Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Marco Revelli

da il Manifesto

 

Auto e dintorni. Sergio Marchionne è stato l’«uomo della transizione». Ha portato la Fiat fuori dall’Italia. E l’Italia fuori dall’era industriale. Ma la sua eredità è piena di macerie. L’autoritarismo padronale dei referendum a Pomigliano e Mirafiori lascia centomila operai in meno, fabbriche vuote e un futuro incerto sulle auto di domani

 

L’«Era Marchionne» finisce bruscamente. Anzitempo, e drammaticamente.

 

Quello deciso ieri dai consigli di amministrazione di Fca, Ferrari e Cnh riuniti d’urgenza a Torino non è un avvicendamento fisiologico (che sarebbe dovuto avvenire nel 2019, come preannunciato dallo stesso Marchionne, con l’approvazione dei conti del 2018).

 

È piuttosto il frutto di un imprevisto. Di uno stato di necessità che assegna al termine «fine» un carattere più perentorio. In qualche modo definitivo, di quelli che, appunto, trascinano con sé il senso di un bilancio.

 

 

Cosa è stato Marchionne per la Fiat e per Torino? Cosa ha rappresentato per l’Italia? E in qualche misura per tutti noi, che sotto il segno di auto, industria, finanza abbiamo vissuto e, negli ultimi tempi, patito?

 

È l’«uomo che ha salvato la Fiat e l’ha portata nel mondo» – come recita la congregazione dei plaudenti – o quello che ne ha decretato la fine facendola americana?

 

È il manager che ha sburocratizzato la pesante macchina industriale fordista introducendovi lo stile informale e il passo lieve del demiurgo post-moderno, o quello della mano pesante e del tradizionale autoritarismo padronale nei referendum di Pomigliano e Mirafiori?

 

È l’uomo del futuro, che incarna nella propria visione e nella propria azione un «nuovo paradigma» industriale-finanziario, o è «soltanto» un buon navigatore nella sistematica del caos che caratterizza la nostra epoca, capace di mantenersi a galla grazie alla propria vocazione a cambiar forma?

 

Difficile dare ora una risposta certa. Ma su un punto credo di avere le idee chiare.

 

Marchionne è l’«uomo della transizione». Non certo l’uomo del passato – di un passato industriale diventato indubbiamente improponibile -, ma nemmeno l’uomo del futuro.

 

HA TRASCINATO LA FIAT fuori dal Novecento (e dal fondo di un baratro), ma non l’ha consegnata a un’identità certa e stabile. A un «modello» nuovo e sicuro. Ha pareggiato i conti, certo (e si tratta di un quasi-miracolo che gli ha permesso di annodarsi per la prima volta dal 2006 la cravatta al collo), ma Fca rimane comunque un gruppo minore nel panorama dei grandi produttori automobilistici globali: l’ottavo, con i suoi 4.863.291 autoveicoli venduti (di cui appena un settimo prodotto in Italia), il 5,1% del mercato, esattamente la metà rispetto a colossi come Volkswagen e Toyota, molto dietro alla francese Renault.

 

Un gruppo del tutto incerto sul profilo del proprio prodotto: unica certezza il successo di Jeep (il cui capo del brand, Mike Manley, è appunto il successore di Marchionne), per il resto oscillazioni tra l’opzione per modelli premium e de luxe o i tradizionali prodotti di massa.

 

In una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche era stato annunciato un piano d’investimenti massicci sull’auto elettrica (45 miliardi in 4 anni), un settore difficile, affollato, a micidiale competitività, con concorrenti dalla tradizione ventennale come Toyota, che garantirebbe di sicuro vantaggi futuri ma su cui tutto resta molto incerto, ed embrionale.

 

Più chiara ed evidente la questione dell’Italia. Qui la «transizione» si è consumata con un exit secco, cioè con un trasferimento di risorse e di sedi che ha assestato un durissimo colpo alla vocazione industriale del Paese.

 

FORSE POTREMMO DIRE che l’Italia industriale, così come l’avevamo conosciuta nella seconda metà del XX secolo, ha cessato ufficialmente di esistere allora, con quell’esodo, quando la Fiat non ha cambiato solo nome, sede legale (Olanda) e sede fiscale (Londra), ma con un massiccio trasferimento di tecnologie ha contribuito al rinsanguamento di un’industria automobilistica americana esangue restando tuttavia a sua volta in una condizione di anemia quasi mortale.

 

Con il 2010 del «Progetto Italia», lanciato in gran pompa l’anno prima come condizione per una resa sindacale e operaia pesantissima, non è rimasto più nulla.

 

Sotto l’ala protettrice di Barak Obama, il baricentro è stato spostato da Torino e dalla Campania al Michigan e Detroit.

 

Qui da noi sono rimasti gli scheletri spolpati di Mirafiori (oggi pressoché deserta, dopo che i residui operai della Maserati sono stati concentrati a Grugliasco) e di Pomigliano (dove la parabola discendente della Panda lascia una scia dolorosa di cassa integrazione cronica).

 

Era stato lo stesso Marchionne, da Fabio Fazio (sempre lui!), nell’ottobre del 2009 ad affermare, testualmente, che «la Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l’Italia». E da uomo di parola aveva fatto seguire i fatti.

In Italia Fca è passata dai 120mila dipendenti del 2000 ai 29mila di oggi

Oggi i dipendenti diretti di Fca in Italia sono 29.000 compresi quelli di Maserati e Ferrari. Erano oltre 120.000 nel 2000.

 

ORA SERGIO MARCHIONNE lascia silenziosamente la scena quando l’era della transizione – il «suo» tempo – è finita.

Il mondo che viene avanti non è più quello della globalizzazione leggera, dello spazio liscio della comunicazione e delle contaminazioni feconde, e neppure di quella più dura dalla competizione feroce.

È il tempo dei muri e dei dazi. Delle barriere e del confronto muscolare. Il tempo delle guerre commerciali che minacciano di non fare prigionieri. Forse ricorderemo i suoi maglioncini tutti uguali, nel tempo degli elmetti e delle tute mimetiche.

 

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20.07.2018

 

Processi. Depositate le motivazioni della sentenza sulla trattativa Stato-mafia conclusosi il 20 aprile scorso

 

«L’improvvisa accelerazione che ebbe l’esecuzione del dottore Borsellino» fu determinata «dai segnali di disponibilità al dialogo – ed in sostanza, di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci – pervenuti a Salvatore Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via D’Amelio».

E’ quanto si legge nelle motivazioni del processo sulla trattativa Stato-mafia conclusosi il 20 aprile scorso con la condanna, fra gli altri, del generale dei carabinieri Mario Mori, dell’ex senatore di Fi Marcello Dell’Utri e di Massimo Ciancimino.

 

Per i giudici «non vi è dubbio» che i contatti fra Mori e Giuseppe De Donno con Vito Ciancimino, «potevano essere percepiti sal boss Salvatore Riina come ulteriori segnali di cedimento dello Stato e forieri di sviluppi positivi per l’organizzazione mafiosa nella misura in cui quegli ufficiali lo avevano sollecitato ad avanzare richieste cui condizionare la cessazione della strategia di attacco frontale allo Stato».

 

Per i giudici, inoltre, un ruolo importante lo avrebbe svolto anche Marcello Dell’Utri.

 

«Con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funziona di intermediario dell’imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994 – è scritto nelle motivazioni -, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992».

 

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Adriana Pollice

da Il Manifesto

 

Sicuri da morire. Morti una donna e un bambino, un’altra donna tratta in salvo da Open Arms. Salvini: «Tutte bugie, io tengo duro»

 

Una barca con 158 migranti è stata intercettata dalla Guardia costiera libica al largo di Khoms: una nota della Marina di Tripoli ieri mattina informava brevemente sull’operazione aggiungendo che il gruppo aveva ricevuto aiuti umanitari e assistenza medica prima di essere portato in un campo profughi. Secondo Proactiva open arms al racconto manca un pezzo: «La Guardia costiera libica non ha detto che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e hanno affondato la nave perché non volevano salire sulle motovedette» ha scritto ieri sui social il fondatore della Ong catalana, Oscar Camps. Nel video postato si vedono i corpi di una donna e di un bambino, privi di vita, sulle assi di legno del fondo di un gommone distrutto. «Quando siamo arrivati – prosegue Camps – abbiamo trovato solo una delle donne ancora viva. Quanto tempo avremo a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano?». I corpi sono stati recuperati e portati a bordo dell’Open arms: a una prima analisi del medico di bordo, Giovanna Scaccabarozzi, il bambino di circa cinque anni ha resistito più a lungo ma non abbastanza per poter essere salvato.

 

È riuscita invece a sopravvivere Josephine: viene dal Camerun ed è rimasta due giorni in mare, aggrappata a un asse della carena. Uno dei volontari si è gettato in acqua per recuperarla e, con il resto dell’equipaggio, l’ha issata a bordo assiderata e sotto choc, come racconta Annalisa Camilli, giornalista dell’Internazionale che ha seguito il salvataggio.

 

Secondo l’Ong, lunedì erano stati avvistati due gommoni, come da comunicazioni tra il mercantile Triades e la Marina libica. La Guardia costiera di Tripoli avrebbe però deciso di effettuare le operazioni di salvataggio da sola. Quello che è avvenuto, accusa Camps, «è la conseguenza diretta del fatto che l’Europa ritiene la Libia un paese con un governo e una Guardia costiera capace di intervenire. Denunciamo l’omissione di soccorso in acque internazionali della presunta Guardia costiera libica, legittimata dall’Italia». Open arms nel pomeriggio ha messo la prua verso nord, in direzione Lampedusa. Non per entrare in porto ma almeno consegnare i due corpi e la sopravvissuta alla Marina italiana. Non è escluso però che possa dirigersi verso al Spagna.

 

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è stato costretto a correre ai ripari. Lunedì aveva ripetuto: «Dobbiamo cambiare la normativa per includere i porti libici in quelli sicuri. C’è questa ipocrisia in Europa per cui si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». Nel pomeriggio è arrivata una nota: secondo il Viminale quella di Proactiva Open Arms sarebbe «una fake news», la fonte una giornalista tedesca presente al salvataggio. Il portavoce della Marina di Tripoli, Ayoub Qasem, si è poi difeso: «Nessuno è rimasto in mare. Probabilmente alcuni migranti sono annegati prima dell’arrivo delle motovedette» per poi accusare le Ong che «ostacolano le nostre attività».

 

Intanto però ci sono i numeri. In base ai dati diffusi dall’Oim, i morti nel Mediterraneo nel 2018 sono stati 1.443, in proporzione molti di più rispetto al 2017 visto che gli sbarchi sono calati dell’81%. Il deputato di Leu Erasmo Palazzotto, che è a bordo dell’Astral (la seconda imbarcazione della Proactiva open arms), ha attaccato: «Caro Salvini e caro Minniti, di questi assassini siete responsabili voi con i vostri accordi. L’Italia presti soccorso alla donna sopravvissuta che ha urgente bisogno di cure». Il leader leghista non fa una piega: «Il mio obiettivo è salvare tutti, ma evitare che arrivino in Italia. Bugie e insulti di Ong straniere confermano che siamo nel giusto. Le Ong i porti italiani li vedranno in cartolina».

 

Le conseguenze degli attracchi bloccati sono altri morti. Gli ultimi, in acque italiane, risalgono a venerdì. I 450 a bordo del peschereccio partito da Zuara erano arrivati a Linosa. Il tragitto monitorato dal Centro di coordinamento di Malta e poi di Roma ma nessuno è andato a salvarli perché la politica dei due governi questo impone. Erano senza acqua né cibo, al largo dell’isola siciliana hanno visto due motovedette della Capitaneria di porto e una della Guardia di finanza ferme e nessuna operazione per prenderli a bordo. In 34 allora si sono buttati in mare per raggiungere i soccorritori a nuoto. Solo allora, difronte al pericolo immediato, è stato possibile mettere da parte il veto del Viminale e mettere i battelli in acqua per salvarli. Quattro somali però sono annegati.

 

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Andrea Colombo

 

Bruxelles. Bertaud, portavoce della Commissione Europea per l'immigrazione: «Nessuna imbarcazione europea riporterà i profughi in Libia»

 

La scelta cinica di adoperare i migranti come ostaggi da spendere nel braccio di ferro con l’Unione europea ha forse fatto le prime vittime. Il ministro Salvini, da Mosca, trascura il particolare. Conferma di procedere sulla stessa linea e ingaggia un nuovo scontro con l’Europa. Chiede alla Ue di considerare la Libia «porto sicuro». Incassa un secco no da parte della portavoce della Commissione europea, Natasha Bertaud: «Non consideriamo che lo sia». Nessun Paese nessuna imbarcazione europea riporteranno i profughi su quelle spiagge. Il ministro italiano replica minaccioso: «O si cambia o saremo costretti a procedere da soli».

 

SIA CHIARO, se la cura suggerita da Salvini, cioè la blindatura dei confini, «il blocco delle partenze aiutando Tunisia, Marocco, Libia ed Egitto a controllare mari, porti e confini», è totalmente sbagliata, non si può dire altrettanto della diagnosi. Quando accusa l’Europa di doppiezza dargli torto è impossibile: «C’è un’ipocrisia di fondo in base alla quale si danno i soldi ai libici, si forniscono le motovedette, si addestra la Guardia costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro». In effetti da un lato, giustamente, l’Europa riconosce che respingere i profughi significherebbe metterli nelle mani di torturatori e stupratori, ma allo stesso tempo la commissaria Mogherini vanta come risultato eccezionale la «caduta degli sbarchi dell’85% rispetto all’anno scorso». Come se fosse inumano riportare i migranti nei lager libici ma non lasciarceli per impedirgli di arrivare in Europa.

 

LE STESSE FONTI della Commissione devono percepire la contraddizione, perché fanno filtrare una spiegazione di tipo giuridico e non politico. C’è una sentenza del 2012 della Corte europea per i diritti dell’uomo che va in questo senso, spiegano. Ecco perché sia Salvini che la stessa Mogherini che la sottosegretaria agli Esteri Del Re insistono sulla possibilità che la Libia venga dichiarata invece «Paese sicuro» nel prossimi futuro. Pensando alle notizie che dalla Libia arrivano, suona come una beffa macabra.

 

Salvini ci spera. Punta a fare della Fortezza Europa la nuova strategia dell’intera Ue: «Non far partire e non far più sbarcare nessuna persona è l’obiettivo. La Ue deve convincersi che è l’unica soluzione». E sul divieto dei respingimenti: «Qualcosa che è vietato oggi può diventare normalità domani». Non è la linea di Conte, che mira a ripetere lo schema di accordi bilaterali con vari Paesi che ha sbloccato la situazione dei 450 profughi tra sabato e domenica. Non è la linea degli «alleati a metà» della Lega, i forzisti che, al contrario, insistono con la Gelmini sulla revisione di Dublino. Non è neppure, ovviamente la linea della Ue, che però gela anche Conte. «Siamo contenti che nel weekend si sia trovata una soluzione sulle due navi, ma siamo convinti che soluzioni ad hoc non possano durare a lungo termine», commenta infatti il portavoce della Commissione Schinas. «La politica estera non si improvvisa», chiosa la capogruppo azzurra al Senato Bernini.

 

TRA LA FINE di questo mese e l’inizio del prossimo la Commissione cercherà di mettere a punto una soluzione provvisoria basata sui «centri sorvegliati» nei Paesi di primo ingresso e sul tentativo di codificare maggiormente le ridislocazioni. La Mogherini insisterà per un’accelerazione della già prevista modifica della missione Sophia. L’idea di Conte è apportare una modifica lieve ma radicale: ripartire nei diversi paesi i porti di sbarco, mentre al momento le navi arrivano tutte in Italia. Far accettare la proposta è però un’impresa quasi impossibile. Difficilmente però la «revisione» metterà in discussione la guida italiana della missione. Perdere il comando significherebbe infatti avere meno argomenti e minor potere contrattuale. Sarebbe autolesionismo anche per Salvini, che pare essersi convinto.

 

LA SITUAZIONE è in realtà lontanissima da una soluzione. Le parole di Salvini da Mosca, dopo aver minacciato il veto sulla conferma delle sanzioni contro la Russia, sfiorano la dichiarazione di guerra: «La Ue vuole continuare ad agevolare lo sporco lavoro degli scafisti? Non lo farà in mio nome».

 

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di Alessandro Avvisato

da Contropiano

 

Vista da fuori, la querelle tra Di Maio, Tria, Salvini e Boeri sul numero di disoccupati che creerebbe il cosiddetto “decreto dignità” è decisamente divertente. E molto istruttiva.

 

Il nostro giudizio sulla prima versione di questo decreto l’abbiamo dato subito, e non ci sembra di doverlo correggere, visti i “peggioramenti” che sono stati fin qui concordati (reintroduzione dei voucher, più “flessibilità” sulle causali dei contratti a termine, ecc). In pratica, per chi lavora, cambia poco o nulla; così come per le imprese. Solo un’operazione pubblicitaria per dare a Di Maio e all’ala Cinque Stelle del governo un po’ di visibilità in più rispetto allo straripante Salvini sul bagnasciuga, a fare la sentinella conto i barconi.

 

Nonstante la pochezza, però, i campioni del neoliberismo rimasti in carica anche dopo il disastro elettorale del Pd hanno trovato il modo di fare un po’ di cagnara. Gli ormai famosi “8.000 occupati in meno”, apparsi nottetempo nella Relazione tecnica che accompagna il provvedimento nel suo iter verso la discussione in Parlamento, hanno fatto evocare “complotti”, “manine” e “manone” come ai gloriosi vecchi tempi della Dc e di Craxi.

 

Lì per lì i grillini se la sono presa col ministro dell’economia, Giovanni Tria, che nell’esecutivo rappresenta insieme a quello degli esteri (Moavero Milanesi) la “garanzia europeista”, ovvero il rispetto dei trattati e degli impegni presi in materia di bilancio. Poi Di Maio e Tria hanno emanato una nota congiunta da cui si capisce che la “manina” è di Tito Boeri, presidente dell’Inps snominato da Renzi ed economista famoso per l’intransigente difesa dei dogmi neoliberisti conditi da un sorriso piacione.

 

La nota sarebbe forse bastata a tacitare i malumori infra-governativi, senza sollevare altri conflitti, se non ci fosse stata una critica che “un professionista dell’economia” non poteva far finta di non vedere: «il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ritiene che le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili».

 

“Privo di basi scientifiche” significa che quei numeri sono inventati, messi lì solo per creare diffidenza nei confronti del governo, uno sgambetto politico… E uno come Boeri non se la poteva ovviamente tenere.

 

Nella sua risposta c’è però davvero il concentrato della voodoo economics che regola il mondo, spacciata per verità scientifica unanimemente riconosciuta. E una visione del mondo che spiega benissimo come il mondo del lavoro sia arrivato a contare zero, il Pd a scomparire dalla scena politica e “la sinistra” a essere identificata come “nemico del popolo”.

 

«Siamo ai limiti del negazionismo economico. Il provvedimento comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato. In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un’economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell’occupazione. È difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione. La stima dell’Inps è relativamente ottimistica. Prevede che il 10% dei contratti a tempo determinato che arrivano a 24 mesi di durata non vengano trasformati in altri contratti, ma diano luogo a flussi verso la disoccupazione riassorbiti al termine della durata della Naspi. Non si contemplano aggravi occupazionali legati alle causali. In termini assoluti l’effetto è trascurabile: si tratta dello 0,05% dell’occupazione alle dipendenze in Italia».

 

Abbiamo messo in evidenza il passaggio che ci sembra decisivo: se il costo del lavoro aumenta, anche solo di una frazione infinitesimale (lo 0,5%, nel caso di rinnovo del contratto a termine, previsto dal decreto), l’occupazione scende. Il che è vero solo in una situazione di perenne crescita zero. Sembra invece di sentire, dietro le forbite e accademiche parole di Boeri, l’urlo scomposto delle imprese italiote che sono disposte ad assumere solo se possono retribuire il lavoro il meno possibile (il sogno è il “lavoro gratuito che fa curriculum”, come sperimentato per Milano Expo).

 

E si comprende anche perché le imprese italiche siano così poco competitive con quelle del resto del mondo. L’idea di “sistema economico” che sta dietro quelle parole è infatti una specie di danza immobile, dove la situazione non cambia mai, non si cresce mai, a somma zero; e dunque ogni sopravvivenza dell’impresa si fonda sull’impoverimento del lavoro. E’ l’introiezione della stagnazione permanente, senza progetti e senza speranze, di fatto di un sistema di imprese senza futuro.

 

Che questa “visione” possa essere dipinta come l’”opposizione democratica e liberale” a un governo effettivamente fascioleghista e pasticcione dà la misura della devastazione del quadro politico nazionale. E’ come se, sulla legislazione del lavoro, si fosse scatenata una gara a chi è più boia. La destra fa finta di voler “dare qualcosa”, ma si guarda bene ovviamente dal farlo sul serio; l’opposizione “democratico-scientifica” ribatte polemica che non bisogna nemmeno far finta. Sia mai detto che poi i lavoratori si convincano che qualcosa, in effetti, gli spetta….

 

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13.07.2018

di Sergio Cararo

Da Cntropiano

 

Nostra intervista a Mimmo De Stradis, operaio di Melfi e delegato Usb dello stabilimento.

Ormai è uno storming mediatico internazionale la notizia dello sciopero degli operai della Fca contro le enormi cifre per l’ingaggio di Cristiano Ronaldo alla Juventus. Articoli sulla Bbc, Il Telegraph, la Reuter, TheIndipendent, El Pais, La Vanguardia perfino il Chicago Tribune e TeleSur, sena contare i giornali sportivi di mezzo mondo.

La FCA/Juventus per timore o forse per ridurre i danni di immagine, ha ridotto a bassa intensità l’evento per la presentazione dell’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juve. Niente bagno di folla e festa in piazza ma solo una conferenza stampa. Gli operai torinesi, magari saranno anche in tanti ad esseresupporter della Juve, ma il nervo scoperto suscitato dallo sciopero non può essere anestetizzato tanto facilmente, neanche dentro quella manipolazione della realtà che il sociologo Filippo Viola ha descritto come “la società astratta”.

Il clamore internazionale suscitato dalla convocazione dello sciopero della Usb negli stabilimenti Fca di Melfi, ma anche di altri sindacati di base a Pomigliano, sembra infatti aver colto una contraddizione viva e lacerante dentro la narrazione che nasconde accresciute iniquità e disuguaglianze sociali nel nostro paese, dietro la vetrina di lustrini, della spettacolarizzazione e di business milionari.

 

C’è molta soddisfazione ed anche tanta saggezza operaia nelle parole di Mimmo De Stradis, operaio e delegato della Usb dello stabilimento di Melfi, che con lo sciopero sui milioni a Cristiano Ronaldo ha strappato il velo e riportato la questione del rapporto tra la Fca/Fiat e i suoi operai.

Su Melfi si è abbattuta di nuovo la “riorganizzazione aziendale” con la dichiarazione di 1640 esuberi e la messa in contratto di solidarietà per 5600 operai. La produzione della “Punto” è stata cancellata, si faranno solo Jeep e veicoli per la gamma alta e per gli operai comincia un altro calvario. L’operazione partirà il prossimo 23 luglio. “Sembra quasi una casualità, eppure se dividiamo i soldi previsti per Cristiano Ronaldo con quanto percepisce un operaio della Fca, viene esattamente fuori che equivale al salario di 1640 operai” sottolinea Mimmo De Stradis.

Ma perché lo sciopero e come mai questo clamore? “La vicenda di Cristiano Ronaldo ovviamente non è questione di tifoseria, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Devi ammettere però che è uno sciopero anomalo, o no? “Noi abbiamo scioperato per solidarietà anche con gli operai serbi della ex Zastava di Kragujevac o agli operai di Piacenza. Siamo un sindacato di sostanza” ci dice Mimmo, “ Se volevamo fare un sindacato “piacione” saremmo stati con la Fismic”. Mimmo non vuole commentare le posizioni degli altri sindacati- “Non lo facciamo per principio” – ci tiene a precisare, ma come è noto, e questo lo precisiamo noi, gli altri sindacati Fim Fiom Uilm Fismic si sono schierati contro lo sciopero.

Sarebbe bello se la Fca/Fiat perseguisse sul piano degli investimenti gli stessi risultati che intende ottenere con la Juventus” aggiunge Mimmo. Fino al 2004 gli operai Fca di Melfi, a parità di lavoro, guadagnavano meno degli operai degli altri stabilimenti attraverso una sorta di nuove gabbie salariali che penalizzano i lavoratori nel Meridione. Poi si è riuscito a spezzare questo meccanismo perverso, ma i salari degli operai Fca non permettono certo di sognare né somigliano neanche lontanamente a quelli di un calciatore delle serie minori, figuriamoci di un campione e pallone d’oro come Cristiano Ronaldo. “Il nostro sciopero ha una motivazione semplice e chiara, è uno sciopero contro l’iniquità e le disuguaglianze lavorative e sociali diventate insopportabili” conclude Mimmo De Stradis.

Una diagnosi vera per parole pesanti come pietre nella realtà sociale del nostro paese. Uno sciopero che ha preso decisamente in contropiede una difesa arcigna come quella della FCA/Juventus strappando il velo e facendo una operazione verità. Praticamente è un eurogoal, questa volta dalla parte dei lavoratori.

11/07/2018

Leo Lancari

 

Mediterraneo. Sbarcheranno in Italia i 66 migrati salvati dalla Vos Thalassa. «Motivi di ordine pubblico». I migranti si erano ribellati per paura di tornare in Libia. A salvare la situazione la Guardia costiera

 

Salvini nega l’approdo ad una nave italiana e per la prima volta Toninelli decide di aprire i porti nonostante la decisione contraria del collega di governo. Sui migranti è di nuovo crisi tra Lega e M5S. Questa volta ad accendere lo scontro sono i 66 migranti tratti in salvo domenica dal rimorchiatore italiano Vos Thalassa e che avevano tentato un presunto ammutinamento alla vista di una motovedetta libica che si stava avvicinando alla nave. La situazione si è risolta solo quando, dopo aver ricevuto la richiesta di aiuto da parte del comandante del rimorchiatore, la nave Diciotti della Guardia costiera italiana si è avvicinata e ha preso a bordo i migranti.

 

Superata positivamente e senza danni per nessuno l’emergenza in mare, si è però aperto lo scontro politico. Toninelli – dal quale la Guardia costiera dipende – decide di far sbarcare i migranti in modo anche di permettere l’apertura di un’inchiesta su quanto avvenuto a bordo del rimorchiatore. Dal Viminale però, che lunedì sera aveva annunciato di non voler far approdare la Vos Thalassa, per tutto il giorno non arriva nessuna indicazione sul porto prescelto nonostante la cosa riguardi ormai la Diciotti e non più il rimorchiatore. E niente arriva fino a ieri sera, quando la Diciotti si trovava ornai a poche miglia dalle coste italiane.

 

Per ore tra Toninelli e Salvini va avanti uno scontro silenzioso ma palpabile, che si materializza nella riunione convocato dal premier Conte a palazzo Chigi per discutere del vertice dei ministri degli Interni che si apre domani a Innsbrick ma dalla quale, guarda caso, manca proprio il titolare del Viminale. «Ci siamo chiariti», prova a gettare acqua sul fuoco Toninelli all’uscita da Palazzo Chigi. «Salvini pensava che fossimo di fronte all’ennesimo salvataggio, io gli ho spiegato che era un intervento di ordine pubblico perché c’erano state delle minaccia di morte all’equipaggio» della nave battente il tricolore. Chiarimento o no, la situazione non cambia.

 

Non è la prima volta che il rimorchiatore Vos Thalassa – che presta servizio alla piattaforme petrolifere che si trovano ai limiti delle acque internazionali, interviene in soccorso di barconi in difficoltà, ma in passato tutto è sempre filato liscio anche perché nel Mediterraneo non c’erano ancora le motovedette di Tripoli e perché nessuno minacciava di chiudere i porti alle navi che prestavano soccorso ai migranti come avviene oggi. Domenica scorsa il Von Thalassa ha avvistato un barchino in procinto di affondare in acque internazionali.

 

A comporre il gruppo di 66 migranti tra i quali anche tre donne e sei bambini. A determinare l’ammunitamento è stata molto probabilmente la paura di essere riportati dalla Guardia costiera libica nei campi di detenzione del Paese nordafricano, paura che ha portato il gruppo di migranti a minacciare l’equipaggio della Vos Thalassa. In serata un ghanese e un sudanese sono stati individuati come due tra gli autori della rivolta.«In quali di questi paesi c’è guerra?», ha chiesto ieri Salvini polemizzando sulla nazionalità delle persone tratte in salvo.

 

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Leonardo Clausi

LONDRA

da il Manifesto

 

 

Dimissioni in Massa. Il ministro degli Esteri segue chi ha trattato sulla Brexit (Davis). Corbyn all’attacco con ironia: hanno aspettato di essere a casa.

 

«Polishing a turd» (letteralmente: lucidare una merda). Non nel senso dell’epiteto ingiurioso, ma in quello letterale. È l’ornata espressione utilizzata dal classicista Boris Johnson per definire l’accordo preliminare faticosamente ottenuto da Theresa May sulla linea da tenere nel negoziato sulla Brexit con l’Ue dopo un consiglio dei ministri-fiume tenutosi a Chequers, la residenza estiva cinquecentesca della premier, lo scorso venerdì. Ieri scattavano le sue dimissioni da Ministro degli esteri.

 

IL FINE DICITORE Johnson è ovviamente acceso capofila, con il ministro dell’ambiente Michael Gove, della fazione pro-Brexit del partito conservatore, entrambi poi confluiti nel gabinetto May per il delicato equilibrio di pesi e misure sul quale la premier è in bilico da mesi. L’uscita di scena di “Boris”, da sempre pretendente al ruolo di leader del partito e del Paese e permanente spina nel fianco del leader di turno, è stata preceduta – ed evidentemente innescata – da quelle del Brexit Secretary in persona, David Davis, e dal suo vice Steve Baker.

 

DAVIS, prominente alfiere della Gran Bretagna «globale» – cioè libera dai ceppi dell’Ue per involarsi in fiorenti rapporti commerciali col resto del mondo – è stato prontamente sostituito dall’euroscettico ex-ministro dell’edilizia abitativa Dominic Raab, ancora non si sa chi siederà alla scrivania di Johnson al Foreign Office. Ma se la dipartita del primo è per May un problema, quella del secondo una benedizione: lo dimostra la secca e puntuta replica di Downing Street alle dimissioni, con la pubblicazione della notizia ancora prima che il ministro finisse la propria lettera ufficiale indirizzata personalmente a May.

 

MA CHE ABBIA mollato per carrierismo politico o per ostentare ossequio al mandato referendario (su cui era saltato all’ultimo momento mentre il treno era in corsa: la sua decisione in extremis di sostenere la Brexit ha pesato senz’altro nell’esito finale vista la sua popolarità), la stella di Johnson, ormai considerato un brillante intrattenitore anche nel suo partito, pare opacizzata. A subentrargli come capofila nella difesa dell’orgoglio nazionale è ormai Jacob Rees-Mogg, il Tory che sembra uscito da un cinegiornale Luce e capo degli uscitisti duri. I sondaggi di YouGov lo danno davanti Johnson nel gradimento come futuro leader del partito.

 

A PROVOCARE l’ennesimo sfarinamento di questo governo May – di minoranza e che si regge grazie agli unionisti nordirlandesi del Dup – è il malcontento sul compromesso strenuamente raggiunto da lei con il governo medesimo, diviso in fazioni pro e contro una Brexit cosiddetta dura: un compromesso che tenta un’impossibile terza via fra lo stare fuori dell’Unione doganale e dal mercato comune europeo ardentemente invocato dalla destra euroscettica e le preoccupazioni del mondo dell’impresa, congelato da mesi in un frustrante limbo che impedisce di pianificare gli investimenti. Dopo ore di febbrili consultazioni nelle sale pannellate che sfrigolavano sotto un sole mediterraneo, May era emersa vittoriosa da un negoziato interno al suo partito cominciato ormai due anni fa, un negoziato su come e cosa negoziare con Bruxelles alla scadenza del marzo prossimo, data in cui i rapporti fra il Paese e l’Ue dovranno aver assunto un nuovo assetto. Ma le possibilità che il suo virtuosismo equilibrista – che ora propone un modo per restare nel mercato unico con merci e prodotti agricoli pur non osservando le altre libertà (di circolazione di persone, servizi e capitali) venga accolto da Bruxelles sono pari a zero.

 

SE PERDERE due figure di simile cabotaggio nel proprio governo in qualunque altro momento avrebbe facilmente aperto un assalto alla leadership da parte dei brexiteers, May rischia ancora una volta di restare in sella e potrebbe, anzi, uscirne rafforzata. Nonostante l’emorragia di ministri, May continuerà ad attingere dallo stesso serbatoio euroscettico, accontentandosi di quello che trova. Mancano i numeri in parlamento per ribaltarla, e il rischio di elezioni anticipate che rischierebbero di consegnare il Paese al Labour di Corbyn è – prevedibilmente – uno scenario di fronte al quale anche al più ideologico isolazionista tremano i polsi.

 

AI COMUNI, quest’ennesimo colpo di teatro nelle file della «maggioranza» ha galvanizzato Jeremy Corbyn, solitamente magnanimo con l’avversario quando è in difficoltà in aula. In un attacco devastante alla prima ministra ha anche strappato risate ai suoi, ironizzando sul fatto che, fosse stato per loro, i due ministri avrebbero rassegnato le dimissioni già alla riunione di venerdì nel Buckinghamshire. «Ma di fronte alla prospettiva di una lunga camminata…e – visti i tagli del governo – senza nemmeno un autobus in vista, hanno preferito saggiamente attendere e prendere un passaggio a casa», riferendosi alla perdita istantanea dell’auto blu usata come deterrente verso le defezioni.

 

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06.07.2018

 

Vi informo con piacere, che ieri su iniziativa di Don Ciotti, i presidenti nazionali di Libera, ANPI, ARCI e Legambiente hanno promosso un appello dal titolo:una maglietta rossa per fermare l'emorragia di umanità.Si tratta di una iniziativa con cui si chiede alle cittadine e ai cittadini di indossare il giorno 7 luglio una maglietta rossa, appunto, non solo in memoria dei bambini recentemente morti in mare ma per lanciare un messaggio forte e corale: restiamo umani. Abbandonare l’accoglienza e la solidarietà al loro destino è un atto, oltreché indegno, pericoloso perché lesivo della convivenza civile. E’ importante “prendere per mano questo appello” sostenerlo con iniziative anche piccole, ma simboliche, in tutta Italia. Vi chiedo dunque di esserci, come sapete fare con passione, dedizione ed orgoglio antifascista.

 

La presidente dell'ANPI

Sandra nespolo

 

 

Sabato 7 luglio: indossiamo una maglietta rossa per un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà

 

Rosso è il colore che ci invita a sostare. Ma c’è un altro rosso, oggi, che ancor più perentoriamente ci chiede di fermarci, di riflettere, e poi d’impegnarci e darci da fare. È quello dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Alan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso erano vestiti . Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio, quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori.

 

Muoiono, questi bambini, mentre l’Europa gioca allo scaricabarile con il problema dell’immigrazione – cioè con la vita di migliaia di persone – e per non affrontarlo in modo politicamente degno arriva a colpevolizzare chi presta soccorsi o chi auspica un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Bisogna contrastare questa emorragia di umanità, questo cinismo dilagante alimentato dagli imprenditori della paura. L’Europa moderna non è questa. L’Europa moderna è libertà, uguaglianza, fraternità. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini.

 

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05.07.2018

Giorgio Cremaschi 

da Contropiano

 

È facilissimo e praticamente gratuito fare i progressisti se si hanno contro il PD, i residui berlusconiani e i patrioti padronali, il Decreto Dignità lo dimostra.

Ciò che viene presentato come la Waterloo del Jobsact ne è. in realtà, la sostanziale conferma; solo la sfacciataggine di imprese che si preparano ad incassare miliardi di bonifici fiscali e la dabbenaggine reazionaria dei renziani possono accreditare la versione di Di Maio.

 

L’intervento sui contratti a termine ne riduce la durata, costringe le imprese a qualche piccola bugia, che mai sarà verificata, sulle cosiddette “causali”, ma non cambia la sostanza. Oggi il il 78% dei contratti a termine sono sotto i 12 mesi, per questi non cambia nulla, si verrà assunti e scartati a go go, senza regole come prima. Per gli altri il contratto potrà essere prorogato fino a 24 e non più fino a 36 mesi e per 4 volte e non per 5. Sia chiaro questo vale solo se il contratto viene prorogato, se invece il padrone lascia a casa il precario e poi lo riassume dopo più di venti giorni, si può anche ricominciare da capo; e su questa clausola truffa della legge il decreto non dice nulla.

 

Il contratto precario è più corto, ma alla fine di esso che succede? Nulla. Se davvero si fosse voluto colpire l’uso distorto di questi contratti si sarebbe dovuto affermare il principio della conferma a tempo indeterminato almeno per una parte di essi. Ti prendi cento dipendenti a tempo determinato per 24 mesi? Bene dopo non puoi ricominciare da capo con altri lavoratori, ma almeno un buona percentuale di coloro che hai assunto li dovrai confermare a tempo indeterminato, non sostituire con altri. Di questo limite invece non c’è traccia nel decreto.

 

Come tutti sanno, il Jobsact ha come misura simbolo contro il lavoro l’abolizione della tutela dell’articolo 18 per i licenziamenti ingiusti.

 

Tutti i nuovi assunti, giovani al primo lavoro o anziani che il lavoro l’hanno perso, sono senza la tutela dell’articolo 18, cioè il loro contratto a tempo indeterminato in realtà è un contratto precario, possono essere licenziati in qualsiasi momento. Se si fosse ripristinato l’articolo 18, davvero il Jobsact e il suo autore Renzi sarebbero stati rovinosamante sconfitti. Ma la sola cosa che fa il governo é aumentare l’indennità di licenziamento ingiusto, fino a 36 mesi rispetto ai 24 attuali per chi ha 12 anni di anzianità. Anzianità che ovviamente non ha maturato nessuno dei lavoratori assunti da quando è in vigore il Jobsact e alla quale è difficile che molti di loro arrivino mai.

 

Il Jobsact ha cancellato la tutela reale contro i licenziamenti ingiusti, cioè la reintegra al lavoro, degradandola a tutela risarcitoria, cioè prendi un po’ di soldi e vai. Per questo è nella storia delle infamie contro il lavoro. Ora il governo consolida la tutela risarcitoria renziana, cioè fa suo proprio il nucleo ideologico centrale del Jobsact. Che per altro ha distrutto tanti altri diritti del lavoro, con i demansionamenti, il controllo a distanza, i voucher che verranno ripristinati, le 40 differenti forme di assunzioni precarie. Nulla di tutto questo viene toccato dal Decreto Dignità, e non vorrei che Di Maio, parlando di Waterloo del Jobsact, si sia ispirato a quel manager che credeva che in quella storica battaglia il vincitore fosse stato Napoleone.

L’altro tema centrale del decreto è la penalizzazione delle aziende che delocalizzano. Qui sarebbe davvero un cambiamento, ma la montagna ha partorito un topolino. Le aziende che trasferiscono gli impianti all’estero dovrebbero restituire gli aiuti di stato ricevuti, con l’aggiunta di una forte multa. A parte che il principio affermato è ingiusto, cioè paghi e te ne vai, senza alcun obbligo di restare o di trovare lavoro per chi finisce in mezzo ad una strada, c’è da chiarire: ma di quali aiuti di stato si parla?

 

Come si sa, l’Unione Europea ha proibito gli aiuti di stato alle imprese e in questo modo ha favorito le multinazionali contro le imprese pubbliche e ha distrutto le politiche industriali di paesi come il nostro. Ma naturalmente la proibizione è ipocrita. Ci sono fondi europei, esenzioni fiscali che non sono considerati aiuti di stato. Quindi il decreto colpisce gli aiuti pubblici permessi dalla UE, quelli e solo quelli. Ma chi li ha presi? Sarebbe interessante fare un incrocio tra la le penalizzazioni del decreto e le aziende reali che hanno trasferito gli impianti all’estero, la mia impressione è che su di loro l’effetto sarebbe nullo. Perché tante agevolazioni alle imprese non rientrano negli aiuti di stato ufficiali, anche se sono un bel po’ di aiuto ai loro profitti. Chi penalizza davvero il decreto tra i tanti che hanno fatto o stanno facendo decine di migliaia di licenziamenti? A me pare nessuno.

 

Il decreto chiede la restituzione dei soldi anche alle imprese che hanno ricevuto ingenti sconti fiscali per comprare macchinari ed impianti e poi se li sono rivenduti e hanno licenziato. Però qui si aggiunge che si dovrà tenere conto del danno che potrebbe arrecare, all’occupazione residua dell’impresa, la penalizzazione per aver trasferito i macchinari. Insomma i licenziamenti dovrebbero essere in modica quantità e si potrebbe scampare alla multa.

 

Ben più rilevanti sono i provvedimenti varati e promessi alle imprese e agli imprenditori, tutti riconducibili alle regalie fiscali. Si promette un bel bonus sul costo del lavoro e anche qui si è nella pura continuità con i miliardi donati alle imprese con il Jobsact, inoltre si riducono la pressione e soprattutto il controllo fiscale. È la flat tax fai da te: io non ti controllo, tu guadagni. Per altro la più scandalosa di queste misure è l’abolizione sostanziale del redditometro, con il quale se al fisco risulta che un imprenditore ha la villa a Portofino e quattro SUV Mercedes, allora non può più dichiarare 10.000 euro di reddito all’anno.

 

Infine si colpiscono le pubblicità ai giochi d’azzardo, giusto; ma la gente si rovinava anche quando non c’erano gli spot in tv. É contro le bische di stato, che producono ingenti entrate allo stato, che bisognerebbe agire.

 

Il Decreto Dignità è dunque sostanzialmente una operazione propagandistica che conferma e rafforza la sostanza del Jobsact, mentre proclama di distruggerlo in un certo senso gli conferisce dignità. Perché allora Confindustria ed imprese levano gli scudi? Intanto per la classica tattica di piangere danni sul nulla e così alzare il prezzo su regali ed agevolazioni. Che ora riceveranno sicuramente, povere imprese dopo tanto soffrire. E poi per dare un segnale inequivocabile al governo gialloverde: finché fate propaganda va bene, ma che davvero non vi venga in mente di stare col lavoro, occupatevi dei barconi e basta.

 

Oltre alla solita destra berlusconiana anche la Lega ha subito recepito il messaggio. Il partito dei padroni del Nord si darà da fare e vedrete che, se nei testi finali del decreto ci sarà qualcosa che davvero colpisca il potere delle imprese sul lavoro, beh il parlamento la cambierà. E i cinquestelle come sempre abbozzeranno.

 

Infine c’è il PD, che con Gentiloni si è collocato a destra della Confindustria, ventilando catastrofi occupazionali solo perché i contratti a termini durerebbero 12 mesi in meno. Qui il Decreto Dignità fa davvero chiarezza, mostrando definitivamente che il PD è un partito liberale di centrodestra inutilizzabile ed indisponibile per i diritti del lavoro e per la lotta allo sfruttamento. È solo grazie al PD che questo governo può conservare consenso nel mondo del lavoro, consenso che comincerà a perdere solo quando si troverà di fronte una sinistra vera, libera dal PD e dal suo Jobsact

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