Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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19/03/2019

 

«Dopo la Diciotti e la Sea Watch III un governo criminale interviene per impedire l’attracco in condizioni metereologiche critiche a richiedenti asilo e all’equipaggio della Mar Jonio – dichiarano Maurizio Acerbo e Stefano Galieni di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea -.

 

L’imbarcazione, della missione Mediterranea, che Rifondazione Comunista considera un esempio di civiltà in un tratto di mare governato dalle piraterie governative libica e italiana, è fatta oggetto di un atto repressivo utile unicamente a far crescere il consenso elettorale di forze politiche incapaci  di risolvere i problemi  del paese.

 

Il Ministro degli Interni Salvini per l’ennesima volta ha abusato del suo ruolo attaccando “la nave dei centri sociali”, un’iniziativa di solidarietà finanziata da cittadine e cittadini che non accettano di essere complici. Rifondazione Comunista ringrazia le attiviste e gli attivisti di Mediterranea, e invita alla mobilitazione al fianco di chi sta salvando vite in mare».

13/03/2019

COMUNICATO STAMPA

 

Rifondazione comunista aderisce convintamente alla giornata mondiale del FFF (Friday For Future), il movimento mondiale per il clima lanciato dalla giovane attivista svedese Greta Thunberg che ha posto ai “grandi”, presenti alla Conferenza sul cambiamento climatico che si è svolta a Katowice in Polonia a dicembre 2018, la questione di fondo: la sopravvivenza del pianeta.

 

Lo “sciopero internazionale    per il clima” di venerdì 15 marzo vuole richiamare l’attenzione di tutti, ma soprattutto di chi ha le leve del potere, a riflettere sull’unica possibilità di salvezza dell’insieme degli organismi viventi. Se le soluzioni all’interno del sistema sono così impossibili, forse dovremo cambiare il sistema stesso. L’appello di Greta non ha trovato risposte dai governanti, per ora e forse anche in seguito, ma ha coagulato tutti i movimenti che da tempo lottano su singoli temi ambientali, richiamandosi tutti agli scienziati che da anni ripetono che ci stiamo avvicinando pericolosamente al punto di non ritorno. Ogni lotta locale di resistenza alle opere distruttrici di elementi naturali che inquinano terra, acqua, aria e cibo, che mettono a forte rischio la salute degli abitanti, rimanda ad una critica al modello produttivo del capitalismo, che incartato su sé stesso, continua in questo sfruttamento inconcepibile di elementi naturali, verso la distruzione della terra e del genere umano. C’è incompatibilità tra capitalismo e vita.

 

Per questo è indispensabile e improcrastinabile la costruzione di un’opposizione politica considerando che i governi degli ultimi decenni, unanimi nel favorire le grandi multinazionali, le lobby del cemento e dei rifiuti, sono tra i responsabili cui andare a chiedere conto dei danni fatti e delle promesse tradite.

Il cambiamento avverrà quando le “grandi” opere saranno quelle della manutenzione di fiumi e torrenti, di boschi e aree verdi, dello sviluppo incentivato di energie rinnovabili diffuse e di incentivi per il miglioramento termico degli edifici, dello sviluppo delle linee ferroviarie dei pendolari e delle strade, e di altre questioni che conosciamo. Queste “grandi” opere dovranno essere gestite in maniera democratica dalle comunità locali, ricche di conoscenza e con la visione di un mondo più giusto.

 

Un’altra tappa di questo cammino sarà la manifestazione nazionale del 23 marzo a Roma dove saranno presenti movimenti di opposizione alle grandi opere inutili, agli inceneritori e allo sfruttamento selvaggio del sottosuolo (idrocarburi, gas e geotermia), per la costruzione di strumenti di lotta comuni, da parte di movimenti, delle forze politiche da sempre schierate su questi temi, da piccole comunità di resistenza e di buone pratiche. Fanno parte di questa lotta le questioni della produzione di cibo, sempre più lontana dal consumo e con il cibo troppo spesso contaminato da sostanze chimiche varie, della salute gratuita e funzionante per tutti, la scuola che deve educare i giovani ai principi della Costituzione, al lavoro che dovrà essere sinonimo di dignità e non di subalternità compressa fino al disumano.

Per tutti questi motivi facciamo appello alle persone sensibili e convinte di questo cammino, a partecipare e a far sentire la propria voce insieme ad un coro sempre più vasto.

                        

PRC - Federazione provinciale: Viale Europa 65- 58100 Grosseto

 

 

10/03/2019

Da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Che cos'è questa crisi. Fondazione Di Vittorio: Italia ferma, crescono le cinque maggiori economie Ue. Retribuzioni stagnanti, aumenta il lavoro povero, calo drammatico degli investimenti. 2,4 milioni di lavoratori precari guadagnano solo 5 mila euro all’anno; 4,3 milioni di lavoratori dipendenti hanno una retribuzione lorda fino a 10 mila euro all’anno.(Ma dove era la CGIL in quegli anni ? A fare la cinghia di trasmissione del PD....Job act, art. 18,ecc)

 

La stagnazione italiana trova pochi riscontri nel sistema della deflazione salariale organizzata dell’Eurozona. A confronto con le cinque maggiori economie del continente (Francia, Germania, Olanda, Belgio e Spagna), operata da un’analisi di Lorenzo Birindelli per la Fondazione Di Vittorio su dati Ocse, tra il 2010 e il 2017 le retribuzioni medie reali per il lavoro dipendente a tempo indeterminato sono rimaste inchiodate a quota 29 mila euro lordi annui. In sette anni non sono cresciute, diversamente da quanto accaduto in Germania rispetto al 2010, sia pure in un quadro salariale poco dinamico e aggravato da una crisi che ha prodotto la protesta dei «Gilet gialli» in Francia, ad esempio. Nel confronto sono stati persi circa mille euro. Solo la Spagna ha un livello paragonabile di perdita del potere di acquisto. In un paese dov’è più intesa e spietata «l’epoca dell’anestesia» di massa, così definita nell’omonimo libro scritto dal filosofo belga Laurent De Sutter, al momento non esiste un livello paragonabile di mobilitazione. E tuttavia la crisi è senz’altro più grave di quella francese. L’elaborazione dei dati della Fondazione Di Vittorio, a partire dall’indagine Istat sul mercato del lavoro 2018 (ne abbiamo parlato su Il Manifesto del 26 febbraio scorso) e quelli Inps sul precariato (Il Manifesto del 25 gennaio), descrivono l’anomalia italiana nella sua gravità, esistenziale e politica, apparentemente impotente e politicamente neutralizzata.

 

LA STAGNAZIONE dei salari va inquadrata in uno dei perimetri occupazionali più bassi dell’Eurozona. La crescita registrata nell’ultimo biennio ha unicamente riportato questo tasso al livello di dieci anni fa, prima della crisi (58,5%). Per raggiungere quello medio europeo (67,9%), servirebbero 3,8 milioni di occupati in più. Una chimera, considerate le prime avvisaglie di recessione «tecnica» registrate a dicembre 2018. Siamo in una crescita occupazionale definita «a bassa intensità lavorativa» con più precari occupati, per meno ore, e pagati sempre peggio. Questo aspetto emerge nel report della Fondazione Di Vittorio: il part-time è fortemente cresciuto, soprattutto quello involontario, penalizzando fortemente la retribuzione oraria, in un modo unico in Europa: il 70,1% rispetto al lavoro full-time, contro una media Ue dell’83,6%. Questo significa che 4,3 milioni di lavoratori dipendenti a metà tempo hanno retribuzione lorda fino a 10 mila euro all’anno; 2,4 milioni non arrivano nemmeno a 5 mila euro.

 

È IL PROFILO dei lavoratori poveri (working poors), quelli che lavorano e non arrivano alla fine del mese. E, se possiedono un reddito Isee superiore anche di poco ai 9.360 euro annui, potrebbero essere esclusi persino da quella misura di controllo sociale e incentivazione alle imprese che i Cinque Stelle chiamano truffaldinamente «reddito di cittadinanza».

 

LE SFUMATURE DEL PRECARIATO, da quello più «stabile» a quello più occasionale e selvaggio, è il 32% sul totale degli occupati. Sugli oltre 15 milioni lavoratori dipendenti presenti negli archivi dell’Inps nel 2017 dodici milioni di persone avevano una retribuzione inferiore ai 30 mila euro. Solo 3,2 milioni di dipendenti superavano i 30 mila euro. Le differenze salariali erano enormi: i «fissi» arrivano a 35,480 euro, gli altri partono da 5,5 mila e non superano i 18 mila euro. Queste enormi disparità si sono moltiplicate nel corso della crisi di questi anni, fino a macinare record.(Al governo ricordiamo c'era il PD) Come sempre avviene nelle crisi è cambiata radicalmente la qualità del lavoro, aggravando le costanti italiane. Lo si vede sui part-time, ma è la spia di un processo generalizzato: la composizione professionale, e quindi la qualità del lavoro, è spostata verso il basso. Chi ha una qualifica medio-alta soffre le peggiori penalizzazioni, sia salariali che soggettive legate alla non valorizzazione dei saperi e delle conoscenze. Non sono dunque i salari a fermare una crescita, per di più in drastico rallentamento, ma sono i pochi investimenti pubblici e privati che determinano il ristagno della produzione e dell’occupazione. Gli investimenti fissi a prezzi costanti sono stati nel 2018 pari a solo i quattro/quinti del 2008.

 

«LA SCARSA CRESCITA delle retribuzioni è sia la causa, che l’effetto, dello scarso sviluppo del nostro paese – sostiene Fulvio Fammoni presidente della Fondazione Di Vittorio – provoca gravi disagi alla condizione delle persone e rappresenta una delle cause della permanente situazione emergenziale dei conti pubblici».

Maurizio Pagliassotti

da il Manifesto

09/03/2019

 

Intervista a Sandro Plano. «Non so come finirà. Ma va riconosciuto al M5s di essere stato il primo a mettere in discussione l’opera. Ho appoggiato Zingaretti alle primarie ma poteva risparmiarsi di visitare i cantieri: abbiamo bisogno di lavoro, il tunnel porta solo gente da fuori. Il movimento gode ottima salute, il Pd no»

 

Sandro Plano è il sindaco di Susa. Tesserato del Partito Democratico, ha più volte rischiato l’espulsione dal partito a causa della sua posizione Notav.

 

Nicola Zingaretti è venuto a Torino per il Tav: contento?
Diciamo che poteva farne a meno: non è il problema principale dell’Italia, le questioni importanti non mancano a partire dalla crisi del lavoro che continua e anzi si aggrava. Il nostro territorio, la val Susa, è uno di quelli che ha urgente attenzione proprio di interventi in tal senso: i capannoni sono vuoti, di merci e operai. Il lavoro che porterà il cantiere Tav sarà ben poca cosa, e non inciderà sull’occupazione perché composto prevalentemente da tecnici in arrivo, se va bene, da altre regioni italiane. Detto questo io ovviamente sono contento di come sono andate le primarie del mio partito e spero che in un buon risultato elettorale alle prossime elezioni.

 

Anche in val Susa?
Qui è un’altra storia, e sarà molto difficile. Anche se non sono pochi i valsusini che stanno aprendo gli occhi sull’alternativa di questi anni.
Sul Tav pare che stia per cadere un governo, eppure non è la questione più importante del paese. Sentirlo dire da un Notav doc come lei fa impressione.
Io sono molto perplesso. Sta diventando un caso nazionale che travalica le sue reali dimensioni. Intendiamoci: l’annosa vicenda della Torino – Lione da almeno quindici anni non è più un problema locale. Ma oggi, i toni epici che le sono stati attribuiti sono fuori scala. Forse perché è diventata l’ultimo simbolo di una parte politica che su molto ha dovuto abdicare.

 

Come valuta l’azione di governo sul Tav?
Da subito si poteva vedere un’ambiguità di fondo sul Tav, simbolo di un’ambiguità generale. In fondo siamo in presenza di un’unione tra ideologie contrapposte. Da una parte degli ambientalisti e dall’altra degli iper sviluppisti. No alle grandi opere contro sì a tutte le grandi opere. Reddito di cittadinanza contro tassazione piatta che favorisce i super ricchi, e così via. Questo governo ricorda un Robin Hood con crisi d’identità quotidiane. E sul Tav è stata la stessa cosa, solo che adesso, per forza d’inerzia, si è giunti alla resa dei conti che per altro entrambi eviterebbero volentieri.

 

Però è il primo governo che discute se bloccare l’opera.
Devo darne atto ovviamente. Nemmeno Prodi con Rifondazione e i Verdi si spinse così in là nella trattativa.

 

Lunedì sarà il giorno dei bandi Telt?
Consulto la mia sfera di cristallo e poi mi esprimo: non lo so, davvero. Da questi signori ci si può aspettare qualsiasi cosa, tutto e il contrario di tutto. Il premier ha cambiato idea mille volte: ma non dovevano pronunciarsi entro oggi?

 

Lei è uno dei volti del movimento Notav: come sta questa comunità?
Il mondo Notav sta in salute e guarda tranquillo l’evolversi della situazione: certo nessuno si aspettava una manfrina simile la sera del 4 marzo 2018.

 

Molto tempo è stato speso nell’analisi costi benefici.
Al di là dell’essere favorevoli o contrari agli esiti di questo strumento si tratta di una soluzione criticabile. Perché risulta evidente che in un senso o nell’altro si tenta di piegare la scienza a un risultato preconcetto. Ci vuole una scelta culturale, onestamente esplicitata, d’insieme e di lungo periodo.

 

Senta Plano, a lei non piacerebbe avere meno Tir in val Susa?
In val Susa passano circa 2.000 autotreni al giorno, un totale di settecentomila anno: è un traffico normale. Anzi, è basso, rispetto a Ventimiglia dove corrono un milione e settecentomila. Comunque, pensiamo di toglierli tutti dalla val Susa: ogni giorno sulla tangenziale di Torino circolano quarantamila Tir e seicentomila auto in città. L’inquinamento si genera a Torino e poi, con il vento, si sposta in valle. Se veramente c’è questo nuovo fuoco ambientalista sarebbe opportuno infrastrutturare diversamente la città, non la valle. Ringraziamo i torinesi e soprattutto le torinesi che ci vogliono salvare ma serve altro.

 

Mario Virano è l’uomo giusto al posto giusto, oggi?
Virano è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. All’origine di questa storia, quando giunse il val Susa nel 2005 per creare un osservatorio, doveva avere un ruolo tecnico, da architetto. Invece ha iniziato a fare il visionario di scenari fanta economici futuribili.

06.03.2019

 

L’8 marzo  convocato lo sciopero femminista globale. 

 

Scioperiamo perché ci ammazzano, nelle case e nelle strade; scioperiamo perché ci pagano di meno, perché ci sfruttano ci discriminano per il colore della pelle o per la nostra origine, ma anche perché molte di noi sono lasciate annegare in mare, dopo essere state torturate in Libiae ancora, scioperiamo perché ci negano di essere cittadine, perché ci tolgono la protezione umanitaria, perché subiamo il razzismo in tutte le sue forme.

 

Invitiamo tutte le realtà antirazziste, i singoli, le associazioni, le ONG, i movimenti che in questi mesi lottano quotidianamente contro la deriva xenofoba e razzista delle nostre città e per ostacolare l’applicazione della diabolica Legge Sicurezzaa SCIOPERARE con noi l’8 marzo, ad unirsi ai momenti pubblici nelle piazze, a facilitare lo sciopero delle donne, prendendo il loro posto nelle case, svolgendo le mansioni a loro attribuite nei luoghi della riproduzione sociale (per continuare a farlo anche dopo l’8 marzo), rendendo visibili e inventando pratiche di sciopero dal razzismo e dai confini. Nei luoghi di lavoro, nelle campagne del sud e del Nord, nelle periferie, nelle scuole, nelle università, nelle case, nei porti. Noi scioperiamo!

 

Riteniamo che la Legge Sicurezza sia un punto di non ritorno che non solo tenderà a chiudere sempre più le frontiere e a infliggere sofferenze sempre più atroci dall’altra parte del Mediterraneo, ma renderà la vita delle persone migranti, anche di quelle già presenti in Italia ma non riconosciute dalla legge come cittadine, un inferno. Controllo, repressione, spersonalizzazione, tentativo di relegare ai margini migliaia di corpi di donne e uomini.

 

Vi invitiamo l’8 marzo nelle piazze di Non una di meno perché il femminismo non può che essere antirazzista, il femminismo o è liberazione di tutt**, o non è. Allo stesso modo crediamo che non vi possa essere antirazzismo quando la violenza contro le donne viene tollerata, taciuta o magari occultata, come troppo spesso accade.

 

Vogliamo costruire una giornata di forte affermazione di diritti e di battaglie femministe, antirazziste, solidali, che si incontrano, si interconnettono, risuonano.

Invadiamo le piazze di tutto il mondo, impariamo a riconoscerci e a stringere alleanze trasversali e senza frontiere. Non una di meno!

 

04/03/2019

 Dante Barontini

 

Habemus secretarium! Il popolo del centrosinistra ritrova “la ditta” anche sul piano politico, dopo l’ascesa di Maurizio Landini al trono della Cgil.

 

Il fratello di Montalbano sorride felice, forte di una percentuale oscillante tra il 60 e il 70% su una platea di votanti dichiarata intorno al milione e 700mila persone.

 

Non ci metteremo qui a discutere sella serietà democratica di “primarie aperte” (che il segretario di un partito venga scelto da chiunque passi per strada, magari anche iscritto o simpatizzante di tutt’altra formazione, resta per noi un’assurdità). Né delle procedure disinvolte, della possibilità di votare più volte, ecc.

 

Il dato che va assunto è politico, e non c’è stupidaggine di dettaglio – ce ne sarebbero molte – che possa cambiare il dato di fatto: il Pd torna in mano all’establishment del centrosinistra di sempre, ovviamente in nome del “cambiamento”.

 

Il fatto che con questa scelta venga sepolto il “renzismo” è quasi secondario. L’establishment ha visto che il “vuoto a sinistra” era gigantesco; che lo scenario al centro era superaffollato; che la destra presenta venature fascistoidi tranquillamente sopportate nella vita sociale quotidiana, ma controproducenti se diventano leggi dello Stato; che il grillismo è entrato in una crisi probabilmente irreversibile (la conferma viene dal voto di ieri: “l’affluenza è stata omogenea in tutto il territorio nazionale, con un leggero picco al centro-sud, in particolare nel Lazio e in Campania”, le regioni in cui l’avanzata Cinque Stelle era apparsa inarrestabile). E quindi era necessaria una “correzione di sinistra” per riverniciare come “nuovo” un carrozzone neoliberista, senza alcuna modifica sostanziale rispetto alla stagione di Matteo Renzi.

Boria a parte, infatti, tutto il resto resta intatto.

 

Il Tav in Valsusa? Si deve fare… Anzi: “La mia prima mossa: visiterò i cantieri Tav”. Tanto per fare capire che “il partito del Pil” può contare su di lui.

 

Ripristinare l’articolo 18? Non se ne parla proprio… (vedi il punto sul Tav).

 

Sul Venezuela? Siamo con Trump, ci mancherebbe…

 

Sanità pubblica? Ma se ho privatizzato quasi quanto Formigoni…

 

Una Patrimoniale? Ma quando mai, perderemmo anche ai Parioli e via Montenapoleone…

 

Difesa della Costituzione? Sul referendum contro-costituzionale erano tutti allineati per il “sì”, fortunatamente stracciato nelle urne.

 

Potremmo andare avanti per ore. La “riverniciata di sinistra” (una “romanella”, si dice dalle nostre parti, per indicare una passata di vernice alle pareti, senza ristrutturare neanche un po’…) passa giusto per un po’ di retorica sugli immigrati (il “terzo settore”, in effetti, ha ricevuto qualche colpo duro da Salvini e Cinque Stelle, perdendo finanziamenti, appalti e occupazione), ma senza mettere in discussione i lager in Libia creati sotto la regia di Marco Minniti; un po’ di antifascismo parlato(ricordiamo che la lussuosa sede di Casapound a Roma fu un regalo di Walter Veltroni) ma niente affatto praticato; un po’ di libertà civili (gioco facile, quando hai davanti un Pillon o un Fontana, che straparlano come manco Savonarola ai tempi suoi).

 

Neoliberismo laico, insomma. “Ma anche” attento a non distUrbare il Vaticano, che di questi tempi appare addirittura molto più “di sinistra” sui temi sociali classici (povertà, casa, welfare, ecc).

 

Che tutto ciò possa passare per “qualcosa di sinistra” è veramente la misura di quanto sia degradata la coscienza civile di questo paese e soprattutto di quella parte che si pensa “di sinistra”. Come scriveva il saggio, oggi “Lo spirito si mostra così povero che, come il viandante nel deserto desidera un semplice sorso d’acqua, così anch’esso sembra anelare, per il suo ristoro, al mero sentimento del divino in generale: da ciò di cui lo spirito si accontenta, si può misurare la grandezza della sua perdita”.

 

Detto questo, però, non c’è dubbio che il ticket Landini-Zingaretti rinverdisce in salsa rosè spental’antica “cinghia di trasmissione” tra partito politico e sindacato, stimolando l’illusione che si possa “rifare” qualcosa che è andato definitivamente perduto sotto la spinta delle “riforme” imposte dall’Unione Europea e dall’austerità che stanno distruggendo la forza produttiva di questo paese, oltre che – in primo luogo – le condizioni di vita della sua popolazione di fascia medio-bassa.

 

A questo servivano, del resto, anche le due grandi manifestazioni, di CgilCislUil a Roma e quella di Milano sabato scorso.

 

Vedremo nelle prossime settimane, senza grande sorpresa, una migrazione semi-biblica di figure sinistresi verso il “campo largo” che Zingaretti indica come blocco elettorale per le europee di fine maggio.

 

Una migrazione guidata dal “tavolo Cofferati” – quello parallelo cui sedevano molti degli stessi attori che facevano “flanella” al “tavolo De Magistris” – per ricondurre nell’alveo del rassicurante “europeismo progressista” ogni conato di alternativa antagonista.

 

L’elezione di Zingaretti, insomma, può e deve essere irrisa sul piano dei “contenuti” – niente affatto diversi da quelli della stagione renziana – ma non va sottovalutata per la negatività dei “flussi emotivi” suscitati in un “popolo di sinistra” che ormai si accontenta di narrazioni sbiadite.

Noi non ci caschiamo. Ci vediamo nelle strade…

 

Parlamento europeo e Onu si dicono preoccupate per il mancato rispetto dei diritti umani in Italia. Il doppio allarme, che fa dell’Italia un paese sotto osservazione da parte degli organismi internazionali, arriva dopo i numerosi attacchi xenofobi che si sono verificati nell’ultimo anno, ma anche per le politiche adottate dal governo gialloverde che puntano alla criminalizzazione dei migranti e delle Ong. «C’è preoccupazione per la deriva politica» del Paese, ha spiegato ieri a Roma il presidente della sottocommissione Diritti umani del Parlamento europeo, Pier Antonio Panzeri. «Per affrontare il tema immigrazione devi agire e cooperare con una pluralità di soggetti. Se non lo vuoi affrontare lo esalti inducendo paure e timori».

 

Panzeri ha guidato una delegazione di parlamentari europei venuti in Italia per una serie di incontri con rappresentati delle istituzioni e organizzazioni umanitarie. A preoccupare sono soprattutto le conseguenze del decreto sicurezza e in particolare l’abolizione della protezione umanitaria, ma anche i continui attacchi alle ong impegnate nel salvataggio dei migranti. «Siamo contrari alla loro criminalizzazione – hanno spiegato gli europarlamentari -. Le ong hanno dimostrato che nel Mediterraneo hanno lavorato bene, ma adesso vengono accusate di lavorare con i trafficanti o di favorirli».

 

Inevitabile pensare al sostegno che l’Ue ha dato finora alla Libia per ostacolare le partenze dei barconi. Un Paese – ha spiegato Panzeri – nel quale «esiste una situazione drammatica per i migranti che credo ci porterà a fare una valutazione completa sui finanziamenti alla Libia stessa, poiché i fondi non possono e non devono essere utilizzati per costruire lager».

 

Nel suo viaggio di due giorni in Italia la delegazione avrebbe voluto discutere anche con il ministro degli Interni Matteo Salvini, ma ha potuto incontrare solo alcuni tecnici del Viminale. «Ho anche inviato un messaggio sul cellulare a Salvini, ma non mi ha risposto», ha aggiunto Panzeri.

 

La situazione italiana, e in particolare per quanto riguarda la scelta di chiudere i porti e il decreto sicurezza, viene criticata dagli osservatori dell’Onu. «Riconosciamo il ruolo importante che l’Italia ha giocato nel salvare i migranti in mare negli ultimi anni e riconosciamo le sfide del paese in assenza di una politica globale dell’Unione europea – hanno scritto gli osservatori – . Tuttavia non crediamo che queste circostanze possano essere usate come una giustificazione per violare i diritti umani del migranti».

22/02/2019

Piero Bevilacqua

 

Caro Presidente Mattarella, spero non le appaia troppo irriverente e irrituale inviarle una lettera pubblica. Avrei potuto chiamare a supporto di quanto sto per scrivere autorevoli firme. Per togliere il carattere apparentemente personale alle mie parole. Non l’ho fatto, non perché non creda alla funzione degli appelli – la democrazia vive anche di routine, specie quando funziona – ma perché anche simbolicamente voglio qui interpretare la figura del singolo cittadino e prendermi l’esclusiva responsabilità di quanto scrivo.

 

Seguo da mezzo secolo le vicende del mio Paese, sia come partecipe osservatore delle dinamiche politiche quotidiane , sia come storico dell’età contemporanea.

 

E dunque credo di poter affermare con drammatica sicurezza che mai si era verificata in Italia, fino ad oggi, un’operazione di aperta eversione dello Stato repubblicano, tenuta sotto silenzio per mesi dalle forze politiche promotrici, nella disinformazione generale dell’opinione pubblica, nel silenzio dei partiti, nella sordina di quasi tutta la grande stampa, nella totale disattenzione della televisione pubblica.

 

Il progetto di legge sulla cosiddetta “’autonomia differenziata”, riguardante le regioni del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia, arrivato alla discussione ufficiale nel Consiglio del ministri del 14 febbraio scorso, è infatti questo: un progetto di disarticolazione dell’unità nazionale, affidato alla diseguale redistribuzione delle risorse fiscali e alla attribuzione di speciali potestà, alle regioni suddette, in ben 23 materie.

 

Non entro nel merito analitico del costrutto giuridico e del suo carattere eversivo, benché abilmente camuffato come un normale percorso di rafforzamento delle autonomie amministrative. Studiosi della materia con ben maggiori competenze delle mie, l’hanno ampiamente fatto su questo giornale e su altri organi di stampa. E del resto, in prossimità del Consiglio del ministri, anche i media nazionali si sono profusi in informazione quotidiana, quando l’argomento si prestava al corrivo gossip giornalistico sulle difficoltà e i contrasti che la legge apriva all’interno del governo e nei partiti.

 

Si tratta di una informazione drammaticamente tardiva, anche se oggi appare preziosa, ma che sarebbe stata vana se l’iter legislativo non si fosse momentaneamente inceppato.

 

E infatti questo è l’altro aspetto inquietante dell’operazione semiclandestina di secessione padana camuffata da routine amministativa. Il fatto cioè che essa è realizzabile – grazie a una disposizione prevista dalla riforma del Titolo V della Costituzione – senza dibattito parlamentare, vale a dire tramite la completa marginalizzazione dell’organo legislativo, destinato a rappresentare la volontà del popolo italiano.

 

Tre regioni possono stravolgere la Costituzione e disfare l’ordito unitario dello stato nella completa disinformazione, ma anche nell’ impotenza dei cittadini.

 

E allora, caro Presidente, com’è stata possibile questa allarmante falla? Debbo ricordare che il disegno eversivo è stato solitariamente denunciato, contribuendo non poco al suo momentaneo arresto, soltanto da pochi, sparuti studiosi che da mesi sono impegnati allo stremo nella più scoraggiante solitudine.

 

Si tratta di quegli intellettuali, in gran parte docenti universitari, che Matteo Renzi e il suo governo hanno cominciato a dileggiare come “professoroni,” facendo ormai scuola e senso comune.  Il sapere e le competenze specialistiche derisi come vecchiume libresco, da sostituire con la fresca improntitudine “popolare” del politico che sa adattarsi alle circostanze.

 

Ma come è stato possibile tutto questo? E’ cosi fragile oggi il nostro organismo costituzionale, l’architettura dei nostri ordinamenti civili, da dovere essere puntellata, in un momento così grave della vita nazionale, da un pugno disperso di cittadini?

 

E allora, caro Presidente, siamo in un frangente delicato della nostra storia che può decidere dell’unità o della frantumazione avvenire della comunità nazionale, della sua riduzione a un mosaico di statarelli regionali in rissa e competizione perpetua. E non posso non chiederle che posto conserveremo in Europa se una gran parte del Paese, il Mezzogiorno, verrà messo ai margini della vita economica e sociale.

 

Lei incarna l’unità dell’Italia. Sono rispettoso e consapevole dei suoi limiti operativi e dei suoi obblighi istituzionali. Ma può la sua azione, in tale circostanza, limitarsi a una eventuale diniego di apporre la sua firma alla legge?

 

Può ancora rimanere in silenzio, caro Presidente, mentre l’Italia corre un rischio così grave, destinato a pesare in maniera tanto rilevante sulla nostra vita e su quella dei nostri figli?

20/02/2019

da Left

Giulio Cavalli

 

– «Vattene, sporco sionista di merda»
– «Bastardo»
– «Sporco razzista»
– «È venuto apposta per provocarci»
– «La Francia è nostra»
– «Torna a casa tua»
– «Torna a Tel Aviv»
– «Il popolo siamo noi»
– «Il popolo ti punirà».

 

Sono alcune delle frasi vomitate addosso  al filosofo Alain Finkielkraut, Alain è nato a Parigi 69 anni fa da Daniel e Janka, ebrei polacchi rifugiati in Francia dopo avere conosciuto Auschwitz e lo sterminio delle proprie famiglie. Sia chiaro: Finkielkraut è un personaggio molto noto anche in televisione e propaganda ogni tanto idee terribilmente conservatrici ma non è questo il punto.

 

Il punto vero è l’antisemitismo come attacco, come arma di distruzione di massa, questa volta usata contro un vecchietto che nel video proposto un po’ dappertutto sembra non rendersi nemmeno conto di ciò che accade finché non viene preso sotto braccio da un passante per essere portato via.

 

La sua colpa non sono le sue idee: la sua colpa è di non essere francese (seppur nato in Francia) ma di essere ebreo. E l’antisemitismo in Francia sta diventando qualcosa di terribilmente serio: qualche giorno fa è comparsa in giallo la scritta «Juden» (ebrei in tedesco) sulla vetrina del ristorante Bagelstein nel Marais e alcune svastiche sul murales di Simone Veil. Anche Macron, criticabilissimo, per carità, viene giudicato «servo degli ebrei Rothschild».

 

Gli atti antisemiti nel 2018 in Francia sono aumentati del 78%. Avete idea di cosa sia il 78%. Purtroppo in Italia non esiste un osservatorio che sia in grado di rilevare scientificamente gli stessi numeri (e purtroppo troppo spesso le denunce finiscono nei cassetti) ma la situazione, signori, miei è grave.

 

Grave, schifosa, demente, buia e soprattutto internazionalmente sottovalutata. Varrebbe la pena leggere l’ultimo libro di Liliana Segre per rendersi conto che i segnali per preoccuparsi ci sono già tutti, eppure si scorge in giro una certa stanchezza, quasi un’assuefazione, un’abitudine marcia a ingoiare merda come se fosse tutto normale. Con un particolare, però: lamentarsi dell’opposizione. Ma, mi chiedo, di fronte a fatti di così inaudita gravità l’opposizione non dovremmo essere noi?

18/02/2019

da Controlacrisi

Federico Giusti

 

Nell'immaginario collettivo il Governo del cambiamento doveva segnare una svolta con benefici per tutti in un paese senza criminalità, normalizzato (da qui la penalizzazione dei reati sociali), con pochi immigrati, zero richiedenti asilo, immigrati silenti e ben disponibili a farsi sfruttare nelle filiere produttive a pochi euro all'ora. Sempre l'immaginario prevedeva un reddito sociale al posto del lavoro, una sovranità monetaria al di fuori delle regole della Bce.


Ma i conti vanno fatti con l'oste se non vogliamo ritrovare in cucina alimenti scadenti ed avariati, il brusco risveglio alla realtà è scandito dagli ultimi fatti di cronaca con la Tav, la quota 100 per le pensioni pensata prima di avere accelerato l'iter per le assunzioni nel pubblico impiego (dove persistono i tetti di spesa imposti dalla Ue e dal Pd), il reddito di cittadinanza senza prima avere assunto il personale necessario nei centri per l'impiego.


Vogliamo soffermarci su due argomenti: la questione reddito\salario e il rapporto tra immigrazione e servizi sociali


Iniziamo dal primo punto cogliendo subito la trasformazione del reddito in una sorta di strumento per arrivare lavoro sotto pagato, una mutazione genetica rispetto ai proclami elettorali dei grillini oltre a rappresentare un sistema di controllo sociale come avvenuto nella Gran Bretagna Thatcheriana.


Da quasi 20 anni i salari, dati Ocse alla mano, sono praticamente fermi , lo sono nel settore privato e nel pubblico impiego ove il contratto è stato fermo per quasi 9 anni accordando aumenti che non recuperano gran parte del potere di acquisto perduto. Qualcuno obietterà che il costo della vita non è cresciuto magari guardando alla debacle del settore immobiliare ma chiunque oggi percepisca un salario sa bene che le tariffe sono cresciute e il potere di acquisto è diminuito come del resto il risparmio delle famiglie italiane. Non cogliamo il rapporto tra reddito di cittadinanza e incremento dei salari, anzi siamo certi che le dinamiche andranno nella direzione opposta senza dimenticare che il reddito riguarderà meno del 20% del totale dei disoccupati alla ricerca di un impiego.


Se il reddito è destinato non solo a chi cerca lavoro ma a quanti hanno un reddito complessivo a dir poco basso vuole dire che si andranno ad offrire lavori con paghe da fame ai soggetti sociali piu' svantaggiati che solo in minima parte possiedono le competenze necessarie per lavori di qualità.

Qui entra in gioco la formazione, quella formazione che si è semi distrutta con la soppressione delle Province e sulla quale pubblico e privato hanno poco, e male, investito. Consideriamo che quasi il 70% dei beneficiari del reddito sono in possesso della sola licenza media per comprendere che i lavori loro destinati non saranno quelli ad alta specializzazione richiesti dalle imprese. E qualora si volesse utilizzare il reddito per attivare politihe formative trascorreranno anni prima di raggiungere dei risultati.Dopo anni di appalti al ribasso e di competitività imprenditoriale alimentate dai bassi salari , nei prossimi mesi arriveranno lavori di bassa qualità .

 

L'idea di destinare alle imprese mesi di sussidio in caso di assunzione a tempo indeterminato solo in teoria potrebbe funzionare da incentivo perchè in tempi di recessione, come quelli attuali, non è detto che le imprese vogliano investire in contratti a tempo indeterminato. In ogni caso, o si attinga dai beneficiari del reddito o da quanti non lo percepiscono, la sola offerta di lavoro è caratterizzata prevalentemente , da occupazioni per le quali non serve una grande specializzazione e allo stesso tempo dentro un contesto di domanda debole aumentando il bacino della forza lavoro crescerebbe anche il numero dell'esercito industriale di riserva e la dinamica salariale sarebbe ulteriormente al ribasso.

 

Sarà per queste ragioni che continuiamo a dubitare sugli effetti benefici del reddito per ridurre la povertà contenendo la esclusione sociale, siamo invece convinti che gli effetti saranno, in tempi medi, quelli di ridurre ulteriormente la dinamica salariale per una fetta importante della forza lavoro, quella socialmente piu' svantaggiata. Il futuro ci dirà se siamo stati profeti di sventura o solo obiettivi lettori delle dinamiche salariali ed economiche.


Veniamo al secondo punto, la vulgata ufficiale è quella che vede il Governo nell'atto di chiudere le frontiere e di negare il diritto di asilo ai migranti, oggetto di argomentazioni spesso deboli perchè circoscritte alle pur lodevoli ragioni umanitarie che nella società disumanizzata diventano invece oggetto di scherno e di invettive sui social. Secondo molti gli italiani dovrebbero essere i primi, anzi i soli, a beneficiare dei servizi sociali alimentando poi confusione sulla idea stessa di italianità (i figli dei migranti che crescono nel nostro paese parlando l'italiano come prima lingua sono forse diversi dai figli di un padano o di un lucano?)


L'idea percepita , per altro non suffragata da fatti e dati, vede gli immigrati come un peso perché sfrutterebbero tutti i sistemi del welfare "rubando" le case popolari e i posti disponibili negli asili nido agli italiani. Senza annoiare il lettore possiamo asserire, senza timore di smentita, che la spesa sanitaria è diminuita negli ultimi anni nonostante l'aumento della popolazione, anzi la riduzione della spesa procapite si aggira attorno a 70 euro.


Queso è accaduto in un paese dove gli immigrati regolari in meno di 15 anni sono passati dal 3% della popolazione all’8 per cento, eppure nonostante cio' la spesa sanitaria è diminuita.


Il ragionamento da fare è quindi altro ossia che la presenza degli immigrati è il pretesto per celare la riduzione della spesa sociale complessiva, della riduzione dei fondi alle Regioni per la sanità.

 

Quando poi si parla di aumento della spesa sanitaria omettiamo di dire che alcuni incrementi di spesa derivano dalla privatizzazione, dai servizi in convenzione, dalla spesa farmaceutica che 20 anni fa ha subito una impennata per ragioni non certo collegate al miglioramento delle prestazioni sanitarie se pensiamo alle lunghe liste di attesa e al fatto che un italiano su 3 ha rinunciato negli ultimi anni alla prevenzione perchè costosa e insostenibile.


Altra considerazione utile a confutare i luoghi comuni razzisti è l'analisi della età dei migranti, i giovani, siano essi italiani o stranieri, hanno bisogno di meno cure della popolazione anziana, quindi se gran parte degli immigrati sono sotto i 40 anni anche la incidenza sulla spesa sanitaria sarà piu' contenuta.


Chiudiamo sulla edilizia popolare, se guardiamo alla spesa nei comuni si scopre che nel corso degli anni è stata ridotta e sono venute meno anche le buone pratiche di alcune amministrazioni locali che imponevano ai costruttori di destinare una piccola percentuale degli alloggi costruiti a favore dell'emergenza abitativa stanziando appositi fondi per fornire ai costruttori stessi una sorta di risarcimento.


Su La Voce.info leggiamo un dato eloquente: in 54 comuni dell’Emilia-Romagna, con 24 mila nuclei in graduatoria, gli alloggi assegnati nel 2015 sono stati poco piu' di 500. In comuni di 100 mila abitanti, in un anno, si sono distribuiti meno di 10 alloggi vuoi perchè non ci sono i soldi per mettere a norma gli appartamenti, vuoi perchè la politica non intende trovare soluzioni pratiche ed eque per contenere la emergenza abitativa, per esempio chiedere ai destinatari di sostenere i costi della ristrutturazione scalando le spese sostenute con detrazioni dai futuri affitti.

Sono esempi semplici di come la destra vende una immagine distolta della realtà e con la politica che rinuncia a trovare soluzioni eque ed efficaci per assecondare il vento xenofobo che soffia sempre piu' forte nel paese.

 

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