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24/08/2021

da Left

G. Cavalli

 

Cuba come simbolo di mancanza di libertà è un concetto che si pensava superato almeno dopo avere frequentato le scuole medie e invece evidentemente funziona ancora

 

In fondo Cuba continuerà a pagare pegno per essere un vessillo e come tutti i vessilli rischia di finire schiacciata da chi la usa semplicemente come clava contro il suo avversario oppure come inno sterile per le proprie convinzioni. In parte c’è una buona notizia: Cuba è viva, l’idea che si porta dietro con la sua storia è qualcosa ancora in grado di spaccare e di fare discutere e come tutti i progetti dalle aspirazioni rivoluzionarie riesce a evidenziare l’ipocrisia e lo snobismo di chi lo affronta con l’ideologia avversa. Le proteste di Cuba sono state utilissime per vedere riaffiorare quel sentimento anticubano che altro non è che una (ignorante) avversione al comunismo, superficialmente sparso in giro come se la storia non facesse il proprio corso.

A gennaio di quest’anno (per citare un esempio paradigmatico) fu il celebre Burioni a dare un fulgido esempio della superficialità in cui in questo Paese si parla di Cuba. È significativo che proprio Burioni, quello che da mesi professa il dovere di parlare delle cose solo con una base di competenza decente, si sia esibito in cotanta arrogante superficialità: «A me va benissimo anche il vaccino cubano, a patto che venga sperimentato in un luogo dove uno scienziato che dice che non funziona non viene messo in galera. In altre parole, in una bella democrazia occidentale», scrisse Burioni a gennaio in un tweet con tanto di faccina sorridente al seguito, quella che si pone alla fine della frase con la disperata speranza di risultare simpatico. Cuba come simbolo di mancanza di libertà è un concetto che si pensava superato almeno dopo avere frequentato le scuole medie e invece evidentemente funziona ancora.

 

In quel caso fu Fabrizio Chiodo, professore di Chimica all’Avana e ricercatore dal 2014 presso l’Insituto Finlay dove ha collaborato alla sperimentazione di Soberana 01 e 02, a confutare le affermazioni di Burioni (e uno smacco ulteriore è arrivato a fine primavera quando Soberana 02 ha superato gli standard richiesti dall’Oms per essere dichiarato un vaccino) Finita? No, no. Burioni affonda ancora il colpo: «Non voglio entrare in diatribe politiche, ma nessun farmaco è stato sviluppato a Cuba negli ultimi 50 anni». 

 

È falso e la frase ci torna utilissima per raccontare della strumentalizzazione di Cuba nel dibattito pubblico: c’è dentro la finzione maldestra di non voler fare nessun discorso politico nonostante il pregiudizio sia tutto politico e c’è la disinformazione che serve per descrivere un’isola arretrata.

 

I bambini di tutto il mondo curati con vaccini cubani, i pazienti da tutto il mondo curati con prodotti unici della Biotech Cubana (pubblica) a Burioni sfuggono: vuoi mettere la soddisfazione di delegittimare Cuba? Tanto, come sempre succede, la voce amplificata è sempre quella del più forte, del più potente. È successo con il mediatico virologo ma il meccanismo è sempre lo stesso: l’accusa (falsa) fa il giro del mondo e la difesa rimane sterile tra i soliti noti.

 

Qualche giorno fa, sempre a proposito delle proteste a Cuba, hanno fatto il giro del mondo le immagini trasmesse da Fox news, il gigantesco network conservatore Usa visibile in tutto il pianeta, che mostra le proteste ritoccando il video e coprendo le scritte dei cartelli in mano ai manifestanti. Sapete cosa dicevano quei cartelli? Il primo cartello dice: “Le strade sono dei rivoluzionari”, la frase pronunciata dal presidente cubano Díaz-Canel pochi giorni fa, il secondo cartello dice: “Viva la Rivoluzione Cubana”. Non vi basta? Roberto Saviano pubblica la foto di una donna urlante scrivendo: “Cuba finalmente insorge contro la dittatura del partito comunista cubano e contro l’embargo. Cuba merita democrazia e la conquisterà”. Tutto giusto, per carità, peccato che quella donna sia Betty Pairol, sostenitrice del governo e attivista, che ha intimato ai social di correggere l’evidente manipolazione. Ovviamente non ha ottenuto risposta.

 

Ma gli esempi di disinformazione e bufale sono svariati, come ricostruisce Leonardo Filippi in queste pagine: immagini delle proteste in Egitto nel 2011 spacciate per foto di Cuba dieci anni dopo; immagini di cortei a Miami trasformate in foto di manifestazioni a L’Avana; immagini di manganellate in altre nazioni attribuite a Cuba; la folla del Primo Maggio cubano scambiata per manifestazione contro il governo; bandiere del movimento filo-castrista 26 luglio confuse con vessilli di associazione anti-castriste. Allora prima di esprimere qualsiasi giudizio e approfondire con le giuste analisi sarebbe il caso di trovare il coraggio di svestirsi una volta per tutte di questi pregiudizi tossici sulla pelle dei cubani. Mica solo per loro ma anche per noi, per rispetto della nostra intelligenza.

23/07/2021

da il Manifesto

Paolo Cacciari

 

Neanche a farlo apposta, il disastro in Germania è giunto il giorno dopo che il vicepresidente della Commissione Ue, responsabile per il clima, Timmermans, aveva presentato al Consiglio e al Parlamento le sue proposte. Insufficienti (per gli scienziati del clima) a contrastare il riscaldamento globale.

 

Così il pacchetto di misure battezzato Fit for 55 (come tagliare il 55% delle emissioni climalteranti entro il 2030), ha coinciso con la depressione Bernd, le catastrofiche alluvioni tra Germania, Belgio, Francia e Olanda. Ma neppure queste hanno spento il fuoco incrociato dei lobbisti dei combustibili fossili, degli industriali dell’auto e di molti governi (tra cui l’Italia con le dichiarazioni bipartisan dei ministri Cingolani, Giorgetti e Di Maio) contrari alle misure delle Ue.

 

Dopo la ingloriosa dipartita del campione negazionista The Donald, le preoccupazioni dei politici sono ora volte alla possibilità che le nuove misure verdi (tipo le tasse sulle emissioni) possano portare degli aumenti dei prezzi dell’energia, dei materiali da costruzione, dei fertilizzanti, dell’alluminio e di materie prime che a cascata si riverserebbero sui generi di prima necessità mettendo in difficoltà famiglie e imprese tanto da scatenare rivolte sociali in stile gilet gialli. Ricordate il loro slogan? «Voi pensate alla fine del mondo, noi alla fine del mese».

 

Ma ora, che i tempi della catastrofe ecologica (comprese le pandemie endemiche di origine zoonotica) e quelli della sicurezza quotidiana della vita delle persone si sono talmente accorciati da sovrapporsi (pensiamo alle case bruciate in California o alla metropolitana di Zhengzhou), bisognerebbe, una buona volta, avere il coraggio e la forza di uscire dal dilemma economia o vita, lavoro o salute, Pil o Natura. Anche accettando di entrare nella logica del calcolo costi/benefici, andrebbero correttamente conteggiati i danni di un modello di sviluppo suicida, che, per di più, non colpisce tutti allo stesso modo. Ma questa verità, presa come pretesto per non cambiare nulla, nella bocca di chi ha responsabilità di governo, suona come falsa e offensiva. Altra giustificazione farlocca che circola tra politici e commentatori: l’Europa contribuisce «solo» per l’8% delle emissioni di gas serra.

 

Ma si tace sulla responsabilità storica accumulata nel tempo dagli stati della Ue (secondi solo agli Stati Uniti) e sul fatto che il Pil della Ue è pur sempre il 20% di quello mondiale. Inoltre, nel conto del bilancio delle emissioni andrebbero inserite le merci che consumiamo noi, ma che sono fabbricate in altre parti del mondo. A Napoli, nel G20 sull’ambiente in questi giorni e soprattutto a fine anno a Glasgow nella Cop 26 si dovrà discutere proprio di «giustizia ambientale» e sugli strumenti per realizzarla.

 

Ben venga quindi, a scala planetaria e all’interno dell’Europa, una discussione sulla equa distribuzione dei «costi» della necessaria riconversione economica, degli apparati energetici ed industriali, dei sistemi logistici e infrastrutturali, dell’uso del suolo e delle filiere agroalimentari, dell’edilizia e così via, reinventando un’economia capace di futuro. Ottima l’idea di un «fondo sociale» per la transizione energetica proposto dal commissario Gentiloni.

Suggeriamo: meglio ancora un reddito di cittadinanza universale incondizionato (finanziato dai profitti di quelle multinazionali che dalla digitalizzazione, dai farmaci, dalla green economy stanno facendo affari a palate) che metta al riparo permanentemente chi è sotto ricatto occupazionale. Sicurezza ambientale ed economica sono due facce di una stessa politica.

 

Questione ecologica e questione sociale non vanno disgiunte. Ma non si tratta di «mediare» e trovare «una via di mezzo» meno peggio: un po’ di alluvionati e un po’ di ammortizzatori sociali.

 

L’unico modo per uscire dalla catastrofe ecologica e umana è rispettare un semplice principio logico e scientifico: è l’organizzazione sociale ed economica che deve adeguarsi alle leggi geo-bio-fisiche e termodinamiche che regolano la vita sulla Terra. Se le attività umane non rientrano urgentemente nei confini della capacità di carico della biosfera, i disastri ambientali, semplicemente, si sommeranno a quelli sociali.

22/07/2021

da il Manifesto

Eleonora Martini

 

La ministra di Giustizia riferisce in Parlamento sui fatti di Santa Maria Capua Vetere. Non una parola però sui codici identificativi. Mentre a Torino il pm chiede il rinvio a giudizio per tortura nel carcere delle Vallette

 

A Santa Maria Capua Vetere, così come vent’anni fa, nei giorni del G8 di Genova, sono stati consumati, per mano di servitori dello Stato, «atti di violenza inaudita». «Sono spie di qualcosa che non va». Forse mai prima d’ora un ministro di Giustizia aveva pronunciato in Parlamento parole di condanna tanto chiare e dure nei confronti delle divise violente. Ci ha messo del tempo, la Guardasigilli Marta Cartabia, a decidere di presentarsi alla Camera e al Senato per riferire sui fatti già noti da un anno, sui quali il deputato di +Europa Riccardo Magi aveva già presentato un’interrogazione parlamentare, e diventati uno scandalo pubblico mondiale con la diffusione dei video a fine giugno.

 

Cartabia lo ricorda, ma c’erano indagini in corso, spiega stendendo un velo pietoso sulla totale copertura ministeriale concessa agli aguzzini, a caldo, dal suo predecessore, il pentastellato Bonafede. Questa volta però la ministra non usa, per riferire in Parlamento, la ricostruzione fatta dal Dap ma quella del Gip che ha emesso 52 ordinanze di misure cautelari per 51 agenti e per il provveditore regionale della Campania. «In totale – riferisce Cartabia – sono 75 le unità di personale sospese dal Dap», compresi il direttore reggente e la vicedirettrice del carcere. Poi ci sono «altri indagati» sui quali «attendiamo gli sviluppi dell’indagine». Mentre «tutti i detenuti coinvolti sono stati trasferiti».

 

LA MINISTRA NON SA ancora, mentre parla a Montecitorio e più tardi a Palazzo Madama, che la procura di Torino proprio ieri ha chiesto il rinvio a giudizio di 25 operatori del carcere “Le Vallette”, compresi l’allora direttore e il capo della polizia penitenziaria, accusati a vario titolo delle violenze perpetrate su una decina di detenuti tra l’aprile 2017 e il novembre 2018. Tra i reati contestati, per la prima volta in un carcere, anche quello di tortura.

 

Dunque si potrebbe dire che il ritardo con cui Cartabia si è presentata in Parlamento è quasi un punto a suo favore. Perché, «bisogna aver visto», dice citando il costituente Calamandrei e invitando deputati e senatori ad entrare nelle carceri (loro che possono farlo con facilità). «Visitate un’articolazione mentale: è un’esperienza davvero indimenticabile», raccomanda spostando subito lo sguardo sulle carenze strutturali del sistema. Forse troppo presto.

 

ANCHE SE NON FA SCONTI: «Nessuna giustificazione, nessun attenuante». È «una ferita e un tradimento della Costituzione e della divisa», ripete. Come si evince anche dalle immagini, dice, «non vi era alcuna una sommossa in atto, non si trattava di una reazione necessitata da una situazione di rivolta. Si è trattato di violenza a freddo». «La perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020 sarebbe stata disposta al di fuori dei casi consentiti dalla legge, eseguita senza alcun provvedimento del Direttore», se non un «dispositivo orale» emanato «a scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere e appagare presunte aspettative del personale di Polizia». La ricostruzione è ancora presa in prestito dal Gip, Sergio Enea. Durante il suo sopralluogo con il premier Draghi, Cartabia ha poi appreso che «molti degli agenti coinvolti normalmente non erano addetti alla sorveglianza, avevano altre funzioni».

 

La Guardasigilli riferisce anche del caso «di Lamine Hakimi, affetto da schizofrenia, morto il 4 maggio nella sezione Danubio del carcere» dopo essere stato vittima di violenza inaudita. Anche se il Gip non ha visto connessioni tra le botte e il decesso, da ricondurre invece secondo il giudice «all’assunzione di medicinali che, combinandosi con i farmaci assunti dal detenuto in ragione della terapia a lui prescritta, ha comportato un arresto cardiaco». Purtroppo su questa assurda morte del detenuto algerino il cui corpo è stato rinviato in patria ma non si sa dove, la ministra non va oltre il minimo sindacale.

 

COSÌ COME NON VA molto oltre quando individua «tre linee di priorità»: «strutture materiali, personale e formazione». Cartabia vuole più posti letto ma anche più «spazi di socialità», maggiore «videosorveglianza», più agenti, più operatori e più direttori (il testo completo del suo intervento). Giustamente, pone un accento particolare sulla formazione, «non solo quella iniziale, ma permanente». Perciò annuncia «un gruppo di lavoro impegnato ad elaborare un modello di formazione innovativo e moderno». «Mai più violenza», è il motto.

 

Peccato che non abbia pronunciato una parola riguardo ai codici identificativi per gli agenti, unico modo per agevolare il corso della giustizia, in questo e in altri casi. Peccato che, pur parlando di sovraffollamento, non abbia neppure accennato ad un provvedimento di condono di piccole pene (indulto) o, come chiede il neopresidente di +Europa Magi, a «una riforma della normativa a partire dai “fatti di lieve entità” che nel nostro Paese in sette casi su dieci portano in carcere» (nel testo della riforma Cartabia infatti solo un riferimento alla “tenuità del fatto”). Perché è per reati di lieve entità, come il piccolo spaccio, e in generale in violazione del testo unico sugli stupefacenti, che è in cella un terzo dei detenuti.

21/07/2021

da il Manifesto

Mario Pierro

 

La protesta. Gkn (Campi Bisenzio, Firenze), Whirlpool (Napoli), Timken (Villa Carcina, Brescia), Gianetti Ruote (Ceriano Laghetto, Monza), Rotork Gears (Cusago, Milano). Dopo i licenziamenti le Rsu si attivano contro le decisioni delle multinazionali «di carattere speculativo o di delocalizzazione. È un comportamento inaccettabile». Re David (Fiom): «Continueremo, vanno bloccati».. Gli operai Whirlpool occupano i binari della stazione di Napoli, domani saranno in corteo a Roma

 

Dopo centinaia di licenziamenti voluti dalle multinazionali Gkn (Campi Bisenzio, Firenze), Whirlpool (Napoli), Timken (Villa Carcina, Brescia), Gianetti Ruote (Ceriano Laghetto, Monza), Rotork Gears (Cusago, Milano) nelle prime tre settimane di luglio Cgil, Cisl e Uil si sono resi conto che l’avviso comune per bloccare i licenziamenti e l’uso degli ammortizzatori sociale sottoscritto con il governo e i sindacati è stato disatteso e hanno promosso un’ondata di scioperi di due ore al giorno nelle fabbriche che durerà fino a fine mese.


LE RAPPRESENTANZE sindacali unitarie (Rsu) li stanno organizzando da lunedì 19 luglio e ieri si sono visti i primi effetti già in Lombardia, a cominciare da Ceriano Laghetto in Brianza dove c’è stata un’alta adesione allo sciopero e alla manifestazione indetta per difendere i 152 operai licenziati dalla Gianetti Ruote il 5 luglio scorso. Per questa vertenza il 22 luglio è stato convocato un tavolo tecnico a Roma presso il Ministero dello Sviluppo. «Deve individuare urgentemente una soluzione industriale per la ripresa delle attività e il ritorno al lavoro di tutte le lavoratrici e i lavoratori» hanno sostenuto Simone Marinelli (coordinatore nazionale automotive Fiom Cgil) e Pietro Occhiuto (segretario generale Fiom Cgil Monza e Brianza).

 

ALL’ORIZZONTE sarebbe spuntato un compratore. Secondo i sindacati l’interesse di questa azienda, sembra padovana che lavorerebbe in un settore affine a quello della Gianetti Ruote, sarebbe concreto. Al ministro dello sviluppo economico, il leghista Giancarlo Giorgetti, spetta ora sondare le reali intenzioni e arrivare a una mediazione.

 

PER FIM, FIOM E UILM, «occorre mobilitarsi e chiedere al governo di intervenire presso la confindustria per bloccare i licenziamenti, rispettare l’avviso comune sull’utilizzo degli ammortizzatori sociali». Molto criticata dai sindacati è anche la scelta del governo di non presentare e adottare di conseguenza la riforma degli ammortizzatori sociali più volte annunciata dal ministro del lavoro Andrea Orlando che, forse, «arriverà entro l’estate». Dunque, in un periodo non determinabile tra oggi e il 21 settembre. In più i sindacati chiedono che gli investimenti del Piano di ripresa e «resilienza» siano vincolati «a una occupazione stabile e a un lavoro in salute e sicurezza». Bisogna «impedire alle multinazionali e ai fondi di investimento di speculare e distruggere l’industria e il lavoro».

 

«GLI SCIOPERI dei metalmeccanici contro i licenziamenti non si fermano. Vogliamo risposte, che il governo lo sappia» ha detto Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil all’indomani della mobilitazione che ha portato in piazza a Firenze diecimila persone contro la Gnk. Ieri a Napoli gli operai della Whirlpool ieri hanno occupato i binari della stazione e hanno cantato «Bella Ciao» in piazza Garibaldi. Domani saranno in corteo a Roma. «I metalmeccanici difendono i diritti dei lavoratori e il sistema industriale del paese, le multinazionali fanno solo i propri interessi. Stiamo assistendo – ha aggiunto – a una violenta corsa da parte di molte aziende ad aprire procedure di licenziamento, dettate da scelte esclusivamente di carattere speculativo o di delocalizzazione. È un comportamento inaccettabile, lesivo della dignità di centinaia di lavoratori e irrispettoso nei confronti delle istituzioni, del governo con cui Cgil, Cisl e Uil insieme a Confindustria hanno sottoscritto poche settimane fa un avviso comune». Per la sindacalista vanno bloccati i licenziamenti, il governo deve fare rispettare gli accordi e vanno avviati i tavoli per politiche industriali.

 

IL CONSIGLIO regionale della Toscana ieri si è schierato unanimemente a sostegno dei licenziati della Gkn. Una mozione è stata sottoscritta da tutti i capigruppo dopo un’intesa in commissione Sviluppo economico. «Non è una battaglia dei soli lavoratori, ma di tutte le istituzioni – ha detto il presidente del Consiglio regionale della Toscana, Antonio Mazzeo, in apertura dei lavori in aula – È davvero inaccettabile scappare la notte senza guardare negli occhi quei lavoratori che chiedono solo dignità. Un’azienda che non aveva perdite, in grado di stare sul mercato, che decide dalla sera alla mattina di lasciare per strada oltre 400 lavoratori con le proprie famiglie, compie un gesto ignobile».

20/07/2021

DA  Il Manifesto

Gaetano Lamanna

 

Disuguaglianze. Bisognerebbe indagare su che fine fanno i profitti e capire perché rendita finanziaria e immobiliare superano, ormai da tempo, l’insieme di salari e stipendi

 

In questo anno e mezzo le aziende italiane hanno accumulato oltre 100 miliardi (dati Istat). Un tasso di risparmio senza precedenti. Soldi sottratti agli investimenti produttivi in attesa di tempi migliori o, in molti casi, dirottati verso la finanza e beni immobili. Non c’è una correlazione automatica, ma è strano il fatto che l’ammontare dei risparmi sia quasi pari alla somma erogata tramite i decreti per ristori e sostegni.

 

Che le imprese italiane siano super sussidiate è un dato difficilmente contestabile.

 

Da vent’anni a questa parte, per non andare troppo a ritroso, alle imprese sono stati elargiti migliaia di miliardi sotto forma di incentivi, decontribuzioni e defiscalizzazioni. Una montagna di denaro pubblico.

 

Persino le imprese dannose per l’ambiente ogni anno ricevono dallo Stato ben dieci miliardi di sussidi. Molte altre prosperano grazie ad appalti, concessioni e convenzioni con il pubblico (nel campo dell’edilizia, dei rifiuti, dei trasporti, della sanità…).

 

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, parlando di Sussidistan, ha proprio sbagliato indirizzo. E’ difficile rimuovere la dimensione imponente degli aiuti, diretti e indiretti, dello Stato al mondo imprenditoriale. Aiuti che hanno raggiunto l’apice in questo biennio.

 

Il Sussidistan è un paese ben conosciuto ai nostri imprenditori. Bisognerebbe piuttosto indagare più a fondo sulla destinazione dei profitti e riflettere sui motivi per cui l’ammontare annuo della rendita finanziaria e immobiliare supera, ormai da tempo, l’insieme di salari e stipendi. I profitti che si trasformano in rendita spiegano il declino della manifattura italiana molto meglio di tante analisi.

 

La pandemia, dunque, ci restituisce un paese più fragile, diviso ed ineguale. Il debito pubblico è schizzato a livelli mai raggiunti prima. Il benessere dei cittadini è diminuito, salvo che per una ristretta minoranza. La flessibilità del lavoro si è tradotta in precarietà e in perdita di potere contrattuale e di reddito. La disoccupazione giovanile e femminile si aggrava sempre di più. Si è accentuata la distanza tra ricchi e poveri, come quella tra ceto medio e fasce più benestanti.

 

Il virus, che ancora ci tormenta, sta scavando nelle disuguaglianze e nelle contraddizioni del nostro paese, ma molti commentatori sprizzano ottimismo sulla ripresa in atto e sulla spinta che il Pnrr sta per dare alla crescita economica. Cercano di nascondere o minimizzare il dramma dei licenziamenti, la mancanza di lavoro, le disuguaglianze sociali e territoriali, l’emergenza ambientale.

 

La ricetta è sempre la stessa: la crescita risolverà tutti i problemi e ne deriverà benessere per l’intera società. Il dubbio che viene, però, sulla base dell’esperienza e dell’evidenza, è che, nell’era della finanziarizzazione dell’economia e dell’algoritmo, le ingiustizie e le disuguaglianze crescenti siano diventate la condizione stessa dell’accumulazione capitalistica. Una politica, che ancora una volta mettesse l’impresa e non il lavoro al centro dello sviluppo, sarebbe un boomerang per la sostenibilità sociale ed ambientale.

 

Vi sono segnali ben visibili in questo senso.

 

Le entrate Irpef del 2020 sono aumentate di ben 17 miliardi rispetto al 2019. Una pressione fiscale che grava sulle fasce di reddito medio – basso. Intanto i capitani d’impresa versano sempre meno all’erario.

 

Banca d’Italia, inoltre, ci informa che il 55 per cento dei precari e dei lavoratori poveri (working poors) hanno visto diminuire il proprio reddito ed il 60 per cento di lavoratori autonomi vive una condizione economica di difficoltà. Insomma, un quadro squilibrato, che dovrebbe spostare decisamente l’azione di governo sul lavoro, sulla sua valorizzazione, su una redistribuzione più equa.

 

Il presidente Mario Draghi, invece, ha di recente respinto l’ipotesi di una pur minima revisione delle imposte di successione. «Non è il momento di prendere ma di dare», ha detto. Eppure, in questo orribile 2020, il gettito delle tasse sui trasferimenti ereditari si è dimezzato.

 

Trasferimenti per un valore complessivo di circa 200 miliardi di euro, nel 2020 hanno portato nelle casse statali la metà (circa 200 milioni) di quanto era stato incassato l’anno precedente. I ricchi conoscono bene le scappatoie legali (utilizzando, ad esempio, fittizie società di capitale) per eludere quel poco che dovrebbero dare. Non è il momento di prendere, ma resta vergognoso che eredi straricchi paghino tasse simili ad un obolo di beneficenza.

 

La riforma fiscale è uno dei pochi strumenti che abbiamo per tentare di raddrizzare il mondo alla rovescia in cui viviamo. Sarebbe un grave errore procedere con ritocchi superficiali e rinunciare a fare della progressività e della capacità contributiva il punto focale e qualificante del sistema fiscale, così come prevede la Costituzione.

 

Tra la narrazione fideistica sulla crescita e le difficoltà quotidiane della gente comune si apre per la sinistra uno spazio politico enorme. Non resta che occuparlo.

19/07/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Se Salvini e Meloni sono contrari alle chiusure, sono contrari al Green pass, sono contrari ai vaccini, esattamente come pensano di poter uscire dalla pandemia? È una domanda semplice semplice...

 

Non è difficile essere Matteo Salvini o Giorgia Meloni, basta intestarsi al meglio tutte le battaglie fuori dal governo senza però mai spendersi per proporre delle soluzioni. Facile facile. Piuttosto irresponsabile, certo ma in termini di voti funziona eccome.

 

C’è una parte del Paese che, seguendo la scienza, è convinta che la campagna vaccinale sia la più veloce e possibile soluzione per uscire dal virus. Per chi non se ne fosse accorto è anche la posizione del governo Draghi che, fin dall’inizio, ha parlato di «rischio ragionato» (e quanto sia stato ragionato ce lo diranno le prossime settimane) senza mai prescindere dalla campagna vaccinale.

 

Dall’altra parte ci sono quelli che, spesso appellandosi a tesi piuttosto squinternate, credono che il vaccino non possa essere l’elemento imprescindibile per uscire dalla pandemia e rivendicano la libertà di scelta.

 

Poi c’è una terza parte che invece non vale la pena nemmeno prendere sul serio che ipotizza 5G, complotti internazionali e altre cretinerie varie.

 

I secondi e i terzi di questo terzetto nazionale sono elettori in gran parte di Salvini e Meloni, sono quelli che hanno additato Speranza come artefice di tutti i mali e che rivendicano la libertà di ammalarsi e sostanzialmente di rimando anche il diritto di fare ammalare gli altri.

 

Salvini e Meloni, con ben poco coraggio, navigano nelle acque dei dubbiosi e dei contrari senza nemmeno la dignità di prendersene la responsabilità, come succede spesso su diversi argomenti. Ieri il capogruppo Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia (nonché cognato di Giorgia Meloni, sempre a proposito di merito e di familismo) in una mostruosa intervista a Repubblica dice: «Sì, mi sono vaccinato, con Johnson, dopo avere preso il Covid. Ma non consiglierei a nessuno sotto i 40 anni di farlo, perché la letalità è inesistente», dimostrando di non avere capito nulla della funzione dei vaccini per impedire l’eccessiva circolazione del virus e il comparire di altre varianti.

 

Salvini è sulla stessa scia. Ha detto ieri: «Mi rifiuto di vedere qualcuno che insegue mio figlio che ha 18 anni con un tampone o con una siringa. Prudenti sì, terrorizzati no». Eppure sono proprio i più giovani quelli da mettere in sicurezza.

 

A proposito: Giorgia Meloni un mese fa ha detto di avere prenotato il vaccino ma poi non si hanno più avuto notizie. Matteo Salvini invece non è riuscito per mesi a prenotare la vaccinazione (ma guarda un po’) e ora ci avvisa che la farà ad agosto. Però, dice Salvini, niente foto sui social. Avete letto bene: l’uomo che fotografa tutto quello che mangia, ci dice che non fotograferà il vaccino.

 

Ora sorge spontanea una domanda: se Salvini e Meloni sono contrari alle chiusure, sono contrari al Green pass, sono contrari ai vaccini, esattamente come pensano di poter uscire dalla pandemia? È una domanda semplice semplice. Credono che non ci sia nessuna pandemia? Perfetto, con coraggio ce lo dicano. Siamo qui ad aspettare con il taccuino aperto.

17/07/2021

 

L'Unione Sindacale di Base proclama lo sciopero generale assieme a tutte le sigle del sindacalismo indipendente e di base per il prossimo 18 ottobre. L'aggravarsi della situazione con lo sblocco dei licenziamenti e le scelte di politica economica del governo Draghi impongono una risposta ampia da parte di un vasto movimento popolare. La costruzione dello sciopero generale è un percorso che attraverserà le iniziative e le mobilitazioni che sono previste già dai prossimi giorni.

 

L'USB, senza dimenticare le differenze che rimangono con le tante sigle della galassia del sindacalismo di base né rinunciare alle sue prerogative di organizzazione confederale e di classe, si predispone già dalle iniziative previste nelle prossime settimane, al coinvolgimento dei più ampi strati di lavoratori e lavoratrici nello sciopero generale.

 

A seguire il comunicato unitario

 

Contro licenziamenti e macelleria sociale l'intero sindacalismo di base si unisce e proclama uno sciopero generale dei settori privati e pubblici su tutto il territorio nazionale per l’intera giornata del 18/10/2021

 

I licenziamenti alla Gianetti Ruote, alla GKN e alla Whirlpool si aggiungono alle migliaia avviati in piccole aziende che non arrivano alla cronaca nazionale e vanno a ingrossare gli oltre 900 mila lavoratori e lavoratrici licenziati nel corso di questi ultimi mesi. 

 

Lo sblocco dei licenziamenti sottoscritto con la complicità di Cgil-Cisl-Uil è legato a doppio filo ai piani di ristrutturazione capitalistica messi in campo dai padroni attraverso le direttive del governo Draghi e dell’Unione Europea.

 

Il perdurare della crisi pandemica, col drammatico impatto sociale che questa ha già prodotto sia sul versante sanitario sia sulle condizioni di vita, di lavoro e salariali, non ha impedito al padronato di intensificare lo sfruttamento sia nel settore privato che nel pubblico impiego: aumentano i ritmi e il controllo, proliferano le forme di precarietà più selvagge, e con l'alibi di una crisi che spesso è solo apparente, le imprese agitano lo spettro dei licenziamenti di massa per delocalizzare e/o favorire il ricambio di manodopera garantita con masse di giovani ultra-ricattati e sottopagati

 

La crisi pandemica ha messo drammaticamente a nudo lo sfascio del sistema sanitario prodotto da una politica ultradecennale di tagli e privatizzazioni, così come la distruzione dei servizi sociali (istruzione, trasporti, asili nido, ecc).

 

Il governo Draghi, lungi dall'invertire questa tendenza, continua ad alimentarla, come dimostra la liberalizzazione dei subappalti e l’utilizzo dei fondi del PNRR, gran parte dei quali sono destinati ai padroni e agli speculatori, cioè i primi responsabili della crisi economica e del disastro sanitario e sociale cui abbiamo assistito in quest’anno e mezzo di pandemia.

 

L’intollerabile escalation repressiva in corso contro gli scioperi e contro le lotte sociali, (con cariche della polizia, denunce sistematiche, fogli di via, ecc.) legittima nei fatti le violenze e le aggressioni contro lavoratori e attivisti sindacali da parte di squadracce padronali a cui abbiamo assistito in queste settimane e che hanno portato all'omicidio del sindacalista Adil Belakhdim.

 

Di fronte a questo scenario vi è la necessità e l'urgenza di una risposta decisa, compatta e coordinata su scala nazionale.

 

Per questo motivo le scriventi OO.SS. proclamano uno sciopero generale unitario che riguarderà tutti i settori privati e pubblici per l’intera giornata del 18/10/2021.

 

Da oggi al 18 ottobre lavoreremo a costruire un vero e proprio stato di agitazione permanente, con assemblee e iniziative di lotta sui luoghi di lavoro e sui territori, con l'obiettivo di generalizzare la mobilitazione a tutti quei movimenti e quei settori sociali che intendono contrapporsi ai piani di supersfruttamento, precarietà, disoccupazione, devastazione sociale e ambientale imposti dai padroni su scala nazionale e internazionale: per questo dichiariamo fin da ora il nostro impegno alla costruzione delle mobilitazioni di fine ottobre contro il G-20 di Roma.

 

Lo Sciopero Generale è convocato per le seguenti ragioni e i seguenti obbiettivi:

 

  • Contro lo sblocco dei licenziamenti: per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario al fine di contrastare l’attacco all’occupazione e ai salari;
  • Per il rilancio dei salari, con forti aumenti economici e con l'istituzione di un meccanismo di piena tutela dei salari dall’inflazione;
  • Garanzia del reddito attraverso un salario medio garantito a tutti i disoccupati; per l'accesso gratuito e universale ai servizi sociali e un unico sistema di ammortizzazioni sociali che garantisca la effettiva continuità di reddito e salario;
  • Contrasto alla precarietà e allo sfruttamento: abrogazione del Jobs Act, superamento degli appalti e del dumping contrattuale e forte contrasto all'utilizzo indiscriminato dei contratti precari;
  • Rilancio degli investimenti pubblici nella scuola, nella sanità e nei trasporti, contro la privatizzazione, la mercificazione e lo smantellamento dei servizi pubblici essenziali, dei settori fondamentali, di pubblica utilità e delle infrastrutture; contro i progetti di autonomia differenziata e le attuali forme di regionalizzazione; per l’uguaglianza dei diritti  e dei servizi su tutto il territorio nazionale;
  • Per una vera democrazia sindacale: contro il monopolio delle organizzazioni sindacali concertative, per dare ai lavoratori il potere di decidere chi deve rappresentarli; per il diritto di sciopero e l'abrogazione di ogni normativa repressiva che ne mini e riduca l'efficacia, a partire dal decreto-Salvini.
  • Per il rafforzamento della sicurezza dei lavoratori, dei sistemi ispettivi e del ruolo delle RLS
  • Per la tutela dei lavoratori immigrati: permesso di soggiorno a tutti gli immigrati;
  • Contro ogni discriminazione di genere: per una vera parità salariale, occupazionale e dei diritti delle donne, nei luoghi di lavoro e nella società;
  • Per la tutela dell’ambiente, il blocco delle produzioni nocive e delle grandi opere speculative;
  • Contro il G-20 di Roma e le ipocrite passerelle dei padroni del mondo: per l'unità e la solidarietà internazionale tra le lotte dei lavoratori e degli sfruttati.

 

ADL COBAS - CIB UNICOBAS - CLAP-CONFEDERAZIONE COBAS - COBAS SCUOLA SARDEGNA – CUB - FUORI MERCATO – SGB - SI COBAS –SIAL COBAS – SLAI COBAS S.C. – USB – USI CIT

16/7/2021

16/07/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Per il quinto anno la Camera ha deciso di finanziare le combriccole criminali libiche subappaltando i confini, legittimando le violenze e calpestando i morti

 

Palazzotto, Bersani, Boldrini, Bruno Bossio, Cecconi, Conte, De Lorenzo, Dori, Ehm, Fassina, Fioramonti, Fornaro, Fratoianni, Fusacchia, Lattanzio, Lombardo, Magi, Muroni, Orfini, Pastorino, Pini, Raciti, Rizzo Nervo, Sarli, Stumpo, Suriano, Termini, Timbro, Trizzino, Pollastrini: sono i nomi dei 34 voti contrari al rifinanziamento libico che per il quinto anno consecutivo il Parlamento ha deciso di destinare alle combriccole criminali di uno Stato fallito subappaltando i confini, legittimando le violenze e calpestando i morti.

 

Teneteli bene a mente quei nomi perché sono gli unici che non hanno fatto finta di non vedere ciò che sa tutto il mondo: la Libia è porto di morte, tappo di un’umanità che sanguina e che annega. Le violazioni dei diritti umani sono documentate tra le carte di tutte le più importanti organizzazioni internazionali e umanitarie eppure nel nostro Parlamento non valgono nemmeno un’unghia. Terranno pronta al massimo qualche postura del lutto preconfezionata nel caso di qualche morto spettacolare che sfortunatamente ritorni a galla.

 

Teneteli bene a mente, uno per uno, i nomi di quelli che chiamano “salvataggi” le operazioni di sequestro della cosiddetta Guardia costiera che raccoglie i disperati per riportarli nei centri di detenzione illegali che sono lager a cielo a aperto. Tenete bene a mente i nomi di quelli che riescono a rimanere indifferenti agli spari. Tenete bene a mente i nomi di quelli che sono giorni che si fingono cristiani e invece sono il concime perfetto per i cadaveri al di là delle nostre coste.

 

Tra gennaio e giugno del 2021 le missioni “di soccorso” dei guardacoste libici sostenuti dall’Europa hanno intercettato in mare e riportato in Libia circa 15mila persone, più che in tutto il 2020. Nei primi sei mesi del 2021 nel Mediterraneo centrale sono morti annegati oltre 700 migranti e rifugiati. Persone intervistate da Amnesty international hanno spesso dichiarato che, durante la traversata, avevano visto degli aerei sopra di loro o delle navi nei paraggi che rifiutavano di offrire assistenza, mentre i guardacoste libici si avvicinavano. L’Italia e altri stati membri dell’Unione europea hanno continuato a garantire assistenza materiale, come ad esempio motovedette, ai guardacoste libici e stanno lavorando alla creazione di un centro di coordinamento marittimo nel porto di Tripoli, prevalentemente finanziato dal Fondo fiduciario dell’Unione europea per l’Africa.

 

«Nonostante le massicce prove dei comportamenti sconsiderati, negligenti e illegali dei guardacoste libici in mare, e delle sistematiche violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione a seguito dell’intercettamento in mare, i partner europei continuano a sostenere i guardacoste libici che riportano a forza le persone in Libia, a soffrire di nuovo quegli stessi abusi da cui erano fuggite», ha commentato Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty international per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

 

Qualcuno dice che il nostro governo è complice. No, no: sono i mandanti.

15/07/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

Secondo giorno di discussione del Ddl Zan in Senato, mentre continua la corrispondenza di amorosi sensi tra i due Mattei. Pensavate di avere ormai visto di tutto? No, per niente. Tenetevi forte...

 

Secondo giorno di discussione del Ddl Zan in Senato. Pensavate di avere ormai visto di tutto? No, per niente. Tenetevi forte.

 

Seconda giornata di discussione in Senato e continuano gli amorosi sensi tra i due Mattei, manco a dirlo. Dopo la bocciatura delle pregiudiziali, Palazzo Madama ha respinto anche la questione sospensiva sull’esame del provvedimento sul contrasto della discriminazione o violenza per sesso, genere e disabilità. Ma lo stop è passato solo per un voto: 136 senatori hanno votato per continuare la discussione, 135 per sospenderla. Molte le assenze, soprattutto nel centrodestra e infatti Giorgia Meloni si è parecchio arrabbiata perché avrebbero potuto facilmente “affossare subito” la legge. A proposito di mediazioni da trovare.

 

Ma la mediazione migliore è quella tra Renzi e Salvini e i loro scudieri: «Immaginate cosa potrà accadere con voto segreto. I numeri sono a rischio, serve un grande accordo perché a scrutinio segreto questa legge non passa», dice Renzi e Salvini ci mette del suo facendo venire il dubbio che condividano lo stesso ufficio stampa dicendoci che «Se Letta e il Pd insistono a non voler ascoltare, dialogare e trovare una soluzione, la legge è morta». Poi interviene Salvini e i renziani si sono prodotti in un fragoroso e sentimentalissimo applauso. Ma non solo: Monica Cirinnà del Pd pubblica il video (del resto non è politicamente rilevante che salviniani e renziani si corteggino con tanto trasporto?) e il capogruppo Faraone si arrabbia: «La senatrice Cirinnà ha pubblicato un video fatto col suo telefonino rendendomi oggetto di una lapidazione social», ha detto raccogliendo la solidarietà della presidente del Senato. Capito? Nemmeno un dubbio che la “lapidazione social” (che loro chiamano di solito dissenso quando viene praticata dai loro fan) sia dovuta a un comportamento pessimo. Nessuno.

 

Poi c’è la carrellata di cretinerie che si sono trasferite dai peggiori giornali di destra direttamente in Aula. Barbaro di Fratelli d’Italia dice: «Ognuno deve essere libero di esprimere opinioni anche non condivise. Non possiamo permettere la limitazione della libertà di pensiero». E ha ragione, infatti non c’è nessuna limitazione di pensiero a patto che chi esprime un’opinione si ricordi di tenere in cantina i manganelli. Perosino (sempre di FdI) ci fa sapere che «tra l’altro anche i musulmani sono contrari al #ddlZan » dicendoci che questa legge «è la costruzione di un concetto nichilista della società, ha gli stessi sintomi della caduta dell’impero romano». Ah beh. Poi è il turno del fuoriclasse leghista Pillon: «Si potrà dire che due uomini sono famiglia, due donne sono famiglia…». Pensa te. E poi: «I bambini hanno diritto a non essere acquistati su internet«. E poi ancora: «Tutti abbiamo esultato per la vittoria dell’Italia agli Europei. È stato interessante vedere quale è stata la prima reazione dei giocatori. Non hanno telefonato al genitore 1 o al genitore 2. Hanno chiamato la mamma».

 

Vale riprendere le parole di Simone Alliva (preziosissimo nel seguire l’iter e la discussione della legge) che dice: «L’attacco sistematico a forme non eteronormate di identità è la musica di queste giornate in Senato sul #ddlZan. Sortisce l’effetto di trasformare in oggetto ridicolo o degradato chiunque non corrisponda agli standard. Così si può odiare senza vergognarsi. Perché si odia qualcuno che non è più umano, che è stato disumanizzato. Per odiare delle categorie di persone prima è necessario disumanizzarle. Lo ha fatto per lunghissimi minuti Pillon parlando di persone transgender e ridicolizzando la varietà della comunità».

 

Insomma se ci pensate è sempre il solito gioco contro i fragili o i disperati: una volta erano i terroni, poi i migranti, poi i poveri, poi i giovani, poi gli studenti e ora la comunità Lgbt. Per questo l’attuale dibattito è qualcosa che ci interessa molto da vicino: per affermare i diritti la Storia ci insegna che bisogna sempre scavalcare gli avvelenatori di pozzi travestiti da benpensanti.

14/07/2021

da Left

Giulio Cavalli

 

L'ostruzionismo delle destre, la sponda dei renziani, gli schiamazzi in Aula. Nel primo giorno di discussione del ddl Zan in Senato abbiamo assistito a ipocrisie, menzogne e strategie immorali di chi lucra sulla pelle delle persone

 

Volevate vedere il primo giorno di discussione del ddl Zan in Senato? Eccovi accontentati. La giornata di ieri è la fotografia che racconta tutto l’irraccontabile, le menzogne, le false visioni e le immorali strategie di quelli che lucrano sulla pelle delle persone per racimolare un po’ di voti, un po’ di visibilità e per inventare trucchi pur di non scomparire.

 

La fotografia della prima giornata in Senato della discussione del ddl Zan è il video che mostra la destra scimmiescamente concitata mentre schiamazza per evitare di parlare. Leggete bene: impediscono perfino di parlare e parlare in Parlamento, lo dice anche il gioco di parole, è l’elemento base della democrazia. Il video mostrato da Monica Cirinnà mostra esattamente la faccia di quelli con cui bisognerebbe “mediare”, “trovare un accordo”, “scendere a patti”, come se davvero non si sapesse che l’unico scopo che hanno Salvini, Meloni e compagnia cantante sia quello di affossare la legge. E, badate bene, non ci sarebbe nemmeno da preoccuparsi se non fosse che a fare sponda alla destra più becera continua a esserci la destra travestita da centrosinistra che corrisponde al sorriso sornione di Renzi e dei suoi fedelissimi.

 

Hanno cominciato con le pregiudiziali di costituzionalità (che sono un elemento ricorrente nel gioco d’Aula) che sarebbero state a voto palese e che quindi non avrebbero riservato sorprese: in questo largo mare di viltà le coltellate arriveranno nel segreto dell’urna, quando questi senatori che ci mostrano tutti i giorni cosa ingurgitano e cosa indossano potranno nascondersi dietro al proprio dito.

 

Lega e Fratelli d’Italia (quelli con cui Matteo Renzi vuole “mediare”) hanno chiesto al presidente della commissione Giustizia del Senato, nonché relatore del ddl Zan, il leghista Andrea Ostellari, di chiedere in Aula il rinvio del testo in commissione. Tutto questo ha solo un nome: ostruzionismo. Quello, solo quello. Voler trattare con gli ostruzionisti è una cretineria politica oppure semplicemente significa essere d’accordo con loro. Ognuno tiri le proprie somme.

 

A proposito di ostruzionismo valeva la pena vedere proprio Ostellari difendersi dalle (giuste) accuse di avere voluto ingolfare la legge dichiarando candido candido «io non ho pregiudizi». Basta farsi un giro su Google per trovare le sue partecipazioni a manifestazioni e convegni contrari alla legge. Questo è un record, siamo alle idee a sua insaputa.

 

La presidente del Senato Casellati fa la Casellati: sospende la seduta per convocare la riunione dei capigruppo facendoci sapere che l’aveva anche scritto sulla loro chat su whatsapp. Sembra una barzelletta ma è proprio così: per Casellati il Senato è un centro estivo che dura tutti i mesi dell’anno.

 

E indovinate un po’ chi ha appoggiato lesto lesto il ritorno in capigruppo? Eh, sì, proprio lui, Davide Faraone, l’avatar di Renzi in Senato: «Condivido pienamente le parole della senatrice Unterberger: verifichiamo in capigruppo se c’è un percorso per fare una legge insieme. Noi proporremo le nostre soluzioni in conferenza capigruppo». Poi Faraone esagera: «Mi sembra un incontro a favore di telecamere. Abbiamo il dovere di verificare se c’è un percorso da fare insieme per tutelare persone che soffrono solo perché vogliono esprimere il proprio amore». Le persone che soffrono intanto sono lì sotto al Palazzo per gridare a Faraone tutto l’amore che stanno provando per il loro atteggiamento. Renzi intanto si incensa da solo: «Se ci sono omosessuali che si possono sposare è perché noi abbiamo messo la fiducia», dice. Peccato che i gay in Italia non si possano sposare e che le unioni civili siano state fatte perché lo imponeva l’Europa.

 

Salvini (mentre i suoi abbaiano in Aula) dice che bisogna «ascoltare il Santo Padre». Si è dimenticato di ascoltarlo però quando parlava di accoglienza e di barconi nel Mediterraneo. Cattolico a intermittenza.

 

Alla fine Salvini dice di Renzi che le sue osservazioni «hanno un senso» e Renzi dice che «bisogna ascoltare e dialogare con Salvini».

 

Sipario.

E siamo solo all’inizio.

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