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22/10/2021

da il Manifesto

Andrea Carugati

 

Intervista. Il segretario di Rifondazione: «In Calabria le forze alternative al 16%. Bisogna esportare questo modello a livello nazionale»

 

L’opposizione netta a Draghi e il sogno di ridare gambe e fiato a una sinistra fuori dal Pd che mai come oggi in Italia è all’anno zero. Da domani a domenica a Chianciano Rifondazione comunista (che conta circa 10mila iscritti) celebra il suo XI congresso, nel trentennale dalla nascita dopo lo scioglimento del Pci. Maurizio Acerbo, il segretario, non si nasconde la crisi del partito e anche la sconfitta che non è solo quella delle percentuali elettorali. E tuttavia, citando Gramsci («Anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio») sente «l’urgenza morale e politica» di tentare, ancora una volta, di ricostruire «una rappresentanza politica della classe lavoratrice».

 

Alle ultime elezioni a Roma c’era un pulviscolo di liste con la falce e martello, tutte allo zero virgola. A cosa serve?

 

Per me questo spettacolo, che riduce i comunisti a una barzelletta, è tragico. Di qui la spinta che vogliamo rilanciare dal congresso, che per la prima volta è unitario, per costruire una forza unitaria, alternativa a questo finto bipolarismo, che parta dall’opposizione al governo Draghi.

 

Cosa non vi convince, in particolare, del governissimo?

 

Questo esecutivo evidenzia come nella rissa apparente ci sia una convergenza di fondo sulle scelte strategiche. Su pensioni e lavoro è la prosecuzione delle politiche catastrofiche degli ultimi trent’anni. Dopo i ballottaggi ecco che torna la legge Fornero, con l’ok del Pd. Il malessere sociale continua a essere trascurato, anzi bastonato. E i fondi del Pnrr saranno spesi in un disegno di ristrutturazione neocapitalista che tanto piace a Confindustria. È questo il terreno su cui cresce la destra più estremista. Ormai un italiano su due non vota, la democrazia si sta spegnendo.

 

E voi come pensate realisticamente di reagire?

 

In Calabria le liste di sinistra che sostenevano De Magistris hanno preso in tutto il 16%. C’eravamo noi, ma anche Sinistra italiana, Potere al popolo, il movimento di De Magistris. C’è una potenzialità: dobbiamo riproporre questo schema anche a livello nazionale, dando voce alle lotte, ai movimenti, all’associazionismo. Ci sono milioni di persone che subiscono le politiche neoliberiste e cercano una rappresentanza politica.

 

Alle politiche del 2018 avete fatto la lista con Potere al popolo. Alle europee con Sinistra italiana. I risultati non sono arrivati.

 

Non credo a queste liste last minute, si è già verificato che non funzionano. Bisogna fare opposizione, rimettere al centro le questioni concrete, da quelle ambientali dei Fridays for future alle lotte come quella della Gkn.

 

Il no all’alleanza col Pd basta a dare un’anima al progetto?

 

Mi chiedo come si faccia a ignorare che questo è soprattutto il governo del Pd. E l’idea di condizionarlo da sinistra entrando in coalizione si è sempre rivelata fallimentare, dai tempi di Diliberto e poi Vendola.

 

Come sta oggi Rifondazione?

 

Indebolita. Tredici anni fuori dal Parlamento hanno pesato, non siamo più percepibili a livello di massa. Ma non ci rassegniamo di fronte a questo paesaggio devastato. Mai come oggi un’alternativa è necessaria, abbiamo visto che rassegnarsi al meno peggio non ha migliorato la condizione dei lavoratori: dal 1990 i salari sono diminuiti, i giovani se vanno. C’è molto lavoro da fare.

 

Esiste ancora in Italia una «classe lavoratrice»?

 

Esiste eccome, solo che ce ne si accorge solo quando ci sono incidenti come quello di Luana, schiacciata dall’orditoio perché bisognava aumentare la produzione a scapito della sicurezza. Dare voce a questi lavoratori è l’unica ragione di vita per la sinistra. Che non può essere la parte più educata dell’establishment finanziario. Lo dice Sanders, in Italia appare come un’eresia.

 

La sinistra oggi è la Cgil?

 

Spero ritrovi le ragioni del conflitto verso questo governo, come ai tempi della piazza sull’articolo 18. Se con Monti la Cgil avesse fatto muro non avremmo avuto il boom dei populisti. Spero che sulle pensioni si arrivi allo sciopero generale: sarebbe il principale contributo alla causa antifascista.

 

In Italia la sinistra radicale soffre più che altrove in Europa.

 

Purtroppo è così. Ma quelli che decisero di sciogliere il Pci non mi pare che in trent’anni abbiano avuto grandi successi. Se gli eredi di Almirante sono al 20% significa che in questi 30 anni hanno fallito anche loro.

21.10.2021

da il Manifesto

Andrea Fabozzi

 

Dopo l'aggressione alla Cgil. Il balletto delle mozioni al senato. Destra e centrosinistra non si votano contro. Passa un ordine del giorno che impegna il governo «a valutare le modalità per dare seguito al dettato costituzionale»

 

Undici giorni dopo l’assalto fascista alla Cgil, depositata un po’ di polvere sui perentori inviti a sciogliere immediatamente per decreto Forza nuova, al senato restano gli atti parlamentari e arriva il giorno in cui bisogna votarli. La maggioranza di governo è spaccata e nessuna delle due metà ha i voti necessari. Eppure alla fine due documenti vengono approvati e tutti si dicono soddisfatti. Com’è successo?

 

Palazzo Madama, ieri pomeriggio. Le mozioni sono tante. Quattro, diverse, del centrosinistra in senso lato. Quella del Pd e quella del M5S chiedono al governo di «adottare i provvedimenti di sua competenza per procedere allo scioglimento di Forza nuova». Non si parla di scioglimento per decreto legge, modalità prevista dal secondo comma dell’articolo 3 della legge Scelba ma mai utilizzata, essendo i precedenti scioglimenti arrivati con decreto ministeriale e «vista» una sentenza di condanna. Draghi è sembrato orientato a seguire questa via già battuta, quando in conferenza stampa ha sottolineato che il caso Forza nuova è all’attenzione della magistratura. Ma dalla manifestazione di sabato scorso e dai sindacati è arrivata, invece, una richiesta di scioglimento immediato. Allude proprio al decreto legge la terza mozione, quella di Italia viva che chiede al governo di adottare un atto «con urgenza». Mentre non indica il provvedimento, ma aggiunge anche CasaPound e Lealtà e azione alla lista delle formazioni da sciogliere, la mozione di Leu firmata anche dalla senatrice a vita Segre.

 

Per non farsi mancare niente, ci sono anche le mozioni della destra. Fratelli d’Italia traduce plasticamente l’iper attivismo di Meloni sul tema fascismo firmandone ben due. Una solitaria che nelle premesse ripercorre i crimini del comunismo e impegna il governo a contrastare tutti i totalitarismi e l’estremismo islamico. Si erano dimenticati l’antisemitismo, ma lo inseriscono in corsa con un nuovo paragrafo che fa anche tanti esempi, tutti a carico della sinistra. Fratelli d’Italia firma in sovrappiù la mozione di tutto il centrodestra, con Lega e Forza Italia, che nelle premesse se la prende con i centri sociali, Indymedia (buonanima), i No Tav . A questo punto tocca ricordare che l’occasione per questo dibattito in senato è l’aggressione neofascista alla Cgil. Il dispositivo della mozione di centrodestra impegna il governo «ad adottare tempestivamente ogni misura prevista dalla legge per contrastare tutte, nessuna esclusa, le realtà eversive». Nella terza versione del testo si ricordano anche dell’antisemitismo. E tolgono «tempestivamente». Alla fine è l’unica mozione che sopravvive.

 

Perché dalle quattro mozioni di Pd, Leu, M5S e Iv viene fuori un testo comune, presentato però come ordine del giorno, che asciuga le premesse e conclude con un dispositivo che è identico a quello originario di Pd e M5S. Indica l’obiettivo dello scioglimento di Forza nuova, ma non lo strumento (decreto legge o decreto legislativo dopo una sentenza). «Per essere chiari – dice in dichiarazione di voto la capogruppo del Pd Malpezzi, ed evidentemente ce n’era bisogno – non è lo scioglimento a opera del parlamento di un partito». Soluzione diversa dall’ordine del giorno comune non c’era, visto il regolamento del senato, per non presentarsi al voto con quattro mozioni diverse. Resta l’ultimo problema, perché al governo tocca dare un parere.

 

Ed ecco il sottosegretario Scalfarotto che di fronte a una maggioranza che sta un po’ di là e un po’ di qua decide di rimettersi all’aula.
Questo ufficialmente. Dietro le quinte il governo chiede ai gruppi parlamentari di evitare di votarsi contro, eventualità che oltretutto avrebbe rischiato di non far passare nessun documento. Sai che figura. E allora nessuno chiede il voto elettronico, che avrebbe registrato le scelte dei senatori, e si finisce con due belle alzate di mano. La parte sinistra della maggioranza vota solo il suo ordine del giorno e non vota sulla mozione. La parte destra della maggioranza e con lei Fratelli d’Italia vota solo la sua mozione ma non vota contro gli altri. Il senato approva entrambi gli atti di indirizzo. Sono tutti contenti.

19/10/2021

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

Pochi ma buoni. Meloni difende i candidati e se la prende con la «campagna di criminalizzazione». Salvini nega la sconfitta. Fi invoca Berlusconi

 

«È una sconfitta, bisogna riconoscerlo. Però parlare di débacle mi sembra eccessivo». Forse non può dire altro Giorgia Meloni, leader al momento del primo partito della coalizione di destra, Fratelli d’Italia. Ma la bugia suona lo stesso stridente. Cosa ci vuole di più del cappotto in tutte le grandi città col rischio sfiorato di perdere persino la sicurissima Trieste, del candidato sulla piazza di Roma travolto dal rivale, di quello di Milano che nemmeno arriva al ballottaggio, della littoria Latina conquistata dagli avversari, per parlare di débacle?

 

MA FORSE IL VERO segno della disfatta della destra non è neppure nel bollettino modello Caporetto: è nell’incapacità di azzardare anche un principio d’analisi del disastro, che gemella sorella Giorgia e il fratellone leghista Matteo Salvini. Tutta una questione di tempi. I candidati erano quelli giusti, anche se la prossima volta «saranno politici»: è mancato solo il tempo perché sconosciuti provenienti della società civile s’imponessero al colto e all’inclita. Seguono raffiche di giustificazioni, alibi, letture che tendono a minimizzare e a nascondere la polvere sotto il tappeto. Tutte o quasi vere ma anche insufficienti a spiegare la rotta.

 

SALVINI PROVA quasi a cantare vittoria: «Abbiamo più sindaci di quindici giorni fa». Il commento di Enrico Letta, «surreale», è impeccabile. Se la prende con l’inchiesta sull’ex commissario all’emergenza Covid Domenico Arcuri resa nota a urne quasi chiuse, con le accuse di fascismo che «ormai sta solo sui libri di storia», mitraglia la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e non si capisce cosa c’entri ma tant’è, la caciara fa comodo. Senza contare il famigerato fattore tempo, dimenticando che soprattutto Enrico Michetti a Roma con più tempo a disposizione avrebbe probabilmente fatto danni anche maggiori di quelli già cospicui procurati tra una farneticazione e l’altra.

 

MELONI È PIÙ AUSTERA. Segnala che il danno è stato soprattutto al ballottaggio. Per forza: «I tre partiti hanno posizioni diverse, un pezzo di centrodestra governa col centrosinistra. Ovvio che dovendo votare un candidato unico al ballottaggio gli elettori siano disorientati». Poi naturalmente la campagna «di criminalizzazione», che ha «imbarbarito tutto». E il tasto davvero dolente dell’astensionismo, sul quale aveva già battuto il leghista: «Quando a Roma il sindaco viene eletto con percentuali come queste significa che c’è una crisi della democrazia». Molto di vero, appunto, ma usato per falsificare. Quando si arriva alla ferita aperta, la sfida cieca per il primato che ha spinto la destra verso l’abisso e determinato la scelta folle dei candidati peggiori che si potessero immaginare, Salvini glissa, Meloni nega: «La leggiamo tutti i giorni sui giornali questa storia ma è falsa e sapeste quante volte io e Salvini ci sentiamo la mattina e ce lo diciamo».

 

DAGLI ORMAI desertificati spalti di Forza Italia arrivano analisi più precise, viene additata la mancanza di una leadership, l’incapacità dimostrata da entrambi i capi dei partiti maggiori di assolvere al compito. Diagnosi esatta, cura improponibile: dovrebbe tornare Silvio il federatore. Un attestato di piena impotenza. Nella destra sconfitta dunque, almeno per ora, non cambierà nulla. I leader si incontreranno, parola di Matteo e Giorgia, e ci mancherebbe altro. Cercheranno di individuare per tempo i prossimi candidati, ma senza raddrizzare il metodo, senza provare a diventare una vera coalizione, servirà a ben poco.

 

NEPPURE NEI RAPPORTI della Lega col governo ci saranno variazioni. La cifra ambigua scelta dal capo non piace a nessuno. Troppo governista per gli uni, troppo frondista per gli altri. Ma la forza per fare a meno del frontman non c’è né da una parte né dall’altra del Carroccio, e senza di lui la convivenza tra le due anime diventerebbe impossibile. Salvini è intoccabile e di conseguenza lo è anche la sua ambiguità. Le bordate contro Lamorgese e la difesa strenua di Quota 100 indicano che intende proseguire sullo stesso sentiero, oscillando tra stentoree dichiarazioni di lealtà al governo e sparate da leader dell’opposizione puntualmente smentite dai fatti.

 

DALL’ALTRA PARTE della barricata, Enrico Letta è premiato dalla sua strategia dimessa, alzare i toni su questioni che con l’agenda del governo c’entrano pochissimo e per il resto lasciar fare a Mario Draghi. Senza una sterzata di Salvini non modificherà quella strategia neppure lui, cercando di mettere in campo una vera proposta politica. Ma per questa via la sirena d’allarme suonata a distesa dall’astensionismo resterà inascoltata, il distacco dalla politica si farà ancora più massiccio.

17/10/2021

da il Manifesto

 

Non conosce fine la strage degli incidenti sul lavoro. Un operaio di 47 anni è morto in uno stabilimento di Santa Croce sull’Arno (Pisa), situato nella zona di via del Bo. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e il 118 che nello stesso intervento ha assistito anche un collega del deceduto. Accertamenti già avviati dai carabinieri e dal personale Asl della Medicina del Lavoro. A Lanciano invece, in Abruzzo, un operaio di 37 anni originario della provincia di Enna è morto in un incidente avvenuto in un cantiere edile allestito per i lavori di realizzazione di un gasdotto. Dipendente della società Tre Colli spa, che in quel tratto sta lavorando per la SGI – Società Gasdotti Italia alla realizzazione del metanodotto Larino-Chieti, il giovane aveva appena concluso un sopralluogo nel canale dal quale era risalito insieme al collega, poi è tornato sul posto per recuperare una mola. E’ stato in quel momento che una parete dello scavo ha ceduto, probabilmente a causa del terreno appesantito dalle abbondanti piogge dei giorni scorsi. La Procura di Lanciano ha aperto un’inchiesta.

 

Incidente sul lavoro anche in provincia di Milano. Due operai sono rimasti feriti, uno in modo grave, ieri in mattinata a Turbigo all’interno di una centrale termica. Secondo la ricostruzione del 118, i due operai sarebbero precipitati da un’altezza di circa quattro metri, Un 49enne ha riportato traumi al cranio, al volto e a un braccio ed è ricoverato in gravi condizioni all’ospedale Niguarda di Milano. Il secondo, 42 anni, è rimasto ferito a una spalla e a un braccio ed è ricoverato in ospedale a Varese. Sul posto sono intervenuti due elicotteri elisoccorso, ambulanze, vigili del fuoco, carabinieri e personale dell’Ats.

15/10/2021

da il Manifesto

Mario Pierro

 

La manifestazione. Dopo l’aggressione fascista alla sede della Cgil in treno e bus verso la manifestazione di domani a piazza San Giovanni a Roma chiamata da Cgil, Cisl e Uil. Atto intimidatorio contro la Cgil a Jesi. «Sciogliere le organizzazioni neofasciste per legge»

 

Dopo l’assalto fascista alla sede nazionale della Cgil domani la manifestazione «Mai più fascismi», convocata dai sindacati Cgil-Cisl-Uil a piazza San Giovanni Roma dalle 14, si annuncia particolarmente partecipata. Dal palco parleranno i segretari generali delle tre confederazioni (Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri). Un modo di rispondere in massa all’attacco squadrista di sabato scorso durante la manifestazione «No Green Pass» e un’occasione per rilanciare la contrattazione con il governo. La richiesta a Draghi, che sta prendendo tempo sul cosa e come fare, è netta: le organizzazioni neofasciste e neonaziste siano messe nelle condizioni di non nuocere, sciogliendole per legge.

 

CHE IL CLIMA sia teso alla vigilia della manifestazione lo si è visto ieri davanti al cancello della sede della Cgil di Jesi (Ancona) in via Colocci. La bottiglia, contenente un liquido infiammabile e uno stoppino, avrebbe provocato solo un principio di incendio, annerendo una parte della parete vicino al cancello, senza esplodere. Ad individuarla ieri mattina è stato un passante che avrebbe spento le fiamme e ha avvisato i dipendenti del sindacato. Ieri non sono stati trovate rivendicazioni dell’atto chiaramente intimidatorio, così lo hanno definito Daniela Barbaresi, segretaria Cgil Marche, e Marco Bastianelli, segretario Cgil Ancona. La Cgil ha sporto denuncia contro ignoti.

 

L’EPISODIO ha avuto uno strascico su twitter dove, a seguito delle polemiche aspre sul rapporto tra fascismo e anti-fascismo che attraversa l’infosfera da una settimana, c’è stata una polemica che ha contrapposto Alessia Morani (Pd) a diversi esponenti di Fratelli d’Italia. Tutto è iniziato da un lapsus da «T9» di Morani che ha postato l’immagine della bottiglia incendiaria e ha scritto: «Questo arriva da Jesi. Pare abbiamo piazzato una molotov alla sede della #Cgil. Aspettiamo di capire cosa è accaduto ma credo che i distinguo di questi giorni e le accuse della #Meloni al #Viminale siano molto gravi. Il clima è preoccupante e serve responsabilità». La «m» di «abbiamo» al posto della «n» «abbiano» ha scatenato l’indignazione tra l’accostamento tra l’atto intimidatorio e la posizione di Fratelli d’Italia. «Abbiamo? Se è un’autodenuncia più opportuna la Procura che Twitter. Da #Zingaretti a #Zingarelli» ha scritto Galeazzo Bignami collegando l’ex segretario Pd a un dizionario di italiano. E Davide Galantino sintetizza: «Cos’è, un’ammissione di colpa?». Questo episodio del tutto trascurabile è diventato l’oggetto di una polemica tra leader nazionali. «Cosa ne pensa Letta di questo modo indegno di fare propaganda da parte del suo partito?» ha scritto Giorgia Meloni su Facebook. Semplice: è un modo di comunicare dopo la «Bestia» di Salvini.

 

SULL’ACCUSA di Salvini e Meloni, quella di avere convocato la manifestazione anti-fascista nel giorno del silenzio prima dei ballottaggi a Roma e Torino, ieri è intervenuto il costituzionalista Gaetano Azzariti. «Non viola il silenzio elettorale: Non è organizzata da un partito politico ma da una organizzazione sindacale, quindi da un soggetto che non partecipa alle elezioni; Oggetto della manifestazione è la violenza, dunque un tema che fuoriesce dall’arena del dibattito politico e non da ultimo tutti i partiti dell’arco costituzionale con le loro sensibilità hanno espresso netta distanza dagli atti di violenza di sabato scorso».

 

IL «MODERATO» Silvio Berlusconi ieri si è mostrato più istituzionale, come cerca di fare in questi ultimi anni, e ha fatto scrivere su Twitter che «Ho espresso solidarietà alla Cgil, chiamando personalmente il segretario Landini. Siamo politicamente lontani, ma la libertà, la democrazia, la tolleranza sono un patrimonio comune. Non siamo negli anni ’70, fortunatamente». Ma Forza Italia non sarà in piazza. Calenda (Azione) e Boccia (Pd) hanno invitato le destre a ripensarci. Domani, a loro avviso, sarà una «giornata di unità e senza bandiere».

 

A PIAZZA SAN GIOVANNi arriveranno, tra gli altri, 42 pullman dall’Abruzzo, altri dalle Marche, dalla Toscana saranno in migliaia, altrettanti sui treni speciali provenienti solo da Reggio Emilia o Ravenna. Solo da Rimini saranno in 350. Ci sarà la giunta regionale dell’Emilia Romagna con la vicepresidente Elly Schlein che porterà il gonfalone, così farà anche il comune di Napoli. Oltre all’Arci e all’Anpi hanno aderito tra gli altri la Rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re e il sindacato Usigrai. La diretta della manifestazione sarà trasmessa sul sito www.collettiva.it.

15/10/2021

da IlManifesto

Davide Conti

 

Squadrismo fascista . Se l'emersione del fascismo all'alba del '900 ha rappresentato per l'Italia ed il mondo la più grande delle tragedie non è affatto lecito pensare che la riemersione postfascista di oggi possa essere derubricata a farsa

 

«Non ne conosco la matrice». Con queste parole il capo del governo fascista Benito Mussolini commentò, tre giorni dopo i fatti, il rapimento e l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti.

«Non ne conosco la matrice». Con queste stesse parole Giorgia Meloni, a capo del partito con la fiamma tricolore nel simbolo, ha commentato l’azione squadrista contro la Cgil del 9 ottobre scorso.

Se l’emersione del fascismo all’alba del ‘900 ha rappresentato per l’Italia ed il mondo la più grande delle tragedie non è affatto lecito pensare che la riemersione postfascista di oggi possa essere derubricata a farsa.

Mentre sotto guida neofascista una parte (niente affatto marginale) del corteo cosiddetto «no green pass» assaltava la sede del più grande e antico sindacato d’Italia, Meloni era in Spagna ospite d’onore della manifestazione del partito d’estrema destra Vox e si collocava simbolicamente e fisicamente nel campo politico filo-franchista. Ultimo insulto alla memoria delle migliaia di italiani che partirono volontari e morirono per difendere la Repubblica spagnola dal golpe di Francisco Franco. Ultimo omaggio implicito alle truppe fasciste inviate da Mussolini a sostegno del caudillo e comandate da Mario Roatta, capo del SIM al tempo dell’assassinio dei fratelli Rosselli e criminale di guerra in Jugoslavia nella Seconda Guerra Mondiale.

È in quella storia che affondano «le radici profonde che non gelano» come usano ricordare i fascisti di oggi immortalati nei saluti romani nell’aula comunale a Cogoleto (tre consiglieri) o nell’inchiesta giornalistica di Fanpage (il capo delegazione al Parlamento europeo di Fratelli d’Italia e una neoeletta consigliera a Milano) oppure colti in cene celebrative della marcia su Roma (il presidente della regione Marche e il sindaco di Ascoli Piceno); in apogei della X flottiglia Mas del golpista Junio Borghese (un consigliere comunale della maggioranza a Siena dove il comune vuole imporre nelle scuole la «sua» storia delle foibe); in foto dove si disconosce il 25 aprile come Liberazione (una parente di Mussolini neoeletta al comune di Roma).

Almeno di queste figure del suo partito Meloni dovrebbe conoscere la matrice. La questione della destra in Italia è una contraddizione intrinseca al rapporto tra società nazionale e democrazia repubblicana ed è sempre rimasto un nodo non sciolto fin dalla nascita del Msi.

Una realtà rappresentata dal riferimento storico degli eredi missini ovvero quel Giorgio Almirante già segretario di redazione de «La difesa della razza» durante il regime e poi fedele collaborazionista dei nazisti a Salò. L’Almirante immortalato alla guida di un folto gruppo di squadristi sulle scalinate dell’università di Roma nel marzo 1968 in attesa di assalire gli studenti; quello che il 25 maggio 1970 in una tribuna elettorale della Rai-Tv auspicava un colpo di Stato in stile greco «per salvare» l’Italia dai comunisti; quello stesso Almirante amnistiato per il reato di favoreggiamento di Carlo Ciccutini responsabile della strage di Peteano del 31 maggio 1972 (tre carabinieri uccisi e due feriti).

È stata questa storia (ricolma di tante altre vicende del genere) a porre fuori dall’arco costituzionale la destra fino al 1994 ed a questo principio di realtà ha fatto correttamente riferimento il deputato Giuseppe Provenzano, al netto delle strumentalizzazioni che hanno tentato di confondere questo ragionamento con le urla circa un presunto tentativo di messa fuorilegge dei fratelli d’Italia.

In queste ore lo stravolgimento della grammatica pubblica e del senso della storia è proseguito con il goffo tentativo di recupero di formule del passato evidentemente assai mal studiate. Da un lato la riedizione della teoria degli «opposti estremismi» come anticamera dell’equiparazione tra fascismo e antifascismo e, dunque, come leva di rottura del portato valoriale costituzionale. Dall’altro la dichiarazione di Meloni (nell’aula del Parlamento) circa l’esistenza di un complotto, anzi precisamente di una «strategia della tensione» ordita contro la destra.

Così la formula giornalistica che dal 1969 al 1980 ha indicato gli anni delle stragi neofasciste consumatesi in Italia nelle piazze, sui treni, nelle banche e nelle stazioni viene usata (ultimo dileggio alle vittime di quegli eccidi di massa) per trarsi d’impaccio di fronte al raid squadrista contro la Cgil realizzato da altri camerati non certo sconosciuti.

Una strategia della tensione nel Paese invero c’è stata. Protagonista di quella stagione tragica fu, tra gli altri, il gruppo Ordine Nuovo responsabile della strage di Piazza Fontana e poi sciolto nel 1973. Quel gruppo neofascista era stato fondato da Pino Rauti. La figlia oggi è deputata di Fratelli d’Italia. Per conoscere quella ed altre matrici rivolgersi da quelle parti.

14/10/2021

da Coniare Rivolta

 

In un recentissimo rapporto delle Nazioni Unite si possono leggere le seguenti parole: sfruttamento, serie e persistenti violazioni dei diritti umani, condizioni abitative e lavorative disumane, gravi problematiche relative alla salute e la sicurezza sul posto di lavoro, inquinamento ambientale che mette a rischio la salute pubblica. Indovinello: a quale Paese si riferisce il summenzionato rapporto?

 

  • Una Nazione del Terzo Mondo, dilaniata da una guerra civile
  • Il Venezuela/Cuba
  • L’Italia

 

La risposta è, ovviamente, la terza. Il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite su impresa e diritti umani ha, infatti, recentemente visitato il nostro Paese, fornendo un quadro desolante, ma per nulla sorprendente per chi vive quotidianamente sulla propria pelle il funzionamento del cosiddetto ‘mercato del lavoro’ italiano.

 

E così, mentre la stampa italiana si crogiola sui numeri ottimistici della ripresa economica post-pandemia e sul sol dell’avvenire garantito dal rispettato governo Draghi, la durezza più cruda della realtà quotidiana della vita di milioni di persone viene a galla persino attraverso un rapporto delle Nazioni Unite.

 

Il primo elemento messo in luce dal rapporto è la sistematica opera di sfruttamento della manodopera migrante, specialmente in settori quali l’agricoltura, il tessile e la logistica. È un fenomeno risaputo, alimentato attivamente e consapevole da precise scelte politiche: Governo dopo Governo, in maniera sostanzialmente indipendente dal colore, si adottano provvedimenti che criminalizzano le migrazioni. Il migrante, reso ‘illegale’, è ancora più vulnerabile e alla mercé del padrone, che alimenta i suoi profitti grazie a “condizioni abitative e lavorative disumane” e salari da fame, protetto dalla “precaria situazione legale” dello sfruttato, che non può avvalersi neanche dalle forme minime di tutela previste per lavoratori ed esseri umani ‘regolari’. Con il contorno della canea aizzata dal Salvini di turno, che chiede ulteriori restrizioni per poter mettere a disposizione dei suoi (di Salvini) padroni una manodopera ancora più indebolita, frammentata e disperata.

 

Il rapporto mette inoltre in luce come il Governo e le pubbliche autorità siano carenti anche nel fare rispettare le leggi esistenti a tutela del lavoro e nel controllare realmente le imprese, lasciando quindi sostanzialmente mano libera allo sfruttatore nello stabilire da sé le regole del gioco sul posto di lavoro e permettendo a “produttori e commercianti di trarre beneficio dall’impiego di forza lavoro sfruttata e a buon mercato”.

 

Ci sarebbe, forte, la tentazione di rimanere stupiti e colpiti da queste considerazioni. Di pensare che si tratti di un’emergenza, una degenerazione patologica da curare con le ricette proposte dal Rapporto: “creare un’istituzione preposta alla tutela dei diritti umani sul posto di lavoro, dimostrare capacità di leadership globale traducendo gli impegni presi dal Governo italiano, prendere seriamente le preoccupazioni delle comunità che soffrono maggiori danni ambientali, costruire fiducia” e così via.

 

Neanche queste parole vuote e rituali, però, riescono a celare il contenuto e il messaggio che il Rapporto, involontariamente, veicola. Un sistema economico fondato sulla ricerca del profitto ha bisogno strutturale dello sfruttamento, dove con questa parola non si intende un concetto astratto e lontano nello spazio e nel tempo, ma una serie di fenomeni concreti, quotidiani e drammaticamente banali: dal lavoratore migrante costretto a vivere in ghetti e baracche e che raccoglie pomodori per pochi centesimi al chilo; al rider che lavora a cottimo; dall’operaio della logistica stritolato da ritmi di produzione disumani; alla lavoratrice ricattata e pagata di meno del collega uomo a parità di impiego; fino ad arrivare al depredamento dell’ambiente e delle sue risorse.

 

Eccola la normalità, la prassi quotidiana del capitalismo, di un capitalismo neoliberale ormai normalizzato nelle sue feroci regole da tre decenni di riformismo al rovescio che hanno minato le fondamenta del diritto del lavoro e dello stato sociale. Eccola la normalità cui si vorrebbe tornare dopo la lunga parentesi di una pandemia che non ha fatto altro che infierire su un organismo sociale già gravemente malato e marcescente, dove svalorizzazione e sfruttamento del lavoro, ritmi di lavoro soverchianti e salari da fame o del tutto inadeguati ad una vita dignitosa erano da molti anni divenute le regole generale insindacabili.

 

È proprio per questa ragione che la lotta contro le “condizioni abitative e lavorative disumane” a cui viene sottoposta la forza lavoro migrante, la difesa dell’ambiente e della natura, il contrasto alla precarietà e ai bassi salari devono essere le parti costitutive di uno stesso, unico progetto politico, che ha come obiettivo e nemico non soltanto una particolare forma degenerativa ed estrema del disagio e dello sfruttamento, ma un sistema economico che strutturalmente produce miseria e che prospera nelle divisioni artificiali tra gli sfruttati.

Norma Rangeri

 

Marci su Roma. Ora la platea che invoca la chiusura delle sedi di Forza Nuova, e di movimenti analoghi, si è allargata di molto. E la proposta-richiesta di scioglimento presentata in Parlamento sicuramente troverà molti sostenitori. Compresi noi.

 

Eccolo il fascismo eterno da cui ci metteva in guardia Umberto Eco, quando connotava, aggiornandoli, i chiari sintomi del virus che fece del nostro paese l’incubatore e poi il modello europeo di un regime antiparlamentarista, violento, liberticida, antisemita e guerrafondaio. Un virus endemico che non ha mai smesso di avvelenare la democrazia sventolando saluti romani (utile forma di igiene, secondo il candidato sindaco di Roma, Michetti) in mille manifestazioni, organizzando aggressioni a persone impegnate a fianco degli ultimi, migranti, rom o centri sociali.

 

Un virus che oggi, cento anni dopo i primi assalti alle Camere del lavoro, soffia sul contagio sociale dentro una crisi pandemica che ha stressato le regole della convivenza democratica, con organizzazioni e gruppi che tentano di guidare l’ignoranza e la paura nelle piazze no-vax, facendosi avanguardie della protesta, pescando dentro un ceto medio impoverito e sbandato, con il progetto di legare gli anelli di una catena funesta, individuando e colpendo il bersaglio simbolico più grosso: la sede nazionale della Cgil. E a stento fermati a pochi metri dalla sede di Palazzo Chigi.
Quanto accaduto a Roma chiama in causa anche il Prefetto e la ministra degli Interni. Le forze di polizia sono risultate insufficienti e impreparate, chi doveva controllare le traiettorie dei capi di Forza Nuova, non l’ha fatto.

 

Probabilmente nessuno si aspettava una manifestazione con migliaia di persone. Ma qualcuno dovrà rispondere del proprio operato. Soprattutto perché le intenzioni dei militanti e dirigenti di Forza Nuova erano abbastanza esplicite: bastava leggere qualche messaggio web, inneggiante a iniziative eclatanti contro alcune sedi istituzionali. A imitazione di quanto accaduto a Capitol Hill, a Washington, dopo la sconfitta di Trump, in quelle prove generali di guerra civile in mondovisione.

 

Naturalmente senza forti sponde politiche, queste spinte avanguardiste, questi gruppi neofascisti, sarebbero destinati a tornare laddove la storia li ha condannati. Tanto più che la morsa pandemica, grazie alle vaccinazioni, si è allentata e le limitazioni alla libertà di movimento dei cittadini si sono via via ridotte. E questo forse spiega anche la furia con cui i no-vax si sono scagliati contro il personale sanitario del Policlinico romano, colpevole solo di svolgere il proprio lavoro.

 

Le destre italiane rappresentate in parlamento e votate da milioni di cittadini, sono destre estreme, illiberali, nazionaliste, razziste. Vicine e sodali delle consorelle europee. Come testimonia il fatto che mentre la sede della Cgil veniva assaltata, Meloni era in Spagna a un’iniziativa di Vox, il movimento spagnolo di ispirazione franchista. E la sua raggelante dichiarazione sull’assalto alla Cgil, in onda su tutti gli schermi, “ignoro la matrice della violenza”, certo non allontana da lei l’idea che proprio il suo partito possa essere visto come un referente dei movimenti neofascisti. Del resto l’inchiesta di Fanpage, dimostra che c’è un retroterra nero che chiama in causa il suo partito, e che va combattuto.

 

Forse questa volta i “marci su Roma” non la passeranno liscia. Ma, appunto, forse. Perché altre volte è stato chiesto lo scioglimento dei movimenti e dei gruppi neofascisti, senza ottenere alcun risultato. In passato, per varie ragioni (quieto vivere, indifferenza e disattenzione sul problema, mancanza di appigli legali forti, incontrovertibili), la richiesta di mettere fuorilegge i fascisti era appannaggio delle organizzazioni della sinistra, dell’Anpi e di questo giornale. Come non ricordare la battaglia condotta da Luigi Pintor, nel 1971, contro il fucilatore di partigiani Giorgio Almirante? Allora avversata con la critica di ridare fiato ai fascisti, e favorire Andreotti.

 

Ora la platea che invoca la chiusura delle sedi di Forza Nuova, e di movimenti analoghi, si è allargata di molto. E la proposta-richiesta di scioglimento presentata in Parlamento sicuramente troverà molti sostenitori. Compresi noi. Pur consapevoli che la valenza simbolica avrà una scarsa efficacia risolutiva rispetto al problema concreto dell’esistenza di questi gruppi.

 

Allo stesso tempo è altrettanto evidente che non basta l’indignazione generale se e quando viene superata una soglia così significativa. Nemmeno se la condanna arriva dal presidente Draghi, che raccoglie ampi consensi perfino tra le fila fascio-leghiste a caccia di furbesche scappatoie (dimenticando che tra i manifestanti erano presenti migliaia di elettori della Lega e di Fratelli d’Italia che applaudivano le frasi rabbiose e violente urlate dal palco fascista di piazza del Popolo).

 

Se Meloni ha la fiamma missina nel simbolo, Salvini è lontano anni luce dal Bossi che partecipò alla manifestazione del 25 Aprile organizzata dal manifesto. Così, quando Luciano Canfora spiega i comportamenti, le parole fascistoidi contro gli immigrati dell’ex ministro degli Interni, mette in luce che c’è altro rispetto alle violenze squadristiche. C’è il conflitto tra fascismi e democrazia che, in questi anni Venti del Duemila, chiama in causa la politica, le lotte contro le diseguaglianze sociali, per il cambiamento radicale del modello economico,

 

E siccome non vogliamo che tutto finisca nella retorica e nell’emozione di un giorno, lo ripetiamo: le organizzazioni neofasciste le deve sciogliere il governo, con una decisione che preceda le intenzioni del Parlamento. L’unità nazionale del governo Draghi è anche una unità antifascista? Lo dimostri con i fatti.

09/10/2021

 

Roma. Neofascisti e manifestanti no vax sfondano l’ingresso della storica sede sindacale a Roma. Domani alle 10 presidio in Corso Italia 25 «a difesa del nostro sindacato, della democrazia e contro ogni forma di squadrismo»

 

«L’assalto alla sede della Cgil nazionale è un atto di squadrismo fascista. Un attacco alla democrazia e a tutto il mondo del lavoro che intendiamo respingere. Nessuno pensi di far tornare il nostro paese al ventennio fascista». Sono le prime parole con cui il segretario nazionale Maurizio Landini ha reagito all’occupazione subita nel corso del pomeriggio dalla storica sede romana del sindacato.

 

Alcune centinaia di manifestanti contrari al green pass l’hanno raggiunta e circondata mentre un gruppo, nonostante la presenza di una squadra di carabinieri in assetto anti-sommosa, è riuscito a sfondare l’ingresso ed entrare. Secondo il sindacato tra loro ci sarebbero stati «leader di Forza Nuova». In una foto pubblicata da FanPage si riconoscono il leader romano Giuliano Castellino e quello nazionale Roberto Fiore dell’organizzazione neofascista.

 

Il presidente della Repubblica Mattarella e il premier Draghi hanno telefonato a Maurizio Landini. Solidarietà alla Cgil è stata espressa anche dalle altre forze sindacali e dai partiti politici. LeU, Pd, 5 Stelle e Forza Italia condannano l’accaduto. Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) ha attaccato la ministra Luciana Lamorgese per la «mancanza di controllo» e poi solidarizzato con Cgil e forze dell’ordine. Matteo Salvini (Lega) ha invitato a non confondere la violenza di pochi con le ragioni degli altri.

 

L’attacco alla sede sindacale è stato soltanto uno degli episodi di un pomeriggio romano ad alta tensione. Alcune migliaia di persone si erano date appuntamento a piazza del Popolo per protestare contro la certificazione verde che nei luoghi di lavoro entrerà in vigore dal 15 ottobre. Il presidio si è poi trasformato in un corteo diretto al centro di Roma. I manifestanti si sono sparpagliati in diversi blocchi. Ci sono state tensioni e lancio di oggetti verso polizia e carabinieri. Un gruppo ha quasi raggiunto Palazzo Chigi.

 

Per rispondere all’attacco, la Cgil ha convocato per domenica mattina alle 10 un presidio davanti alla sede di Corso Italia 25, «a difesa del nostro sindacato, a difesa della democrazia contro ogni forma di squadrismo».

 

Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito del Rifondazione Comunista – Sinistra Europea:

L’assalto alla Cgil non è una normale contestazione, è un atto di deliberato squadrismo. A guidarlo sono i neofascisti che dall’inizio della pandemia dirigono le manifestazioni contro la presunta dittatura sanitaria.

L’invasione della sede del sindacato di Giuseppe Di Vittorio da parte di fascisti è inaccettabile e non può che essere condannato l’operato di chi gestisce l’ordine pubblico a Roma che non ha garantito la protezione alla sede della più grande organizzazione dei lavoratori italiani.

Esprimo la solidarietà di Rifondazione Comunista al compagno Maurizio Landini e a tutta la Confederazione Generale Italiana del Lavoro.

 

08/10/2021

da Il Manifesto

Massimo Franchi

 

Passi avanti. Operai di Campi Bisenzio a Roma insieme ai lavoratori Alitalia. Al tavolo al Mise la svolta: sì alla Cig e possibile cessione pilotata

 

La lotta degli operai Gkn di Campi Bisenzio invade Roma, costringe alla retromarcia l’azienda e funziona da lievito per le altre lotte in corso, a partire da quella dei lavoratori Alitalia.

 

LA LUNGA GIORNATA ROMANA dei 422 operai Gkn è iniziata a piazza della Rotonda, davanti al Pantheon, con striscioni, tamburi e bandiere, nel presidio organizzato insieme ai lavoratori Alitalia, in lotta contro il decollo modello Fca di Ita e il rimanere a piedi di 7.700 di loro, «esuberi di stato», visto che entrambe le compagnie sono a intero capitale pubblico. La consonanza è stata subito totale, così come la richiesta a gran voce di uno «sciopero generale» contro il governo Draghi e il suo totale disinteresse per la dignità dei lavoratori.

 

NEL POMERIGGIO il trasferimento sotto al Mise dove era in programma il primo tavolo di crisi ministeriale post sentenza del tribunale del Lavoro di Firenze. E proprio grazie all’instancabile mobilitazione e alla vittoria giudiziaria della Fiom che ha fatto dichiarare illegittimi i licenziamenti già decisi dall’azienda per comportamento antisindacale, la Gkn per la prima volta dal 9 luglio ha deciso una forte retromarcia.

 

Stop a una nuova procedura di licenziamenti, primo sì agli ammortizzatori sociali che congelano i tempi della crisi e apertura all’ipotesi di cessione dell’attività all’interno di un «percorso istituzionale» che sarà gestito dalla viceministra Alessandra Todde, ieri affiancata anche dal presidente della Regione Toscana Giani.

 

TRE ENORMI RISULTATI, impensabili dall’orrendo 9 luglio in cui i licenziamenti arrivarono come un fulmine a ciel sereno per mail sulle teste dei 422 operai di Campi Bisenzio. «Oggi abbiamo compiuto un primo grande passo», ha commentato a fine tavolo la viceministra Alessandra Todde, riconoscendo «il grande merito del sindacato che ha bloccato i licenziamenti con il ricorso giudiziario. L’azienda ha assicurato che non ha interesse ad attivare la procedura di licenziamento, ma chiaramente di ottemperare come deve a quello che è stato richiesto dal tribunale. La procedura di licenziamento non è all’ordine del giorno, stiamo avviando un percorso – ha continuato – . Valutiamo l’ingresso del Fondo Salvaguardia di Invitalia, già la prossima settimana o quella seguente riconvocheremo le parti, in questo percorso il Mise sarà mediatore e protagonista».

 

DARIO SALVETTI del collettivo Gkn a sera riferisce ai suoi compagni l’esito del tavolo e torna a ribadire la linea della mobilitazione e dell’essere guardinghi: «Al tavolo abbiamo avuto la promessa del fondo Melrose (proprietario di Gkn, ndr) da Londra con la parola d’onore che non licenzieranno. Ma per noi la parola di Melrose vale meno di zero. Quindi non si smobilita, il presidio va avanti anche perché se abbiamo ottenuto qualcosa, lo , lo abbiamo fatto grazie alla lotta».

 

SODDISFATTA LA FIOM che con il segretario di Firenze e Prato Daniele Calosi commenta: «È un grande risultato figlio della mobilitazione e della nostra vittoria giudiziaria. Per la prima volta l’azienda accetta di trattare. Ora chiediamo che il Mise faccia la sua parte accompagnando la trattativa. Chiediamo lo stop anche al piano di liquidazione per aprire una vera trattativa e che in caso di cessione l’advisor del ministero per trovare compratori sia accompagnato da un soggetto pubblico. In più ora che il governo ha guadagnato tempo deve presentare il decreto antidelocalizzazioni».

 

NEL FRATTEMPO arrivavano le incredibili dichiarazioni del presidente di Confindustria Carlo Bonomi: «Aveva ragione Confindustria, abbiamo passato due mesi in cui si diceva che si poteva licenziare per whatsapp o per email e non era vero. Non è con decreti punitivi che si risolve il problema, abbiamo già quadro normativo che non permette di fare certe cose, abbiamo il decreto Dignità e oggi mettere una taglia di Stato non è la strada corretta, continuiamo a sostenere che dobbiamo fare un grande disegno di attrattività. Il «mordi e fuggi» delle multinazionali non lo vogliamo ma bisogna parlare con dovizia di particolari: se si parla di Gkn vorrei sapere che finanziamenti ha preso e quanti. È inutile dire revochiamo finanziamenti pubblici», ha concluso. Un vero marziano. Battuto dalla lotta degli operai Gkn.

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