Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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30.03.2017
Di Domenico Gallo
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E’ passato quasi inosservato uno dei più assurdi provvedimenti varati da questo governo. Si tratta di un decreto legge (20 febbraio 2017 n. 14) che porta l’ambizioso titolo di “disposizioni urgenti in materia di sicurezza nelle città”.

Il compito principale di tutti i governi è quello di tutelare la sicurezza dei cittadini, anzi, secondo Hobbes, la ragion d’essere dello Stato è proprio quella di assicurare la conservazione della vita e del benessere dei consociati, facendo sì che la convivenza esca da quello stato di natura in cui ogni uomo è homini lupus. Quindi la sicurezza è una cosa seria. Il principale fattore della sicurezza è il diritto. Se noi non abbiamo la sicurezza di avere diritto alle cure mediche, di avere diritto a percepire la retribuzione per il lavoro che svolgiamo, di avere diritto alla pensione quando non potremo più lavorare, la nostra vita diviene precaria ed esposta ad incertezze micidiali. La sicurezza dei diritti è il principale interesse dei consociati. Sono molti anni che l’albero dei diritti viene investito da un uragano che un po' alla volta lo spoglia dei suoi frutti più preziosi. Da quando il fenomeno economico-sociale ha messo in crisi la sicurezza dei diritti, la politica ha scoperto il miraggio del “diritto alla sicurezza”. Da qui hanno preso l’avvio una serie di politiche securitarie che hanno raggiunto l’apice nel 2009 con i vari decreti sicurezza del Ministro Maroni, che voleva incrementare la nostra sicurezza – per esempio – vietando i matrimoni misti fra i cittadini italiani e gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno, oppure infliggendo delle multe impossibili (da pagare) ai disperati che sbarcavano dai barconi. Adesso quella politica sta tornando in auge, anche se è cambiato il colore politico del Ministro che dovrebbe tutelare la nostra sicurezza. Si chiama Minniti, anziché Maroni, però, a parte il nome, non ci sono altre differenze. Il decreto Minniti addirittura ci dà la definizione della sicurezza urbana: “Si intende per sicurezza urbana il bene pubblico che afferisce alla vivibilità ed al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree e siti più degradati, l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, la prevenzione della criminalità…” Ma come si fa a rendere più vivibile una città: riducendo l’inquinamento, rafforzando il trasporto su rotaia, curando il verde pubblico, dando lavoro ai disoccupati, creando strutture per combattere il disagio sociale e la marginalità? Nient’affatto! Il decreto non stanzia neanche il becco di un quattrino per la riqualificazione ed il recupero delle aree più degradate o per l’eliminazione dei fattori di marginalità ed esclusione sociale. Poiché non si può eliminare l’emarginazione, allora per tutelare la sicurezza, che nella mente del legislatore coincide con il decoro, si eliminano gli emarginati, dando ai sindaci-sceriffi il potere di allontanarli per 48 ore dalle aree urbane di particolare pregio o “interessate da consistenti flussi turistici”. Insomma al turista non far vedere quelle brutte facce dei poveri, dei drogati, dei mendicanti, delle prostitute di strada. I sindaci avranno sempre meno potere di fornire servizi pubblici ai cittadini però, in compenso, potranno rivalersi ripulendo le parti pregiate delle città dall'indecoroso stazionamento degli emarginati, che verranno nascosti sotto il tappetino, inventando una nuova forma di apartheid. A noi rimane un dubbio: la nostra sicurezza si accresce combattendo la povertà o spezzando le reni ai poveri?

28.03.2017

Due cariche della polizia hanno sgomberato il blocco di manifestanti davanti al cantiere Tap a Melendugno, in Salento. Le cariche hanno provocato contusi, e qualche malore. Le operazioni di espianto degli ulivi sono state momentaneamente sospese, e poi riprese grazie alla scorta della polizia. Tra le persone caricate anche due consiglieri regionali, Mino Borraccino, di Sinistra Italiana, e Tony Trevisi, del Movimento 5 Stelle.
"Quello che e' avvenuto a Melendugno e' inaccettabile. Caricare sindaci, consiglieri regionali, anziani e ragazzini non e' degno di un Paese civile. Il governo ne e' responsabile e ne dovra' rendere conto in Parlamento", afferma Nicola Fratoianni segretario nazionale di Sinistra Italiana. "Le autorita' di Pubblica Sicurezza responsabili di questo capolavoro lo dovranno spiegare al Paese. Ora si riporti il confronto su un terreno di dialogo", conclude.
Su quanto è avvenuto a Meledugno c'è un post twitter di Alessandro Di Battista: "Chi manifesta contro il tap (siate non violenti presto il M5S sara' al governo e bloccheremo questa vergogna) ha ragione".
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Paolo Ferrero, segretario del Prc esprime "piena solidarietà alle persone che animano il presidio NO TAP vicino Lecce, per impedire l'espianto degli ulivi, pestate stamattina dalla polizia". "E' vergognoso che le forze di polizia - aggiunge Ferrero - pagate con i soldi dei cittadini vengano utilizzate continuamente in questo modo: le forze dell'ordine arrestino i mafiosi, invece di fare le cariche contro chi difende il territorio!".
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Con una sentenza pubblicata nei giorni scrosi, la IV Sezione del Consiglio di Stato aveva respinto gli appelli proposti dal Comune di Melendugno e dalla Regione Puglia nei confronti della sentenza del T.a.r. (l'udienza di discussione si era tenuta il 9 marzo) sul TAP - Trans Adriatic Pipeline. Il Consiglio di Stato, infatti, ha ritenuto che la valutazione di impatto ambientale resa dalla Commissione VIA "avesse approfonditamente vagliato tutte le problematiche naturalistiche e che anche la scelta dell'approdo nella porzione di costa compresa tra San Foca e Torre Specchia Ruggeri (all'interno del Comune di Melendugno) fosse stata preceduta da una completa analisi delle possibili alternative (ben undici)". Inoltre e' stato escluso che l'opera dovesse essere assoggettata alla cosiddetta 'Direttiva Seveso'.

Pubblicato il 27 mar 2017
da il manifesto
di Roberto Ciccarelli

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Contro il vertice Ue. Sfila da Testaccio a Bocca della verità il corteo “Eurostop”. Lo spezzone più stigmatizzato circondato a Bocca della Verità in una città militarizzata e deserta. 122 manifestanti provenienti da Piemonte, Nord Est e Marche trattenuti per ore a Tor Cervara. Gli è stato negato il diritto di manifestare.
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La sospensione del diritto di manifestare è stata dichiarata ieri a Roma, dentro e fuori il raccordo anulare. Una fortezza ampia decine di chilometri quadrati ha inglobato la Capitale per proteggere capi di stati e primi ministri europei asserragliati nel Campidoglio, dietro le grate e una quarantina di mezzi anti-sommossa schierati in massa in via Petroselli.
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Duemila persone sono state controllate, trenta i fogli di via che hanno colpito altrettanti manifestanti, sia al corteo del mattino «La nostra Europa», sia a quello del pomeriggio «Eurostop». In possesso dei manifestanti sarebbero stati trovati pericolose felpe con il cappuccio, kway, fumogeni.
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Centoventidue persone sono state bloccate ai varchi di Roma Nord a bordo di pullman e auto e sono state trasferite alla questura di Tor Cervara con motivazioni pretestuose. Provenivano da Torino, dal Nord Est, dalla Toscana e dalle Marche e sono state trattenute per almeno sei ore. I manifestanti bloccati hanno organizzato un corteo di protesta in un parcheggio vuoto e assolato. In diretta telefonica con lo spezzone del corteo «Eurostop», aperto da una gigantesca bandiera con lo slogan «Generazione ingovernabile», uno degli attivisti ha denunciato la detenzione preventiva e selettiva, quello che nel decreto Minniti è stato definito «Daspo urbano». Dopo un’attesa di tre ore, solo grazie a una telefonata con il prefetto Mario Morcone, l’europarlamentare Eleonora Forenza è riuscita a entrare in un ufficio che è sembrato essere usato per l’identificazione dei migranti insieme a Nicoletta Dosio e al giornalista Checchino Antonini. Dopo le 19 erano trattenute ancora 24 persone, cinque rinchiuse dietro una vetrata chiusa per accertamenti. Avevano precedenti, ma nessuna condanna. A un manifestante è stato trovato un coltellino per tagliare il formaggio.
Sono questi gli elementi che hanno causato una sospensione dello stato di diritto e il divieto preventivo a manifestare, in una giornata che ha confermato la rappresentazione oligarchica di un’Unione Europea separata dai cittadini e che tratta il dissenso schierando 5 mila agenti e mezzi come in una guerra civile.
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Il corteo «Eurostop», circa 5 mila persone, è partito da piazzale Ostiense con un paio d’ore di ritardo a causa del blocco preventivo dei manifestanti. Ha sfilato dentro Testaccio in un clima surreale, serrande abbassate, vetrine di banche sigillate, mentre qualcuno faceva capolino dalle persiane socchiuse. È questo il frutto della più clamorosa, e infondata, narrazione tossica degli ultimi tempi: quella su «scontri» animati da «black block» che, com’era prevedibile, non ci sono stati. Una manifestazione eterogenea, con posizioni che andavano dalla richiesta di uscita dell’Italia dall’Ue e dall’euro alla lotta contro sovranismi, populismi e nazionalismi, è riuscita a non scrivere la sceneggiatura già pronta condita da un allarmismo apocalittico criticato anche dal questore di Roma Guido Marino.
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Il corteo si è snodato velocemente tra le stradine di Testaccio e, giunto sul lungo Tevere ha incontrato il primo schieramento di Carabinieri sul ponte Sublicio. Tre file di camionette e di uomini rivestiti di armature, caschi calati sul volto. Una volta defluita la testa del corteo, tra bandiere del sindacato di base Usb e quelle dei movimenti per la casa, in coda al corteo lo spezzone «generazione ingovernabile» ha indugiato per qualche minuto sul lungotevere Aventino. A quel punto si è creata una distanza di almeno cinque-seicento metri con il resto del corteo che già svoltava per Bocca della Verità verso il Circo Massimo. Lo spezzone di un migliaio di persone era immobile, non aveva alcuna intenzione offensiva, nessuno indossava caschi o foulard, e non ha tentato alcuna deviazione. Dietro i carabinieri del ponte Sublicio ostruivano la via di fuga.
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All’improvviso, dalla curva del Circo Massimo, è spuntato un camion idrante seguito da due camionette e agenti in piena carica. Sul lungotevere si è avvicinato minaccioso un camion idrante e altri agenti con i manganelli. Un’operazione immotivata che ha circondato lo spezzone più stigmatizzato. La foga della carica ha spaventato manifestanti inermi che hanno provato a scappare per la salita di Vicolo di Rocca Savella inseguiti da agenti con caschi e manganelli. Un’operazione che ai presenti, e in diretta Tv, è sembrata del tutto gratuita. «Una provocazione» l’hanno definita i manifestanti. Che, invece, sono rimasti lucidi e fermi, mentre alcune persone – tra cui uno dei promotori di «Eurostop», Giorgio Cremaschi – si sedevano tra i mezzi blindati e i poliziotti per impedire le violenze contro i manifestanti. Alla fine i mezzi sono arretrati per centinaia di metri e lo spezzone è riuscito a entrare in piazza della Bocca della Verità presidiata centinaia di agenti in attesa dello scontro finale. Per la questura di Roma è stato «sventato un chiaro progetto di devastazione della città». Più probabilmente è stata sdoganata la presunzione di colpevolezza basata su suggestioni mediatiche e non fatti.

Norma Rangeri
da il Manifesto
26.03.2017

La cerimonia per celebrare i Trattati di Roma sarà ricordata nella storia dei posteri come quella dei nani sulle spalle dei giganti. L’Europa costruita sulle macerie della Seconda guerra mondiale oggi si è ritrovata nel salone degli Orazi e dei Curiazi del Campidoglio sommersa dalla retorica della pace mentre alle nostre frontiere il fenomeno migratorio ci ricorda ogni giorno che nuove macerie le stanno attraversando portando l’eco delle guerre.

Tante manifestazioni in programma, una partecipazione di migliaia di persone isolate per le piazze di una Roma spettrale, in un sabato pomeriggio che ha svuotato la città, con le strade deserte occupate da vigili urbani mai visti così numerosi a ogni angolo del centro storico. E naturalmente con uno spiegamento massiccio delle forze dell’ordine per i venti di guerriglia che giornali e televisioni annunciavano a tamburo, formidabile antidoto a una partecipazione più larga.

Così il cuore della presenza popolare ieri non era nella Roma blindata che ospitava i leader europei, ma era nella Milano dove centinaia di migliaia di persone accoglievano la visita di papa Bergoglio nel suo viaggio pastorale tra le periferie. A parlare di povertà, di lavoro, invitando la gente ad «abbracciare i confini».
Difficile del resto appassionarsi alla cerimonia del Campidoglio, ai discorsi ufficiali dei capi di stato e di governo. La scena mediatica, che avrebbe dovuto celebrare i fasti di un Renzi vittorioso al referendum del 4 dicembre, ha ricevuto la tranquilla accoglienza del suo successore. Che ha svolto diligentemente il suo compito. Come anche il presidente Mattarella che è tornato a insistere sulla necessità di una nuova Costituzione dopo averne già sottolineato l’urgenza nel discorso davanti alle Camere riunite, per una riforma dei trattati, per dare una nuova Costituzione all’Europa. Ma proprio ritrovarne le ragioni profonde non è semplice né scontato.

Se a parole e nei riti della ricorrenza, con dosi di retorica pari alla mancanza di solennità, tutti hanno parlato dei problemi sociali, dell’economia che si nutre delle diseguaglianze, nei fatti le promesse e gli impegni di costruire un’Europa sociale sono contraddetti dalle vicende degli anni recenti come l’esempio della Grecia dimostra con le sue sofferenze. Per iniziare un processo costituente bisognerebbe battersi per quei valori che noi italiani abbiamo appena difeso con il referendum del 4 dicembre, quando abbiamo fatto scudo alla Costituzione che vorremmo vedere riflessa a fondamento di un’altra Europa, di un altro progetto politico. Quello schieramento che si è unito nel referendum era in piazza, con la destra e la sinistra presenti con parole d’ordine che hanno trovato espressione trasversalmente agli schieramenti, tra nazionalismi risorgenti e principi europeisti messi a dura prova dal grande sonno delle classi dirigenti. Più vicine agli Orazi e Curiazi che allo spirito di Ventotene.

Pubblicato
il 17 mar 2017

SINISTRA – DAL 31 MARZO AL 2 APRILE A SPOLETO IL X CONGRESSO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA “C’E’ BISOGNO DI RIVOLUZIONE”
FERRERO: «RIPARTIAMO DALLE ZONE COLPITE DAL TERREMOTO PER DARE UN SEGNALE PRECISO: RIFONDAZIONE NON LASCIA SOLO CHI SOFFRE. PER QUESTO CI CHIAMIAMO COMPAGNI E COMPAGNE»

Si terrà da venerdì 31 marzo a domenica 2 aprile a Spoleto, in provincia di Perugia, presso l’Albornoz Palace Hotel (viale Matteotti 16), il decimo congresso nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea.

«Terremo il nostro decimo Congresso a Spoleto, in una zona pesantemente colpita dal sisma. Si tratta di una scelta precisa, quella di decidere il nostro futuro nelle zone colpite dal terremoto, dove con le Brigate di solidarietà attiva il nostro partito è presente ogni giorno – dichiara Paolo Ferrero, segretario uscente di Rifondazione Comunista – .

Di fronte ai tanti sepolcri imbiancati che fanno le passerelle televisive ma non si fanno carico dei veri problemi della ricostruzione, vogliamo dare un segnale preciso:
Rifondazione non lascia solo chi soffre, a partire dai terremotati.
Rifondazione Comunista pensa che per cambiare lo stato di cose presente servano le lotte ma prima di tutto serva la condivisione con chi soffre, serve spartire il pane, per questo ci chiamiamo compagni e compagne».

Andrea Colombo
da il Manifesto
16.03.2017

Lavoro. Il governo verso la cancellazione totale dei ticket. La Cgil: bene, ma il decreto dovrà anche essere convertito dal Parlamento
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Il referendum non ci sarà. I voucher non ci saranno più, o se ci saranno l’uso verrà limitato alle famiglie, ma tra le due ipotesi la prima è al momento la più quotata. La decisione di arrendersi pur di evitare la consultazione è stata presa in via definitiva dal gruppo del Pd alla Camera poco prima che scadesse il termine per la presentazione degli emendamenti. L’annuncio è del capogruppo Ettore Rosato: «L’obiettivo è superare il referendum perché riteniamo non utile uno scontro sui temi del lavoro». A tal fine, prosegue Rosato, ci sono solo due strade praticabili: «Definire uno strumento solo per le famiglie o abolire i voucher».

La decisione di evitare a tutti i costi una battaglia che sarebbe comunque costata moltissimo al Pd in termini di consenso, però, la avevano assunta il presidente del consiglio Gentiloni, il ministro Poletti, il presidente della commissione Lavoro Damiano e i capigruppo Rosato e Zanda, nel vertice di martedì sera. La scelta, in quella sede era stata limitare i voucher alle famiglie.
Ieri mattina però il governo si è fermato a riflettere sull’opportunità di esporsi al rischio di una bocciatura da parte della Corte di Cassazione, possibile dal momento che alcune categorie come in particolare le badanti resterebbero penalizzate. Tanto più che in cambio il risultato sarebbe irrilevante visto che, come sottolineava nelle stesse ore il presidente dell’Inps Tito Boeri, l’incidenza dei voucher limitati alle famiglie è vicina allo zero: «Di fatto è come cancellarli, e allora tanto varrebbe farlo del tutto». Parole che a palazzo Chigi e al ministero del Lavoro sono state prese molto sul serio, rimettendo in campo l’ipotesi dell’abrogazione secca.

In entrambi i casi, comunque, la Cgil accetterebbe un testo che segna la piena vittoria del comitato promotore. Susanna Camusso però aveva già messo le mani avanti puntualizzando che la condizione per evitare le urne non può essere una semplice promessa: «La legge deve essere approvata oppure il decreto convertito». Affermazione confermata dopo l’annuncio di Rosato con un tweet del portavoce della segretaria generale Cgil, Massimo Gibelli: «Direzione giusta ma servono leggi approvate». Sulla cancellazione dei voucher ma anche sull’introduzione della responsabilità solidale negli appalti, oggetto del secondo referendum che dovrà a propria volta essere inserito nel decreto.

Prima della svolta del Pd erano arrivati due segnali entrambi minacciosi e che quasi certamente hanno inciso sulla decisione della resa. Guglielmo Epifani, ex segretario Cgil e oggi parlamentare Mdp, aveva fatto capire molto chiaramente che gli scissionisti non avrebbero votato il decreto se avesse consentito l’uso dei voucher alle imprese senza dipendenti: «Noi pensiamo che le imprese non debbano ricorrere ai voucher per una questione di sostanza, ma anche perché sono diventati il simbolo dell’abbassamento delle tutele sul lavoro, l’emblema della precarizzazione». Parole che davano corpo alle due peggiori paure del Pd: una campagna referendaria giocata non solo sui voucher ma sulla chiamata a pronunciarsi sul precariato e quindi sull’intero Jobs Act oppure, in caso di decreto non concordato con la Cgil, il voto contrario degli scissionisti di Mdp al Senato.

Il secondo segnale da allarme rosso lo aveva fatto suonare il capo dei deputati azzurri Renato Brunetta, con una presa di posizione molto decisa contro il quesito referendario e l’annuncio che Forza Italia, se si arriverà al voto il 28 maggio, darà indicazioni per il No o per l’astensione tesa a far mancare il quorum.

Ma una linea così schierata sembra implicare che gli azzurri a palazzo Madama non appoggerebbero un decreto o una legge troppo limitativa. Il governo si troverebbe così stretto tra chi è contro il decreto perché troppo favorevole alla Cgil e chi per il motivo opposto. La retromarcia decisa dal governo e dal Pd è stata presa malissimo dai centristi della maggioranza. «Un decreto siffatto se lo voterà solo il Pd» ha commentato subito il presidente dei deputati di Area popolare Maurizio Lupi.

Mica vero. Lo voterà certamente Mdp, lo voterà Sinistra italiana e lo voterà il Movimento 5 Stelle. «Coglieremo qualsiasi occasione per bloccare la deriva dei voucher, che sia il referendum o che sia una modifica parlamentare», dichiara infatti Luigi Di Maio.

14.03.2017

COMUNICATO STAMPA
REFERENDUM VOUCHER – PRC: «ADESSO GOVERNO FISSI LE AMMINISTRATIVE IL 28 MAGGIO E SI FACCIA L’ELECTION DAY.
RIFONDAZIONE COMINCIA CAMPAGNA DI PRIMAVERA CONTRO VOUCHER ED APPALTI, PER APPLICARE COSTITUZIONE DIFESA IL 4 DICEMBRE»

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, e Roberta Fantozzi, responsabile nazionale Lavoro di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, dichiarano:
«Adesso il governo fissi le amministrative il 28 maggio in modo da fare l’election day con i referendum promossi dalla Cgil, sui voucher e gli appalti, e non sprecare soldi pubblici.
Con la definizione della data del referendum comincia la campagna di primavera per i diritti del lavoro, a cui Rifondazione darà tutto il suo contributo. Invitiamo tutte le forze sindacali e politiche di sinistra a costruire una grande mobilitazione sui referendum, in prosecuzione della campagna referendaria che il 4 dicembre ha sconfitto il disegno renziano di manomissione della Costituzione. Questo referendum è il primo passo per ricominciare ad attuare la Costituzione, a partire dai diritti del lavoro».

Bia Sarasini
da il Manifesto
10.03.2017

8 marzo. Uno sciopero guidato e pensato da donne, una mobilitazione internazionale come non succedeva dai tempi dei social forum. Si comincia da qui, dalle giovani femministe

Ha fatto un bel po’ paura, lo sciopero delle donne, l’8 marzo. Tutte quelle ragazze, ragazzi, donne, uomini, persone lgbt in piazza. Rumorosamente assenti dal lavoro. Un milione? Bisognerà fare le mappe e i conti delle mille iniziative sparse nel pianeta.
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Il punto è che un’enorme quantità di persone si sono mobilitate. Un popolo che sciopera, cioè si prende e mostra la propria forza. Che si muove non contro i nemici additati dalla propaganda di destra, i migranti, gli stranieri, o una casta politica diventata ormai metafisica, fantasma di un potere che rimane invisibile.
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No, la mobilitazione, proprio perché era uno sciopero, era contro un’organizzazione del sociale, della divisione sessuale del lavoro e del lavoro stesso. Insomma, contro il potere reale, le sue radici violente, arcaiche e contemporanee, di cui il femminicidio è la forma estrema e paradigmatica.
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Uno sciopero guidato e pensato da donne, poi. Un fatto inaudito. La visione delle donne si allarga, mostra di sapere e potere riorganizzare la vita sociale e il mondo. A partire dalla propria esperienza, dal dominio subito e dalla lotta per ribaltarlo. Non succedeva dal tempo dei social forum, una mobilitazione internazionale nella stessa giornata. Non si era più abituate neanche a un 8 marzo che non fosse un rito, di presidenti che elogiano l’indispensabilità delle donne, multinazionali che creano premi, sindaci che danno le medaglie. E la leadership femminile, è una novità assoluta. Tutte e tutti a invocarla, e quando te la trovi squadernata davanti, cosa si finisce per dire? Che è stato un successo, ma alla fine è un disastro.
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Dispiace che una femminista autorevole come Alessandra Bocchetti, invece di chiedersi perché tante, tantissime sono scese in strada, evochi un’autonomia delle donne che questo 8 marzo, con la sua proposta inclusiva e intersezionale, avrebbe messo a a rischio. Più conseguente Dario Di Vico, editorialista del Corriere della Sera, che critica lo sciopero come strumento arcaico, visto che il lavoro è precario.
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E dire che proprio questa è la forza di questo otto marzo 2017. Donne che proclamano uno sciopero. Avere rotto una barriera. Avere buttato all’aria quella compartimentazione prima di tutto mentale in cui è imprigionata la società. Quella frammentazione per cui ai sindacati spettano gli scioperi, quelli veri, che riguardano i lavoratori veri che stanno nei posti di lavoro riconosciuti come tali. Cosa ne sanno le donne? Cosa c’entrano le case, o i femminicidi, i lavori precari e qualificati, che puoi fare perfino in autobus e sulla metro, visto che quello che conta è la connessione? Che cosa si sono messe in testa le femministe, di proclamare lo sciopero? Il maschilismo ha molte facce. Questa rigidità ne è senz’altro un aspetto.

Eppure spero che proprio il successo dell’8 marzo globale apra gli occhi. Perché l’inerzia misogina rischia di farsi complice della passivizzazione di chi lavora, rischia di coltivare l’impotenza prodotta dalla svalorizzazione del lavoro, invece di combatterla. Dispiace che la Fiom, che pure ha incontrato la rete organizzatrice dello sciopero in Italia, NonUnaDiMeno, non abbia colto l’occasione.
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Perché lasciare che sia il mercato a mettere al lavoro migranti, donne povere e impoverite in attività malpagate e sfruttate, tutto delegato all’iniziativa individuale? Perché non pensare a un nuovo welfare, a nuovi lavori da unire a un reddito minimo, da garantire quando necessario?
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Si comincia da qui, dalle giovani femministe, una nuova generazione politica, che hanno preso la guida. È un progetto, una speranza. Si rivolge a tutti coloro che subiscono il potere neocapitalista, le conseguenze di una globalizzazione violenta che, lasciandosi noncurante alle spalle i propri detriti, defluisce in una de-globalizzazione addirittura più barbara.
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In tante abbiamo cercato la strada, da donne libere e sempre impreviste, come diceva Carla Lonzi. Ora possiamo. Partiamo da qui.

Norma Rangeri
da il Manifesto
09.03.2017

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In fondo era solo il 1955 quando davanti alla Ducati di Bologna alcune ragazze giovanissime furono arrestate, processate e condannate, con l’accusa di accattonaggio, perché offrivano mimose alle operaie in lotta contro i licenziamenti. Potremmo, oggi, considerarci soddisfatte di aver lasciato per sempre alle nostre spalle quei tempi “moderni”. Però la cronaca di questi giorni ci racconta di una ragazza a Vicenza, condannata a 15 giorni di carcere per aver abortito. La donna, ghanese, si era imbottita di farmaci per procurarsi l’interruzione della gravidanza, per la quarta volta.
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Storia e cronaca si parlano e ci ricordano perché tante ragazze, in Italia e nel mondo, sono in piazza all’insegna dello sciopero generale. L’esplosione della protesta, in Italia come altrove, abbraccia le due storie, la repressione degli anni ’50 e quella di oggi, vicende sorelle di una condizione comune, nel lavoro e nel privato.
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Le donne che oggi manifestano agiscono con un protagonismo politico che ricorda quello degli anni ’70 del secolo scorso quando il femminismo interpretò e rappresentò la rivoluzione culturale di un movimento giovane e radicale. Come lo è quello di questo 2017 quando il lavoro e lo sciopero entrano a far parte della sua esperienza, dettato dalla condizione sociale di chi ha la mente aperta e la borsa vuota.
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Così si capisce poco questa polemica sullo sciopero al femminile, come se la conclamata condizione di massima precarietà ancora non fosse sufficiente a motivarlo. Polemizza chi si sente spiazzato e critica l’uso di uno strumento di lotta concreta che non ha nulla di simbolico. Infatti il senso della parola d’ordine dello sciopero di ieri è la conseguenza di condizioni di lavoro insopportabili, tanto fuori che in famiglia.
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È uno sciopero politico, che peraltro ha coinvolto sindacati di base e la Cgil in un settore strategico come quello del mondo della scuola. Come altrettanti no ha ricevuto dai Confederali negli altri settori. E dalla Fiom. All’ordine del giorno c’è il lavoro delle donne nel paese europeo che ha il tasso più basso di occupazione femminile dopo Grecia e Cipro. Sarebbero necessari altri 170 anni per colmare quel 23% di disparità di salario delle donne che abbatte le retribuzioni femminili, dicono i dati Oxfam. Perché la crisi brucia per tutti ma specialmente sulla pelle di chi è costretta, nella misura dell’81%, a ricorrere al part-time involontario.
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Naturalmente la forte radice femminista di queste mobilitazioni si esprime nella battaglia contro la violenza che porta la guerra e i suoi morti dentro casa, davanti ai figli. Perpetuandola se è vero che tra gli uomini che usano violenza, a mogli e figlie, c’è lo zoccolo duro del 22% che ha assistito alle violenze del padre sulla madre. Ieri si moriva di aborto clandestino, e si riempivano le piazze per difendere un diritto nella più universale battaglia per l’autodeterminazione dell’essere umano. Oggi si muore di femminicidio e continua a fare scandalo se un’amministrazione regionale chiede di assumere anche medici non obiettori. C’è persino chi si stupisce che il crollo della nascite non conosca limiti nel nostro paese.
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Nella consueta cerimonia del Quirinale il presidente Mattarella ieri ha parlato di una voce femminile «autorevole e credibile, che non ha bisogno di alzare i toni, anche se alzarli, in alcuni casi diventa l’unico modo per farsi sentire». Lo sciopero di questo Lotto Marzo sembra proprio esserci riuscito.

Geraldina Colotti
da il Manifesto
05.03.2017

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Sciopero globale. Il movimento delle donne al diapason in 40 paesi
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Il movimento Non una di Meno si prepara allo sciopero globale dell’8 marzo: con lo stesso simbolo in oltre 40 paesi dei cinque continenti. Un movimento forte, e numericamente consistente. Prima in Polonia e poi in Argentina, le donne hanno dato il «la», gridando: basta femminicidi, «se la nostra vita non vale, allora ci fermiamo». Il 26 novembre a Roma hanno sfilato oltre 200.000 persone. Ni una menos ha riempito le strade argentine e la Plaza del Congreso.
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IL 21 GENNAIO scorso, dopo l’elezione di Trump negli Stati uniti, una manifestazione – replicata in tutto il mondo – ha portato in piazza a Washington almeno 500.000 persone. A prepararla, Women’s March, un’organizzazione orizzontale che si è mobilitata per i diritti delle donne, dei migranti senza documenti, delle persone Lgbtq e dei lavoratori poveri. Dopo il successo dell’iniziativa, il 14 febbraio scorso, il movimento ha rilanciato sulle reti sociali l’idea di «una giornata senza le donne» anche negli Stati uniti, per il prossimo 8 marzo.
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GLI ANTECEDENTI ci sono, e provengono dal secolo scorso: il secolo delle rivoluzioni, delle indipendenze e del femminismo. Il secolo in cui la lotta per la libertà delle donne si è intrecciata a quella per la libertà dal capitalismo e dal colonialismo. Un obiettivo che torna fortemente anche nello sciopero globale di questo 8 marzo.
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IL 24 OTTOBRE del 1975, l’idea è stata lanciata in Islanda e ha raccolto l’adesione del 95% delle donne: astenersi da ogni attività per denunciare il doppio lavoro compiuto ogni giorno, per un imprenditore o a casa. In quegli anni, il Movimento di liberazione delle donne era molto forte, sia in Europa che in Nordamerica. La proposta di un piccolo gruppo radicale, quello delle Red sokkana, ebbe subito presa, oltre ogni aspettativa. Com’è accaduto ora. L’isola dell’Europa settentrionale allora contava un po’ più di 200.000 persone (oggi ne conta oltre 320.000). Circa 30.000 donne sfilarono nella capitale Reykjavik.
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GLI ARCHIVI storici del movimento femminista riportano le testimonianze di giovanissime dirigenti del sindacato delle lavoratrici senza qualifica, il meno pagato. «Gli uomini governano il mondo dalla notte dei tempi, e a cosa assomiglia quel mondo?» Un venerdì nero, quello, per i maschi – ironizzarono le donne osservando i padri «sfiniti», i proprietari dei supermercati e i direttori di banche obbligati a stare alle casse per tenere aperto…
Vigdis Finnbogadottir, madre single e divorziata, quando, nel 1980, verrà eletta presidente, dirà che senza quel 25 ottobre non sarebbe mai arrivata a essere «la prima donna presidente eletta democraticamente al mondo». Ma se pure in Islanda le donne sono il 44% in Parlamento, a parità di lavoro continuano a percepire solo il 64% circa del salario degli uomini. E molta polvere cova sotto il tappeto dell’isola che sembrava dover portare al governo il Partito Pirata, e invece è tornata ai conservatori, e resta sempre membro fondatore della Nato (pur essendo l’unico senza Forze armate).
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LA NUOVA ondata di destra che sta dilagando in Europa e che rischia di far breccia anche in Olanda alle elezioni del prossimo 15 marzo, mostra il ritorno del sessismo più arcaico, proprio in un momento storico in cui il patriarcato è invece più in crisi. Le disuguaglianze nei luoghi di lavoro permangono. L’Istat lo ha confermato in questi giorni per l’Italia: aumenta la distanza fra occupati maschi e femmine: di circa il 20%. L’occupazione maschile è in crescita (al 67%), quella femminile è in calo (al 48,1%).
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UNA TENDENZA che si registra anchenel giornalismo. Nell’arco del 2016, le donne hanno guadagnato in media 52.158 euro, i colleghi 66.092 euro. La forbice si alza con l’età, ma si riduce notevolmente per le più giovani. Nel movimento Non una di meno, il tema del sessismo nell’informazione e nella narrazione mediatica è stato discusso in uno degli 8 tavoli, così come quello della distribuzione del potere fra i generi e nelle carriere accademiche. «Nonostante sia luogo di produzione di cultura “alta”, l’università italiana continua a essere attraversata da una cultura profondamente sessista che quotidianamente si esprime attraverso la violenza dei più retrivi stereotipi di genere», dice l’appello di lottomarzo, tettodicristallo@gmail.com.
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DIVERSA la situazione in alcuni paesi dell’America latina: principalmente Cuba, ma anche il Venezuela, che ha una costituzione declinata nei due generi in cui si riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico. L’America latina che si richiama al «socialismo del XXI secolo» ha volto di donna. A prendere il centro della scena sono le ultime della catena: indigene, contadine, afrodiscendenti. Donne che pagano sovente un caro prezzo, vittime della violenza di genere e dei femminicidi politici.
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UN ANNO FA è stata uccisa in Honduras l’ambientalista femminista Berta Caceres. In questi giorni è stata ammazzata in Colombia la dirigente indigena Alicia Lopez Guisao, promotrice del progetto Cumbre Agraria e Gobierno Nacional. L’hanno uccisa due uomini armati, probabilmente paramilitari al soldo delle grandi imprese che devastano i territori indigeni. Si batteva per l’applicazione degli accordi di pace firmati dal governo con la guerriglia marxista Farc. Le donne colombiane e venezuelane hanno organizzato a Caracas un grande incontro per la pace per chiedere il rispetto degli accordi. Durante i due primi mesi del 2017, in Colombia, sono stati uccisi 20 leader sociali, sei erano donne

RICORDIAMO Art. 37 della Costituzione italiana
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La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.
Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
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La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
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La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

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