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13/10/2019

da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

"Omicidi bianchi". Oggi l’Anmil organizza la 69esima giornata per le vittime del lavoro «Necessaria una riforma del sistema di assicurazione e del Welfare». 1.133 morti sul lavoro solo nel 2018, oltre 600 mila infortuni. Dal 10 settembre, giorno d’insediamento del nuovo governo,i morti sono stati 57. Landini (Cgil): «E' una strage. Si muore come 40 e 50 anni fa». Se questa è una strage, allora non chiamamole "morti bianche" ma "omicidi bianchi". Non è una fatalità: si chiama capitalismo.

 

È una strage: 17 mila morti dal 2009, 1.133 solo nel 2018 e 600 mila infortuni. Dal 10 settembre giorno d’insediamento del nuovo governo sono stati 57 i morti sui posti di lavoro, 123 considerando i decessi avvenuti sulle strade per raggiungere il lavoro. E 18 sono stati i lavoratori schiacciati da un trattore da quando Teresa Bellanova è alla guida del ministero delle politiche agricole. Nel 2019 sono stati schiacciate 122 persone da questa macchina simbolo del lavoro agricolo, oggi anche macchina di morte, leggiamo sul blog «Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro» di Carlo Soricelli, tecnico metalmeccanico in pensione, oggi pittore. L’ultima delle vittime è di due giorni fa. Un operaio di 57 anni a Roffia, nel comune di San Miniato, in provincia di Pisa, è morto mentre puliva. Un oleodotto che attraversava le campagne. È rimasto incastrato in una macchina che tritura il legno. Abituati a vedere la vita attraverso uno schermo, riusciamo a immaginare, concretamente, cosa significa morire squarciati da una macchina che taglia il legno? E schiacciati da un trattore?

 

RIAVVOLGIAMO IL FILM dall’estate scorsa. Sette agosto: un uomo è morto nel Ferrarese per il cedimento di una cinghia mentre installava una pesa. Nove agosto: sono deceduti un muratore colpito da un tondino di ferro in provincia di Bergamo e un operaio che a Cremona stava scaricando travi d’acciaio. 14 agosto: un operaio ha perso la vita schiacciato da una pedana in provincia di Bergamo. 16 agosto: un operaio è precipitato da una scala in una azienda di logistica alle porte di Piacenza. 17 agosto: un operaio è morto nel Cosentino in un cantiere, incastrato con la testa tra un container e la cabina dei comandi. 20 agosto: un muratore è precipitato da una terrazza nel Catanese. 26 agosto: nell’Aquilano un uomo ha perso la vita schiacciato dalla pedana di un mezzo pesante che stava riparando. 30 agosto: tre operai morti nel Frusinate, a Varese e a Latina. La progressione è impressionante. E pensare che i numeri sono inferiori rispetto allo stesso mese del 2018 funestato da una serie incredibile di incidenti mortali plurimi che hanno fatto stragi di braccianti in Puglia (16) e a Genova per il crollo del Ponte Morandi. Tra le vittime c’erano 15 persone che andavano al lavoro, ha denunciato l’Inail.

 

QUESTO È IL FARDELLO che grava sulla 69esima giornata per le vittime del lavoro, organizzata oggi dall’associazione tra mutilati e invalidi del lavoro (Anmil) con il patrocinio del presidente della repubblica Sergio Mattarella. A Palermo si terrà una manifestazione nazionale, numerose le iniziative territoriali. Prevista la campagna di sensibilizzazione: «Non raccontiamoci favole, sul lavoro non c’è sempre il lieto fine». «Gli incidenti mortali sono aumentati del 6% rispetto all’anno scorso, con una media di oltre 3 morti ogni giorno» sostiene il presidente Anmil Zoello Forni. L’Anmil ritiene necessario cambiare il testo unico sull’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro che risale al 1965. Da allora sono cambiate le condizioni della produzione. Oggi i lavoratori sono obbligati a un’instabilità e a una flessibilità che sono spesso le cause dell’aumento degli infortuni e dei decessi. Una simile modifica avrebbe bisogno di una trasformazione della previdenza e del Welfare. Una «riforma organica» che sembra lontana dalle prospettive del governo che parla di un «piano strategico per la sicurezza». La ministra del lavoro Nunzia Catalfo ha convocato un tavolo con il ministero della Salute e le parti sociali, Inail, Ispettorato Nazionale del Lavoro (Inl) e Inps. Punta al coordinamento delle banche dati sulla sicurezza, formazione, selezione delle imprese virtuose per l’accesso ad appalti, assunzioni all’Ispettorato del lavoro. «Quella che vediamo è una strage – ha detto il segretario della Cgil Maurizio Landini – Si continua a morire come si moriva 40/50 anni fa.C’è un problema di formazione che va fatta sia a chi comincia a lavorare sia anche agli imprenditori visto che stiamo parlando anche di tante piccole e medie imprese. Abbiamo chiesto di introdurre anche uno schema di patente a punti per le imprese».

 

OGGI ABBIAMO a disposizione una ricca documentazione che ci permette di ragionare sulle cause e gli effetti di quanto accade. L’ultimo rapporto dell’Inl ha dimostrato che le ispezioni sono dimuite del 9% quest’anno, anche se l’accertamento delle irregolarità è cresciuto (3%) come le denunce per caporalato: 263, più del triplo rispetto al 2018. Il numero di chi lavora in nero è aumentato da 20.398 a 23.300. Crescono le denunce delle «malattie professionali», a ritmi più contenuti per l’ampliamento delle malattie «tabellate» che esonerano i lavoratori dall’onere della prova. Per l’Inail sono 41 mila, 800 in più rispetto al 2018. Crescono nell’industria e nei servizi, mentre calano in agricoltura dove sono numerose quelle che colpiscono l’apparato muscolo-scheletrico. Nel 2019 in questo settore sono aumentati gli infortuni mortali. Tra gennaio e agosto sono morti 16 braccianti.

 

SE QUESTA è una strage allora non chiamiamole «morti bianche». Sono omicidi «bianchi». Si muore a causa del lavoro e si muore in assenza di lavoro. E tutto questo parlare di sicurezza non produce più sicurezza. Ogni giorno pretende il suo tributo di lutti. Questo lavoro è una maledizione, un’epica senza riscatto, il grido dell’impotenza, del dolore e della rabbia. Il suo lessico è: malattia, caporalato, lavoro nero, sfruttamento. Non è una fatalità, non è la moira dei tragici greci. È un sistema. Si chiama capitalismo.

Michele Giorgio

da Il Manifesto

 

Fuga dall'inferno. Le forze armate turche e i 14mila mercenari dell’Els sarebbero penetrati fino a 8 km dal lato di Tal Abyad e 4 km dal lato di Serekaniye e avrebbero "neutralizzato" 342 combattenti curdi. Morti anche in Turchia, colpiti dai mortai delle Fds. 100mila civili in fuga.

 

È feroce la battaglia che si combatte in queste ore tra Tal Abyad e Serekaniye (Ras al Ayn). Da questa striscia di territorio lunga 120 km, sul confine tra Siria e Turchia, giungono immagini drammatiche ma che allo stesso tempo testimoniano la resistenza indomita dei curdi all’offensiva “Fonte di pace”. Le forze armate turche e i 14mila mercenari dell’Esercito libero siriano, non risparmiano le munizioni. Dopo tre giorni di combattimenti cruenti sarebbero penetrati fino a 8 km dal lato di Tal Abyad e 4 km dal lato di Serekaniye. La giornalista Zeina Khodr di Al Jazeera ieri, dalla città di frontiera turca di Akcakale, raccontava che l’esercito agli ordini di Recep Tayyib Erdogan sta usando una potenza di fuoco eccezionale pur di prendere il controllo dell’area di Tel Abyad: attacchi aerei, artiglieria e missili. «I turchi concentrano la loro operazione in questa zona – ha spiegato Khodr – dicono che questa è la fase iniziale della loro operazione. Al momento, è difficile dire se le operazioni si estenderanno o meno».

 

E tornano in queste ore in primo piano anche i miliziani dello Stato islamico – cinque dei quali sono scappati da una prigione curda – che ieri hanno compiuto un duplice attentato in una delle città curde più importanti e popolose, Qamishlo, nella parte orientale del Rojava, facendo cinque morti e numerosi feriti. Nella stessa zona l’artiglieria di Ankara ha preso di mira i villaggi di Sermsax, Heyaka, Girke Xezna e Derna Axi. L’agenzia ANF ha postato un video da Ayn Diwar, a 12 km da Derek, ridotto in macerie e vuoto. Il ministero della difesa turco ieri parlava di 342 «terroristi» uccisi, feriti e fatti prigionieri e della conquista di 13 villaggi all’interno del territorio controllo dai curdi siriani. «L’operazione continua con successo, come pianificata. Finora sono stati neutralizzati 342 terroristi. Speriamo di finire quel che abbiamo iniziato», ha dichiarato con soddisfazione il ministro della difesa Hulusi Akar. Secondo il ministro l’offensiva si basa su un (presunto) «diritto all’autodifesa» previsto dalla Carta delle Nazioni Unite. «Il nostro obiettivo – ha aggiunto Akar – è di porre fine alla presenza di ‘terroristi’ a est del fiume Eufrate…e di istituire un corridoio di pace che permetta il ritorno in patria dei nostri fratelli siriani (i profughi attualmente in Turchia, ndr)».

 

Il potente esercito turco però non è ancora in grado di fermare i colpi di mortaio sparati dai curdi su Akcakale e altre località turche vicine al confine. Un razzo ha ucciso due persone a Suruc, portando a otto il numero dei cittadini turchi morti. A Nusabin, diverse persone sono state feriti da colpi sparati dalle Fds curde. Intanto la violenza delle cannonate turche e dei raid aerei su Tal Abyad ha costretto “Medici senza frontiere” a chiudere il suo ospedale nella cittadina dove la paura ha fatto fuggire quasi tutta la popolazione. Era l’unico nell’intera area. «Questo potrebbe lasciare migliaia di persone senza accesso ad aiuti cruciali e senza alcuna soluzione in vista», sottolinea in un comunicato l’organizzazione che chiede alle parti in guerra di «garantire l’assistenza umanitaria salva-vita».

 

L’ospedale di Tal Abyad non è l’unica struttura costretta a chiudere i battenti dopo pesanti bombardamenti. La Mezzaluna Rossa curda da parte sua denuncia l’impossibilità per medici e infermieri di operare nelle aree più colpite dai bombardamenti. Il dottor Hassan, intervistato dai media curdi, ha parlato di 30-35 bambini feriti gravi. Alla salvezza dei più piccoli è dedicato l’appello lanciato dall’Unicef. Tra i centomila in fuga dall’offensiva turca, sottolinea l’agenzia dell’Onu, ci sono molti bambini provenienti in maggioranza da Tal Abyad e Serekaniye. «Alcune delle persone sfollate sembra si stiano dirigendo verso Raqqa (90km a sud di Tal Abiad), mentre la maggior parte si sta dirigendo verso altre città come Ampuda, Al Derbasiya, Tal Tamer e Hassakeh», fa sapere l’Unicef.

 

Sul piano diplomatico si moltiplicano le condanne dell’offensiva di Ankara. Ma non mancano le approvazioni. L’ultima è quella del Pakistan che ha parlato di «diritto all’autodifesa della Turchia». Il ministro della difesa Akar ieri ha discusso al telefono con alcuni colleghi stranieri fra cui lo statunitense Mark Esper, il britannico Ben Wallace e il francese Florence Parly. In apparente contrasto con il via libera dato da Donald Trump all’avanzata anti-curda, Esper ha o avrebbe detto ad Akar che l’operazione in corso potrebbe portare a «serie conseguenze» per la Turchia e favorire l’Isis. Esper ha aggiunto che fermare ora l’offensiva consentirebbe ad Ankara di aprire uno spazio per colloqui volti a trovare «una via comune per ridurre le tensioni prima che la situazione diventi irreparabile». Dichiarazioni che servono a placare le critiche all’Amministrazione Usa finita sotto accusa, anche in casa, dopo l’annuncio del ritiro dei soldati statunitensi dalla Siria nordorientale. Esper peraltro nega che sarà completato.

 

La verità è che mentre Erdogan avanza sul velluto, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ancora non trova un accordo su una dichiarazione comune per condannare l’offensiva turca. I Paesi europei vorrebbero una condanna esplicita ma Usa e Russia frenano sui toni. Washington ha diffuso una bozza di dichiarazione in cui si afferma che le preoccupazioni per la sicurezza della Turchia sono «legittime».

Michele Giorgio

 

Terrore turco. Ieri appena i soldati statunitensi hanno evacuato le due postazioni frontaliere di Ras al Ayn e Tal Abyad, la Turchia ha dato inizio alla “Operazione fonte di pace" – così l’ha chiamata il Erdogan - contro il popolo curdo nel Rojava.

 

 

 

Approvata da Donald Trump la massiccia offensiva militare turca contro il popolo curdo scattata ieri pomeriggio nel nord-est della Siria, è stata benedetta anche da Jens Stoltenberg. «Spero che qualsiasi iniziativa intrapresa dalla Turchia sia proporzionata e misurata», ha detto il segretario generale della Nato al termine dell’incontro con Giuseppe Conte, a Palazzo Chigi. Come dire: andate avanti senza problemi ma non ammazzatene tanti. Fanno perciò tenerezza gli appelli alla Nato «a fermare la Turchia» lanciati da deputati e dirigenti del M5S, del Pd, della Lega e di tutti gli altri amici fedeli del Patto Atlantico, di cui Ankara è un membro di grande importanza. I curdi si sono scoperti ancora più soli, abbandonati dagli Usa e dall’Europa che li hanno usati come carne da macello in Siria nelle battaglie contro l’Isis, per poi scaricarli una volta giunti sulle rovine del Califfato.

 

Vittime delle bombe sganciate degli aerei del “sultano” Recep Tayyib Erdogan – atteso tra qualche settimana a Washington – i curdi hanno compreso, si spera definitivamente, che gli Usa agiscono non a favore ma contro i diritti dei popoli oppressi. La vicenda palestinese avrebbe dovuto insegnarlo anche a loro. E non possono passare inosservate in queste difficili ore le a dir poco caute dichiarazioni di Mosca e di Tehran, alleate di Damasco e del presidente Bashar Assad ma anche partner di Ankara nel processo di Astana «per una soluzione politica in Siria».

 

Ieri appena i soldati statunitensi hanno evacuato le due postazioni frontaliere di Ras al Ayn e Tal Abyad, la Turchia ha dato inizio alla “Operazione fonte di pace” – così l’ha chiamata Erdogan dandone l’annuncio ufficiale con un tweet: è la terza in Siria dal 2016 dopo “Scudo dell’Eufrate” e “Ramoscello d’ulivo”, quest’ultima è scattata nel gennaio 2018 nell’enclave di Afrin – contro il popolo curdo nel Rojava, nel nord est della Siria. Raid aerei e colpi di artiglieria si sono abbattuti nei pressi della diga di Bouzra (Derek), su Qamishlo, Ain Issa, Mishrefa, Tal Abyad, Ras al Ayn (Sere Kaniye) e altri centri abitati. Ci sarebbero state subito almeno 8 vittime civili anche se i turchi affermano di aver preso di mira basi e depositi di munizioni. Un bambino di sei anni è stato ferito gravemente da un bombardamento a Se Girka. «Chiediamo a gran voce a tutte le parti coinvolte di fermare l’escalation delle violenze – ha esortato Filippo Ungaro, un portavoce di Save the Children – e di assicurare in ogni modo possibile la protezione e la sicurezza delle migliaia di bambini, e delle loro famiglie, già sfiniti da una guerra che dura ormai da più di otto anni e la cui vita da oggi è ulteriormente a rischio». Nella zona teatro dell’offensiva, oltre un milione e mezzo di persone hanno già bisogno di assistenza umanitaria, tra cui più di 650.000 sfollati.

 

Prima e durante l’attacco turco migliaia di civili si sono messi in fuga dirigendosi verso Hasake e l’area territoriale della Amministrazione Autonoma curda nel nord della Siria che Erdogan e i suoi generali vogliono disintegrare. I comandi militari delle Fds e Ypg curde ribadiscono che resisteranno con ogni mezzo possibile a chi vuole allontanarle dal confine, distruggere qualsiasi idea di sovranità curda e mettere fine all’ eccezionale progetto politico, il Confederalismo Democratico, che raccoglie consensi ovunque del mondo. I combattenti delle Ypg ieri hanno lanciato sei razzi verso postazioni militari alla periferia della città turca di Nusaybin, senza fare vittime. Sempre le Ypg hanno respinto a Manbij un violento attacco dei mercenari, in gran parte islamisti, dell’Esercito libero siriano – l’Els, ora chiamato “Esercito nazionale”, per anni esaltato da Usa e Europa come una forza «ribelle» impegnata a «portare la democrazia in Siria» – addestrati da Erdogan e pagati, pare, dal ricco Qatar stretto alleato della Turchia. Il Centro di informazione del Rojava ieri ha diffuso un’indagine sulla composizione dell’Els, evidenziando che diversi dei gruppi armati che ne fanno parte sono vicini al jihadismo.

 

Ad anticipare l’inizio dell’attacco turco era stato ieri mattina Abdel Rahman Ghazi Dadeh, portavoce di Anwar al Haq, una delle milizie armate locali cooptate da Ankara nell’Els. Dadeh ha confermato che almeno 18 mila mercenari prenderanno parte all’operazione militare e ha precisato che 10 mila saranno impiegati a Ras al Ayn, gli altri a Tal Abyad. L’Els avrà un ruolo di primo piano nel controllo della “zona di sicurezza”, lungo il confine, che Erdogan intende costituire in territorio siriano. Terminata la prima fase di “Fonte della pace” dovranno prendere il posto dei militari turchi e presidiare una striscia lunga 120 km e profonda 30 tra Tal Abyad e Ras al-Ayn che farà naufragare, nei desideri di Erdogan, il sogno curdo del Rojava (quasi un terzo della Siria). Questo futuro protettorato turco spezzerà il territorio controllato dalle Ypg. Resterebbe isolata Kobane (Ayn al Arab), simbolo della resistenza curda contro l’Isis, già stretta tra le aree prese dai turchi con le due precedenti operazioni in Siria. Ankara avrebbe promesso a Trump di non attaccarla ma i mercenari filo-turchi premono per occuparla. In una seconda fase Erdogan vuole prendere il controllo di tutta la frontiera e inondare la “zona di sicurezza”, ossia la zona curda, di almeno due milioni di rifugiati siriani attualmente in Turchia. Una regione-cuscinetto che spingerà di fatto il confine fino a Raqqa, la “capitale” del Califfato liberata dai curdi, e a Deir ez-Zor. Un piano di ingegneria etnica – dal costo stimato da Ankara in oltre 26 miliardi – che dopo l’uscita di scena di Trump solo i partner di Astana, Russia e Iran, possono ostacolare.

 

Resta indecifrabile, al momento, l’atteggiamento di Damasco. La Siria è determinata a fronteggiare l’aggressione turca con «tutti i mezzi legittimi», ha fatto sapere una fonte del ministero degli esteri. Ma che Damasco sia pronta ad andare in guerra con Ankara è da escludere, pur manifestando sostegno ai cittadini curdi sotto attacco. La strada che preferisce è quella di un futuro intervento su Erdogan della Russia che si proclama garante della «integrità territoriale della Siria». In ogni caso l’eventuale soluzione diplomatica non andrà certo nella direzione di una sovranità curda.

09/10/2019

da Il Manifesto

Gaetano Azzariti

 

Rappresentanza. Ridotto il numero dei parlamentari, se non si completa il percorso secondo gli impegni assunti dall’attuale maggioranza avremmo prodotto danni irreversibili alla nostra democrazia costituzionale e al pluralismo politico

 

Si sono bruciati i ponti, non c’è più nessuna possibilità di tornare indietro. Ridotto il numero dei parlamentari, se non si completa il percorso secondo gli impegni assunti dall’attuale maggioranza avremmo prodotto danni irreversibili alla nostra democrazia costituzionale e al pluralismo politico.

 

Per evitare quest’esito è necessario approvare entro brevissimo tempo una legge elettorale rigorosamente proporzionale. Inoltre, prima della fine della legislatura sarà fondamentale rivoluzionare i regolamenti parlamentari. Infine, alcune riforme costituzionali di contorno potranno essere utili, sebbene non saranno decisive.
A queste misure ci si riferiva quando le forze politiche che sostengono l’attuale maggioranza hanno sottoscritto il programma di governo impegnandosi ad approvare «la riduzione del numero dei parlamentari, avviando contestualmente un percorso per incrementare le opportune garanzie costituzionali e di rappresentanza democratica». Al momento della decisione definitiva sulla modifica della composizione delle Camere la «contestualità» ha prodotto unicamente un secondo documento politico in cui viene ribadita la necessità di addivenire in tempi brevi a riforme ulteriori. Basta allora confidare sul rispetto degli impegni presi? Le prime divisioni già affiorano e il cammino sarà più arduo di quel che non si pensi.

 

Per una ragione di fondo: per mettere in sicurezza la nostra democrazia pluralista è necessario che le due maggiori forze dell’attuale maggioranza cambino radicalmente le loro culture istituzionali. Il Movimento 5 stelle dovrà abbandonare le ambiguità populiste ed antiparlamentari e approdare ad una più matura visione della lotta politica entro le istituzioni, giungendo finalmente a considerare il Parlamento repubblicano per quel che è: il luogo centrale della rappresentanza politica plurale e non una scatoletta di tonno.

 

Si deve in sostanza chiarire che la ragione di fondo della riduzione dei parlamentari non è ascrivibile ad una demagogica ragione di «taglio delle poltrone» o di generica riduzione degli sprechi, ma rappresenta un tentativo di restituire dignità e ruolo all’organo centrale della nostra democrazia. Un Parlamento più snello perché si ritiene che così possa essere più autorevole e uscire dalla subalternità mostrata negli anni più recenti. Un organo autonomo dal Governo, titolare della funzione legislativa, a cui spetta conferire la fiducia, ma anche controllare e indirizzare l’esecutivo. Sarebbe la scoperta della centralità del Parlamento: il migliore antidoto contro le pulsioni autoritarie. Personalmente non credo sia solo o tanto una questione di numeri, ma se indirizzata in tal senso la riforma ormai approvata potrebbe avere un suo pregio e produrre effetti benefici. Condizione essenziale però è che questo Parlamento in miniatura sia effettivamente rappresentativo del conflitto sociale, requisito necessario affinché poi possa esercitare la sua funzione autonoma di mediazione e giungere a definire un compromesso reale tra le forze in campo.

 

Per questo sono essenziali le tre riforme inizialmente richiamate. Una legge elettorale per assicurare una rappresentanza reale delle divisioni sociali; un’organizzazione dei lavori dentro il Parlamento che assicuri la libera dialettica politica: non solo dunque – com’è ora – tempi certi e contingentati per giungere ad una decisione; forme di razionalizzazione, anche di natura costituzionale, che tendano ad evitare le degenerazioni nell’assemblearismo.
Per i 5 stelle si tratta in sostanza di maturare la convinzione che per governare un paese non basta Rousseau, ma è necessario rivalutare le istituzioni della rappresentanza, scoprire la difficile, ma nobile arte della weberiana politica come vocazione (Politik als Beruf).

 

Ma per giungere a questo risultato è necessario che muti anche la cultura istituzionale del Partito Democratico. Si abbandoni cioè quella koiné culturale che ha preso il sopravvento piegando la logica costituzionale alle esigenze di una governabilità ad ogni costo e artificialmente conseguita.

 

Per anni questo partito – più degli altri – ha scommesso sulla possibilità di affermare una democrazia maggioritaria che fosse in grado di semplificare il sistema politico, riducendo la frammentazione ritenuta eccessiva e assicurando la formazione di Governi stabili. Una strategia che ha operato principalmente su due fronti: quello elettorale con sistemi che hanno finito per sacrificare eccessivamente la rappresentanza democratica (lo ha riscontrato la Consulta, decretando l’incostituzionalità dell’Italicum); quello parlamentare adottando regolamenti – ma anche ammettendo prassi e comportamenti tenuti dai propri gruppi – proiettati unicamente a favorire la decisione e la disciplina di partito, a scapito della discussione e del confronto tra gli eletti. Ora ci troviamo di fronte ad un sistema politico ingovernabile che deve essere ricostruito dalle fondamenta. I partiti sono lacerati da guerre intestine, i confini tra maggioranze e opposizioni si sono dissolti, le strategie politiche di lungo corso sono state abbandonate, l’azione politica è dominata dall’emergenza. In questa situazione continuare a preoccuparsi di ricercare regole istituzionali che assicurino una stabilità artificiale ai Governi a scapito della rappresentanza reale appare un suicidio. Da ultimo, la richiesta dei «pieni poteri» da parte di un leader espressione di un’agguerrita minoranza del popolo italiano dovrebbe rappresentare un chiaro campanello d’allarme.

 

Comprendo che non sia facile per un partito che è nato con una vocazione maggioritaria cambiare prospettiva e sostenere un modello di democrazia che favorisce la libera dinamica politica, ma non si tratterebbe semplicemente di un’ammissione di colpa (d’altronde chi è senza peccato?), bensì della raggiunta consapevolezza che l’agognata governabilità non può essere considerata un presupposto, bensì un risultato. Costituzione, Parlamento, leggi elettorali e regolamenti parlamentari devono assicurare il valore essenziale della rappresentanza democratica, «sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente» (per richiamare le chiare parole della Consulta). Spetterà poi alle forze politiche definire indirizzi politici coerenti e assicurare Governi stabili. Ma questo potrà avvenire solo quando i partiti torneranno ad essere espressione di una rappresentanza reale.

 

Bruciati i ponti non possiamo più tornare indietro, ora dobbiamo scegliere quale direzione prendere: tentare di riscoprire il ruolo autonomo del Parlamento o abbandonarlo definitivamente? In molti puntano sulla seconda soluzione, noi sulla prima.

01/10/2019

Maurizio Acerbo

 

Autostrade:A Genova Lega e destra mostrano il loro vero volto, servi e complici dei prenditori 

 

Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno mostrato il loro vero volto con la bocciatura nel Consiglio Comunale di Genova di un ordine del giorno per la revoca della concessione a Autostrade per l’Italia.

 

Questi presunti populisti nemici dei poteri forti in realtà sono dei servi dei poteri forti, cani da guardia dei grandi gruppi di prenditori parassitari che hanno beneficiato delle privatizzazioni e delle controriforme liberiste che i partiti di Salvini e Meloni hanno sempre sostenuto insieme a Forza Italia.

 

Si presentano come antisistema ma in realtà la voce grossa la fanno solo verso immigrati e poveri. 

 

Salvini e Meloni scodinzolano davanti a concessioni autostradali, cliniche private, lobby delle grandi opere, palazzinari. Lega e fascisti hanno votato tutti i regali ai concessionari. 

 

Dopo la strage del Ponte Morandi la revoca della concessione – e non solo su un tratto – di Autostrade per l’Italia è un atto dovuto. 

Norma Rangeri

 

Autunno caldo. Questo movimento, con la sua carica di utopia rigenerante, mette al centro della scena niente di meno che il cambiamento di un modello di sviluppo non più sopportabile per i catastrofici risultati, naturali e sociali

 

In modo travolgente e libero, un’onda giovanissima ha invaso pacificamente le piazze, in Italia e nel mondo, facendoci assistere a qualcosa di nuovo. Slogan tipo «abbiamo l’acqua alla gola» spiegano bene la sensazione da ultima spiaggia che viene denunciata perché il possibile infarto del Pianeta invia segnali pressanti di apocalittiche distruzioni.

 

E se siamo con l’acqua alla gola il tema merita di essere messo al centro della politica del futuro come l’unica alternativa.

 

La giovane Greta è il volto di una ragazzina svedese che è riuscita a dare un clamoroso fischio di avvio alla battaglia di un movimento che nasce nelle democrazie occidentali, come quello del ’68 del secolo scorso, con cui ha in comune l’estensione, i luoghi della partecipazione giovanile, la grande capacità di mobilitazione, la forza unificante degli slogan, l’idiosincrasia da parte degli adulti.

 

Le diversità invece sono generazionali (i teenagers oggi gli universitari ieri), politiche (non vengono presi di mira i governi reazionari ma tutti i governi incapaci di affrontare i temi ambientali), ideologiche (nel ’68 venivano acclamati i personaggi simbolo delle lotte di classe, oggi c’è una ragazzina con grandi capacità comunicative). E mediatiche. Anzi, forse questa è la differenza più forte con il passato. La potenza della rete mette insieme proposte, idee, iniziative in brevissimo tempo riescono a mobilitare milioni di persone.

 

I ragazzi che contestavano 50anni fa avevano contro i governi e la repressione, volevano scardinare il potere (baronale, politico, aziendale), i ragazzi che protestano adesso sanno invece che le controparti non possono restare indifferenti nei confronti di chi lotta per salvare il Pianeta. I veri nemici saranno dunque le grandi potenze mondiali, le multinazionali, incapaci di trovare alternative all’attuale modello di crescita economica.

 

Questi ragazzi sanno benissimo cosa significa fermare la corsa verso la distruzione dell’ambiente, sanno cosa dice la scienza e sono forse gli unici che prendono sul serio le Conferenze sul clima, gli studi internazionali sui rischi che corre il mondo in cui si troveranno a vivere nel 2050, quando nemmeno trentenni avranno davanti scenari assai più foschi dei nostri.

 

La straordinaria forza delle manifestazioni interpella un governo appena nato che dovrebbe saper corrispondere alla domanda politica delle giovani generazioni, le prime a essere penalizzate, sotto ogni aspetto, rispetto alla generazione precedente. Non sarà facile per l’arretratezza culturale del nostro paese, a cui ha contribuito anche una sinistra novecentesca che storicamente, nella battaglia per un altro modello di sviluppo, non ha mai affrontato la questione ecologica. Se ne sono accorti tutti quando è esplosa la tragedia dell’Ilva di Taranto, quando la contraddizione tra lavoro e salute ha messo in evidenza la ruggine della vecchia cassetta degli attrezzi.

 

A questo punto non importa da dove si comincia dal momento che c’è assai poco da conservare e molto da cambiare. Questo movimento, con la sua carica di utopia rigenerante, mette al centro della scena niente di meno che il cambiamento di un modello di sviluppo non più sopportabile per i catastrofici risultati, naturali e sociali. La battaglia in difesa della Terra presuppone nuovi modelli produttivi, nuovi comportamenti individuali e collettivi, nuovi protagonisti sociali, nuovi obiettivi. E prima lo capiamo meglio sarà. 

 

C’è un altro aspetto, in questo caso di palese disinformazione, sugli scioperi per il clima, quando si imputa la dimenticanza dei popoli più poveri del Pianeta.

 

Come se non fosse abbastanza chiaro che i paesi saccheggiati dalle loro materie prime, spesso con la forza delle guerre, sono le prime vittime di un’economia rovinosa per territori e persone.

 

Questo impetuoso movimento arriva in un momento di passaggio anche per le sorti di una Unione europea che con le sue ricette economiche è riuscita a creare disuguaglianze crescenti e con la sua scarsa lungimiranza sulle politiche migratorie ha gonfiato le vele delle destre xenofobe. E induce alla speranza il fatto che già un’altra Europa è in prima fila, in un continente forte di una presenza storica di un movimento ecologista, sempre più popolare anche a livello elettorale.

27/09/2019

Ezio Locatelli

PRC-SE

 

 

Il 27 settembre è importante essere in piazza per il diritto fondamentale a un futuro vivibile, contro i disastri climatici, rigettando i tentativi di scippare il vero significato della mobilitazione.

 

Ormai è sempre più difficile negare il fatto che siamo in piena emergenza climatica, col rischio di processi di riscaldamento irreversibili tali da rendere invivibile intere parti del pianeta. Tuttavia, al di là delle petizioni di principio, siamo in presenza di un sistema economico e politico fondato sui profitti privati che continua a voler perseguire scelte devastanti.

 

Esempio eclatante la scelta di realizzare una nuova linea di AV Torino Lione, invece che usare e modernizzare la linea già esistente. Un’opera che non solo è anacronistica, inutile e costosissima ma che è ad altissimo impatto ambientale e all’origine di forti emissioni climalteranti.

 

Si calcola che nei prossimi dieci anni il cantiere Tav, qualora l’opera venisse realizzata, in specie  se venisse realizzatolo scavo del tunnel di 57,5 chilometri sotto il Moncenisio, produrrebbe l’emissione di 12 milioni di tonnellate di CO2.

 

Un impatto insostenibile in una situazione drammatica in cui non c’è più tempo, a fronte della necessità di agire subito prima che sia troppo tardi. In questi giorni imprese, governi, media sembrano mostrare attenzione per una questione dirompente, non più ignorabile. Parlano per lo più con lingua biforcuta. Da una parte si dicono partecipi alla battaglia per il contenimento del riscaldamento climatico. Dall’altra continuano a sponsorizzare scelte scellerate.

 

C’è un’unica possibilità per produrre una inversione di tendenza che è quella di far crescere la mobilitazione sociale, di rivolgerla contro un sistema fondato sulle disuguaglianze sociali, le guerre economiche e militari, il saccheggio ambientale. E’ ora di dire basta a questo sistema.

26/09/2019

da Il Manifesto

Maria Teresa Accardo

 

Liberi fino alla fine. Sentenza storica su Dj Fabo, ma la Consulta detta le condizioni Cappato esulta: «Non soffrire era un suo diritto costituzionale»

 

«Da oggi in Italia siamo tutti più liberi anche quelli che non sono d’accordo. Ho aiutato Fabiano perché ho considerato un mio dovere farlo. La Corte ha chiarito che era anche un suo diritto costituzionale per non dover subire sofferenze atroci. È una vittoria di Fabo e della disobbedienza civile, ottenuta mentre la politica ufficiale girava la testa dall’altra parte». È grande, emozionata, la soddisfazione di Marco Cappato, il militante radicale che nel febbraio del 2017 aveva «aiutato» dj Fabo a realizzare la sua scelta di porre fine alle sue sofferenze accompagnandolo in una clinica svizzera. Poi si era autodenunciato. Rischiava dodici anni di galera, almeno fino a ieri sera. In un processo sospeso da un quesito rivolto alla Corte costituzionale sulla legittimità dell’articolo 580 del Codice penale: in sostanza doveva decidere se «aiuto» al suicidio era come «istigazione». «Oggi è un bel giorno», dice Valeria Imbrogno, la compagna di dj Fabo, «Dà ragione ad una battaglia di libertà che io e Fabiano abbiamo iniziato anni fa insieme», e non possiamo neanche immaginare le «sofferenze» di cui racconta.

 

INVANO LA CORTE 11 mesi fa aveva chiesto al parlamento una legge. La nuova sentenza, che per ora conosciamo solo attraverso un comunicato, è arrivata ieri sera. Per i giudici chi «agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli» può non essere punibile. A certe condizioni, per evitare abusi: la piena consapevolezza del malato, il «rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua», la verifica «di una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale» e infine il «parere del comitato etico territorialmente competente».

 

SI VEDRÀ POI SE queste condizioni sono state «sostanzialmente» rispettate nella vicenda di dj Fabo. Cosa che fa dire a Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente dell’Istituto Coscioni e dirigente del partito radicale, che in realtà la Corte non è stata «troppo coraggiosa, il confine indicato è limitato a casi ben definiti. E quindi è troppo ristretto».

 

LA CONSULTA COMUNQUE chiede ancora una legge, («è indispensabile», mette di nuovo nero su bianco), ma la avvia per la prima volta sui binari che fin qui nessun parlamento e nessun governo era riuscito a costruire.

 

LA POLITICA SI DIVIDE, tornano i tempi bui dei«valori non negoziabili». Fatta la sentenza, ora i parlamentari si attaccano dagli opposti fronti, autodegradandosi dalla funzione di legislatore, che hanno fin qui evitato, a quella di commentatore.

 

MA È UNA GIOSTRA inguardabile e non potrà andare avanti all’infinito. Una legge dovrà arrivare, spiega l’avvocata Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Coscioni e coordinatrice del collegio di difesa di Cappato. Capofila, l’uno e l’altra, di una battaglia che viene da lontanissimo e che già nel 2013 era diventata legge di iniziativa popolare. «Mi auguro che finalmente il parlamento si faccia vivo», attacca, «Noi andremo avanti».

 

ESULTANO I PARLAMENTARI LAICI, per lo più del Pd e delle sinistre. Di «sentenza storica» parla anche il padre di Peppino Englaro, padre di Eluana, la ragazza morta nel febbraio 2009 dopo 17 anni di stato vegetativo per interruzione della nutrizione artificiale. Di «scelta liberale» della Consulta parla il costituzionalista Stefano Ceccanti (Pd), «a certe condizioni lo Stato rinuncia a punire, rinviando per il resto al Parlamento». Il deputato ieri mattina aveva ottenuto un confronto all’ufficio di presidenza della commissione affari costituzionali della camera invitando la commissione «a riprendere la propria competenza».

 

MA DA UNA PARTE DEL MONDO ecclesiastico arrivano parole dure. La Conferenza episcopale esprime «sconcerto» e cita Papa Francesco: «Si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato». La destra si sente autorizzata a annunciare una guerra santa: «Contrasteremo in ogni modo la legge», avverte Massimo Gandolfini, capo del Family Day, di «suicidio di stato» parla Gaetano Quagliariello (suo il grido «Assassini» al senato il giorno della morte di Eluana). Le stesse parole del leader leghista Salvini.

 

IN PARLAMENTO SI SCAVANO già trincee. Ci sono fossati fin dentro le forze politiche, gli stessi che hanno bloccato da sempre la legge, da ultimo anche dopo la richiesta della Corte . 

 

NON SARÀ UNA PASSEGGIATA di salute per la nuova maggioranza. I 5 stelle salutano con favore «la sentenza storica» e si augurano la «massima convergenza». Andrea Orlando, vicesegretario Pd, usa parole cautissime, segno della grande preoccupazione del Nazareno: «Mi auguro che non si crei un bipolarismo etico», «Ci troviamo davvero a dover colmare un vuoto di cui siamo tutti responsabili, una sconfitta per la politica è quando questa materia è disciplinata da una sentenza». I dem sanno già di essere nei guai: «Non so se ci sarà una posizione Pd perché si tratta di un tema di coscienza», conclude.

24/09/2019

Luciana Castellian

da Il Manifesto

 

Una risoluzione incredibile all'Europarlamento. La memoria non è cosa da affidare solo agli specialisti di storia, è parte fondante del nostro presente. Dobbiamo mettere alla berlina chi ha reso possibile una simile cosa e rispondere con forza, subito e ovunque.

 

Confesso che, quando venerdì sera – in attesa di Tsipras alla Festa di Articolo 1 – un compagno mi ha mostrato sul suo telefonino un estratto della risoluzione sulla Memoria votata dal Parlamento europeo, gli ho detto, con tono irrisorio: «Ma non vedi che è una fake news?». E sempre con tono irrisorio ho insistito: «Una fake news diffusa da chissà chi?».

 

Quel testo mi era infatti apparso così ignobile da pensare fosse uscito da Casa Pound.

 

È solo l’indomani che mi sono resa conto che no, era davvero stato possibile quanto non avrei mai creduto lo fosse: che solo 66 deputati europei avessero votato contro uno degli atti più vergognosi, non solo per aver operato un indegno stravolgimento della storia ma anche – per via dei suoi clamorosi strafalcioni storici – tale da mettere in discussione il prestigio dell’istituzione parlamentare che l’ha varato. E dove fino a qualche anno fa – sia detto per inciso – sedeva, come indipendente ma eletto nelle fila del Partito comunista italiano, Altiero Spinelli.

 

(Da segnalare il decisivo e pertinente «contributo storico» del presidente Sassoli: «Ma ci sono stati i carri armati a Praga!»). Per non parlare dell’offesa apportata da quanto accaduto alla reputazione della consistente schiera di deputati un tempo militanti comunisti e socialisti che hanno sostenuto quella Memoria.

 

(Fra questi, ahimé, persino Giuliano Pisapia, che così si è autocondannato, essendo stato a lungo deputato di un partito che si chiama Rifondazione Comunista).

 

Ma la mia sorpresa non è finita qui. Sollecitato ad intervenire sul tema, Etienne Balibar, il filosofo francese risponde da New York (dove da tempo tiene dei corsi), scrivendo: «Non so niente di questa storia, qui la stampa non ne ha parlato, e però nemmeno quella francese che continuo a seguire».

 

CONTROLLO a Parigi telefonando al nostro vecchio primo corrispondente dalla Francia, Alexandre Bilous. Casca dalle nuvole, mai sentito parlare di questa risoluzione. Mi richiama dopo poco: nessun giornale, dico nessuno, compresa l’Humanité, ha fatto cenno a questo voto europeo. Solo un ottimo sito on line, Mediapart, ne parla per via della lettera inviata dal signor Charles Heinberg, svizzero, docente di storia a Ginevra. Menomale. Rifletto: effettivamente alle ultime elezioni europee nessun deputato Pcf e neppure Psf è stato eletto.

 

(E però anche se non in parlamento non si sono accorti di quanto grave sia una risoluzione sulla nostra comune memoria scritta dalla peggior destra europea? E Raphaël Glucksmann, figlio del più noto padre nouveau philosophe oggi a capo di un non meglio definito raggruppamento di provenienza socialista, come giustifica il suo voto favorevole?).

 

SILENZIO anche sulla stampa tedesca, pur in generale attenta alla Memoria. Sia quella di destra che quella di sinistra.

 

Meno mi meraviglia il voto a favore dei Verdi: il loro tradizionale anticomunismo ha prodotto sempre non poche ambiguità politiche.

 

I nostri 5stelle, naturalmente, si sono astenuti. Come si sa per loro destra e sinistra sono riferimenti inesistenti, ma che la destra esista, almeno questo, dovrebbero recentemente averlo imparato).

 

IN ITALIA, a parte ovviamente il manifesto (per fortuna quella risoluzione non ha effetti giuridici altrimenti potrebbe esser posto fuori legge perché quotidiano comunista) c’è stata la Repubblica che ha ben commentato l’accaduto, per il resto quasi niente, oltre, naturalmente, le grida di giubilo della destra.

 

Non passo a una analisi storica del testo, lo hanno fatto con più competenza gli storici che ne hanno scritto; e quelli che certamente ne scriveranno.

 

Prendo la penna solo per dire che la nostra reazione, quella di tutti noi che siamo rimasti sbigottiti e indignati, non può, non deve, restare a questo: non possiamo solo meravigliarci che sia potuto accadere, dobbiamo mettere alla berlina chi ha reso possibile una simile cosa e rispondere con forza, subito e ovunque. Altrimenti finiremo per meravigliarci del fatto che a molti, di quanto accaduto, non importi niente. Più niente.

 

RISCHIAMO di rimanere ammutoliti dalla scoperta. E allora: bene Smeriglio e Majorino che non hanno accettato la disciplina di gruppo del Pd e si sono rifiutati di dire sì, ma non basta.

 

Con l’Anpi, con Pastorino e Laforgia di Leu e Fratoianni di Sinistra italiana che hanno subito reagito qui in Italia e sono in Parlamento e possono prendere anche in quella sede una iniziativa; e sopratutto con tutti quelli che si sono indignati, bisogna fare qualcosa, aprire un confronto. Innanzitutto nel Pd. La memoria non è cosa da affidare solo agli specialisti di storia, è parte fondante del nostro presente.

 

OLTRETUTTO la miseria dell’operazione spudoratamente negazionista che è stata messa in campo sta nel fatto che essa ha la meschina motivazione attuale di rafforzare le sanzioni economiche contro la Russia, di accentuare la più irresponsabile delle politiche europee del «dopo caduta del Muro»: anziché cogliere l’occasione per finalmente – come del resto aveva inutilmente sollecitato Gorbaciov – imboccare la strada dell’autonomia dell’Europa dai due blocchi militari e cercare di coinvolgere la grande Russia in un comune progetto (la Casa comune europea), si è scelta la strada di estendere la Nato tanto a est fino a impiantare i suoi missili sotto il naso di Mosca. Se Putin, che a nessun democratico piace, ha acquistato potere nel suo paese (ed è anche diventato ben più popolare di quanto vogliano far credere i media occidentali) è perché ha potuto giocare sullo sciovinismo, nato dalla reazione a questo accerchiamento.

 

Come pensate possa reagire oggi Mosca, dopo che l’Ue ha decretato che 22 milioni di donne e uomini russi che hanno perso la vita contribuendo in maniera decisiva alla sconfitta del nazifascismo, sarebbero stati invece nostri avversari?

14/09/2019

Giulia Mietta

da il Manifesto

 

Viadotto Morandi. Inchiesta bis: 9 misure cautelari per dirigenti e tecnici di Aspi e Spea. Nel mirino il Pecetti in Liguria e il Paolillo in Puglia. Il titolo di Atlantia crolla in borsa.

 

Nell’agosto del 2018, stesso mese del crollo del ponte Morandi, un cavo d’acciaio del viadotto Pecetti, sulla A26 tra Genova e Gravellona, si era rotto. Tuttavia, dai report inviati al Mit non risultava. Quel «problemino» avrebbe comportato limitazioni al traffico e il mancato passaggio di trasporti eccezionali e quindi di incassi extra per il concessionario. Rispetto a un altro viadotto, il Paolillo, in Puglia, sulla A16 – «un ponticello da 11 metri» sottolinea una nota di Autostrade per l’Italia – la relazione per il ministero presentava chiare difformità tra progetto ed esecuzione dei lavori di manutenzione.

 

FALSI IN PIENA REGOLA e un sistema di pressione preoccupante quanto scoperto dalla guardia di finanza di Genova, coordinati dai sostituti procuratori Massimo Terrile e Walter Cotugno, che hanno portato a tre arresti con la misura cautelare dei domiciliari per Massimiliano Giacobbi, dirigente della divisione Esercizio e nuove attività di Spea (Società Progettazioni Edili Autostradali, del Gruppo Atlantia), Lucio Torricelli Ferretti, direzione VIII tronco di Autostrade e come Gianni Marrone, anch’egli direzione VIII tronco, già condannato per la vicenda del pullman di Avellino. Interdizione per un anno dagli incarichi per altre nove persone tra funzionari Spea e un consulente esterno: Maurizio Ceneri, Andrea Indovino, Luigi Vastola. Gaetano Di Mundo, Francesco D’antona e Angelo Salcuni. Per il gip, le condotte degli indagati sono «gravemente minatorie della sicurezza degli utenti della strada». Ad aggravare la posizione dei nove il fatto di essere pienamente consapevoli di quello che stanno facendo.

 

IL CASO PIÙ ECLATANTE è quello di Ferretti che, secondo le fiamme gialle, ha utilizzato un dispositivo chiamato jammer, in grado di creare frequenze che potessero interferire con le intercettazioni. Non abbastanza, comunque, perché in una telefonata del 4 dicembre 2018, lo stesso ingegnere, informato da un suo sottoposto della «perdita di decompressione del viadotto Pecetti» risponde: «l’importante è che sulle carte che abbiamo siamo a posto». Un altro passaggio interessante è quello relativo ai testimoni chiamati a presentarsi in procura a Genova. «Eh l’ho saputo il giorno prima… Il problema è che dovremmo capire chi chiamano, e quello si prepara», dice uno degli indagati. Non si erano preparati abbastanza, evidentemente.

 

È PROPRIO A PARTIRE da uno degli interrogatori delle persone informate dei fatti nell’ambito dell’inchiesta sul crollo di ponte Morandi che nasce, un anno fa, l’inchiesta «bis» sui report relativi ad altri viadotti. I tecnici di Spea avevano raccontato agli inquirenti che le relazioni «talvolta erano state cambiate dopo le riunioni con il supervisore Maurizio Ceneri». L’inchiesta «bis» aveva portato quindi all’iscrizione nel registro degli indagati di 15 persone. Oltre al Paolillo e al Pecetti, nel mirino degli investigatori erano finiti anche i viadotti Moro, vicino Pescara, il Sarno, sulla A30, il Sei Luci, sullo stesso snodo del Morandi e il Gargassa, sempre in Liguria. Nell’ordinanza del gip rilevazioni gravi anche su Andrea Indovino, funzionario di Spea. In una conversazione intercettata avuta con Giacobbi, parlando dello stato del ponte Paolillo, afferma: «Ma se esce il problema poi diventa non più colposo ma doloso, e a quel punto?». Per il gip Indovino «propende per raggiungere gli obiettivi esulanti da quelli fisiologici di garantire la sicurezza dei trasporti, mediante laboriose attività di taglia e cuci finalizzate al superamento sulla carta dei vincoli che deriverebbero dallo stato di fatto degli accertamenti». Non migliore la valutazione sul comportamento di Maurizio Ceneri che mostra «disinvoltura nel modificare gli atti» e «risulta aver concordato preventivamente con Giacobbi la versione da rendere agli inquirenti e i documenti da consegnare».

 

GLI SVILUPPI DELL’INCHIESTA si sono proiettati immediatamente su piazza Affari. Il titolo Atlantia ha perso fino all’8% ed è stato momentaneamente sospeso per eccesso di ribasso. Intanto Autostrade per l’Italia si affida a una nota in cui viene assicurato come «nel report inviato il 4 dicembre 2018 al ministero delle Infrastrutture non fosse riscontrato alcun problema riguardante la sicurezza di questi e altri viadotti, verificati anche da società esterne specializzate». Aspi segnala che «aveva già provveduto a cambiare la sede operativa dei due dipendenti interessati dai provvedimenti della magistratura» e «si riserva di attivare ulteriori azioni a propria tutela, restando a disposizione degli organi inquirenti».

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