: «Ci vuole la crisi di governo»

 

In Salento è il momento della rabbia e della delusione. Un’intera provincia è pronta alla mobilitazione dopo il «tradimento» dei 5 Stelle per il mancato stop del governo alla realizzazione del gasdotto Tap.

Stop sul quale il Movimento ha basato le sue campagne elettorali e le sue vittorie politiche sin dal 2014, promettendone la fermata a differenza dei governi precedenti, a maggioranza Pd, che quel progetto avevano invece appoggiato e approvato.

 

In politica però le promesse non mantenute sono un virus letale. Che adesso rischia di far implodere il Movimento 5 Stelle pugliese, dopo la mancata chiusura dell’Ilva di Taranto.

Il comitato «No Tap» e i cittadini salentini, oggi in presidio sul lungomare di San Foca alle 10, località dove approderà il gasdotto che trasporterà il gas dall’Azerbaijan passando per Turchia, Albania e Grecia, non hanno intenzione di fare sconti.

 

E mentre una parte di essi strappa le tessere elettorali in segno di sdegno, la maggioranza chiede il conto a parlamentari e senatori pentastellati, a cominciare dal ministro per il Sud, la salentina Barbara Lezzi, la ‘pasionaria’ che per anni si è opposta, a parole e proclami, alla realizzazione del Tap.

La richiesta è semplice e chiara: «Vengano qui e portino i documenti ufficiali che attestano l’esistenza delle penali miliardarie che l’Italia dovrebbe pagare in caso di uscita: altrimenti si dimettano tutti».

Sì, perché dopo le dichiarazioni del premier Giuseppe Conte e del ministro dell’Ambiente Sergio Costa, ieri anche il vicepremier Di Maio ha ribadito il concetto al quale non crede nessuno. «Vi assicuro che non è semplice dire che ci sono penali per quasi 20 miliardi di euro. Ma così è, altrimenti avremmo agito diversamente». «Le carte un ministro le legge solo quando diventa ministro – ha detto – e a noi del M5s non hanno mai fatto leggere alcunché». La realizzazione della Tap «non è che non è più conveniente farla, è che non ci sono alternative».

 

Versione alla quale né il sindaco di Melendugno Marco Potì, né i «No Tap», né i cittadini e gli avversari politici, a partire dal Pd, crede, bollata dagli attivisti come «argomentazione insostenibile usata per giustificare il via libera».

«Il mantra delle penali e dei costi di rinuncia – continuano i No Tap – è la vergognosa conferma di come Tap sia stata pensata, sostenuta e giustificata grazie alla menzogna».

Perché «non è tollerabile che in una democrazia il presidente del consiglio dichiari pubblicamente il falso sui costi di rinuncia all’opera, quando tutti i ministeri hanno dichiarato ufficialmente, a seguito della richiesta di accesso agli atti avanzata da cittadini e associazioni, che non esistono documenti relativi a un calcolo costi-benefici».

L’unica possibilità di «salvezza» politica sarebbe che «tutti i parlamentari e i ministri che si erano dichiarati contrari all’opera, su cui indaga la magistratura per forzature e violazioni delle norme vigenti», alla prima occasione utile «presentino una mozione di sfiducia, aprendo una crisi di governo».

Ipotesi remota, nonostante le voci di una fronda che all’interno dei pentastellati pare stia prendendo sempre più piede.

«Se ciò non avvenisse, significherebbe che l’establishment che ha voluto l’opera tira ancora le fila, che l’attuale governo è una prosecuzione di quelli precedenti e che basta una menzogna per negare la realtà e sospendere lo stato di diritto. Questo governo, come i precedenti, vuole favorire la gigantesca lobby transnazionale che sta dietro a Tap, per questo – promettono gli attivisti – incontrerà una durissima opposizione da parte delle comunità locali, nelle piazze e nelle aule dei tribunali, compresi quelli internazionali».

Argomentazioni che trovano sponda nelle parole dell’ex ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, che conferma quanto dichiarato da tempo dal sindaco di Melendugno Potì. Ovvero che «non può esistere una penale perché non c’è un contratto (fra lo stato e l’azienda Tap, ndr) ma, in caso, una eventuale richiesta di risarcimento danni da parte dell’impresa visto che sono stati fatti investimenti a fronte di un’autorizzazione legale».

26.10.2018

Massimo Franchi

Da il Manifesto

 

 

Sindacati di Base. Cortei in 10 città, le manifestazioni principali per Cub, Sgb, SiCobas e Usi a Torino e Taranto.

 

Primo sciopero generale contro il governo giallo-verde. Lo hanno indetto per oggi varie sigle del sindacalismo di base: Cub, Sgb, SiCobas e Usi. L’Usb invece ha manifesto sabato scorso sotto lo slogan «Nazionalizzare».
Ventiquattrore di astensione dal lavoro per tutte le categorie: sciopereranno i trasporti (ferroviario, locale e aereo), la scuola, i servizi, la sanità, le fabbriche, i magazzini e la pubblica amministrazione.
Non è prevista una manifestazione nazionale ma tante piazze da Nord a Sud con l’Sgb che punta su Torino (corte da Porta Nuova alle 9,30) e Taranto (raduno a piazzale Democrate alle ore 10) come manifestazioni di punta: gli scioperi si legheranno alla battaglia No Tav in Piemonte e al No all’accordo Ilva per la città che ospita l’acciaieria più grande d’Europa.


Manifestazioni sono comunque previste a Roma (piazza Montecitorio ore 9), Milano (largo Cairoli, ore 9,30), Firenze (largo Annigoni, ore 9,30), Catania (piazza Stesicoro, ore 9,30).


La piattaforma di appoggio allo sciopero prevede «l’abrogazione della legge Fornero e del jobs act, eliminare ogni forma di precarietà, aprire una stagione contrattuale all’insegna della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, diritto al lavoro e alla casa, fermare le fonti inquinanti dentro e fuori i luoghi di lavoro, respingere ogni tentativo di contrapporre lavoratori autoctoni ed immigrati».


«Ogni giorno tocchiamo con mano che senza una prospettiva di cambiamento radicale non nascono percorsi conflittuali e senza conflitto tra capitale e lavoro perdiamo dignità, salario, diritti – spiega Massimo Betti del Sgb – . Urge attivarci per far nascere un movimento contro privatizzazioni e le tanto grandi quanto inutili opere, quello che manca è un vero piano occupazionale per la messa in sicurezza del territorio nazionale, la difesa e rilancio del welfare universale, bisogna – continua Betti – ripristinare la democrazia sindacale nei luoghi di lavoro, quella democrazia che hanno distrutto per imporre l’innalzamento dell’età pensionabile e la libertà di licenziamento. Il nesso tra democrazia nella società e nei luoghi di lavoro, agibilità democratiche e sindacali, conflitto sociale e sindacale dovrebbe essere la condizione necessaria per il sindacato, per difendere la forza lavoro e dotarla degli strumenti necessari alla organizzazione di classe», conclude Betti.


Il Si Cobas appoggia anche la manifestazione nazionale «internazionalista» in favore dei migranti di domani a Roma con partenza alle 14 da piazza della Repubblica con gli studenti protagonisti.

25.10.2018

 

Approvata all’unanimità dal Consiglio regionale della Toscana la mozione di Sì - Toscana a Sinistra per impedire ai gestori del servizio idrico integrato di sospendere la fornitura di acqua alle famiglie in condizioni di povertà e disagio sociale che non sono in grado di pagare le bollette. È così riconosciuto il diritto ad avere garantito il quantitativo minimo vitale giornaliero di acqua potabile.

 

 “Abbiamo riportato in aula, stavolta con successo, una nostra battaglia storica. Tre anni fa avevamo presentato un atto simile, che fu bocciato. La garanzia universale del minimo vitale di acqua è oggi un punto della nostra proposta di legge per la ripubblicizzazione del servizio idrico in Toscana e adesso il Consiglio regionale, con questo voto unanime, fa un importante passo avanti nella direzione del riconoscimento del diritto umano all’accesso all’acqua potabile”, commenta Tommaso Fattori, capogruppo di Sì Toscana a Sinistra e primo firmatario della mozione.

 

 “Un passo avanti che avviene sull’onda della brutta vicenda accaduta lo scorso fine settimana a Grosseto, dove una famiglia in condizioni di povertà e con due persone disabili, si è vista staccare l’acqua per morosità. In futuro, persone in situazioni di disagio socio-economico non potranno vedersi negare l’accesso al quantitativo minimo vitale di acqua potabile, fondamentale per far fronte alle più elementari necessità alimentari ed igienico sanitarie”.

 

 “Per la verità lo Stato italiano, con un DPCM emanato nell’estate del 2016, ha già riconosciuto che il quantitativo vitale di acqua necessario al soddisfacimento dei bisogni essenziali, stabilito in 50 litri per abitante al giorno, è un diritto da garantire anche in caso di morosità, ma, di fatto, i gestori del servizio idrico non stanno dando seguito a quelle disposizioni. Se la Toscana ha già istituito la possibilità di riduzione delle bollette per le famiglie disagiate, ora, come chiede la mozione approvata, occorre fare di più e dare piena applicazione a quanto stabilito dal Decreto del 2016 e reso operativo dalle recenti indicazioni dell'Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (ARERA). Casi come quello di Grosseto non dovranno più accadere”. 

 

 “Rispetto alla vicenda della famiglia grossetana, fin da domani ci aspettiamo che la società per azioni ‘Acquedotto del Fiora’ e il Sindaco di Grosseto, che è anche responsabile della tutela della salute pubblica, garantiscano l’accesso all’acqua a queste persone, come richiesto dall’atto approvato dal Consiglio regionale”, termina Fattori.

24.10.2018

Roberta Fantozzi e Maurizio Acerbo

 

«Siamo stati gli unici a scendere in piazza nel 2012 contro il Fiscal Compac, sin dalla sua approvazione l’abbiamo considerato una follia. Non concordiamo dunque in nessun modo con la Commissione UE che boccia la manovra del governo, in nome della prosecuzione dell’austerity.

 

Ma non concordiamo neppure con una manovra che premia gli evasori con un nuovo condono, diminuisce ancora le imposte sui profitti mentre non dà nulla alle lavoratrici e ai lavoratori dipendenti, fa nuovi e pesanti tagli che vanificano la propaganda sugli investimenti, non si preoccupa in nessun modo di creare nuova occupazione.

 

Persino il “reddito” diventa una misura che obbliga ad accettare qualsiasi lavoro e che forse si tradurrà in ulteriori ingenti trasferimenti di risorse alle imprese.

 

Mentre sulle pensioni, in attesa di conoscere il merito effettivo dei provvedimenti ad oggi ignoti, quota 100 (che poi diventa 101, 102.. ) non  è l’abolizione della Fornero e non dà soluzioni né alle donne, né ai giovani. Ovviamente su tutto, siamo ancora in attesa dei testi.

 

Intanto lavoriamo per un’alternativa che sconfigga realmente le disuguaglianze: contrasto alla grande evasione, progressività del prelievo, patrimoniale sulle grandi ricchezze, un piano per il lavoro e la riconversione ecologica dell’economia, taglio alle spese militari, un vero reddito minimo, la reale abolizione della legge Fornero».

 

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