Attività del Partito della Rifondazione Comunista Circolo "Raniero Amarugi" di Santa Fiora Visita la nostra pagina Facebook


Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

Clicca Qui per ricevere Rosso di Sera per e-mail


Ogni mese riceverai Rosso di Sera per posta elettronica, niente carta, niente inchiostro.... Se vuoi inviare le tue riflessioni, suggerimenti, o quanto ritieni utile, a Rifondazione di Santa Fiora,usa questo stesso indirizzo info@rifondazionesantafiora.it

Direzione Nazionale

FACEBOOK SI TOSCANA A SINISTRA

Il coro dei Minatori di Santa Fiora Sito ufficiale

Italia - Cuba

Museo delle Miniere


Santa Fiora: la Piazza e la Peschiera online

Rifondazione su Facebook

STOP TTIP


"Campagna Stop TTIP"

In evidenza

EDITORIALI E COMMENTI 

 

29/11/2022

da Left

Di Pietro Greco

 

Ripubblichiamo un articolo di Pietro Greco, giornalista scientifico e scrittore ischitano scomparso nel 2020. Nel testo viene ricostruito il problema degli abusi edilizi, all'epoca del "decreto Morandi". Un'analisi amara della situazione dell'isola, fortemente a rischio sismico e idrogeologico

 

Ci sono tre ordini di problemi relativi all’isola d’Ischia e ai tre Comuni interessati al terremoto del 21 agosto 2017 che l’approvazione definitiva, lo scorso 15 novembre, da parte del Senato del cosiddetto “decreto Genova” emanato dal governo non affronta e se affronta, risolve male.
Il decreto convertito in legge nasce male. Perché riunisce in un unicum il crollo del ponte Morandi a Genova e la ricostruzione delle aree terremotate sull’isola d’Ischia e nel centro Italia. Sono due temi che mal si legano insieme. Per quanto riguarda, nello specifico, l’isola d’Ischia, la legge stabilisce dei criteri che consentono la ricostruzione con fondi pubblici anche delle case abusive distrutte o danneggiate. Per poter aderire al finanziamento pubblico i Comuni interessati – sono tre: Casamicciola, Lacco Ameno e Forio – hanno sei mesi di tempo per “sbrigare le pratiche” di condono edilizio ancora sospese. Qui nascono i tre ordini di problemi di cui sopra che la legge non affronta e se affronta, risolve male. Ma, prima di ricordarli quei tre nodi, è bene fare una premessa.

 

Nell’anno 2003 il Parlamento ha emanato una legge (il cosiddetto terzo condono) che, in buona sostanza, bloccava la messa in regola degli edifici abusivi costruiti dopo il 1985, anno di una legge nota come “del primo condono” e che portava la firma di Bettino Craxi e di Franco Nicolazzi. La legge approvata il 15 novembre 2018 in via definitiva riporta le lancette dell’orologio al 1985, per questo è stata definita una legge permissiva. Il primo problema è: chi riguarda la nuova norma? La risposta a questa domanda, sia da parte dei tecnici che dei media, è stata piuttosto confusa. Tutti concordano che sull’isola d’Ischia esiste un enorme e irrisolto problema di abusivismo edilizio. Sono all’incirca 27mila le domande di condono edilizio finora inevase. Nessuno sa se ci siano ed eventualmente quanti siano gli abusi non dichiarati e di cui non è stato chiesto il condono. Il che significa intanto che ci sono almeno 27mila case o comunque edifici costruiti in maniera abusiva sull’isola d’Ischia di cui non è accertata la sicurezza. Di cui nessuno ha saputo o voluto negli ultimi 33 anni accertare se sono state costruite con criteri ingegneristici, idrogeologici e sismici validati.

 

Va detto subito che la legge approvata lo scorso dicembre non affronta – e, quindi, non risolve – questo enorme problema. Quasi a giustificarsi, il governo ha precisato che il condono può essere concesso, rispettando i vincoli di legge, non a tutte le 27mila case abusive che hanno una domanda in giacenza ma solo a quelle abusive distrutte o danneggiate dal sisma del 21 agosto 2107. E dunque solo a una quantità limitata di edifici nei Comuni di Casamicciola, Lacco Ameno e Forio.

 

Ma limitata è un aggettivo ambiguo. A Casamicciola le domande di condono pendenti sono 3.500; quasi 2mila a Lacco Ameno e circa 8mila a Forio, per un totale di potenziali interessati di 13.500 abusi. Va detto, giustamente, che non tutte le case abusive di questi tre Comuni sono state distrutte o danneggiate dal terremoto del 2017. Il sindaco di Lacco Ameno calcola che gli edifici abusivi interessati siano all’incirca 2mila, concentrati in quello che viene definito il “cratere”: ovvero l’area più interessata dal terremoto.

 

Lasciamo al lettore considerare se questo sia un numero “limitato” o meno. Sta di fatto che si tratta di duemila edifici costruiti fuori dalla legge e, dunque, dalle norme di sicurezza in un’area ad altissimo rischio sismico. Certo, nel corso di più di tre decenni i proprietari di queste case che hanno dichiarato ufficialmente di aver costruito in maniera abusiva non hanno ricevuto una risposta da parte di uno Stato (in tutte le sue articolazioni) latitante e incapace di affrontare il problema. Ma dal punto di vista della sicurezza le difficoltà esistevano ed esistono ancora.

 

Ora veniamo al secondo problema. Queste duemila abitazioni abusive sono state danneggiate o distrutte insieme ad altre legalmente costruite in un’area piuttosto ristretta. Quanto, è difficile dirlo. Perché stando alla legge approvata a novembre, quest’area è “disegnata” dalle dichiarazioni dei proprietari di case che hanno subito danni. Ecco, dunque, il secondo problema: per qualsiasi tipo di intervento occorrerebbe definire un’area a rischio circoscritta non con criteri soggettivi o casuali, ma strettamente scientifici, a opera dei tecnici dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e delle università, campane e non. Stiamo parlando di rischio sismico. Ma quelle stesse zone sono soggette anche a rischio idrogeologico. Un rischio che ha preteso anche sacrifici di vite umane, negli ultimi anni. Cosicché la mappa costruita su basi squisitamente scientifiche dovrebbe essere il combinato disposto dei due tipi di rischio, sismico e idrogeologico. Di tutto questo la legge del 15 novembre scorso non tiene debito conto.

 

Terzo problema. Quello di cui nessuno parla. Eppure è il più clamoroso. Limitiamoci al rischio sismico. Si sa che Ischia è un’isola vulcanica. E il vulcano Ischia è ancora attivo. Questa è una condizione geofisica particolare, anche da un punto di vista sismico. Perché i terremoti che si verificano sull’isola sono molto superficiali. Quello dell’agosto 2017 ha avuto un ipocentro inferiore a due chilometri. Per questo motivo anche se di magnitudo bassa (meno di quattro il 21 agosto 2017) producono grandi danni in superficie, anche se in aree estremamente ristrette. Ebbene, a Ischia c’è una particolarità. Gli ultimi otto terremoti distruttivi negli ultimi 250 anni, secondo la ricostruzione storica dell’Ingv, sono avvenuti tutti nella medesima area ristretta, quella interessata anche dall’ultimo sisma.

 

L’architetto Luigi Vanvitelli fu testimone del fenomeno sismico del 14 luglio 1762, cui sono seguiti quelli del 18 marzo 1796; del 2 febbraio 1828; del 6 marzo 1841; del 14 agosto 1867; del 4 marzo 1861 e del 28 luglio 1883. Quest’ultimo fu devastante come pochi: fece crollare totalmente 1.360 gli edifici e causò la morte di 2.333 persone, di cui, ricostruisce l’Ingv, 625 (il 27%) turisti, e 701 feriti (79, il 13%, non ischitani). Ne nacque un proverbio “è una Casamicciola” per indicare un disastro immane. In quel disastro persero la vita i genitori e la sorella di Benedetto Croce, in vacanza proprio a Casamicciola. E anche il futuro filosofo subì serie conseguenze fisiche che si trascinò per tutta la vita.

 

Questa serie storica ci dice che c’è una zona a Ischia ad altissimo rischio sismico. È una zona limitata e che coincide, alla grossa, con quella interessata dall’ultimo terremoto. Molte delle case crollate il 21 agosto 2017 furono costruite dopo il 1883. Questa condizione dovrebbe portare a riflettere su due sole opzioni possibili. La prima: ricostruire con criteri antisismici rigidi, ipercontrollati, estremamente sofisticati e costosi, che tuttavia potrebbero non essere esenti da rischi in futuro a causa delle anomalie dei terremoti in aree vulcaniche e, in particolare, in quella zona di Ischia. La seconda è quella caldeggiata da molti sismologi, come il professor Giuseppe Luongo: decongestionare la zona. Impedire la ricostruzione, tanto delle case costruite in maniera legale che di quelle abusive. E, magari, realizzare un grande parco geofisico di interesse europeo per lo studio dei terremoti in aree vulcaniche.

 

Toccherebbe poi alla politica trovare i modi per assicurare agli abitanti evacuati della zona una nuova dimora dignitosa. Ma la politica questo problema non vuole neppure trattarlo. Ignora la storia naturale dell’isola. Preferisce la soluzione facile della ricostruzione “quo ante”, in conformità di un passato tragico. Una soluzione che, per di più, contiene un messaggio implicito ma pericolosissimo: costruite abusivamente anche in aree ad altissimo rischio. Ci sarà sempre un condono.

 

Articolo pubblicato su Left del 4 gennaio 2019 e nel libro di Left n.28, La lezione di Pietro Greco. Quando la divulgazione scientifica è un’arte

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

27/11/2022

da il Fatto quotidiano

di Franz Baraggino

 

Sono 24 i Paesi europei che hanno adottato un piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, "ma tra questi l'Italia non c'è", denuncia il presidente dell'associazione ambientalista dopo la frana che ha colpito Ischia. E se il piano è fermo a una bozza del 2018, da ben due legislature si attende una legge sul consumo di suolo. Ritardi che si pagano ogni volta che una calamità si abbatte sulla Penisola, dove gli eventi estremi sono già in aumento del 27 per cento rispetto all'intero anno scorso

 

“Sono passati tre governi, tre ministri dell’Ambiente e siamo ancora senza un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC), che fu approvato in bozza dal governo Gentiloni nel 2018 e da allora giace in un cassetto”, ricorda il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani. Perché la frana che ha colpito Ischia è già il terzo evento estremo che si abbatte sull’isola in appena 15 anni, calamità che la crisi climatica sta intensificando in tutto il Paese. “Ischia dimostra che non abbiamo imparato abbastanza, a partire dalla vulnerabilità di un territorio fragile dal punto di vista naturale e particolarmente colpito dalla cementificazione autorizzata e abusiva”, spiega Ciafani, che ricorda i troppi condoni approvati sul territorio e i tanti ostacoli che ancora si oppongono all’abbattimento di edifici che non andavano costruiti in territori a rischio. “Dove lo Stato deve prendersi la responsabilità di delocalizzare ciò che non può essere ricostruito nella stessa area”.

 

“Ad oggi sono 24 i Paesi europei che hanno adottato un piano nazionale o settoriale di adattamento al clima”, ricorda il recente rapporto Osservatorio CittàClima 2022 di Legambiente. Ma l’Italia non c’è. Tanto che al governo Meloni l’associazione chiede “che venga aggiornato e approvato entro la fine dell’anno il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, rimasto in bozza da quando era presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e ministro Gian Luca Galletti“. Un’urgenza in un Paese che negli ultimi 9 anni – stando ai dati disponibili da maggio 2013 a maggio 2022 e rielaborati da Legambiente – “ha speso 13,3 miliardi di euro in fondi assegnati per le emergenze meteoclimatiche”, scrive l’associazione. “Si tratta di una media di 1,48 miliardi l’anno per la gestione delle emergenze”. Insomma, spiega Ciafani, “per ogni miliardo investito in opere di prevenzione ne risparmi 4 che andrebbero spesi per riparare i danni”. Ma soprattutto, segnala il report, “nei primi dieci mesi del 2022, seppur con dati parziali, sono stati registrati nella Penisola 254 fenomeni meteorologici estremi, +27% di quelli avvenuti nell’intero anno precedente“. E ancora: “Su 1.503 fenomeni estremi ben 529 sono stati casi di allagamenti da piogge intense come evento principale, e che diventano 768 se si considerano gli effetti collaterali di altri eventi estremi, quali grandinate ed esondazioni”.

 

Oltre al Piano di adattamento al cambiamento climatico, Legambiente chiede che il Parlamento approvi la legge sul consumo di suolo, “ferma da due legislature e fondamentale soprattutto dove si è costruito in difformità rispetto alle norme e in violazione di vincoli paesaggistici e idrogeologici“, dice il presidente. Che allo stesso tempo ricorda come l’Italia non abbia mai davvero superato la logica del condono. “Proprio a Ischia, dopo il terremoto del 2017il primo governo Conte emanò un decreto che permetteva di condonare anche case abusive costruite in zone sottoposte a vincolo idrogeologico, applicando a tutti gli edifici danneggiati dal sisma la sanatoria Craxi del 1985, più permissiva anche dei successivi condoni dei governi Berlusconi del ’94 e del 2003: un pessimo segnale”, spiega. Perché, dicono i dati sull’abusivismo che Legambiente pubblica annualmente, “in Italia ogni volta che si parla di condono si accendono le ruspe e le sanatorie fanno da incentivo. Al contrario, negli anni in cui si sono fatti gli abbattimenti si è costruito meno”. Di più: “In Italia non si abbatte ciò che va abbattuto”. Un ritardo da imputare soprattutto ai Comuni, secondo Ciafani: “Nella scorsa legislatura facemmo approvare una norma che toglieva ai comuni la competenza degli abbattimenti per affidarli ai prefetti, estranei alle logiche del consenso elettorale. Poi una circolare del ministero degli Interni disse a tutti i prefetti che quella regola vale solo per gli edifici costruiti dopo l’entrata in vigore della norma, nel 2020″.

 

Così i prefetti non si occupano degli abbattimenti già approvati e troppo spesso i comuni si voltano dall’altra parte. “Se questo è l’atteggiamento dell’Italia, allora parlare di quello che è accaduto a Ischia non significa ragionare dell’ultima tragedia, ma solo della penultima“, avverte. Niente più condoni, dunque, e coerenza negli abbattimenti, soprattutto in aree dove la necessità di interventi contro il dissesto idrogeologico è nota perché “la mappa è ormai chiara e nota a tutti“. Allo stesso tempo, precisa Ciafani, “lo Stato si deve finalmente accollare l’onere e la responsabilità di affrontare la pianificazione delle delocalizzazioni di edifici residenziali o produttivi verso luoghi meno pericolosi: dobbiamo metterci in testa che non si può ricostruire ciò che era stato edificato su terreni a rischio senza condannare altre vite”. E per fare questo vanno decise le priorità, anche sul piano dei finanziamenti: “Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha detto che l’Italia va messa in sicurezza? Bene, ma questo come si concilia con il rilancio di un progetto come quello del Ponte sullo Stretto che collegherebbe due Regioni a forte rischio idrogeologico e due province già oggetto di alluvioni? Quali sono, dunque, le vere priorità?”

 

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

25/11/2022

da Coniare Rivolta

 

Il disegno di legge di bilancio (DDL Bilancio) approvato dal Consiglio dei Ministri è un atto di importanza fondamentale, perché consente di vedere oltre la nebbia dei primi provvedimenti di bandiera del Governo (dai rave alle ONG) e di riconoscere l’impronta politica dell’esecutivo Meloni: un’impronta in tutto e per tutto identica a quella dei precedenti governi che da oltre trent’anni, da destra, da sinistra o dallo scranno dei tecnici hanno condotto un progressivo smantellamento dello stato sociale ed un attacco ai lavoratori, ai loro diritti e ai loro salari, che sta trasformando la povertà, la precarietà e la disoccupazione in elementi strutturali della vita della maggior parte dei cittadini italiani.

 

Vi è una perfetta armonia tra le misure di bandiera varate nelle prime settimane dal Governo, misure minori solo per chi non le subisce sulla propria pelle, e il DDL Bilancio appena approvato. La guerra agli ultimi, ai poveri, ai deboli viene ostentata nell’ambito delle politiche migratorie perché condotta a largo del Mediterraneo, lontano dalle nostre case e dai luoghi di lavoro, sulla pelle degli stranieri, o spettacolarizzata nella lotta senza quartiere ai rave disegnata ad arte per reprimere ogni forma di dissenso sociale. Eppure, quella stessa guerra di classe è la cifra della manovra finanziaria varata dal Governo, è il contenuto politico dei numeri che emergono dal principale strumento di politica economica in mano all’esecutivo. La Legge di Bilancio porta l’attacco dentro le nostre case, nei nostri luoghi di lavoro.

 

L’attacco è nei numeri perché – come anticipato nella Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF) – il Governo Meloni farà più austerità del Governo Draghi, raccogliendo il testimone di un percorso di contenimento della spesa sociale e aumento delle tasse che si era interrotto a causa della pandemia e delle misure rese necessarie dall’emergenza sanitaria. Dunque, come mostra un grafico della NADEF rivelatore della perfetta continuità politica Draghi-Meloni, il nuovo Governo tiene fede all’impegno, assunto dal precedente, di ridurre debito e deficit pubblico rispetto al PIL.

 

Mantenere questo impegno con l’Europa significa anche contenere il ruolo dello Stato in economia, lasciando la nostra organizzazione sociale in balia delle forze di mercato, libere di determinare i nostri destini in funzione dell’unica logica che conoscono, la logica del profitto. Povertà, precarietà e disoccupazione, cioè il risultato dell’arretramento dello Stato dall’economia nell’ultimo trentennio, lungi dall’essere meri accidenti, rappresentano le principali leve usate per disciplinare i lavoratori e piegarli agli interessi del profitto. Ecco perché è così importante ridurre al lumicino l’intervento pubblico: il sostegno dello Stato ai cittadini e ai lavoratori li protegge dal ricatto della disoccupazione, dalla minaccia della precarietà, dal morso della povertà e per questo li rende meno inclini ad accettare qualsiasi forma di sfruttamento pur di vivere degnamente.

 

Per piegarli, occorre ripristinare la più dura austerità, esattamente come scritto nero su bianco nella NADEF del Governo Meloni. Il saldo primario del bilancio pubblico, che rappresenta la differenza tra le entrate e le spese al netto degli interessi pagati sul debito pubblico (spese, queste ultime, prive di qualsiasi significativo impatto sociale) passa da un disavanzo dell’1,5% del 2022 ad un disavanzo dello 0,4% per il 2023. Ciò significa che Meloni riporta l’Italia all’interno del paradigma del pareggio di bilancio primario, perché riduce di oltre un punto percentuale il disavanzo primario ereditato da Draghi. Pareggio di bilancio significa che lo Stato toglie all’economia, con le tasse, esattamente tanto quanto eroga verso l’economia in forma di spesa sociale, sussidi, servizi e investimenti pubblici, rinunciando a stimolare la produzione, i consumi e l’occupazione.

 

Ecco perché possiamo pacificamente affermare che il Governo Meloni riesce ad essere più realista del re: dopo un anno passato all’opposizione del Governo Draghi a raccogliere il consenso di chi ne soffriva le politiche antisociali, Meloni prende il timone solo per virare ancora più radicalmente verso le politiche di austerità. Con il ritorno al pareggio del bilancio primario “finisce la pacchia” dell’assistenzialismo statale che era stato reso necessario dalla pandemia: questo il significato politico più profondo della manovra finanziaria appena approvata, che si coglie immediatamente guardando al grafico della NADEF, dove il picco del 2020 raggiunto dal deficit e dal debito pubblico inizia a ridursi lungo un percorso costante che accomuna i governi di tutti i colori politici che si sono succeduti fino ad oggi.

 

Il carattere antisociale delle politiche di bilancio del Governo Meloni non si limita alla dimensione quantitativa della manovra, ma ne determina anche il contenuto e la composizione, descritti nel DDL Bilancio appena approvato, che distribuisce circa 35 miliardi di euro tra le priorità individuate dal Governo.

 

Chiariamo perché sia possibile parlare di una “manovra” di 35 miliardi a fronte di un saldo di bilancio primario in pareggio, dunque a fronte di una sostanziale neutralità dello Stato in economia. Ogni anno, il Governo in carica redige una Legge di Bilancio contenente a) il bilancio di previsione per l’anno successivo, dove sono stabilite puntualmente le spese e le entrate, b) il bilancio pluriennale per il triennio, che include gli stanziamenti decisi per l’anno successivo e le previsioni per gli altri due anni seguenti.

 

La differenza fondamentale tra questi due bilanci previsionali è che il primo, quello per l’anno successivo, ha forza di legge nel destinare la spesa e nel definire la struttura delle entrate, mentre il secondo, quello che include gli altri due anni del triennio, è una mera proiezione, che viene puntualmente utilizzata dai governi per mostrare traiettorie straordinariamente virtuose di contenimento futuro del deficit e del debito pubblico senza alcun effetto concreto sul presente. La previsione per gli anni successivi al primo è sempre molto stringente per le spese e molto ottimistica sul fronte delle entrate, e dunque viene puntualmente disattesa quando, dopo un anno, deve essere aggiornata sulla base degli impegni concreti che il governo deve assumere.

 

Per l’appunto, i 35 miliardi della manovra del Governo Meloni non sono 35 miliardi che il nuovo esecutivo immetterà nell’economia, stimolando la domanda di beni e servizi, ma sono il mero risultato di una previsione pluriennale di contrazione delle spese e aumento delle entrate che – come ogni anno – mancherà di realizzarsi. In altre parole, il disavanzo di bilancio per il 2023 si ridurrà rispetto al 2022, come abbiamo detto e per effetto di una continuità nelle politiche di austerità, ma si ridurrà meno di quanto astrattamente previsto nel 2021 in sede di elaborazione del bilancio pluriennale per il triennio 2022-2024. In virtù di questo artificio contabile, che ogni governo sistematicamente sfrutta, Meloni può oggi ostentare una manovra apparentemente espansiva mentre, nei fatti, contrae il peso della spesa pubblica sull’economia. Oltre l’illusione contabile, resta il fatto che questi 35 miliardi non comparivano tra le previsioni di spesa per il 2023 e possono dunque essere distribuiti in base alle priorità del governo in carica.

 

Le priorità del Governo Meloni appaiono limpide ed in linea con quelle del Governo Draghi: concentrare le pochissime risorse disponibile in difesa dei profitti delle imprese maggiormente esposte alla corsa dei prezzi energetici. Difatti, 21 dei 35 miliardi a disposizione vengono impegnati per fronteggiare il caro energia prorogando le misure introdotte dal precedente esecutivo (ecco svelarsi il trucco contabile: nessuna misura aggiuntiva rispetto allo scorso anno, ma solo una proroga di quanto già stanziato fino a dicembre 2022). Tuttavia, tale sostegno risulta fortemente sbilanciato verso le imprese e copre solo in minima parte le famiglie. Nel dettaglio, si consideri che dei 21 miliardi stanziati circa 4 servono per prorogare l’azzeramento degli oneri di sistema e la riduzione al 5% dell’IVA sul gas metano. Queste due misure vengono presentate come rivolte alle famiglie ma, in realtà, ne beneficerà tanto una famiglia in difficoltà quanto una multinazionale, ed in proporzione ai consumi, dunque con enorme vantaggio della seconda: l’azzeramento degli oneri di sistema si applica infatti a tutte le utenze, domestiche e non, mentre la riduzione dell’IVA sul gas si applica sia agli usi civili che industriali. Insomma, ben poco di quei 4 miliardi aiuterà precari, lavoratori, pensionati e disoccupati a resistere al prossimo inverno.

 

All’interno del pacchetto energia da 21 miliardi, comunque, la parte del leone la fa la proroga e l’estensione dei crediti d’imposta per le imprese, che assorbiranno fino al 45% della spesa per le imprese energivore e, per le altre, non saranno comunque inferiori al 35% delle bollette: questo sì un argine significativo al rialzo dei prezzi energetici, ma riservato ai padroni. A conti fatti, tra le misure varate dal Governo Meloni per il caro bollette restano, per le famiglie, le briciole stanziate per prorogare il bonus sociale, destinato al pagamento delle bollette di luce e gas alle sole famiglie più povere, con ISEE inferiore ai 15.000 euro. Poco più di 1 miliardo su 21. E la situazione è resa ancora più drammatica, per i lavoratori, dalla proroga solo parziale dello sconto sulle accise: le imposte sulla benzina, calmierate per far fronte all’impennata nei prezzi nel 2022, tornano a salire dal primo gennaio prossimo con un impatto immediato sulle tasche di chi è costretto ogni giorno a spostarsi con mezzi propri per andare al lavoro.

 

Il secondo capitolo principale della manovra, dopo quello energetico, è senza dubbio la tanto sbandierata riduzione del cuneo fiscale, di cui abbiamo già discusso estesamente: circa 4 miliardi di euro che non avranno praticamente alcun impatto sui salari netti dei lavoratori, e saranno fagocitati dai profitti alla prossima tornata di rinnovi contrattuali, quando diventeranno il pretesto per concedere minori aumenti.

 

Scarso impatto finanziario per il 2023 (un risparmio di 734 milioni) avrà invece un capitolo della manovra che assume una valenza simbolica e programmatica gigantesca: la progressiva abolizione del Reddito di Cittadinanza, che prevede per tutta la platea di beneficiari classificati come occupabili, quasi 700.000 individui (circa un terzo del totale), prima la riduzione del 25% per il prossimo anno e poi la totale cancellazione del beneficio a partire dal 2024. In buona sostanza, il prossimo settembre questi soggetti non riceveranno più un sussidio che nel solo 2020 ha consentito a circa un milione di persone di uscire dalla povertà. La battaglia contro il Reddito di Cittadinanza condotta da destra giunge quindi ad una svolta decisiva: con l’esclusione dalla platea dei beneficiari di tutti i soggetti potenzialmente occupabili, il Reddito smette di interferire con le dinamiche del mercato del lavoro, dove in questi anni ha fornito a tutti i beneficiari uno strumento utile a sottrarsi al ricatto del lavoro povero. Dal prossimo settembre, i disoccupati di lunga data saranno costretti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro per evitare la marginalità sociale, senza contare che non è affatto scontato che riescano a trovarlo, un lavoro: un nuovo esercito industriale di riserva che rappresenta l’ennesimo regalo del Governo Meloni alle imprese.

 

sempre a sostegno delle imprese sono espressamente previste numerose, ulteriori misure: la proroga della sovvenzione pubblica per il pagamento delle tasse “ambientali”, sugar e plastic tax, la decontribuzione (1 miliardo) per le imprese che assumono a tempo indeterminato (tanto ormai c’è piena libertà di licenziamento) donne, giovani under 36 e percettori di reddito di cittadinanza (come se le imprese assumessero per fare un favore ai lavoratori, e non per sfruttarne il lavoro traendone profitto), l’estensione della flat tax al 15% alle partite IVA con ricavi fino a 85.000 euro, dunque anche alle imprese individuali tutt’altro che piccole, il rifinanziamento (1 miliardo) del Fondo di garanzia PMI, utile a favorire il credito bancario verso le imprese, nuove risorse per finanziare l’acquisto di beni digitali (Piano Transizione 4.0), il credito d’imposta per finanziare le attività di formazione 4.0, un fondo per la tutela del Made in Italy ed agevolazioni per l’acquisto di beni strumentali (Nuova Sabatini).

 

Un mare di denaro ammassato a difesa dei profitti mentre l’inflazione cresce e le tutele dei lavoratori si riducono: la politica di bilancio del Governo Meloni è una straordinaria spinta alla redistribuzione del reddito dai salari ai profitti, una gestione dell’ondata inflazionistica che ne scarica il peso interamente sulle spalle di lavoratori, precari, pensionati e disoccupati. Per queste categorie, la manovra riserva le briciole, pochi milioni per quota 103, un mero palliativo al sistema contributivo in pieno assetto Fornero che penalizza fortemente chi opta per l’uscita anticipata dal lavoro, e poi una serie di misure bandiera per donne e famiglie numerose, il ridicolo tentativo di connotare socialmente una legge di bilancio che porta avanti con violenza l’attacco al lavoro e allo stato sociale, in perfetta continuità con il Governo Draghi e le precedenti compagini.

 

Notiamo però che questa manovra finanziaria rivela alcune debolezze strutturali del nuovo esecutivo. Al di là della serie di misure sociali annunciate e poi rinviate a data da destinarsi (spicca su tutte la promessa, tradita, di ridurre l’IVA sui beni di prima necessità), colpisce la precarietà con cui il Governo Meloni ha predisposto le misure principali della sua politica di bilancio: i 21 miliardi di euro stanziati per arginare l’impatto dei costi dell’energia sulle imprese sono infatti previsti per i soli primi tre mesi dell’anno. Come se l’emergenza derivante dall’inflazione energetica svanisse nel nulla dopo i primi mesi invernali. Per Meloni la scelta è stata obbligata: una volta accettata la piena compatibilità con i vincoli di bilancio imposti dalle istituzioni europee, la dimensione della manovra non avrebbe potuto superare i volumi attuali. A conferma di ciò, il giorno successivo all’approvazione del DDL Bilancio in Consiglio dei Ministri, la Commissione europea ha indicato l’Italia tra i paesi a rischio di significativi squilibri macroeconomici, segnalando l’elevato debito pubblico come il principale elemento di vulnerabilità del nostro Paese. Un monito al Governo Meloni, che potrebbe vedersi chiudere quei margini di flessibilità concessi dalla stessa Commissione europea a Draghi per una serie di scostamenti di bilancio extra che, nel corso del 2022, hanno consentito al precedente governo di tamponare i primi effetti sociali dello scoppio della guerra.

 

La resistenza politica e sociale alle misure economiche del Governo Meloni deve dunque inserirsi in queste crepe e agire sulla debolezza strutturale di un esecutivo chiamato a gestire la rigida ripresa delle politiche di austerità e a reprimere il dissenso che ne deriverà.

EDITORIALI E COMMENTI

 

25/11/2022

da il Manifesto

Gaetano Lamanna

 

Per invertire la rotta meno dividendi e più salario

Francia e Germania hanno redditi da lavoro di 30 punti percentuale più alti che in Italia. Noi abbiamo una grande ricchezza privata e un enorme debito pubblico


In Italia una ricchezza privata smisurata coesiste con una drammatica emergenza economica e sociale. Metà del patrimonio finanziario e immobiliare (valutato complessivamente in circa 10 mila miliardi) appartiene a famiglie collocate ai piani alti della piramide sociale. Di contro, il 10 per cento che sta alla base della piramide possiede meno dell’1 per cento.

 

Alla discesa costante della quota di reddito da lavoro dipendente, da trent’anni a questa parte, corrisponde l’aumento della quota dei profitti e delle rendite. Le buste paga di manager e amministratori delegati superano di trecento volte quelle degli operai. Una distanza abissale, un rapporto del tutto sproporzionato, che non trova alcuna giustificazione economica o di merito.

Le disuguaglianze si accentuano, le mense della Caritas lavorano a pieno regime, il dumpster diving (la pratica di cercare cibo dentro i cassonetti dell’immondizia) è in forte aumento. Le distanze reali, in termini culturali, di condizioni di vita e di benessere complessivo, sono maggiori di quanto le statistiche non dicano.

In cima alle preoccupazioni degli italiani c’è l’impennata dei prezzi. Nel nostro paese le famiglie meno agiate destinano il 50 per cento o più del loro reddito ai generi alimentari, quelle benestanti meno del 15 per cento. Sono dati che confermano l’attualità e la validità della legge di Engel, dal nome dello statistico tedesco che per primo, quasi due secoli fa, studiò la correlazione tra reddito e consumi. Ernst Engel dimostrò che maggiore è il reddito disponibile di una famiglia, minore è la percentuale delle spese alimentari sul totale delle sue spese. E al contrario, minore è il reddito, maggiore è la quota riservata ai prodotti alimentari. Oltre agli alimenti, aumentano pure gli affitti e le bollette, lievitano le rate dei mutui casa e gli interessi da sborsare sui prestiti.

L’inflazione sta allargando, insomma, il fossato delle disuguaglianze e il governo risponde con qualche pannicello caldo. Non c’è da stupirsi che la destra faccia il suo mestiere, tolga di più a chi ha di meno e premi chi non paga le tasse. Stupisce semmai che la sinistra giochi di rimessa e tardi a porre all’ordine del giorno il problema della distribuzione primaria e secondaria, la questione salariale e quella dello stato sociale.

I redditi da lavoro dipendente sono rimasti inchiodati da una pax salariale durata decenni e gli ultimi aumenti contrattuali sono evaporati in un fiat. Perdura la vergogna dei salari da fame. Il welfare è ridotto a pezzi, sotto i colpi della privatizzazione dei servizi e della politica dei bonus, elargiti, spesso e volentieri, in base al criterio della clientela o della ricerca del consenso, non del reale bisogno.

In nessun paese europeo si registra una redistribuzione di ricchezza dal basso verso l’alto così gigantesca come nel nostro. A parità di pressione fiscale, Francia e Germania mantengono uno stato sociale più forte e strutturato e i redditi da lavoro dipendente sono trenta punti percentuali più alti che nel nostro paese. Un mix di liberismo e di cieca difesa di rendite e privilegi corporativi – annidati nei settori arretrati dell’economia – costituiscono la peculiarità italiana, determinando disastrosi effetti collaterali in termini di frammentazione sociale, di divari territoriali, di degrado culturale, oltre che sul piano della corruzione, dell’evasione fiscale, dell’illegalità, della presenza mafiosa, della tenuta democratica.

In questa deriva c’è la spiegazione della vittoria della destra e del perché, nella manovra di bilancio, la prima dell’era Meloni, sia calato il silenzio sulla riforma del Catasto, sulla tassazione della grande rendita immobiliare, sull’imposta patrimoniale e, più in generale, sulle numerose iniquità orizzontali e verticali del nostro sistema di prelievo.

I giornali non smettono di tessere le lodi della prudenza, del pragmatismo, della continuità del governo Meloni con l’Agenda Draghi. E se fosse proprio questa «continuità» (e non da ora) a fare dell’Italia uno degli Stati del mondo occidentale in cui una ricchezza privata senza eguali si coniuga con un debito pubblico al limite della sostenibilità e, insieme, con un numero crescente di poveri? Ora, i nodi stanno venendo al pettine: i margini di indebitamento si sono esauriti, l’inflazione sale, la recessione incombe, la politica monetaria della Bce vira decisamente verso il rialzo dei tassi di interesse, ponendo limiti agli acquisti dei titoli di stato.

La morsa rischia di stringersi ancora una volta sulle classi lavoratrici e sui ceti medio-bassi. Tocca alla sinistra sindacale e politica indicare con chiarezza a chi tocca pagare il conto della crisi, avviando una mobilitazione di popolo per la giustizia sociale e l’equità fiscale. L’obiettivo è che il peso dell’austerità ricada su quanti hanno le spalle larghe, realizzano mega profitti e vivono di laute rendite.

L’alternativa è secca: meno dividendi agli azionisti e salari più dignitosi ai lavoratori, una maggiore tassazione delle transazioni finanziarie e immobiliari e un welfare degno di un paese civile.

 

 

 

EDITORIALI E COMMENTI

 

25/11/2022

da il Manifesto

Gaetano Lamanna

 

Per invertire la rotta meno dividendi e più salario

 

Francia e Germania hanno redditi da lavoro di 30 punti percentuale più alti che in Italia. Noi abbiamo una grande ricchezza privata e un enorme debito pubblico

 


In Italia una ricchezza privata smisurata coesiste con una drammatica emergenza economica e sociale. Metà del patrimonio finanziario e immobiliare (valutato complessivamente in circa 10 mila miliardi) appartiene a famiglie collocate ai piani alti della piramide sociale. Di contro, il 10 per cento che sta alla base della piramide possiede meno dell’1 per cento.

 

Alla discesa costante della quota di reddito da lavoro dipendente, da trent’anni a questa parte, corrisponde l’aumento della quota dei profitti e delle rendite. Le buste paga di manager e amministratori delegati superano di trecento volte quelle degli operai. Una distanza abissale, un rapporto del tutto sproporzionato, che non trova alcuna giustificazione economica o di merito.

Le disuguaglianze si accentuano, le mense della Caritas lavorano a pieno regime, il dumpster diving (la pratica di cercare cibo dentro i cassonetti dell’immondizia) è in forte aumento. Le distanze reali, in termini culturali, di condizioni di vita e di benessere complessivo, sono maggiori di quanto le statistiche non dicano.

In cima alle preoccupazioni degli italiani c’è l’impennata dei prezzi. Nel nostro paese le famiglie meno agiate destinano il 50 per cento o più del loro reddito ai generi alimentari, quelle benestanti meno del 15 per cento. Sono dati che confermano l’attualità e la validità della legge di Engel, dal nome dello statistico tedesco che per primo, quasi due secoli fa, studiò la correlazione tra reddito e consumi. Ernst Engel dimostrò che maggiore è il reddito disponibile di una famiglia, minore è la percentuale delle spese alimentari sul totale delle sue spese. E al contrario, minore è il reddito, maggiore è la quota riservata ai prodotti alimentari. Oltre agli alimenti, aumentano pure gli affitti e le bollette, lievitano le rate dei mutui casa e gli interessi da sborsare sui prestiti.

L’inflazione sta allargando, insomma, il fossato delle disuguaglianze e il governo risponde con qualche pannicello caldo. Non c’è da stupirsi che la destra faccia il suo mestiere, tolga di più a chi ha di meno e premi chi non paga le tasse. Stupisce semmai che la sinistra giochi di rimessa e tardi a porre all’ordine del giorno il problema della distribuzione primaria e secondaria, la questione salariale e quella dello stato sociale.

I redditi da lavoro dipendente sono rimasti inchiodati da una pax salariale durata decenni e gli ultimi aumenti contrattuali sono evaporati in un fiat. Perdura la vergogna dei salari da fame. Il welfare è ridotto a pezzi, sotto i colpi della privatizzazione dei servizi e della politica dei bonus, elargiti, spesso e volentieri, in base al criterio della clientela o della ricerca del consenso, non del reale bisogno.

In nessun paese europeo si registra una redistribuzione di ricchezza dal basso verso l’alto così gigantesca come nel nostro. A parità di pressione fiscale, Francia e Germania mantengono uno stato sociale più forte e strutturato e i redditi da lavoro dipendente sono trenta punti percentuali più alti che nel nostro paese. Un mix di liberismo e di cieca difesa di rendite e privilegi corporativi – annidati nei settori arretrati dell’economia – costituiscono la peculiarità italiana, determinando disastrosi effetti collaterali in termini di frammentazione sociale, di divari territoriali, di degrado culturale, oltre che sul piano della corruzione, dell’evasione fiscale, dell’illegalità, della presenza mafiosa, della tenuta democratica.

In questa deriva c’è la spiegazione della vittoria della destra e del perché, nella manovra di bilancio, la prima dell’era Meloni, sia calato il silenzio sulla riforma del Catasto, sulla tassazione della grande rendita immobiliare, sull’imposta patrimoniale e, più in generale, sulle numerose iniquità orizzontali e verticali del nostro sistema di prelievo.

I giornali non smettono di tessere le lodi della prudenza, del pragmatismo, della continuità del governo Meloni con l’Agenda Draghi. E se fosse proprio questa «continuità» (e non da ora) a fare dell’Italia uno degli Stati del mondo occidentale in cui una ricchezza privata senza eguali si coniuga con un debito pubblico al limite della sostenibilità e, insieme, con un numero crescente di poveri? Ora, i nodi stanno venendo al pettine: i margini di indebitamento si sono esauriti, l’inflazione sale, la recessione incombe, la politica monetaria della Bce vira decisamente verso il rialzo dei tassi di interesse, ponendo limiti agli acquisti dei titoli di stato.

La morsa rischia di stringersi ancora una volta sulle classi lavoratrici e sui ceti medio-bassi. Tocca alla sinistra sindacale e politica indicare con chiarezza a chi tocca pagare il conto della crisi, avviando una mobilitazione di popolo per la giustizia sociale e l’equità fiscale. L’obiettivo è che il peso dell’austerità ricada su quanti hanno le spalle larghe, realizzano mega profitti e vivono di laute rendite.

L’alternativa è secca: meno dividendi agli azionisti e salari più dignitosi ai lavoratori, una maggiore tassazione delle transazioni finanziarie e immobiliari e un welfare degno di un paese civile.

 

 

 

LAVORO E DIRITTI

 

24/11/2022

da il Manifesto

Mario Pierro

 

La manovra porta in dono i voucher, un’altra spinta al lavoro precario

 

IL CASO. Dagli hotel al lavoro di cura, dai ristoranti all'agricoltura: dieci euro lordi all’ora (7,50 euro netti), reddito fino a 10mila euro l’anno. I sindacati: un altro attacco ai diritti che destruttura i lavori più temporanei

 

Detto, fatto. Appena tornata al governo la Lega, e le altre destre, hanno ripristinato la testa d’ariete che destruttura un mercato del lavoro già a pezzi: il voucher. Dagli hotel ai ristoranti, dal lavoro di cura fino all’agricoltura. Avrà un valore nominale di 10 euro lordi all’ora (7,50 euro netti) e un tetto di reddito per i lavoratori fino a 10mila euro l’anno. Erano stati aboliti nel 2017 dal governo Gentiloni costretto a farlo anche a seguito di una battente campagna sindacale. Introdotti nel 2003 con la cosiddetta «legge Biagi» erano stati considerati come una forma di pagamento alternativa in caso di lavoro occasionale accessorio o di prestazioni saltuarie. Sono diventati uno dei più convenienti strumenti dello sfruttamento.

 

«I voucher saranno utilizzati soprattutto in quei settori più fragili dove, tra l’altro, la stagionalità è tutelata e regolata dalla contrattazione collettiva. Su questi voucher è difficilissimo far applicare realmente la normativa sulla sicurezza del lavoro» sostiene la segretaria confederale della Uil Ivana Veronese. «In agricoltura – aggiunge il segretario della Flai Cgil Giovanni Mininni – i voucher sono già previsti per i lavoratori agricoli e sono anche ben normati da anni. Parlare di lavoro occasionale in agricoltura è una forzatura, dal momento che la flessibilità in questo settore è già prevista da un sistema di leggi e contratti collettivi che consentono assunzioni anche di brevissima durata (perfino di un giorno solo). Allargando la platea di lavoratori che possono usarli e il limite economico di utilizzo, si destruttura il lavoro in agricoltura, precarizzandolo ulteriormente senza alcun motivo e riducendo i diritti contrattuali e previdenziali dei lavoratori e delle lavoratici più fragili in un settore dove già è forte la presenza di lavoro irregolare e illegalità».

 

«Non solo troviamo inaccettabile un metodo che non prevede alcun confronto con le parti sociali. Riteniamo ancor più grave apprendere che nella proposta di legge viene modificata la platea di riferimento attualmente prevista – sostiene il segretario generale della Uila-Uil Stefano Mantegazza – Con questa scelta il governo rischia di destrutturare completamente il mercato del lavoro agricolo, cancellando diritti e tutele».

 

«I voucher in agricoltura -sostiene il segretario generale della Fai-Cisl, Onofrio Rota – già sono normati per studenti, pensionati e percettori di ammortizzatori sociali, per cui siamo pronti a discutere di modifiche sul tetto purché non si vada oltre questa platea; si rischierebbe di indebolire i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori riducendo le tutele assistenziali e previdenziali».

 

«Sui voucher – ha detto Giuseppe Conte (CinqueStelle) il governo ha introdotto una storta di liberalizzazione selvaggia nel settore agricolo e del turismo». «La reintroduzione dei voucher mostra da che parte sta la destra» sostiene Maurizio Acerbo di Rifondazione Comunista che andrà in piazza a Roma il 3 dicembre con le altre forze di Unione Popolare.

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

22/11/2022

DA Sbilanciamoci

Gianfranco Viesti, Massimo Villone

 

Un’Italia disunita, con l’autonomia differenziata delle Regioni, è la prospettiva che si apre con il governo Meloni. Per fermarla, si può firmare per una legge d’iniziativa popolare che cambi gli articoli 116 e 117 della Costituzione.

 

Il 10 novembre si è ufficialmente avviata la raccolta delle firme per una legge di iniziativa popolare di riforma degli articoli 116 e 117 della Costituzione. L’iniziativa è di un gruppo di cittadini che fanno riferimento al Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, con primo firmatario Massimo Villone; all’iniziativa hanno aderito i sindacati della scuola. Sarà necessario raccogliere 50.000 firme entro sei mesi affinché la proposta abbia validità e possa essere trasmessa al Parlamento per la discussione.

 

La proposta è un’iniziativa politica e giuridica anche in risposta alle richieste avanzate da alcune regioni, a partire dal 2017, di applicazione del terzo comma dell’articolo 116, attuando forme di autonomia regionale differenziata. Richieste che sono state con il governo Conte I vicinissime a concretizzarsi. E che sono tornate di strettissima attualità con il governo Meloni. La Presidente del Consiglio ha annunciato nel suo discorso programmatico alle Camere la volontà di concretizzare la concessione di maggiore autonomia. Ha affidato la materia al Ministro leghista Roberto Calderoli, da sempre collocato su una linea politica identica a quella dei presidenti leghisti delle regioni Lombardia e Veneto, Fontana e Zaia. Calderoli ha fatto circolare una bozza di “legge quadro” sulla materia e l’ha illustrata il 17 novembre scorso alla Conferenza delle regioni. È determinato a procedere nella maniera più rapida possibile. Si vedrà che esito avrà questa iniziativa. Il partito dei Fratelli di Italia viene da una cultura politica molto diversa da quella della Lega, di ispirazione centralista. Non a caso l’attuale Presidente Meloni aveva presentato nella XVII Legislatura un disegno di legge costituzionale che prevedeva l’abolizione dell’articolo 116 e con esso di ogni “specialità” regionale. D’altra parte, le forze di opposizione, in particolare il Partito Democratico, non hanno mai espresso una netta opposizione a queste richieste, anche perché uno dei principali esponenti politici di quel partito è il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, che è uno dei promotori dell’iniziativa delle regioni.

 

Le richieste delle regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna sono a nostro avviso assai negative e pericolose. Non si tratta di questioni amministrative; al contrario esse potrebbero, se approvate, ridisegnare radicalmente l’assetto dei poteri della Repubblica e influire pesantemente sui diritti di cittadinanza degli Italiani. Questo, per tre profili. Nel merito, le regioni chiedono competenze estesissime: praticamente tutte quelle teoricamente concedibili. In materie fondamentali come l’istruzione, la sanità, le infrastrutture, l’energia, l’ambiente e molte altre. Stiamo parlando della regionalizzazione della scuola pubblica italiana e della cancellazione (con l’attribuzione di competenze esclusive alle regioni) del Servizio Sanitario Nazionale. In secondo luogo, Lombardia e Veneto da sempre chiedono di ottenere molte più risorse di quante lo Stato oggi spenda per le stesse funzioni nei loro territori. Questo avverrebbe ignorando le prescrizioni della legge 42/2009, disegnando un modello finanziario ad hoc, di favore; soprattutto non definendo i livelli essenziali delle prestazioni (articolo 117.2.m della Costituzione) cioè i diritti di cittadinanza di ogni italiano. Infine, Calderoli immagina (come prima di lui la ministra Stefani del governo Conte I) un percorso che esautora il Parlamento (ridotto a parere consultivo e mera ratifica finale a scatola chiusa); consegna tutti i poteri ad oscure Commissioni paritetiche fra lo Stato e le regioni interessate; rende le intese immodificabili in futuro senza il consenso delle regioni interessate e impedisce di richiedere un referendum popolare per la loro eventuale abrogazione.

 

Il disegno di legge costituzionale da noi presentato non prevede una riscrittura radicale del Titolo V, così come riformato nel 2001. L’equilibrio dei poteri fra Stato, regioni, Enti Locali e i meccanismi di finanziamento di questi ultimi sono materia assai articolata e complessa, che richiede una riflessione attenta e un ampio e approfondito dibattito, tanto sui principi ispiratori quanto sull’effettivo funzionamento del paese dal 2001 in poi. L’attuazione di quel testo è d’altra parte ancora in corso, con la lentissima e parziale attuazione in particolare dei meccanismi finanziari previsti dalla legge 42. Non si può realisticamente proporre di cancellare venti anni di applicazione del Titolo V, che hanno cambiato in profondità gli assetti politici e istituzionali del paese, oltre che modellato gli apparati pubblici centrali e periferici: una proposta in tal senso, a nostro avviso, non avrebbe alcune concreta possibilità di approvazione.

 

Quello che si è pensato realisticamente di fare è stato individuare i punti di maggiore sofferenza e pericolo per l’unità della Repubblica evidenziati già nel dibattito 2017-2019 sul regionalismo differenziato, e poi successivamente nell’esperienza della lotta alla pandemia. Una riforma chirurgica, orientata a correggere errori manifesti, ed a prevenire danni ulteriori.

 

I punti su cui si concentra la proposta sono tre. Il primo riguarda la riscrittura del terzo comma dell’articolo 116, che è quello che consente alle regioni a statuto ordinario di fare richiesta di nuove competenze, relativamente ad un elenco di materie contenute nell’articolo 117, fra quelle di competenza statale o di competenza concorrente. Il secondo riguarda la parziale riscrittura proprio dell’elenco delle materie (a competenza esclusiva dello Stato, a competenza concorrente, a competenza esclusiva delle regioni), con lo spostamento di alcune di esse dalla potestà concorrente a quella esclusiva dello Stato. Il terzo l’introduzione, nello stesso articolo 117, di una clausola di supremazia a tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica.

 

Nell’articolo 116 al terzo comma viene inserita una diretta connessione con una specificità territoriale, come requisito essenziale per la concessione di “forme e condizioni particolari” di autonomia. Come ricordato, le attuali richieste abbracciano un gran numero di materie a prescindere da qualsiasi connotazione territoriale, giungendo a una sostanziale stravolgimento dello stesso articolo 117. Il tutto in base a una trattativa tra Governo e singole regioni tradotta in un’intesa. Inoltre, si interviene sul procedimento di formazione della legge che concede la maggiore autonomia. Attualmente si prevede l’iniziativa della regione interessata e l’approvazione con legge a maggioranza assoluta dei componenti sulla base di intesa tra lo Stato e la regione interessata. È evidente la pericolosità di una procedura che potrebbe vedere una momentanea sintonia politica tra una o più regioni e il governo nazionale, favorevole al riconoscimento di particolari vantaggi a danno di altre regioni, anche considerando che la maggiore autonomia potrebbe comportare anche vantaggi finanziari. Inoltre, una regione beneficiaria avrebbe un sostanziale potere di veto su qualsiasi modifica successiva. Potrebbe essere difficile o impossibile eliminare condizioni di privilegio introdotte. Va quindi superato il modello fondato sull’intesa, riconducendolo ad un parere della regione interessata nell’ambito del procedimento di formazione della legge di approvazione.

 

Inoltre, come accennato, la legge approvativa dell’intesa rimarrebbe anche sottratta alla possibilità di un referendum abrogativo. Si introduce così la possibilità di un riscontro referendario, che offrirebbe a tutti i cittadini il potere di esprimersi su una riforma che comunque, modificando il funzionamento del paese, li riguarda. A tal fine viene previsto un referendum sul modello dell’art. 138 per la legge costituzionale, giustificato perché la maggiore autonomia tocca gli assetti generali del rapporto Stato-regioni e un referendum abrogativo con riferimento all’articolo 75. 

 

La proposta sull’articolo 117 esclude dal catalogo delle competenze concorrenti (terzo comma) e inserisce nell’elenco delle materie a potestà esclusiva statale (secondo comma) alcune materie che si ritengono strategiche per l’unità del paese. In primo luogo, la tutela della salute, per rafforzare il servizio sanitario nazionale, insieme a scuola, università e ricerca, la cui disciplina uniforme è strategica per l’unità della Repubblica. Ancora, materie relative alla infrastrutturazione materiale e immateriale, rilevanti sotto il profilo di diritti individuali, dell’eguaglianza, e dell’efficienza complessiva del sistema-paese.

 

Ovviamente, l’inclusione nel catalogo delle potestà esclusive non comporta di per sé il raggiungimento di obiettivi di eguale tutela dei diritti e di perseguimento dell’eguaglianza. Ma dovrebbe impedire a singole regioni il perseguire obiettivi di diversificazione territoriale sulla base del riparto di competenze vigente, come chiaramente è negli obiettivi quantomeno di Lombardia e Veneto. Nelle bozze di intesa circolate nel 2019 si ipotizzava anche la regionalizzazione di ferrovie, autostrade, porti, aeroporti, ambiente, beni culturali di primario rilievo.

 

Con la riforma del Titolo V del 2001 fu infine cancellato l’”interesse nazionale” come limite generale nel riparto delle competenze. Questa decisione, a nostro avviso erronea, fu in parte lenita nel richiamo nell’articolo 120 all’unità giuridica ed economica della Repubblica. Esso però prevede solo poteri sostitutivi del governo: quindi per ipotesi quando il danno all’unità fosse in atto o fosse già avvenuto. È a nostro avviso opportuno un potere del Legislatore volto a prevenire danni all’unità del paese. 

 

Nella proposta è previsto come limite generale per la legge regionale l’interesse nazionale e delle altre regioni, così come una esplicita menzione dell’applicabilità della clausola di supremazia per le leggi regionali eventualmente adottate in attuazione dell’autonomia differenziata.

 

Non si tratta, a nostro avviso di una iniziativa velleitaria, di mera protesta. La presentazione di un disegno di legge costituzionale di iniziativa popolare (come previsto dall’art. 71 della Costituzione) non è destinata a restare senza effetto. Questo per due importanti ragioni. In primo luogo, una riforma del Regolamento del Senato del 2017 (art. 74) ha definito con maggiore precisione l’iter di un simile disegno di legge, di cui è assicurato l’approdo nel calendario di aula. Questo accresce la possibilità che le forze politiche e le rappresentanze parlamentari discutano del tema, prendano posizione; assumano responsabilità nei confronti dell’opinione pubblica. 

 

Riguardo all’autonomia differenziata, questo è un obiettivo particolarmente importante, perché la maggior parte delle forze politiche non hanno sinora preso ufficialmente posizione. E perché i suoi sostenitori hanno sempre tentato di agire in silenzio, di derubricarla a questione tecnico-amministrativa; di sostenere che interessi solo i cittadini delle regioni coinvolte e non tutti gli Italiani.

 

Ad anni di distanza dai referendum consultivi tenutisi nel 2017 in Veneto e in Lombardia, e dell’avvio del tentativo di ottenere amplissime competenze aggiuntive, i cittadini italiani sono ancora pochissimo e male informati. Con poche eccezioni, il servizio pubblico radio-televisivo e la grande stampa non si sono occupati del tema, limitandosi talvolta a registrare piuttosto passivamente le opinioni dei Presidenti delle regioni coinvolte. Non è un caso che il Parlamento non ne abbia mai approfonditamente discusso, al di là di qualche audizione di esperti nelle Commissioni o di interrogazioni con le relative, rapide, risposte in Aula. Una discussione generale su un disegno di legge avrebbe ben altra importanza, e valenza informativa. 

 

Si ricordi che la più recente modifica costituzionale – quella relativa all’inserimento del riferimento all’”insularità” all’interno dell’articolo 119 è frutto dell’approvazione proprio di un disegno di legge costituzionale di iniziativa popolare. 

 

I cittadini possono sottoscrivere la proposta anche telematicamente, grazie al possibile utilizzo della firma online, che si applica anche all’iniziativa legislativa popolare. Chi volesse firmare può agevolmente farlo tramite il sito www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it

 

Una proposta accompagnata da un elevato numero di firme, provenienti da tutte le aree del paese, avrebbe a nostro avviso maggiore forza.

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

21/11/2022

da LEFT

Giulio Cavalli

 

Alcuni parlamentari della Lega in un un ddl hanno previsto un bonus fino a 20mila euro per i matrimoni religiosi. Poi, quando si scatenano le polemiche sull'ennesimo attacco alla laicità, arriva la retromarcia del governo. Un copione già visto

 

Priorità del governo: un bonus matrimonio fino a 20mila euro. Ma solo se ti sposi in chiesa. Chi opta per il Comune, zero. Fate attenzione, la famiglia per questo governo è solo tra uomo e donna, solo tra sposati (anche se i leader non sono sposati o lo sono più di volta) e solo se la cerimonia è officiata da un prete.

 

Come racconta Lorenzo De Cicco su Repubblica, «la proposta di legge è firmata da una sfilza di deputati: in testa il vice-capogruppo a Montecitorio, Domenico Furgiuele, poi il presidente della commissione Attività Produttive e Turismo, Alberto Gusmeroli, i parlamentari Simone Billi, Ingrid Bisa e Umberto Pretto. L’obiettivo dichiarato dell’operazione è riequilibrare il gap tra i matrimoni civili e religiosi. Secondo l’Istat, si legge nella parte introduttiva del provvedimento, le unioni con rito civile sono cresciute rispetto ai livelli pre-pandemia (+0,7 per cento nel 2021 sul 2019), mentre quelli con rito ecclesiastico continuano a calare. A sentire i deputati del Carroccio, le ragioni “che allontanano le giovani coppie dall’altare e che le portano a prendere in considerazione solo ed esclusivamente il matrimonio civile” sarebbero principalmente di natura economica: “Il matrimonio civile – sostengono – è di per sé una celebrazione meno onerosa rispetto al matrimonio religioso”. Ma avrebbero un peso anche le lungaggini procedurali delle parrocchie: “Molte coppie sono dubbiose sui corsi prematrimoniali, i quali hanno una finalità ben precisa e spesso sottovalutata: cercare di far capire alla coppia se si è realmente pronti nel prendere la decisione di sposarsi”. Ecco allora l’idea: un incentivo di Stato, solo per chi sceglie dei pronunciare il sì all’altare».

 

Quanto costerebbe tutto questo? 716 milioni di euro, cioè 143,2 milioni per le cinque quote annuali. Non si tratta solo della laicità calpestata delle Stato (a cui siamo abituati da tempo): qui siamo proprio all’odio per chi non bacia l’anello al suo parroco. Non c’è differenza con le più oscurantiste finte democrazie.

 

Poi accade una reazione che dice ancora di più la proposta. Ieri sera esce la notizia e dal governo si sbracciano per dire che no, che non è loro intenzione applicare una legge del genere, che si tratta solo di un’iniziativa personale di alcuni deputati. Esattamente come accaduto con le proposte di legge contro l’aborto, esattamente come avvenuto per le promesse stratosferiche di Salvini. Sempre così: si lancia il messaggio per vedere l’effetto che fa. Si sperimenta quanto si può osare utilizzando la stampa come termometro.

SANITA' ED AMBIENTE 

 

19/11/2022

da Contropiano

 

In mente viene subito quello striscione sotto il Ministero della Salute che diceva: “Il virus non vi ha insegnato niente”. Eppure mentre la pandemia di Covid ha drammaticamente rivelato la totale vulnerabilità e debolezza della salute sul territorio, i dati che emergono dimostrano che sulla sanità ben tre governi coinvolti (Conte, Draghi, Meloni) hanno fatto o continuano a fare i finti tonti sulla pelle delle persone.

 

“Una ‘emorragia’ di 45.000 medici in 5 anni: è quella che si determinerà in Italia per effetto dei pensionamenti e che riguarderà sia i medici di famiglia sia i medici del Servizio sanitario nazionale” scrive l’Ansa resocontando dell’allarme lanciato dalla Federazione dei Medici di Medicina Generale (Fimmg).

 

C’è allarme oggi ma se non si corre ai ripari le cose sono destinate a peggiorare.

 

Nel 2028, infatti, si prevede che saranno andati in pensione 33.392 medici di base e 47.284 medici ospedalieri, per un totale di 80.676 medici in meno nella sanità pubblica, sia nel territorio che negli ospedali.

 

Non solo. L’anno ‘nero’, che registrerà il picco delle uscite, per i medici di famiglia è proprio il 2022: solo quest’anno andranno in pensione 3.902 medici di base. Sicilia, Lombardia, Campania e Lazio le regioni che registreranno, sia nel breve sia nel lungo periodo, le maggiori sofferenze.

 

Il dato grave, rilevano le organizzazioni dei medici, è anche un altro: le uscite stimate per effetto dei pensionamenti non saranno comunque bilanciate dalle presumibili nuove assunzioni.

 

Per i medici di base, infatti, le borse per il corso di formazione in medicina generale messe a disposizione a oggi sono solo 1.100 l’anno e se il numero rimarrà costante, afferma la Fimmg, ad essere ‘rimpiazzati’, al 2028, saranno non più di 11mila medici, mantenendo così un saldo in negativo a quella data di oltre 22mila unità.

 

Ma un dato allarmante è quello che riguarda anche la salute dei più piccoli. Infatti nonostante il crollo demografico, con meno di 400mila nati nel 2021, in Italia mancano all’appello sui territori ben 1.400 pediatri di base. La media di bambini under 14 assistiti per pediatra è pari a 883, nonostante vi sia un limite stabilito per legge che prevede un massimo di 800 assistiti per pediatra. A metterlo in evidenza è la XIII edizione dell’Atlante dell’infanzia a rischio in Italia, presentato a Roma.

 

L’Atlante è realizzato da Save the Children, fotografa anche quest’anno le condizioni di vita di bambini, bambine e adolescenti nel nostro Paese.

 

Il rapporto sottolinea come nella ripartizione dei fondi pubblici per la salute, solo il 12% sia impiegato nella prevenzione e nella medicina di base “che sono invece fondamentali per la salute dei bambini nel medio e lungo periodo”. La quota principale (44%) è impiegata per l’assistenza ospedaliera, ma solo il 6% di queste risorse sono destinate ai minorenni, a fronte di una percentuale di questi sul totale della popolazione del 15,6%, e nel 2020 i posti letto in degenza ordinaria nei reparti pediatrici erano solo il 4,1% del totale.

 

Eppure, come dimostra l’analisi pubblicata sulla sanità , nonostante la drammatica esperienza della pandemia, il governo continua il percorso di destrutturazione. E’ proprio vero, “il virus non vi ha insegnato nulla”.

POLITICA NAZIONALE | POLITICA ITALIANA

 

17/11/2022

da Repubblica 

 

Infanzia, Save the children: 4 anni in meno di vita se si nasce al Sud

 

Presentati ieri  i dati di 'Atlante dell'Infanzia a rischio in Italia', diffuso  in vista della Giornata Mondiale dell'Infanzia e dell'Adolescenza del 20 novembre. Disuguaglianze e povertà incidono sulla salute dei bambini

 

Povertà e disuguaglianze, soprattutto dopo la pandemia, incidono sulla salute e sul benessere psicologico dei minori in Italia: un bambino che nasce a Caltanissetta ha 3,7 anni in meno di aspettativa di vita rispetto a chi è nato a Firenze e la speranza di vita in buona salute segna un divario di oltre 12 anni tra Calabria e provincia di Bolzano. Tra le bambine la forbice è ancora più ampia, 15 anni in meno in Calabria rispetto al Trentino. E' l'allarme lanciato da Save The Children presentando la XIII edizione dell'Atlante dell'Infanzia a rischio in Italia 2022.

 

1,4 milioni di minori in povertà assoluta

 

In Italia sono quasi 1 milione e 400 mila i minori in povertà assoluta e sono "poveri anche di salute". Le bambine, i bambini e gli adolescenti colpiti dalle disuguaglianze socioeconomiche, educative e territoriali,  "ne subiscono l'impatto anche sulla salute e il benessere psico-fisico"  dice Save The Children e lo fa attraverso l'Atlante dell'Infanzia a rischio in Italia, diffuso oggi in vista della Giornata Mondiale dell'Infanzia e dell'Adolescenza del 20 novembre, che quest'anno ha il titolo "Come stai?" perché "prova ad esplorare - spiega l'organizzazione - la salute dei bambini dal momento della nascita fino all'età adulta".

 

Un bambino su 4 non pratica sport

 

Per i bambini del 2021,  evidenzia l'organizzazione, l'aspettativa di vita in buona salute è di 67,2 anni se sono nati nella provincia di Bolzano, ma di solo di 54,4 anni se sono nati in Calabria, con una differenza di più di 12 anni. Tanti i dati contenuti nel volume come quello che l'81,9% dei bambini vive in zone inquinate dalle polveri sottili o il  35,2% dei bambini e il 33,7% delle bambine nella fascia 3-10 è in sovrappeso o obeso. Anche perchè un  bambino su 4 non pratica sport. Ed ancora che la povertà alimentare colpisce un bambino su 20 ma la mensa scolastica non è ancora un servizio essenziale gratuito per tutti i bambini dai 3 e i 10 anni.

 

Mancano i pediatri

 

La rete sanitaria territoriale - ricorda Save the Children - è insufficiente,  mancano infatti 1400 pediatri ed è crollato il numero dei consultori familiari. Gli effetti peggiorativi della pandemia sono evidenti anche nel crescente disagio mentale di preadolescenti e adolescenti. In 9 regioni italiane oggetto di monitoraggio, i ricoveri per patologia neuropsichiatrica infantile sono cresciuti del 39,5% tra il 2019 e il 2021 (prime due cause, psicosi e disturbi del comportamento alimentare), mentre in tutto il Paese si contano solo 394 posti letto in degenza in questi reparti. Ci sono regioni che non ne hanno neanche uno, come Calabria, Molise, Umbria e Valle d'Aosta, in Lombardia sono 100. Ma è molto grave anche l'assenza o la carenza di strutture semiresidenziali e centri diurni.

 

A picco la prevenzione

 

Solo il 12% della spesa pubblica per la salute, viene puntualizzato, è impegnato nella prevenzione e nella medicina di base. La quota principale (44%) è impiegata per l'assistenza ospedaliera, ma solo il 6% di queste risorse sono destinate ai minorenni. Nel biennio 2020-21, per esempio, - mette in evidenza Save The Children - le vaccinazioni nei primi mesi di vita hanno subito una significativa riduzione, e si è verificata una contrazione drastica delle diagnosi di tumore pediatrico che si sono ridotte del 33% e nel 2020 e in molte regioni alcune malattie anche gravissime sono ancora escluse dagli screening neonatali.

Pagine