Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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08/01/2019

 

«Il furbetto Di Maio invita degli esponenti dei gilet gialli in Italia per atteggiarsi a rivoluzionario.

 

Gli racconti quali norme contro i movimenti di protesta reali ha approvato il suo movimento virtuale. Se dei gilet gialli facessero i blocchi stradali in Italia li manderebbe dritti in galera  – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – .

 

M5S e Lega hanno appena approvato un decreto “sicurezza” che reintroduce e inasprisce le pene contro chi protesta e contro i blocchi stradali, la principale forma di lotta con cui i gilet gialli hanno bloccato la Francia.

 

Forse Di Maio non li ha informati ma i gilet gialli col governo gialloverde si beccherebbero 12 anni di galera. Il reato di blocco stradale era stato depenalizzato con il decreto 507 nel 1999 e fino a questo governo di finti rivoluzionari era punito solo con una sanzione amministrativa.

 

Ora, grazie al governo Di Maio-Salvini, è tornato reato penale e per effetto dell’art. 23 del decreto sicurezza vengono estese al blocco stradale le norme sul blocco ferroviario o alla navigazione che prevedono una pena da 2 a 12 anni se il “fatto è commesso da più persone”.

 

Ricordo che anche in Italia i blocchi stradali sono una forma di protesta tradizionalmente diffusa soprattutto da parte di lavoratori e ambientalisti. Di Maio dice di essere a favore di chi sta in basso e poi criminalizza la protesta sociale. E oggi Di Maio governa con il partito che è stato tra i responsabili della mattanza di Genova e con un ministro degli Interni che dichiara che la tortura rientra nel lavoro della polizia. Se in Italia ci fosse una mobilitazione dura come quella dei Gilet gialli questo governo gli farebbe sparare addosso. Come a Genova nel 2001».

Andrea Colombo

da Il Manifesto

 

Proposta indecente. La Germania: «Pronti ad accogliere, ma non da soli». Fico sta con Di Maio che chiama in causa Bruxelles: «Prema su Malta»

 

Sono dieci persone, dieci donne e bambini, dieci vite sulle quali si giocano partite politiche nazionali ed europee, posizionamenti in vista delle prossime elezioni, giochi di potere tra i soci del governo italiano. Ad aprire i porti per tutti i 49 migranti della Sea Watch e della Sea Eye non ci pensa nessuno: troppo rischioso in termini di consensi elettorali. Molto più sicuro cercare di salvare l’immagine agli occhi di una parte della propria base, come fa Luigi Di Maio, insistendo perché vengano accolti quelle donne e quei bambini che in realtà non vogliono affatto essere separati dal resto delle loro famiglie. Molto più comodo trincerarsi, come fa la Germania, dietro l’attesa di «una ampia soluzione di suddivisione europea», per accogliere i profughi delle due navi. Finché non la si trova, i 49 migranti possono continuare a ondeggiare di fronte a Malta.

 

M5S, CON TUTTI E DUE gli occhi spalancati sugli equilibri di maggioranza travestiti da posizione umanitaria, insiste. Di Maio ieri è tornato alla carica: «Non arretriamo sulla politica migratoria ma quando si tratta di donne e bambini siamo pronti a dare una lezione a tutta l’Europa e ad accoglierli. Ma se Malta non li fa sbarcare noi non possiamo prendere neppure quelli, quindi chiedo alla Ue di dare l’input a Malta». Il problema è che alla Valletta stanno probabilmente aspettando che il governo gialloverde si metta d’accordo e che Salvini smetta di puntare i piedi.

 

Roberto Fico, il rivale per modo di dire di Di Maio, stavolta lo appoggia: «La sua iniziativa è un segnale importante. Non possiamo permettere che vengano lasciati in condizioni inaccettabili esseri umani che fuggono da dolore, morte e sofferenza». Furbetto, il presidente della Camera glissa su quegli «esseri umani», i maschi adulti, che Di Maio intende invece lasciare in dette inaccettabili condizioni.

 

DONNE, UOMINI e bambini contano in realtà ben poco. Di Maio, in vista di elezioni europee che potrebbero certificare l’arretramento secco del suo Movimento, ha bisogno di smarcarsi un po’ da Salvini, di scrollarsi di dosso l’immagine del sodale obbediente, di piantare una bandierina per riconquistare la parte meno xenofoba dell’elettorato. Roberto Fico deve dimostrare di avere qualche voce in capitolo, e sinora non gli è mai riuscito. Quelle dieci vite tornano utilissime.

 

Anche Matteo Salvini fa i suoi conti, con la stessa logica. E’ o non è l’«uomo forte» d’Italia? Dunque punta i piedi: «Non cediamo ai ricatti». E a monsignor Di Tora, presidente della Commissione episcopale Cei per le migrazioni che aveva puntato il dito affermando che «chi si tira indietro non ha la coscienza a posto», replica con il solito slogan: «Abbiamo già dato. Prima gli italiani».

 

MA IL CAPO LEGHISTA, per ora, non ha alcuna intenzione di rompere con un alleato che si è rivelato il migliore che potesse immaginare. «Devo riconoscere ai miei compagni di viaggio a livello nazionale – concede – serietà e coerenza. Da solo non sarei riuscito a fare sull’immigrazione quel che stiamo facendo insieme.

 

A livello regionale è un’altra roba». L’allusione velenosa è anche alla crescente solidarietà che arriva proprio dall’interno dei 5S alla rivolta dei sindaci e dei governatori contro il decreto sicurezza. In questo caso la faccenda è più seria del cinico gioco delle parti che i vertici stanno giocando sulla testa dei passeggeri delle due navi. Qui a muoversi è l’ossatura del Movimento, i quadri intermedi, e il disagio a cui danno voce è reale. Quella tensione, sommata a molte altre, allo scontro sui vertici dell’Inps, alla introduzione dei referendum propositivi, che i 5S vorrebbero senza quorum e i leghisti con almeno il 33% di quorum, e presto, prevedibilmente, a quella su quota 100 e soprattutto reddito di cittadinanza, fa scricchiolare la maggioranza ancora prima che l’anno politico sia davvero iniziato.

 

IL MASTICE PER TENERE insieme una coalizione già scollata è naturalmente la critica contro l’Europa. «L’Italia c’è e tende una mano a chi ha bisogno», tuona Luigi Di Maio a cui la faccia tosta non difetta. «Ma l’Italia non deve più essere lasciata sola da qualche euroburocrate», aggiunge. L’Europa, peraltro, rende ai due soci il gioco facile. Lo spiraglio aperto ieri dalla Germania è un passetto avanti, ma condizionato com’è a una «soluzione europea» che non figura a portata di mano, è tardivo e insufficiente. Se l’Europa non è peggiore del governo italiano, in questo frangente certo non è migliore.

22/12/2018

Alessandro Avvisato

Contropiano

 

Ormai è una tradizione: ogni anno, negli ultimi giorni di dicembre, il Parlamento fa finta di discutere un testo contenente la “legge di stabilità”, mentre il governo riceve da Bruxelles indicazioni perentorie su cosa debba contenere. Una volta finito il lavoro di riscrittura, lo stesso governo la presenta come “maxi-emendamento” che sostituisce in toto le vecchie carte, pone la questione di fiducia e le norme decisive per la vita della popolazione nel prossimo anno vengono approvate senza che neppure vengano lette. Figuriamoci discusse o contestate.

E visto che stavolta c’è il “governo del cambiamento” avviene esattamente la stessa scena. Anzi, ancora più evidente, perché si è perso un po’ di tempo nella finzione di una “trattativa” con l’Unione Europea, e quindi si è arrivati al voto parlamentare davvero in extremis.

 

Non che i governo targati Pd fossero migliori, semplicemente si evitavano la sceneggiata europea –accettando tutto senza discutere – e quindi c’era un po’ di tempo in più per inscenare un “dibattito parlamentare” che si concludeva nello stesso modo: maxi-emendamento e voto di fiducia.

 

Per capire che nessun parlamentare saprà esattamente cosa vota basta guardare i tempi.

 

Oggi alle 16 viene presentato il maxi-emendamento e subito l’aula comincerà a “discuterlo”. Se immaginate la scena, c’è da ridere. Ogni parlamentare riceve un elenco telefonico ricco di allegati e tabelle; neanche il tempo di aprirlo e si cominciano gli interventi.

 

Alle 22 si chiude la “discussione” e si fanno le “dichiarazioni di voto” da parte di ogni gruppo. Alle 23 si vota e a mezzanotte si chiude (hai visto mai che qualche onorevole debba saltare anche solo un giorno di festa per colpa di una quisquilia del genere…). Praticamente c’è più tempo per scrivere il tema di terza media…

 

Si potrebbero scrivere a questo punto interi libri sulla distruzione del Parlamento, ovvero del potere legislativo. Che, sia detto a futura memoria, è ancora il più importante tra i tre per definire una “democrazia”. Gli altri due, infatti – esecutivo, ossia, il governo, e la magistratura – sono comuni anche alle dittature.

 

Ma non ci sembra che sia più nessuna forza presente in questo Parlamento a preoccuparsi di questa deriva verso la discarica…

Stefano Porcari

13/12/2018

Da Contropiano

 

Alla fine tanto tuonò che neanche piovve. Il governo italiano, dopo mesi di rodomontate, ha chinato la testa davanti alla Commissione Europea e ha abbassato dal 2,4 al 2% il rapporto tra deficit e pil e dunque la sua possibilità di spesa per cercare di dare un po’ di ossigeno a un paese economicamente stagnante e ad una popolazione impoverita da anni di austerity e tagli imposti dalla Ue. Non solo. Il  kommissar Moscovici ha anche lasciato intendere che (come hanno fatto per la Grecia) potrebbe non essere finita qui. L’Italia dovrebbe compiere ulteriori sforzi per il Bilancio 2019. “È un passo nella giusta direzione, ma ancora non ci siamo, ci sono ancora dei passi da fare, forse da entrambe le parti”, ha dichiarato Moscovici alla fine della trattativa tra Conte e i commissari di Bruxelles. Nelle stesse ore l’Unione Europea approvava lo sforamento del deficit da parte della Francia per far fronte alle richieste dell’imponente movimento di protesta popolare.

 

Ieri sera la cena a Palazzo Chigi con cui Conte ha resocontato l’esito del negoziato con la Commissione europea, non ha entusiasmato i due vicepremier. I leader di Lega e M5s non sembrano entusiasti di come siamo andate le cose. Di fronte ai giornalisti che li aspettavano in strada sono stati silenti, come non è certo loro consuetudine. Di Maio si è allontanato senza rispondere alle domande dei cronisti.  Salvini si è limitato a dire che “parla il presidente del Consiglio”, prima di allontanarsi frettolosamente. Si è palesato quindi quello scenario del governo “a tre” in cui ai professori è destinato il compito di metterci la faccia rispettabile a Bruxelles e poi fare da capro espiatorio in Italia.

 

Ma la riduzione dal 2,4 al 2,04 del deficit, non si tratta di numerini, si tratta di circa 6,5 miliardi di euro in meno da poter spendere nel prossimo anno. Ed infatti la manovra di bilancio (Legge di Stabilità) in discussione al Senato dovrà adesso tenere conto di questo stop alla spesa e, nella migliore delle ipotesi, prevederà “rinvii”, “slittamenti” e qualche retromarcia rispetto a quanto promesso da Lega e M5S (soprattutto) ai milioni di persone che li hanno votati. Vediamo qualche esempio:

Per quanto riguarda la stabilizzazione dei precari nel pubblico impiego si rinvia ancora. Slitta infatti al 31 dicembre del 2019 il termine per procedere alle assunzioni di personale a tempo indeterminato, relative ai contratti di lavoro cessati negli anni 2009, 2010, 2011 e 2012.

 

Nella manovra c’è inoltre lo slittamento dal 1° gennaio del nuovo anno al prossimo 14 luglio del divieto di sponsorizzazioni di eventi, attività, manifestazioni, programmi, prodotti o servizi relativi al gioco d’azzardo come ad esempio quello delle scommesse sportive.

 

Nella  Legge di Bilancio è previsto anche nel 2019, in attesa che diventi operativo il promesso reddito di cittadinanza, il versamento del Rei, il reddito di inclusione contro la povertà, pur in assenza della comunicazione dell’avvenuta sottoscrizione del progetto personalizzato. Il decreto istitutivo del reddito di inclusione, infatti, prevede questa possibilità soltanto per l’anno in corso.

 

Il premier Conte da Bruxelles ha subito rassicurato, nelle dichiarazioni alla stampa, che ci sono i margini per ridurre lo stanziamento senza intaccare gli interventi sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza perché altre risorse  verranno dalle privatizzazioni e in particolate dalle dismissioni immobiliari di beni  pubblici e demaniali.

 

Ma se questa strozzatura è stata imposta sul rapporto tra debito e pil, il problema è che dentro questi parametri sia il numeratore che il denominatore non vanno nella direzione auspicata. Se il debito pubblico non scende, il Pil continua a non salire. E’ di pochi giorni fa la relazione periodica dell’Istat che parla di recessione.

 

Mancano pochi giorni alla fine dell’anno e lo spettro del “triple dip”, di un nuovo ritorno della recessione dopo le crisi del 2007 e del 2014, la terza caduta nel giro di poco più di dieci anni, rischia di farsi sempre più concreta. L’Istat  il 1 dicembre ha diffuso il suo rapporto sui conti economici trimestrali rivedendo le previsioni per luglio-agosto-settembre e così da una crescita che le stime preliminari indicavano come nulla si è passati ad un Pil negativo (-0,1%).

 

Inoltre sul piano del lavoro continuano a diminuire soprattutto i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato (-0,7% sul trimestre precedente e -1,5%, pari a un calo di 222.000 unità, rispetto al terzo trimestre 2017), mentre nel terzo trimestre del 2018 gli occupati con contratti a termine erano 3.112.000, il valore più alto dal 1992.

 

12/12/2018

Da Controlacrisi

 

La denuncia dei Cobas: "Soprusi di ogni genere. Serve una task force di ispettori"

 

Su quanto avviene, nel silenzio generale, nel settore del commercio, l’ultima delle centinaia di segnalazioni riguarda le commesse di un negozio di moda "cheap price" nel pieno centro di Roma. Pagate 3 euro e ventisei centesimi l’ora ed in nero. Anche per dodici ore al giorno, senza riposi, tutte le domeniche e i giorni festivi compresi. Commesse senza contratto, senza busta paga e finanche senza nome, "visto che il datore di lavoro - che le paga in contanti - non lo conosce affatto".

 

"Il Ministro Di Maio dimostri davvero che ha a cuore la piaga del lavoro nero – dichiara Francesco Iacovone, del Cobas nazionale – perché non siamo alle Iene e non parlo del papà ormai più famoso d’Italia. Siamo nel mondo del commercio dove centinaia di milioni di cittadini/lavoratori subiscono soprusi di ogni genere".

 

"Dal lavoro in nero a quello “in grigio”, con contratti regolari a metà e il resto fuori busta – prosegue il rappresentante sindacale – che rappresentano un’enorme evasione contributiva e fiscale e un ingente danno per i conti dello Stato. Tutti fanno finta di non vedere, ma in realtà questa degenerazione la conoscono tutti. E non finisce qui, perché al lavoro nero si abbinano il superamento delle soglie di precarietà contrattuale, le dimissioni in bianco, le discriminazioni di genere, i part time imposti, le condizioni di sicurezza inesistenti. Insomma, ci vuole davvero una task force di ispettori che faccia luce su uno dei settori produttivi più sfruttati", conclude Iacovone

Marina Della Croce

 

Siamo umani. L’organizzazione denuncia la violazione dei diritti umani di rom e migranti mentre prosegue la vendita di armi a Paesi in guerra

 

Da giorno del suo insediamento il governo Conte «si è subito distinto per una gestione repressiva del fenomeno migratorio. Le autorità hanno ostacolato e continuano a ostacolare lo sbarco in Italia di centinaia di persone salvate in mare infliggendo ulteriori sofferenze e minando il funzionamento complessivo del sistema di ricerca e salvataggio».

 

Nel giorno in cui si celebrano i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani, il giudizio che Amnesty international esprime su governo giallo verde non potrebbe essere più netto. L’organizzazione non esita infatti a bollare come «repressive» le politiche esse in atto contro i migranti sottolineando come i diritti dei richiedenti asilo siano messi in forse dal decreto sicurezza voluto da Matteo Salvini. Che risponde subito alle accuse che gli rivolge Amnesty: «Ho la coscienza a posto. Il decreto sicurezza erode i diritti dei delinquenti e non dei richiedenti asilo», replica il ministro degli Interni. E con lui si schiera anche l’altro vicepremier, Luigi Di Maio: «In Francia ho visto minorenni fatti inginocchiare dalla polizia. Se queste cose le avesse fatte il governo italiano sarebbe arrivata l’Onu con i caschi blu».

 

Battute, che non bastano però a sminuire la gravità della accuse lanciate da Amnesty. L’occasione è la presentazione del rapporto «la situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019» nel quale si traccia un quadro preoccupante del nostro Paese per il crescente clima di diffidenza e razzismo nei confronti degli stranieri, Un clima, sottolinea l’organizzazione, alimentato anche dal linguaggio utilizzato nella perenne campagna elettorale italiana da alcuni esponenti politici per veicolare sentimenti populisti e identitari. Un modo di parlare che «incita all’odio e alla discriminazione e che sta alimentando un clima di crescente intolleranza, razzismo e xenofobia nei confronti delle minoranze e di rifugiati e migranti». E la scelta dell’Italia come di altri Paesi di non aderire al Global compact sull’immigrazione siglato ieri a Marrakech lascia «costernati», scrive Amnesty.

 

Particolare attenzione viene inoltre riservata alla politica degli sgomberi messi in atto da nuovo governo e che colpiscono in particolare rom e migranti senza offrire in cambio nessuna sistemazione alternativa. Una politica che per l’organizzazione rischia nel 2019 di far aumentare il numero delle persone e delle famiglie senza un tetto mentre a Roma e in altre città migliaia di rom continuano a vivere segregati in campi senza adeguate sistemazioni abitative.

 

Ma ne mirino di Amnesty non ci sono solo le politiche sull’immigrazione, mentre in Italia si discrimina, prosegue la vendita di armi a paesi in guerra come Arabia saudita e Emirati arabi, attivi nel conflitto in Yemen. Queste esportazioni, denuncia Amnesty, violano la legge 185/90 e il trattato internazionale sul commercio delle armi ratificato dall’Italia nel 2014, mentre restano inascoltati gli appelli che l’organizzazione ha lanciato al nostro governo perché si adoperi per un cessate il fuoco in Yemen e per imporre un embargo sulle armi.
«L’assenza di Conte Marrakech indica che, al di là delle belle parole, la politica del governo è dettata da valori e azioni tipiche delle destre nazionaliste», è stato il commento del capogruppo dem Graziano Delrio, mentre per Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) quelle di Amnesty sono «parole pesanti sulla credibilità di un governo».

07/11/2018

«La Tav sulla Torino-Lione è un’opera inutile e dannosa.

 

Per questo Rifondazione sarà in piazza domani, al fianco della popolazione valsusina e dei movimenti No Tav, come facciamo da sempre  – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, che parteciperà domani al corteo No Tav a Torino insieme al vicepresidente dellla Sinistra Europea Paolo Ferrero e all’europarlamentare Eleonora Forenza -. Saremo in piazza per ribadire il nostro No al partito trasversale di chi fa affari con grandi opere che devastano territori, costano molto ai cittadini ma hanno una ricaduta occupazionale irrilevante.

 

Lo schieramento Si Tav raccoglie tutte le forze responsabili di 25 anni di distruzione dei diritti sociali e del lavoro, dal PD a Forza Italia e alla Lega. La vera grande opera prioritaria in questo Paese sarebbe la messa in sicurezza di case, scuole, infrastrutture, territorio e il riassetto idrogeologico: i miliardi sull’alta velocità sono solo un favore agli speculatori e non a caso il Pd continua a stare dalla parte sbagliata della barricata. Investire miliardi previsti per la Tav nella messa in sicurezza e nelle ferrovie per i pendolari sarebbe non solo utile ma produrrebbe un numero immensamente superiore di posti di lavoro. Solo la forza della mobilitazione popolare può fermare un progetto insensato e costringere il M5S alla coerenza che Toninelli si è già rimangiata.

 

Domani in tutta Italia ci saranno tante manifestazioni contro le Grandi opere, dal Salento all’Abruzzo, al Veneto, contro la devastazione del territorio e il partito trasversale degli affari».

Erri De Luca

 

A differenza di altre nazioni non riconosco periferie all’ Italia, perché brulica invece di piccoli centri. Nella nostra storia ogni tanto ne emerge qualcuno per qualche buona ragione. Riace è uno di questi, il sindaco in esilio forzato invece di scomparire si è allargato a sindaco dell’Italia coraggiosa e possibile.

 

La Valle di Susa è da due generazioni il centro esemplare della coscienza civile di una comunità irriducibile alla sottomissione. Contro lo stupro del loro territorio in nome di una ferrovia balorda in partenza, ne ha impedito la realizzazione da circa trent’anni.

 

La linea Torino Lyon coi suoi 57 chilometri di galleria ancora inesistente è diventata grazie alla lotta della Valle di Susa la più grottesca opera pubblica d’Italia. Nel corso dei decenni ha accumulato anche il patetico calendario di dozzine di ministri e capi di governo che esclamavano la loro intenzione di eseguirla. La linea Torino Lyon non è solo a chilometro zero: è a centimetro zero.

 

Nel corso di questi anni ho detto a voce e messo per iscritto che quella ferrovia di fasulla alta velocità andava sabotata. Facevo e continuo a fare una constatazione: la Valle di Susa con la sua massa popolare unanime e civile ha intralciato, ostacolato, subissato di ragioni contrarie quell’opera corrotta e losca, quanto oscena per lo spargimento delle sue polveri di amianto.

 

Dunque la Valle di Susa a tutt’oggi è riuscita a sabotarne la maledizione, trascinandola verso il capolinea del ridicolo.

 

A Torino sabato in mezzo alla carreggiata sfila il popolo che ha spuntato le forbici alle pompose autorità che da trent’anni vorrebbero tagliare il nastro inaugurale.

 

È il caso di essere lieti e insolenti. La piazza di sabato è il fragoroso pernacchio a tutti i governi strilloni di un’opera strategica e utile come la sella a un pesce.

 

 

 

PARTITO della RIFONDAZIONE COMUNISTA

Circolo Raniero Amarugi

           

 

                                                                                        Egr. Sig. Sindaco Federico Balocchi

                                                                                               Comune di Santa Fiora

 

Oggetto: lettera aperta

 

Il Consiglio Comunale di Santa Fiora, con propria Deliberazione n. 65 del 22 agosto 2012, approvò una mozione (prot. n. 6782 del 25 luglio 2012) presentata dai consiglieri Sergio Bovicelli (PRC) e Riccardo Ciaffarafà (Ripartiamo dalla Gente) relativa al conferimento della cittadinanza onoraria ai figli di immigrati nati nel nostro Comune. L’atto ufficiale è il seguente:

 

ALLEGATO alla deliberazione C.C. n. 65 del 22.8.2012 MOZIONE PER IL CONFERIMENTO DELLA CITTADINANZA ONORARIA A TUTTI I MINORENNI NATI IN ITALIA E RESIDENTI NEL COMUNE DI SANTA FIORA.

IL CONSIGLIO COMUNALE DI SANTA FIORA, PREMESSO:

- che incontra ancora molte difficoltà il percorso culturale e legislativo in materia di acquisizione del diritto di cittadinanza per il passaggio dall’attuale regime dello «ius sanguinis» a quello dello «ius soli»;

- che il 26 novembre 2011 il Presidente della Repubblica, incontrando al Quirinale la Federazione Italiana delle Chiese Evangeliche, ebbe a dichiarare: «Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità»;

- che la Provincia di Grosseto ha deliberato di conferire la cittadinanza onoraria ai figli degli immigrati;

- che è negli intenti del Consiglio Comunale di Santa Fiora precorrere i tempi delle auspicabili modifiche legislative che assicurino il diritto alla cittadinanza italiana a tutti i nati nel territorio nazionale con un gesto simbolico ma concreto, manifestando forte volontà d’inclusione e di coesione sociale;

- che ciò è possibile conferendo la cittadinanza onoraria a tutti i bambini, comunque minorenni, figli

di stranieri ancora privi di tale diritto che da anni sono presenti nel nostro territorio, lavorano, studiano, usufruiscono dei servizi comunali contribuendo al loro finanziamento e partecipano attivamente alla vita sociale della comunità locale;

IMPEGNA IL SINDACO:

- affinché promuova il conferimento della cittadinanza onoraria a tutte le bambine e i bambini, comunque minorenni, nati in Italia e residenti a Santa Fiora, figli d’immigrati stranieri, a prescindere dallo status dei loro genitori, in segno di accoglienza nella comunità locale consegnando loro un kit offerto dal Comune contenente una copia della Costituzione;

- ad inviare la presente mozione al Presidente della Repubblica e al Ministro alla Coesione e integrazione sociale.

 

A seguito di questo atto approvato all’unanimità dai consiglieri, con l’astensione della rappresentante del PDL, l’allora Sindaco Renzo Verdi, alcuni mesi dopo, esattamente il 13 dicembre 2012, con una importante cerimonia ufficiale avvenuta nella Sala del Popolo, mantenendo l’impegno preso dal Consiglio, conferì la cittadinanza ai bambini interessati.

Tutto ciò premesso, vorremmo sapere da lei Sig. Sindaco, considerando che quell’atto approvato e mai revocato, è tutt’ora valido, per quale motivo non sono state conferite altre cittadinanze onorarie. Forse non ci sono più gli aventi titolo? Oppure sono state conferite senza renderle pubbliche?

In attesa di una sua cortese e celere risposta la salutiamo cordialmente

 

Santa Fiora 28.11.2018

 

                                                                                              p. il Circolo PRC

                                                                                              Aldo Di Benedetto

 

Roberto Ciccarelli

da il Manifesto

 

Legge di bilancio. Le 101 proposte per una contro-manovra finanziaria presentare dalla campagna che raccoglie 46 associazioni: «Un'inversione di rotta rispetto alle politiche neoliberiste»

 

Una legge di bilancio vera e propria non c’è ancora perché il sussidio di povertà detto impropriamente «reddito di cittadinanza» e la «Quota 100» sono stati rinviati a misure successive. Su cosa discutono, in realtà, il governo pentaleghista e la Commissione Ue che ha avviato la procedura di infrazione per debito? Di dichiarazioni mediatiche, annunci, informalità contraddittorie su poste di bilancio che vanno e vengono in un caos crescente. E tutto in vista delle elezioni europee di maggio 2019.

 

QUESTA SITUAZIONE surreale è «una grave ferita alla trasparenza e al rapporto con i cittadini» sostiene Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci che ieri alla Camera ha presentato la ventesima edizione della sua «contro-manovra». A leggerla, anche sul sito: sbilanciamoci.info, si tratta di una prospettiva ideale ma più concreta del mutevole ircocervo populista che sfuma nella nebbia di una trattativa nervosa.

 

LE PROPOSTE SONO 101 per un totale di 38,5 miliardi di euro a saldo zero che delineano una diversa idea di economia e sviluppo. Il grosso delle entrate, circa 24,5 miliardi di euro, è garantito, si legge nel rapporto, da un corposo intervento fiscale finalizzato per 12,4 miliardi alla sterilizzazione dell’Iva: si prevede la riduzione delle tasse per i due scaglioni più bassi di reddito, a maggiore concentrazione di lavoratori con più bassi salari e quelli del ceto medio; la rimodulazione dell’Irpef che riduca di un punto le aliquote sui redditi fino a 28 mila euro e introduca due nuovi scaglioni con un’aliquota del 55% per i redditi tra 100 mila e 300 mila euro e un’aliquota del 60% per quelli superiori a 300 mila euro (maggiori entrate per lo Stato pari a 2,1 miliardi). Non solo. Si prevede anche l’assoggettamento all’Irpef delle rendite finanziarie, un’imposta complessiva sul patrimonio finanziario di famiglie e imprese con aliquote progressive, e la riduzione della franchigia per la tassa di successione che potrebbero portare quasi 8 miliardi. A questo si somma l’introduzione di una vera tassa sulle transazioni finanziarie applicabile a tutte le azioni e a tutti i derivati e, nel caso azionario, a tutte le singole operazioni, con introiti pari a 3,7 miliardi.

 

IN QUESTA «INVERSIONE di rotta rispetto alle politiche neoliberiste», così definiscono la «contro-manovra» le 46 organizzazioni che compongono la campagna Sbilanciamoci (da Wwf a Legambiente, dall’Arci agli studenti di Uds e Udu e molte altre) ci sono anche le misure che il Movimento 5 Stelle non ha il coraggio di decidere per non perdere il governo, anche se le aveva annunciate in campagna elettorale: la netta riduzione delle spese militari, a cominciare dagli F35 (oltre 3 miliardi); legalizzazione e tassazione della vendita della cannabis (3,8 miliardi); maggiori tasse sul gioco d’azzardo (superiori a quelle decise da Di Maio nel «Decreto Dignità» pari a 858 milioni); la tassazione degli immobili vuoti, il contrasto agli affitti in nero e irregolari, l’eliminazione della cedolare secca. Con questi fondi è possibile finanziare i fondi sociali tagliati in questi anni.

 

IN QUESTA CORNICE, il «reddito» dei Cinque Stelle «è un ampliamento della social card di Tremonti con vincoli senz’altro superiori» commenta Marcon. La strada del cambiamento c’è, ma va in tutt’altra direzione.

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